sabato 24 febbraio 2018

IL RAGAZZO SENZA STORIA





IL RAGAZZO SENZA STORIA
di Ross Macdonald
Polillo Editore
2012, 265 pagine
brossura, 14.90 euro

La Polillo benemerita per la sua collana "I bassotti", di cui ho recensito qualche titolo, dedicata ai gialli classici di scuola inglese, ha al suo attivo una seconda serie, "I mastini", riservata invece alle crime stories americane. Ross Macdonald (1915-1983), californiano, è considerato un maestro del genere insieme a Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Il suo vero nome era Kenneth Millar,  nato in California ma cresciuto in Canada. Il principale personaggio di Macdonald, non a caso, è un detective privato, Lew Archer che è stato per varie volte interpretato sul grande schermo da Paul Newman (noi lo conosciamo come Harper, e il film più famoso è "Detective Harper: acqua alla gola"). Archer non è un duro, non spara, non picchia la gente. Però sa indagare. Ha fiuto per le piste, sa interrogare le persone facendo le giuste domande, non si lascia facilmente infinocchiare. Seguirlo mentre indaga è divertente e intrigante. In questo romanzo ("The Galton Case", l'ottavo della serie), datato 1959, i colpi di scena sono continui e tutto quel che sembra di aver capito viene smontato dalle scoperte fatte nel capitolo successivo. Che si deve chiedere di più a un poliziesco? Archer viene ingaggiato da una vecchia e ricca signora, l'eccentrica Maria Galton, perché ritrovi suo figlio Anthony, scomparso da vent'anni, quando se ne è andato di casa, volontariamente, senza più dare notizie, dopo una serie di scontri con la madre causati dal suo matrimonio con una ragazza di bassa estrazione sociale, dalla quale aspettava un figlio. S distanza di così tanti anni il caso sembra di difficile soluzione (Antohonyu ha fatto di tutto per non farsi ritrovare, come pare subito evidente)  ma il detective rintraccia il nipote, figlio dello scomparso, che, morto il padre, risulta essere l'unico erede delle sostanze della nonna. Ma davvero il ragazzo è chi dice di essere? La signora Galton è convinta di sé, e accoglie il giovane come se fosse suo figlio. Il medico di famiglia August Howell, invece, lo ritiene un impostore e resta sconvolto quando la sua stessa figlia, Sheila, si innamora del ragazzo. Intende smascherarlo! La soluzione è assolutamente sorprendente, e ribalta ogni attesa come in un gioco di specchi. La trama è complessa ma la storia scorre secondo la logica ferrea che, secondo me, tutti i gialli dovrebbero avere (e purtroppo non tutti hanno). Alla base c'è il meccanismo dell' agnizione tipo di molte tragedie greche, cioè quello del riconoscimento dio una persona data per persa o scomparsa, al suo ritorno a casa, ed è proprio a questo che Macdonald, che considerava questo romanzo il suo migliore, dice di essersi rifatto.


venerdì 23 febbraio 2018

MORTALITA'





MORTALITA'
di Christopher Hitchens
Piemme, 
2012, 100 pagine
cartonato, 12 euro

"Tra le più lucide e illuminanti pagine sulla condizione umana": così il New York Times ha recensito questo aureo libretto che raccoglie gli ultimi scritti di Hitchens, giornalista, polemista, intellettuale e conferenziere. Di lui, Richard Dawkins ha detto: "era il più grande oratore del nostro tempo", per la sua capacità di catturare e infiammare le platee. Ne abbiamo parlato, qui e sul blog, a proposito del libro "Processo a Dio", che raccoglie la discussione svoltasi durante un celebre dibattito televisivo dello scrittore con Tony Blair a proposito della religione, e ancora dopo parlando del saggio "La posizione della missionaria" in cui Hitchens puntava l'indice contro Madre Teresa di Calcutta (potete ritrovare tutte e due le mie recensioni da qualche parte nel mare magnum di "Freddo cane in questa palude"). Ma, soprattutto, Hitchens è l'autore del fondamentale "Dio non è grande" (fondamentale anche per chi crede, perché non si può prescindere dal considerare le idee dello scrittore, e nel caso replicare). Nel giugno 2009, mentre era impegnato nel tour promozionale della sua autobiografia "Hitch 22" (anch'essa imperdibile, edita in Italia da Einaudi), al giornalista viene diagnosticato un tumore all'esofago andato in metastasi. Nei successivi diciotto mesi, Hitchens racconta su "Vanity Fair" tutte le fasi della lotta contro il male (anche se scrive: "non sono io che combatto il cancro, è il cancro che combatte contro di me"), mettendo per scritto in modo lucido e impietoso sia le descrizioni delle sofferenze sia il dipanarsi delle sue riflessioni sulla vita e sulla morte. Gli articoli sono stati appunto raccolti in questo libro, e non smentiscono in nulla il grande talento dell'autore sia come polemista (formidabili le sue risposte a chi sosteneva che la sua malattia fosse una punizione divina e ne gioiva) sia come indagatore in campo letterario, filosofico, sociologico, politico. Commoventi gli ultimi appunti rimasti incompleti, raccolti nel capitolo conclusivo, tra cui questo aforisma che racconta tutto di lui: "Se mi converto sarà perché è meglio che muoia un credente che un ateo". Hitchens è morto nel dicembre 2011.


venerdì 16 febbraio 2018

LETTERA AL MIO GIUDICE



Georges Simenon
LETTERA AL MIO GIUDICE
Adelphi
2003, brossurato
206 pagine, 13.50 euro


Mi è parso di riconoscere gran parte delle tematiche de "L'uomo che guardava passare i treni", che Simenon scrisse nel 1938, in questa "Lettera al mio giudice" che invece è del 1946. In ambedue i romanzi il protagonista è un uomo dalla vita tranquilla che improvvisamente si ribella alle convenzioni sociali e sceglie di essere se stesso. O meglio, per usare una metafora contenuta nella "Lettera", di ritrovare la propria ombra. Charles Alavoine, medico di campagna, per due volte si sposa (la seconda dopo essere rimasto vedovo della prima moglie morta di parto) in ossequio a ciò che tutti si aspettano da un uomo come lui: che abbia un lavoro dignitoso, una consorte, dei figli. E lui si adatta, pur essendo insoddisfatto della propria vita. Non è che non veda vie di fuga: non considera l'ipotesi che le cose possano andare diversamente. Però si accorge sempre di più che gli manca l'ombra, come se la sua esistenza fosse senza sostanza, non vera. Finché non scatta una molla che cambia le cose. Charles conosce per caso una ragazza, Martine, di cui si innamora follemente, al punto da non concepire più come possibile la vita senza di lei. La cosa manda a monte il suo matrimonio con la borghesissima seconda moglie Armande, con cui da tempo non ha più neppure rapporto sessuali, che pure si dice disposta a tollerare che il marito sfoghi i propri bisogni con l'altra a patto che ciò avvenga discretamente e occasionalmente al di fuori delle mura domestiche, in modo da salvare le apparenze. Armande non ha capito che per Charles non si tratta di quello: si tratta della propria vita, del diritto di essere felice. Ci sono pagine molto belle che esprimono il concetto di una esistenza che deve assomigliare a chi la vive, e che spiegano cos'è l'amore. "Il bisogno di una presenza, anzitutto. Il bisogno necessario, assoluto, vitale come un bisogno fisico. Poi la smania di spiegarsi, a noi stessi e all'alto, perché siamo così estasiati, così consapevoli di essere di fronte a un miracolo. Abbiamo tanta paura di perdere quella cosa in cui non avevamo mai sperato, che il destino non ci doveva, che forse ci è stata donata per caso, da sentire continuamente il bisogno di rassicurarci e, per rassicurarci, capire". Purtroppo la forza dirompente della scoperta di come l'amore possa cambiare la vita, porta a degli scompensi in Charles. Il crollo delle precedenti certezze, che pure lui rifiuta con piena consapevolezza, è destabilizzante. Martine è una ragazza dal passato torbido. Probabilmente gli anni in cui il romanzo fu scritto non permisero a Simenon di essere più esplicito, o è lo stesso Charles, nel scrivere la sua Lettera al giudice (tutto il romanzo è costruito come una missiva scritta dal carcere), a essere reticente, ma si accenna di continuo all' "altra Martine", quella della vita prima del suo incontro con il medico. Ragazza dolce, docile, facile, che attira gli uomini da cui veniva sfruttata, manipolata, lusingata, e a cui piaceva trarre rassicurazioni dai desideri altrui, Martine forse è stata una prostituta, comunque è passata attraverso esperienze promiscue non meglio specificate. Dal momento in cui Charles se ne innamora, lui la vuole solo per sé. L'idea del suo passato lo manda un bestia e il medico diventa preda di una furia incontenibile - che porterà alla sua perdizione, e a quella della ragazza, che pure accetta il suo destino perché anche lei trova in quell'amore folle una catarsi desiderata. Drammatico e disturbante, soprattutto nel finale. Simenon sempre magistrale. Da questo romanzo è stato tratto il film "Il frutto proibito" (1952), di Henry Verneuil.

domenica 11 febbraio 2018

SILENZI




Emily Dickinson
SILENZI
Poesia - Feltrinelli
2016 - brossurato
212 pagine -  9.50 euro

Barbara Lanati, traduttrice e selezionatrice delle circa 140 poesie raccolte in questa antologia (delle oltre 1700 scritte dalla Dickinson), è anche l'autrice di un saggio introduttivo molto interessante, che serve a illuminare l'opera della schiva poetessa americana, nata ad Amherst (Massachussetts) nel 1830 e lì morta nel 1886, praticamente senza mai essersene allontanata. "Io non mi spingo oltre il giardino di mio padre, non vado a casa di nessuno, non vado in nessun'altra città", scrive la stessa Dickinson in una lettera del 1869 a Thomas Higginson, redattore di una rivista a cui aveva sottoposto in visione alcune sue poesie. Emily fu sempre timida, introversa, impaurita. La sua vita trascorse nell'attesa di un qualcosa o di un qualcuno che non arrivò mai, ritirata in una stanza, consumata nella lettura, nell'introspezione, nel silenzio dei pomeriggi spesi a lavorare a quelle brevi poesie che solo a quattro anni dalla morte lo stesso Higginson avrebbe dato alle stampe. Dopo averle, beninteso, edulcorate e corrette in nome di una considerazione della poesia femminile come composta e controllata. Cosa che i versi della Dickinson non sempre erano, e non solo l'atteggiamento equivoco di Emily nei confronti della religione ("Non mi sentirò a casa, lo so / nei cieli lulinosi. / Il Paradiso non mi piace / perché è domenica tutti i giorni / e l'intervallo non arriva mai" - poesia 413). C'è di più. Scorrendo i brevi componimenti raccolti in questa antologia ci si accorge subito di come la "vergine di Amherst" espliciti nei suoi versi un grande fermento, una grande passione, addirittura una grande sensualità. "Notti selvagge! Notti selvagge! / Fossi io con te / notti selvagge sarebbero / la nostra passione": così recita la poesia 249. E c'è da notare che il verso finale, tradotto fin troppo castigatamente dalla Lanati (che ha tolto anche il punto eclamativo), in inglese suona: "Our luxury!".  Ed ecco la 162: "Il mio fiume scorre verso di te / Azzurro Mare! Mi accoglierai? / Il mio fiume aspetta una risposta / Oh Mare, siimi benevolo / ti porterò ruscelli da angoli lontani / Ehi Mare, prendimi!". (Bellissima in inglese: "My Rivers runs to thee / Blue Sea! Wilt welcome me? / My Rivers waits reply / Oh Sea - look graciously / I'll fetch thee Brooks / From spotted nooks / Say - Sea - Take Me!").  Scrive la Lanati: "La poesia della Dickinson trascrive l'esperienza di una donna che seppe abbracciare la condizione della solitudine e farne un provocatorio strumento di conoscenza e avvicinamento all'uomo, una donna che visse nell'ostinata interrogazione del silenzio e a quel silenzio riuscì a dare un corpo: la parola poetica". Dunque, vita ritirata e schiva, ma grande impeto interiore sfogato unicamente nella poesia. Poesia che comunque, parla soltanto di lei stessa, è soggettiva, chiusa nel suo piccolo. L'introspezione della poesia dickinsoniana porta talvolta Emily a una scriuttura allusiva e astratta, verrebbe da dire comprensibile solo a lei stessa. Tuttavia, al contrario di molti altri poeti volutamente criptici, anche le poesie più ostiche suonano affascinanti e inquietanti allo stesso tempo. E c'è da notare come la Dickinson nell'originale inglese sia comunque sempre più chiara e più immediata della sua traduzione italiana. "I'm Nobody! Who are you? / Are you Nobody too? / Then there's a pair of us!" ("Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu? / Allora siamo in due!").


domenica 4 febbraio 2018

LOLITA



Vladimir Nabokov
LOLITA
Adelphi
2005, brossurato
400 pagine, 8.50 euro

Un consiglio: meglio leggerlo prima che lo censurino o finisca all'Indice. Una raccomandazione: meglio leggerlo perché è una esperienza che lascia il segno. Una constatazione: è disturbante ma scritto da una dio della scrittura. Una avvertenza: non c'è niente (ma proprio niente) di erotico. Per quante siano state (e furono tante) le difficoltà che ebbe Vladimir Nabokov (1899-1977) nel pubblicare "Lolita" a Parigi nel 1955, quasi certamente oggi l'autore ne incontrerebbe di più. Tuttavia, fin dalla immaginaria prefazione del fantomatico psicologo John Ray (che racconta di come il diario di un detenuto in attesa di giudizio morto in carcere nel 1952 fosse giunto nelle sue mani), la vicenda di Humbert Humbert, letterato europeo (di nazionalità svizzera) trapiantato negli Stati Uniti, viene considerata quella di un caso clinico. Non c'è nessuna indulgenza o simpatia da parte dell'autore verso il suo personaggio, nonostante questi narri in prima persona, e lo stesso H. H. considera se stesso come un malato, in qualche modo vittima del suo modo di essere. Dunque Nabokov non si compiace morbosamente di quel che racconta ma indaga l'animo umano e ne descrive una perversione che tutte le statistiche definiscono tutt'altro che insolita (viene citato uno studio che sostiene una incidenza del 12% tra i maschi americani). Nel 1956 Nabokov scrisse una postfazione ("Note su un libro chiamato Lolita"), allegata a ogni edizione del romanzo in cui ne spiega la genesi e le vicissitudini precedenti la pubblicazione prendendo garbatamente in giro i censori e facendo interessanti riferimenti anche alla propria madrelingua, il russo, abbandonata nel 1940 quando emigrò negli Stati Uniti, dove venne naturalizzato: sarebbe appunto questa il trauma che avrebbe segnato la sua vita e non certo alcun tipo di esperienza pedofila. In questo testo l'autore scrive di essere quel tipo di scrittore che "quando comincia a lavorare a un libro non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo". "Lolita" si può dividere in due parti: nella prima (stranamente quella che disturba di più nonostante non vi sia descritta alcuna violenza ai danni di minori), Humbert Humbert descrive la propria ossessione per le "ninfette" e le sue strategie per tenerla a bada, prima in Europa e poi negli Stati Uniti in cui si trasferisce. Quando va ad alloggiare come pensionante nella casa di Charlotte Haze e vede sua figlia dodicenne, Dolores, ne resta folgorato. Lolita (così viene chiamata la bambina) è naturalmente maliziosa (è questo che trasforma, spiega Humbert, una bambina in una ninfetta) e l'io narrante (che scrive il suo diario in prigione, come viene fin dall'inizio dichiarato) studia infinite strategie per poterla guardare, sfiorare, toccare senza dare scandalo. Nella seconda parte del libro, quando Charlotte, che l'uomo ha finito per sposare, muore in un incidente stradale e Humbert diventa in qualche modo il tutore dell'orfana, le cose cambiano. Il pedofilo comincia ad avere rapporti sessuali con Lolita ma si scopre che la ragazzina già ne aveva avuti molti con i suoi coetanei ed è (per quanto si possa esserlo alla sua età) consenziente in cambio di regali. Humbert gira l'America con lei viziandola in ogni modo, sinceramente innamorato perso (per quanto possa esserlo un pedofilo) della bambina. Bambina che si rivela capricciosa, superficiale, svogliata, perfino stupida quando sceglie di cambiare pedofilo abbandonando Humbert e finendo dall'altro abbandonata in mezzo alla strada. Ci sono poi i risvolti noir della vicenda, perché prima il protagonista vorrebbe uccidere la moglie Charlotte per poter restare solo con Lolita (il destino lo previene), poi va a caccia, armato di pistola, dell'uomo che gli ha portato via la ragazzina, roso dalla gelosia e dalla passione. Humbert, per quanto perverso e consapevole della propria malattia, è uomo colto e intelligente e sa descrivere se stesso, gli altri, la società e gli avvenimenti alla luce di un filtro letterario che illumina tutto in modo anticonformistico e dissacrante. Dal romanzo di Nabokov Stanley Kubrick ha tratto un film nel 1962.

sabato 3 febbraio 2018

SENZANIMA



Luca Enoch - Stefano Vietti - Mario Alberti
SENZANIMA
Sergio Bonelli Editore
2027, cartonato,
80 pagine, 16 euro


Prima ancora che la miniserie "Senzanima" (dedicata alle avventure giovanili di Ian Aranill narrate con un linguaggio più crudo e "adulto" della originaria serie a fumetti di Dragonero) giunga in edicola, il primo episodio è stato pubblicato in un volume cartonato destinato al circuito librario. Dragonero è un personaggio legato a un genere, il fantasy (o più precisamente l'heroic fantasy), che ha i suoi cultori e che risponde a regole precise, per cui va sempre valutato tenendo conto dei codici letterari a cui risponde. Il recente successo di alcune serie TV che si inseriscono nel filone del "Signore degli Anelli" ha reso molto popolari (anche, appunto, grazie al successo dei film di Peter Jackson) gli stilemi e gli ingredienti di questo tipo di storie. "Senzanima", tuttavia, condisce di realistica asprezza le consuetudini del genere, nei dialoghi, nella scansione delle sequenze e nella trama, e dunque seleziona un pubblico più scafato. Qualcuno, tra il tradizionale pubblico bonelliano, potrebbe persino essere infastidito da certe tavole e da certi balloon. Siamo però al di fuori della collana regolare di Dragonero, e la miniserie che farà seguito al volume avrà un marchio editoriale diverso. Le prime sessanta tavole (tanto sono lunghi gli episodi, compreso questo d'esordio) raccontano di un giovane e ribelle Ian che fugge dal castello di famiglia dopo un litigio con i genitori e si arruola nella compagnia mercenaria dei Senzanima ("brutti soggetti, quelli.."), che prende il nome dal capitano Greevo Senz'anima che la comanda. I vari ceffi che compongono la compagnia sono tutti caratterizzati da poco piacevoli singolarità (ci sono cannibali e resuscitati dalla tomba), ma nel complesso il gruppo è coeso quanto temuto e disprezzato da amici e nemici. Ian resterà (già lo sappiamo) due anni con i Senzanima, prima che il nonno Herion lo rintracci e lo riporti a casa. L'avventura proposta in volume ha una trama esile che serve però a mettere sul tavolo ciò che serve in vista del successivo proseguo: ci viene spiegato anche il perché del naso rotto di Dragonero. Eccellenti gli sceneggiatori (che sono poi i due creatori del personaggio). I disegni sono affidati al grande Mario Alberti, che non sembra però neppure un lontano parente dello strepitoso illustratore della graphic novel di Tex realizzata prima di questa. Intendiamoci: bravissimo comunque. Ma lo stile è del tutto diverso: aspro, spigoloso, caotico come la storia che viene raccontata.

venerdì 2 febbraio 2018

AMORE A PRIMA VISTA





Wislawa Szymborska
AMORE A PRIMA VISTA
Adelphi
2017, brossurato
110 pagine, 10 euro

Ventisei poesie in tutto, con testo polacco a fronte (che a prima vista potrebbe sembrare cosa inutile, se non fosse che darci un'occhiata permette di fare ipotesi su come funzioni la metrica e il gioco delle rime nella musicalità originale). Wislawa Szymborska (1923-2012), Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è una delle poetesse più lette al mondo, a dispetto del nome impronunciabile (come nota il suo traduttore italiano Pietro Marchesani) e nonostante una sua celebre affermazione secondo la quale la poesia piace a due persone su mille. Secondo me, il problema non è nel piacere ma nel farla giungere (letta in un certo modo, insegnata in un certo modo, proposta in un certo modo). Ci sono poi i poeti criptici che nuocciono alla causa, non tanto perché non ci debbano essere (che ci siano pure, per i cultori e gli adepti, va benissimo) ma perché tendono a venire identificati con i poeti tout-court per cui si diffiderà sempre della poesia se si crederà che sia scritta in una lingua straniera. Wislawa Szymborska non appartiene alla categoria, come Emily Dickinson o Alda Merini, ma anche come Daria Menicanti o Patrizia Valduga, per attenerci alle poetesse. Parla e la capiamo. In tutto, l'autrice polacca pare abbia scritto non più di trecento liriche. E solo una piccola parte, una trentina, sono poesie d'amore: quasi tutte raccolte in questa silloge. Il motivo per cui la Szymborska non fa dell'amore il tema preponderante della sua poesia è spiegato nella prima composizione: "La musa in collera". "Perché scrivo canti d'amore / così raramente?", esordisce l'autrice. "Taccio / solo per timore / che il mio canto in futuro mi dia dolore, / che verrà giorno e d'un tratto / smentirà le parole, / resteranno ritmi e rime, / se ne andrà l'amore, / e sarà inafferrabile / come l'ombra di un ramo". L'approccio della poetessa verso la materia amorosa è, come si vede, insolito e insoliti sono i punti di vista di tutte le sue composizioni sull'argomento. In una, l'amore è paragonato a una chiave che, una volta smarrita, non apre più nessuna altra porta anche se qualcuno la raccoglie: un oggetto inutile buono solo per la ruggine. Però c'è anche l'amore ilare dei momenti gioiosi, quando lo sguardo dell'amato rende più bella l'amata, al punto da farla diventare immaginaria, come una visione provocata dall'ebbrezza. E che dire dello scandalo di un amore felice? "Chi non conosce l'amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire".

martedì 30 gennaio 2018

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?




Andrea Muzzi
Bruno Santini
SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?
Sarnus
2017, brossurato

100 pagine, 7 euro


Andrea Muzzi e Bruno Santini, entrambi attori e conduttori radiofonici, hanno dato a questo loro divertente zibaldone il titolo di una loro altrettanto divertente trasmissione in onda su Radio Fiesole da diversi anni. "Traumi del passato e del presente, dal fotoromanzo al selfie", spiega il sottotitolo. In effetti la carrellata di aneddoti e di ricordi proposti dagli autori non si limita a far leva sulla nostalgia (ah, bei tempi quando si giocava alla campana tracciata con il gesso nel cortile di cada e si pagava pegno con "dire fare baciare lettera testamento") ma anche nel verificare che cosa abbia sostituito, ai giorni nostri, i divertimenti di un tempo. E il confronto, per quanto mi riguarda, è impietoso: decisamente si stava meglio quando si stava peggio. I capitoli sono brevi e brillanti, spesso si ride di gusto come quando, trattando dei canali tematici dedicati a ogni sport possibile e immaginabile al posto del solo calcio della TV di una volta, si parla di quelli dedicati alla caccia e alla pesca e si cita una trasmissione dal titolo "Oggi non abboccano" in cui, per tutta la puntata, si vede un pescatore che non pesca nulla. Noi che abbiamo giocato ai cowboy con i cinturoni giocattolo, collezionato figurine, giocato a flipper, messi cento lire nei juke-box, spedito cartoline e visto i musicarelli non potremo mai entusiasmarci per i social e i selfie.

lunedì 29 gennaio 2018

IL MISTERO DEL SACRO GRAAL



Graham Hancock
IL MISTERO DEL SACRO GRAAL
Piemme
Tredicesima edizione 1996
cartonato - 590  pagine -  lire 45000

Il vero mistero di questo libro è il titolo italiano (non quello originale, "The Sign and the Seal", che é corretto): cioè, del Sacro Graal proprio non si parla. Ovvero, se ne accenna di sfuggita alludendo alla possibilità che sia identificabile con l'Arca dell'Alleanza. Ed è proprio quest'ultima l'oggetto pressoché esclusivo degli interessi dell'autore, e solo di quella in pratica si parla in questo affascinante saggio del 1992. Ora, la cosiddetta "fantarcheologia" di solito viene guardata con ironia se non sbeffeggiata, e a ragione, dagli studiosi che si basano su metodi scientifici. Non si può tuttavia negare come, in certi casi, la divulgazione presso il grande pubblico dei temi legati agli enigmi della storia delle antiche civiltà sia condotta con perizia didascalica da alcuni autori che dimostrano anche di conoscere abbastanza bene la materia che maneggiano, anche se lo fanno in modo non ortodosso.    Solitamente, le ricostruzioni di certi saggisti che si cimentano nelle indagini sui grandi misteri della storia sono accettabili finché si tracciano i contorni del problema, poi diventano insostenibili al momento di fornire una spiegazione o tirare le somme. Graham Hancock fa la cronistoria di una caccia durata diversi anni seguendo le tracce dell'Arca perduta, fino a una soluzione data per certa, con l'indicazione esatta del luogo dove si trova adesso, anche se poi, materialmente, lui non l'ha vista. L'autore sa accattivarsi l'interesse del lettore e offre continuamente prove di credibilità citando fonti precise e documentando fino alla minuzia ogni sua affermazione; inoltre dimostra una notevole cultura e conoscenza di testi; personaggi, luoghi. Non si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un ciarlatano, anzi, si vorrebbe che molti scritti di storici o divulgatori paludati e acclamati portassero così tanti riscontri quanto lui e visitassero i luoghi di cui parlano conducendo le loro indagini.  Tanto sforzo documentativo non infogna il testo nella cloaca della pedanteria o della noia, al contrario lo stile è brillante come quello di una inchiesta giornalistica e seguire lo svolgimento delle argomentazioni capitolo dopo capitolo è divertente come partecipare a una caccia al tesoro. Il lettore, dopo oltre 500 pagine di suggestiva ricostruzione un percorso, può perfino arrivare a credere che le ipotesi di Hancock siano da prendere un considerazione. Ci si chiede anzi perché gli storici e gli archeologi  non si affrettino a dargli conferma oppure a smentirlo. In fondo dovrebbe essere facile andare là dove viene indicato e vedere se l'Arca c'è o non c'è, visto che Hanckock non ha potuto vederla solo perché si è trovato di fronte all'insormontabile veto di Gebra Mikail, il monaco etiopico che ne é il custode. Quel che ad Hancock è stato vietato perché privato cittadino, sarà pure consentito a uno stuolo di scienziati muniti di tutte le necessarie autorizzazioni. La tesi dell'autore è che l'Arca sia stata portata via da Tempio di Gerusalemme in un periodo in cui, dopo il regno di Salomone, i re del popolo di Israele non furono altrettanto saggi e illuminati, e uno in particolare incoraggiò addirittura il culto degli idoli. I sacerdoti la nascosero altrove, per la precisione in Egitto, sull'isola Elefantina posta nel Nilo, dove effettivamente ci sono i resti di un tempio ebraico. Nel frattempo in Israele le cose peggiorarono e ci furono invasioni e deportazioni ripetute, i secoli passarono e l'Arca non fu più riportata. Anzi, fu trasferita in Etiopia, dove esisteva (ed esiste tutt'oggi) una comunità ebraica locale, detta dei falasha. E nella città di Axum, in un monastero chiuso al mondo e dimenticato da tutti, ancora oggi si conserva l'oggetto più misterioso della storia.  Dove Hancock è meno credibile, anche se il suo racconto non è privo di suggestione, è quando parla di quello che potrebbe essere effettivamente l'Arca, e dell'origine dei suoi poteri. La Bibbia è piena di testimonianze di come l'Arca potesse portare la morte se maneggiata incautamente, ed emettere fuoco  radiazioni mortali a danno di chi, anche con buone intenzioni, gli si avvicinasse senza precauzioni. Hancock fa risalire questi poteri alla tecnologia atlantidea, e collega la figura di Mosé, "salvato dalle acque", a quella degli scienziati di Atlantide scampati all'inabissamento della loro terra. Insomma, si va a cadere nel terreno della fantarcheologia, quella secondo la quale le stesse piramidi non possono essere frutto delle conoscenze scientifiche degli antichi egiziani e che ci devono essere state influenze da parte di una scienza più avanzata. E questo è appunto l'argento di successivi libri di Hancock, come "Impronte degli dei".

domenica 28 gennaio 2018

IL MESTIERE DI SCRIVERE


Raymond Carver
IL MESTIERE DI SCRIVERE
Einaudi
Tascabili Stile Libero
maggio 1997
A cura di William L. Stull e Riccardo Duranti
brossurato - 178 pagine -  lire 13.000

Questa breve ma aurea antologia di scritti carveriani non offre testi letterari dello scrittore americano Raymond Carber (Clatskanie, 25 maggio 1938 – Port Angeles, 2 agosto 1988), ma solo suoi articoli o brevi saggi autobiografici e autocritici, più alcune testimonianze. Però la lettura del libro basta e avanza per capire quale sia il talento dell’autore e la sua levatura letteraria. Lo stile dei suoi saggi è già testimonianza dello stile dei suoi racconti, giacché uno che scrive in maniera così chiara eppure così musicale e poetica non può che essere un grande artista della penna. Di Carver, del resto, si dice che scrivesse racconti come se scrivesse poesie, e poesie come se scrivesse racconti. Maniacale la sua attenzione alla cura dell’espressione, alla scelta delle parole e perfino della punteggiatura. Citando Isaac Babel, dice: “Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto”. Scrive Carver: “Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio siano quelle giuste”. E ancora: “Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare?”. La parte autobiografica dell’antologia ci racconta di un uomo che si è fatto da solo, incarnazione letteraria del sogno americano: nato povero, maturato attraverso grande difficoltà, segnato dall'alcolismo, con una famiglia da mantenere, autodidatta e infine scrittore di racconti e poesie di grande successo. Raymond Curver tenne a lungo anche dei corsi di scrittura creativa, che inizialmente costituirono, certamente, anche un modo per guadagnarsi da vivere, ma poi diventarono un esercizio alla disciplina anche per lui e rappresentarono un suo modo di essere: si dice che le sue lezioni fossero memorabili. Carver era consapevole del suo "mestiere" e rifletteva sul senso del narrare confrontandosi con grandi scrittori suoi maestri (da Cechov a Hemingway) in particolare sulla forma della short-story, quella a lui più congeniale. Curato dal biografo americano di Carver e da uno dei suoi traduttori, "Il mestiere di scrivere" raccoglie brevi saggi, note e articoli che hanno come tema la letteratura e il suo insegnamento. C'è anche un prezioso inedito: la trascrizione della registrazione di un’intera lezione di scrittura nella quale l’autore, in modo  colloquiale, esamina  i racconti dei suoi allievi. Per Carver il lavoro dello scrittore consiste nella capacità di liberarsi del superfluo. Detestava i "trucchi" letterari, anche quelli ben riusciti: "Niente trucchi da quattro soldi - consigli per scrivere onestamente" è infatti il titolo di un altro suo celebre saggio. Si legge in quarta di copertina: «Il rispetto e l’amore per la nitidezza, la precisione, l’attenzione al dettaglio che cerca di comunicare ai suoi studenti sono il frutto di una ricerca letteraria che non è possibile separare – e questo libro, così intimo e personale, ne è una testimonianza – dalla vita dello scrittore. Completa il volume una sezione di “cinquanta esercizi di scrittura creativa” con l’indicazione dei racconti nei quali Carver “svolge” il tema proposto nell’esercizio».

lunedì 22 gennaio 2018

MR. LAUREL & MR. HARDY





John McCabe
MR. LAUREL & MR. HARDY
Sagoma Editore
2017, brossurato
300 pagine, 18 euro


"L'unica biografia autorizzata di Stanlio e Ollio", recita il sottotitolo. Non vuol dire che non sia veritiera o che taccia chissà che, ma che fu scritta nel 1961 quando Stan Laurel era ancora in vita (morì nel 1965, mentre Oliver Hardy era scomparso nel 1957), ed è basata sul suo fondamentale contributo. Quasi in ogni capitolo vengono riferiti i lucidi ricordi di prima mano del grande comico inglese, che fu la mente del duo. McCabe, critico teatrale specializzato nella produzione shakespeariana, era riuscito, in realtà, a intervistare anche Babe Hardy (Babe era il nomignolo con cui tutti chiamavano Ollio al di fuori del set) nel 1954, ma questi se la cavò dicendo che per raccontare la sua vita ci sarebbe voluto poco tempo: c'era poco da scrivere su di lui. E spiegava: "Stan potrebbe parlarle di tutto il materiale comico che abbiamo realizzato nei film, e per quanto riguarda la mia vita non è stata molto interessante: io non ho fatto altro che recitare un sacco di gag davanti a una cinepresa e giocare a golf nel tempo che rimaneva". Non è così, naturalmente: anche Norvell Hardy (Oliver era il nome di suo padre) fu protagonista di una vicenda umana piena di avvenimenti. Fu giocatore di football (il migliore della squadra), arbitro sportivo, tenore in grado di esibirsi in do di petto che strappavano gli applausi degli ascoltatori e come tale cantante in una compagna di musicanti della Georgia (dov'era nato nel 1892), proprietario di cinema, attore specializzato nelle parti del cattivo in decine di film prima di cominciare a far coppia con Laurel, perfezionista sul set e dotato di una memoria prodigiosa nell'imparare i copioni. Tuttavia è vero che dopo aver girato un film tornava a occuparsi dei suoi hobby mentre Stan, che già si era occupato del copione, restava a seguire il montaggio. Il vero cognome di Stanlio era Jefferson: decise di cambiarselo quando si accorse che il nome Stan Jefferson era composto da tredici lettere (gli attori di teatro, com'era lui, sono sempre scaramantici). Scelse "Laurel" solo perché suonava bene. Era nato a Ulverston, bei pressi di Glasgow, nel 1890. Suo padre era un attore, e anche il figlio volle seguirne le orme, entrando a far parte di compagnie di vaudeville, allo stesso modo del quasi coetaneo Charlie Chaplin (più vecchio di lui di un solo anno), con cui si trovò a lungo a recitare e di cui, anzi, fu spesso in sostituto sulle scene. I due viaggiarono insieme verso l'America, per una turnee che poi li avrebbe visti restare nel Nuovo Mondo e quindi lavorare in California nella nascente industria cinematografica. Cresciuto alla scuola del teatro comico e dell'avanspettacolo, Stan era uno straordinario gagman: fu principalmente per scrivere gag che il produttore Hal Roach (quello che Mack Sennett riteneva il suo unico vero concorrente nel realizzare comiche) lo scritturò, così come, in separata sede, aveva scritturato Oliver Hardy. Il saggio di John McCabe ripercorre tutte le tappe dell'avvicinamento di Stan e Oliver, fino al loro casuale esordio in coppia in una comica qualunque, "Get 'Em Young", del 1926. Roach capì che quei due non avrebbero più dovuto venire divisi. Il resto è storia del cinema, e storia di tutti noi spettatori che con Stanlio E Ollio abbiamo riso fino alle lacrime, in barba a tutti i critici paludati che li hanno snobbati (i due hanno vinto un solo Oscar, nel 1932, per il miglio cortometraggio: "The Music Box"). Infinite sono state le loro invenzioni visive e sonore (Laurel e Hardy seppero intuire le potenzialità comiche del rumori, oltre che delle loro buffe voci), ma soprattutto straordinaria è la loro poetica. McCabe dimostra come le gag non fossero banali ma frutto di studi, prove, calcolo del tempi sulla base delle risate previste. Per lungo tempo Stan e Oliver non si resero conto di quanto fossero diventati popolari: solo quando, dopo una decina di anni dal loro primo film, fecero un viaggio insieme in Europa per quella che doveva essere una vacanza, scoprirono di non poter muovere un passo senza essere assediati da masse di ammiratori. E la cosa è durata anche dopo il passaggio dai cortometraggi ai film lunghi e dopo la fine della collaborazione con Hal Roach (fu Stan a litigarci) e la negativa esperienza con la 20h Century Fox. Nell'ultima parte della loro carriera girarono il mondo con dei tour teatrali che fecero ovunque il tutto esaurito: sembrava che avessero smesso di fare film il giorno prima. Le loro comiche venivano trasmesse in TV e Stan si lamentava della pubblicità che le interrompeva: ci aveva sudato sette camicie per fare un certo ritmo al montaggio e tutto quel lavoro veniva sciupato così. Stan e Oliver erano tutto l'opposto, nella vita reale, di quel che appariva sullo schermo: Ollio che fa il gradasso e il so-tuto-io in realtà era un signore timido e riservato, un marito dolce e fedele; Stanlio stupidello piagnucoloso era un lavoratore instancabile in grado di tener testa a registi e produttori e di vivere travolgenti storie d'amore passando da un matrimonio all'altro. Una cosa però li accomunava e assomigliava ai loro personaggi: la bontà d'animo e la gentilezza verso chiunque. Furono inoltre veri amici, sempre. Non è vero che morirono poveri, anche se non hanno mai visto un cent dello sfruttamento economico pluridecennale dei loro film. Pagati una volta, pagati per sempre. Però seppero investire i loro guadagni e morirono da benestanti. Il libro di McCabe si apre con l'orazione funebre letta da Dick Van Dyke al funerale di Stan, che si conclude con una poesia composta da Stan stesso: "Dio benedica i clown".

domenica 21 gennaio 2018

SETTE ANIME DANNATE


Tiziano Sclavi
Corrado Roi
SETTE ANIME DANNATE
Mondadori
Ottobre 1996 - cartonato
160 pagine - lire 38.000

Si tratta della riproposta in volume cartonato di grande formato, e a colori di Dylan Dog, uno dei primi Speciali, quando ancora Tiziano Sclavi scriveva un capolavoro dopo l'altro e quel che succedeva si capiva anche se era folle e visionario.  C'erano idee geniali e coinvolgimento emotivo, si restava avvinti dalla lettura e colpiti dal finale, aperto o chiuso che fosse. Negli anni Novanta la Mondadori (a quei tempi la Bonelli non aveva una propria linea da libreria) dava alle stampe un volume del genere ogni sei mesi, alternando la riedizione della storie della serie regolare a quelle degli Speciali. Quando si trattava di uno Speciale, veniva aggiunto un breve racconto inedito. Nel caso di "Sette anime dannate" la storia breve è direttamente collegata con il racconto principale, e non a caso si intitola "L'epilogo". Nella recensione che segue sono contenuti degli spoiler per cui sete avvisati. Sette diversi personaggi, tra cui Dylan Dog, vengono convocati a Xanador, la misteriosa dimora di un ancora più misterioso personaggio. I sette hanno sentito tutti un irresistibile impulso a presentarsi in quel posto, tranne Dylan che invece ha ricevuto un acconto di diecimila sterline affinché vi si recasse. L'anfitrione non si presenta di persona, ma accoglie i personaggi e comunica con loro tramite marionette parlanti dal funzionamento incomprensibile. Non ci vuole molto per capire che i sette sono stati convocati lì per essere giustiziati. Uno per uno, muoiono tutti, uccisi ognuno in un modo diverso dall'altro. La storia segue insomma la falsariga del romanzo di Agatha Christie "Dieci piccoli indiani", citato più volte anche nel racconto. Ben presto è chiaro anche il motivo per cui gli invitati a Xanador (che, come quelli della Christie, non possono fuggire dalla casa) sono sette anziché dieci: ciascuno rappresenta un peccato mortale, incarna uno dei sette vizi capitali. Dylan crede di riconoscere per sé quello dell'accidia. Alla fine, proprio Dylan è l'ultimo sopravvissuto: come nel romanzo, prende la pistola per suicidarsi. Ma, a differenza di quanto accade nel romanzo della Christie, non lo fa: spara invece al misterioso anfitrione finalmente decisosi a rivelarsi. E' uno degli invitati, che si credeva morto con la testa tagliata. Così come il capo mozzo non gli è stato di danno, anche il colpo di pistola di Dylan gli fa solo il solletico: del resto, lui è un angelo vendicatore, una entità ultraterrena addetta allo sterminio di coloro i quali hanno scritto nel destino di dover morire. E poiché un simile compito, a lungo andare, diventa noioso, l'angelo ha deciso di imbastire una messinscena: quella di Xanador, appunto. I convocati, ogni volta, sono persone che devono comunque tirare le cuoia. Per questo non possono ribellarsi all'impulso di recarsi a Xanador, dove l'angelo trova il modo di farli fuori utilizzando un agente umano. L'angelo non può macchiarsi le mani di sangue di persona, ma è in grado di muovere chiunque come un pupazzo. Dylan Dog è stato appunto convocato non per essere una vittima, ma per essere l'assassino. In stato di incoscienza, manovrato dall'essere ultraterreno, Dylan ha compiuto tutti gli omicidi. Spiega l'angelo vendicatore: «Ce ne sono tanti, di dei... Allah, Buddah, Jehova... e anche in una stessa religione, poniamo quella cattolica, c'è il Dio buono e caritatevole e quello biblico della vendetta e del sangue... ecco, diciamo che io sono al servizio di quest'ultimo». Dylan, eseguito suo malgrado il proprio compito, è libero di andarsene. E lui lo fa, non prima di aver restituito disgustato il denaro dell'anticipo e aver sputato in faccia al padrone di casa. Quando il nostro eroe è già lontano, a Xanador arriva un altro gruppo di visitatori. Sempre pSclavi e Roi hanno firmato il breve racconto inedito, "L'epilogo", in cui Dylan torna a Xanador e gioca la partita finale con l'angelo vendicatore. Per tutto il breve racconto sembra che sia il destino del nostro eroe a diversi compiere, e che lui sia stato convocato lì, come accadeva in genere agli invitati, per godere di una morte spettacolare e scenica visto che comunque avrebbe dovuto morire. Invece, alla fine, si scopre che a dover morire è l'angelo. «Quando ho saputo che la mia fine era stabilita, ho cercato di ricordare tutta la mia lunga vita - spiega l'essere ormai rantolante - ma di secoli e secoli non era rimasto niente... solo un enorme vuoto, tranne una cosa... un unico breve istante... e quando mi è stato chiesto come volevo morire, avevo quel solo ricordo: voi che mi sputavate in faccia. E ho detto: ecco, voglio essere ucciso da quel piccolo, miserabile uomo...». Troppo metafisica per essere convincente come un giallo o come un thriller, la storia si legge comunque con angoscia e interesse. Corrado Roi è Corrado Roi, nel bene e nel male. Bene, più che altro.