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domenica 18 maggio 2025

SCRIVERE LA STORIA



 
Simon Sebag Montefiore
SCRIVERE LA STORIA
Mondadori
2024, brossura
296 pagine


“Lettere che hanno cambiato il mondo”, promette il sottotitolo. E, in buona parte, il contenuto mantiene. Emozionante, per esempio, poter leggere la lettera scritta dal reverendo John Stevens Henslow a Charles Darwin, il 24 agosto 1831, con la quale il giovane naturalista viene informato di un posto libero a bordo del brigantino “Beagle” che di lì a poco sarebbe partito per un lungo viaggio di esplorazione attorno al mondo. Posto lasciato libero, per la cronaca, da Marmaduke Ramsay, designato in un primo momento ma inopinatamente morto durante i preparativi della spedizione. Henslow scrive: “Non accampate dubbi o timori dovuti a modestia riguardo le vostre qualifiche, mio caro Darwin, perché vi assicuro che vi considero proprio l’uomo che il capitano FitzRoy sta cercando”. Simon Sebag Montefiore (1965), scrittore e saggista britannico,  raccoglie una settantina di lettere private, rintracciate scartabellando libri e archivi di tutto il mondo e di tutte le epoche, scritte da personaggi quali, solo per citarne alcuni, Bolivar, Churchill, De Sade, Gandhi, Che Guevara, Flaubert, Kafka, Lenin, Lincoln, Machiavelli, Mao, Mozart, Michelangelo, Ramses, Solimano il Magnifico, Stalin, Truman, Wilde. Lettere private, cioè non destinate, quando vennero scritte, alla pubblicazione, dunque non documenti ufficiali ma messaggi che mettono a nudo le personalità, i sentimenti, i vizi, i gusti, il coraggio, la bontà, la saggezza ma anche la spietatezza o perfino la stupidità di figure storiche di cui ci è concesso scoprire aspetti sconosciuti e talvolta insospettabili. Tra i documenti raccolti da Montefiore, commentati uno per uno e inquadrati nel loro contesto, ce ne sono alcuni scritti originariamente in caratteri cuneiformi (come la lettera del re siriano Annurapi al sovrano di Cipro, risalente al 1190 avanti Cristo), altri vergati su papiro o su pergamena, infine su carta, in latino, inglese, arabo, russo, francese, tedesco, e altre lingue ancora. Di alcune lettere, come quella a Darwin citata in apertura, è chiaro il perché Montefiore ritenga che abbiano cambiato la Storia, al pari di quella di Lincoln a Grant scritta il 13 luglio 1863 o quella di Rosa Parks a Jessica Milford datata 26 febbraio 1956, in altri casi si fatica a capirlo ma tutto rientra nella logica secondo la quale lo scritto confidenziale trapelato e giunto fino a noi illumina di nuova o maggior luce l’intimo di un personaggio che nella Storia ha rivestito una qualche importanza. Molto curiose sono le missive, piuttosto numerose, in cui si parla di sesso, mentre altre ci meravigliano per come palpitano d’amore, etero o omosessuale (colpisce quella di Giacomo I al Duca di Buckingham, del 17 maggio 1620). Alcune lettere sono strazianti, scritte in punto di morte (Alan Turing a Norman Routledge, 1952; Franz Kafka a Max Brod, 1924;  Leonard Cohen a Marianne Ihlen, 2016), altre buffe e imbarazzanti (Mozart che racconta la sua gara di peti). Insomma, ogni lettera suscita sorpresa e interesse. Potrei citarle tutte, mi limiterò ad altre due scritte da personaggi che non conoscevo. La prima, quella di Manuela Sàez al marito James Thorne, datata 1823, in cui la coraggiosa donna ecuadoriana che fu amante (la più amata, forse, fra le tante) di Simon Bolivar, dice addio al consorte inglese che era stata costretta a sposare: “Ah! Io non vivo seguendo le convenzioni sociali inventate dagli uomini per recarsi mutuo tormento”. Ma soprattutto colpiscono le parole rivolte ai figli nel 961 da Abd al-Rahman III, governante arabo di al-Andalus, regno musulmano di Spagna: “Ho ormai regnato per più di cinquant’anni. Ricchezze e onori, potere e piaceri, tutto ho avuto di ciò che desideravo, e in apparenza nessuna fortuna terrena mi è mancata. In questa situazione, ho diligentemente conteggiato i giorni di pura e vera felicità di cui ho potuto godere: ammontano a quattordici!”.

 

domenica 19 marzo 2023

LETTERE DI UNA MONACA PORTOGHESE

 

 


 
Mariane Alcoforado - Milo Manara
LETTERE DI UNA MONACA PORTOGHESE
Nuages
Prima edizione 1997
brossurato - 66 pagine -  lire 35.000

Si legge nei risvolti di copertina: “Fu Mariane, religiosa a Beja, tra l’Estremadura e l’Andalusia, entrata in convento a dodici anni, diventata badessa nel 1709 che, abbandonata dall’amante il conte di Chamilly scrisse le cinque lettere? O fu piuttosto Gabriel-Joseph de Lavargne conte di Guilleragues, nobile guascone alla corte di Luigi XIV, uomo colto e di illustri frequentazioni, noto nel mondo letterario per i suoi brevi componimenti poetici? Forse addirittura aiutato dall’amico Racine? Già alla loro apparizione, nel 1669, le Lettere ottennero un successo folgorante, tale da renderle una moda, un genere letterario. Il loro contenuto avrebbe scatenato uno dei più controversi casi editoriali di tutti i tempi. Non tutti infatti vollero credere alla storia della povera suora che si strugge d’amore e, nello stesso anno della pubblicazione, ci fu qualcuno che avanzò i primi dubbi”. 
Il motivo del successo delle Lettere mi è, francamente, oscuro. Si tratta di testi in cui non si raccontano fatti, privi di erotismo, solo trasudanti di lamenti per un amore perduto e pieni di accenni a sospiri, pianti, lamenti, lacrime versate da parte di una donna abbandonata. Forse fu considerato particolarmente conturbante il fatto che a scrivere fosse (nella finzione o nella realtà) una monaca, ma è vero o non è vero che nel Seicento il vestire l’abito religioso era più o meno una professione o un destino non più duro di altri, e che dunque era abbastanza comune che anche frati e suore avessero una loro vita sessuale? Per assurdo, la cosa potrebbe scandalizzare più adesso in cui certe pratiche sembrano del tutto bandite dai conventi. In ogni caso, i testi, fortunatamente brevi, sono oltremodo noiosi, anche se non privi di un garbo letterario che serve però solo ad annoiare ancora di più, privando le lettere dell’immediatezza che avrebbero avuto se fossero stati scritti in un tono più colloquiale e spontaneo. Ma non è certo la parte letteraria quella per cui le edizioni Nuages hanno pubblicato questo libro. Il testo serve solo a incorniciare sei illustrazioni di Milo Manara. 
Illustrazioni stupende, bellissime, va detto. Stampate su carta ad altra grammatura, riprodotte in modo eccellente, peraltro in copie numerate (la mia è la 1268 su 4000), si tratta di disegni loro sì conturbanti, che aggiungono malizia a un testo che non ne ha affatto. E del resto, Manara renderebbe malizioso anche “Sussi e Biribissi”.

venerdì 5 marzo 2021

LETTERE DALLA FINE DEL MONDO


 
 
Massimiliano Parente
Giorgio Vallortigara
LETTERE DALLA FINE DEL MONDO
La nave di Teseo
2021, brossurato
288 pagine, 18 euro

Scrive Massimiliano Parente a pagina 250: "Se questo nostro epistolario diventerà un libro, mi aspetto già le critiche che gli saranno mosse, perché a recensirlo saranno comunque persone credenti, letterati credenti, scienziati non credenti ma che non vogliono offendere le credenze, e comunque irreparabilmente ottimisti, oppure ruffiani. Tu te la caverai, perché hai un linguaggio gentile che sembra (sembra!) lasciare delle aperture, io no, perché non ho mezzi termini, e dunque sarò definito, come sempre, nichilista, materialista, eccetera, tutte queste belle invenzioni degli spiritualisti (sebbene non abbia mai visto uno spiritualista dire le sue idee spiritualiste facendo a meno della materia del suo cervello)". E in effetti è così: benché entrambi (uno scrittore che voleva essere uno scienziato e uno scienziato che voleva essere uno scrittore) siano su posizioni simili riguardo al trascendente (Vallortigara è autore anche di un saggio, "Nati per credere", in cui si studiano i meccanismi biologici della fede), il modo di porsi e proporsi dei due è differente. Parente è sempre lo straordinario e irrefrenabile polemista di "Scemocrazia" (ne ho parlato qui http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../scemocraz...), vittima di un pessimismo cosmico che gli fa sembrare (come dargli torto, del resto?) senza senso l'esistenza umana e il cosmo intero, senza possibilità di appello, e assurdi, se non grotteschi, i peana in onore della vita, da lui intesa come nient'altro che un divenire casuale privo di scopo. Vallortigara, senza cercare di dare alla realtà un senso che non ha, gioca però a fare l'antropologo nel villaggio degli indigeni. Scrive: "Una volta si diceva: o fai l'antropologo o fai il missionario. Se aderisci ai riti della tribù, le credenze le puoi studiare dall'interno (e aderire ai riti non significa riconoscercisi), e questo è il lavoro dello scienziato. Diverso è fare il missionario, il quale le credenze della tribù aspira a cambiarle. Non sono interessato a fare il missionario. Questione di gusti. Mi interessa, e molto, capire perché le persone credono quello che credono, ma non sento alcuna spinta a modificarne le credenze". Vallortigara non crede che la vita abbia un senso a priori, ma che glielo diamo noi perpetuandola. Il senso della vita è viverla. Il dibattito fra i due è vivace e talvolta elettrizzante, con continue citazioni letterarie e rimandi a esperimenti di studiosi riguardanti le convenzioni sociali e le credenze più diffuse (rapporti tra i sessi, atteggiamenti antiscientifici, la morte, l'amore, la bellezza, l'arte), spiegate su basi biologiche. Parente rifiuta di datare le sue lettere con il calendario che conta gli anni dalla nascita di Cristo e lo da dal 1859, anno della pubblicazione de "L'origine della specie" di Charles Darwin, e quindi il 2020 AD diventa il 161 DD. Del resto, come dice Richard Dawkings, più volte citato, di fronte alle eterne domande "chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?" bisognerebbe eliminare tutte le rispose date prima di Darwin. Una lettura stimolante, che invita a leggere la ricca bibliografia a cui rimandano le note.

domenica 7 febbraio 2021

LA FAMIGLIA MANZONI

 
 

 
Natalia Ginzburg
LA FAMIGLIA MANZONI
Einaudi
cartonato, 1983
350 pagine, 18000 lire


Vent'anni dopo il suo "Lessico famigliare", Natalia Ginzburg ne scrive uno dedicato a un'altra famiglia, anch'essa piena di parenti e di amici importanti, colti nella loro intimità domestica: quella di Alessandro Manzoni. In realtà, come spiega l'autrice, e come ben sottolinea il titolo, la sua non è una ricostruzione incentrata sulla figura di Alessandro, l'autore dei "Promessi Sposi", che alla fine risulta solo uno dei personaggi in un ritratto di gruppo parecchio affollato, ma proprio su una famiglia intera seguita per oltre cento anni, dal 1762 (nascita di Giulia Beccaria, figlia di Cesare e madre di Alessandro), fino a 1907 (morte di Matildina, figlia di Vittoria, settima figlia di Alessandro). Come la famiglia di origine della Ginzburg, figlia dell'illustre biologo Giuseppe Levi e frequentata da gente come Filippo Turati, Cesare Pavese, Adriano Olivetti, la famiglia Manzoni, non particolarmente ricca e non nobile, finisce per essere al centro di un giro di illustri personaggi, da Carlo Imbonati a Claude Fauriel, da Niccolò Tommaso a Giuseppe Giusti, ma anche Massimo d'Azeglio e Antonio Rosmini. La Ginzburg non si sofferma né sulle opere letterarie di Alessandro Manzoni, né sugli accadimenti storici del Risorgimento, né sulle idee politiche dei personaggi. Se ne accenna, certo, ma solo perché parte del vissuto quotidiano. La conversione al cattolicesimo di Enrichetta Blondel (prima moglie di Alessandro), per esempio, viene analizzata principalmente per i forti dissapori che provocò tra lei e la famiglia di origine, calvinista. Stupiscono, proprio dal punto di vista del vissuto quotidiano, le assurde regole (impraticabili) dettate dall'abate Degola a Giulia Beccaria e alla stessa Enrichetta per il loro percorso di fede. All'autrice interessano soprattutto gli aspetti domestici: i soggiorni estivi in campagna, i viaggi, le frequentazioni, i rapporti tra il parentado. Alessandro Manzoni, alla fine del saggio, ne esce come una gran brava persona, moderno anche nei suoi frequenti attacchi di ansia, umano nella sua balbuzie. Odiosi, invece, un paio dei suoi nove figli, Filippo e soprattutto Enrico, che sperperano il denaro e mendicano senza vergogna assistenza paterna lasciano ovunque debili da pagare. Le pecore nere ci sono in ogni famiglia, insomma. Colpisce, leggendo, l'estrema frequenza in cui qualcuno si ammala, resta tra la vita e la morte, si riprende, ha ricadute. Del resto, tanti dei protagonisti, tormentati da malattie senza fine, muoiono giovani: Enrichetta Blondel a quarantadue anni, la prima figlia Giulietta a ventisei anni. Si resta sbalorditi dalle assurde cure a cui gli ammalati sono sottoposti (di continuo, per esempio, ai salassi con le sanguisughe) e da come i medici brancolino nel buio. Un aspetto negativo del saggio della Ginzburg, costruito esaminando i diari le memorie e l'epistolario dei protagonisti, il continuo ricorso a interminabili citazioni dalle loro lettere. Pagine e pagine di lettere scritte in un linguaggio il più delle volte noioso perché rispondente a un modo di esprimersi prolisso e formale. Si preferirebbe che la Ginzburg riassumesse, ricostruisse le vicende, filtrasse. Ci si rende conto, comunque, di come fossero proprio le lettere il principale modo attraversi il quale si conservavano i rapporti famigliari, almeno nelle famiglie i cui membri sapevano scrivere e potevano permettersi i soldi dei francobolli.

sabato 25 novembre 2017

LETTERE A UN GIOVANE POETA



Rainer Maria Rilke
LETTERE A UN GIOVANE POETA
Mondadori 
1997, brossurato
100 pagine, 6.20 euro

"Le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica": uno dei più citati aforismi di Rilke è contenuto proprio in questo piccolo, ma aureo, libretto. Rainer Maria Rilke in realtà si chiamava René, ma si cambiò nome poco più che ventenne per dare un taglio con il passato vista l'infanzia infelice e solitaria che aveva condotto a Praga, dopo essersi trasferito nella più vivace Monaco. Fu solo l'inizio di un irrequieto spostarsi in giro per l'Europa (soggiornò anche in Italia e in Russia prima di stabilirsi in Svizzera) nonostante i pochi mezzi e la salute cagionevole: era deciso però a seguire la sua vocazione artistica e soltanto quella, perciò visse scrivendo nonostante in certi periodi della sua vita, come racconta egli stesso proprio in queste "Lettere a un giovane poeta", non avesse neanche i soldi per comprarsi i suoi libri. Tuttavia, prima l'aiuto di uno zio, poi uno stipendio corrisposto da un editore, gli permisero di essere ciò che voleva e soltanto quello: un poeta. A me è sempre stato simpatico fin da quando mi imbattei alle elementari in una sua poesia sul libro di lettura, "Il risveglio del vento":

Nel colmo della notte, a volte, accade
che si risvegli, come un bimbo, il vento.
Solo, pian piano, vien per il sentiero,
penetra nel villaggio addormentato.

Striscia, guardingo, sino alla fontana;
poi si sofferma, tacito, in ascolto.
Pallide stan tutte le case, intorno;
tutte le querce mute.

Le dieci lettere di Rilke raccolte in questo Oscar sono state tutte indirizzate, tra il 1903 e il 1908, a Franz Faber Kappus, che le ha pubblicate nel 1929 (tre anni dopo la morte del mittente, vittima della leucemia poco più che cinquantenne). Kappus, studente nella stessa accademia militare frequentata (suo malgrado) anche da Rilke, aveva scritto al poeta inviandogli in lettura alcune sue composizioni per averne un giudizio. Rilke gli rispose da Parigi con una garbata missiva che comincia così: "Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un'opera d'arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi". Fra il giovane poeta e il più maturo autore nizia una corrispondenza che ha per tema proprio la poesia e che è bellissima da seguire. "Lei mi domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radivi nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?".

mercoledì 4 maggio 2016

IL GIRO DEL MONDO



IL GIRO DEL MONDO
di Agatha Christie
Oscar Mondadori
cartonato, 2013
360 pagine, 16 euro

"Album di lettere e fotografie", avverte il sottotitolo: si tratta in effetti di una raccolta di missive e di scatti fotografici, più ritagli di giornale, depliant e cartoline, che raccontano un viaggio intorno al mondo di dieci mesi compiuto da Agatha e Archibald Christie nel 1922. Le lettere e le foto sono opera della stessa Christie, in gran parte inviate alla madre in Inghilterra da tutti i porti in cui fece scalo. Agatha era sposata da qualche anno con l'uomo che le avrebbe lasciato il cognome con cui fu nota tutta la vita (lei in realtà si chiamava Miller), era madre da pochi mesi, aveva già scritto tre libri. Da Archie, la Christie si sarebbe divorziata alcuni anni dopo (e poi sarebbe "scomparsa" per qualche tempo dando luogo a un giallo sulla sua sorte che appassionò il giornali dell'epoca). Non si deve credere, tuttavia, che il giro del mondo dei Christie sia stato il tour di una coppia di ricchi sfaccendati. Al contrario, si trattò di un azzardo economico compiuto da una famigliola con pochi mezzi che investì in quell'esperienza quasi tutto ciò che possedeva. L'occasione fu offerta dalla proposta fatta ad Archie da un amico, il maggiore Belcher, incaricato di recarsi nei "dominion" della Corona per preparare l'Esposizione Universale dell'Impero Britannico del 1924 che si sarebbe tenuta a Londra. Belcher (un incredibile bluffatore incompetente e dal carattere impossibile che avrebbe provocato non pochi guai ai Christie) voleva Archie come assistente e lo convinse a lasciare il suo impiego e a partire con lui. La presenza della giovane moglie Agatha servì a motivarlo (e lei realizzò il sogno di viaggiare che aveva sempre avuto). Le tappe furono il Sud Africa, L'Australia, la Nuova Zelanda, le Hawaii e il Canada, prima del rientro in Inghilterra. Le foto scattate dalla Christie ci mostrano il mondo qual era negli anni Venti, sono numerosissime e suggestive. I suoi testi sono quelli di una affabulatrice nata, una scrittrice di razza anche nel rivolgersi alla madre. Una chicca da non perdere.

lunedì 18 aprile 2016

LETTERA AL DOTTOR HYDE



LETTERA AL DOTTOR HYDE
di Robert Louis Stevenson
Sellerio
1994, brossura, 
70 pagine, 10.000 lire

Attenzione a non cadere in inganno: la lettera non è a Mister Hyde, personaggio immaginario nato dalla penna dello stesso Stevenson, ma a un omonimo Dottore, realmente esistente. Ma anche pensando che lo scrittore abbia voluto indirizzare una missiva, come gioco letterario, a una delle sue più celebri invenzioni, non si resta delusi scoprendo la verità sul caso (reale e non strano) e le circostanze concrete dell'invio di una lettera autentica come quella pubblicata da Sellerio. L'esaustiva introduzione di Athos Bigongiali serve e capire tutto. Innanzitutto siamo nel 1888, nell'ultimo periodo della vita di Stevenson, quando l'autore, per guarire dalla malattia che lo minava, aveva investito gran parte dei suoi averi nel noleggio di un panfilo con cui viaggiare, il più a lungo possibile, nei Mari del Sud. L'aria balsamica delle isole del Pacifico si rivelò in effetti un toccasana: lo scrittore riuscì a vivere fino 1894, portando con sé la famiglia che gli rimase vicina per tutto il tempo. Durante questo periodo visse alcuni mesi alle Hawaii, dove scrisse molti dei suoi più bei racconti brevi, e volle andare a visitare l'isola lebbrosario di Molokai. Lo fece a suo rischio e pericolo, imbarcandosi sulla nave che portava suore, medici e ammalati, convinto di dover vedere personalmente quel luogo di dolore, sinceramente colpito da quanti vi lavoravano per assistere gli sfortunati che vi erano confinati, oltre che dalle sofferenze delle vittime del male che, all'epoca, era ancora incurabile. Recandosi sul posto conobbe la storia di un missionario, Padre Damiano, che aveva lasciato il segno nei cuori di tutti. Costui era riuscito, con metodi talvolta non ortodossi, a ottenere aiuti per i suoi assistiti, a costruire ricoveri, a migliorarne le condizioni, condividendone la vita e poi morendo anche lui contagiato. Tuttavia, le invidie e le maldicenze, nate anche per il carattere poco accomodante che Padre Damiano manifestava nei confronti delle autorità, avevano dato vita a una campagna di discredito. Per esempio, si diceva che il missionario si era ammalato perché aveva rapporti sessuali con una indigena infetta. A Stevenson capitò di leggere un articolo pieno di queste dicerie scritte dal dottor Charles McEwen Hyde, direttore di una scuola di teologia che istruiva i giovani hawaiani al ministero protestante. Era noto per i suoi sermoni severi e castigati e sferzava il lassismo e la promiscuità degli indigeni. Proprio il contrario dell'atteggiamento di Padre Damiano, con cui era entrato in conflitto, al punto da imbastire una crociata contro di lui, da fare della distruzione della sua memoria una sorta di scopo della vita. E' dunque contro Hyde che Stevenson si scaglia nella sua lettera scritta in difesa di Damiano, argomentando punto per punto e smontando tutte le accuse. "Voi probabilmente non sapete neppure dove si trovi Molokai sulla carta", scrive Stevenson dando prova di scrittura potente e di arte oratoria degna del miglior avvocato. Straordinaria lettura, la difesa del missionario "sporco e rozzo", che si rimboccava le maniche e aiutava i malati, contro il teologo dandy e schifiltoso, moralista e bigotto. Da inserire tra i migliori scritti di Robert Luis.

domenica 10 gennaio 2016

IL SEGRETARIO GALANTE




IL SEGRETARIO GALANTE
di Cesare Causa
Collezione Salani, 1936 
Riedizione anastatica RBA 
2012

Si tratta di un volume della benemerita "Biblioteca del Ricordo" che ristampa nel formato originale i libri di scuola, devozionali, di manualistica spicciola o di letteratura per l'infanzia che leggevano i nostri nonni a tra gli anni Dieci e gli anni Trenta (e di cui abbiamo già parlato). "Il segretario galante", testo di una strepitosa comicità involontaria, ha come sottotitolo "Per imparare a scrivere lettere amorose, di discordia e di accomodamento con aggiuntovi l'epistolario amoroso degli amanti celebri". 

Si tratta, insomma, di un manuale per compilare missive d'amore, ma anche di litigio (se il caso), in anni in cui, mancando le chat e gli sms, gli innamorati (almeno quelli di un certo livello sociale) tenevano rapporti per via epistolare se non erano conviventi. Siccome non tutti avevano la penna facile e la risposta pronta, e un vocabolario abbastanza ricco nel proprio bagaglio culturale, ecco che Cesare Causa offre con dovizia lettere già pronte da copiare. Copiare, sì, ma con qualche accortezza. "E' utile avvertire", scrive infatti l'autore, "di non copiare letteralmente le lettere scelte per modello, ma cambiarle e adattarle in qualche parte e adattarle a seconda delle persone e delle circostanze. Se seguirete questo consiglio, scriverete delle bellissime lettere, e nessuno potrà dirvi che le avete copiate". Mi immagino il rammarico di chi inviava missive alla fidanzata sul modello suggerito, e riceveva puntuali risposte anch'esse ricalcate sui suggerimenti del Causa.
Tra le frasi amorose suggerite ce ne sono alcune come quella di chi sospirando confessa di "pronunziare una parola coll'accento ch'ella sola adopera", e fin qui tutto bene, ma anche di "vendere una casa in cui ella è caduta scendendo le scale". Vedi te per un'impedita che ti tocca a fare. Ma c'è di peggio: "baciare un cavallo ch'ella ha accarezzato", e vabbé, fa un po' schifo ma Edoardo Stoppa potrebbe ancora ancora approvare, ma anche "far morire un cavallo per portare alla nonna di lei un rosario dimenticato in un casa di campagna, distante venti miglia dalla città". Ci sono poi i "segnali convenuti", per potersi scambiare messaggi senza proferir parola, magari in un luogo pubblico dove non sia possibile avvicinarsi. Per esempio, "la soffiata di naso corrisponde al rullo del tamburo, perché richiama l'attenzione di chi la sente". Invece "asciugarsi la bocca con il fazzoletto vuol dire mandare un bacio al suo indirizzo", e rispondere con il medesimo gesto indica il voler contraccambiare. Spero che il fazzoletto non fosse lo stesso della strombata precedente. C'è tutta una simbologia, ovviamente, con i cannocchiali di teatro, il ventaglio, il sigaro. Il sigaro tenuto all'angolo sinistro della bocca, per esempio, vuol dire "io ardo e mi consumo per voi", togliersi il sigaro di bocca e portarlo dietro la schiena significa "vorrei parlarvi nascostamente". Chissà quanta gente, non sapendolo, ha fatto dei discorsi osceni solo perché non gli si accendeva la sigaretta e se l'è tolta e rimessa un bocca più volte. 
Quando si arriva alle lettere vere e proprie, è bello vedere l'inizio di alcune: "Signorina! Ebbi il piacere di vederla e udir la sua voce incantevole". Mi piace il punto esclamativo dopo "signorina". Lei risponde: "Signore, non le nascondo che la sua lettera mi ha oltremodo lusingata". E alla fine: "Le auguro dunque, per entrambi, un lieto successo presso mio padre". Si tratta infatti di ottenere dal babbo di lei "il permesso di fare all'amore", intendendo, alla vecchia maniera, l'autorizzazione al corteggiamento. Il campionario è amplissimo. 
Ma ci sono anche le lettere di litigio. Eccone una: "Donna infedele! Ora che dirai? Tutte le ciarle e le astuzie delle quali è capace il bel sesso, potranno scusare con fondamento ciò che purtroppo questa mattina hanno con evidenza osservato gli occhi miei? Bisogna credere che tu abbia degli interessi molto ma molto importanti con quella persona con la quale io ti ho veduta oggi in uno stretto colloquio. Donna menzognera! Sono dunque questi i sogni della nostra felicità, i giuramenti, la fede promessa? Ti ho finalmente scoperta!". Al che, oggi lei risponderebbe con un sonoro "ma vaffanculo!". Invece, ecco la formula che suggerisce il Causa: "Uomo indiscreto! Se tu riflettessi come sono ingiusti e vani i tuoi sospetti, son persuasa che ti vergogneresti di averli concepiti, e che cercheresti il modo di ritrattarli. Sai tu chi era quello con cui mi vedesti in stretto colloquio ieri mattina? Era mio fratello Daniele, arrivato martedì da Pisa, dove studia Giurisprudenza a quella università". Si, si. E le ha fatto vedere la torre. Risate garantite per 430 pagine.

sabato 8 agosto 2015

STORIA DELLE MIE DISGRAZIE



Abelardo
STORIA DELLE MIE DISGRAZIE
E LE LETTERE D'AMORE DI ELOISA
autobiografia - Newton & Compton
Tascabili Economici Newton
Collana 100 Pagine 1000 lire
Prima edizione - 1994
brossurato - lire 1.000


“Nihil credendum nisi prius intellectum”, dice il teologo Pietro Abelardo: “Non si deve credere in nulla se prima non lo si è capito”. Non c’è da meravigliarsi se a lungo le sue acute analisi della Bibbia e dei testi dei Padri della Chiesa gli abbiano causato persecuzioni e accuse di eresia, soprattutto dal suo più aspro avversario, Bernardo da Chiaravalle. Eppure, Abelardo non era certo uno che non credeva in Dio o che predicava la dissolutezza. Tuttavia, si poneva delle domande e invitava tutti a cercare delle risposte. 

"Historia calamitatum" è una breve autobiografia di Abelardo scritta come lettera a un amico perchè costui, sentendo narrate le disgrazie occorse al filosofo, si consolasse delle proprie. La scrittura di Abelardo è intrigante e avvincente, e nonostante i secoli di distanza il lettore moderno si sente partecipe della vicende romanzesche della sua vita, non certo limitate alla sua famosa storia d'amore con Eloisa. Meraviglia appunto la capacità di Abelardo di descrivere gli accadimenti senza eccessiva enfasi retorica, con precisione ed efficacia, senza ridondanza. Anche la Parigi dell'undicesimo secolo appare viva, credibile e reale; e soprattutto è coinvolgente la storia di passione con la giovanissima Eloisa, che costò ad Abelardo l'evirazione per vendetta da parte dello zio di lei, tale Fulberto. 

L'ottima introduzione di Gabriella D'Anna mette in evidenza come Eloisa si sia donata ad Abelardo con tutto il suo essere, anima e corpo, per tutta la vita: addirittura, la sua consacrazione a Dio (successiva all'evirazione del compagno) fu fatta non già per vocazione ma per adesione convinta alla richiesta dell'amato. Abelardo invece visse la sua storia con la ragazza con passione e trasporto finchè durò, dopo l'evirazione si convinse che Dio lo chiamava (proprio con quell'atto di violenza che aveva dovuto subire) ad elevarsi verso la trascendenza, e dunque il suo amore per Eloisa si stemperò in un ricordo meno passionale, in una visione filosofica della vicenda. Quando lei cominciò a scriverle lettere molto calde nella reminescenza dei loro trascorsi, Abelardo la invitò a non insistere su quel versante ma a seguirlo su piani più alti dell'esistenza. E lei, aderendo come sempre alle richieste dell'unico suo amore, non toccherà più certi tasti (due lettere d'amore di Eloisa sono contenute in appendice al volume). Molto interessante è anche seguire Abelardo nelle sue continue dispute filosofiche, il suo sapere catturare l'interesse degli uditori, il suo avere continuamente al seguito schiere di appassionati entusiasti della sua arte retorica; e come al solito, i geni scomodi suscitano risentimenti e invidie, e nei tribunali i mediocri hanno sempre ragione delle menti superiori perchè i giudici sono ottusi e miopi, legati alla lettera dei regolamenti, alla più grigia interpretazione delle scartoffie, incapaci di seguire l'intelligenza che si libra più alta dei loro assurdi codici. Infatti, Abelardo fu perseguitato e condannato proprio per l'esercizio del suo pensiero libero e superiore.