domenica 29 marzo 2020

L'INSETTICIDA ATOMICO







Francisco Ibáñez
L'INSETTICIDA ATOMICO
Edizioni Williams
brossurato, 1972
46 pagine, 600 lire


Fra i grandi misteri della storia c'è il perché Mortadelo y Filemon, e più in generale i fumetti dello spagnolo Francisco Ibáñez, siano stati tradotti pochissimo in italiano e non abbiano goduto nemmeno della metà straordinario successo che li ha sempre accompagnati in Spagna. Perfino i due film esilaranti e pieni di effetti speciali fumettosi che sono stati realizzati nella penisola iberica su Mortadelo non hanno avuto distribuzione nel nostro Paese. Il caso è davvero singolare, perché Mortadella e Filemone (questo il nome italiano dato alla serie dalla Williams negli anni Settanta) sono divertentissimi. Ricordo che quando lessi il mio primo albo, "Olè, Torero", da ragazzino, quasi non credevo che si potesse ridere tanto. La Williams stampò, che io sappia, solo quattro avventure della coppia di agenti segreti della TIA (è chiaro il riferimento alla CIA, ma ricordiamoci che "tia" in spagnolo vuol dire "zia"). Poi ci fu un tentativo di Francesco Coniglio e Silver in appendice a Lupo Alberto, ma senza esito. Trovandomi nell'impossibilità di leggere albi in italiano, negli anni mi sono dato da fare e mi sono comprato tutti i volumi in spagnolo che ho trovato: adesso possiedo una discreta collezione di una cinquantina di titoli, ma in Spagna ce ne sono molti ma molti di più. Peraltro, non ho cercato soltanto albi di Mortadelo ma anche dei tanti altri personaggi del geniale Ibáñez, tra i quali le mie preferite Donna Puña e Donna Pera, vicine di casa sulle scale di un condominio. Ma torniamo a Mortadelo y Filemon. Sono due agenti segreti, si diceva. Mortadella ha la caratteristica di essere un mago del travestimento: un vero trasformista. Mortadelo, il collega con cui fa coppia, rimane spesso vittima delle imprevedibili conseguenze di questi cambiamenti d'abito dell'amico. Una caratteristica dell'umorismo di Ibáñez è di essere totale: cioè le gag si succedono senza soluzione di continuità, quasi una battuta ogni vignetta, ma questo fuoco di fila porta avanti comunque una trama rocambolesca piena di situazioni, sketches, personaggi, tormentoni. Se i testi sono esilaranti, i disegni ancora di più. Lo stile è quello francese, alla Spirou (per intenderci), ma l'umorismo più da cartone animato o da comica velocissima. "L'insetticida atomico", terzo albo Williams su quattro, mette in scena da caccia di Mortadella e Filemone a uno spray creato dal professor Kornibus, uno scienziato alla Q di 007, che invece di uccidere gli insetti (motivo per cui era stato creato) li fa ingigantire e trasforma per esempio le cavallette in bestie grandi come cavalli. La formula è stata rubata dagli agenti della Tirania, un paese guerrafondaio governato da un regime dittatoriale dove i nostri si recano in missione. La propaganda della Tirania riempie le città di cartelloni in cui si esalta la missione del governo in favore della pace del mondo, ma poi dappertutto ci sono fili spinati e carri armati. Su una fabbrica si legge: "Fabbrika di kannoni deztinati a imporre in mondo pace e amore". Insomma, in anni di Guerra Fredda, non manca neppure la satira politica. E allora, perché Ibáñez non è stato tradotto?

sabato 28 marzo 2020

IL BOIA ROSSO






Francesco Artibani
Ivo Milazzo
IL BOIA ROSSO
Nicola Pesce Editore
cartonato, 2018
104 pagine, 19.90 euro


Ecco una storia di cui, letta l'ultima pagina e chiuso il libro, si vorrebbe avere subito un seguito da leggere. Il boia rosso, soprannome di Giovan Battista Mori, di professione esecutore delle condanne a morte per conto della giustizia papalina nella Roma della prima metà dell'Ottocento, è un personaggio che potrebbe sicuramente reggere, per spessore e ambientazione storica, il peso di una serie tutta sua. Nonostante sia ispirato alla figura tristemente nota di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato Pontificio tra il 1796 e il 1864 (oltre cinquecento le vittime da lui giustiziate), Mori se ne differenzia in modo sostanziale perché è un boia che entra in empatia con i condannati e cerca di leggerne gli animi. Talvolta, gli capita di voler approfondire il caso giudiziario e scoprire una verità che non è venuta a galla, come avviene nella prima storia di cui il personaggio è protagonista. Storia uscita in Francia nel 2006 per Les Humanoides Associés, in due volumi qui meritoriamente raccolti da Nicola Pesce in uno solo (non ci si sperava più, dopo dodici anni). Se i colori acquerellati sono di Isabelle Merlet, i disegni sono di un Ivo Milazzo in grande forma. Dicendo che sembra di ritrovare Ken Parker immagino sia chiaro di star facendo un complimento sia a Francesco Artibani, veterano Disney ma con le mani in pasta dappertutto, sceneggiatore magistrale, sia allo stesso Ivo davvero ispirato alle prese non solo con la recitazione dei personaggi ma anche con gli scenari urbani della Roma ottocentesca. Il caso su cui indaga Giovan Battista Mori è quello del rapimento a scopo di riscatto di una ragazza figlia di un ufficiale papino, il maggiore Alybert. I sospetti sono tutti su un brigante chiamato Padre Lupo, che scopriamo essere essere stato, in passato, grande amico del boia, per vicende che aspettano ancora di essere raccontate. Così, quando Padre Lupo fa sapere a Mori di non entrarci niente, Giovan Battista decide di scoprire il vero colpevole. Storia tesa, drammatica, intrigante, destinata a piacere agli orfani di Lungo Fucile e, per quanto posso immaginare io, tutti quelli che si faranno un regalo cominciando a leggerla.

lunedì 23 marzo 2020

FANTÔMAS, UN SECOLO DI TERRORE



Alfredo Castelli
FANTÔMAS, UN SECOLO DI TERRORE
Coniglio Editore
2011


Si tratta di una vera e propria enciclopedia, ricchissima di immagini e di riferimenti multimediali, su tutto ciò che su Fantômas è stato detto e scritto, e su tutto ciò che a Fantômas si è ispirato. Fantômas è il malefico protagonista di quarantatré romanzi di Marcel Allain e Pierre Souvestre, pubblicati in Francia a partire dal 1911, e da lì diffusi in tutto il mondo, originando anche una incredibile sequela di seguiti non autorizzati, film, fumetti, parodie. Castelli analizza in dettaglio ciascuna delle opere derivate direttamente o indirettamente dal personaggio, un diabolico criminale, spietato ed espertissimo di travestimenti. Ma anche Fantômas aveva i suoi predecessori, tra i quali ne vanno ricordati due: Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo ideato da Maurice Leblanc nel 1905, e Zigomar, di Leon Sazie, il primo vero eroe nero della letteratura pulp, assassino senza scrupoli, sadico e torturatore (1909). Un po’ tutti i neri italiani, per figliazione diretta o indiretta, derivano da questi precedenti, eroi del feuilleton francese che, a differenza degli eroi edificanti proposti dai penny dreadfull inglesi o dalle dime novel americane, indulgeva anche nell’esaltazione del genio perverso di protagonisti negativi. Bello da sfogliare prima che interessante da leggere, imperdibile come tutto quello che porta la firma del BVZA.

domenica 22 marzo 2020

UN'AMAZZONE



Alexandre Dumas
UN'AMAZZONE
Sellerio
brossura, 1998
100 pagine, 10.000 lire


Bisogna sempre buttar l'occhio sui piccoli, agili libretti delle collane "Il divano" della Sellerio. Si trovano a volte delle chicche d'autore da leggere al volo, e da cui farsi sorprendere. "Un'amazzone" è un racconto di Dumas scritto nel 1845 e ambientato a Parigi nella prima metà dell'Ottocento, interessante innanzitutto per il quadro che dà di una vita frivola e di una piccola borghesia benestante disinteressata alla politica e ai tumulti sociali, presa com'è dai balli in maschera e dal gioco d'azzardo. Eduard Didier, il protagonista, è vacuo come l'amico Edmond ma, a differenza di lui, piace alle donne, con le quali però non intende impegnarsi se non fingendo un amore che poi si rivela infatuazione passeggera. Di ben diversa indole è Herminie, l'unico personaggio di spessore del racconto. donna guerriera perché volitiva, educata come fosse stata un ragazzo dal padre che voleva un figlio maschio, abituata a maneggiare fioretto e pistola ma soprattutto autodeterminata, pronta a scegliersi l'amante migliore e a tenerlo in pugno, libera dagli obblighi sociali del dover trovar marito e metter su famiglia. Con Eduard è chiara: incontri clandestini pieni di fuoco ma guai a parlare di lei vantandosi della conquista, pena la morte. E poiché il frivolo dongiovanni non dà troppo peso alla minaccia, lei lo punisce, anche se finisce per andarci di mezzo Edmond a cui Eduard pensava di sbolognarla. Finale a sorpresa, e per niente male.

FISICA QUANTISTICA DELLA VITA QUOTIDIANA




Piergiorgio Paterlini
FISICA QUANTISTICA DELLA VITA QUOTIDIANA
Einaudi
2013, 130 pagine
13 euro 

Come ben spiega il sottotitolo, si tratta di "101 microromanzi". Ovvero, centouno racconti straordinariamente brevi (da una sola parola a una pagina e mezzo al massimo). La fisica quantistica si occupa, almeno per ora, delle interazioni fra le particelle subatomiche più piccole, che obbediscono a regole del tutto diverse di quelle teorizzate dalla fisica newtoniana. Dunque, Paterlini (già autore del long-seller "Ragazzi che amano ragazzi") decide di compiere esperimenti sulla piccolissima lunghezza in campo narrativo. Uno dei racconti, per fare un esempio, si intitola "Exit" e consiste in questa frase: "Spense la luce". Ovviamente, ce ne sono anche di più elaborati, tutti comunque fulminanti per brevità, ma non di rado anche per capacità di stuzzicare riflessioni. Non mancano le composizioni insipide, ma mai ce ne sono di insulse e comunque tutte hanno un loro perché. Vengono in mente le famose "Microstorie di Fantascienza" raccolte in una celebre antologia di Urania, ma qui lo scrittore è uno solo, riesce ad essere ancora più "micro" e non cerca di stupire con gli effetti speciali ma con la vita quotidiana a cui fa riferimento il titolo. L'espediente più spesso usato è quello di mostrare come qualcosa possa sembrare qualcos'altro se guardato da un punto di vista diverso. Un esempio davvero stringato: "Si alzò ed entrò nella doccia" (incipit). Possiamo immaginarci la scena. Ma subito si arriva al finale: "Dopo pochi minuti era morto, asfissiato dal gas". La scena risulta del tutto diversa rispetto a quello che ci eravamo figurati. Questo gioco riesce bene a Paterlini in diversi dei suoi racconti. In ogni caso, la brevità è sempre spiazzante. E un autore è chiamato a non sprecare neppure una parola, scegliendole cum grano salis.

sabato 21 marzo 2020

IL POVERO PIERO





Achille Campanile
IL POVERO PIERO
Rizzoli
cartonato, 1973
276 pagine


Se volete farvi un regalo, leggete i libri di Achille Campanile, uno dei più grandi umoristi di tutti i tempi, per quanto mi riguarda il migliore tra gli italiani (poi ci sarebbe da discutere su Jerome, Wodehouse e Allen riguardo al resto del mondo). Di solito Campanile gioca sui tempi brevi, e non a caso il suo primo libro, risalente agli anni Venti, si intitola "Tragedie in due battute". Esilaranti sono i suoi racconti, come quelli contenuti in "Manuale di conversazione", "Vite degli uomini illustri" o ne "Gli asparagi e l'immortalità dell'anima", ma anche quando certi romanzi hanno uno sviluppo più lungo si compongono in genere di frammenti, scenette, divagazioni. In "Celestino e la famiglia Gentilissimi" trova una traccia (gli stratagemmi di un padrone di casa per sfrattare un ospite indesiderato) e la sviluppa in inesauribili variazioni su tema anche giocando sui vari generi letterari (il teatrale, l'epistolare, la cronaca giornalistica). Non di rado si gioca sull'assurdo, sul paradosso, sulle parole. "Il povero Piero", del 1973, è invece un romanzo con una trama che si sviluppa in modo apparentemente tradizionale, e che comincia addirittura in modo serio, quasi drammatico: un certo Piero D'Avenza, da tempo malato, muore nel suo letto di casa. Il fatto è che per sua precisa disposizione lasciata scritta, vuole che parenti e amici vengano informati del luttuoso evento solo a esequie avvenute. I famigliari stretti, presenti al momento del trapasso, iniziano quindi a industriarsi per organizzare il funerale senza farsene accorgere. Partono quindi tutta una serie di equivoci, visite improvvise, disavventure con tecnici della luce, che portano al disastro: una folla di persone si raduna attorno al morto, a dispetto del segreto che si voleva mantenere. A quel punto il povero Piero riapre gli occhi, e si trova circondato. E meno male che al suo funerale non voleva nessuno! Ci sarebbe da farne un film. Naturalmente la commedia messa in scena è un pretesto escogitato da Campanile per sfoggiare un garbatissimo humor nero e prendere in giro le convenzioni sociali, le ipocrisie, le frasi fatte legate al naturalissimo e comunissimo evento della dipartita, e non mancano, al di là delle risate, le riflessioni illuminanti.

venerdì 20 marzo 2020

OMERO, ILIADE




Alessandro Baricco
OMERO, ILIADE
Feltrinelli
brossura, 2004
168 pagine, 13 euro


Un buon modo per leggere (o rileggere l'Iliade), quello di farlo (o rifarlo) con la versione in prosa di Alessandro Baricco. Il quale adotta questa tecnica: rispetta fondamentalmente il testo omerico trasportato in prosa, omettendo però le parti riguardanti gli dei ("non le avrei tolte se fossi stato convinto che erano necessarie, ma per quando sia brutto dirlo, non lo sono") e girando la narrazione in soggettiva. Cioè, per ogni capitolo Baricco sceglie un personaggio (Criseide, Tersite, Elena, Enea, Nestore, Achille, Ulisse, Patroclo, Agamennone...) e fa sì che sia lui a raccontare in prima persona, con soltanto i piccoli adattamenti del caso. Al "romanzo" corale che così viene fuori dà poi un ritmo, respiro, vita scegliendo un lessico parlato senza farraginosità arcaiche. Il risultato è estremamente convincente. Il poema si fa leggere lungo il suo percorso originario, cominciando con la visita di Crise, sacerdote di Apollo, all'accampamento greco, per trattare il riscatto di sua figlia Criseide, rapita da Agamennone, e concludendosi con l'inganno di Ulisse e con il cavallo portato dentro le mura di Troia. Nel mezzo, tanti drammi umani, tanti duelli, tanto sangue, tanto splatter. In conclusione, una postilla di Baricco: "Per esser chiaro, vorrei dire che l'Iliade è una storia di guerra, lo è senza prudenza e senza prudenza e senza mezze misure: e che è stata composta per cantare un'umanità combattente, e per farlo in modo così memorabile da durare in eterno. A scuola, magari, la raccontano diversamente. Ma il nocciolo è quello. L'Iliade è un monumento alla guerra".

giovedì 19 marzo 2020

IL BOSCO DELLE STREGHE



Alfred Hitchcock
IL BOSCO DELLE STREGHE
Mondadori
brossurato, 1978
140 pagine, 1000 lire

Il nome Alfred Hitchcock compare in copertina solo come marchio di fabbrica: il testo in realtà (come viene indicato all'interno) è di M.V.Carey, sulla base di personaggi ideati da Robert Arthur. Hitchcock aveva infatti la supervisione (o almeno, la responsabilità di metterci il nome e talvolta la faccia) di tutta una serie di produzioni legate al giallo e al mistero: una rivista, una serie televisiva, antologie di racconti, la serie per ragazzi dei Tre Investigatori. Serie che in Italia venne inserita dalla Mondadori nella fortunata collana del "Giallo dei Ragazzi", che imperversò negli anni Settanta e Ottanta con una variegata galleria di giovani detective, come gli Hardy Boys e Nancy Drew. Io li divoravo. I miei preferiti, all'epoca, erano appunto Jupiter Jones, Parte Crenshaw e Bob Andrews, e in particolare adoravo Jupiter, il genio della situazione, leader del terzetto ("investigatore capo"). Era lui che, alla fine, metteva insieme tutti gli indizi come le tessere di un puzzle ed arrivava alla soluzione. Anche Hitchcock fa parte della serie come personaggio, dato che i tre lo incontrano nella loro prima avventura e poi vanno quasi sempre a trovarlo per raccontargli i casi che risolvono. Casi mai cruenti, come si conviene a dei romanzi per adolescenti (e adolescenti sono appunto i protagonisti, in cui era facile identificarsi), ma senza dubbio intriganti ed emozionanti. La sede dell'agenzia dei Tre Investigatori ("indagini di qualsiasi tipo") è in una vecchia roulotte abbandonata, sepolta sotto i rottami di un deposito di ferri vecchi, a cui si accede tramite un passaggio segreto. Un ragazzo degli anni Settanta non poteva che esclamare: Wow! Non tutti i gialli erano scritti da Carey, e anzi io preferivo quelli di un certo Arden (il nome lo andavo a cercare scritto in carattere microscopico nei credits). Tant'è vero che bisogna guardarsi bene dal ritenere "Il bosco delle streghe" un episodio memorabile. Nonostante il mistero di pizze cinematografiche rubate, di una vecchia diva che vive reclusa in una villa dopo aver abbandonato il set, di una setta di cultori dell'occulto che si raduna di notte, il romanzo (riletto a distanza di quarant'anni) mi è sembrato debole. Non abbastanza, però, da scoraggiare la rilettura di tutti gli altri.

mercoledì 18 marzo 2020

KELLER




Luigi Magnacco
Paolo Raffaelli
KELLER
Sergio Bonelli Editore
2018, brossurato
304 pagine, 22 euro

"Keller" è stato uno dei primi fumetti Bonelli a uscire prima in edizione da libreria e poi, parecchi mesi dopo, in tre albi da edicola, nella collana di graphic novel da edicola "Le Storie". Un altro segno della trasformazione della Casa editrice milanese in una media company attiva su più fronti. "Keller" è comunque un prodotto che ben si presta alla pubblicazione in volume, come graphic novel, non avendo un protagonista seriale e proponendo tavole dal tratto sofisticato, graffiato, lontano dalla pulizia del fumetto bolentino tradizionale. La storia, di gangster, dai tratti noir e hard boiled, ambientata negli States tra gli anni Venti e i Trenta, è congeniale a Mignacco, di cui si ricorda con piacere "Il detective senza nome", pubblicato a puntate sulla rivista "Orient-Express" e illustrato da Massimo Rotundo. La storia, che comincia con un drammatico avvenimento, è quella di una vendetta covata per anni, portata dalla Sicilia fino in America, e la domanda a cui si cerca di dare risposta è se Kid Carter, killer della mala, e Tom Keller, mite benzinaio sposato e con un figlio, siano o no la stessa persona. Il volume piacerà soprattutto agli appassionati degli hard-boiled di Hammett e di Chandler,  e se vogliamo parlare di debiti cinematografici si possono ricordare dei classici d’epoca come “Piccolo Cesare”, “Scarface”, “Nemico Pubblico”,  o più recenti, quali “C'era una volta in America”, “Gli Intoccabili”, “Era mio padre”, Per dirla con Marco Nucci, autore dell'intervista in appendice a Raffaelli, “una bellissima dichiarazione d'amore a un intero immaginario”. Mignacco e Raffaelli hanno realizzato insieme anche un numero de “Le Storie”, la collana di “graphic novel” da edicola, quello intitolato “I combattenti”.




martedì 17 marzo 2020

IL MORTO DI MAIGRET



Georges Simenon
IL MORTO DI MAIGRET
Adelphi
2000
brossurato, 190 pagine 


E' sempre un bel leggere, leggere Simenon; e quando Simenon scrive di Maigret si va sul sicuro. Il burbero ispettore della polizia parigina manovra i suoi ispettori come un perfetto burattinaio, e c'è da giurare che stando ai suoi ordini resta ben poco spazio per la vita privata. Anche lo stesso Maigret, del resto, non ha orari: quella santa donna di sua moglie lo vede tornare a casa senza regola alcuna ma lo accudisce con una dedizione commovente. In questo romanzo, scritto nel 1947 negli Stati Uniti e pubblicato in Francia l'anno successivo, ci sono per fortuna parecchie pagine di ambientazione domestica. Vediamo il commissario, colpito da una leggera bronchite e curato con tisane, ricevere a casa propria persino dei testimoni; e in una scena, parlando dal letto dove si è sprofondato dopo una notte di indagini, dirige la moglie perché faccia per lui delle telefonate, lasciando la signora molto perplessa perché nel dubbio che il marito stia parlando nel sonno. Per quantità di morti, tuttavia, questo ventinovesimo giallo è uno dei più cruenti della serie 
Colpisce, fra le tante pagine memorabili, la riflessione di Maigret sul procuratore Ernest Comeliau, burocrate di strette vedute: come può uno che non sa come si giochi ai cavalli, che cosa si beva nei locali di periferia, cosa significhino i vocaboli dello slang dei malavitosi, dirigere degli apparati di polizia? Magister invece è un attento osservatore del mondo, capisce le psicologie, legge negli sguardi, conosce i bassifondi e la vita dei vicoli, frequenta le stazioni. Il caso comincia con la drammatica richiesta d'aiuto di uno sconosciuto che telefona a Maigret ritenendosi braccato da una banda di assassini. La conversazione si interrompe bruscamente e nella notte il cadavere di un accoltellato viene ritrovato in place de la Concorde, con il volto tumefatto. Impossibile riconoscerlo, non ha documenti, nessuno sa chi sia. Ma Maigret legge gli indizi sul suo corpo, sui suoi abiti. Cominciano indagini difficili e inizialmente infruttuose, che però alla fine portano a sgominare gli "assassini della Piccardia", capeggiati da Jean Bronsky, colpevoli di una lunga serie di raid omicidi in case coloniche delle province del Nord, e che si sono adesso installati a Parigi.

lunedì 16 marzo 2020

ODIO VOLARE




ODIO VOLARE
a cura di Stephen King e Bev Vincent
Sperling & Kupfer
2019, cartonato
340 pagine, 17.90 euro



Probabilmente questa antologia si chiama così, "Odio volare" perché "Paura di volare" è il titolo di un altro libro, un celebre romanzo di Erica Jong (che trattava però argomenti del tutto diversi). Il titolo originale è un gioco di parole difficilmente traducibile, "Flight or Fright" (io me la sarei cavata con "Volo da urlo"). Comunque sia, Stephen King e Bev Vincent, accomunati dalla medesima idiosincrasia per gli aeroplani, hanno radunato in un volume diciassette racconti di autori del presente e del passato con argomento l' "orrore ad alta quota", tanto per citare una delle short-story prescelte, quella di Arthur Conan Doyle (che già nel 1913 riuscì a scrivere una storia di aviazione benché fossero passati soltanto dieci anni dal primo volo dei fratelli Wright). Fra le firme troviamo quelle di alcuni big quali Richard Matheson, Ambrose Bierce, Dan Simmons, Ray Bradbury, Roald Dahl. Ci sono poi lo stesso King, la stessa Vincent, più Joe Hill (figlio d'arte). Tutti i racconti sono belli, ma alcuni lo sono di più. Fra i miei preferiti, quelli di E.C. Tubb (che riguarda un paradosso cronotemporale), quello di Dahl, la variante aerea del delitto della camera chiusa ("Assassinio sul Jumbo") di Peter Tremayne, "Raid aereo" di John Varley. E' sempre piacevole leggere dei racconti e poterli centellinare nei momenti liberi, ma quelli "di paura" hanno un fascino particolare perché ricordano le terrorizzanti novelle della nonna, quelle delle vecchia fiabe dove Pollinico veniva abbandonato nella foresta, gli orchi mangiavano i bambini e le streghe li attiravano con casette di marzapane.

sabato 7 marzo 2020

DYLAN DOG TALKS






Marco Nucci
DYLAN DOG TALKS
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2019
220 pagine, 26 euro


Per un paio di anni, fra il 2017 e il 2019, la Bonelli ha distribuito in edicola e in libreria i ventiquattro agili volumi cartonati di una serie intitolata "Il Dylan Dog di Tiziano Sclavi", che ha ristampato, con l'aggiunta di una colorazione "retinata" old style, alcune fra le migliori storie dell'Indagatore dell'Incubo sceneggiate da quel Tiz che ne fu il creatore, un racconto per ogni uscita. A corredo di ogni titolo venne premesse una brillante introduzione di Marco Nucci, il quale si incaricava anche di intervistare i disegnatori chiamati a illustrare i testi di Sclavi. Queste interviste, davvero interessa ti e vivaci, sono state quindi estrapolate e raccolte in volume. Anche lo stesso Sclavi viene intervistato, così come Mauro Marchesell, a lungo curatore redazionale della serie. A supporto del tutto, c'è anche il commento di Roberto Recchioni, curatore attuale, che presenta ogni storia. Un testo critico e di approfondimento consigliabile a tutti, appassionati o no. Gli intervistati, in ordine alfabetico, sono: Ambrosini, Brindisi, Casertano, Dell'Uomo, Grassani, Montanari, Piccato, Roi, Stano, Venturi e Villa.

sabato 29 febbraio 2020

L'ISTITUTO



Stephen King
L'ISTITUTO
Sperling & Kupfer
2019, cartonato,
566 pagine, 21.90 euro


Nella "Nota dell'autore" pubblicata in appendice al libro, Stephen King ricorda la figura di Russ Dorr, che da medico della sua famiglia si è trasformato nel suo più fedele collaboratore ricercando notizie, fornendo documentazione, controllando fatti, luoghi e persone. "Mi ha aiutato a ottenere quel che è sempre stato il mio scopo: rendere plausibile l'impossibile", scrive King. Ecco, credo che questo sia lo scopo di ogni scrittore, anche quelli che scrivono storie "realistiche", perché qualunque storia, non essendo accaduta, è impossibile. Ciò che i lettori chiedono è di crederci, di poterci credere. Anche se si parla di una Compagnia dell'Anello o di un Impero Galattico. La parte meno plausibile de "L'istituto", secondo me, è il finale: una resa dei conti con i buoni che vanno ad affrontare i nemici a casa loro, prendendo perfino un aereo per risolvere la questione tutta in una notte, approfittando di un tempo che sembra dilatarsi a dismisura. Mai contestare, comunque, le scelte narrative di uno scrittore (men che mai di Stephen King), dato il libro lo ha scritto lui e non chi lo legge. Si può solo dire: mi è piaciuto, non mi è piaciuto. E sicuramente, chiudendo l'ultima pagina, "L'istituto" mi è piaciuto parecchio. E' uno di quei romanzi che quando li cominci a leggere poi non ti stacchi più finché non lo hai finito, e tanto basta. E pensare che comincia parlando d'altro, cioè di Tim Jamieson, un ex poliziotto in fuga dal suo passato, che si trasferisce in un microscopico paesino del Sud degli Stati Uniti, dove è finito per caso, e trova lavoro come guardiano notturno. Poi entra in scena un ragazzino di Minneapolis dal QI superiore alla norma, Luke Ellis, che oltre a essere straordinariamente dotato intellettualmente, possiede blandi poteri telecinetici. All'improvviso, un commando fa irruzione in casa di Luke, stermina la sua famiglia e lo rapisce. Il ragazzo si ritrova prigioniero in una sorta di prigione-ospedale nel Maine, dove altri bambini come lui vivono reclusi e sono sottoposti a test ed esperimenti tesi a verificare ed esercitare le loro facoltà ESP. 
King si cimenta insomma in un'altra storia con dei protagonisti bambini, ragazzi e adolescenti, un'altra delle sue tematiche ricorrenti ("Stand by me", "It", "La bambina che amava Tom Gordon", "Chi perde paga"). Attraverso prove ed esperienze che rompono l'incanto dell'infanzia e fanno perdere l'innocenza, si cresce e ci si forma.
Nell'Istituto i ragazzi subiscono violenze e maltrattamenti, ma soprattutto a un certo punto, uno a uno (ne arrivano comunque sempre di nuovi) vengono spostati in un misterioso secondo edificio da cui nessuno fa più ritorno. Anche Luke ci finirebbe, se non trovasse il modo di fuggire, grazie alla sua intelligenza superiore e l'aiuto da parte di una sorvegliante, che ben sa la sorte che subiscono i reclusi una volta che siano stati spremuti dei loro poteri mentali, usati da un dipartimento degenerato del Governo federale per scopi politici e militari, di condizionamento della politica internazionale. Il mondo è in pericolo e solo Luke può salvarlo, se non si fa riprendere. A questo punto rientra in scena Tim, che ci chiedevamo appunto che cosa c'entrasse. Vale la pena di leggere e di scoprirlo.

domenica 23 febbraio 2020

DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO





Richard Dawkins
DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO
Mondadori
cartonato, 2019
250 pagine, 21 euro


"Una guida all'ateismo per principianti", recita il sottotitolo. In effetti, il volume si configura come una sorta di guida in breve che riassume, in modo chiaro, quanto già esposto dall'autore in un altro suo celebre libro, "L'illusione di Dio", del 2007. Chi abbia già letto il precedente saggio non troverà grandi novità se non, appunto, una argomentazione più veloce, accattivante e sintetica. Grande divulgatore com'è, e come ha dimostrato in classici della biologia evolutiva spiegata ai non iniziati quali "Il gene egoista" e "L'orologiaio cieco", Dawkins si ascolta sempre volentieri comunque la si pensi. Il suo è un argomentare misurato, logico, razionale e consequenziale, che personalmente trovo affascinante e che credo possano trovare affascinante anche i credenti che vogliano confrontarsi con i motivi dello scetticismo altrui verso il trascendente di atei e agnostici. Sarebbe anzi interessante poter leggere altrettante esposizioni di buon senso, da parte di chi, invece, vuole spiegare i motivi della propria fede. Dawkins illustra come, secondo lui, i libri sacri di ogni religione che vengono ritenuti dettati da Dio siano in realtà scritti dagli uomini, come non ci sia necessità di essere credenti per stabilire cos'è il bene e cos'è il male e comportarsi di conseguenza, come l'evoluzione spieghi la vita sulla Terra senza bisogno di ricorrere a un creatore, ad Adamo e a Eva. Lo scienziato argomenta il suo parere, ciascuno poi ne trarrà le conclusioni che più ritiene giuste.

sabato 22 febbraio 2020

INFERNO BIANCO



Andy Hall
INFERNO BIANCO
Corbaccio
cartonato, 240 pagine
2014, 19.90 euro


Ho una particolare predilezione per i libri di alpinismo, e ogni tanto cerco di leggerne qualcuno - scegliendo fra quelli non del tutto tecnici e per iniziati, ma che raccontino di uomini, di sfide, di situazioni estreme. "Inferno bianco" è una ricostruzione puntuale, documentata e fedele di una tragedia che nel 1967, fece strage di un gruppo di dodici alpinisti: ben sette morirono, e di quattro di loro non si sono mai ritrovati i corpi. La vetta che la spedizione, guidata da Joe Wilcox, intendeva scalare era il McKinley, chiamato Denali dai nativi, in Alaska: 6193 metri, con nevicate sopra i duemila in tutte le stagioni dell'anno e una parete verticale di quattromiladuecento. Andy Hall descrive la montagna e fa la storia dei tentativi di scalata precedenti al 1913, anno della prima conquista, per poi passare a descrivere l'organizzazione della spedizione Wilcox, messa insieme potendo contare su pochissimi fondi a disposizione. Seguire la fatica del trasporto dei materiali e delle scorte di cibo da un campo base all'altro, portato a spalla come di regola dagli alpinisti (o dai loro sherpa, che qui non c'erano), e poi il superamento di mille difficoltà, rende dolorosa la lettura per chi già sappia del finale infausto dell'impresa. Dodici uomini con indole diverse, che litigano fra loro, che soffrono, poi si rincuorano, poi giungono alle stremo delle forze, poi le recuperano... Hall, pur non romanzando nulla, ci fa entrare in empatia, come se anche noi facessimo parte della spedizione. Poi, a tragedia avvenuta (causata da una delle più improvvise e imponenti bufere di neve di tutti i tempi da quando sul McKinley se ne tiene il conto), si indaga su cosa poteva essere fatto per evitare la strage, e si fanno ipotesi sulla sorte occorsa agli scomparsi nel nulla. Lettura coinvolgente ed emozionante.

venerdì 21 febbraio 2020

LA CASA DEL SONNO





Jonathan Coe
LA CASA DEL SONNO
Feltrinelli
brossurato, 312 pagine


Psichedelico. Potrebbe essere questo l’aggettivo che meglio qualifica “La casa del sonno” dello scrittore britannico Jonathan Coe (1961). Il quale potrebbe essere definito, d’altro canto, come poliedrico. Difatti spazia fra musica, poesia, teatro, umorismo, sociologia, dramma e inquietudine. Ho letto che Daniel Pennac, in una sua conferenza, abbia giudicato il romanzo di Coe come “uno dei più belli dell’ultimo decennio del Novecento”. Pubblicato per la prima volta nel 1997 e ambientato in Inghilterra nell’arco della quindicina d’anni che va dall’inizio degli Ottanta alla metà dei Novanta, il romanzo alterna di continuo il passato e il presente di un piccolo microcosmo di personaggi che hanno avuto tutti a che fare con Ashdown, un secolare ed austero edificio in pietra vicino a una università in cui un tempo alloggiavano gli studenti e che poi uno di loro, Gregory Dudden, ha trasformato in una clinica privata dove si curano i disturbi del sonno. E di disturbi del sonno soffrono per l’appunto almeno due degli universitari ospitati ad Ashdown, Sarah Tudor e Terry Worth, la prima narcolettica e non in grado di distinguere i sogni dalla realtà, il secondo, famoso critico cinematografico, che sembra non dormire mai. La clinica del professor Dudden nasconde nel sottosuolo dei laboratori in cui lo psichiatra conduce esperimenti inquietanti sulla privazione del sonno, su cavie animali ma anche su volontari umani, uno dei quali ne rimane vittima. Nonostante questi laboratori lascino nel lettore un latente senso d’ansia, mai il romanzo si trasforma in horror, neppure nel finale quando Dudden impazzisce e finisce per sottoporre se stesso alla sperimentazione. L’inquietudine accompagna la lettura anche riguardo alla sorte di Robert, personaggio decisamente border line innamorato di Sarah, la quale lo considera il suo miglior amico ma non può sceglierlo come compagno perché lesbica. Scopre di esserlo proprio alla fine di una relazione da incubo con Gregory, pieno di manie, allorché si mette con Veronica, attivista politica destinata a rinnegare i propri ideali e a divenire una yuppie e ad andare incontro a un tragico destino. I destini di tutti i personaggi si intrecciano fra loro, in un perfetto gioco a incastri, nonostante tutti abbiano preso strade diverse, fino alla soluzione del mistero di chi sia in realtà la dottoressa Madison, la principale assistente di Dudden. La scrittura di Coe non è mai sopra le righe nonostante la matassa inquieta da dipanare e in certe pagine indulge perfino all’umorismo, come nel pezzo di bravura di una recensione cinematografica di Terry il cui senso viene completamente travisato (con risultati esilaranti) dal “salto” di una nota a fondo pagina.

giovedì 20 febbraio 2020

OH! IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE




Leo Ortolani

OH! IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE
Bao
cartonato, 2017
250 pagine, 18 euro


Diventato ormai autore da libreria e dimenticate le edicole, Leo Ortolani ripropone in versione aggiornata e ampliata, grazie a Bao, un suo vecchio albo Panini del 2006 ("Le meraviglie del mondo") che a sua volta raccoglieva materiali cominciati a realizzare fin dal 1993, quando Ortolani era allo step ancora precedete a quello dell'edicola. Si tratta di una sorta di enciclopedia in cui ogni capitolo indaga, approfondisce e spiega un tema, spiritosamente appartenete a due categorie: le meraviglie della Natura e le meraviglie della Tecnica. Il talento sia grafico che umoristico di Ortolani è fuori discussione, per cui inutile dire (ma lo dico) che anche "Oh! Il libro delle meraviglie" fa molto ridere. Quel che colpisce è quanto sembrino felicemente cattive le gag e la scelta degli argomenti, a distanza di decenni dalla prima realizzazione. Si comincia parlando di aborto, con un notevole humour nero, si prosegue trattando di naziskin, di mafia, di droga, di AIDS, di handicap, di morte, di pedofilia, di educazione sessuale. Va detto che neppure Ortolani riesce a essere davvero politicamente scorretto fino in fondo, perché tutto sommato, per fare un esempio, non si scherza sui musulmani, e ne siamo tutti contenti, ma facciamocelo bastare.

martedì 21 gennaio 2020

LA MISURA DEL TEMPO





Gianrico Carofiglio

LA MISURA DEL TEMPO
Einaudi
2019, 284 pagine
brossurato, 18 euro


I gialli di Gianrico Carofiglio con protagonista l'avvocato Guido Guerrieri, ma anche quelli con il maresciallo Fenoglio, mi fanno regolarmente pensare a un paragone, non so quanto azzeccato, con Ed McBain e il suo 87° distretto. Si dice di solito che McBain sia stato l'indiscusso maestro del "pollice procedural", cioè del caso poliziesco condotto mostrando le reali procedure della Polizia (un po' come in CSI, ma cinquant'anni prima)l, con tanto di riproduzione del moduli da compilare in uso nei commissariati. Anche Carofiglio, che ha fatto per anni il magistrato, conosce a menadito le procedure dei tribunali e delle autorità inquirenti e si può permettere di descriverle con cognizione di causa. Ma c'è dell'altro. McBain non si limita alle indagini, racconta anche, con indiscutibile talento, le vicende umane della vittima così come dei poliziotti del distretto da lui scelto come teatrino dei suoi romanzi. Allo stesso modo lo scrittore pugliese, a cui l'etichetta di "giallista" sta sicuramente stretta, scava nelle psicologie dei suoi personaggi e Guido Guerrieri finisce per essere qualcosa di più di un semplice investigatore. Ma coinvolgenti sono anche i risvolti che ci vengono mostrati della vita delle altre figure condotte sulla scena. McBain, infine, rende protagonista delle sue storie una città immaginaria, Isola (non si può non riconoscerci Manhattan). Carofiglio, allo stessi modo, ci va vedere Bari con i suoi occhi, così come ci permette di sentirne suoni, sapori e odori con gli altri sensi. "La misura del tempo" è un romanzo tipico della serie dedicata a Guido Guerrieri, e non svetta perché il livello di tutti è sempre alto. Mi sono trovato a riflettere su come mi sia emozionato attendendo la lettura della sentenza sul caso di Iacopo Cardace così come era accaduto negli altri gialli per gli altri casi. Sentenza che mi ha sorpreso più del solito, devo dire, senza anticipare nulla. Iacopo è il figlio del primo grande amore di Guido Guerrieri, Lorenza, una ragazza con cui trent'anni prima aveva avuto una storia e di cui poi aveva perso le tracce. E' in prigione dopo una condanna in primo grado per l'omicidio di uno spacciatore, e adesso c'è l'appello. Lorenzo si rivolge a Guido perché rovesci il verdetto. Il problema è che tutti sembra accusare Iacopo, e che Guido non è affatto convinto che il giovane, venticinquenne, sua innocente. Carofiglio usa la vicenda per dare uno spaccato sulle dinamiche interne alla magistratura e all'avvocatura, propone pagine di verbali, commenta le sentenze e, con l'escamotage di mostrare Guerrieri tenere un corso a dei giovani aspiranti magistrati, fa una lezione di diritto in punta di penna. Bene, bravo, bis.

domenica 19 gennaio 2020

IL CERCHIO CELTICO




IL CERCHIO CELTICO
Björn Larsson
Iperborea
2000, brossurato
420 pagine

Pubblicato nel 1992, “Il cerchio celtico” è il secondo romanzo dello scrittore svedese Björn Larsson (1953) e precede di tre anni il lavoro forse più conosciuto di Larsson, e probabilmente il suo capolavoro, “La vera storia del pirata Long John Silver”, del 1995. Leggendo le noti biografiche dell’autore colpisce come entrambi questi libri siano stati scritti a bordo di un veliero, il “Rustica”, con il quale Larsson naviga in giro per il mondo (quando non è impegnato nelle sue lezioni di letteratura francese all’università di Lund).E a pensarci bene non potrebbe essere che così, perché leggendoli si resta impressionati dalle descrizioni di traversate a vela scritte da qualcuno che se ne intende e che ama il mare anche quando si tratta di varcare passaggi impossibili come alcuni sulle coste della Scozia, attraverso muri d’acqua creati dalle correnti atlantiche che si scontrano con quelle del mare del Nord. “Rustica” è anche il nome della barca a vela che fa sa protagonista, più dell’io narrante Ulf e degli altri personaggi, al “Cerchio celtico”, a bordo del quale vien davvero voglia di percorrere il Canale di Caledonia. Come vien voglia di partire immediatamente per le isole Ebridi o le Orcadi, di perdersi nel dedalo di isole della costa occidentale scozzese. Ulf è un provetto skipper (per passione, non per mestiere), che vive proprio a bordo del suo veliero ancorato, in inverno, in porto della Danimarca. E’ lì che si mi batte in un misterioso personaggio, MacDuff, giunto dalla Scozia sulle tracce di un catamarano di un finlandese di nome Pekka. E’ proprio Pekka a consegnare a Ulf il diario di bordo della propria imbarcazione, prima di scomparire nel nulla per essere poi ritrovato cadavere e con la testa tagliata. Ulf, insieme all’amico Torben coinvolto quasi per caso (coltissimo in storia e letteratura ma inesperto come marinaio), decide di ripercorrere all’indietro, con il “Rustica” la rotta di Pekka, il quale sembra aver scoperto una organizzazione segreta ramificata ovunque nelle terre che furono celtiche, i cui adepti non esitano a uccidere chi venga a sapere qualcosa dei loro piani. E in effetti Ulf e Torben vengono tampinati ovunque da gente tutt’altro che benintenzionata nei loro confrontri, gente che prima cerca di capire se gli occupanti del “Rustica” sono i diportisti che dicono di essere, poi passa decisamente a dar loro la caccia. La rotta del veliero conduce il lettore dalla Danimarca fino alla costa orientale della Scozia, attraverso il Mare del Nord, insidiosissimo in inverno (si dice, nel libro, che il Mare del Nord è il più grande cimitero di navi del mondo), poi su quella a Ovest. La setta del Cerchio Celtico predica la formazione di una nazione indipendente basata sul ripristino dell’antica potenza dei Celti, in Irlanda, Scozia, Paesi Baschi e Bretagna, dove le radici e la lingua dei popoli celtici vengono oppresse e perseguitate. Si scopre così, e c’è del vero, che esistono centinaia di Druidi moderni che perpetuano le conoscenze degli antichi (mai scritte, solo orali, com’era tradizione) e centinaia di ramificazioni e culti segreti, alcuni più oltranzisti, altri più moderati, tutti convinti comunque che esista un eterno presente celtico che le persecuzioni, politiche e religiose, non hanno mai trasformato in passato. Da un certo punto di vista, si può persino parteggiare per la causa di una nazione che rivendica il proprio diritto a esistere e al recupero della propria identità. Certo, se i metodi devono essere quelli dell’IRA o dei terroristi baschi, la simpatia va a farsi benedire.  Le avventure del “Rustica” permettono al lettore di approfondire la conoscenza dei Celti, e personalmente sono stato ben lieto di scorgere una qualche assonanza fra le mie due storie di Zagor con la setta dei “Servi di Cromm” e il Cerchio Celtico di Larsson. Singolarmente, il romanzo non ha una conclusione, Ulf e Torben a un certo punto interrompono le loro indagini e ciò che davvero stanno tramando i loro avversari non viene del tutto svelato: c’è un epilogo in cui si spiega qual è la sorte dei due navigatori e del “Rustica”, ma la minaccia della setta da cui sono stati braccati viene tutt’altro che sventata.