mercoledì 18 luglio 2018

GAVINANA



Gabriele Strufaldi
GAVINANA
Associazione Domenico Achilli
2018, brossurato
150 pagine, p.n.i.

La cosa che colpisce leggendo libri quale questo di Gabriele Strufaldi, è come si sia persa la memoria della storia locale mancando documenti e certezza di testimonianze e come questa evanescenza di ricordi riguardi anche anni insospettabilmente recenti. Peraltro, mancano spesso anche indagini archeologiche condotte sul posto e, soprattutto, nel posto giusto. Perciò ecco che, allo stato attuale delle conoscenze, risulta persino difficile stabilire a quando risalga il campanile di Gavinana,  borgo sulla Montagna Pistoiese dove, nel 1530, si combatté la celebre battaglia in cui perse la vita il capitano fiorentino Francesco Ferrucci e con lui finì la Repubblica nata a Firenze dopo la cacciata dei Medici del 1527. Una località, dunque, di importanza storica riguardo la quale ci si aspetterebbe una conoscenza approfondita. Invece risulta impossibile stabilire persino l'aspetto che il paese ai tempi della battaglia. Gabriele Strufaldi, che in passato è stato anche sindaco di San Marcello (il comune nel cui territorio si trova Gavinana) confronta fra di loro tutte le testimonianze note e le risultanze di scavi sporadici eseguiti in passato, valuta le ipotesi fatte o che si possono fare, e arriva a porre più dubbi di quanti giunga a risolverne: il che si rivela utile e costruttivo perché indica in quali direzioni indagare. L'autore formula però almeno una teoria di cui si dice ragionevolmente sicuro, argomentandola in modo ineccepibile (pur in mancanza di riscontri definitivi e certi): il nucleo originale del paese non si sarebbe trovato né nell'attuale zona chiamata Castello, né avrebbe circondato la pieve romanica (datata attorno al 1100), vale a dire le due tesi prevalenti in passato, ma si può forse circoscrivere in quella parte di Gavinana che oggi si identifica con il Collecchio, attorno all'attuale Palazzo Achilli. Personalmente, lette le motivazioni, mi trovo d'accordo. Accanto a questa ricostruzione storica, Strufaldi traccia le vicende della donazione (o meglio, dell'eredità) di Domenico Achilli alla comunità gavinanese, depredata da consorterie e da infedeli amministratori, e anche del Teatro, vanto degli abitanti, costruito su base volontaria da muratori e operai del paese all'inizio del Novecento, e di recente abbattuto dopo un lungo abbandono. Il saggio è destinato soprattutto ai paesani e resterà come un importante testo che fa il punto della situazione in attesa di una ripartenza degli studi e delle indagini: non a caso l'edizione è curata da una (benemerita) associazione locale. Una maggiore chiarezza a vantaggio dei non gavinanesi e una più ampia parte iconografica avrebbe favorito la diffusione anche al di fuori della cerchia delle mura del borgo, dovunque in passato si siano effettivamente trovate. 

lunedì 16 luglio 2018

GHIGO LO SFIGO




Laura Pipimpa Stroppi
GHIGO LO SFIGO
Sbam!Libri
brossurato, 2018,
64 pagine, 9.50 euro

Leggo Ghigo dal 1996, da quando cioè Laura Stroppi ha cominciato a disegnarlo, e continuo a ridere. Se accettate un consiglio, non perdetevi questa ultima raccolta, pubblicata dalla benemerita Sbam!Libri. Come scrivo nella mia introduzione (già, dato che l'introduzione è mia) tutto comincia con con cento lettere tutte uguali che la giovanissima Laura vergò di suo pugno e spedì appunto a Guido Silvestri, già celebre autore ed editore di Lupo Alberto. Nelle lettere c’era scritto, più o meno: “voglio fare la fumettista”. Seguivano poi suppliche e implorazioni per essere presa come sguattera di bottega presso Macchia Nera, la Casa editrice che stampava gli albi con i personaggi della Fattoria McKenzie. E fu appunto lì che io la conobbi, una volta che mi recai in via Ferruccio a Milano, per portare a Silver le mie sceneggiature di Cattivik (solo in seguito ne avrei scritte anche del Lupo). Già, perché la diciottenne Laura aveva fatto breccia nel cuore tenero di Guido e lavorava appunto come sguattera, preparando caffè e dando lo straccio per terra. Fra una lustrata al pavimento e una spolverata ai mobili, credo che Silver le desse anche da squadrare qualche foglio, da ripassare qualche inchiostro e da applicare qualche retino Ma del resto bisogna pure far gavetta, mica c’era Internet che oggi rende tutti famosi fin dal primo scarabocchio e basta scrivere “pio” in una vignetta che si hanno un milione di “mi piace”. A quei tempi c’era da disegnare con il lapis, il pennino e la china, e poi stampare le copie e cercare di venderle in edicola. C’erano ancora, le edicole. Lo so che i più giovani ne hanno soltanto sentito parlare, ma sono esistite. Insomma, la nostra Stroppi impara il mestiere. In effetti, continuando la fanciulla a fare gli occhioni lacrimosi, le vennero date delle storie di Lupo Alberto da realizzare. Ma già in quegli anni già aveva il suo personaggio nel cassetto, Ghigo lo Sfigo. Anzi, tirato fuori dal cassetto molto presto perché insieme ad altri ardimentosi giovani autori diede vita a una rivistina chiamata “L’isola che non c’è” su cui Ghigo era il piatto forte. Purtroppo, come era facilmente prevedibile “L’isola che non c’è” non la trovava nessuno e per se uno soprannominato lo Sfigo le cose sono più difficili che per gli altri. Tuttavia Laura non si è mai persa d’animo ed è riuscita a trovare ogni genere di contenitore e supporto per continuare a proporre il suo stralunato eroe ai lettori, fino ad arrivare al volume che stringete fra le mani. E, a nome di tutti quei lettori che si sono divertiti fin dagli esordi (gli esperti li datano nel 1996), lasciatemi ringraziarla per non essersi mai data per vinta e aver insistito nel deliziarci. Negli anni, Ghigo è cresciuto. Inizialmente era uno studentello caratterizzato da alcune mosche che gli volavano attorno. Pare che Laura avesse davvero, negli anni della scuola, un compagno così: allupato dalle ragazze e propenso a innamorarsi follemente, talvolta cinico ma sprovvisto di malizia, come chi non si rende conto della cattiveria che sta dicendo, svampito e privo di senso pratico. Poi è diventato un personaggio senza età, conservando la sua ilare leggerezza. Fu addirittura Bonvi a suggerirle di trasformare la caricatura di un amico in un personaggio a fumetti che avrebbe potuto vivere di vita propria (e scusate se è poco). L’autrice dice di vederlo con un suo alter ego: “è come se parlassi di me (e io non amo parlare di me)”, dice. Quindi Ghigo è una specie di confessione a fumetti, una valvola di sfogo: “sicuramente è un modo, molto efficace, di reinterpretare il mio vissuto quotidiano con il senso dell’umorismo. Mi piace vederlo come una mia versione pupazzata”. Originariamente lo Sfigo era protagonista di storielle di varie pagine, poi Laura ne ha sintetizzate la vicende in due, tre vignette ciascuna: “Ho cominciato a pensare a Ghigo in versione striscia per due motivi principali. Primo, io adoro la sintesi, sia nel disegno che nel testo. La strip mi corrisponde di più e rende il mio lavoro più facile e divertente. Sono poi dell’opinione che l’umoristico funzioni meglio con dei tempi narrativi brevi”, spiega la Pipimpa (così la nostra si fa chiamare su Facebook). “Pipimpa” in effetti potrebbe suonare stonato, vista la laurea in archeologia della nostra, le sue prestigiose collaborazioni, le tante illustrazioni, i volumi pubblicati e i premi vinti. E vista, soprattutto, la maturità della sua sintesi grafica: tanto di cappello. Dal 2010 Ghigo appare anche sulla rivista Skorpio, dove viene pubblicata anche un’altra striscia, realizzata in coppia con Giorgio Sommacal, “Rapa e Nui” (su testi di Giorgio Rasori), raccolta in volume sempre da Snam!Libri (guarda caso, con una mia introduzione).

sabato 7 luglio 2018

LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY





Walt Disney
SILLY SYMPHONIES
LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY
Mondadori
cartonato, 1981
240 pagine, 30.000 lire

Quando, nel 1927, il cinema venne rivoluzionato dall'avvento del sonoro (accadde con il film "The Jazz Singer"), l'allora ventiseienne Walt Disney intuì immediatamente che musica e parole avrebbero potuto arricchire anche i cortometraggi animati che stava producendo, e provvide a dare personalmente la voce al suo Topolino. Il successo del personaggio aumentò a dismisura, perché la sonorizzazione si prestava a rendere ancora più godibili i cartoons, che anzi potevano giocare sugli effetti sonori ancor di più delle pellicole con attori in carne e ossa. Così, nel 1929 Disney mise in produzione una serie di corti di cui proprio la musica fosse la protagonista: il primo fu "The Skeleton Dance", curato da Ub Iwerks, basato sulla "Marcia dei nani" di Grieg: quattro scheletri usciti da un cimitero si esibivano in una serie di buffi balletti, salvo poi rientrare nelle loro bare. Tra il 1929 e il 1932 gli Studi Disney produssero ventotto di questi corti in bianco e nero, chiamati Silly Symphonies. Successivamente venne adottato il colore. In tutto, le Silly furono settantasei, durando fino al 1939 e vincendo otto Oscar. Se le prime Symphonies tendevano a suscitare emozioni grazie alla visualizzazione di quanto suggerivano le musiche scelte per fare da perno (come nel lungometraggio "Fantasia"), successivamente si puntò anche sul racconto di vere e proprie storie con una trama, pur narrata con il supporto fondamentale della musica, e quindi si usarono favole classiche (Il brutto anatroccolo, La cicala e la formica) o storie originali. Il volume "Le grandi favole di Walt Disney", libro strenna di grande formato della Mondadori datato 1981, propone una selezione di trame delle Silly Symphonies adattate a fiabe per bambini, con immagini tratte dai cartoni animati a colori a illustrare i brevi testi. Troviamo appunto gli adattamenti delle novelle della tradizione e il racconto delle vicende nate invece negli Studios. Una interessante introduzione e una cronologia delle animazioni aprono e chiudono il libro. Probabilmente i bambini, a cui venne destinato il volume, avranno apprezzato. Noi cultori disneyani avremmo preferito un librone in cui le Symphonies venissero analizzate una per una e in cui la scelta dei fotogrammi fosse migliore (la qualità della riproduzione non è particolarmente entusiasmante). Ma, del resto, non era questo l'intento dei curatori.

venerdì 6 luglio 2018

IO E LEI



Edoardo Boncinelli
IO E LEI
Guanda
brossurato, 2017
192 pagine, 14 euro

Lui è Edoardo Boncinelli, classe 1941, genetista, uno dei più famosi e importanti biologi italiani, titolare di una rubrica fissa sul mensile "Le Scienze". Lei è la morte. "Io sono la mia coscienza", scrive lo scienziato, convinto pertanto che lui e la morte realmente non si incontreranno mai perché giungendo lei, lui se ne andrà. "Nella mia mente la morte non c'è, mentre c'è tanta, troppa vita. Questo non mi impedisce di meditarci sopra, anzi me lo facilita", dice Boncinelli. Ed eccolo dunque a proporci le sue riflessioni di uomo e di scienziato non credente: "Non ho mai creduto neppure un po', fin da quando mi ricordo, in n nessuna forma di religiosità. L'uomo si è costruito la religione immaginando l'esatto opposto della realtà, per compensarne i gravissimi difetti. Agli esordi della mia avventura intellettuale, il primo problema che mi venne in mente fu: perché mai Dio ci ha creati? La risposta del catechismo era, allora, che ci ha fatto per amore. Amore di che e di chi, per Lui che è l'Essere prefettissimo? Io Lo immaginavo superiore, onnisciente e onnipotente; non poteva avere quindi un di più o un di meno di amore. E poi chi lo autorizzava a pensare che le sue creature ne sarebbero state contente? Io certo non lo ero e comunque dubitavo che lo fossero anche altri, che infatti non facevano che lamentarsi. Che lo avesse fatto per bisogno di amore mi riusciva difficile da pensare. Come può aver bisogno di amore un ente perfetto e compiuto in se?". Altrettante perplessità suscitano in Boncinelli l'idea di onniscienza e onnipotenza (come può Dio voler fare una cosa e non farla nell'attimo stesso in cui la vuole e dunque volendo in un certo momento qualcosa che prima non voleva?) ma anche il concetto di Dio personale. Analizzando i propri dubbi, le riflessioni portano lo scienziato a scartare l'idea di una vita dopo la morte. Seguono poi pagine sulla definizione di vita dal punto di vista biologico (interessantissime quelle su gli esseri viventi che vivono lottando quotidianamente contro l'entropia a cui tende l'universo, "espellendo disordine" da se stessi, pompando "informazione"). Altrettanto interessanti le parti sulla spiegazione scientifica della morte: la natura è interessata unicamente a tenerci in vita, sani e robusti, fino all'età della riproduzione (dai 15 ai 30 anni), dopo non siamo programmati per resistere oltre. Se ci riusciamo, è tutto grasso che cola. Non mancano le riflessioni sull'etica, il comportamento e la morale. Boncinelli è convinto che il "comportarsi bene" non sia affatto conseguente alle regole dettate dalla religione. "Che merito ci sarebbe a comportarsi bene solamente per paura di una punizione di natura superiore? Anzi, se Dio non c'è ci corre l'obbligo di occuparci noi delle cose del mondo, come individui e come società. E' nella vita che si manifesta e si realizza la nostra idea della vita, e in niente altro".

domenica 1 luglio 2018

TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI







Casty
Massimo Bonfatti
TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI
Disney Panini Comics
cartonato, 2017
82 pagine, 30 euro

I classici meritano sempre delle edizioni de-luxe, anche quando, in realtà, sono recentissimi e sul fatto che davvero passeranno alla storia si può soltanto scommettere. Personalmente non ho mai avuto dubbi sulla "Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi", sulla prima avventura di Paperinik, sulla biografia di Zio Paperone scritta e disegnata da Don Rosa. E nessuna esitazione mi ha colto nel giudicare un capolavoro "Tutto questo accadrà ieri" di Casty e Bonfatti fin dalla sua prima apparizione sulle pagine di Topolino. Già la presenza di Massimo Bonfatti, per la prima volta in versione disneyana, bastava ai miei occhi a garantire al racconto di Adrea Castellan (ottimo sceneggiatore ma anche eccellente disegnatore in proprio) una particolare rilevanza prima ancora di cominciare a leggere. A lettura ultimata, la rilevanza è risultata totale. A distanza di tempo, la riproposizione in volume cartonato con sopraccoperta-poster ha confermato le prime impressioni e anzi, rileggendo il tutto, ho notato cento altre sfumature che hanno aumentato la mia considerazione. Innanzitutto c'è un'idea alla base della storia: far incontrare il Topolino di oggi con quello degli anni Trenta (che viveva in un mondo piuttosto diverso, in cui per esempio Pippo non era affatto la "spalla" fondamentale dei giorni nostri). Poi c'è una storia ben congegnata, narrata con un tripudio di gag molto divertenti. Quindi, c'è Topolino (mentre si sa che in genere sono i Paperi a imperversare) e si tratta di un Topolino avventuroso. Per concludere ci sono i viaggi nel tempo e i paradossi temporali che a me piacciono sempre un sacco. Infine ci sono i disegni, realizzati in coppia da Casty e da Bonfatti ma dove il genio bonfattiano si vede eccome. Se dipendesse da me, Bonfatti sarebbe assunto in pianta stabile alla Disney e disegnerebbe tutte storie "d'epoca" in stile anni Trenta.

sabato 30 giugno 2018

ACCABADORA









Michela Murgia
ACCABADORA
Einaudi
2009, cartonato
164 pagine, 18 euro

In spagnolo, "acabar" vuol dire "finire". E in sardo "accabadora" è colei che finisce. Misericordiosamente, però: la donna che scivola nottetempo nella camera del moribondo e con un cuscino premuto sulla bocca allevia le sue sofferenze, chiamata dai parenti stessi, non è un'assassina. Tra le pagine più belle del libro c'è la spiegazione che delle sue azioni dà Bonaria Urrai, appunto l'accabadora, alla figlia adottiva Maria Listru: "Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto". Non si nasce da soli, e a volte c'è bisogno di qualcuno che aiuti a morire. Per quanto mi riguarda, il discorso di Bonaria Urrai andrebbe imparato a memoria, compresa la frase "Non dire mai: io di quest'acqua non ne bevo". Maria se ne rende conto quando si troverà lei nelle condizioni di dover fare la stessa cosa. La "filla de anima", Maria, è stata adottata dalla sarta Bonaria perché alla vera madre (vedove entrambe) pesavano le quattro figlie e la Urrai non aveva mai partorito figli suoi, dunque, come si usava in Sardegna (il romanzo è ambientato a Soreni, paesino immaginario dell'isola, negli anni Cinquanta) l'ultima nata viene ceduta. Maria cresce senza nulla sospettare della "dolce morte" che Bonaria concede a chi ne ha bisogno, ma quando lo scopre (la vittima è un giovane a cui è stata amputata una gamba e che non vuol più vivere) fugge sul continente decisa a troncare ogni rapporto con la madre adottiva. Quando però Bonaria si ammala gravemente, torna in Sardegna e riconosce nella donna le qualità di una vera madre. Oltre alla grande tensione che, con una prosa pulita e dialoghi taglienti, Michela Murgia sa costruire all'interno della sua storia attorno ai due straordinari personaggi di Maria e, soprattutto, Bonaria, molto efficace risulta la ricostruzione di Soreni e della arcaica società rurale sarda, legata all'ancestrale e al tacito appartenere a una comunità dove il non detto e il non scritto regolano i rapporti fra e nelle famiglie. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2010.

venerdì 29 giugno 2018

ZAGOR




Davide Morosinotto
ZAGOR
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
260 pagine, 16 euro

Quando mi sono incontrato con Davide Morosinotto nel mio ufficio presso redazione milanese di Zagor, temo di averlo trattato senza tenere nella giusta considerazione il suo curriculum di autore pluripremiato per i suoi romanzi per ragazzi. O meglio, "young adults", come si dice adesso. Nel momento in cui abbiamo fatto il nostro brainstorming non aveva ancora vinto il Premio Andersen 2017 (l'avrebbe fatto di lì a poco) ma aveva comunque un palmares da campione. Non che l'abbia trattato sgarbatamente come fanno i sergenti istruttori dei marines, anzi, ma mi sono concentrato sulla bozza del suo romanzo per il quale mi ero appuntato diversi suggerimenti. Ho vestito, insomma, i panni dell'editor. Il principale suggerimento è stato questo: "caro Davide, il nostro protagonista non può chiamarsi Zagor, perché Patrick Wilding assume il nome di Za-Gor-Te-Nay (Spirito con la Scure in una immaginaria lingua algonkina) solo dopo l'incontro con i Sullivan, quando decide di indossare il suo pittoresco costume e presentarsi agli indiani di Darkwood, mentre le vicende da te narrate si svolgono prima". E questo costituiva un bel problema. Tuttavia, il brainstorming l'ha risolto: ho suggerito che qualcuno avesse chiamato "Spirito con la Scure" già in precedenza, e che Patrick l'avesse perciò ripescato successivamente. Di suo, Davide ha aggiunto nel romanzo (oltre a tutto il resto) anche il perché Zagor avrebbe poi adottato "aaahhyyaaak" con grido di battaglia. Dal nostro incontro è nata anche l'idea di inserire nella narrazione brani di un immaginario diario di "Wandering" Fitzy. Alla fine, quel che è venuto fuori è decisamente un buon lavoro. Rispettoso del character di Nolitta & Ferri ma anche innovativo e soprattutto adatto al target 12-18 anni che è appunto la fascia identificata dalla definizione "young adults", lettori che fortunatamente oggi frequentano le librerie (reali o on line) a differenza di un paio di generazioni perdute nel recente passato. Morisinotto, con uno stile adatto al suo pubblico, secco e tagliente, racconta prima il dramma nel passato di Zagor, quello che ben conosciamo delle stragi del Clear Water e del Silver Lake, poi il tormento del demone-lupo che si agita nel petto del giovane eroe. Un tormento che fortunatamente si placa, scoprirà Patrick nel finale del romanzo, aiutando gli altri. Davide non aveva avuto alcuna indicazione di scrivere un libro western piuttosto che orrorifico e fantastico, eppure, da vero conoscitore di Zagor, ha scelto quel tipo di commistione fra i generi che è tipica del personaggio (con buona pace di quelli che la contestano e pretenderebbero solo avventure di trappers, indiani e soldati), con molti rimandi ai temi della saga a fumetti. C'è la vecchia frontiera e ci sono i pellerossa,ma c'è anche un mistero, quello di mostri che emergono dal bitume fuoriuscito da una spaccatura nella terra simile alla "Grande Ferita" che avevo inventato io per "Darkwood Anno Zero". E proprio a "Darkwood Anno Zero" si riallaccia il bel finale, in cui compare Shyer, un personaggio a me molto caro e non solo perché l'ho inventato io. Il romanzo si inserisce in una collana inaugurata dalla Sergio Bonelli Editore proprio con questo e altri due titoli (dedicati a Gea e a Martin Mystere) in cui gli eroi a fumetti della Casa editrice milanese vengono proposti sottoforma di romanzi che li raccontano da adolescenti. Il titolo dedicato a Zagor è, da un certo punto di vista, anche un "romanzo di formazione" proprio per questo: mostra un importante passaggio della crescita di Pat,

venerdì 22 giugno 2018

LA LETTERA SBAGLIATA






Walter S. Masterman
LA LETTERA SBAGLIATA
Polillo Editore
2018, brossurato
184 pagine, 15.40 euro

Premessa: quando in libreria vi imbattete nei libri color arancio della collana "I bassotti" della Polillo, prestategli attenzione, leggete i risvolti di copertina per capire se possono fare al caso vostro e se vi piacciono portateveli a casa. Insomma, meritano di essere quanto meno presi in mano e valutati. Si tratta di gialli (l'arancione di copertina fornisce un indizio) "vecchia maniera", pubblicati soprattutto fra il 1920 e il 1940, di provenienza quasi sempre angloamericana, talvolta di autori noti, ma più spesso ignoti (o dimenticati) e dunque da scoprire (o riscoprire). I polizieschi "classici" per quanto mi riguarda battono alla grande i thriller contemporanei e non c'è Paula Howkins o Joël Dicker che tengano di fronte a John Dickson Carr. L'inglese Walter S. Masterman (1876-1946) non è propriamente un maestro riconosciuto ma ha saputo farsi valere. Peraltro si è inventato scrittore di gialli dopo aver trascorso vari anni in galera e questa sua prima opera, "The wrong letter" venne elogiata da Gilbert Keith Chesterton (il creatore di Padre Brown). Mi unisco all'elogio solo per un aspetto: la geniale soluzione fortuna da Masterman al classico mistero della camera chiusa.Ciò che infatti mi ha convinto all'acquisto è stata la frase nell'aletta di copertina che diceva così: "'La lettera sbagliata', finora inedito in Italia, è uno dei più sorprendenti delitti della camera chiusa della storia del giallo". Dato che colleziono tutti i romanzi che propongono questo tipo di enigma (il cadavere di un assassinato viene trovato in una stanza deserta sigillata dall'interno) non mi sono lasciato sfuggire questo nuovo pezzo. E in effetti in meccanismo che spiega l'impossibile è originale e convincente. Un po' meno il resto del giallo, basato sulla morte del Ministro dell'Interno inglese che scopriamo vivere in una casa in compagnia della sola governante, abituato ad aprire personalmente la porta a chiunque bussi e ad andare a imbucare da solo lettere nella buca della posta (senza segretari e guardie del corpo) e senza che venga descritto il realistico clamore che un omicidio del genere può provocare a Londra. Insomma, sarebbe stato più credibile se la vittima fosse stato uno qualunque. A parte questo, il giallo è divertente, l'assassino davvero insospettabile, e tutti gli indizi vengono forniti al lettore perché arrivi da solo alla soluzione che il sovrintendente Sinclair di Scotand Yard fornisce nel penultimo capitolo.

venerdì 15 giugno 2018

LAVENNDER




Giacomo Bevilacqua
LAVENNDER
Sergio Bonelli Editore
cartonato,150 pagine
2017, 23 euro


Una bella edizione da libreria per un thriller tropicale già apparso nella collana da edicola "Le Storie". Anzi, mi piacerebbe che sempre più spesso le cose migliori pubblicate da quella testata venissero riproposte in versione cartonata di grande formato. Nel caso di "Lavennder" colpisce favorevolmente l'ottima prova di un autore completo, Giacono Bevilacqua, che dopo il successo ottenuto come fumettista umoristico grazie al suo "A Panda piace" si è rivelato perfettamente in grado di scrivere e disegnare anche in modo realistico e di uscire dalla Rete (che è sì un palcoscenico, ma anche una gabbia). Lode per la capacità di raccontare in modo chiaro e coinvolgente senza astrusità criptiche (finalmente uno che cerca di farsi capire invece di mirare a disorientare), e che per giunta, cosa sempre più rara, disegna il mare azzurro, gli alberi verdi e la pelle rosa, colorando con delicatezza senza coprire le linee mere delle figure. La vicenda, avventurosa ed horror al tempo stesso, è tesa ed emozionante: una coppia di giovani fidanzati scopre sul Web la possibilità di trascorrere una vacanza su un'isola deserta, dove vengono accompagnati per vivere in perfetta solitudine pescandosi il pesce per i pasti e dormendo in una tenda. Però, l'isola non è così disabitata come era stato loro promessa...

giovedì 14 giugno 2018

TEX SECONDO NIZZI



Roberto Guarino
TEX SECONDO NIZZI
Allagalla
2012, brossurato
224 pagine, 23 euro

Ecco un raro caso in cui un libro-intervista, quale questo è, possa essere attribuito tanto all’intervistatore quanto all’intervistato, perché le domande di Roberto Guarino (inesauribili, informate, intelligenti e articolate) riescono a inquadrare esaustivamente il personaggio Claudio Nizzi al pari delle sue puntuali e convincenti risposte. Guarino giustifica così, in apertura, il suo interesse verso lo sceneggiatore modenese (interesse nato, va da sé, da una precedente passione per Tex): “Claudio Nizzi è probabilmente il più importante e prolifico sceneggiatore italiano di fumetti. In cinquant’anni di attività è stato una delle colonne di riviste per ragazzi come Il Vittorioso e Il Giornalino, ha scritto centinaia di albi di Tex e ha trovato anche il tempo per creare nuovi personagggi come Nick Raider e Leo Pulp. Hanno disegnato le sue storie alcuni tra i più grandi disegnatori italiani e stranieri, da Attilio Micheluzzi a Joe Kubert, da Aurelio Galleppini a Ernesto Garcia Seijas, da Renzo Calegari a Jordi Bernet, da Giovanni Ticci a José Ortiz, da Gianni De Luca a Sergio Toppi”.  Alla lista io aggiungerei anche Magnus.
Un articolo del critico Andrea Sani pubblicato sul n° 6 rivista Dime Press (febbraio 1994) esaminava le storie di Tex realizzate in tandem da Claudio Villa e Claudio Nizzi: l’uno erede di Aurelio Galleppini, l’altro di Giovanni Luigi Bonelli. Storie che, secondo il commentatore, “possono tranquillamente collocarsi ai vertici della produzione fumettistica italiana contemporanea, al di là di ogni distinzione tra fumetto popolare e d’autore”. L’arrivo di Nizzi precedette di due anni quello di Villa, ma la logica in cui entrambi entrarono a far parte della squadra texiana più o meno nello stesso periodo fu necessità per l’editore di avvalersi di nuovi collaboratori, necessità dovuta sia ai problemi di salute di Giovanni Luigi Bonelli e di Galep (dovuti al fattore anagrafico di coloro che per trent’anni erano stati gli inossidabili facitori di Tex), sia per rinfrescare le caratteristiche delle storie e dei disegni.  
Claudio Nizzi, nato a Setif (Algeria) nel 1938, esordisce come autore di fumetti nel 1960, sulle pagine del Vittorioso. Datato 1969 è l'inizio della sua collaborazione con Il Giornalino, per le cui pagine crea personaggi di grande successo come Larry Yuma e Capitan Erik, mentre per Il Messaggero dei Ragazzi scrive Mino e Lia. Nel 1980 abbandona il suo precedente impiego presso la Fiat e viene assunto come redattore dalle Edizioni Paoline, quale responsabile del settore fumetti. Nel 1981 crea Rosco & Sonny. Subito dopo è la volta di Nicoletta. Notevoli anche alcune sue sceneggiature basate su classici della letteratura per ragazzi. Nel 1987 Nizzi passa stabilmente alla Sergio Bonelli Editore. Con Bonelli l'autore aveva già iniziato a collaborare fin dal 1981: inizialmente con storie di Mister No, quindi con soggetti e sceneggiature di Tex. Per lungo tempo il lavoro di Nizzi per Aquila della Notte è rimasto anonimo, poi sono giunti i meritati riconoscimenti e la designazione quale "erede" ufficiale di Gian Luigi Bonelli. Nel 1988 Claudio Nizzi ha ideato Nick Raider, la prima serie "gialla" della casa editrice milanese.
Sull’albo di TuttoTex n° 196, così scrive Sergio Bonelli: “Il primo episodio scritto da Nizzi pubblicato nel Tex Gigante si intitolava ‘La valanga d’acqua’, era disegnato da Erio Nicolò e iniziò a pagina 53 del numero 273 (anche se, in realtà il primo soggetto che Claudio elaborò per noi, ‘Il ritorno del Carnicero’, uscì per secondo). Per quel che mi riguarda la scelta di Nizzi come continuatore del personaggio di papà Bonelli non nacque casualmente: ero infatti sempre stato un suo ammiratore sin dai tempi in cui, sulle pagine de Il Giornalino, inventava avventurosissime trame per Larry Yuma”. 
E racconta invece Nizzi, in una intervista: “All’inizio della collaborazione a Tex fui avvertito che ‘per un certo periodo di tempo’ non avrei potuto firmare le mie storie. Il timore di Sergio Bonelli era che i lettori, abituati da sempre al fatidico ‘Text by G.L.Bonelli’, potessero reagire negativamente. La preoccupazione era legittima. In seguito, però, quando il ‘certo periodo di tempo’ cominciava a durare troppo, il non firmare mi pesò parecchio. A un certo punto, tra me e Sergio Bonelli cominciò un braccio di ferro. E finalmente, dopo un’astinenza di cinque anni, apparve la mia firma nel Texone di Buzzelli del 1988, e dal dicembre di quello stesso nella serie normale. Per fortuna la mia firma non ha fatto scappare nessuno”. 
Uno dei tratti distintivi delle sceneggiature di Claudio Nizzi è quello di riuscire a proseguire con taglio narrativo moderno la grande tradizione dei testi di Giovanni Luigi Bonelli, mettendone in pratica la lezione in maniera funzionale ed efficacissima.  “All’inizio i miei soggetti venivano sorvegliati molto - dichiara Nizzi su Dime Press n° 2 - sia perché ne scrivevo pochi (e senza fretta), sia perché bisognava essere sicuri che mi mantenessi nell’ortodossia più assoluta. A quei tempi eravamo ancora in tre a scrivere Tex: G.L.Bonelli, Sergio e io. In seguito Bonelli padre rallentò, poi anche Sergio, e io mi ritrovai a scrivere anche dieci storie contemporaneamente. Oggi, sia sotto la spinta dell’urgenza, sia perché mi sono ormai conquistato una certa affidabilità, i controlli si sono molto diradati, ma il ‘lavaggio del cervello’ iniziale funziona ancora (fin troppo!) e ci penso da solo a censurarmi per non uscire dai binari della tradizione. (...) Il tipico linguaggio di Tex è una delle grandi invenzioni di G.L.Bonelli, il mio segreto è di averlo studiato, così come ho studiato la psicologia del personaggio e il ritmo del racconto. Il fascino intramontabile di Tex è dovuto al rispetto di queste cose e dunque mi sembra doveroso rispettarle. Anche perché, se sgarri, Tex diventa un’altra cosa”. 
Diversamente da Nolitta che non può fare a meno di lasciar trasparire la propria originalità, il Nizzi del primo periodo texiano riesce magistralmente a mimetizzarsi facendo propri gli stilemi del creatore del personaggio, spolverandoli comunque quel tanto che basta per dare loro una rinfrescata. Il maggior mimetismo di Nizzi non tragga in inganno. E’ frutto della sua grande professionalità, non di pedissequa imitazione. Narratore robusto e di grande esperienza, abile negli intrecci da feuilleuton e più ancora nel mescolare il thriller con il western, Nizzi non è certo il clone di nessuno. In ogni caso,  la sua personalità ha finito per risultare evidente e, a posteriori, può essere facilmente vista trasparire anche dalle storie che all’epoca uscirono non firmate. Dopo che il suo nome ha cominciato ad apparire, anche la sua tecnica di sceneggiatura si è fatta più personale e riconoscibile, seppur sempre nel solco della tradizione. Già nella fondamentale storia disegnata da Ticci che racconta in flashback il primo incontro fra Tex e Tiger Jack (Furia Rossa, Tex n° 385 e seguenti, 1992) gli stacchi sono veloci, le didascalie risultano abolite o ridotte al minimo, gli stati d’animo vengono resi dal gioco di sguardi e dalla recitazione dei personaggi e insomma il “più acceso difensore dell’ortodossia texiana”, come Nizzi stesso si è definito, finisce per traghettare la serie verso moduli espressivi di grande (ma intelligente) modernità. Una storia come La ballata di Zeke Colter, pubblicata sull’Almanacco del West 1994, scritta per i disegni di Renzo Calegari, è un altro esempio di un ottimo racconto sceneggiato da un Nizzi volutamente più libero del solito dai vincoli dell’ortodossia, visto che si tratta di un albo al di fuori della serie regolare. 
Nell’arco di trent’anni (1982-2012) e di oltre trentamila tavole (tante ne ha sceneggiate Nizzi per Aquila della Notte) è inevitabile che ci siano stati degli alti e dei bassi, ma i capolavori sono tali appunto perché svettano. 
Rispondendo alle domande di Roberto Guarino, Claudio Nizzi racconta molto di sé, analizzando una per una tutte le sue storie di Tex e dimostrando una grande consapevolezza riguardo alla sua opera. Forse ci vorrebbe un altro libro in cui, con altrettanta puntualità, l’intervistatore spinga l’autore a dilungarsi anche sul resto della sua sterminata produzione, compresa quella libraria, perché i romanzi del ciclo di Borgo Torre hanno tutte le carte in regola per un successo travolgente e dispiace che limitatissima distribuzione del loro piccolo editore non abbia consentito ai quattro titoli una maggiore visibilità. In attesa, dunque, di una disamina di Larry Yuma o di Nicoletta, colpisce, già in questo libro, il talento dimostrato da Nizzi di mettersi al servizio sia del lettore, che del personaggio,  che del disegnatore. Del lettore, perché la varietà dei personaggi da lui creati per target molti diversi fra loro testimonia la capacità di parlare ai ragazzi come agli adulti o alle donne come agli uomini, e quella di far ridere, così come di commuovere o emozionare. Del personaggio, perché anche alle prese con characters non suoi, l’autore sa rispettarne le caratteristiche. Del disegnatore perché Nizzi, come lui stesso dice più volte, calibra le sue sceneggiature per valorizzare il tratto di chi le illustrerà, cercando di offrire al co-autore gli scenari, le situazioni e le atmosfere a lui più congeniali. Insomma, un grande professionista. Ma, talvolta, usando questo termine, si intende soltanto qualcuno che è del mestiere. E chi è padrone della tecnica non necessariamente è il miglior comunicatore delle emozioni. I capolavori texiani che abbiamo individuato e citato (e che sono soltanto alcuni fra quelli che potremmo ancora citare e individuare, aggiungendo magari all’elenco la prima storia della Tigre Nera, quella in cui Kit Willer perde la memoria, o il Texone di Magnus, così come molte altre), invece, dimostrano come  Nizzi sappia anche toccare il cuore e far accapponare la pelle.
Il libro-intervista di Guarino ha una mia prefazione.

sabato 2 giugno 2018

FATTI DELLA STESSA PASTA




Alessandro Delfino
FATTI DELLA STESSA PASTA
Rotary Club Firenze-Bisenzio
brossurato, 142 pagine
p.n.i.


Per gli appassionati di soldatini ogni spiegazione è superflua, ma per i profani bisogna pur darla: dire che una statuina da collezione è "in pasta" significa far riferimento a un tipo di produzione tipico del periodo fra le due Guerre iniziato dalla ditta tedesca Elastolin che, in periodo di grave crisi economica, non potendo contate sul piombo o su altri materiali più nobili, iniziò a fabbricare soldatini con una miscela composta da cartapesta, colla e gesso, detta appunto "pasta". Dopo la Elastolin, visto il successo garantito dai prezzi bassi, ci furono ovviamente molte altre case produttrici che imitarono questo tipo di materiale. Vi basterà fare un giro su Internet per vedere quanto collezionismo c'è. Il volume pubblicato dal Rotary Club Firenze-Bisenzio, di cui fanno parte alcuni celebri collezionisti toscani tra cui il curatore Alessandro Delfino, propone una straordinaria galleria di immagini riguardanti un particolare settore di questo tipo di oggettistica: i soldatini raffiguranti personaggi dei fumetti. "Fatti della stessa pasta", appunto, come recita il titolo, cioè la materia di cui sono fatti i sogni, o le avventure che si possono sognare o, se volete, di cui è fatto il gioco. Non a caso uno dei testi introduttivi porta la firma di Sergio Bonelli il quale, in suo articolo intitolato "Il palcoscenico dei sogni", paragona i personaggi della saga di Tex a tanti ideali soldatini e ricorda la figura di Dino Battaglia, che di soldatini era un super esperto al punto da intagliarli direttamente in legno: "un suo guerriero Zulu, con la caratteristica corta lancia e il non meno caratteristico scudo, fa buona guardia sulla mia libreria, trasmettendomi il fascino di un mondo e di un tempo lontano". Nel libro sono rappresentati anche alcuni soldatini non in pasta, come appunto quello di Tex e dei suoi pards, messi in commercio in tempi recenti e realizzati in resina, però gran parte sono appunto più antichi (anni Quaranta o Cinquanta) e in stile Elastolin, anche se prodotti in Italia da aziende come la Chialli, la Xiloplasto o la Lineol. Sorprende vedere soldatini di Miki, di Blek, del Sergente York, di Pecos Bill, di Cino e Franco. Una gioia per gli occhi, come dimostrano le immagini allegate.




venerdì 1 giugno 2018

HO FREDDO








HO FREDDO

di Gianfranco Manfredi
Gargoyle Books

2008, cartonato
552, 16 euro

L'autore è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.

martedì 29 maggio 2018

BIOGRAFIA DEL SILENZIO





Pablo d'Ors
BIOGRAFIA DEL SILENZIO
Vita e Pensiero
2014, cartonato
100 pagine

Ogni tanto, per non sembrare del tutto privo di spiritualità e senso della trascendenza, e anzi, per cercare di essere spirituale e trascendente come tutti gli altri e sentirmi dunque meno alieno nel mio freddo razionalismo, leggo libri come questo. "Un giorno riuscirò anch'io a meditare sul senso della vita", mi dico, "o a percepire l'afflato della mia anima". Tutte le volte che mi sforzo di meditare, però, vengo distratto da un prurito in un punto irraggiungibile della schiena o dal rumore del camion della spazzatura per strada. Tuttavia, magari quando sarò in pensione e avrò più tempo per impegnarmi come si deve, avrò imparato come si fa per essere finalmente sereno e spirituale come il resto del mondo che pratica la meditazione. Per il momento, raccolgo la documentazione. Non nego che questo testo di Pablo d'Ors (spagnolo di Madrid classe 1963) sia pieno di buoni spunti. Anzi, me ne sono appuntati diversi. Peraltro, nonostante l'autore sia un sacerdote, ha il pregio di non affrontare nessun argomento religioso. Non che io sia allergico alla religione (avrei accettato di buon grado qualunque discorso sensato anche riguardante Dio e il suo amore per noi), ma evidentemente d'Ors ha scelto di rivolgere il suo discorso a un pubblico più ampio di quello dei credenti, puntando sull'elogio della meditazione (e della ricerca interiore basata sul silenzio) come strumento in grado di migliorare la vita di tutti. Stranamente, parla più di buddismo che di cristianesimo, più di filosofia orientale che di dottrina cattolica. Secondo Pablo d'Ors, e sono pronto a sottoscrivere, la situazione, qualunque sia, non è il problema. Il problema è la nostra idea su di essa. "Appena dimetto l'idea, il problema scompare. Basta non avere idee sulle cose o sulle situazioni per vivere completamente felice. La formula è prendere le cose come sono, non come ci piacerebbero che fossero. Non si deve nuotare contro la corrente della vita, bensì a suo favore. Non bisogna nemmeno nuotare. Basta aprire le braccia e lasciarsi trasportare". Più avanti si legge: "Quasi tutti i frutti della meditazione si percepiscono fuori dalla meditazione. Alcuni frutti sono, ad esempio, una maggiore accettazione della vita così com'è, un'assunzione più completa dei propri limiti e dei propri acciacchi o dolori, una maggiore benevolenza verso i propri simili, un'attenzione più scrupolosa alle necessità altrui, un apprezzamento superiore verso gli animali e la natura, una visione del mondo più globale e meno analitica". Infine: "Si può vivere senza lottare contro la vita". Tutto bello, tutto giusto, tutto vero. Leggo di continuo di gente (anche laicissima, come Emmanuel Carrere) che dice la stessa cosa. Però, al di là del fatto che prima di accettare acciacchi e dolori attraverso la meditazione cerco di farmeli passare con un analgesico, tutto resta troppo poco pratico per i miei gusti. 
Pablo d'Ors indubbiamente ci convince che meditare è bello, che meditare è buono, che meditare cambia la vita. Ottimo. Ma praticamente come si fa? L'autore dice, a un certo punto, che meditare costa anche del sacrificio e che inizialmente ci si deve far forza per mantenersi costanti nel buon proposito di farlo. Questo anche perché, per esempio, la posizione è scomoda e si sentono dei dolori alle giunture. Ecco: ma qual è questa posizione in cui ci si deve mettere? "Nei primi mesi meditavo male, malissimo; tenere la schiena eretta e le ginocchia piegate non mi riusciva per nulla facile": schiena eretta e ginocchia piegate, come? Se magari ce lo avesse spiegato noi potremmo evitare di meditare male o malissimo nei primi mesi. E una volta che ci siamo messi in qualche posizione e si vuole meditare, di preciso a che si deve pensare? Ho visto che esiste un libro intitolato "Meditazione per negati", dovrò leggermi anche quello. Poi vi saprò dire.

domenica 27 maggio 2018

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA




Stieg Larsson
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
Marsilio
2009, brossurato
864 pagine, 21.50 euro

Fatemi prima fare la mia dichiarazione d’amore a Lisbeth Salander, un personaggio straordinario, sfaccettato e potente, raccontato così bene e così bene caratterizzato da farmi credere che esista realmente. Quindi: Lisbeth ti amo, entra nel mio computer quando vuoi.
Terminare una lettura e sentire che in realtà il libro vive di vita propria e convincersi che continui ad evolvere le proprie vicende indipendentemente non solo dal lettore ma perfino dal suo autore è quanto di meglio e di più si può ottenere da un racconto. Le buone storie sono quelle che hanno dei buoni personaggi e la trilogia di “Millennium” dello svedese Stieg Larsson ne ha a decine, oltre a Lisbeth.  C’è anche un’altra caratteristica da cui tutti gli scrittori dovrebbero imparare:  “Millennium” ha una trama. Anzi, più di una, in verità, come la vita di ognuno di noi. I buoni personaggi di Larsson non si guardano l’ombelico ma agiscono, a volte come motori dell’azione a volte per reazione a quel che accade loro. Capitano dei fatti,  sicuramente abbastanza intriganti da essere interessanti da raccontare, ma anche raccontanti in modo così interessante da diventare intriganti più che mai.

Ciò detto, chiarisco subito che “La regina dei castelli di carta” è il terzo capitolo di una trilogia pubblicata in Svezia (un volume all’anno) tra il 2005 e il 2007, composta anche da una prima parte intitolata “Uomini che odiano le donne” e da una seconda intitolata “La ragazza che giocava con il fuoco”.  La trilogia è nota complessivamente con il nome di “Millennium”, dal titolo di una rivista la cui redazione fa da centro di gravità permanente agli avvenimenti raccontati. Colpisce il fatto che l’autore non abbia potuto assistere all’enorme successo a livello mondiale della sua saga perché è morto nel 2004 (a soli cinquant’anni, per infarto) e dunque si tratta di romanzi pubblicati postumi. Pare che nelle intenzioni di Larsson i romanzi dovessero essere dieci. Un quarto e un quinto episodio sono stati scritti da un altro svedese, David Lagercrantz, che ha proseguito la serie. Però, questi ulteriori capitoli non reggono il confronto con i primi tre, che per fortuna si possono leggere con un senso compiuto e giungendo a un punto fermo. Per la precisione, “Uomini che odiano le donne” permette una lettura autoconclusiva presentando i personaggi di Lisbeth Salander (una hacker bisex dalla personalità border line e dal passato traumatico che le perseguita anche il presente) e di Mikael Blomkvisk (il direttore della rivista “Millenium”) alle prese con un torbido mistero da risolvere (quello della scomparsa di una ragazza avvenuta trent’anni prima in circostanze misteriose). I due successivi titoli formano invece un’unica storia divisa a metà, quella in cui si svela il passato di Lisbeth e si regolano i conti con il padre, un russo psicopatico,  Alexander Zalachenko, ex spia russa protetta dai servizi segreti svedesi. Perciò, non si può leggere “La regina dei castelli di carta” senza aver letto prima “La ragazza che giocava con il fuoco”. Il romanzo infatti comincia esattamente là dove si era concluso il precedente, che in effetti non si era concluso: un complicato groviglio di vicende aveva  portato Lisbeth e il padre a cercare di uccidersi a vicenda con il risultato di essersi ridotti entrambi in fin di vita (addirittura, la ragazza viene ricoverata con una pallottola nella testa). Il gruppo di agenti segreti che per anni hanno garantito impunità a Zalachenko cerca di impedire che le indagini portino alla luce del sole tutte le loro malefatte. Mikael Blomkvisk mobilita “Millennium” in difesa di Lisbeth. Si resta intrigati e con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Sarebbe sbagliato etichettare “Millennium” come una saga poliziesca, nonostante ci siano dei casi giudiziari e dei misteri da svelare. Stieg Larsson orchestra una partitura ricca di elementi e punto d’incontro fra generi diversi: storia, politica, giallo, spionaggio, avventura, erotismo. Ma, soprattutto, porta avanti denunce contro la violenza sulle donne,  sul neonazismo, sulla corruzione, sul potere della stampa e perfino, ante litteram, sulle fake news; affronta i temi della deontologia professionale, dibatte sulla correttezza politica, esplora da competente le nuove tecnologie e l’universo degli hacker. La sua prosa può sembrare basic per come è immediata ed essenziale, ma in realtà riesce a scavare in maniera efficacissima nelle personalità dei personaggi. E che talento da affabulatore!

venerdì 18 maggio 2018

SCEMOCRAZIA



Massimiliano Parente
SCEMOCRAZIA
Bompiani
2018, brossurato
210 pagine, 16 euro


"Come difendersi dal pensiero comune", recita il sottotitolo. In effetti si tratta di un esilarante vademecum per tenersi alla larga dalle baggianate, che ricorda il "Dizionario dei luoghi comuni" di Gustave Flaubert. Ancora bambino, infatti, Flaubert annotava in una lettera: «siccome c’è una signora che viene da papà e ci racconta sempre delle sciocchezze le scriverò». Per tutta la vita arricchì il catalogo. Un altro paragone possibile è quello con "La prevalenza del cretino", di Fruttero & Lucenti, che scrivono: «Sconfiggere il cretino è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non lo scalfiscono. Il cretino è imperturbabile, la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai dubitare di sé». Personalmente sono convinto che guardati da qualche punto di vista siamo tutti cretini (per esempio: perché sto perdendo tempo a scrivere questa recensione invece di lavorare?). Siamo tutti cretini a turno, insomma. Poi ci sono quelli che dimostrano di esserlo costantemente. Massimiliano Parente, scrittore e polemista dalla penna intinta nel cianuro e il gusto (sacrosanto) della provocazione e disperazione, felicemente maestro della scorrettezza politica (lo leggo da anni e mi sorprendo d'accordo con lui anche quando non sono d'accordo) compila un campionario di ritratti di tipi umani in cui è facile non solo riconoscere un sacco di persone attorno a noi (o in cui ci si imbatte in Rete) ma in cui è inevitabile anche riconoscere se stessi. Io infatti rientro assolutamente nella categoria dello "scemo che presenta i libri". Nel novanta per cento dei casi sono del tutto o abbastanza d'accordo con l'autore sul ridere della scemenza altrui (e anche della mia). Come si fa a non dargli assolutamente ragione di fronte allo "scemo omeopatico", "lo scemo vivo per miracolo", "lo scemo astrologico", "lo scemo politicamente corretto", "lo scemo dell'11 settembre", "lo scemo che prega", "lo scemo che l'ha letto su Internet"? Ma anche quando, su qualche posizione di Parente, si resta perplessi o non convinti ("la scema smaltata di rosa", "lo scemo che ama gli animali", "lo scemo palestrato") si ride di gusto. Gli aneddoti abbondano e verrebbe voglia di aggiungerne altri tratti dalla nostra esperienza con i vari complottisti, disinformati convinti di saper tutto loro, i creduloni, quelli che continuano a ripetere fake news smentite e rismentite e per quanto tu possa smentirli di nuovo continuano imperterriti nel loro mantra. Parente ha messo su carta quel che in tanti pensiamo di fronte alla scemenza che domina il mondo, alla cretineria prevalente di Fruttero & Lucenti, al catalogo delle idee chic di Flaubert. E riderne è catartico come, talvolta, lo è essere scemi.

venerdì 11 maggio 2018

LA FINE DELLA RAGIONE



Roberto Recchioni
LA FINE DELLA RAGIONE
Feltrinelli Comics
2018, brossurato
112 pagine, 16 euro

L'idea alla base di questa graphic novel mi ha fatto tornare alla mente, di prepotenza anche se con un collegamento di idee magari forzato, il racconto "Notturno" (Nightfall, 1941) di Isaac Asimov (poi trasformato in romanzo da Robert Silverberg nel 1990). Anche in quel caso assistiamo alla "fine della ragione" e allo scoppio di una sorta di isteria collettiva su un intero pianeta, dove resiste soltanto una cittadella di scienziati che cercano di far sopravvivere un barlume di conoscenza e razionalità. Un tema, questo, presente in altri racconti del "good doctor". Va detto che le trame asimoviane sono appunto trame, c'è insomma una drammaturgia degli avvenimenti. Recchioni propone invece un plot essenziale raccontato per sommi capi. Come si legge in quarta di copertina, "la scienza è diventata un crimine, la cera medicina è stata bandita, hanno vinto 'loro', ma una madre non si arrende". Una trama avvincente, un progetto che avrebbe potuto dar vita a un fumetto assai più sviluppato (o a un film): invece la scelta dell'autore è di ricorrere al suo talento di illustratore per raccontare attraverso flash e suggestioni, riassumendo quel che sarebbe stato troppo lungo da spiegare in brevi appunti da bloc notes. Si tratta appunto di una scelta: il graphic novel è un mezzo che consente una proposta di taglio autoriale e in questo caso, come in "Asso" e in altri, Recchioni è autore completo e quindi dominus della sua opera, libera dai vincoli della serialità e delle convenzioni di un genere in cui inserirsi. Accettata l'ottica di procedere per sintesi grafica (sicuramente efficace) invece che per sviluppo romanzesco della trama, la storia narrata è folgorante: in un mondo in cui i bambini malati si curano con i Fiori di Bach, l'aromaterapia e i chiodi di garofano, una mamma rintraccia gli ultimi (e disillusi) scienziati barricati nei laboratori sotto il Gran Sasso per farsi dare una medicina. Per gli "altri" la guarigione è naturalmente un "miracolo" e non conseguenza del farmaco, ma forse dalla leggenda (che comincia a serpeggiare) che la scienza può curare le malattie ci potrà essere una rinascita.

domenica 6 maggio 2018

I CANTI DI CASTELVECCHIO




Giovanni Pascoli
I CANTI DI CASTELVECCHIO
Oscar Mondadori
1967, brossurato
230 pagine, 350 lire

E’ il mio poeta preferito, il Pascoli. Preferito perché cultore della forma (metrica sempre perfetta, architettura delle composizioni varia ma rigorosa), ma mai artefatto; anzi attento ai moto dell’animo, appassionato, empatico, umano, sensibile, acuto osservatore delle piccole cose. Colto e letterario, pieno di echi e di rimandi, ma lontano dall’Arcadia. Moderno, psicanalitico ante litteram (ma anche post litteram), è talvolta addirittura sensuale se non addirittura audace (“Il gelsomino notturno”, “Digitale purpurea”). Non sa mai di muffa. Ne ho parlato altre volte su questo blog. L’etichetta che gli si mette a scuola è che il Pascoli sia il poeta del Fanciullino, dal titolo di un suo breve saggio del 1897. A patto di intendersi su che cosa sia il Fanciullino e di non limitarsi a questa definizione, il rimando a quello scritto serve a orizzontarsi. 

Secondo il poeta di Castelvecchio la poesia non è “logos”, cioè razionalità, ma consiste in una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permane dentro di noi anche quando siamo cresciuti. Il Fanciullino dentro si noi “alla luce sogna o sembra sognare ricordando cose non vedute mai, parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle nuvole, popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei”.  Il bambino crede alle favole, crede alla mia, crede all’evocazione. Sente il potere del mistero, dei suoni, della musica; è in comunione con la natura. Sovvertendo le norme dell’angusto e realistico buonsenso che regola la nostra vita, il Fanciullino “rimpicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare”. Questa disposizione alogica (una sorta di sguardo obliquo) fa sì che si scoprano nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose.  E non è necessario che le cose siano insolite o grandiose: anche nelle cose quotidiane o famigliari si scoprono significati nelle cose. Di qui il rifiuto pascoliano, in verità non sempre rispettato, della “letterarietà” per avvicinarsi allo “spontaneità” del linguaggio comune. 

Tuttavia il poeta non è mai naif, vi si atteggia. Il suo enorme background culturale non viene mai meno. Persino ne “La cavalla storna” cita Omero senza farsene accorgere. Ho studiato “I canti di Castelvecchio” per un anno accademico intero, ai tempi dell’università, con il professor Mario Martelli (con cui poi mi sono laureato) e ogni lezione era una scoperta: frequentavo con gioia l’aula di Letteratura Italiana. Di recente, ho riletto i “Canti” e la gioia si è rinnovata. Perciò ho rispolverato qualche appunto e mi sono provato a dare ordine a quel che ho ritrovato.

Non si può non partire da qualche nota biografica. Del resto il Pascoli è stato per tutta la vita un poeta autobiografico. E si sa che la sua vita è stata segnata dall’assassinio del padre, avvenuto a San Mauro di Romagna il 10 agosto 1867. Questa morte, a cui ho dedicati un articolo sul blog “Freddo Cane in questa palude”, fu solo l’inizio di una serie di tragedie che in pochi anni si abbatterono sulla famiglia Pascoli, fino ad allora così unita e felice. Di lì a poco morivano prima, di tifo, la appena diciottenne sorella Margherita (13 novembre 1858), poi la stessa madre, che mai si era rimessa dal grande dolore della perdita del marito (18 dicembre dello stesso anno). Giovanni, (classe 1955) e i suoi fratelli Giacomo e Luigi avevano fino ad allora frequentato il collegio “Raffaello” di Urbino, diretto dai padri Scolopi; Giovanni, in particolare, aveva acquistato una salda cultura classica. Adesso le difficoltà finanziarie impedivano ai fratelli il proseguimento degli studi nell’Istituto urbinate. Con la morte di Luigi, avvenuta per meningite il 19 ottobre 1871, all’età di 17 anni, Giacomo e Giovanni abbandonano definitivamente il collegio e nello stesso novembre si trasferiscono a Rimini con la famiglia. A Rimini, Giacomo, il fratello maggiore, fu costretto a trovare lavoro ed a trasformarsi in “piccolo padre”, mentre Giovanni continuava a frequentare il liceo. Grazie all’aiuto di un suo vecchio maestro, padre Cei, Giovanni poté entrare nel collegio “San Giovanni” di Firenze e completare lì gli studi liceali, per poi frequentare a Bologna la facoltà di lettere, dopo aver vinto una preziosa borsa di studio – che però gli fu tolta allorché partecipò a una dimostrazione studentesca contro il ministro della Pubblica Istruzione, Ruggero Borghi, in visita all’Università. La serie di disgrazie continuò con la morte del fratello Giacomo, anch’essa avvenuta per tifo, il 12 maggio 1876. Giovanni diventò, per forza di cose, il capofamiglia. Ma la famiglia si era dispersa, il “nido” era distrutto, e ormai da tempo.

Non occorre seguire ulteriormente la cronologia delle vicende biografiche d Giovanni Pascoli, dalla prima esperienza politica presto abbandonata, alla laurea conseguita nel 1882; dai suoi successivi spostamenti per l’Italia (fino al suo definitivo stabilirsi a Castelvecchio di Barga), alla storia dei suoi rapporti con i fratelli e soprattutto con le sorelle Ida (il matrimonio della quale gli provocò un lungo “squilibrio nervoso” perché veniva ad intaccare il mito dell’unità familiare) e Maria (che venne poi ad abitare con lui). Non occorre, perché gran parte della psicologia del Pascoli è già venuta a formarsi, i caratteri che poi saranno i fondamenti della sua opera poetica si sono già costruiti.

Se il Pascoli è il poeta del Fanciullino, il Fanciullino è l’infanzia del nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che la disarticola. E’ nel traumatizzante succedersi di drammatici eventi, che bruscamente strapparono la Pascoli l’affetto delle persone e delle cose più care e la rasserenante sicurezza del nido familiare, l’origine del bisogno del poeta di ricercare nelle cose il loro aspetto più intimo e segreto, e di condurle fuori dalla realtà spazio-temporale della storia colpevole di aver infranto, con i drammi e le necessità del contingente, la serenità di un nucleo di affetti e sensazioni che sembravano eterne.

Le parole vengono svuotate del loro senso immediatamente contenutistico, e assumono sfumature di mistero: la realtà delle cose viene offuscata e trasformata attraverso un filtro ed una visione onirica, che permettono l’acquisizione di una dimensione diversa, quasi archetipica, realizzata nella poesia. Le cose vengono viste al di fuori della loro dimensione reale, fino ad assumere caratteri eterni e nello stesso tempo dimessi, privati, intimi. Il ripetersi delle immagini della casa-nido, delle morti, delle dolorose memorie familiari diventa quasi ossessivo, come se non ne fosse estranea una componente nevrotica.

Il tema del ricordo, che permea tutta la produzione poetica pascoliana conferendole il caratteristico bisogno di collocazione eterna e segreta delle cose, delle immagini e degli affetti, al riparo dalla violenza operata dalla storia, si manifesta più palesemente in alcuni componimenti come profonda necessità di recuperare con la poesia uno stato di cose ormai irrimediabilmente perduto.

Una sezione dei “Canti”, collocata in appendice e chiamata “Ritorno a San Mauro” (in tutto nove componimenti), costituisce l’unica testimonianza superstite di una serie di “Canti di S. Mauro” che il Pascoli aveva promesso nella prefazione ai “Primi Poemetti”, datata 5 giugno 1897, ma che non furono mai realizzati. Essi rimasero, appunto, in questa forma assai ridotta.   Pascoli tornò veramente in visita a S. Mauro, nel maggio del 1897, ma certo comunque che tutta l’opera poetica del Pascoli fu, in forma più o meno consapevole e più o meno accentuata, un continuo ritorno in quell’ angolo di Romagna. O forse potremmo dire che, nell’intimo del suo cuore, da S. Mauro Pascoli non si era mai mosso: tutta la sua poesia potrebbe essere solo un disperato aggrapparsi ad un “nido” che nella realtà non esisteva più. La quercia che cade lascia una capinera senza nido, il tuono che rimbomba rimbalza e rotola cupo cede il posto ad un canto di madre, la cantilena di una nonna si tramuta nella sicurezza del “nido” familiare per il bambino nella zana che dondola piano piano: e potremmo continuare.

E’ del resto lo stesso Pascoli che lo nota, e ne fornisce quasi una scusa, o una giustificazione, allorché nella prefazione del marzo 1903 ai “Canti di Castelvecchio” scrive: “Devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre, e via via, di fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo solo innocente, ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti. Se poi qualcuna di queste poesie… ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh!, non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalle loro fosse rendono anche oggi, per male, bene”.

“Un ricordo”, “Il ritratto”, “Un nido di farlotti” costituiscono una vera e propria “cronaca familiare”, dove, alla rievocazione dei momenti immediatamente precedenti e susseguenti la tragedia della morte del padre, si intrecciano i temi della premonizione e del presagio luttuoso. Ne “La cavalla storna”, invece, la stessa scena acquista una dimensione diversa, più ampia, oracolare e magica, attingendo ulteriori significati.

 “Un nido di farlotti” presenta la scena di casa Pascoli, a S. Mauro, un mese dopo l’assassinio del capofamiglia: la moglie distrutta dal dolore e gli orfani abbandonati appaiono agli occhi commossi di un popolano proprio come una spaurita nidiata di uccellini. E’, se si vuole, un’immagine paragonabile al nido della rondine che, nella celebre poesia “X Agosto”, raccolta in “Myricae”, cade uccisa tra le spine, con ancora nel becco un insetto per i suoi rondinini, così come il padre portava alle figlie un paio di bambole comprate alla Fiera di Cesena: e le stelle cadenti della notte di S. Lorenzo appaiono al poeta il pianto del cielo sulla malvagità di questo mondo.  

Il contenuto di “Un ricordo” è invece così esposto da Benedetto Croce: “Il padre del Pascoli fu assassinato, una sera, sulla via campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel giorno d’inenarrabile strazio e di terrore, l’ultima volta che i suoi lo videro vivo, è ricordata in ogni minimo particolare: con quel perduto dolore dell’animo che dice: potevamo non lasciarlo andare via, quel mattino, e sarebbe ancora tra noi!  E la memoria scopre, o l’illusione fa immaginare, particolari quasi profetici. Il padre stava per salire sulla carrozza, circondata dai suoi, dalla moglie, dai figli grandi e piccini, che escono sulla strada a salutarlo. Ma, nell’appressarsi che egli fece al cavallo, ‘la più piccina a lui toccò la mazza’. Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in pianto. Non voleva ch’egli andasse via: non voleva così, irragionevolmente, come bambina che era; ed egli dovette ingannarla, per acchetarla: farle credere che rientrava in casa e riuscire da un’altra porta. Quella manina di bimba è indimenticabile”. 

Lo stesso si può dire della poesia “Il ritratto”, la quale presenta una notevole comunanza di elementi, a partire da quello del presagio, qui costituito dalla improvvisa e immotivata interruzione delle pittura di un ritratto del padre che Giacomo Pascoli stava eseguendo ad Urbino, dove si trovava a studiare con i fratelli, nella stessa ora in cui Ruggero veniva ucciso.
Siamo di fronte dunque ad una ulteriore costante pascoliana: se il carattere dimesso della poesia del poeta è volto a ricercare gli elementi più intimi ed eterni delle cose, in una visione pessimistica della realtà, e se ciò, insieme al ripetersi ossessivo di certe immagini e certi temi, ha una origine in cui si può rintracciare una componente nevrotica, da notare è che tutto questo assume una forma poetica a dir poco singolare. Una apparente semplicità ed un fascino d’immediata percezione ottenuto con metri, artifici retorici, richiami classici che di naif e di primitivo non hanno proprio nulla

“La cavalla storna” fu una delle ultime poesie composte per i Canti di Castelvecchio, e pubblicata fin dalla prima edizione del 1903. Si tratta di una delle opere pascoliane più popolari e sentimentalmente più celebri. E’ facile intuirne i motivi: la chiave di lettura più immediata è facilmente accessibile ad ogni categoria di lettori; il patetico, il melodramma, la storia di lacrime, sangue e mistero, il tono narrativo e la struttura, la stessa orecchiabilità del metro colpivano e commovevano la sensibilità popolare. Tuttavia, letta con attenzione, "La cavalla storna" rimanda direttamente a Omero, e al cavallo parlante Xanto che rivela ad Achille il nome dell'uccisore di Patroclo. Ci sono persino precise citazioni testuali dei versi omerici. 

“Valentino”, un altro grande classico, commuove perché vediamo il ricco poeta, ammirato dal mondo, a cui non manca nulla, invidiare in silenzio la spensieratezza del povero contadinello che cammina senza scarpe, a piedi nudi, come un uccello: “come l’uccello venuto dal mare, / che tra il ciliegio salta, e non sa / ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, / ci sia qualch’altra felicità”. Ci sono poi tutti i versi onomatopeici che il Pascoli si inventa per replicare i suoni della natura, c’è l’osservazione della natura, il meravigliarsi di fronte al mistero, lo stupore per il rinnovarsi del ciclo delle stagioni o della vita (in “Ov’è?” il titolo stesso interpreta in forma di domanda, la domanda che il bambino appena nato si pone, il pianto del neonato). Ma il capolavoro resta “Il gelsomino notturno”, e qui rimando a una analisi più dettagliata che ho già scritto a suo tempo.