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martedì 21 ottobre 2025

L’ISOLA DEGLI IDEALISTI

 
 

Giorgio Scerbanenco
L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
La nave di Teseo
2018, brossurato
230 pagine, 17 euro

Di fronte a piccoli capolavori come “L’isola degli idealisti”, e l’aggettivo “piccolo” è soltanto prudenziale, vien fatto di chiedere quanti altri gioielli inediti di Giorgio Scerbanenco (1911-1969), nascondano gli archivi. Infatti, questo straordinario romanzo è riemerso dopo oltre settantacinque anni dalla sua stesura, avvenuta tra il 1942 e il 1943 all’albergo Toledo sul lago d’Iseo, dove lo scrittore si era ritirato per poter lavorare (collaborava con diverse testate) al riparo dai bombardamenti che bersagliavano Milano, poco prima di fuggire in Svizzera (come fece anche Giovanni Luigi Bonelli, un altro milanese macinatore di trame). Cecilia Scerbanenco, nella sua prefazione, commentando il ritrovamento dell’opera e le poche notizie che riguardano la sua mancata pubblicazione dopo l’effettiva consegna alla stampa, si dice convinta che fosse stata commissionata dal “Corriere della Sera” per la pubblicazione a puntate (trenta, secondo un appunto dell’autore). Alcuni titoli andarono dispersi, “smarriti nel caos scatenatosi in tutta Italia dopo l’8 settembre del 1943”, spiega la prefatrice.  “Una macchina per scrivere storie”, così Oreste del Buono definiva Scerbanenco, narratore “in grado di scrivere quattro o cinque novelle, di mandare avanti due puntate di romanzi, di tenere due o tre rubriche di corrispondenza e di buttar giù, sempre nella stessa, unica settimana, un numero imprecisato di pezzi e pezzetti necessari al completamento di questa o quella testata”. Il corpus di romanzi e racconti dello scrittore ucraino naturalizzato milanese è sterminato e comprende opere dei generi più diversi  (fantascienza, rosa, giallo, western), anche se la vera popolarità gli venne, un po’ tardiva, con il ciclo noir dedicato al personaggio, un medico radiato dall’Albo per aver praticato una eutanasia, Duca Lamberti. Di Scerbanenco e della sua vita avventurosa abbiamo già parlato recensendo “Venere privata” (potete cliccare sul titolo per saperne di più).
Lo spunto de “L’isola degli idealisti” è brillante e originale: sull’Isola della Ginestra, un piccolo scoglio in mezzo a un non precisato lago, vive placidamente, intorno agli anni Trenta, la famiglia (decisamente benestante) del bizzarro Celestino Reffi, medico non praticante con la passione per la matematica e per gli esperimenti insoliti (come riuscire a far contare il cane di casa), composta, oltre che da lui, da sua sorella Carla, scrittrice sena successo e dal loro padre Antonio, otorinolaringoiatra in pensione, dai cugini spiantati Vittorio Bras e da sua moglie Jole, dall’alano Pangloss e dalla servitù, tra cui spicca il custode Marengadi. La tranquillità della villa abbarbicata sullo scoglio è infranta, una sera, dall’irruzione di due ladri d’albergo, Guido e Beatrice, braccati dalle forze dell’ordine, che chiedono di venire nascosti per la notte e di poter riprendere la fuga il mattino successivo. Celestino accetta di dare loro asilo a patto che si trattengano sull’isola dove lui si occuperà di educarli all’onestà: se ne andranno solo se diventeranno persone per bene. Un altro dei singolari esperimenti del giovane Reffi, agli occhi degli altri famigliari, che ne prevedono l’inevitabile fallimento ma non si oppongono. Il susseguirsi degli avvenimenti non è però tanto facilmente immaginabile e i colpi di scena si susseguono. Magistrale Scerbanenco nel caratterizzare ciascuno dei personaggi e nel farli muovere in modo imprevedibile, fino a rovesciare i pronostici.


mercoledì 20 agosto 2025

LA FUGA DEL SIGNOR MONDE

 

Georges Simenon
LA FUGA DEL SIGNOR MONDE
Adelphi
2011, brossura
160 pagine, 18 euro

La produzione letteraria di Georges Simenon (1903-1989) si divide in romanzi con Maigret e senza Maigret.  Entrambi i gruppi di opere sono sterminati: in totale, più di quattrocento titoli (senza contare racconti, articoli e saggistica). L’autore era in grado di scrivere ottanta pagine al giorno, senza che la quantità andasse a discapito della qualità. Si racconta di una telefonata di Alfred Hitchcock allo scrittore: “Monsieur Simenon è impegnato nella stesura di un romanzo”, spiega la segretaria. E il regista: “Va bene, attendo in linea”. 
I casi del celebre commissario iniziano a venire pubblicati nel 1931, ottenendo un grande successo di pubblico, pubblico che Simenon non volle mai deludere giungendo a dare alle stampe settantacinque romanzi  con protagonista Maigret. Parallelamente, però, firmò con regolarità anche quelli che lui definiva i romans durs: pur ritenendoli la sua produzione migliore, non rinnegò mai, giustamente, i suoi polizieschi. Insomma, ecco uno scrittore di genere che avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura, che non ebbe forse proprio per la spocchia degli accademici svedesi messi di fronte a un autore (anche) di  gialli.  
Alcuni dei “romanzi duri” sono autentici capolavori: de “L’uomo che guardava passare i treni” (1938) abbiamo parlato in questo stesso spazio (come di molti altri). Cito questo titolo perché, in qualche modo, “La fuga del signor Monde” (1932) si può collegare alla fuga di Kees Popinga. C’è un altro paragone possibile, quello con “Il fu Mattia Pascal” (1904) di Luigi Pirandello, tolti i risvolti da commedia. In tutti questi casi un uomo improvvisamente scompare, fuggendo dalla gabbia della propria vita precedente, da una famiglia, da un trantran intollerabile. Norbert Monde è il più ricco dei tre, e si allontana da Parigi, a bordo di un treno, dopo aver cambiato aspetto, con trecentomila franchi appena ritirati in contanti dal proprio conto in banca. Un gesto improvviso, ma non inaspettato per lui che lo mette in atto: «Probabilmente lo aveva sognato spesso, o ci aveva pensato così tanto che adesso aveva l’impressione di compiere gesti già compiuti». A differenza di quella di Kees Popinga, l’uomo che guardava passare i treni, il signor Monde non va incontro a esperienze drammatiche, a parte il furto del denaro che subisce quasi subito ma che non lo turba più di tanto vista l’ansia di libertà che lo pervade. L’affascinante scrittura di Simenon, coinvolgente e musicale, ci incanta descrivendo non solo i moti dell’animo del protagonista ma i tanti ambienti che si trova ad attraversare (in particolare di Marsiglia e di Nizza) e la variegata umanità con cui entra in contatto, mentre a Parigi moglie e figli lo cercano. Da ricordare la figura dell’entraineuse Julie, con cui Monde instaura una relazione libera e senza vincoli. La fuga di Norbert si rivela un percorso di crescita interiore che gli fa raggiungere una piena consapevolezza di se stesso, e che giustifica il finale decisamente sorprendente. Un romanzo senza alcun elemento poliziesco (se non per la denuncia di scomparsa presentata alla Polizia dalla moglie del protagonista), non il migliore di Simenon, ma consigliabile come ogni romanzo dello scrittore belga.






mercoledì 18 marzo 2020

KELLER




Luigi Magnacco
Paolo Raffaelli
KELLER
Sergio Bonelli Editore
2018, brossurato
304 pagine, 22 euro

"Keller" è stato uno dei primi fumetti Bonelli a uscire prima in edizione da libreria e poi, parecchi mesi dopo, in tre albi da edicola, nella collana di graphic novel da edicola "Le Storie". Un altro segno della trasformazione della Casa editrice milanese in una media company attiva su più fronti. "Keller" è comunque un prodotto che ben si presta alla pubblicazione in volume, come graphic novel, non avendo un protagonista seriale e proponendo tavole dal tratto sofisticato, graffiato, lontano dalla pulizia del fumetto bolentino tradizionale. La storia, di gangster, dai tratti noir e hard boiled, ambientata negli States tra gli anni Venti e i Trenta, è congeniale a Mignacco, di cui si ricorda con piacere "Il detective senza nome", pubblicato a puntate sulla rivista "Orient-Express" e illustrato da Massimo Rotundo. La storia, che comincia con un drammatico avvenimento, è quella di una vendetta covata per anni, portata dalla Sicilia fino in America, e la domanda a cui si cerca di dare risposta è se Kid Carter, killer della mala, e Tom Keller, mite benzinaio sposato e con un figlio, siano o no la stessa persona. Il volume piacerà soprattutto agli appassionati degli hard-boiled di Hammett e di Chandler,  e se vogliamo parlare di debiti cinematografici si possono ricordare dei classici d’epoca come “Piccolo Cesare”, “Scarface”, “Nemico Pubblico”,  o più recenti, quali “C'era una volta in America”, “Gli Intoccabili”, “Era mio padre”, Per dirla con Marco Nucci, autore dell'intervista in appendice a Raffaelli, “una bellissima dichiarazione d'amore a un intero immaginario”. Mignacco e Raffaelli hanno realizzato insieme anche un numero de “Le Storie”, la collana di “graphic novel” da edicola, quello intitolato “I combattenti”.




sabato 14 settembre 2019

CELESTINO E LA FAMIGLIA GENTILISSIMI



Achille Campanile
CELESTINO E LA FAMIGLIA GENTILISSIMI
Rizzoli
2004, brossurato
240 pagine, 8 euro

Se accettate un consiglio, fatevi un regalo e leggete questo libro. Io ho trattenuto a stento le risa (soffocandole in singhiozzi inconsulti) durante un viaggio in treno, osservato con perplessità dai passeggeri attorno. Datato 1941, scritto da uno dei massimi umoristi italiani (Achille Campanile, 1899-1977), "Celestino e la famiglia Gentilissimi", oltre a essere un esercizio di stile che vede l'autore portare avanti il racconto senza io narrante ma producendo lettere, telegrammi, e testimonianze di informati sui fatti alternati a sketches da avanspettacolo, è anche una esilarante denuncia delle ipocrisie della famiglia perbenista. Il destro Celestino, non si sa bene invitato da chi, forse per propria iniziativa, si presenta nella villa al mare dei conti Gentilissimi e, benché tutti in casa vorrebbero godersi le vacanze senza seccatori fra i piedi, nessuno osa dirgli di andarsene (per non sfigurare, in rispetto delle convenzioni sociali). Così il giovanotto si autonomina ospite a vita e segue dovunque i Gentilissimi, i quali cercano in tutti i modi di liberarsene, beninteso, senza mai figurare e, anzi, ostentando benevolenza assoluta. Ma qualunque trucco, stratagemma, inghippo, trappola, atto criminale messo in atto contro Celestino si ritorce contro i Gentilissimi in un susseguirsi di episodi sempre più divertenti. Che ne sanno, gli autori degli ignobili meme che imperversano sui social, di Achille Campanile.

lunedì 22 luglio 2019

IL GIARDINO DELLE BELVE




Jeffery Deaver
IL GIARDINO DELLE BELVE
Rizzoli
brossurato, 490 pagine
2008, 9.60 euro

Anche se Jeffery Deaver (Chicago, 1950) è noto soprattutto per il suo investigatore tetraplegico Lincoln Rhyme (protagonista del suo romanzo più celebre, "Il collezionista di ossa"), questo "Garden of Beasts" (2004) appartiene alla sua produzione "libera" e ha vinto il Premio Ian Fleming: si tratta infatti di una spy story, anche se non propriamente alla James Bond. Il sottotitolo in inglese spiega: "A Novel of Berlin 1936". L'ambientazione è berlinese, il momento storico quello dei giorni dell'apertura delle Olimpiadi del '36. Fra i personaggi c'è addirittura Jesse Owens (che avrebbe vinto quattro medaglie d'oro, indispettendo Hitler), ma sono tante le figure storiche chiamate in causa, a partire dai maggiorenti tre Terzo Reich. Straordinariamente accurata è la ricostruzione del clima politico e della vita quotidiana nella Germania sotto il nazismo a pochi anni dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale. "Il giardino delle belve" merita una lettura anche soltanto per questo. Ma c'è anche dell'altro, ovviamente. Come per tutti i romanzi di Deaver, già dopo il primo capitolo si rimane intrappolati nella rete narrativa dello scrittore, in grado di tenerci ipnotizzati sulle sue pagine per vedere che cosa succede e come succede, prima che come vada a finire. Un talento mostruoso, il suo. Un altro talento, quello del colpo di scena, del rimescolamento delle carte. La combinazione di tutti questi elementi dà vita a un romanzo memorabile, nel suo genere. Ma già che l'unica distinzione fra i generi che conti è quella fra libri che annoiano e libri che emozionano. "Il giardino delle belve" emoziona, insegna, stimola riflessioni. Protagonista ne è Paul Schunann, killer della mala messo in trappola dall'FBI, ingaggiato da governo americano per compiere una missione in Germania: quella di uccidere Reinhard Ernst, consigliere di Hitler. In cambio, gli vengono promessi la libertà e un gruzzolo bastante a rifarsi la vita. Schumann si aggrega al gruppo di giornalisti USA giunti a Berlino per le Olimpiadi e si organizza per portare a termine l'incarico. Brividi garantiti. C'è spazio anche per una breve, intensa e non banale né prevedibile storia d'amore e per un epilogo da cui si può trarre una morale.

venerdì 3 maggio 2019

LESSICO FAMIGLIARE




Natalia Ginzburg
LESSICO FAMIGLIARE
Einaudi
218 pagine, 15.49 euro


Vincitore del Premio Strega nel 1963, “Lessico famigliare” è un album di ricordi dell’autrice. Natalia Ginzburg narra, giurando di dire il vero ma ammettendo di non poterlo dire tutto (“perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”), raccoglie frammenti di vita famigliare, racconta aneddoti, recupera emozioni, descrive il variegato carattere delle persone così come apparivano ai suoi occhi di bimba prima, di adolescente poi, di donna infine (ma in minor parte). I genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti vicini e lontani, gli amici di famiglia: tutti compaiono con il loro vero nome o, a volte, soprannome. Non se ne ricavano biografie complete ma ritratti emozionali. Ciascuno di noi potrebbe, nei limiti del nostro proprio talento di affabulatori, riempire un libro del genere raccontando i ricordi di infanzia, perché tutti abbiamo avuto, e abbiamo, un “lessico famigliare” di riferimento: frasi ricorrenti, esclamazioni, modo di dire, atteggiamenti, giudizi sugli altri tipici del padre e della madre, dei nonni o degli zii. Natalia Ginzburg, sicuramente più dotata di noi quanto a capacità di scrivere e descrivere, ci parla della sua famiglia. La figura che più emerge è quella del padre, Giuseppe Levi, importante biologo e professore universitario, perseguitato dal regime perché ebreo (e antifascista). Uomo burbero come quant’altri mai, talmente antipatico da essere simpatico per paradosso. Ma il teatrino famigliare che gli ruota attorno, sullo scenario della Torino tra gli anni Venti e i Cinquanta, è variegato di personaggi caratterizzati ciascuno in modo diverso come diversi sono i caratteri (che peraltro mutano nel tempo). Colpisce, per quanto la Ginzburg ne parli come di assoluta normalità di frequentazioni, la quantità di figure storiche illustri che compaiono nel libro, elencate nel novero degli amici o dei conoscenti: i fratelli Rosselli, Filippo Turati, Ugo Pajetta, Adriano Olivetti, Pitigrilli, Cesare Pavese e naturalmente Leone Ginzburg, l’intellettuale antifascista morto in carcere a Roma, che Natalia sposò e dal quale ebbe due figli (poi ci fu un secondo marito). Benché “Lessico famigliare” non tracci puntualmente il quadro storico delle vicende politiche, ma vi faccia riferimento soltanto per quanto poteva essere percepito e compreso dall’autrice bambina, è inevitabile ricavarne uno spaccato della realtà italiana durante il fascismo. La Ginzburg non dipinge niente a tinte cupe, ma certamente gli anni al confino, la rocambolesca fuga in Francia di un fratello, la prigionia di un altro così come quella di tanti amici, la deportazione di parenti e conoscenti, la clandestinità sono tutti avvenimenti raccontati con dolore. Il tono complessivo del libro resta comunque brillante, divertente. Si ride, talvolta. In altri casi ci si commuove o ci si preoccupa. Come capita nella vita.

domenica 1 luglio 2018

TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI







Casty
Massimo Bonfatti
TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI
Disney Panini Comics
cartonato, 2017
82 pagine, 30 euro

I classici meritano sempre delle edizioni de-luxe, anche quando, in realtà, sono recentissimi e sul fatto che davvero passeranno alla storia si può soltanto scommettere. Personalmente non ho mai avuto dubbi sulla "Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi", sulla prima avventura di Paperinik, sulla biografia di Zio Paperone scritta e disegnata da Don Rosa. E nessuna esitazione mi ha colto nel giudicare un capolavoro "Tutto questo accadrà ieri" di Casty e Bonfatti fin dalla sua prima apparizione sulle pagine di Topolino. Già la presenza di Massimo Bonfatti, per la prima volta in versione disneyana, bastava ai miei occhi a garantire al racconto di Adrea Castellan (ottimo sceneggiatore ma anche eccellente disegnatore in proprio) una particolare rilevanza prima ancora di cominciare a leggere. A lettura ultimata, la rilevanza è risultata totale. A distanza di tempo, la riproposizione in volume cartonato con sopraccoperta-poster ha confermato le prime impressioni e anzi, rileggendo il tutto, ho notato cento altre sfumature che hanno aumentato la mia considerazione. Innanzitutto c'è un'idea alla base della storia: far incontrare il Topolino di oggi con quello degli anni Trenta (che viveva in un mondo piuttosto diverso, in cui per esempio Pippo non era affatto la "spalla" fondamentale dei giorni nostri). Poi c'è una storia ben congegnata, narrata con un tripudio di gag molto divertenti. Quindi, c'è Topolino (mentre si sa che in genere sono i Paperi a imperversare) e si tratta di un Topolino avventuroso. Per concludere ci sono i viaggi nel tempo e i paradossi temporali che a me piacciono sempre un sacco. Infine ci sono i disegni, realizzati in coppia da Casty e da Bonfatti ma dove il genio bonfattiano si vede eccome. Se dipendesse da me, Bonfatti sarebbe assunto in pianta stabile alla Disney e disegnerebbe tutte storie "d'epoca" in stile anni Trenta.

martedì 16 gennaio 2018

UN DELITTO IN OLANDA




Georges Simenon
UN DELITTO IN OLANDA
Adelphi 
1996, brossurato
146 pagine, 10 euro

Nei suoi primi romanzi, Maigret viene spesso inviato da Simenon in trasferta fuori Parigi. A volte in località sperdute (sul mare o in campagna) della Francia, a volte, come nel caso di "Delitto in Olanda", addirittura all'estero. L'indagine olandese di Maigret è l'ottava (su settantacinque) della serie, ed è datata 1931. Va detto che proprio a Delfzijl, la località dei Paesi Bassi dove è ambientato il racconto, Simenon ideò nel 1929 il suo celebre personaggio (la cui prima inchiesta è datata 1930). E proprio a Delfzijl è stata eretta una statua in bronzo dedicata al commissario parigino più famoso del mondo. Il paesino è da cartolina, con i suoi canali, le sue chiuse, il porto sul Mare del Nord. E' un luogo "dove tutti sono felici, o quasi, e soprattutto dove tutti controllano i propri istinti perché questa è la regola se si vuole vivere nella società". La stessa situazione che ritroviamo in un altro celebre libro di Simenon (senza Maigret), "L'uomo che guardava passare i treni", con un inizio proprio nella terra dei tulipani (e un finale a Parigi) in cui compare un protagonista, Kees Popinga, che ha lo stesso cognome della vittima di "Delitto in Olanda", Conrad Popinga. In entrambi i romanzi la molla che fa scattare l'implacabile trama (molto più avvincente, va detto, nel caso de "L'uomo che guardava passare i treni") è nascosta nel perbenismo, nell'ipocrisia che nasconde il cesto dei serpenti interiori. Se c'è una innovazione che Simonen ha portato nel genere poliziesco europeo è l'abbandono del giallo "all'inglese", cioè con indagini in ville e castelli, con delitti perfetti e vittime e sospetti altolocati che uccidono in biblioteca e in cui si dubita del maggiordomo. Simenon introduce ambientazioni piccolo borghesi se non popolari, e il "metodo Maigret" è basato su una immersione nell'ambiente in cui il crimine è stato commesso più che sull'indizio da trovare con la lente di ingrandimento sul tappeto del salotto. Contano le motivazioni umani, le pulsioni dei personaggi. Ciò detto, nonostante anche "Delitto in Olanda" rientri nella "poetica" simenoniana scavando dietro la facciata del perbenismo di provincia, non si può dire che si tratti del miglior Maigret. Anzi, il confronto fra i sospettati che Simenon organizza nel finale sa un po' di Ellery Queen e le deduzioni indiziarie del commissario sono quantomeno forzate. Il tutto è confezionato comunque nel migliore dei modi, per carità, e si lascia leggere con interesse. Un altro tassello nella saga, senza lode e senza infamia. Maigret viene mandato in Olanda per indagare su un delitto in cui è coinvolto un professore francese, Jean Duclos, ospite di un collega olandese, appunto Conrad Popinga, che lo ha invitato per una conferenza. Ma Conrad viene ucciso nel guardino di casa e Duclos finisce, avendo ritrovato la pistola fumante ed essendo stato sorpreso con quella in mano, fra i sospettati. Maigret non tarda a scoprire che Popinga aveva una relazione con una procace ragazzotta del luogo descritta peraltro con una certa libidine da parte dello scrittore, noto cultore di bellezze femminili, il che offre un movente a più persone: il padre-padrone della fanciulla, un altro pretendente di lei, la moglie di Popinga, altre donne ugualmente corteggiate (e illuse) dall'intraprendente dongiovanni. C'è anche il mistero di un berretto da marinaio trovato in una stanza. Alcuni spunti di interesse sono offerti dal confronto fra il capo della polizia locale e Maigret, dapprima snobbato poi in grado di prendere i comando dell'inchiesta e di mettere in imbarazzo il collega olandese. Il tutto, complicato dalla differenza di lingua (Maigret non parla la lingua del posto) ma reso affascinante dalla ricostruzione dei luoghi.


domenica 7 gennaio 2018

UNA ROSA PER EMILY




William Faulkner
UNA ROSA PER EMILY
Adelphi
100 pagine, brossura
2016, 10 euro

Il vero nome di William Faulkner (1897-1962) era Falkner, ma uno dei primi editori sbagliò la dicitura in copertina e lo scrittore decise di mantenere quel cognome. Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1949 (ritardato però al 1950, da qui la discrepanza di date in certe biografie), che lui devolse all'istituzione di un premio letterario per giovani scrittori, appunto il Premio Faulkner, è sicuramente uno dei più grandi scrittori americani del Novecento. Qualcuno lo paragona a Hemingway e secondo me ci sta. Uomo del Sud innamorato della sua terra, ebbe una vita movimentata tormentata dai problemi di alcolismo, lavorò anche per il cinema come sceneggiatore. Questa piccola antologia Adelphi raccoglie tre racconti: "Miss Zilphia Gant", "Una rosa per Emily" e "Adolescenza", tutti degli anni Trenta, caratterizzati dall'avere con protagoniste tre donne molto diverse fra loro ma descritte con efficacia. Il primo narra della vita problematica di Zilphia Gant, figlia di una uxoricida fuori di testa che, madre ingombrante, le plagia la vita e le impedisce di averne una normale, che lei cerca di inventarsi fingendo agli occhi del mondo un matrimonio che non c'è. Il secondo, il più celebre e il più inquietante, racconta di Emily Grierson, bizzarra abitante di Jefferson, barricata in casa da decenni con un servitore di colore che si occupa di tutto: la città si interroga per anni sulla sua vita e dopo la sua morte i concittadini possono ispezionarne la villa scoprendo un orribile segreto. Il terzo racconta si occupa di Juliet, ragazzina ribelle affidata dal padre scombussolato a una nonna bisbetica che stringe una innocente amicizia con un coetaneo nel quale la gente vede risvolti torbidi - che non ci sono. In tutti e tre i racconti protagonista al pari delle donne di cui si narra sono le apparenze, le chiacchiere e le dicerie, ciò che la gente commenta sulla vita degli altri. Lettura gradevolissima: magari i vincitori del Nobel scrivessero tutti in modo così accattivante.

domenica 26 novembre 2017

I SOTTERRANEI DEL MAJESTIC





Georges Simenon
I SOTTERRANEI DEL MAJESTIC
Adelphi
1998, brossurato
150 pagine, 10 euro

Leggere i gialli con il Commissario Maigret è una sorta di droga come seguire le puntate di una serie TV particolarmente coinvolgente. Simenon è uno scrittore di razza, uno di quelli che non deludono mai perché sanno affabulare e leggendoli ci si accorge che i suoi personaggi prendono vita, sembra di vederli. Maigret, poi, è uno psicologo di prima categoria e riesce a leggere dentro i suoi interlocutori anche quando sembra che faccia domande senza importanza, mentre sa già dove andare a parare. Mi piace poi il suo essere abitudinario, comprensivo e partecipe del dolore e delle difficoltà, e anche delle piccolezze e meschinità altrui, ma quando serve anche burbero e decisionista se c'è da raggiungere un obiettivo (Maigret non si crogiola e non perde tempo). "Le caves du Majestic" è il ventesimo romanzo della saga del commissario parigino dall'eterna pipa in bocca. Fu scritto da Simenon nel dicembre del 1939 a Nieul-sur-Mer, ma pubblicato soltanto nel 1942 e rappresenta il ritorno dello scrittore al suo personaggio più famoso dopo che, come Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes, aveva deciso di abbandonarlo.
In Italia uscì in volume grazie a Mondadori nel 1960, con il titolo fuorviante di "Maigret e il sergente maggiore". Protagonista del giallo è Prosper Donge, che lavora nella caffetteria dell’albergo Majestic, sugli Champs-Elysées. E' lui che scopre, nello spogliatoio del personale, chiuso dentro un armadio, il corpo senza vita di una cliente dell'Hotel, Mrs Clark, moglie di un ricco industriale di Detroit. Si scoprirà che in realtà la donna era di origine francesi e che in passato aveva avuto una relazione proprio con Donge, quando era una entraîneuse a Cannes. Anzi, da Prosper aveva avuto un figlio che aveva però fatto credere figlio dell'americano con cui si era subito sposata. Donde diventa subito, pertanto, il principale sospetto. La verità si rivelerà essere un'altra.
Quasi tutto il racconto è ambientato nel vasto hotel Majestic, come nel primo romanzo con Maigret, "Pietr il Lettone" (del 1931). Belle le descrizioni del lavoro frenetico dietro le quinte di un grande albergo del genere, e interessante la ricostruzione della Parigi degli anni Trenta. Tuttavia colpisce questa frase: “Plebeo fino all’osso, anzi fino al midollo, Maigret provava ostilità verso tutto ciò che lo circondava lì al Majestic”.

domenica 7 maggio 2017

L'OCCHIO DI GIUDA





Carter Dickson
L'OCCHIO DI GIUDA
Giallo Mondadori
2017, brossurato,
280 pagine, 5.90 euro

Carter Dickson, come ben sanno i cultori del genere, è uno dei vari pseudonimi di John Dickson Carr (1906-1977) scrittore americano celebre soprattutto per i delitti della camera chiusa, sottogenere del giallo in cui è un assoluto maestro. Due sono i suoi personaggi ricorrenti: il criminologo Gideon Fell e l'avvocato sir Henry Merrivale (abbreviato in H.M.). Proprio quest'ultimo è il protagonista de "L'occhio di Giuda" (The Judas Window), datato 1938. Personalmente vado matto per Dickson Carr e trovo geniali i suoi diabolici meccanismi che spiegano l'impossibile, anche se immagino che si tratti di gialli fuori moda. Io preferisco considerarli dei classici. Chi decide di leggere un racconto incentrato su un delitto della camera chiusa non può pretendere di trovarvi denunce del disagio sociale, rocambolesche scene d'azione, protagonisti tormentati e problematici e neppure verosimiglianza. Il delitto della camera chiusa è un gioco di prestigio e il giallista è il prestigiatore. Si legge Dickson Carr come si andrebbe a uno spettacolo di magia, con la differenza che alla fine il trucco viene svelato. Non importa se sia improbabile che un certo omicidio sia stato commesso così, basta che sia possibile. E su questo Dickson Carr non bara. Nel caso de "L'occhio di Giuda", un giovanotto (James Caplon Answell) si reca all'appuntamento con il suo futuro suocero (Avory Hume), per chiedergli la mano si sua figlia Mary. Mister Hume è stat informato ed è ben disposto ad accondiscendere al matrimonio. Il pretendente viene fatto accomodare in una sala dalle alte finestre chiuse e gli si offre da bere. La porta viene serrata dietro di lui. Il giovane racconta in seguito di aver perso i sensi come se nel bicchiere ci fosse un sonnifero. Quando si riprende mister Hume è morto con una freccia conficcata nel petto, e la porta del locale in cui si trova è bloccata dall'interno. E' lui stesso che deve aprire un pesante catenaccio per far entrare chi bussa: chi era fuori non ha visto uscire nessuno dopo che lui è entrato, e dentro ci sono soltanto il giovane e il cadavere. Sarà difficile per Henry Merrivale dimostrare l'innocenza del poveretto.

martedì 20 dicembre 2016

CHIEDI ALLA POLVERE



CHIEDI ALLA POLVERE
di John Fante
Einaudi
2004, 234 pagine
brossura, 13 euro

Bisognerebbe non fare il confronto fra John Fante e Joh Ernt Steinbeck, nonostante siano tutti e due scrittori americani della stessa generazione (1909 l'anno di nascita del primo, 1902 quello del secondo) e abbiano entrambi raccontato, in romanzi e racconti pubblicati negli anni Trenta e Quaranta di ambientazione californiana ("Chiedi alla polvere" di Fante è del 1939, "Pian della Tortilla" e "Uomini e topi" di Steinbeck sono rispettivamente del '35 e del '37). In tutte queste storie si narra di miseria e di disperazione, di uomini che si arrabattano per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, e dello squallore di una vita condotta in quartieri poveri da cui si possono soltanto sognare case meno fatiscenti in strade riservate a chi è riuscito a riscattarsi socialmente. Però mentre Steinbeck, americano purosangue, è scrittore da Nobel, ebbe una vita agiata e borghese e un'ottima educazione, Fante assomiglia tragicamente al suo alter ego Arturo Bandini, protagonista di molti suoi racconti, scrittore figlio di immigrati italiani stabilitisi a Boulder, nel Colorado. La famiglia Fante era originaria di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, mentre quella della madre (il cui cognome era Capoluongo) veniva dalla Basilicata. La vita difficile e turbolenta in condizione di povertà e gli scontri con il padre portano John Fante a decidere di cercare fortuna a Los Angeles, dove spera si poter vivere vendendo racconto alle riviste letterarie (che all'epoca erano molto diffuse) e soggetti per il cinema. La stessa cosa fa Arturo Bandini, che campa mangiando arance (che si possono comprare a dozzine per pochi centesimi) in una squallida camera d'albergo di Bunker Hill di cui stenta a pagare l'affitto ed è sempre sul punto di essere cacciato fuori. Probabilmente Bandini ha quel minimo di talento che gli basta per venire occasionalmente pubblicato, e questo alimenta il suo amor proprio (si crede un grande scrittore) ma quando incassa qualche dollaro sperpera immediatamente ciò che ha guadagnato tornando quasi subito alla vita miserabile di prima, pur guardando con disprezzo i poveracci come lui. Leggendo "Chiedi alla polvere" si resta colpiti e inquietati dalla vita miserevole della Los Angeles durante la Grande Depressione, e questo è uno dei meriti del romanzo, che descrive bene, con efficacia, quel tipo di realtà. Una realtà fatta anche di razzismo nei confronti, per esempio, dei messicani considerati una razza inferiore, al pari di tanti altri stranieri di origine diversa (Bandini ci tiene però a dire che lui, nonostante il nome, è americano del Middle West). Però poi fanno davvero cadere le braccia i pensieri, i discorsi e i comportamenti assurdi, sgradevoli, stupidi, ridicoli di Arturo Bandini, personaggio antipatico quanto pochi altri. A volte si ha la voglia di gettare via il libro esclamando: "ma no! Ma questo è imbecille!". Davvero difficile arrivare in fondo senza detestare l'aspirante scrittore, descritto impietosamente da John Fante come se comunque, identificandosi con lui, volesse dare dell'idiota a se stesso. Per questo non si resta coinvolti nella storia d'amore che si snoda per tutto il libro: quella a senso unico fra Arturo e Camilla Lopez. appunto una messicana (che ama un altro, il barista Sam, da cui è disprezzata per le sue origini). Camilla, tossicodipendente e psicolabile, sì che è un bel personaggio: però quando per due o tre volte si offre di darsi ad Arturo e questi è assolutamente incapace di concludere alcunché,il lettore è tentato di bruciare il libro nel primo caminetto. La storia peraltro ha un non-finale (Camilla scompare e non si sa che fine abbia fatto). L'impotenza sessuale (di chiara origine psicologica) di Bandini si manifesta in un altro paio di occasioni, a testimonianza della sua incapacità di gestire i rapporti con le donne (così come è incapace di gestire il denaro). Più che a Steinbeck, appunto, John Fante si può accostate a Charles Bukowski, che dichiarò di considerarlo "il migliore scrittore che abbia mai letto" e "il narratore più maledetto d'America". Steinbeck, ecco, non era maledetto e nella sua visione delle cose dalla povertà e dall'abbrutimento ci si poteva redimere.

domenica 31 luglio 2016

LA SECONDA VITA DI MAJORANA


LA SECONDA VITA DI MAJORANA
di Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi e Andrea Sceresini
Chiarelettere
2016, brossurato
200 pagine, 16.90 euro

"Finalmente risolto uno dei più misteriosi gialli italiani - uno scoop internazionale", recita la scritta sulla fascetta. Che la misteriosa scomparsa del fisico Ettore Majorana, uno dei geniali "ragazzi di via Palisperna" radunati attorno a Enrico Fermi negli anni Trenta, sia uno dei più affascinanti casi di sparizione nel nulla su cui si sia indagato dal 1938 in poi, non ci sono dubbi. Che il giallo però possa essere del tutto risolto dopo la pubblicazione di questo elettrizzante libro, però, è difficile poter concordare. Vedremo perché dopo aver riassunto per sommi capi la vicenda. Ettore Majorana, catanese classe 1906, è un ragazzo prodigio in grado di intuizioni matematiche fuori del comune e con capacità di calcolo e di analisi in grado di competere con le menti più eccelse della fisica teorica. Enrico Fermi lo chiama a lavorare con lui, il rapporto fra i due però è conflittuale. Majorana ha un carattere introverso, è solitario e riservato, pare sfortunato in amore. Per di più il periodo di Via Panisperna prelude alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, di cui forse Ettore intuisce l'apocalittica portata. Fatto sta che dopo aver lasciato alcune lettere sibilline in cui fa capire di aver maturato una decisione drastica, sparisce nel nulla. Ha però ritirato tutti i suoi risparmi e si è portato dietro il passaporto. Anche per ordine di Mussolini, il giovane scienzato viene cercato dovunque ma le ricerche sono vane. C'è chi teme un suicidio (si sarebbe affogato in mare gettandosi da una nave di linea in navigazione fra Palermo e Napoli - viaggio per cui aveva comprato un biglietto), chi lo ritiene rifugiato in un convento, chi giura di averlo riconosciuto in un barbone che vive alla macchia. Finché, nel 2008, un settantenne di Latina, Enrico Fasano, presenta alla magistratura (dopo aver contattato la trasmissione "Chi l'ha visto?") una foto scattata in Venezuela negli anni Cinquanta (là dove lui era emigrato in cerca di lavoro, essendo in quel periodo quel Paese ricco e pieno di opportunità). La foto lo mostra, lui poco più che ventenne, con un cinquantenne che sembra proprio essere Ettore Majorana, ma che diceva di chiamarsi Bini. Almeno, tutte le perizie effettuate dagli inquirenti danno esito positivo: Bini, stando agli esperti, è Majorana. Fasano ricorda Bini come un amico molto riservato di cui però sapeva poco, proprio in ragione del fatto che non raccontava quasi nulla di sé. Di lui perse le tracce durante un colpo stato avvenuto in Venezuela nel 1958, che lo obbligò a ritornare in Italia. Che fine abbia fatto Bini, non si sa. Fasanbo cita però degli amici comuni, un certo Nardin, un certo Carlo, un certo Ciro. Uno di loro, Carlo, gli avrebbe appunto detto che Bini non era il vero nome dell'uomo, che in realtà si chiamava Majorana ed era uno scienziato. Non solo: Fasano è in grado di esibire una cartolina scritta da un fratello di Majorana a un amico americano, che Bini aveva con sé e che per caso è rimasta nelle sue mani. Purtroppo Fasano è morto nel 2011, ma i tre autori dell'inchiesta alla base del libro hanno potuto ricostruire molti altri particolari parlando con la sua famiglia, depositaria di confidenze e ricordi non finiti nei verbali della magistratura. Borello, Gironi e Sceresini sono partiti per il Venezuela (uno dei paesi del mondo in cui è più difficile indagare, per le difficoltà economiche attuali e l'imperversare di banditi pronti a uccidere chiunque in qualsiasi luogo). "La seconda vita di Majorana" ricostruisce passo per passo la loro inchiesta, e la lettura è avvincente. Il racconto di Fasano trova di decine di conferma, anche solo per "sentito dire". Tutti ci aspettiamo, a un certo punto, una prova regina: che però non c'è. Anzi, se abbondano gli indizi mancano le tracce. Per ogni tassello che va al suoi posto ci sono cento "non ricordo", "non risulta", "niente è agli atti". E' vero che ci sono mille motivi che giustificano la mancanza di riscontri concreti, fatto sta che tutto resta approssimato. L'indagine sembra condurre, a un certo punto, a una sorta di laboratorio segreto del governo venezuelano, dove probabilmente Majorana aveva qualche incarico scientifico: sembra però la trama di un film di spionaggio. Gli elementi ci sono, ma le conclusioni no. I dubbi più clamorosi, secondo me, sono sollevati dagli anni che, a quanto pare, il fisico trascorse a Buenos Aires: varie testimonianze affermano che il catanese vivesse in Argentina con il suo vero nome e frequentasse la comunità italiana. Chi dice di averlo incontrato (senza poter esibire prove) sostiene che la sua fuga fosse dovuta ai dissapori con Fermi. Solo i sommovimenti politici dopo il crollo del peronismo lo avrebbero convinto a spostarsi, con l'amico Carlo, nel vicino e (in quel momento) ospitale Venezuela. Ecco: capisco la difficoltà di trovare tracce di un fantomatico Bini (nome falso) in territorio venezuelano, ma possibile che non resti traccia nei luoghi dei lunghi anni argentini, trascorsi presentandosi proprio come Ettore Majorana? E sarà mai possibile, che uno che scompare ed è risercato dovunque, non si celasse sotto una falsa identità? Anche in questo caso gli autori dell'indagine fanno ipotesi sul perché di certe testimonianze non si trovino conferme, ma ecco, se fossi io a indagare, più che sul Venezuela mi concentrerei su Buenos Aires. Per concludere: Borello e compagni mi hanno convinto sul fatto che Bini fosse Majorana e che dunque il fisico fosse vivo attorno al 1955 in Sud America, mentre resta nel mistero quale fosse il suo lavoro (onesto, o invischiato con i servizi segreti di potenze straniere?). C'è spazio un altri libri. E per cento film, fumetti e romanzi.

mercoledì 27 luglio 2016

PIER LAMBICCHI E L'ARCIVERNICE



PIER LAMBICCHI  E L'ARCIVERNICE 
di Giovanni Manca
Mondadori
cartonato, 1970

Nel 1930, collaborando con il "Corriere dei Piccoli" dopo altre esperienze come vignettista (per esempio, sul "Guerin Meschino"), Giovanni Manca crea il personaggio di Pier Cloruro de' Lambicchi.  Si tratta di uno scienziato un po' folle ma non del tutto pazzo, che armeggiando nel suo laboratorio inventa una formula chimica "che non capiva neppure lui". Si tratta di una sostanza, prontamente ribattezzata "arcivernice", che spalmata su una qualunque immagine dipinta o riprodotta a mezzo stampa (ma anche sui tatuaggi dei marinai, per esempio), riesce a farla diventare vera. Le potenzialità umoristiche erano moltissime, e Manca seppe sfruttarle una dopo l'altra in una serie interminabile di sketch in cui di volta in volta prendono vita antichi guerrieri, personaggi famosi, animali veri e mitologici, e perfino i disegnetti fatti col gesso sul muro da un bambino. Le vignette sono pulite e godibilissime, colorate a tinte pastello, le storie brillanti e ancor oggi molto moderne. Un unico difetto: lette una per settimana, potevano essere esilaranti; lette tutte di fila raccolte in volume finiscono per essere un po' ripetitive. Ma la forza della trova e la grande abilità nello sfruttarla rimangono indiscusse. 
Scrive Piero Chiara nella sua nota introduttiva: "La fantasia di Giovanni Manca ha spaziato per anni lungo il patrimonio culturale che la semplificazione scolastica ha ridotto in poche formule, richiamando in vita personaggi e fatti storici attraverso il filtro della deformazione caricaturale e favolistica. Le sue creature, e in particolare Pier Lambicchi con la cameriera Sofonisba e il nipote Pierino, agiscono con gran disinvoltura dentro un mondo surreale nel quale è facile trasferirsi, non solo in virtù delle capacità poetiche dell'artista, ma proprio per la chiarezza e la plausibilità del suo disegno, che sembra uscire non dalla matita ma dalla mente, la quale proietta sulla carta delle immagini cose precise ed essenziali da sembrare dei fotogrammi, ripresi in quell'al di là dell'immaginazione dove Giovanni Manca elabora i suoi miti". La saga di Pier Lambicchi si conclude con l'arcivernice che fa diventare di carne e ossa la gallina dalle uova d'oro raffigurata in un libro di fiabe, così che il nostro finisce di avere problemi economici. Ma poiché viene chiamata in vita anche la personificazione della Gloria e Sofonisba, gelosa, la caccia a colpi di scopa, Manca chiude la serie con questa didascalia: "Pier Lambicchi, professore, inventore e grande scienziato, fu dimenticato perché la sua serva bisbetica e ignorante, un giorno aveva scacciato di casa la gloria a colpi di scopa!".


venerdì 29 gennaio 2016

IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI



IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
di Giorgio Bassani
Universale Economica Feltrinelli
2012, brossurato
220 pagine, 9 euro

Ipnotico, affascinante, rilassante e inquietante al tempo stesso: quando un libro riesce ad assorbire totalmente il lettore e farlo entrare nelle proprie pagine è una magia che esorcizza la realtà e dona un rinfrancante senso di benessere. Chiusa l'ultima pagina del libro, mi sono posto la domanda che indubbiamente preme dentro a chiunque lo legga per tutta la durata del romanzo: è esistito davvero, il giardino dei Finzi-Contini? O Bassani si è inventato tutto? Facendo ricerche in rete, si scopre che il dibattito è controverso. Ne parleremo fra un attimo. Prima, due informazioni sullo scrittore e sulla sua opera più nota, resa tale grazie anche al film omonimo diretto da Vittorio De Sica. 

"Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d'Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l'ultima guerra. Ma l'impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d'aprile del 1957", così comincia il prologo del romanzo, uscito in realtà nel 1962, anno in cui vinse anche il premio Viareggio. 
Giorgio Bassani era nato a Bologna nel 1916, da genitori ebrei, ferraresi. A Ferrara, la città che fa da sfondo (o da protagonista) ai suoi principali racconti, trascorse l'infanzia e la giovinezza. Sfuggito alle persecuzioni fasciste dopo essere entrato in clandestinità, trascorse a Roma il resto della vita come scrittore e uomo pubblico. Proprio dalla sua esperienza degli effetti nefasti delle tragiche leggi razziali nasce "Il giardino dei Finzi-Contini". 
La trama è esile e si può raccontare in poche parole. L'anonimo io narrante, che si può tranquillamente identificare in Bassani stesso pur non essendolo, è un giovane ebreo ferrarese, nato in una famiglia borghese, benestante ma non ricca. L'appartenenza alla comunità israelitica e le comuni frequentazioni scolastiche lo fanno diventare amico di Alberto e Micòl Finzi-Contini, rampolli invece di una famiglia altolocata e dalle grandi risorse economiche, proprietaria di una villa e di un enorme parco. Tutti e tre i giovani sono studenti universitari, e si trovano a passare insieme l'estate del 1938 giocando quasi tutti i giorni a tennis nel campo privato dei Finzi-Contini. Con loro una varia compagnia di coetanei, tra cui spicca il milanese Giampiero Malnate, di idee marxiste. Il gruppo discute di politica, di letteratura, di musica, dei rispettivi studi. Su di loro grava però il giro di vite delle leggi razziali volute da Mussolini e l'incubo del regime hitleriano. L'io narrante si innamora di Micòl e costei sembra in un primo tempo dargli corda o incoraggiarlo, ma poi, al ritorno di una sua lunga assenza (per la laurea, conseguita a Venezia), quando lui si dichiara, la ragazza cambia atteggiamento e, dopo un lungo tergiversare, lo respinge, confessandogli che preferirebbe non vederlo più. Malnate aiuta l'amico respinto a superare la delusione d'amore, standogli vicino per tutta l'estate del 1939. Questi riesce effettivamente a dimenticare Micòl, convincendosi però, alla fine, che lei abbia una relazione segreta proprio con Malnate. 
Il romanzo si conclude con la fine del rapporto del protagonista con la ragazza, ma a questo punto siamo già all'invasione della Polonia da parte di Hitler, che scombina le idee anche dei marxisti che non si sarebbero aspettati un mancato intervento da parte di Stalin. Un epilogo racconta in breve della morte di Alberto per linfogranuloma, della fine di Giampiero Malnate, arruolatosi nel 1941 nel corpo di spedizione italiano inviato in Russia e non tornato mai più, e della deportazione nei campi di sterminio del'intera famiglia Finzi-Contini, catturata nell'autunno del 1943 dai nazifascisti. 
Il fascino del romanzo non sta tanto, dunque, nel succedersi di drammatici avvenimenti (le vicende storiche più tragiche restano alluse) ma nella ricostruzione emotiva di un periodo storico su cui incombeva la catastrofe, visto con gli occhi dei giovani di allora. Bassani riesce a rendere in maniera superlativa gli effetti delle leggi razziali la cui applicazione, inizialmente disattesa, si fa via via sempre più stringente, mentre i ragazzi ebrei ci appaiono per quel che sono, inseriti perfettamente nel tessuto sociale, informati, collegati con il circuito delle idee internazionali, pieni di voglia di vivere, di desideri, di curiosità: le persecuzioni si mostrano perciò insensate, folli, assurde negli effetti prima ancora che nelle premesse. Viene inoltre ricostruita la vita ferrarese dell'epoca, si scopre quanto effervescenti fossero i cinema, i teatri, i ristoranti, persino le case chiuse, un minuto prima che la Guerra spazzasse via tutto. La lingua di Bassani è curata e gradevole, musicale e puntuale al tempo stesso. Perfetta. 
Ma alla fine, quel che lo scrittore racconta è vero oppure no? E' ormai acquisito che tutto nacque dall'esperienza diretta di Giorgio Bassani sulle persecuzioni e sulle deportazioni nei campi di sterminio degli ebrei di Ferrara, ma i personaggi sono di fantasia. O meglio, ognuno di essi fa riferimento a più di una persona realmente esistita. In particolare, però, una figura ben identificabile è Silvio Finzi-Magrini, che sarebbe l' uomo la cui vicenda ha ispirato in Bassani la figura di Ermanno Finzi-Contini, capostipite della casata e padre di Micòl. Chi era allora proprio costei? Prima di morire, la narratrice Roseda Tumiati ricordò: «Riassume un certo numero di donne che Bassani ha amato e frequentato. Noi abbiamo pensato potesse essere mia sorella Caterina, bionda, occhi celesti, dolcissima. Giorgio ne era innamorato. Ne ha amata un' altra: piccola, enigmatica, affascinante. Ce n' era un' altra a Bologna che giocava bene a tennis». Insomma, un gioco di sovrapposizioni in un romanzo che non si può fare a meno di leggere.