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sabato 4 agosto 2018

CATERINA SFORZA




Natale Graziani 
Gabriella Venturelli 
CATERINA SFORZA 
Dall'Oglio Editore 
1987, cartonato 380 pagine 

Se visitate i castelli della Romagna fra Imola e Forlì, in ognuno troverete un pozzo in cui, vi dirà la guida, Caterina Sforza faceva gettare i suoi amanti dopo esserseli portati a letto (o dove avesse avuto voglia di portarseli). Leggende e dicerie, indubbiamente, ma che Caterina fosse discretamente lussuriosa è vero, come è vero che facesse frustare o gettare per qualche tempo in prigione chi, fra i suoi sudditi, osasse malignare sui suoi appetiti sessuali spettegolando su questo e su quello. Del resto, da perfetta e astuta donna di potere (questo è un caso in cui "donna" equivale perfettamente a "uomo"), aveva una fitta rete di spie e di informatori che intercettavano subito i discorsi delle lingue lunghe. Che fosse machiavellica non ci sono dubbi. Peraltro, Niccolò Machiavelli stesso, mandato da lei dai fiorentini per ambascerie, nel rimase colpito, e ne scrisse, per quanto era abile nei giochi politici con gli altri potenti, ferrea nel governo delle sue terre, spietata conto i nemici. Machiavelli racconta anche, e dunque l'episodio lo diamo per certo, di cosa successe quando una congiura di palazzo gli uccise il primo marito, Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV Della Rovere, sposando il quale aveva ricevuto con lui la signoria di Forlì. I congiurati avevano fatto prigioniera la contessa e la portarono davanti a un castello perché ordinasse a chi lo difendeva di aprire il portone e arrendersi. Caterina finse di entrare per dare disposizioni in tal senso e invece si barricò dentro con i difensori. I congiurati portarono sotto le mura i figli della contessa minacciando di tagliar loro la gola se non si fosse arresa. Caterina salì sulle mura, si alzò il vestito mostrando i genitali e disse: uccideteli pure, ho lo stampo per farne degli altri. La congiura fallì e i figli furono salvi, ma la scena fu epica. "Tygra", la definirono una volta: la Tigre. Ebbe tre mariti e un grande amore, quello per Giacomo Feo, un popolano di cui si innamorò al punto che alcuni dei suoi sudditi glielo uccisero convinti che la contessa ne fosse succube e che fosse diventato lui, il Feo, il vero signore di Forlì, pronto anzi a uccidere il legittimo erede, Ottaviano, ancora ragazzetto. Che Caterina potesse essere succube di qualcuno non è dato di crederlo. I congiurati che credevano di farle del bene, furono tutti torturati e squartati. L'ultimo dei suoi mariti, Giovanni il Popolano dei Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, la incontrò perché anche lui venne mandato da Firenze a Forlì per una ambasciata, e fu sedotto dalla bellezza di Caterina da poco rimasta vedova per la seconda volta. Lo stesso anno in cui nacque il loro figlio Ludovico, Giovanni morì (di malattia) e a Ludovico venne cambiato nome, diventando il celebre Giovanni Delle Bande Nere. Che Caterina fosse bella e prosperosa è detto a tutti, ci manca però un suo ritratto, abbiamo delle monete in cui tanto bella non è avendo il nasone degli Sforza. Del resto era figlia illegittima (nata a Milano nel 1463) di duca Galezza Maria e della cortigiana Lucrezia Landriani, ma era stata cresciuta con il resto della prole sforzesca, prima di venire offerta, a nove anni, sposa bambina a Girolamo Riario, in ragione di giochi politici troppo lunghi da raccontare. Se volete saperne di più, compresi gli aneddoti sugli "experimenta" da lei condotti per tutta la vita sui cosmetici e gli afrodisiaci (pare che avesse un rimedio per le disfunzioni erettili maschili che il Viagra levati), questo libro, serio e documentatissimo a dispetto di questa ilare recensione, fa decisamente al caso vostro.

domenica 20 marzo 2016

L'AUTUNNO DELL'AZTECO



Gary Jennings
L’AUTUNNO DELL’AZTECO
Rizzoli
Collana La Scala - Traduzione di Maria Teresa Marenco
Prima edizione ottobre 1997
cartonato - 452 pagine -  lire 32000

“Lo vedo ancora bruciare”. Con questo fulminante inizio, Gary Jennings collega questo suo nuovo romanzo dedicato agli Aztechi alla fine di quello precedente di cui è l’ideale seguito. Ne “L’Azteco”, infatti, il protagonista Mixtli, ribattezzato Juan Damasceno dagli invasori spagnoli, finiva bruciato sul rogo. Tra la folla che assiste all’esecuzione c’è anche suo figlio, un figlio a lui ignoto, nato dal suo amore occasionale con una donna della città costiera di Aztlan. Proprio il figlio di Mixtli, Tenamaxtli, è il protagonista del nuovo racconto. Purtroppo, come spesso capita ai sequel, il proseguo del primo romanzo delude le aspettative suscitate appunto dalla straordinarietà dell’opera precedente. “L’Autunno dell’Azteco” non è all’altezza del modello iniziale. Forse, se qualcuno non avesse letto “L’Azteco” potrebbe trovare più interessante queste vicende. Ma tanto era il fascino dell’altro libro, che questo secondo non riesce a brillare neppure di luce riflessa. Eppure Jennings non costruisce una storia banale e si sforza, come già aveva fatto prima, di mescolare realtà e fantasia per restituire al lettore un quadro vivo di un’epoca. Il racconto parla dell’ossessione di Tenamaxtli di organizzare un esercito di nativi centroamericani (dai Mexica agli Yaki) per ricacciare in mare gli occupanti spagnoli. Per realizzare il suo sogno, impara la lingua castigliana, assume un nome ispanico (Juan Britanico), impara l’uso delle armi da fuoco, scopre la composizione della polvere da sparo, costruisce un archibugio, poi si mette a girare il Messico in lungo e in largo per fomentare la rivolta. Deve vedersela contro intrighi di ogni genere e perfino con alcuni della sua gente che scendono a patti con il nemico (il suo perfido cugino, per esempio). Contro i suoi avversari, Tenamaxtli è crudele come solo un azteco (cresciuto a pane e sacrifici umani) può esserlo. Divenuto signore di Aztlan, la sua città natale, costituisce un primo piccolo esercito che poi diventa numerosissimo. Con quello, attacca e conquista il centro di Tonala, futura Guadalajara. La forza e la crudeltà dimostrata terrorizzano gli spagnoli. Ma proprio quando il protagonista sta per attaccare Città del Messico, la sua rivolta viene bruscamente fermata dal viceré Mendoza, che la soffoca nel sangue. La vicenda, naturalmente, ha un fondamento storico. Nella parte finale del romanzo c’è l’unica, vera sorpresa. La Veronica a cui per tutto il libro Tenamaxtli si rivolge (raccontando in prima persona) si scopre essere sua figlia. E’ una giovane donna che porta in sé il sangue di etnie diverse: quella autoctona messicana, quella spagnola e quella di colore. “Il tuo delizioso volto è il volto dell’Unico Mondo”, dice il protagonista prima di morire, riferendosi alle tante razze unite in un volto solo, simbolo del Messico che verrà. E quasi si pente di aver fomentato la ribellione per tutto il racconto. La fine della guerra da lui scatenata è brusca e quasi tirata via, molto affrettata. Ma ci sono altri difetti: altri passaggi non ben sfruttati, e poi la stanchezza inventiva di alcune pagine. Ma soprattutto c’è il problema del carattere crepuscolare del racconto. “L’Azteco” raccontava di una civiltà florida e affascinante, di piramidi sui cui gradini rotolavano i corpi di migliaia di uccisi, di Cortes e Montezuma. Qui siamo in autunno, ci sono solo preti, soldati con l’archibugio, aztechi proni e convertiti, rovine e miseria. La spedizione di Coronado verso le Città di Cibola è appena accennata. Il sesso e la violenza a volte sono pretestuosi. Ma chissà, forse questa sensazione è solo il dispiacere per non avere ritrovato il vecchio Mixtli. Ci sono stati altri due seguiti.


domenica 29 novembre 2015

AMARA, VERVELIA E CRIPZIA


AMARA, VERVELIA E CRIPZIA
STORIE BREVI DI BELLISSIME ZOMBIES
di Nik Guerra e Cristina You-Bad-Girl
Edizioni Di
2015, brossurato
116 pagine, 20 euro

"Nik è il diminutivo di Nicola, nonché l'anagramma di Ink, inchiostro", scrive di sé il disegnatore nelle Note in appendice. D'altro canto, "You-Bad-Girl" vuol dire "Tu, ragazzaccia", e dunque anche la sceneggiatrice si sceglie un nome d'arte che, in qualche modo, identifica la sua originale calligrafia applicata al fumetto dark, trasgressivo persino nei confronti della trasgressione. Già, perché Nik e Cristina trasgrediscono le regole dello splatter, dell'horror, dell'erotico e del macabro realizzando un volume che evita i luoghi comuni e spiazza il lettore: niente sesso, anche se le storie e i disegni sono carichi di sensualità; nessun morto, anche se abbondano le tombe; nemmeno un po' di paura, ma strizzate d'occhio ironiche e maliziose. Il che non significa che non ci siano emozioni: al contrario. Le figure femminili di Nik Guerra sono sempre estremamente conturbanti, e il loro abbigliamento (curato nei minimi dettagli) eccita più di un nudo integrale. Cristina You-Bad-Girl, dal canto suo, gioca con gli zombie, anzi, le zombie, ideando tre eroine (una diversa dall'altra) che non obbediscono alle regole di George Romero e non sono come la consuetudine prevede debbano essere. Amara Long, procace morta vivente sui tacchi a spillo, non mangia ma si rigenera venendo mangiata (in questo il segreto della sua immortalità); Vervelia Bones, pantera bionda, si risveglia in un cimitero per andare ad aprire ogni notte un negozio di tatuaggi e si nutre dell'acqua marcia dei vasi da fiori delle tombe; Cripzia Coffin, la più pericolosa delle tre, dorme in una bara e ne esce periodicamente per andare a nutrirsi di cervelli umani, ma andando in giro ai giorni nostri non ne trova più, così come sono spariti i negozi di dischi: "in che epoca di merda sono finita?", si chiede, poco prima di venire addirittura scambiata per una cosplayer. Le tre macabre vamp sono protagoniste di varie storie brevissime e divertenti, in cui gli ammiccamenti erotici si fondono con folgoranti frecciate di satira sociale e di costume. Non manca un incontro con Magenta, il più celebre dei personaggi usciti dal pennello di Nik Guerra. La seconda parte del volume, come era già successo con il precedente, presenta le bellissime matite del disegnatore e una carrellata di pin up a colori.

sabato 12 settembre 2015

L'AVVERSARIO



L'AVVERSARIO
di Emmanuel Carrère
Adelphi
2013, brossurato
180 pagine, 17 euro

Lo straordinario talento di Carrère quale cronista in grado di trasformare i fatti di cronaca o i personaggi storici in ipnotica letteratura, in questo libro si applica all'incredibile vicenda di Jean-Claude Romand che, nel gennaio del 1993 a Prévessin-Moëns, in Francia, uccise i genitori, la moglie e i due figli piccoli con la più assurda delle motivazioni: tutto ciò che essi sapevano della sua vita era falso. Dopo aver frequentato per due anni la Facoltà di Medicina di Lione, Romand non era stato ammesso al terzo anno ma aveva mentito annunciando di avercela fatta, per non deludere il padre e la madre. Da quel momento in poi aveva costruito attorno a sé una stupefacente montagna di bugie, facendo credere a tutti di essersi laureato e di aver trovato un impiego a Ginevra presso l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Niente di vero.Tutti i giorni partiva per il presunto luogo di lavoro, mentre invece girava per i boschi o bivaccava nei bar o nei parcheggi. Anche dopo essersi felicemente sposato e aver messo al mondo due figli, ha continuato a vivere una vita immaginaria, perfetta in ogni particolare ma assolutamente falsa. Nessuno sapeva che lo stipendio che Jean-Claude portava a casa era frutto di raggiri e inganni che lui architettava ai danni di amici e famigliari, ottenendo soldi in gestione che egli affermava di poter far fruttare nelle banche svizzere. Quando, dopo vent'anni, la verità stava per venire scoperta, Romand ha sterminato la famiglia e ha tentato (o forse solo simulato) il suicidio. Carrère ha intervistato l'assassino, ha seguito il processo, ha visitato i luoghi dall'incredibile vicenda e poi, senza enfasi ma con profonda partecipazione al dramma, ha scritto il suo libro che indaga su come possa essere scattata nella mente di un uomo una simile trappola. "L'avversario" a cui allude il titolo potrebbe essere il Nemico per antonomasia, il diavolo il cui principale attributo è di essere bugiardo e ingannatore, ma secondo me è la nostra Metà Oscura, quella che si agita nella mente di ciascuno di noi, più o meno sopita. La narrazione non si compiace mai del truculento o del macabro, ma allo stesso tempo non è fredda come un rapporto giudiziario o un referto autoptico.  Scava con partecipazione e umanità nella psicologia dell'omicida, per comprenderla senza giustificarla, e lettura ne risulta angosciante non soltanto perché i fatti narrati sono tragicamente veri, ma anche e soprattutto perché non si può fare a meno di chiedersi quanto della nostra vita così come appare agli occhi degli altri sia vera e quanto assolutamente simulata. Di Carrère sono consigliatissini tutti i libri, in particolare "Il Regno", "Limonov" e "La settimana bianca".