venerdì 21 giugno 2019

LO SPECCHIO DI DIO





Andreas Eschbach
LO SPECCHIO DI DIO
Fanucci
cartonato, 2010
496 pagine, 12.90 euro


Il titolo originale del romanzo è "Jesus Video" e, per quanto meno suggestivo di quello italiano, rende immediatamente il senso della trama. Durante degli scavi archeologici condotti dal professor Charles Wilford-Smith nei pressi di Gerusalemme, in una tomba intatta risalente al primo secolo dopo Cristo viene rinvenuto lo scheletro di un uomo che non soltanto ha una dentatura con otturazioni moderne, ma stringe fra le mani una custodia in plastica contenente il libretto di istruzioni di una videocamera. La casa produttrice, interpellata, rivela come si tratti di un modello non ancora in commercio, destinato a uscire soltanto dopo tre anni. Il finanziatore degli scavi, John Kaun, ritiene che lo scheletro appartenga a un viaggiatore temporale, partito dal nostro futuro e poi rimasto imprigionato nel passato. Chiunque abbia intrapreso quel viaggio senza ritorno portandosi dietro una telecamera non può averlo fatto che per un motivo: realizzare un video di Gesù, per poi far ritrovare il filmato a qualcuno nell'epoca di partenza. La telecamera deve essere stata nascosta in un luogo, probabilmente in Palestina, destinato a rimanere intatto per due millenni: ma quale? Questo il punto di partenza dell'avvincente romanzo del tedesco Andreas Eschbach (nato a Ulma nel 1959). Gli sviluppi sono in linea con le premesse: Kaun assolda uno staff per dare la caccia alla telecamera (e del gruppo fa parte persino uno scrittore di fantascienza, Peter Eisenhardt, chiamato a fare da consulente confidando nel contributo del suo "pensiero laterale") mentre si attiva per vendere la scoperta nientemeno che al Vaticano. Infatti, la Chiesa si preoccupa di intercettare il video ritenendo che qualsiasi cosa mostri sia dannosa per la fede. Conscio del fatto che pertanto il filmato sarebbe stato distrutto, se ritrovato, il giovane archeologo Stephen Foxx (a cui si deve, materialmente, il ritrovamento dello scheletro) si convince di dover battere Kaun sul tempo, arrivando prima di lui alla videocamera. Oltre all'intreccio avventuroso, misterioso e fantarcheologico, "Lo specchio di Dio" propone, nel corso della narrazione e nel sorprendente finale, molte riflessioni sui viaggi nel tempo, la religione, la fede, la figura del Cristo. La lettura è consigliata.

giovedì 20 giugno 2019

COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE




Giulio Cesare Giacobbe
COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE
Ponte alle Grazie
brossurato, 2005
140 pagine, 12 euro

Comincio col dire che Giulio Cesare Giacobbe è persona divertente e con il dono della sintesi e della chiarezza, per cui qualunque cosa scriva si legge con interesse e con piacere. Psicologo, psicoterapeuta, docente universitario a Genova, è autore di una serie di manuali di consigli pratici per l'automedicazione psicologica, tutti gradevoli ed efficaci. Partendo da"Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita (2003) passando per "Alla ricerca delle coccole perdute" (2004) e ad altre divagazioni e approfondimenti sul tema, sono giunto (volentieri) a questo "Come diventare un Buddha in cinque settimane" (2005). Fortunatamente non si tratta di un catechismo buddhista. L'autore, che pure sembra condividere anche il messaggio trascendente, o religioso, ricavato (da altri) dagli insegnamenti del primo Buddha, ovvero Siddhrta Gautama Sekyamuni (563-491 avanti Cristo), propone un metodo psicologico alla portata di tutti per aiutare il lettore a liberarsi della sofferenza psichica. Un metodo basato appunto sulla pratica di meditazione e di comportamento insegnata da da Siddhartha. "Diventare un buddha" significa semplicemente diventare un "risvegliato", uno che è uscito dal sonno dell'incoscienza. Per comodità potremmo dire "illuminato".  "Buddha" infatti è un aggettivo, non un nome proprio. Vero è che parlando di Buddha si pensa al primo che raggiunse il risveglio o l'illuminazione (riguardo il quale vengono fornite notizie biografiche e aneddotiche) , ma chiunque ci arrivi diventa un buddha. Secondo Giacobbe, il mondo è pieno di buddha (lui compreso) e anche noi potremmo diventarlo, lungo un percorso di cinque settimane. Si parte dalle Quattro Verità e si percorrono gli Otto Sentieri. I consigli sono pratici e di buon senso, si parte dal capire come la sofferenza psichica nasca dai nostri stessi pensieri e non dalla realtà. Il problema è avere la costanza e la convinzione per arrivare in fondo. Ma se ne ricava comunque del bene.

venerdì 24 maggio 2019

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE





Milan Kundera
L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE
La Biblioteca di Repubblica
2002, cartonato, 260 pagine

Si può ben capire perché questo romanzo, scritto nel 1982 e pubblicato in Francia nel 1984, non abbia potuto uscire subito anche in Cecoslovacchia, patria dell'autore (nato a Brno nel 1929): si parla della Primavera di Praga del 1968e della repressione sovietica che ne seguì, e quindi i toni sono anticomunisti. Del resto Kundera fuggì a Parigi proprio in seguito all'invasione dei carri armati russi e si stabilì in Francia, dove ha insegnato all'università di Rennes. Stupisce casomai il fatto che, anche dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 siano passati diciassette anni prima che ci fosse una edizione praghese. "L'insostenibile leggerezza dell'essere" si sviluppa in lungo arco narrativo che abbraccia più decenni. E' una lettura quasi obbligatoria, nel senso che dopo averne sentito parlare per ogni dove, e non aver mai visto passare di moda il nome (per carità, degno di ogni lode) dell'autore, uno si convince che fra un libro di Stephen King e l'altro sia cosa buona e giusta non farsi cogliere impreparati e annoverare fra i titoli di cui saper disquisire anche il capolavoro di Milan Kundera. Ecco, a libro chiuso dopo l'ultima pagina mi vien da pensare che anche questo, come in altri casi mi sono trovato a dover dire, è uno di quei romanzi di cui non si capisce fino in fondo il motivo di tanto entusiasmo. Libro gradevole, ma di certo non uno di quelli che illuminano la vita (almeno, non la mia). E' chiara l'eco delle "Affinità elettive" di Goethe, con la doppia coppia alla base di un complicato gioco di relazioni incrociate, ma per il resto si tratta del racconto di una storia d'amore fra Tomáš (un medico), la sua compagna Tereza (una fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di Sabina, Franz (un professore universitario). Tomáš non riesce a essere fedele, Tereza finge di non vedere i tradimenti di lui ma si tribola nella gelosia. Lui è materialista, legato alla fisicità delle relazioni, lei sentimentale, legata alle ragioni dell'anima: il confronto fra queste diverse indoli anima il dipanarsi dei capitoli, privi tuttavia di accadimenti clamorosi, con la noia sempre in agguato, per fortuna leggera e dunque sostenibile.

venerdì 10 maggio 2019

GUSTAV KLIMT



Serge Sabarsky - Autori Vari
GUSTAV KLIMT
Artificio
Prima edizione 1995
Brossurato  -  230 pagine -  35.000 lire

Serge Sabarsky introduce con un suo interessante saggio un'ampia disamina dell'opera artistica di Gustav Klimt, condotta con l'intervento di altri critici su aspetti specifici della sua produzione e con la riproduzione fotografica di alcuni capolavori del maestro viennese. Sabarsky, il cui scritto è il più chiaro ed esaustivo fra quelli contenuti all'interno del volume (peraltro tutti lodevoli), inquadra la figura di Klimt nella Vienna di fine Ottocento e del primo Novecento, ripercorrendo le tappe della sua straordinaria carriera, dai suoi inizi manieristici e pertanto lodati dalla critica "ufficiale" ed esaltati perfino dall'Imperatore, fino alla sua "secessione" dai binari dell'arte più tradizionale verso nuove forme e nuovi esiti. I Secessionisti Viennesi, cioè il gruppo di artisti che seguì Klimt, si dotarono presto di un padiglione per l'esposizione delle loro opere, che Klimt affrescò all'interno: lì dentro si susseguirono le mostre degli aderenti alla corrente artistica, sempre suscuitando l'entusiasmo del pubblico e la freddezza della critica. Klimt fu un artista singolare per la sua capacità di essere pittore e disegnatore, così come grafico e ritrattista, spontaneo e complicato, sensuale e trascendente, erotico e spirituale nello stesso tempo.  Ecco le parole di Klimt riguardo alla sua "secessione": "Né mai parteciperò a una mostra ufficiale. Voglio liberarmi. Voglio uscire da queste sgradevoli insulsaggini che ritardano il mio lavoro, per riprendermi la mia libertà. Voglio oppormi al modo in cui, nella nazione austriaca, vengono trattate le cose dell'arte. Ci si scaglia in ogni occasione contro la vera arte e i veri artisti. Solo ciò che è fiacco e falso viene sempre protetto. Lo Stato non ha il diritto di esercitare la dittatura sulle mostre e sull'espressione artistica. Sarebbe invece suo dovere lasciare l'iniziativa artistica interamente agli artisti. Non deve accadere che il funzionario irrompa nelle accademie a cacciare gli artisti". Dopo la parte saggistica, il volume presenta la riproduzione a colori di un certo numero di opere pittoriche, di alcuni disegni, di alcuni manifesti e lavori grafici. In verità, le riproduzioni sono (inevitabilmente) un po' poche rispetto alla voglia di vedere Klimt che ha l'acquirente del volume.

domenica 5 maggio 2019

STREGATI DALLA LUNA



Maria Giulia Andretta
Marco Ciardi
STREGATI DALLA LUNA
Carocci
2019, brossura
200 pagine, 17 euro


Non c'è modo migliore per prepararsi a festeggiare i cinquanta anni dalla conquista della Luna, che ripercorre le tappe dell'avvicinamento dell'uomo all'allunaggio con questo saggio, agile e brillante ma allo stesso tempo documentato ed esaustivo. Persino Bruno Vespa ha dato alle stampe una sua ricostruzione giornalistica dell'impresa, e sicuramente altri scienziati o divulgatori hanno firmato o firmeranno altri libri sull'argomento, ma Maria Giulia Andretta e Marco Ciardi (quest'ultimo professore di Storia della scienza e delle tecniche all'Università di Bologna) uniscono alla disamina dei progressi tecnologici e dei retroscena politici anche quella del contributo (incredibilmente importante) che al "grande passo per l'umanità" hanno dato romanzi, film e fumetti di fantascienza. Non a caso il sottotitolo del saggio è "Il sogno del volo spaziale da Jules Verne all'Apollo 11". E ai due romanzi "lunari" di Verne, "Dalla Terra alla Luna" (1865) e "Intorno alla Luna" (1869), Wernher von Braun ha fatto costante riferimento in molte sue interviste. A von Braun, a cui per meriti scientifici gli americani che lo naturalizzarono perdonarono perfino i suoi trascorsi al servizio di Hiltler (in realtà lui era interessato soltanto all'aspetto aerospaziale dei suoi progetti, che pure portarono alla costruzione dei micidiali V2), è considerato il padre della missilistica, anche se ebbe un maestro altrettanto in gamba in un altro tedesco, Hermann Oberth, anch'egli passato, con molti altri, dalla parte Occidentale, mentre altrettanti scienziati suoi connazionali dopo la Guerra furono precettati dal russi: cominciò così la gara fra i blocchi contrapposti, l'Est e l'Ovest, per la conquista dello Spazio. I sovietici partirono in vantaggio e collezionarono una serie di primati, ma poi gli americani ebbero la meglio nello sprint finale. Il saggio è ben illustrato e colpisce la parità di trattamento riservato alle foto delle missioni spaziali quanto alle illustrazioni dedicate ai fumetti ("Tintin sulla Luna"), ai set e alle locandine cinematografiche ("2001 Odissea nello Spazio"), alle illustrazioni di romanzi di fantascienza (come quelle di Chesney Bonestell). Lo "scetticismo spaziale" dei politici fu vinto anche grazie agli scrittori, i fumettisti e i cineasti.

sabato 4 maggio 2019

DIECI MILIARDI







Stephen Emmott 
DIECI MILIARDI
 Feltrinelli
2013, 210 pagine

brossurato, 16 euro

"Diecimila anni fa la Terra ospitava un milione di uomini. Nel 1800, un miliardo. Nel 1960, tre miliardi. Alla fine di questo secolo, supereremo i dieci miliardi. Quello che penso è che siamo fottuti". Questo, in sintesi (la citazione è un mio montaggio di frasi dell'autore), il succo del libro. La cui lettura è assolutamente angosciante, com'è ovvio. Tanto per dare un'idea ecco come si conclude: "Ho chiesto a uno dei più razionali, brillanti scienziati che conosco: se esistesse una singola cosa che tu potessi fare riguardo alla situazione che abbiamo di fronte, che cosa faresti? La sua risposta? Insegnerei a mio figlio a sparare". Poche pagine prima, si può leggere: "Se l'attuale tasso di riproduzione dovesse mantenersi costante, entro la fine di questo secolo non saremo dieci miliardi. Saremo ventotto miliardi". Il dato dei dieci è stato previsto ottimisticamente ipotizzando un calo della crescita. Nel 2012, Stephen Emmott che insegna Scienze Computazionali all'Univesità di Oxford, ha trasformato le sue idee riguardo la sovrappopolazione in un monologo teatrale messo in scena a Londra, che ha avuto un enorme successo. Il testo, intitolato "10 Billions", è poi divenuto il libro pubblicato in Italia da Feltrinelli. Va detto che, trattandosi di un lavoro non solo divulgativo, ma anche destinato a venire recitato a voce, non è un saggio scientifico vero e proprio (con riferimenti ad altri saggi o alle fonti esatte delle informazioni), ma di una coinvolgente sequenza di frasi a effetto. Il desiderio sarebbe appunto quello di poter leggere invece un testo più argomentato, che approfondisca meglio l'argomento, senza dubbio interessante (anche Dan Brown ha incentrato il suo "Inferno" su questo tema, il che vuol dire che la questione è in grado di catalizzare l'attenzione). Tra i vari spunti offerti da Emmott alla nostra riflessione, alcuni riguardano il livello di inquinamento, altri i cambiamenti climatici, altri il depauperamento delle risorse, altri il problema delle fonti di energia o dello sfruttamento del suolo, per arrivare all'estinzione delle specie private degli habitat sottratte loro dagli uomini o alle guerre per l'acqua o per il cibo che si prevedono per il prossimo futuro. Di solito io sono un ecologista scettico, per cui gli allarmismi mi lasciano sempre perplesso: credo che i progressi della scienza o il mutare delle condizioni invalidino la maggior parte delle teorie catastrofiste (il "Medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca, per dirne una, è stato rimandato a data da destinarsi). Tuttavia, la sovrappopolazione è qualcosa che mi ha sempre spaventato. E' uno dei motivi per cui mi sembrerà giusto togliermi dai piedi al momento opportuno.

venerdì 3 maggio 2019

LESSICO FAMIGLIARE




Natalia Ginzburg
LESSICO FAMIGLIARE
Einaudi
218 pagine, 15.49 euro


Vincitore del Premio Strega nel 1963, “Lessico famigliare” è un album di ricordi dell’autrice. Natalia Ginzburg narra, giurando di dire il vero ma ammettendo di non poterlo dire tutto (“perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”), raccoglie frammenti di vita famigliare, racconta aneddoti, recupera emozioni, descrive il variegato carattere delle persone così come apparivano ai suoi occhi di bimba prima, di adolescente poi, di donna infine (ma in minor parte). I genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti vicini e lontani, gli amici di famiglia: tutti compaiono con il loro vero nome o, a volte, soprannome. Non se ne ricavano biografie complete ma ritratti emozionali. Ciascuno di noi potrebbe, nei limiti del nostro proprio talento di affabulatori, riempire un libro del genere raccontando i ricordi di infanzia, perché tutti abbiamo avuto, e abbiamo, un “lessico famigliare” di riferimento: frasi ricorrenti, esclamazioni, modo di dire, atteggiamenti, giudizi sugli altri tipici del padre e della madre, dei nonni o degli zii. Natalia Ginzburg, sicuramente più dotata di noi quanto a capacità di scrivere e descrivere, ci parla della sua famiglia. La figura che più emerge è quella del padre, Giuseppe Levi, importante biologo e professore universitario, perseguitato dal regime perché ebreo (e antifascista). Uomo burbero come quant’altri mai, talmente antipatico da essere simpatico per paradosso. Ma il teatrino famigliare che gli ruota attorno, sullo scenario della Torino tra gli anni Venti e i Cinquanta, è variegato di personaggi caratterizzati ciascuno in modo diverso come diversi sono i caratteri (che peraltro mutano nel tempo). Colpisce, per quanto la Ginzburg ne parli come di assoluta normalità di frequentazioni, la quantità di figure storiche illustri che compaiono nel libro, elencate nel novero degli amici o dei conoscenti: i fratelli Rosselli, Filippo Turati, Ugo Pajetta, Adriano Olivetti, Pitigrilli, Cesare Pavese e naturalmente Leone Ginzburg, l’intellettuale antifascista morto in carcere a Roma, che Natalia sposò e dal quale ebbe due figli (poi ci fu un secondo marito). Benché “Lessico famigliare” non tracci puntualmente il quadro storico delle vicende politiche, ma vi faccia riferimento soltanto per quanto poteva essere percepito e compreso dall’autrice bambina, è inevitabile ricavarne uno spaccato della realtà italiana durante il fascismo. La Ginzburg non dipinge niente a tinte cupe, ma certamente gli anni al confino, la rocambolesca fuga in Francia di un fratello, la prigionia di un altro così come quella di tanti amici, la deportazione di parenti e conoscenti, la clandestinità sono tutti avvenimenti raccontati con dolore. Il tono complessivo del libro resta comunque brillante, divertente. Si ride, talvolta. In altri casi ci si commuove o ci si preoccupa. Come capita nella vita.

giovedì 2 maggio 2019

E' TROPPO FACILE

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Agatha Christie
E' TROPPO FACILE
Mondadori
1985, brossurato
210 pagine, lire 10.000


Non tutti i gialli di Agatha Christie hanno come protagonisti Hercule Poirot o Miss Marple. Per esempio, in questo "E' troppo facile" (1939) l'investigatore è Luke Fitzwilliam, funzionario di polizia in pensione. Al quale capita di sbagliarsi ber ben due volte, convincendosi (e convincendo il lettore) della colpevolezza di due sospettati prima di arrivare alla vera soluzione, che si rivela essere del tutto diversa. Peraltro, a Fitzwilliam, nel corso della storia, capita anche di innamorarsi di una donna già impegnata, di vedersi rifiutato, e poi alla fine di riuscire invece a coronare il suo sogno d'amore. Il risvolto romantico non sembrerà strano a chi abbia letto i romanzi rosa che la Christie pubblicò con lo pseudonimo di Mary Westmacott. "E' troppo facile" parte da uno spunto particolarmente intrigante: Luke riceve in treno le confidenze di una vecchietta, Lavinia Pinkerton, convinta che nel suo piccolo paese, Wychwood, sia stata commessa una serie di delitti mascherati da incidenti. La donna ritene di aver capito chi sia l'assassino e si sta recando a Londra per denunciarlo a Scotland Yard. Lì per lì Fitzwilliam la crede un po' svitata, ma quando legge sul giornale che la Pinkerton è stata travolta da un'automobile prima che potesse sporgere la sua denuncia, comincia a chiedersi se non avesse ragione. Così, decide di recarsi a Wychwood a indagare, spacciandosi per uno scrittore in cerca di documentazione per un libro sulle superstizioni popolari. In effetti ci sono state cinque morti sospette nei mesi precedenti, ma tutte rubricabili (e rubricate) come frutto del caso o della malasorte. Le vittime non sembrano aver nessun rapporto fra di loro, e i possibili sospetti per ciascuna delle morti non paiono avere moventi per le altre. La soluzione finale, ovviamente, spiega tutto. La Christie è sempre la Christie, anche nei gialli "minori".

mercoledì 1 maggio 2019

TRE TOPOLINI CIECHI E ALTRE STORIE




Agatha Christie
TRE TOPOLINI CIECHI E ALTRE STORIE
Oscar Mondadori
1981, brossurato
240 pagine

Oltre che dei romanzi gialli di cui sono protagonisti e che hanno reso nota in tutto il mondo la loro autrice, Miss Marple ed Hercule Poirot compaiono anche in buon numero di racconti. Sette di questi (quattro con la prima, tre con il secondo) sono stati raccolti in questo Oscar dalla Mondadori. In più ce ne sono altri due "liberi", tra i quali spicca il primo, "Tre topolini ciechi". Un racconto lungo, si potrebbe definire: un'ottantina di pagine. Gli altri otto sono tutti molto più brevi. "Tre topolini ciechi" è molto famoso perché da esso Agatha Christie ha tratto quel capolavoro che è "Trappola per topi", la sua celebre commedia (intrigantissima da vedere in scena) che viene ininterrottamente replicata a Londra dal 1952 (un caso da Guinness dei Primati). Il racconto non è brillante come l'opera teatrale ma resta godibilissimo: in un albergo rimasto isolato per causa della neve penetra un assassino in cerca della sua vittima, ed entrambi sono nel novero degli ospiti (tra cui c'è, però, anche un poliziotto). Chi è il criminale, e chi si appresta a uccidere? Da leggere assolutamente. I restanti racconto sono molto gradevoli, e un paio notevoli ("Omicidio su misura", con Miss Marple, e "L'appartamento al terzo piano", con Poirot). Le storie brevi hanno il vantaggio che si possono spiluccare quando se ne ha il tempo, non impegnano come i romanzi. Però, dovendo scegliere, meglio la Christie dei testi più lunghi.

giovedì 25 aprile 2019

DELITTI IMPOSSIBILI





DELITTI IMPOSSIBILI
di Autori Vari
Polillo Editore
2012, 320 pagine, 15.40 euro

Si tratta del 125° volume della benemerita collana "I bassotti", decisamente un must per gli appassionati del giallo classico. In questo caso, non ci viene proposto un romanzo ma una antologia di nove racconti, tutti scritti nella prima metà del secolo scorso o poco dopo, caratterizzati da un delitto (o da un mistero) decisamente insolito, tanto da poter sembrare impossibile, assurdo, fuori da ogni logica, come frutto di un potere paranormale. Invece, puntualmente, la spiegazione c'è ed è, se non probabile, almeno plausibile. Ad aprire le danze è Fredric Brown, con "Il macellaio sghignazzante", in cui un uomo viene trovati morto nella neve e le impronte mostrano che l'assassino lo ha inseguito... ma non è tornato indietro, come se avesse preso il volo. Il secondo colpo lo spara John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa: il mistero ricorda molto "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe e difatti a risolverlo è lo stesso Poe in prima persona (la sua identità è la sorpresa finale del racconto). Segue Joseph Commings, che propone il mistero di un palombaro disceso a ispezionare il relitto di una nave affondata e che viene recuperato con un coltello piantato nel petto, quando è impossibile che ci siano altri in immersione nei paraggi essendo la sua l'unica attrezzatura presente sull'isola nelle cui acque si svolgono i fatti. Marten Cumberland risolve in modo credibile appunto un delitto avvenuto in una stanza chiusa dall'interno in cui è impossibile che qualcuno sia entrato (eppure all'interno c'è un morto ammazzato). Il più singolare, però, è Peter Godfrey che fa partire un addetto della funivia dentro una cabina in cui c'è solo lui, e quando arriva a destinazione l'uomo è stato accoltellato. Fra i nove autori c'è anche Ellery Queen, che però non brilla (pur essendo gradevole come al solito): la cosa singolare è che il racconto si svolge in un Luna Park americano chiamato "Joyland", come quello del più recente romanzo di Stephen King. Craig Rice fa impiccare un uomo in una cella di massima sicurezza di un penitenziario in cui è rinchiuso solo lui, però non si tratta di suicidio ma di omicidio. Com'è possibile? Leggere per saperlo. Forrest Rosaire propone un omicidio con il veleno avvenuto sotto gli occhi di tutti, mentre la vittima non ha né mangiato né bevuto nulla: eppure la sostanza che lo ha ucciso ha un effetto immediato. Per finire, Hake Talbot propone un delitto commesso , da una divinità dopo essere stato profetizzato da un santone, ma il trucco viene scoperto da un illusionista. Come si vede si tratta di esercizi di enigmistica molto divertenti, la cui componente letteraria serve a imbastire un contesto credibile in cui farli svolgere e a fornire le adeguate motivazioni ai personaggi. Il talento, maggiore o minore, di ciascun autore, serve a coinvolgere più o meno il lettore. In alcuni casi l'ansia di creare un mistero apparentemente insolubile rende la spiegazione un po' cervellotica (anche se possibile), in altri invece la partecipazione è totale e l'appagamento finale soddisfacente. Consigliato agli amanti del genere.

martedì 23 aprile 2019

RAGIONE E SENTIMENTO





Jane Austen
RAGIONE E SENTIMENTO
Einaudi
2015, brossura
450 pagine, 11 euro


Parlando di Jane Austen, il primo pensiero che mi viene in mente è quanto sia incredibile che nel Regno Unito (come accadeva del resto anche in Francia e negli USA) già nella seconda metà del Settecento ci fossero scrittori (nel caso della Austen, ancora più eclatante, scrittrici) in grado di pubblicare trascinanti romanzi, ancora oggi godibilissimi, mentre in Italia si continuava a vivere in Arcadia e per trovare una via italiana alla letteratura in prosa ci toccò aspettare la “quarantana” dei Promessi Sposi (1842) e poi, per un bel po’, non ci fu niente altro di altrettanto leggibile (non lo sono più, purtroppo, né i romanzi del D’Azeglio né quelli del Guerrazzi). Né Jane Austen, in quanto donna, rappresenta un unicum, dato che basterà pensare alle sorelle Brontë per trovarne altre tre. Ma se “Jane Eyre” e “Cime tempestose” (dovute rispettivamente a Charlotte ed Emily Brontë) sono sicuramente letture da raccomandare, “Orgoglio e pregiudizio” della Austen è decisamente imperdibile. Letto quello, non si può fare a meno di desiderare di continuare con qualcos’altro della medesima autrice, e dunque basta un salto indietro di qualche anno per lasciarsi appassionare da “Ragione e sentimento”. “Sense and Sensibility”, questo il titolo originale, venne scritto fra il 1795 e il 1810, e pubblicato nel 1811. L’autrice, nel 1795, aveva venticinque anni (era nata nel 1775 e sarebbe morta nel 1817). Per l’epoca, venticinque anni era già un’età matura: colpisce, infatti, come anche nel romanzo venga considerata vecchia la signora Dashwood, madre delle due protagoniste Elinor e Marianne, appena quarantenne, e attempato il Colonnello Brandon, trentacinquenne. Le vicende di “Ragione e Sentimento”, come già quelle di “Orgoglio e Pregiudizio”, riguardano personaggi della media e alta borghesia: uomini d’affari, ricchi possidenti terrieri, ereditieri che vivono di rendita, ufficiali in congedo e compagnia bella. Sono esclusi i ceti sociali più bassi, e vi si accenna solo come servitori, stallieri, cocchieri ma non c’è alcuna interazione tra loro e gli altolocati. Ugualmente escluso è il sesso: per quanto personaggi maschili e femminili si innamorino, si fidanzino, tessano tresche, si appartino, mai si scambiano neppure un bacio e si danno rigorosamente del “voi”. A dire la verità, in “Sense and Sensibility” compare un personaggio definito “libertino”, John Willoughby, di cui si racconta (è uno dei colpi di scena) come in passato abbia sedotto e abbandonato una fanciulla (che si ritrova prima incinta e poi ragazza madre e finisce per essere emarginata dal consesso sociale dei benpensanti), ma a tutto ciò si allude soltanto di sfuggita e mai la poveretta compare sulla scena. “Orgoglio e pregiudizio” comincia con una celebre frase che potrebbe fare da incipit anche a “Ragione e sentimento”: “E’ una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di una moglie”. Difatti pare che la principale preoccupazione di ogni genitore (soprattutto delle madri) sia di combinare prima possibile un buon matrimonio per i figli (soprattutto per le figlie), intendendo per “buon matrimonio” una unione con qualcuno di famiglia molto ricca, e le trame dei due romanzi si dipanano appunto su questo tipo di scenario. Tutto ciò potrebbe sembrare scoraggiante per il lettore moderno. Invece, si tratta semplicemente di un retaggio culturale inevitabile per la scrittrice, che non poteva certo, all’epoca, trovare editori e lettori disposti ad accettare qualcosa di diverso. Ma una volta compresi i limiti entro i quali Jane Austen è costretta a muoversi, ci si accorge subito di quanto, per altri versi, sia da considerarsi trasgressiva. Innanzitutto l’autrice descrive una società inamidata e formalista molto attenta all’aspetto economico di ogni relazione: la scrittrice propone però eroine al femminile che contestano questo tipo di atteggiamento e mettono in ridicolo (facendone una forte critica) l’ipocrisia di chi appunto mette l’interesse pecuniario di fronte a tutto. La Elinor di “Sense and Sensibility”, in un passaggio del romanzo, ironizza persino (oggi ci sembra scontato, ma nel 1795 non lo era) sull’idea corrente che alla ragazza per la quale la famiglia trovi un buon partito non debba essere chiesto il parere, o che per costei sia tutto sommato indifferente sposare uno o l’altro di due fratelli ugualmente ricchi. Insomma, la Austen rivendica la voce in capitolo delle donne. Del resto, la sua scrittura è molto “al femminile” per come descrive i moti d’animo delle sue protagoniste, per il modo con cui dà ragione delle speranza e delle ambizioni di Elinor e di Marianne (Elinor è la Ragione, Marianne il Sentimento), entrambe caratterizzate benissimo. Moderna (dal punto di vista dello stile, dell’empatia suscitata, della capacità di intrigare chi legge) è poi la scrittura chiara e pulita, ma mai sciatta e banale. Modernissimi i vari colpi di scena che si susseguono. Insomma, l’autrice sapeva, più di duecento anni fa, come irretire il suo pubblico, e le sue opere irretiscono anche i lettori di oggi. Chi sposeranno Elinor e Marianne, ragazze con poche sostanze a loro disposizione (per colpa del loro fratellastro e dell’odiosa di lui moglie), dopo essere state entrambe, in modo diverso, illuse da due gentiluomini che hanno loro infranto il cuore? Vi assicuro che entrando nel romanzo non potrete più uscirne finché non conoscerete la risposta.

lunedì 22 aprile 2019

UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA



Arminius Vambery
UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA
Touring Club Italiano
1997, brossurato
152 pagine, 20.000 lire
La Biblioteca del Touring Club recupera un classico della letteratura di viaggio, riproducendone la traduzione della prima edizione italiana datata 1873, uscita per i tipi dell'editore Treves. Si tratta di affascinante quanto drammatico resoconto di un'impresa compiuta una decina di anni prima da Arminius Vambery, uno studioso ungherese appassionato linguista e interessato ad approfondire le affinità tra la lingua magiara e quelle dell'Asia Centrale. Purtroppo, il Turkestan e l'emirato di Buchara (dove sorgeva la mitica Samarcanda) erano all'epoca praticamente irraggiungibili dagli occidentali, sistematicamente e barbaramente uccisi in quanto infedeli. In realtà, anche gli stessi musulmani rischiavano la pelle o la schiavitù attraversando le terre dei Turcomanni, predoni feroci. Anche per questo, agli occhi di Vambery quelle terre rappresentavano una irresistibile attrazione, la stessa che promana per un esploratore da una terra inesplorata. Così, perfettamente padrone dell'arabo, del turco e del persiano, partito alla volta di Costantinopoli e poi della Persia, l'ungherese si traveste da derviscio (un monaco mendicante musulmano) e si unisce a una carovana di pellegrini di ritorno da La Mecca nel natio Turkestan. Durante ogni tappa del lungo viaggio Vambery si trova a rischiare la testa, attirando i sospetti di chi giudica troppo chiaro il colore della sua pelle o di chi, più semplicemente, diffida degli stranieri. Il suo gruppo deve di volta in volta informarsi sulle mosse e gli spostamenti dei predoni per evitare di incontrarli, preferendo piuttosto percorrere vie attraverso deserti o paludi invece di piste più brevi e agevoli infestate dai briganti. Innumerevoli volte teme di morire di sete, o deve sventare intrighi a suo danno. Assiste a supplizi terribili imposti dalla rigida osservanza dei dettami islamici, si commuove per la sorte tragica di schiavi persiani o russi catturati dai Turcomanni, incontra il ferocissimo khan di Khiva abituato a mettere a morte qualcuno ogni giorno solo per l'alzata di un sopracciglio. Ma alla fine, riesce a raggiungere Samarcanda. Rientrato in Europa, scrive il suo reportage che è avventuroso come un romanzo di Emilio Salgari. E la traduzione ottocentesca proprio di Salgari ha il sapore.

domenica 21 aprile 2019

ANONIMA ALDILA'





Robert Sheckley 
ANONIMA ALDILA'
Urania Collezione n° 126
Mondadori
2013, 220 pagine, 5.90 euro

Si tratta di un romanzo del 1958 trasportato in film nel 1959 con il titolo "Immortality, Inc." (quello originale del libro), scritto da un autore americano dalle radici polacche (il cognome della famiglia era in realtà Shekovsky), maestro nel campo delle short-stories ma meno suo agio, come scrive Giuseppe Lippi nella sua interessante postfazione, nei racconti lunghi, anche se gli si devono capolavori come "Gli orrori di Omega" o lo stralunato "Opzioni". "Anonima Aldilà" è stato stampato e ristampato più volte e si può considerare a tutti gli effetti un classico: a sostenerlo, garantendogli un sempre rinnovato interesse, non è la trama che vi si dipana, tutto sommato non particolarmente adrenalinica, ma la grande idea che c'è alla base. In pratica, Sheckley immagina che "attorno all'anno Duemila" uno scienziato, von Ledder fornisca le prove scientifiche della sopravvivenza dell'anima, in altre parole della Vita oltre la Morte. La faccenda smette di essere oggetto di credenze e diventa realtà oggettiva. Un Aldilà però unico, uguale per tutti, non tripartito in Inferno, Purgatorio e Paradiso. Solo che non destinato a tutti: una persona su un milione sopravvive al proprio decesso, gli altri svaniscono nel nulla: dipende dalla particolare conformazione della psiche. Tuttavia, tecniche molto costose possono consentire di modificare questa conformazione e far sì che, chi vi si sottopone, possa divenire immortale, al meno dal punto di vista spirituale. Ciò significa che, pagando, un ricco può guadagnarsi l'accesso nell'Aldilà (un povero ci va solo se è naturalmente predestinato). Dunque, nel futuro del 2110, esistono Società quotate in borsa che organizzano l'accesso all'Oltretomba, facendone commercio. Non solo. Dato che l'anima sopravvive, la si può trapiantare in un corpo nuovo alla morte di quello vecchio, ed ecco crearsi un florido mercato di corpi, sia legale (la persona che lo cede, in cambio della propria immortalità oltretombale e di un sostanzioso aiuto alla propria famiglia, lo fa volontariamente) sia illegale (le persone vengono rapite e derubate del corpo). Ci sono anche nuove malattie come lo "zombismo" (l'anima sopravvive in un corpo che si decompone) e nuove droghe, come il trapianto parziale nella mente altrui per sperimentate sensazioni provate in un corpo diverso, che può essere fatto godere o soffrire senza che sia il nostro. Thomas Blaine, uomo del 1958, si trova incredibilmente proiettato nel futuro, in un corpo nuovo, subito dopo essere morto in un incidente stradale, grazie a una nuova tecnica di "viaggio nel tempo" che consente il prelievo delle anime dal passato, e scopre la nuova, incredibile situazione del 2110, ricostruendo anche il complotto che lo ha portato fin lì, lo stesso che ha organizzato l'incidente che gli è costato la vita.

sabato 20 aprile 2019

ELEVATION



Stephen King
ELEVATION
Sperling & Kupfer
2019, cartonato
200 pagine, 15.90 euro

Al Re si perdona tutto, anche la melassa. "Elevation" è un romanzo insolito, nell'ambito della produzione kinghiana, sia per la brevità (quella di un "racconto lungo", a confronto con i suoi altri titoli), sia per la mancanza di veri brividi, sia per la non facile comprensione di come le due trame parallele riescano a giustificarsi a vicenda. Alla fine mi pare di capire che si tratta di un apologo. Di una "novella edificante". In ogni caso, il Re è sempre il Re e una volta letto il primo capitolo è impossibile non voler proseguire: si resta subito invischiati nel racconto. Racconto che poi è (e lo si capisce fin dalla dedica) un adattamento del classico di Richard Matheson "Tre millimetri al giorno" (già ricordato anche da "L'occhio del male", firmato da King con lo pseudonimo di Richard Bachman). Scott Carey, infatti, ogni giorno perde peso senza che le dimensioni del suo corpo o il suo aspetto esteriore mutino in proporzione (il protagonista del romanzo di Matheson, che ha lo stesso nome, rimpicciolisce progressivamente). Poiché il fenomeno sembra inarrestabile (né lui fa niente per arrestarlo, rifiutandosi di sottoporsi a esami medici che lo avrebbero trasformato in una cavia da laboratorio) pare inevitabile la fine, calcolabile in un certo numero di giorni. Tuttavia il suo umore resta sereno, accetta la sua sorte. E nel poco tempo che gli rimane si impegna perché nella sua piccola città, Caste Rock (località ricorrente nei romanzi di King), cadano i pregiudizi dei suoi concittadini verso una coppia di lesbiche che ha aperto un ristorante, evitato dai benpensanti. Il lettore chiaramente vuol sapere cosa accadrà quando Carey raggiungerà il peso zero, così come in "Tre millimetri al giorno" si aspetta il momento della dimensione zero. Però è ben raccontata anche la vicenda edificante riguardante le due donne (decisamente ben caratterizzate, anche nelle asprezze) e il loro locale. Come si incastrano le due trame? Secondo me c'è una morale da trarne: la morte è inevitabile ed è questione di giorni (quanti che siano); va attesa serenamente cercando di uscire di scena nel migliore dei modi e impegnandosi per migliorare il mondo che si dovrà abbandonare. Se è melassa, e un po' lo è, ripeto: al Re la si perdona.

venerdì 12 aprile 2019

IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI



Edward Wilson-Lee
IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI
Bollati Boringhieri
2019, cartonato
350 pagine, 30 euro


Un libro meraviglioso. Meraviglioso per tutti, credo, ma assolutamente fantastico per chi i libri li ama, li colleziona, li custodisce, se ne circonda. A una prima occhiata, magari distratta, si può pensare che si tratti di una biografia: quella di Fernando Colombo, secondo figlio (illegittimo) di Cristoforo, il navigatore. Se il padre, a cui si deve la scoperta dell'America, è unanimemente riconosciuto come figura storica degna di ogni studio, si potrebbe dubitare che ci siano sufficienti motivi per dedicare una qualche attenzione anche al suo secondogenito. Invece, Fernando Colombo di rivela un personaggio straordinario (molto di più del fratello Diego, il primo figlio di Cristoforo). La prima parte del libro è avvincente come un romanzo d'avventura: si racconta dei primi viaggi di Colombo padre verso il Nuovo Mondo, poi si giunge al quarto, quello in cui Cristoforo portò con sé anche il giovanissimo Fernando, e che fu caratterizzato da ogni genere di traversie, le cui cronache potrebbero sembrare tratte da un romanzo di Salgari. Fernando acquisì però, a fianco del padre competenze marinaresche, cartografiche e da astronomo. Cristoforo, a cui il figlio fu sempre devoto, da quanto ci dice Edward Wilson-Lee risulta tuttavia un personaggio venato di follia, visionario, in preda a vaneggiamenti mistici. Dopo la morte del padre, ai figli Diego e Fernando vennero dati incarichi e rendite (non facili da riscuotere e sempre a rischio). In ogni caso i due fratelli, fin da piccoli, avevano bazzicato la Corte reale prima e Imperiale. Gran parte delle entrate di Fernando finirono ben presto per venire dedicate all'acquisto di libri, di cui il giovane Colombo divenne non solo un collezionista, ma un un cultore. Erano gli anni (la prima metà del Cinquecento) in cui cominciava a prendere campo la stampa tipografica: Fernando ne capì la portata rivoluzionaria e raccolse soprattutto libri stampati, addirittura comprendendo nelle sue raccolte gli opuscoli più miseri e popolari. I viaggi al seguito di Carlo V e i soggiorni per vari motivi in tutte le principali città d'Europa (a partire da una permanenza a Roma durata alcuni anni), gli permisero di acquistare migliaia e migliaia di volumi, fino a fargli mettere insieme la più grande biblioteca privata del mondo. Nacque l'esigenza di catalogare tutti quei libri, troppi perché a memoria se ne potesse rintracciare uno, se richiesto: Fernando stilò elenchi e riassunti, guide per parole chiave, codici mnemonici in grado di contraddistinguere ogni volume e renderlo disponibile per le ricerche. Concetti modernissimi che all'epoca furono sperimentati proprio da Colombo per la prima volta. Seguendo Fernando nella sua ricerca della "biblioteca universale", Wilson-Lee ci dipinge anche uno straordinario affresco della realtà storica dell'epoca, delle nuove idee che circolavano, dell'impatto delle scoperte geografiche sulla società europea. Quando morì, Fernando lasciò una biblioteca di oltre ventimila volumi. Oggi ne rimangono solo quattromila. Gli altri si sono dispersi in altre biblioteche o sono andati perduti.

martedì 2 aprile 2019

MAIGRET A NEW YORK



Georges Simenon
MAIGRET A NEW YORK
Adelphi
2000, brossura
170 pagine, 10 euro


Georges Simenon scrisse “Maigret a New York” nel 1947, proprio durante un lungo soggiorno, durato alcuni anni, in cui si era trasferito in America. Lo stesso periodo in cui conobbe la sua seconda moglie, Denyse Ouimet: i due furono protagonisti di una intensa storia d’amore da cui nacque anche il romanzo (senza Maigret) “Tre camere a Manhattan”. Si tratta del ventisettesimo giallo dedicato al commissario parigino (sui settantacinque di cui consta la sua saga). Qui Maigret, però, è immaginato ormai in pensione da un anno e ritiratosi a vivere in campagna lungo la Loira. Nonostante il pensionamento, il commissario si lascia convincere dal giovane Jean Maura a seguirlo a New York per risolvere un caso al di fuori dalle normali indagini di polizia. Il giovane, che vive in Francia, è infatti figlio di un ricco magnate naturalizzato americano, John Maura, detto Little John, immigrato Oltreoceano dalla Francia e riuscito a far fortuna grazie all’industria del juke-box: Jean crede che suo padre sia in pericolo, minacciato da qualcuno o da qualcosa, come traspare dalle lettere che gli scrive, pur senza che in queste si faccia mai cenno a quale realmente il problema. Così Maigret si imbarca con Jean sul piroscafo, salvo perdere le tracce del giovane al suo arrivo a New York. John Maura, dal canto suo, cerca di liberarsi del poliziotto parigino a cui ritiene di non aver nulla da dire. Naturalmente il commissario inizia a indagare per proprio conto, anche grazie a un suo vecchio amico dell’FBI, l’ispettore Michael O’Brien e un bizzarro detective privato ex-clown dalla sbronza triste, Dexter. Maigret si convince che quanto sta accadendo abbia a che fare con fatti accaduti trent’anni prima, all’epoca dell’arrivo di Little John in America in coppia con un amico, Joseph Daumal. I due, prima di intraprendere strade diverse, avevano lavorato come musicisti in uno spettacolo ambulante di varietà, portato in giro per gli States da una compagnia itinerante, e si erano innamorati entrambi della stessa donna, Jesse, la cui sorte è avvolta nel mistero. Un vecchio immigrato di origine italiana, che aveva conosciuto Jesse e i due francesi, viene ucciso prima che Maigret possa interrogarlo. Ma il commissario parigino non demorde e giunge a scoprire la verità. Oltre a essere godibile per l’avvincente intreccio giallo, il romanzo si fa apprezzare per la descrizione della società americana vista con gli occhi di un francese. Una curiosità: Maigret va al cinema a vedere un film con Stanlio e Ollio, e ride fino alle lacrime.

sabato 30 marzo 2019

ARBORETO SALVATICO





Mario Rigoni Stern
ARBORETO SALVATICO
Einaudi, 1996
brossutato, 9 euro


Che libro bello e prezioso. L'idea è semplice e affascinante: raccogliere una serie "ritratti" in prosa dedicati agli alberi che Mario Rigoni Stern (l’autore de “il sergente nella neve”) ha piantato nei pressi della sua casa sull’altopiano di Asiago, o in cui si è spesso imbattuto durante le sue camminate nei boschi, fino al punto da considerarli gente di famiglia o amici, compagni di una vita. Il termine “arboreto” significa appunto “piantagione di alberi”, e “salvatico” è una parola antica, usata nel Rinascimento per “selvatico”, ma che all’autore è piaciuto scegliere per l’assonanza con “salvifico”, cioè: che conduce alla salvezza. In tutto venti alberi, dal larice al ciliegio, passando per i faggio, il tiglio, la betulla, la quercia, il pioppo, l’acero. C’è persino la sequoia, un cui esemplare Rigoni Stern ha piantato ben sapendo di non poter mai arrivare a vederla diventare gigante. Il libro è del 1991, scritto dunque dall’autore ormai settantenne (sarebbe morto nel 2008). Vengono raccontati aneddoti personali e ricordi d’infanzia, che testimoniano il legame tra lo scrittore e ogni singolo albero. Traspare l’amore di Rigoni Stern per le piante del bosco e la sua conoscenza della botanica, vengono ripercorsi miti e leggende. Si respira tutta una sapienza antica di cui il ricordo si sta perdendo. Vien voglia di andare ad Asiago e cercare uno per uno gli alberi di cui l’autore ci parla. Ogni capitolo è molto breve: quattro, cinque pagine. Perciò si può leggerne uno ogni tanto senza timore di perdere il filo. La lettura è gradevole ed emozionante. Peccato soltanto per la mancanza di illustrazioni, perché piacerebbe vedere l’albero, dato che non di tutti i lettori possono recuperare immediatamente l’immagine stampata nella memoria.

venerdì 29 marzo 2019

NON PERDERTI IN UN BICCHIER D'ACQUA



Richard Carlson
NON PERDERTI IN UN BICCHIERE D'ACQUA
Bompiani
2000, brossurato
260 pagine, 6.97 euro

Esiste un filone praticamente inesauribile di manuali per "vivere meglio". Motivazionali, si potrebbe dire. Guide al training autogeno, talvolta, in altri casi saggi di psicoterapia fai da te o semplici elenchi di consigli per imparare ad affrontare le difficoltà della vita. Il primo che lessi, molti anni fa, è diventato un classico: "Le vostre zone erronee", di Wayne W. Dyer, del 1976. Mi colpì moltissimo, devo ammettere. Era un vademecum per liberarsi dai sensi si colpa e dalla dipendenza del giudizio altrui. Scoprii poi che altri americani avevano seguito la falsariga di Dyer dandosi alla stesura di prontuari di tecniche per liberarsi dall'ansia, dallo stress, dalla depressione, dal vittimismo, e da nevrosi di vario tipo. In seguito sono arrivati anche "mental coach" italiani. Non sono un cultore del genere, ma a volte si sente il bisogno di farsi suggerire qualcosa per uscire da qualche vicolo cieco, e in genere questi manuali sono gradevoli da leggere, ricchi di aneddoti e se ne ricava sempre qualcosa. L'importante è non leggerne troppi, altrimenti servirà un manuale per liberarsi dalla dipendenza dalla lettura dei manuali. Le "cento regole per imparare a vivere meglio" (cito il sottotitolo) di Richard Carlson, connettere in "Non perderti in un bicchier d'acqua" (1997) sono semplici suggerimenti di buon senso, del tutto condivisibili. Non prendersela per delle piccolezze; mettersi nei panni degli altri; imparare a vivere nel presente; portare pazienza; fare la pace; accettare la vita com'è; sorridere; non voler avere ragione a tutti i costi; non credersi pieni di difetti; non criticare; scegliere cinque punti su cui essere irremovibile e ammorbidirsi sul resto; rilassarsi; non essere aggressivi; essere flessibili nel cambiamento dei programmi; ignorare i pensieri negativi; essere felici di essere dove si è; essere solidali; accettarsi come si è. Tutti consigli sensati, persino banali, a cui ci si arriverebbe anche da soli, se non ci si perdesse così spesso in un bicchiere d'acqua. 





domenica 24 marzo 2019

MAX BUNKER, UNA VITA DA NUMERO UNO



Max Bunker, una vita da Numero Uno” è il titolo della biografia professionale che ho dedicato a  Luciano Secchi, in arte appunto Max Bunker, pubblicata da Cut-Up e presentata nel corso dell'edizione 2019 di Cartoomics, a Milano, alla presenza dell'interessato. 

L’occasione è stata offerta non soltanto dal cinquentennale di Alan Ford (in edicola dal 1969) ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. C'erano dunque tante cose da dire, su un personaggio poliedrico, vulcanico e prolifico quant'altri mai: nessuna meraviglia che ne sia venuta fuori un'opera  di ben 400 pagine: un libro pieno di storie e di personaggi,  compilate scartabellando  tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e raccontato cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. 

Il fumetto italiano non sarebbe stato lo stesso senza la rivoluzione operata da Luciano Secchi attraverso la sua attività di sceneggiatore. Un merito che non riguarda soltanto la sua opera, notevole di per sé per qualità e quantità, ma anche l’impulso dato alla maturazione dell’intero settore, grazie alla lezione tratta dal suo esempio da molti altri autori. Con l’avvento di Kriminal e Satanik (1964), irrompono sulla scena storie che parlano di sesso, di corruzione, di droga, di politica internazionale, di attualità, di fenomeni di costume. Il fumetto descrive per la prima volta la realtà così com’è e non cerca di darne una versione edulcorata. Anche Alan Ford (1969) scandaglia la nostra società ma con gli strumenti della satira e dell’umorismo, riuscendo a far ridere delle miserie di una umanità senza speranza di redenzione. L’innovazione bunkeriana non si manifesta soltanto a livello di contenuti e di problematicità dei personaggi, ma anche nell’uso dei dialoghi e nella scansione di sceneggiatura, che abolisce la ridondanza delle didascalie e procede per ellissi narrative molto sintetiche. Uno stile che continua a manifestarsi anche nelle serie dei personaggi più recenti come quella dedicata alla detective privata Kerry Kross (1994).

Bunker è uno sceneggiatore autore che ho ammirato fin da ragazzi, da quando, nei primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford. Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane. Ho avuto altri maestri, altri punti di riferimento, certamente (Guido Nolitta, Giancarlo Berardi, Alfredo Castelli, solo per fare alcuni nomi), ma senza dubbio Max Bunker ha sempre fatto parte del mio Olimpo personale.


Il mio primo incontro di persona avvenne in un giorno d’estate del 1989, quando ottenni un appuntamento presso la MBP, che aveva sede in Via Fatebenefratelli a Milano. Mi accompagnavano alcuni amici che realizzavano con me “Collezionare”, fummo ben accolti e scattammo la foto qua sopra.  Lo scopo della visita era realizzare una intervista che poi sarebbe stata pubblicata sul n° 21 della rivista “Il Fumetto” (dicembre 1989). La intitolai “Il Bunker dei fumetti”. Qualche anno dopo, nel 1994, entrato a far parte dello staff organizzativo del Salone del Fumetto e del Fantastico di Prato (una manifestazione di grande successo che oggi non c’è più), mi trovai ad allestire, con Francesco Manetti e Saverio Ceri, la mostra “Alan Ford Venticinque”. Riuscimmo a ricostruire il set del Negozio di Fiori, e proprio in quella scenografia esponemmo delle vivaci sagome degli agenti del Gruppo TNT e tavole delle storie più importanti. Max Bunker fu ospite della kermesse insieme a Paolo Piffarerio (di spalle nella foto sotto). Da quel momento in poi sono sempre rimasto in contatto con lui, che mi ha voluto affidare le prime cento introduzioni ai volumi della collana “Alan Ford Index” della Mondadori.  




giovedì 21 marzo 2019

GERIATRIC COMIC HEROES




Moreno Chiacchiera
GERIATRIC COMIC HEROES
Demential Books
2018, brossurato,
48 pagine, 15 euro


Esilaranti. Questo il miglior aggettivo per definire le vignette con cui Moreno Chiacchiera si diverte a proporci la sua versione dei più famosi eroi dei fumetti in versione geriatrica, pronti per la casa di riposo. Da Yellow Kid a Zagor, da Tex a Capitan America, da Zorro a Silver Surfer passando per i Peanuts e Corto Maltese, eccoli con il pancione, la flebo, gli occhiali spessi due dita, senza denti, con il bastone o la sedia a rotelle. Si ride per catarsi, oltre per il talento grafico di Chiacchiera e il suo spirito caustico. Mi è stata chiesta una prefazione, che ho scritto volentieri: la ripropongo qui di seguito.

I VENTI MANCAMENTI
di Moreno Burattini

Una cosa che colpisce chi legge volentieri gli aforismi citati su Facebook o su Twitter è che i più belli li ha scritti Anonimo. Anonimo è anche l’autore della massima secondo la quale un uomo si giudica dalla grandezza del suo nome. Ebbene, sono arrivato alla conclusione che sia vero, e se c’è un nome che depone in favore di chi lo porta, quello è Moreno. Son tutti bravi a chiamarsi Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma Moreni si nasce. Si vede un Moreno in faccia e si capisce subito che quel tale deve per forza chiamarsi così. Tutti i Moreni sono persone speciali e d'ingegno fuori dal comune, e lo dico con il massimo dell’obiettività (come potrebbe essere altrimenti?). Se poi al nome Moreno si abbina un cognome importante, è il massimo. Son tutti bravi a chiamarsi Rossi, Bianchi e Verdi. Ma provate a chiamarvi Moreno Burattini o Moreno Chiacchiera. Chiacchieriamo un po’ di quest’ultimo. Tanto per cominciare esiste veramente. Cioè, non è che mi sono inventato tutto questo discorso per fare lo spiritoso, citando un nome buffo come Guido La Vespa o Remo La Barca. Moreno Chiacchiera c’è. Umbro di Foligno, classe 1957, persona di grande umanità e simpatia, faccia da attore comico, illustratore umoristico di prim'ordine noto e attivo soprattutto all'estero (Inghilterra, USA, Canada, Australia, Giappone, Spagna, Francia, Austria, Paesi Arabi). Illustra libri per ragazzi con garbo e ironia, e basta vedere una delle sue opere per rendersi conto del suo talento. Pubblica però anche libri di vignette singole (come questo) e sa far ridere con una sola immagine, regolarmente azzeccata. Il volume che avete fra le mani è, tuttavia, evidentemente autobiografico. Ormai incalzato dall’età, Moreno Chiacchiera ha cercato di consolarsi dei propri dolori reumatici, delle cispe agli occhi e del naso gocciolante rendendone vittime anche gli eroi dei fumetti e dei cartoni animati, quelli che per consolidata tradizione non invecchiano mai. Disegnando uno Zagor che, avanti con gli anni, non riesce neppure più ad alzare la scure, Moreno sogghigna e meglio sopporta il fatto che lui stesso faccia fatica a portare in giro la cartelletta dei suoi disegni. Come dargli torto? Del resto un detto popolare, probabilmente scritto da Anonimo, vuole che mal comune sia mezzo gaudio. E siccome anch’io comincio a perdere denti e capelli, rido nel vedere Wile E. Coyote ridotto a dare il becchime al Road Runner sulla panchina dei giardinetti. Sia ben chiaro tuttavia che tutti i Moreni restano dei fenomeni a letto, a dispetto dell’età. Su questo non si scherza. Anonimo deve aver scritto anche un proverbio toscano che recita, più o meno, “la vecchiaia ha diciannove mancamenti, più la gocciola al naso che son venti”. Venti sarebbero insomma i malanni che affliggono i vecchi. Nelle vignette di questo libro c’è sicuramente tutto il campionario. Ma siccome i Moreni sono tutti colti e letterati, soprattutto i toscani e gli umbri (sempre detto con il massimo dell’obiettività), citerò un poeta sconosciuto a tutti quelli che non si chiamano Moreno, e cioè Francesco d’Altobianco Alberti. Vero che non avete idea di chi sia? Eh, lo sapevo. Consultate Wikipedia. Sappiate però che è un poeta fiorentino del Quattrocento (1401-1479) e che nella sua poesia numerata LXXXVII (sarebbe 87, per i non Moreni) si legge questo verso: “vecchiezza è mal che volentier si cerca” - ed ecco un altro buon aforisma che potrebbe essere attribuito ad Anonimo. Dopodiché il poeta procede a elencare i mancamenti della vecchiaia. Al vecchio “gocciola il naso e raccorcia il vedere”, e fin qui pazienza. Ma poi eccolo puzzare: “lezzisce e fastidioso è come becco”, cioè tanfa come un caprone. “Vedesi il cervel quando isbadiglia”, e qui ci si può figurare lo sbadiglio di uno senza denti. “Dolgongli i lombi e deboli ha le schiene” e ma anche “par ch’ogni giuntura sia sconnessa”, mentre fatalmente “rinfresca un nuovo mal, se l’altro cessa”. Insomma, non so se Francesco d’Altobianco Alberti volesse scrivere una poesia seria e drammatica sui dolori della quarta età, o se il suo scopo fosse di far ridere. Di sicuro, quando il professor Mario Martelli ce la lesse durante una lezione universitaria, noi studenti dell’ateneo fiorentino dei primi anni Ottanta ci raggomitolammo dal ridere. Eravamo giovani e non immaginavamo che il naso un giorno avrebbe gocciolato anche a noi.