sabato 20 gennaio 2024

DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA

 


Leo Ortolani
DINOSAURI CHE CE L'HANNO FATTA
Laterza
cartonato, 2020
138 pagine, 15 euro
 
Ogni volume a fumetti di Leo Ortolani sorprende e diverte (personalmente sono stato sorpreso anche dall'insolito editore, Laterza) e anche questo dunque fa molto ridere (in questo non è una sorpresa, in effetti). La quarta di copertina mette in chiaro il carattere divulgativo dell'opera: vi si parla del regno dei dinosauri, "l'epoca più selvaggia e feroce che il nostro pianeta abbia mai conosciuto, prima dell'arrivo degli adolescenti".  La prima tavola conferma ancora di più che si vuol fare divulgazione: facciamo conoscenza, infatti, del conduttore di un programma televisivo chiamato "Misterius" (conduttore nel quale scatta l'irrefrenabile voglia di riconoscere Roberto Giacobbo), destinato a erudire e meravigiare l'incolta plebe. Il conduttore, con fare didattico e didascalico, ci introduce ai misteri del Mesozoico, del Permiano, del Triassico, del Giurassico e del Cretaceo, svelando i segreti della paleontologia e della ricerca ossessiva delle feci fossili dei dinosauri dalle quali tante cose si possono imparare. Il bello è che, pur mettendo tutto in burla, Ortolani (che non a caso è un geologo, come ben sanno tutti i suoi più fedeli lettori) divulga davvero e sostanzialmente spiega i diosauri meglio di molti conduttori televisivi (del resto l'autore non è nuovo a raccontare la scienza con l'umorismo, basterà pensare alla sua collaborazione con l'ESA). Naturalmente le battute e le gag non si contano e a me ha fatto paricolarmente ridere quella del Tirannosauro che non offre mai da bere agli amici perché ha il braccino corto. 
 

domenica 14 gennaio 2024

L’ALBERGO DEL PASSO


 

 
Claudio Nizzi
L’ALBERGO DEL PASSO
Adelmo Iaccheri Editore
Brossura, 2023
192 pagine, 16.90 euro


Di Claudio Nizzi scrittore, anziché sceneggiatore di fumetti (Tex, Nick Raider, Il Giornalino) ci siano occupati più volte. L’ultima, per esempio, per commentare il suo romanzo “Omicidio a Lerici”:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../omicidio...

Ma cliccando sulla voce “NIZZI, Claudio” collocata in ordine alfabetico nell’Indice degli Autori, potete trovare tutte le altre recensioni che danno, credo, un’idea abbastanza chiara dei suoi romanzi che potremmo definire del “ciclo di Borgo Torre”, arrivato a contare otto titoli:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../indice...

Anche “L’albergo del Passo”, uscito in prima edizione nel dicembre 2023, si inserisce nella scia dei precedenti, essendo ambientato nell’immaginario paese del Frignano (sull’Appennino modenese) che Nizzi chiama Borgo Torre ma che si può facilmente sovrapporre a Fiumalbo, località di origine dello scrittore. Anche il Passo del Duca, luogo dove è idealmente collocato l’albergo a cui fa riferimento il titolo, è chiaramente identificabile, al netto delle licenze poetiche, con il Passo dell’Abetone, attraversato da una celebre strada di importanza storica in quando fatta costruire dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo. L’ambientazione è quella degli anni Cinquanta, e fra i personaggi compare il maresciallo Caruso, figura ricorrente e solito condurre le indagini sui delitti che movimentano Borgo Torre e i paesi vicini (ma gli capita di indagare su un omicidio anche andando al mare). Ne “L’albergo del Passo”, tuttavia, Caruso si vede poco, salvo avere un ruolo da deus ex machina nel finale: i veri protagonisti sono Giulia e Marco, promessi sposi che il caso invischia in una situazione così brutta da mettere a repentaglio le nozze imminenti portando il loro rapporto sull’orlo dello scioglimento. La famiglia di Giulia è proprietaria di un vecchio albergo, che si è inaspettatamente popolato di ospiti in occasione dell’ultimo Natale prima della chiusura e della messa in vendita. A turbare il clima natalizio giunge però un delitto: tutto lascia supporre che l’assassino sia uno dei clienti, se non qualcuno del personale. I sospetti, destati da un indizio, si accentrano però su Marco, che il maresciallo chiude in cella in attesa di portare avanti gli interrogatori degli altri. L’intreccio giallo, sobrio e godibile, è però meno interessante rispetto al vero punto di forza della narrazione di Nizzi: la sua scrittura che già in passato ho definito ipnotica e che di nuovo accarezza il lettore con descrizioni essenziali e dialoghi piacevolissimi da seguire, sintetici anch’essi ma in grado caratterizzare i personaggi e fornire gli elementi necessari a portare avanti la trama. Un romanzo che, come al solito, si legge d’un fiato, quasi sorseggiandolo.

venerdì 12 gennaio 2024

WEIRD ZAGOR

 



Roberto Azzara
Giuseppe Maresca
WEIRD ZAGOR
IL FANTASTICO NELLA SAGA DELLO SPIRITO CON LA SCURE
Odoya
brossurato, 2023
488 pagine, 28 euro


Prima di tutto, bisogna mettersi d’accordo su che cosa si intende per “weird”. In realtà, chi ne parla tende a dire che non esiste una definizione precisa. Tuttavia si è più o meno tutti d’accordo nel ritenerlo un genere letterario imparentato con il fantasy e l’horror. Però, più si è weird, più si cerca di evitare di venire ingabbiati in un canone e di dover rispettare troppe norme e cliché. L’unica regola è raccontare qualcosa che inquieti, impaurisca e suggestioni i fruitori. Ci deve essere del bizzarro, dell’insolito, del fantascientifico, del mostruoso, del soprannaturale. Lovecraft, uno degli autori solitamente indicati come fra i più rappresentativi di questo tipo di narrativa, la descrisse così: “Il vero weird ha qualcosa di più di ossa insanguinate o catene tintinnanti. Deve essere presente una certa atmosfera di terrore che lascia senza fiato, inspiegabile, forze esterne e sconosciute; e ci deve essere una sospensione o sconfitta maligna di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos e i demoni dello spazio non scandagliato”. 
Chiediamoci adesso: ci sono collegamenti fra Zagor e il weird? Secondo Roberto Azzara e Giuseppe Maresca, autori di “Weird Zagor”, eccome. Del resto, se c’è un eroe che vive avventure il cui genere è difficile da definire a priori, quello è lo Spirito con la Scure: le sue storie, infatti, sono da sempre contaminate dalle suggestioni più diverse e costituiscono un crocevia dei più disparati generi che non di rado si mescolano tra loro. “Odissea americana”, per esempio, che narra di un viaggio in battello su un fiume inesplorato, comincia con un approccio realistico, ma poi lungo la navigazione si incontrano pericoli del tutto fantastici come quelli rappresentati da piante tentacolari carnivore e da scimmioni assassini. Un altro classico, “Il buono e il cattivo” propone una gara tra cugini per recuperare un oggetto che dà diritto a una eredità, ma per farlo i due devono attraversare una regione desertica popolata da misteriose creature subumane che vivono sottoterra. “Il re delle aquile” racconta di una banda che ha rapito il figlio di un capotribù indiano e pretende un riscatto in oro, ma il capo dei banditi ha acquisito lo strano potere di farsi obbedire dai rapaci. Insomma, bizzarro, insolito, mostruoso, sovrannaturale a ogni più sospinto anche quando i canoni sembrano quelli dell’avventura o del western. Sono sempre rimasto stupito di quei lettori che contestano il weird zagoriano ritenendo che l’eroe di Darkwood dovrebbe essere protagonista soltanto di racconti, diciamo così, “realistici”. Azzara e Maresca, censendo tutte, ma proprio tutte, le storie “fantastiche” dello Spirito con la Scure, dimostrano invece come la contaminazione tra i generi sia alla base del personaggio fin dall’inizio. La prima avventura analizzata è “L’uomo volante”, del settembre 1961; l’ultima è “Il capitano Nemo”, del luglio 2023. Nel mezzo, divise per decadi, le recensioni (con la puntuale analisi delle fonti e delle citazioni) di decine e decine di altre, con la precisa schedatura di vicende che, come Lovecraft voleva, lasciano senza fiato e sfidano le leggi della Natura. Chiude il volume una mia intervista sull’argomento.

giovedì 11 gennaio 2024

POOH TUTTI I TESTI

 

 
Andrea Pedrinelli
POOH
TUTTI I TESTI E LA STORIA DIETRO LE CANZONI
Sperling & Kupfer
Brossurato, 2003
374 pagine

Ho sempre pensato che tra i poeti del nostro tempo ci siano gli autori dei testi delle canzoni. Non soltanto perché, a tutti gli effetti, compongono veri e propri versi di poesia. C'è di più. La poesia, quella “ufficiale” e paludata, quella di coloro che non scrivono per la gente (come li definisce Roberto Vecchioni in un brano intitolato “La corazzata Potemkin”) , non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito della poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere.
La letteratura italiana nasce dopo che i trovatori provenzali,  tra il XII e il XIV secolo, hanno cominciato a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Ebbene, i versi di quei trovatori erano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Mi infastidiscono sempre quelli che snobbano i parolieri italiani ma anche coloro che riconoscono il titolo di poeta soltanto a qualcuno, magari Mogol, ignorandone altri, come due che (a parer mio) sicuramente lo meritano quali Giancarlo Bigazzi e Valerio Negrini. 
Proprio di Negrini sono la gran parte dei testi di canzoni raccolti in questo libro, che mette in fila oltre trecento composizioni da lui scritte per i Pooh (in tutto i brani sono 356, ce ne sono comprese alcune decine firmate da Stefano D’Orazio). Per motivi misteriosi, c’è chi i Pooh li detesta a priori. Fermo restando che ognuno ascolta la musica che gli fa bene e gli assomiglia, e che mal digerisco le critiche alla musca ascoltata dagli altri (la musica è un dio bambino, scrive appunto Negrini), secondo me costoro si sono persi tante emozioni, tanti bei concerti, tante belle canzoni che sembrano scritte su misura della vita di ciascuno. Sulla lavagna del mio cuore (tanto per citarlo), Negrini ha lasciato parecchi segni. Nato a Bologna nel 1946, morto a Trento nel 2013 all’età di 67 anni, Valerio non era il “quinto Pooh”, era il primo: fu lui, infatti, che era batterista, a fondare il gruppo, nel 1966, per poi ritirarsi nel 1971. Andrea Pedrinelli, che conosce il minimo segreto del gruppo composto da Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, analizza ogni canzone svelandone i retroscena, elencandone le cover e le nuove incisioni, l’eventuale presenza nella scaletta dei concerti.
Talvolta bastano due righe, in una canzone, per farla sentire nostra. Il paroliere dei Pooh (ma anche di molti altri cantanti) ha avuto il magico talento di raccontare la vita com’è, e non di quella finta di cui parlano quelli nei cui testi “amore” fa rima con “cuore”.  Io ne ho sperimentate parecchie, di situazioni come quelle descritte dall’autore, a partire dal fatto che sono nato un po’ in collina e rotolato giù:

Quelli nati un po’ in collina
fatti in casa come me
caricano a testa bassa e in qualche modo passano

e naturalmente ho scoperto che

gli amori fanno i nodi come i fili dei microfoni.

(Quelli nati un po’ in collina, 1983).

Anch’io, a certe ragazze avrei potuto dire

Entrasti come arriva un uragano
successe come quando passa il vento.

(Tutto alle tre, 1970)

E a qualcun’altra ho chiesto di darmi solo un minuto, un respiro di fiato, un attimo ancora, per convincerla a non gettare alle ortiche la nostra storia, e poi le ho detto

Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?
dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando.

(Dammi solo un minuto, 1977).

Ma mi è successo pure di dover fare le valigie, cambiando amici e città, salutandola con il groppo in gola:

prendo soltanto la mia vita con me
cambiano posto i giorni miei
col resto fanne ciò che vuoi.

(Dove sto domani, 1981)

Ho avuto donne di quelle che sanno e non possono dir niente, a cui nessuno di solito dedica le canzoni, ma che sono dovunque perché la vita non segue le regole e rompe gli argini:

Sei l'altra donna,
la libertà,
quella che sa perché ritorno.

(L’altra donna, 1990)

E infatti poi scoppia prepotente il bisogno di non nascondersi più e un vento ci gonfia le vele:

Invece adesso ho il vento dentro l'anima
perché non si torna indietro
e adesso non c'è più bisogno di nasconderci
pensando che sia sbagliato
siano lacrime, siano brividi
al mio cuore gli ho detto di sì.

(Vento nell’anima, 2010)

Ma ci sono anche gli “altri uomini”, perché ogni donna, a qualunque età, ha il diritto d’amare:

Piegato in un pacco sottile
c'è il tuo vestito di qualche anno fa;
memoria di un amore che fu primavera
e adesso è precaria routine.
Eppure lo specchio è gentile,
non mostra quasi traccia del tempo che va,
si vedono ragazze coi libri di scuola
che sembran più vecchie di te,
ma lui si addormenta leggendo,
è già tanto se c'è.
 
(Diritto d’amare, 1996)

Ma mi sono anche ritrovato a essere un uomo solo, più volte, in cerca di equilibrio, in attesa di capire, pregando, sperando di essere aiutato a ritrovare il filo:

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo
è soltanto un uomo solo.
 
(Uomini soli, 1990)

La disperazione, la solitudine, la diversità, la discriminazione sono temi che Negrini non ha mai avuto paura di affrontare, scrivendo di soldati di leva o in missione di pace, di prostitute e di omosessuali, di femminismo e manifestazioni di piazza, di carcerati, di giornalisti, di emigranti, di donne stuprate (“se non lo fa nessuno, vi chiedo scusa io”), di ragazze madri, di padri e di figli, di popoli sotto la dittatura, di etnie perseguitate, di guerre e di speranze, di Dio e del suo intollerabile silenzio. Sempre, Negrini ha fatto appello alla speranza nel cielo blu che è comunque in attesa sopra le nuvole, un cielo senza scale su cui ci si deve arrampicare, attingendo alla forza interiore che ognuno ha dentro di sé, senza aspettarsi aiuti da nessuno, senza guardare di sotto mentre si attraversa i ponte (“fa paura se ti fermi a metà”), senza aspettare il futuro, dato che “troppo passato è già andato via”.

Ma il cielo è blu sopra le nuvole
e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere
senza bisogno di nessuno.

(Il cielo è blu sopra le nuvole, 1992)






domenica 7 gennaio 2024

LA TAVOLA FIAMMINGA

 


 

Arturo Pérez-Reverte

LA TAVOLA FIAMMINGA

Bompiani

Brossurato, 1999

320 pagine -  lire 26.000

 

Grande scrittore, Pérez-Reverte (1951), fin dagli esordi. “La tavola fiamminga” è del 1990, terza opera narrativa dopo “L’ussaro” (1986) e “Il maestro di scherma” (1988). Abilissimo nelle ricostruzioni storiche (di grande successo il ciclo del suo “Capitan Alatriste”), l’autore spagnolo eccelle anche nel giallo. Lo dimostra appunto in questa sua opera in cui le indagini per scoprire un assassino costituiscono l'asse portante e assolutamente dominante della narrazione. Tuttavia, per quanto la storia di detection costituisca l'oggetto del romanzo, non si tratta di un giallo tradizionale. Del resto, a posteriori, è facile capire che non avrebbe potuto esserlo: Pérez-Reverte è un autore con una propria cifra stilistica personale e inconfondibile, e le sue trame poggiano sempre su una robusta documentazione e su una straordinaria cultura, quasi una erudizione, per rimanda continuamente al passato, alla letteratura, alla musica, alla pittura. Se nel "Club Dumas" al centro del romanzo ci sono i libri antichi, qui c'è una tavola dipinta alla fine del Quattrocento da un pittore fiammingo, Pieter Van Huys, raffigurante due giocatori di scacchi e una dama in nero che li osserva dallo sfondo. Julia, la restauratrice chiamata a intervenire sul quadro in vista di un'asta miliardaria scopre che lo stesso pittore, cinquecento anni prima, aveva celato sotto i colori una scritta: "Quis necavit equitem", e cioè: chi ha ucciso il cavaliere? Ricostruendo la storia del quadro e identificando le figure, storiche, che vi compaiono, Julia appura che uno dei due personaggi maschili era morto da poco quando la tavola fu dipinta, ucciso misteriosamente per colpa di una congiura di palazzo. Poiché la vittima fu amico del pittore, è chiaro che Van Huys volle indicare chi lo aveva ucciso proprio utilizzando il quadro. Un vecchio amico di Julia, un antiquario omosessuale di nome Cesar, ritiene che la soluzione dell'enigma sua nella scacchiera che compare nel dipinto, e mette la ragazza in contatto con Munoz, esperto scacchista. Costui, sia pure con qualche difficoltà, ricostruisce la partita che si sta giocando nel quadro e scopre chi é che ha "mangiato" l'unico cavallo, quello bianco, che manca nella scacchiera raffigurata. Si scopre chi è stato giocando la partita a ritroso e si giunge alla soluzione del giallo di cinque secoli prima. Però, intanto, qualcuno interessato al quadro uccide anche nel presente, attorno a Julia, e ben presto è chiaro che è qualcuno che continua a identificarsi con colui che "mangia" personaggi facilmente identificabili con altri pezzi, come Menchu Roch, attempata ninfomane gallerista, amica di Julia, il cui cognome significa appunto "Torre”. Molto cerebrale la spiegazione del perché e del percome, al pari della descrizione delle mosse degli scacchi, fatte con il corredo di schemi illustrati, e l'illustrazione della filosofia sottile della partita che si sta giocando. Tutto assolutamente intrigante.

martedì 2 gennaio 2024

BIBBIA RIDENS

 

 
Roberto Beretta – Elisabetta Broli
BIBBIA RIDENS
Piemme
Prima edizione 2005
brossurato
150 pagine -  euro 10

Si tratta di una raccolta di aforismi, di freddure e di barzellette sul tema di Dio e della Bibbia. I due autori, entrambi cattolici (lui giornalista di “Avvenire”, lei studiosa di teologia) e con all’attivo altri libri di matrice cattolica seppur dedicati a temi “scomodi” (“Peccato non farlo”, sul sesso, e “Le bugie della Chiesa”), raccolgono battute anche mordenti di argomento religioso, senza mai scadere nel blasfemo (e questo, che forse è un pregio, di sicuro è un limite). Alcune barzellette sono non soltanto vecchie (per le barzellette non è un peccato) ma chiaramente “adattate” per rientrare nel tema proposto dai vari capitoli (si segue la Bibbia come fil rouge), tuttavia non di rado si sorride o addirittura si ride. Manca una introduzione (a parte le poche righe in quarta di copertina) e manca un qualsiasi testo di commento (a parte dei box in corsivo con i riferimenti agli episodi biblici a cui si riferiscono le battute di ogni capitolo). Il libro è arricchito dalle vignette di Emanuele Fucecchi, talvolta simpatiche. Ecco una selezione degli aforismi migliori.

Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo? (Gesualdo Bufalino)
Io non so se Dio esiste, ma se esiste, spero che abbia una buona scusa. (Woody Allen).
Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore. (Stefano Benni)
Penso che ci siano due Dio. Ognuno dei quali è convinto che a prendersi cura di me sia l’altro. (Ashleigh Brilliant)
Se fossi stato presente alla creazione, avrei dato alcuni suggerimenti per una migliore sistemazione dell’universo. (Alfonso il Saggio, re di Pastiglia).
Quando Dio creò l’uomo, era già stanco. Ciò spiega molto. (Mark Twain).
Dio, quando vide che tutto era buono, perché non ha smesso? (Wolfgang Eschker)
Il dio dei cristiani è un padre che fa un gran caso alle mele e poco ai suoi figli. (Denis Diderot)
Dio mi ha fatto imperfetto e mortale. Permettete che sia un po’ seccato. (Pino Caruso)
Dio nella sua saggezza fece la mosca, poi si dimenticò di dirci perché. (Ogden Nash)
Se Dio ci avesse creato con l’intenzione di non farci masturbare, ci avrebbe fatto le braccia più corte. (Gorge Catlin)
La sola cosa peggiore di essere un credente afflitto dal dubbio che Dio non esista, è essere un ateo afflitto dal dubbio che Dio esista. (Achille Campanile)
Dio c’è, ma lavora a un progetto molto meno ambizioso. (Graffito su muro - Londra)
Dio c’è, o ci fa? (Graffito su muro - Roma)
Le vie del Signore sono infinite. E’ la segnaletica che lascia un po’ a desiderare. (Anonimo)
Riponi la tua fiducia in Dio e tieni asciutta la polvere da sparo. (Oliver Cromwell)
Se Dio sta con i più deboli, perché vincono sempre i più forti? (Anonimo)
Errare è umano, pentirsi è divino, perseverare nel pentirsi è cattolico. (Mirco Stefanon)
Se la donna fosse una buona cosa, Dio ne avrebbe una. (Anonimo)
Il diavolo è ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini. (Karl Kraus)
Se la Bibbia prova l’esistenza di Dio, allora i fumetti provano l’esistenza di Nembo Kid. (Anonimo)
Quando ero piccolo ogni domenica mio padre costringeva mia madre a  portarmi a messa perché non voleva che venissi su cattolico. (Daniele Luttazzi)
Credo nel Dio che ha creato gli uomini, non nel dio che gli uomini hanno creato. (Alphonse Karr)
Se lo spirito è forte e la carne è debole, perché vince sempre la carne? (Anonimo)
La castità è quella virtù che i preti si tramandano di padre in figlio. (Anonimo)
Sono contrario ai privilegi del clero: chiedo l’abolizione del celibato. (Markus M. Ronner).