venerdì 30 giugno 2023

Il NOME DELLA ROSA

 
 
 

 
 
Milo Manara
Umberto Eco
IL NOME DELLA ROSA
Oblomov
2023, cartonato
72 pagine, 20 euro


Rimasi stupito quando seppi, leggendolo sul numero di “Linus” dedicato a Umberto Eco, che Milo Manara stava realizzando una versione a fumetti de “Il nome della rosa”. Però, mi dissi, se Manara aveva ritenuto di volerci provare, sicuramente aveva il talento per farlo. Lo stesso disegnatore confessa: “Il progetto mi è stato proposto dai figli di Eco e da Elisabetta Sgarbi. Mi ha lasciato un po’ tramortito: che venga proposta a uno a cui piace disegnare le donne una storia di uomini in tonaca che parlano, parlano e parlano, è una sfida all’ultimo sangue per un disegnatore erotico”. Una sfida che, valutando il primo volume dell’opera (che ne conta due), può dirsi pienamente vinta: “Il nome della rosa” di Milo Manara vede realmente l’autore ai vertici della propria arte, come leggiamo in quarta di copertina. Le tavole dell’illustratore veronese (anche se nato in Alto Adige), peraltro, non sono una “riduzione” del romanzo del 1980 con cui Eco vinse, nel 1981, il Premio Strega (sessanta milioni di copie vendute). Fumetto e letteratura si fondono senza tradirsi, come nel vero amore. Si resta rapiti, leggendo le pagine del volume (in cui ogni parola è dello scrittore e le immagini le pronunciano più che semplicemente visualizzarle) allo stesso modo in cui Adso si incanta di fronte ai bassorilievi del portale della chiesa dell’abbazia. La sintesi del fumetto non agisce per sottrazione rispetto al romanzo, ma ne filtra le intenzioni facendosene interprete. Non si tratta, insomma, di un riassunto, ma neppure di una nuova narrazione: ci troviamo di fronte a una alchimia perfetta nella quale rientrano anche le suggestioni cinematografiche (dl romanzo dello scrittore di Alessandria fu tratto un film nel 1986, interpretato da Sean Connery), perché Manara sceglie di dare il volto di Marlon Brando al suo Guglielmo da Baskerville, e del resto tutti i personaggi recitano perfettamente il loro ruolo come attori di un film sapientemente diretti da un esigente regista, ciascuno ottimamente caratterizzato. Le atmosfere del racconto di Eco, da lui evocate a parole, diventano suggestioni sorprendentemente coinvolgenti nei disegni del fumetto, ricchissimi di particolari eppure immediati da decifrare. Dichiara Manara: “Ho dato molta importanza ai marginalia, alle piccole decorazioni che uniscono le figure miniate dei manoscritti. Guardandoli emerge una visione del Medioevo diversa da quella che siamo abituati a immaginare: non un periodo di oscurità e tenebre, ma dominato invece da una fantasia quasi febbrile, che è inestricabilmente connessa con la realtà”. I colori di Simona Mara (immagino si tratti della figlia del disegnatore) contribuiscono, con merito, a rendere fascinosa l’opera. “Il nome della rosa” è ambientato nel 1327, e ha come protagonisti il giovane novizio benedettino Adso da Melk (l’io narrate della storia) e il frate francescano (con un passato da inquisitore suo malgrado) Guglielmo da Baskerville, incaricato di una missione diplomatica. Se il nome di Adso ricorda quello di Watson, e se la città di origine di Guglielmo rimanda a Sherlock Holmes, non è per caso: uno dei piani di lettura del romanzo è appunto quello della trama gialla: l’acutissimo francescano deve infatti indagare su una serie di omicidi che coinvolgono gli amanuensi al lavoro nella biblioteca del monastero. Ma ci sono ben altri elementi, al di là di quelli legati al mistero: si parla di eresia, di letteratura, di arte, di storia, di dispute teologiche, di inquisizione, del ruolo delle abbazie nella trasmissione della cultura nel Medioevo, di vizi e peccati, di sesso e di amore. Si è accennato a Elisabetta Sgarbi quale ispiratrice del progetto. Non è però la sua (e di Eco) “Nave di Teseo” a pubblicare il volume di Milo Manara, peraltro con ottima cura editoriale, ma la giovane Casa editrice Oblomov, diretta da Igort (al pari di “Linus”): “Oblomov è un editore pigro”, leggiamo sul loro sito, “amiamo la carta, le storie e i disegni, crediamo nella lentezza e nella cura, facciamo libri come si prepara il pane, aspettando che la lievitazione sia al punto giusto, prima di infornare. Nessuno ci corre dietro, altrimenti ci avrebbe già preso: siamo lenti per vocazione”. Bene, purché non ci facciano aspettare troppo il secondo volume (il primo si conclude con Adso sbalordito dalla bellezza nuda di una ragazza penetrata nottetempo nel convento e da lui sorpresa nelle cucine).

lunedì 26 giugno 2023

I DUE DISERTORI



 

Mauro Boselli
Bruno Brindisi
I DUE DISERTORI
Sergio Bonelli Editore
Cartonato, 2019
320 pagine, euro 28
 
Nel novembre 2018, la Sergio Bonelli Editore ha affiancato alla collana regolare dedicata a Tex (il ranger creato nel 1948, dunque settanta anni prima, da Giovanni Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini, il più longevo tra i fumetti italiani) una nuova serie mensile intitolata “Tex Willer”, che propone storie diverse e inedite rispetto alla testata madre. A caratterizzare la seconda collana rispetto alla prima sono essenzialmente tre elementi: il Tex di cui si narrano le avventure è più giovane di vent’anni circa rispetto all’altro; la narrazione è più veloce e concitata (quasi un ritorno alle origini, quando i tempi dell’azione erano dettati dal formato a striscia); le pagine di ogni numero sono soltanto 64 (contro le 110 del formato classico). Dunque “Tex Willer” garantisce una lettura agile e veloce, in linea con i tempi di fruizione medi di ogni contenuto di fiction dei giorni nostri, veicolati dai social o dalle piattaforme in Rete. Siccome il giovane Tex ha vent’anni mentre il Tex della tradizione ne dimostra una quarantina, anche il suo carattere è più brusco e spavaldo, irruente a tratti, spericolato in altri, pur risultando assolutamente riconoscibile. Anche il Tex della prima striscia di Bonelli e Galleppini era e sembrava, tutto sommato, più giovane rispetto a quello che abbiamo visto maturare nei decenni successivi, per cui si può dire che “Tex Willer” narra avventure del periodo di poco precedente a quello dell’entrata in scena del personaggio ne “Il totem misterioso”, l’albetto del ’48 da cui tutto ebbe inizio, quando l’eroe era ancora un fuorilegge, ingiustamente perseguitato dalla giustizia. Ciò permette a Mauro Boselli, principale sceneggiatore della nuova serie, ma da tempo anche stabilmente alle redini della testata madre, di fornire retroscena ed antefatti riguardo alcune delle prime storie bonelliane (per esempio, riguardo gli esordi di Mefisto). L’intento di Boselli è chiaramente quello di costruire una narrazione organica e coerente risolvendo molti passaggi dubbi della biografia dell’eroe, e in quest’impresa lo avevano aver già visto all’opera con alcune storie sull’infanzia e sula giovinezza di Tex pubblicate su altri albi, come Texoni o Maxi, già prima che iniziasse la nuova collana. Il tutto, come si capisce, è (almeno per il sottoscritto) estremamente interessante, e allora ben vengano anche grandi volumi cartonati da libreria come “I due disertori” che raccolgono e ripropongono a colori le avventure complete apparse in bianco e nero e in piccolo formato in edicola. Il volume di cui vedete la copertina (opera di Massimo Carnevale e dunque diversa rispetto a quelle originarie di Maurizio Dotti) presenta in un unico tomo la seconda storia della collana “Tex Willer”, uscita precedentemente in edicola su cinque albi (dal numero 5 al numero 9) tra il marzo e il luglio del 2019. Gli avvenimenti narrati (puro western di ambientazione di frontiera, quella tra il New Mexico e il Messico) si ricollegano a quanto narrato precedentemente: il giovane Tex deve liberare l’indianina Tesah (protagonista anche del “Totem misterioso”) rapita dai comancheros (la prefazione di Mauro Boselli chiarisce bene chi siano e come non si debbano confondere con i Comanche). Lungo la sua pista, l’eroe si imbatte in due disertori dell’esercito messicano, fuggiti da paghe misere e trattamento da cani, Miguel e Pedro. Una coppia non certo adamantina, di cui inizialmente Tex giustamente diffida, ma i due poi si rivelano validi alleati: torneranno in altre avventure. Così come tornerà Juan Cortina, “l’inafferrabile desperado, impegnato in una guerra solitaria contro gli Sati Uniti d’America”, come lo definisce il futuro Aquila della Notte, personaggio storico. Già, perché un’altra caratteristica delle avventure del giovane Tex Willer è l’intreccio dei racconti con la Storia scritta con la S maiuscola. Dando però la precedenza alle scorribande a cavallo, alla polvere del deserto e a quella da sparo, al sudore e al sangue, tutto perfettamente reso da Bruno Brindisi, disegnatore in grado di dimostrarsi a suo agio con Tex tanto quanto con Dylan Dog.

domenica 25 giugno 2023

SUPERFANTOZZI

 
 
 

 
 
Paolo Villaggio
SUPERFANTOZZI
Rizzoli
1985, cartonato
510 pagine, 32.000 lire


Come ogni cultore di Fantozzi dovrebbe sapere, ma come forse non tutti sanno, il tragicomico ragioniere interpretato al cinema da Paolo Villaggio (1932-2017) non nasce nel 1975 con il primo film della serie diretto da Luciano Salce. Fantozzi nasce sulla carta stampata, e più precisamente sulle pagine della rivista “L’Europeo”, dove, a partire dal 1968, cominciarono a venire pubblicati brevi racconti scritti dallo stesso Villaggio con protagonista il dipendente della Megaditta. Nel 1971 una quarantina di racconti vennero raccolti dalla Rizzoli in un volume intitolato “Fantozzi”, divisi in quattro sezioni, ciascuna dedicata a una stagione dell’anno (oltre un milione di copie vendute). Nel 1974 altri venti episodi riempirono “Il secondo tragico libro di Fantozzi”. L’anno successivo il trionfo cinematografico consacrò definitivamente (per l’eternità) la maschera esilarante e catastrofica che tutti conosciamo. Nel 1976 Villaggio pubblicò “Le lettere di Fantozzi” (dove l’io narrante è lo stesso personaggio). Nel 1979 esce in libreria “Fantozzi contro tutti” (una trentina di nuovi racconti), e nel 1983 fu la volta del volume “Fantozzi subisce ancora”. Sono questi i quattro titoli raccolti in un unico volume del 1985 intitolato “Superfantozzi”, quello di cui ci stiamo occupando. In seguito sarebbero usciti altri tre libri, nel 1993, nel 1994 e nel 2016. Fin dai primi racconti c’è già tutto il Fantozzi che sarebbe stato portato sullo schermo e molto di più, non soltanto perché alcuni degli episodi non sono finiti nei film (tra questi, per esempio, “Il giorno che Fantozzi visitò la Fiera di Milano”), ma anche perché Paolo Villaggio è un eccellente narratore, inventore di una mitologia, una terminologia, una prosa, un tipo di umorismo. Non si può leggere una frase da lui scritta senza immaginarla recitata da lui, tanto gli appartiene. “Io non so scrivere in italiano”, confessa beffardamente l’autore nella sua “Premessa”, e spiega: “Soprattutto non conosco l’uso del punto e virgola. Non lo sa nessuno! Questo libro non è assolutamente un libro, è solo la raccolta delle storie di Fantozzi che ho scritto per l’Europeo, con qualche punto e virgola in più, buttato giù a caso”. Eppure, senza saper scrivere in italiano, Paolo Villaggio ha inciso come pochi altri nel nostro immaginario collettivo. Ci sarebbe da scriverne per ora, basterà per ora prendere nota che i film che tutti conosciamo nascono dai suoi punti e virgole stampati su carta, gettati a caso tra craniate pazzesche e megadirettori galattici.

sabato 24 giugno 2023

STORIA DEI CINEFUMETTI ITALIANI



 
 
 
 
 

Riccardo Renda

STORIA DEI CINEFUMETTI ITALIANI
Algra
brossrato, 2023
372 pagine, 20 euro
 
Un libro davvero straordinario in cui in ogni pagina c'è una sorpresa. Si scoprono film, cortometraggi, video per il web ispirati da fumetti italiani, dagli inizi del Novecento fino ad oggi, con nomi e titoli sorprendenti (e una sorprendente prefazione di Alfredo Castelli). Dopo la pubblicazione nel 2021 di “Dalla carta alla pellicola. Storia dei cinecomic internazionali” (in cui si analizzava la casistica dal punto di vista delle produzioni estere) Riccardo Renda ci consegna oggi il volume “Storia dei cinefumetti italiani”. Questo secondo lavoro approfondisce la relazione tra cinema e fumetto in Italia, dimostrando come nel nostro Paese il dialogo tra settima e nona arte sia stato molto più intenso di quanto generalmente si creda.
La prima parte del volume è dedicata proprio alle trasposizioni su pellicola di fumetti italiani, sia con produzioni realizzate nel nostro paese che all’estero (come le pellicole turche su Zagor), oltre a quei fumetti stranieri che hanno potuto godere di una versione italiana in live action (si pensi al Lucky Luke di Terence Hill). Collocando i titoli in successione cronologica, Renda permette di apprezzare come la loro scansione temporale tracci delle tappe che corrispondono a precise fasi nell’evoluzione del fumetto nostrano (dal “Corriere dei Piccoli” a Zerocalcare): il cinefumetto diviene così anche una chiave di lettura storica, sociale e culturale. La disamina prende le mosse dai primi contatti tra le due arti, risalenti non al 1941 con "Cenerentola e il Signor Bonaventura", come frettolosamente riportato finora da molti saggisti, bensì all’epoca del muto, con alcune pellicole ispirate a personaggi di carta statunitensi. Il tutto corredato da dati accuratamente verificati e foto di difficile reperibilità.
Dai primi del Novecento a seguire, si passano così in rassegna cronologica le varie opere tratte da fumetti italiani e i generi affrontati (racconti per l’infanzia, western, nero criminale, erotico, umoristico, fumetto d’autore), sino a giungere ai giorni nostri, con il secondo capitolo del Diabolik dei Manetti Bros.
La seconda parte del volume descrive invece il percorso inverso, ovvero quello che dalla pellicola ha condotto le storie e i personaggi a prendere vita su carta, illustrando, seppur per sommi capi, quei fumetti italiani che hanno tratto ispirazione dal cinema. Si segnalano anche gli scambi di ruolo in cui gli artisti del cinema e del fumetto si sono voluti confrontare rispettivamente con il mondo delle “nuvole parlanti” e della celluloide (si pensi al Fellini fumettista o a Gipi regista, ma c'è anche Roberto Recchioni). Completano il volume, una galleria di manifesti e locandine : una delizia per gli occhi.

venerdì 23 giugno 2023

MI DICHIARO PRIGIONIERO POLITICO

 
 

 
 
 
Giovanni Bianconi
MI DICHIARO PRIGIONIERO POLITICO
Einaudi
2003, brossurato
316 pagine


Oltre al titolo, è significativo il sottotitolo: “Storie delle Brigate Rosse”. Non “Storia delle Brigate Rosse” ma “storie”. Cioè, sei storie (personali, a tratti intime) di sei brigatisti scelti non fra quelli di primo piano, ma fra a quelli della militanza di secondo o terzo livello. Due donne (forse le più interessanti) e quattro uomini, di cui si racconta il prima, il durante e il dopo la lotta armata e attraverso cui si ricostruisce il quadro di un’epoca e della visione della società che avevano i terroristi. I ritratti di ”Pippo” (Tonino Paoli), “Augusta” (Angela Vai), “Claudio” (Bruno Seghetti), “Gulliver” (Germano Maccari), “Michele “ (Francesco Piccioni), “Paola” (Geraldina Colotti) raccontano le luci e le ombre delle loro personalità, i conflitti interiori, le illusioni e le disillusioni, i furori e le palpitazioni. Ogni brigatista che entrava in clandestinità lasciava una famiglia, a volte dei figli, il gruppo di amici, compiva scelte che avrebbero cambiato la propria vita per sempre e compiva azioni che avrebbero rovinato (o stroncato nel sangue) quelle di altri, molti altri. Ciascun terrorista, oltre al nome di battaglia, ne aveva uno proprio: sul lato “personale” indaga l’autore, dimostrando anche come le Brigate Rosee non fossero un gruppo compatto e monolitico e anzi non mancassero fronde interne, dubbi e idee diverse. Spiega Giovanni Bianconi: “Questo libro ricostruisce alcuni aspetti delle storie di sei militanti delle Brigate rosse nell’arco di tempo tra il 1970 e il 1988, durante il quale le organizzazioni armate di sinistra hanno provocato la morte di centoventotto persone (e il ferimento di alcune centinaia). Alcuni dei protagonisti, così come tanti altri militanti delle Br, hanno seguito percorsi diversi dopo lo svolgimento degli avvenimenti di cui si parla; ad esempio attraverso un ripensamento critico sull’uso della violenza come strumento di lotta politica”. Bianconi si astiene da valutazioni morali e non formula alcun giudizio. Per questo il suo libro è misurato e interessante. Il titolo, tuttavia, mi fa ricordare quel che pensavo io, che avevo sedici anni quando fu rapito e assassinato Aldo Moro, sentendo dire di qualcuno che si dichiarava “prigioniero politico”: la mia reazione era di perplessità perché mi sembrava, e ancora mi sembra, che chi lo diceva, in realtà, veniva imprigionato per aver impugnato un’arma, non per le idee politiche.

venerdì 9 giugno 2023

IL TERRORE CHE MORMORA



 

John Dickson Carr
IL TERRORE CHE MORMORA
Polillo Editore
2013, brossurato
302 pagine, 16.90 euro

John Dickson Carr (1906-1977) amava talmente l’intreccio giallo classico di impronta inglese (quello alla Agatha Christie, per intenderci), che nel 1932 si trasferì dagli Stati Uniti, dove era nato, in Inghilterra, luogo che riteneva più congeniale per architettare le sue trame, sempre complesse e misteriose, distanti dal comune poliziesco d'azione, e ambientate spesso in antichi manieri, se possibile in mezzo alla nebbia. I suoi ispiratori furono Arthur Conan Doyle (a cui dedicò una biografia) e Gilbert Keith Chesterton (sulla cui figura modellò il criminologo protagonista di molti suoi romanzi, il professor Gideon Fell). Straordinariamente prolifico (al punto da pubblicare opere anche sotto pseudonimo), il suo nome è legato ai delitti della “camera chiusa”, quelli in cui si scopre un cadavere assassinato in una stanza bloccata dall’interno, dalla quale non è potuto uscire nessuno, ma dove si trova soltanto la vittima e non c’è traccia dell’uccisore. Anche questo “He Who Whispers”, del 1946, prevede un meccanismo del genere anche se non proprio: immaginatevi una vecchia torre rotonda affacciata su un precipizio, di cui restano soltanto le mura circolari, completamente vuota all’interno, con una serie di scalini di pietra che salgono fino al camminamento in alto. Figuratevi adesso che alcuni testimoni abbiano lasciato il ricco Howard Brooke lassù in cima, ancora vivo, e siano scesi facendolo restare solo. Dopodiché, ponete che ci sia la certezza che nessuno è più risalito sugli spalti: tuttavia, Howard non discende e viene ritrovato ucciso da una lunga lama, quella del suo bastone animato che portava sempre con sé. Com’è possibile? Naturalmente c’è tutto un teatrino di personaggi che rendono vivace e talora inquietante la trama (si parla persino di una vampira a cui potrebbe essere imputato l’assassino), e c’è Gideon Fell che indaga. La spiegazione del caso, come al solito, è impeccabile - anche se bisogna stare al gioco guidato da Dickson Carr, che non propone soluzioni plausibili ma possibili. Cioè, il caso può darsi, anche se non è esattamente la cosa più facile che possa accadere. Del resto, spiega lo stesso autore nel suo capolavoro, “Le tre bare”, nessuno chiede a un giallista che l’assassino si riveli il personaggio più probabile, ma il più insospettabile, per quanto strano sia. Due parole infine sulla collana “I bassotti” della della benemerita Polillo Editore: Marco Polillo (1949-2019), giallista a sua volta, ha pubblicato in agili volumi dall’inconfondibile copertina color arancio, a partire dal 2002, le migliori detective stories della produzione più classica, recuperando titoli di autori anche dimenticati o poco noti, ma di straordinario valore.

martedì 6 giugno 2023

L'UOMO DEL WEST

 
 

 
 
 
Gino Vercelli
L'UOMO DEL WEST
Allagalla
2022, cartonato
94 pagine, 19 euro


"Gino Vercelli al suo debutto nel western dopo anni di fantasy, horror e fantascienza dimostra un inaspettato talento anche in una storia di cavalli e polvere da sparo che sarebbe piaciuta al suo antico maestro, Roy Dami". Così commenta Claudio Nizzi, uno che di western se ne intende, in quarta di copertina. Incuriosito, sono andato a informarmi come e quando Gino Vercelli (che a dispetto del cognome è nato in provincia di Asti, nel 1961) sia stato allievo del mitico D'Amy (per usare il suo nome d'arte). Ho scoperto così che Gino, uscito nel 1978 dall'Istituto d'Arte, ha effettivamente per un paio d'anni "a bottega" nello studio grafico di Rinaldo Dami, da cui sono usciti fumetti memorabili e schiere di fumettisti (tra cui Giovanni Ticci e Renzo Calegari), fino alla prematura scomparsa del titolare, avvenuta nel 1979. Ma ormai Vercelli aveva imparato i rudimenti del mestiere e tra il 1981 e il 1988 lavora per "Boy Music" della Rizzoli, per la Edifumetto di Renzo Barbieri e per LancioStory. Finché eccolo entrare in Bonelli, chiamato a disegnare prima per "Zona X", poi per "Martin Mystère" quindi per Nathan Never, Jonathan Steele e Dampyr. Eppure, nonostante tanta applicazione sul versante fantastico della produzione bonelliana, lo scopriamo oggi, grazie ad Allagalla, autore completo (testi e disegni) perfettamente a suo agio nel Far West. Una passione nata, evidentemente (come per tanti della nostra generazione - il vostro recensore ci si riconosce pure lui) da tanti film e fumetti western, che lo ha spinto a lavorare per proprio gusto personale a un racconto tenuto a lungo nel cassetto fino alla proposta in volume consegnato ai lettori nel 2022. Si tratta di un racconto senza respiro destinato soprattutto ai cultori del western con tante sparatorie, tanta polvere, tanti cavalli, tanti morti ammazzati, narrato con il ritmo rapido e sincopato delle riviste popolari di un tempo (appunto come "Boy Music" e "LancioStory"), il cui standard viene adottato al formato del graphic novel. Ci imbattiamo in spunti a ripetizione che, se approfonditi, basterebbero per una miniserie (a fumetti a anche in TV), che però Vercelli si gioca in poche vignette puntando più sugli inseguimenti e sulle sparatorie. Ci sono tutti gli elementi più classici del genere: la rapina in banca, il covo dei banditi, la bella del saloon, il boss del paese, gli indiani, i solati, i tradimenti e i doppi giochi, un segreto famigliare, e si passa da una situazione all'altra con grande velocità. Non c'è nessuna divisione netta tra buoni e cattivi, perché anche il biondo protagonista non è uno stinco di santo. Il tutto raccontato con un tratto sporco e graffiato, ma funzionale alla narrazione che scorre veloce.

domenica 4 giugno 2023

IO SONO ANTONIETTA


 



Giuseppe Reina
IO SONO ANTONIETTA
Algra Editore
2022, brossurato
268 pagine, 16 euro


Il 10 luglio 1955, sulle rive del lago di Castelgandolfo (in provincia di Roma), venne rinvenuto il cadavere decapitato di una donna. Il corpo aveva l’addome pugnato in più punti e le erano state asportate le ovaie. Gli investigatori dell’epoca faticarono non poco a stabilire l’identità della vittima, che soltanto un mese dopo venne identificata in Antonietta Longo, nata a Mascalucia (CT) nel 1925, ma da tempo residente a Roma, nella casa di una famiglia benestante presso la quale era a servizio. Il caso della “decapitata di Castengandolfo” scatenò l’interesse della stampa nazionale per molti mesi, suscitando le ipotesi più svariate su tutte le testate, con decine di giornalisti che seguivano gli sviluppi delle indagini segnalando gli indizi e i misteri legati agli strani comportamenti di Antonietta nei giorni precedenti l’omicidio. Come accade anche ai giorni nostri quado ci sono inchieste su omicidi particolarmente efferati di cui è difficile individuare i colpevoli, i cronisti davano la caccia ai parenti e ai conoscenti per riportarne interviste e dichiarazioni. Se ne continuò a parlare ameno fino agli anni Settanta, poi la stampa e gli inquirenti si arresero di fronte all’apparente impossibilità di ricostruire l’accaduto e attribuire responsabilità. Dico “apparente” perché c’è anche chi sospetta che, in realtà, le indagini furono prima depistate poi insabbiate, in ogni caso non si batterono con la dovuta attenzione tutte le piste. A quasi settant’anni di distanza dall’omicidio, il “cold case” viene riaperto da un formidabile libro di Giuseppe Reina, pronipote di Antonietta Longo (che era sorella di sua nonna),il quale per lungo tempo ha raccolto, con la tenacia di un segugio, tutto ciò che era stato detto e scritto all’epoca dei fatti, ha intervistato i testimoni sopravvissuti e fatto ricerche sui luoghi, pur senza ottenere alcun aiuto dalle autorità inquirenti. Reina ha condotto la sua inchiesta dopo una visita alla tomba della prozia nel cimitero di Mascalucia, successivamente all’aver scoperto ciò che in famiglia gli avevano sempre taciuto, perché la triste sorte della donna non lo turbasse, in ragione di un rassegnato silenzio calato anche dai congiunti sulla tragica vicenda. L’autore, mosso dunque da una più che legittima motivazione, riapre il caso e fornisce ai suoi lettori tutti gli indizi che sembrano portare addirittura all’individuazione di un probabile assassino e depistatore. Tutto lascia credere che Antonietta sia morta durante un aborto clandestino a cui era stata costretta con la forza, e le mutilazioni agli organi riproduttivi servissero a nascondere l’evidenza di una gravidanza. La ricostruzione del caso è estremamente puntuale e la narrazione coinvolgente punta a fornire non solo il possibile susseguirsi dei fatti ma anche un ritratto psicologico realistico della vittima, giovane donna di umili origini che cercava un riscatto dalla vita. “Io sono Antonietta” racconta anche una realtà italiana, sociale ed economica, diversa da quella di oggi, facendone rivivere al lettore il clima degli anni Cinquanta. Un saggio che si legge come un romanzo, giungendo all’ultima pagina con la speranza che davvero il caso venga, chissà come, riaperto.

sabato 3 giugno 2023

IL RITORNO DI TILT

 

 

Alfredo Castelli
Daniele Fagarazzi
IL RITORNO DI TILT
Cut-Up Publishing
2023, cartonato
98 pagine, 26.90 euro


La definizione più sintetica e calzante per questo volume è “must”. Lo si deve avere per forza, perché racconta e antologizza un “cult”, vale a dire “Tilt”. Insomma è un must su quel cult al top che fu “Tilt”. E dopo questo incipit, a cui diciamo stop, passiamo a illustrare meglio di che cosa si tratta. Bisogna innanzitutto partire da una rivista umoristica intitolata appunto “Tilt”, uscita tra il 1968 e il 1969, alla cui realizzazione lavorarono Alfredo Castelli, Marco Baratelli, Mario Gomboli e Carlo Peroni. Ne uscirono soltanto due numeri, che sono stati raccolti in un precedente volume targato Cut-Up, “La preistoria di Tilt” (2022), copertina in calce, di cui abbiamo parlato qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/04/la-preistoria-di-tilt.html

Questa prima versione di “Tilt” era ispirata alla rivista americana “Mad” (1952) che, nei suoi primi 23 numeri pubblicava essenzialmente parodie. Ed essenzialmente parodie furono quelle proposte dal "Tilt" degli anni Sessanta. Nel 1972 Alfredo Castelli propose al direttore del “Corriere dei Ragazzi”, Giancarlo Francesconi (1925-2015), di trasformare “Tilt” in una rubrica del rivista, per la quale lavorava come redattore. Visto approvato il progetto, adattò i contenuti a un nuovo genere umoristico, il “kibitzer”, esattamente come aveva fatto “Mad” dal numero 24 in poi. Il “kibitzer” (termine Yiddish che letteralmente significa “spettatore”) si differenzia dalla parodia perché si occupa di commentare temi di attualità in modo satirico o ironico. Le prime puntate del “Tilt” del “Corriere dei Ragazzi” furono illustrate da Bonvi (1941-1995), che poi passò il pennello a Daniele Fagarazzi (con sporadiche intromissioni di Silver, Gomboli e ancora di Bonvi). In tutto, uscirono 119 puntate di due pagine, tra il 1972 e il 1975, con alcune eccezioni che ne contarono tre o quattro. Il secondo volume Cut-Up dedicato a “Tilt” raccoglie appunto una selezione di tavole scritte da Castelli e illustrate da Fagarazzi (1944-2019). Si tratta di materiale uscito tra il 1972 e il 1974, per metà a colori (ricavato dalle pagine della rivista), per metà in bianco e nero (ricavato da un rimontaggio fatto nel 1976 per un volume progettato dalla Dardo che però non uscì mai, e che vide la luce invece nel 1978 grazie a Luigi F. Bona).
Tutti questi dati non sono frutto di una mia attenta ricerca ma della mia attenta lettura delle esaustive prefazioni e postfazioni di Alfredo Castelli che, con precisione maniacale, cita dati e dati, nomi e cognomi, allegando una puntuale cronologia e perfino un dizionario dei personaggi citati (da Paolo Cavallina e Gabriella Farinon), nel caso i lettori più giovani non sappia a chi ci si riferisca (io, ahimè, per motivi anagrafici li conosco tutti). Una caratteristica delle inesauribili gag ideate da Castelli e illustrate da Fagarazzi è quella di dar vita a una sorta di “trasmissione in diretta” dalla redazione del “Corriere dei Ragazzi”, chiamando in causa gli stessi autori obbligati dal direttore Francesconi a trovare sempre nuovi argomenti settimana dopo settimana; direttore caricaturizzato in quasi tutte le puntate della rubrica, impegnato in una strenue lotta contro i suoi redattori (Castelli in primis, ugualmente caricaturizzato con i colleghi) troppo sfaticati, oppure troppo pungenti per un giornale destinato ai ragazzi. Su “Tilt” esordirono personaggi indimenticabili di Castelli, quali l’Omino Bufo e Otto Kruntz, vennero proseguite serie come “Zio Boris” e “Lo zoo pazzo” (di Mario Gomboli”). Castelli cita una dichiarazione di Alessandro Barbero, che scrive. “All’immortale Tilt credo di dovere la scoperta, a 14 o 15 anni, del senso dell’umorismo”. Anche tanti altri, professor Barbero, glielo assicuro. L’antologia di Cut-Up, che si spera possa essere la prima di una serie, si fregia di una mirabolante copertina di Massimo Bonfatti, disegnatore a cui io affiderei in toto, se fossi un editore, una ripresa delle pubblicazioni di “Tilt”. Con testi sempre scritti da Alfredo Castelli, naturalmente.