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giovedì 11 maggio 2023

EVEREST

 
 

 
Roberto Mantovani
EVEREST
Edizioni White Star
Cartonato – 150  pagine

Pur mancando sul volume ogni indicazione sulla data di uscita, una fascetta ricorda il cinquantesimo anniversario della conquista dell’Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, e dunque si può pensare che il libro sia uscito nel 2003, mentre nel testo la storia delle scalate si ferma al 1994, e dunque si tratta con ogni probabilità di un testo uscito qualche anno fa e ridistribuito per l’occasione. In ogni caso, il volume è molto bello e documentato, completo da tutti i punti di vista: ci sono straordinarie e spettacolari fotografie recenti e una emozionante raccolta di immagini d’epoca, a partire dalle illustrazioni  risalenti agli anni della scoperta dell’Everest, o Cima XV, che fin da subito venne identificata come aspirante alla corona della vetta più alta del mondo attraverso il sistema di rilevazione basato su teodoliti. Sir George  Everest, che fu un pioniere delle cartografia del subcontinente indiano, ebbe l’onore (non da lui richiesto) di dare il suo nome a quella montagna, di cui si ignorava il nome locale anche per l’impossibilità o l’enorme difficoltà di penetrare in Nepal o nel Tibet. Il volume ripercorre la storia delle prime esplorazioni e dei primi tentativi di scalata, con le ricognizioni di George Mallory e la sua misteriosa scomparsa, nel 1924, arrivando poi al dopoguerra con l’impresa di Hillary fino alle successive spedizioni che hanno aperto nuove vie alla cima dopo la via da Nord, tibetana, tentata all’inizio e la via da Sud, nepalese, la più battuta ai nostri giorni. E qui, il volume denuncia l’eccesso di spedizioni degli ultimi anni, quando l’Everest sembra diventata una meta turistica.



domenica 5 settembre 2021

IL CACCIATORE DI AQUILONI

 

 


Khaled Hosseini
Fabio Celoni
Mirka Andolfo
Tommaso Valsecchi
IL CACCIATORE DI AQUILONI
Piemme
2011, brossurato
140 pagine, 9.90 euro


Khaled Hosseini, scrittore statunitense di origine afghana, scrisse "Il cacciatore di aquiloni" nel 2003: fu un esordio di grande successo. Si tratta in effetti di un romanzo coinvolgente ed emozionante che mette a confronto società e culture diverse, narrando una storia di sentimenti forti, contrastati e contrastanti, intessuti con fatti storici reali. Il successo è stato ripetuto e confermato dai titoli successivi dello scrittore.
Ambientato negli States, in Pakistan e in Afghanistan, racconta la storia di due ragazzi, Amir (di etnia pashtun) e Hassan (di etnia hazar), sullo sfondo di drammatiche vicende che prendono il via a Kabul nel 1970, quando la città era libera (pur con tutte le contraddizioni del caso). Hassan vive come servitore nella casa del padre di Amir, il vedovo Baba, ma a dispetto della diversa condizione sociale i due sono grandi amici, nonostante la gelosia del pashtun verso le attenzioni di Baba per il giovane hazar e il senso di colpa di Amir per la morte (di parto) della madre. Si scopre poi che le premure del padre verso Hassan hanno una spiegazione (ma rivelare quale sarebbe spoilerare). Il titolo del romanzo deriva da un gioco molto in voga tra i ragazzi di Kabul in quegli anni: non far volare di più e meglio i proprio aquiloni, ma impossessarsi di quelli degli altri dopo aver tagliato il filo degli avversari. Ma se gli avversari sono bulli violenti e più grandi che non accettano la sconfitta si può andare incontro a grossi guai: a pagarne le conseguenze è Hassan, a cui, un giorno, si deve la vittoria di Amir. Il giovane hazar viene picchiato e addirittura violentato dalla banda del bieco Assef, che poi diventerà, anni dopo, un feroce capo talebano. Lo stupro di Hassan provoca una strana reazione in Amir, che cade vittima dei sensi di colpa per non essersi esposto in soccorso dell'amico, e fa in modo (inscenando un furto) di farlo allontanare dalla casa del padre. Gli eventi precipitano: nel 1981, in seguito all'occupazione russa, Baba e il figlio si trasferiscono negli Stati Uniti, attraversando le difficoltà di una difficile integrazione. Si susseguono gli eventi della vita: il tormentato Amir, che ha perso le tracce di Hassan, si sposa, Baba muore di cancro. Nel 2001, però scopre che il suo vecchio amico è stato ucciso, con sua moglie, in circostanze drammatiche (mentre continuava a far la guardia alla casa di Baba, fedele come sempre), dai talebani che hanno preso il potere a Kabul. E' rimasto un orfano, Sohrab. Hamir capisce che per pagare il debito che ha con Hassan deve sottrarre il bambino ai talebani e portarlo in Occidente. Si imbarca così in una rischiosissima missione di recupero che riporta a Kabul, dove si trova faccia a faccia con Assef intento, con i suoi, a lapidare una donna, rimasto lo stupratore di bambini che era. Una storia che strizza lo stomaco.
Dopo aver pubblicato il romanzo in Italia nel 2004, Piemme pubblica nel 2011 anche "la" graphic novel (così c'è scritto il copertina, al posto di "il"), attribuendo sulla cover l'opera a Fabio Celoni (disegni) e Mirka Andolfo (colori) e citando solo all'interno lo sceneggiatore Tommaso Valsecchi. L'operazione è felice, la trasposizione a fumetti riuscita, anche se (come si dice di solito dei film), "era meglio il libro". Sarebbero servite molte pagine in più, come capita spesso in questi casi. Ma il fumetto che ne è venuto fuori è efficace sia nei testi, che nei disegni, che nei colori.

mercoledì 18 aprile 2018

PYONGYANG






Guy Delisle
PYONGYANG 
Fusi Orari

2006
176 pagine
Come descrive il mondo Guy Delisle, nessuno.  L'ho scoperto anni fa seguendo l'autore nel suo viaggio a Pyongyang, la capitale della Corea del Nord, il paese più isolato del mondo, un luogo davvero ai confini della realtà. Anni fa, intendendo nel 2006 quando uscì in Italia il libro di graphic journalism "Pyongyang" realizzato nel 2003: vale a dire quando della Corea del Nord non parlava nessuno e Kim Jong-un non era ancora salito al potere (lo avrebbe fatto nel 2011). Delisle ha vissuto (praticamente guardato a vista) nella città coreana per due mesi, dovendo controllare la lavorazione di una serie di cartoni animati francese affidata agli intercalatori locali, lavoratori particolarmente a basso costo. Gli stranieri sono ammessi con il contagocce dal regime, vengono alloggiati tutti in due o tre alberghi da cui non possono uscire se non sotto scorta. Da questa esperienza, l'autore ha tratto un reportage a tratti esilarante, a tratti drammatico. E' incredibile il grado di alienazione in cui una dittatura (in questo caso, comunista) possa ridurre milioni di persone, costrette a vivere in funzione dello stato e nel culto del "caro leader", la cui immagine campeggia dovunque come l'occhio del Grande Fratello. E se qualcuno non ne spolvera l'icona in cornice obbligatoriamente posta in casa propria, può essere denunciato dal vicino e deportato con tutta la famiglia in un campo di lavoro. Spero proprio che Karl Marx avesse in mente ben altro. Ai nord coreani il regime fa credere che le opere del fondatore dello stato, Kim Il-Sung, vengono studiate nelle università di tutto il mondo e che stanno facendo proseliti in vista del trionfo planetario della sua ideologia. Scrive Delisle (pagina 74): "C'è una domanda che vorrebbero fare tutti gli stranieri che visitano questo paese, una domanda che ci guardiamo bene dal fare a voce alta, una domanda che alla fine ci rivolgiamo in silenzio da soli: ma ci credono veramente a tutte queste stronzate che cercano di propinargli?". Fra le stronzate c'è la convinzione che gli abitanti della Corea del Sud vorrebbero tutti riunirsi entusiasticamente a quelli del Nord e che sono gli Stati Uniti a impedirglielo con la forza. Intanto, a Pyongyang la notte non c'è luce (salvo che quella che illumina la statua del dittatore), nei negozi non c'è merce, nelle autostrade non circolano le macchine, ma l'esercito è potentissimo e si testano continuamente nuovi missili in grado di colpire il Giappone. Un libro divertente ed inquietante che dimostra una volta di più come il fumetto possa servire a raccontare qualunque cosa, anche a fare reportage giornalistici. 

lunedì 22 maggio 2017

CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)





CAPIRE ISRAELE IN 60 GIORNI (E ANCHE MENO)
di Sarah Glidden
Rizzoli Lizard
2011, 220 pagine, 
brossurato, euro 17.50 

Sarah Glidden, americana di origine ebraica, classe 1980, debutta con il suo primo libro (pluripremiato) di "graphic journalism".  Lo fa raccontando, attraverso il medium fumetto che si conferma in grado di veicolare qualsiasi contenuto, un suo viaggio alla scoperta di Israele, voluto e desiderato per cercare di capire il perché dei suoi stessi pregiudizi. L'occasione le è offerta da una iniziativa del governo di Tel Aviv, il progetto Taglit, che offre ai giovani ebrei di tutto il mondo un viaggio gratis, guidato attraverso un percorso di tappe obbligate, perché conoscano la Terra dei loro antichi antenati e la realtà dello stato nato dal sionismo. Dal 1999 al 2007 (anno in cui si svolge il viaggio della Glidden) oltre 120.000 ragazzi di tutto il mondo avevano già approfittato dell'opportunità. Sarah, nata a Boston in una famiglia ebraica non osservante, si considera di sinistra (disprezza per partito preso chiunque simpatizzi per i repubblicani) ed è piena di pregiudizi contro Israele. E' anche fidanzata con un giovane musulmano, il quale teme che lei possa tornare dal suo viaggio con idee antipalestinesi, cosa su cui la ragazza, prima di partire, lo rassicura. Perciò, per tutto il viaggio, ascoltando le spiegazioni che le vengono date a proposito del muro che isola gli israeliani dai palestinesi ("gli attentati sono calati da due alla settimana a quattro all'anno") o sull'occupazione delle alture del Golan ("erano rampe missilistiche da cui la Siria bersagliava i villaggi ebraici situati più in basso"), la ragazza si rifiuta di essere indottrinata, vede dappertutto la propaganda governativa, cerca di porsi domande critiche, non accetta passivamente nessuna versione dei fatti. Però, piano piano, il suo muro ideologico comincia a fessurarsi e addirittura si commuove ascoltando la storia dei primi Kibbutz ("quanto di più comunista esista al mondo") o visitando il tempio della Shoa. Alla fine del viaggio, ha capito il punto di vista israeliano dei fatti, e pur senza diventare antipalestinese si rende conto, soprattutto, che diversamente da ciò che credeva (in ossequio a una certa vulgata) esiste appunto una versione dei fatti, non meno vera, anche di parte ebraica. Il suo biglietto da lasciare nel Muro del Pianto dice: "Che venga la pace fra israeliani e palestinesi", ma gli si strappa mentre cerca di infilarlo tra le fessure, cosa che le fa bagnare di lacrime il volto. Tornando a Boston, a chi le chiede "Allora, com'è?", lei risponde confusa: "Beh, ecco...".