domenica 4 febbraio 2018

LOLITA



Vladimir Nabokov
LOLITA
Adelphi
2005, brossurato
400 pagine, 8.50 euro

Un consiglio: meglio leggerlo prima che lo censurino o finisca all'Indice. Una raccomandazione: meglio leggerlo perché è una esperienza che lascia il segno. Una constatazione: è disturbante ma scritto da una dio della scrittura. Una avvertenza: non c'è niente (ma proprio niente) di erotico. Per quante siano state (e furono tante) le difficoltà che ebbe Vladimir Nabokov (1899-1977) nel pubblicare "Lolita" a Parigi nel 1955, quasi certamente oggi l'autore ne incontrerebbe di più. Tuttavia, fin dalla immaginaria prefazione del fantomatico psicologo John Ray (che racconta di come il diario di un detenuto in attesa di giudizio morto in carcere nel 1952 fosse giunto nelle sue mani), la vicenda di Humbert Humbert, letterato europeo (di nazionalità svizzera) trapiantato negli Stati Uniti, viene considerata quella di un caso clinico. Non c'è nessuna indulgenza o simpatia da parte dell'autore verso il suo personaggio, nonostante questi narri in prima persona, e lo stesso H. H. considera se stesso come un malato, in qualche modo vittima del suo modo di essere. Dunque Nabokov non si compiace morbosamente di quel che racconta ma indaga l'animo umano e ne descrive una perversione che tutte le statistiche definiscono tutt'altro che insolita (viene citato uno studio che sostiene una incidenza del 12% tra i maschi americani). Nel 1956 Nabokov scrisse una postfazione ("Note su un libro chiamato Lolita"), allegata a ogni edizione del romanzo in cui ne spiega la genesi e le vicissitudini precedenti la pubblicazione prendendo garbatamente in giro i censori e facendo interessanti riferimenti anche alla propria madrelingua, il russo, abbandonata nel 1940 quando emigrò negli Stati Uniti, dove venne naturalizzato: sarebbe appunto questa il trauma che avrebbe segnato la sua vita e non certo alcun tipo di esperienza pedofila. In questo testo l'autore scrive di essere quel tipo di scrittore che "quando comincia a lavorare a un libro non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo". "Lolita" si può dividere in due parti: nella prima (stranamente quella che disturba di più nonostante non vi sia descritta alcuna violenza ai danni di minori), Humbert Humbert descrive la propria ossessione per le "ninfette" e le sue strategie per tenerla a bada, prima in Europa e poi negli Stati Uniti in cui si trasferisce. Quando va ad alloggiare come pensionante nella casa di Charlotte Haze e vede sua figlia dodicenne, Dolores, ne resta folgorato. Lolita (così viene chiamata la bambina) è naturalmente maliziosa (è questo che trasforma, spiega Humbert, una bambina in una ninfetta) e l'io narrante (che scrive il suo diario in prigione, come viene fin dall'inizio dichiarato) studia infinite strategie per poterla guardare, sfiorare, toccare senza dare scandalo. Nella seconda parte del libro, quando Charlotte, che l'uomo ha finito per sposare, muore in un incidente stradale e Humbert diventa in qualche modo il tutore dell'orfana, le cose cambiano. Il pedofilo comincia ad avere rapporti sessuali con Lolita ma si scopre che la ragazzina già ne aveva avuti molti con i suoi coetanei ed è (per quanto si possa esserlo alla sua età) consenziente in cambio di regali. Humbert gira l'America con lei viziandola in ogni modo, sinceramente innamorato perso (per quanto possa esserlo un pedofilo) della bambina. Bambina che si rivela capricciosa, superficiale, svogliata, perfino stupida quando sceglie di cambiare pedofilo abbandonando Humbert e finendo dall'altro abbandonata in mezzo alla strada. Ci sono poi i risvolti noir della vicenda, perché prima il protagonista vorrebbe uccidere la moglie Charlotte per poter restare solo con Lolita (il destino lo previene), poi va a caccia, armato di pistola, dell'uomo che gli ha portato via la ragazzina, roso dalla gelosia e dalla passione. Humbert, per quanto perverso e consapevole della propria malattia, è uomo colto e intelligente e sa descrivere se stesso, gli altri, la società e gli avvenimenti alla luce di un filtro letterario che illumina tutto in modo anticonformistico e dissacrante. Dal romanzo di Nabokov Stanley Kubrick ha tratto un film nel 1962.

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