domenica 13 gennaio 2019

I RACCONTI DI VALERIO BORTOLAZZI




Valerio Bortolazzi
I RACCONTI DI VALERIO BORTOLAZZI
a cura di Walter Dorian e Fabrizio Marongiu
Zagorianità
2018, brossurato, 104 pagine

Le strisce di Zagor della "Collana Lampo", tra il giugno 1961 e il giugno 1966, ospitarono, in appendice alle storie a fumetti anche alcuni racconti a in prosa a puntate, scritti da Valerio Bortolazzi. In totale queste “novelle” furono tredici. Erano racconti di stampo salgariano e quasi tutti di carattere marinaresco (Zagor non vi compariva). Nell’ordine, i titoli furono questi: “Fra due fuochi”, “Un mistero del mare”, “Attraverso l'Alaska”, “Una navigazione pericolosa”, “Come portare in salvo i miei uomini”, “Salvataggio”, “Una rara avventura di mare”, “Navigando lungo l'Oceano Indiano”, “Giubbe Rosse”, “Livingstone”, “Mark Twain”, “Mari proibiti”, “Marocco”. Un lettore particolarmente curioso interrogò Sergio Bonelli a proposito di Bertolazzi nel corso di un incontro con il pubblico durante nell’edizione 2011 di Cartoomics, a Milano (quella in cui si celebravano i cinquant’anni del personaggio). Venne chiesto chi fosse questo scrittore, visto che sembravano essersene perse le tracce. Bonelli rispose che lui stesso non sapeva che fine avesse fatto l’autore di quei racconti e, dopo tanto tempo, faticava persino a ricordare in che modo l’avesse conosciuto. Spiegò che all’epoca della “Collana Lampo” aveva la necessità di riempire gli albetti perché Gallieno Ferri non riusciva a garantire più di un certo numero di strisce. Di conseguenza cercava di rimpolparne lo spessore con altri fumetti, giochi enigmistici, la rubrica degli aforismi o quella degli aneddoti storici (“copiati da un vecchio libro”, testuali parole). Non si sa bene come, dove o quando, ma un giorno Sergio fece la conoscenza di un certo signor Valerio, in modo del tutto casuale (pare frequentassero lo stesso barbiere). Parlandoci, scoprì che costui coltivava ambizioni letterarie e dunque Sergio prese a palla al balzo: gli chiese se voleva scrivere racconti d’appendice. Bortolazzi accettò, nacque la collaborazione che durò qualche anno, poi la cosa finì lì e del misterioso Valerio non si seppe più nulla.
A distanza di tanti anni, i curatori della rivista "Zagorianità" (testata di informazione e critica sull'universo dello Spirito con la Scure) hanno raccolto tutti i racconti in unico volume, davvero gradevole da leggere e da sfogliare, illustrato com'è con affascinanti illustrazioni (numerose delle quali, a partire dalla copertina, realizzate appositamente da Mauro Laurenti). Una chiara prefazione spiega come Bortolazzi abbia pubblicato anche altri racconti in appendice alle strisce di "Giubba Rossa" e di "Un Ragazzo nel Far West". Walter Dorian sottolinea anche, introducendo l'antologia, come a un certo punto gli ultimi racconti abbiano, per così dire, cambiato genere: da avventure di drammi marinareschi o comunque legati a pericoli incombenti su viaggiatori e navigatori (uno ha una amboientazione italiana), si passi, anche se solo per poco, a testi didascalici di argomento storico (le Giubbe Rosse canadesi) o biografici (la vita di Mark Twain). Chissà se fu Sergio Bonelli a suggerire il cambiamento, prima di cessare di pubblicare questo tipo di materiale. Personalmente sono sempre rimasto gradevolmente impressionato dai racconti di Bortolazzi, e credo proprio che una antologia del genere se la meriti tutta. Un elogio ai curatori, che hanno realizzato un volume professionale, a testimonianza di come ormai le iniziative amatoriali possano compete per qualità con quelle di chi i libri li fa per mestiere. Il volume non ha distribuzione libraria ma va richiesto contattando il numero whatsapp 329-3041924 o scrivendo all’e-mail: zagorianit@libero.it.

sabato 12 gennaio 2019

IO NON HO PAURA



Niccolò Ammaniti
IO NON HO PAURA
Einaudi
Einaudi Tascabili – Stile Libero
2001 brossurato
220 pagine -  lire 16.000

Nell’estate del 1978, in un paesino immaginario della più remota campagna del Sud Italia, Acqua Traverse, un bambino di nove anni, Michele Amitrano, scopre per caso, giocando con gli amici, il buco (nel sotterraneo di una casa abbandonata) dove è nascosto un suo coetaneo, Filippo, rapito e tenuto legato in condizioni animalesche. La storia che ne segue è narrata, in modo peraltro molto abile, con gli occhi appunto di un bambino che poco si rende conto della reale portata della sua scoperta, ed tutto filtra alla luce delle sue letture (tra cui persino Tex Willer, con lui che si identifica in Tiger Jack) e dei suoi giochi (persino il segreto di cui è deposotario diventa merce di scambio per avere da un amico la squadra Subbuteo del Lanerossi Vicenza). Fra i rapitori del piccolo Filippo c’è anche il padre di Michele, e un po’ tutti i grandi di Acqua Traverse sono in qualche modo coinvolti. Azzeccate e coinvolgenti le caratterizzazioni dei vari personaggi, da Felice chiaramente omosessuale senza consapevolezza (ma quando canta Mina senza sapere di essere osservato lo fa in falsetto), al vecchio Sergio, mente del sequestro, passato attraverso molti anni di galera per rapina, agli amici di Michele, soprattutto quello soprannominato il Teschio, prepotente e spaccone, e Salvatore, o Barbara, a cui già cominciano a crescere i seni e i peli pubici. Ma ben riuscita è anche, e soprattutto, la descrizione della famiglia di Michele, con il padre camionista che tutto sommato è un povero cristo, sfigato e mosso soprattutto dal desiderio di garantire alla famiglia un futuro migliore, la madre sempre in attesa degli eventi ma innamorata di quel marito, la sorellina Maria. E bella la resa del paesaggio meridionale, e del caldo che soffoca tutto. L’inconsapevolezza dei rischi che il piccolo Michele corre tornando a far visita a Filippo crea una grande tensione nel lettore, che invece è ben conscio di quanto potrebbe accadergli. La storia non racconta che pochi particolari del sequestro di Filippo, ed è piuttosto quella dello stesso rapimento vissuto dai figli di uno dei sequestratori, in questo sta l’originalità e l’interesse. Il finale è drammatico e imprevedibile (se non lo conoscete, nonostante il fortunato film di Gabriele Salvatores del 2003, occhio allo spoiler): messi alle strette dalle forze dell’ordine, i rapitori decidono di sbarazzarsi dell’ostaggio e il padre di Michele, sfortunato come sempre, è sorteggiato per l’incarico. Michele corre al nascondiglio di Filippo per liberarlo, ci riesce ma all’arrivo del papà riceve la fucilata destinata all’altro. Il padre non lo ha riconosciuto. Quando lo fa, lo porta disperato all’elicottero dei carabinieri, per farlo curare. La narrazione in prima persona da parte di Michele di tutta la vicenda, ci garantisce che se l’è cavata. Il coraggio dimostrato, che nonostante tutto, il suo futuro sarà davvero migliore.

mercoledì 2 gennaio 2019

IN CAMPAGNA E’ UN’ALTRA COSA





Achille Campanile
IN CAMPAGNA E’ UN’ALTRA COSA
Rizzoli
Collana Biblioteca Universale Rizzoli
Seconda edizione BUR luglio 1995
brossurato - 308 pagine -  lire 15.000

Grande Campanile! Grande come scrittore, grande come umorista. Da leggere, da studiare, da ammirare, da scompisciarsi. Questo romanzo in realtà romanzo non è, vista l’assoluta inconsistenza della trama: il giovane Serenello, scrittore, giornalista, autore teatrale (chiara controfigura dell’autore) si reca in vacanza dagli zii, e qui s’innamora di una ragazza ma litiga con il di lei padre, di cui poi deve ricercare il perdono. Tutto ciò è un pretesto. In realtà il divertimento nasce dalle divagazioni stralunate in cui Campanile si esibisce a ogni piè sospinto, raccontando aneddoti e costruendo battute con una grazia incomparabile. In questo assomiglia un po’ a Jerome Kapkla Jerome, che con il suo “Tre uomini in barca” aveva preso a pretesto una gita lungo il Tamigi per divagare con levità verso ogni dove. Ma a differenza di Jerome, che resta pur sempre con i piedi per terra, o almeno sulla barca, Campanile si concede assai più libertà e costruisce giochi di parole (Serenello smarrisce la ciocca di capelli datagli dalla fidanzata e va in giro a dire che “ha perso i capelli” ricavandone consigli contro la calvizie), inventa aneddoti (esilaranti quelli sul cane Lampone), propone paradossi (uno scrittore che deve compilare trecento pagine di romanzo partendo dalla minuscola idea di una dichiarazione d’amore, lo fa rendendo lui balbuziente e lei sorda). La gag più divertente è quella del visitatore di una esposizione di quadri che per non trovarsi a corto di aggettivi di fronte alle ultime opere che gli verranno mostrate, parte da aggettivi di bassa considerazione proponendosi di arrivare ai superlativi; ma venendo informato i che le tele sono cento, parte da così lontano che comincia con “orripilante”, “vomitevole” e cose del genere, e viene gettato fuori prima di arrivare ai complimenti. Degna di memoria è anche la seguente definizione: “Lettori: personaggi immaginari nati dalla fantasia degli scrittori”. Il che fa capire che anche all’epoca di Campanile la carta stampata languiva in stato di crisi.

martedì 1 gennaio 2019

LA DONNA ETERNA






Henry Rider Haggard
LA DONNA ETERNA
Newton & Compton
Collana Il fantastico economico classico
Prima edizione 5 marzo 1994
Traduzione di Wanda Puggioni
brossurato - 128 pagine -  lire 1.000

Indubbiamente un classico della narrativa fantastica e avventurosa, che ha dato origine a decine di versioni letterarie, cinematografiche, fumettistiche e disseminato echi in ogni dove. E' alla base di storie di Topolino e di Cino e Franco, di un romanzo di Umberto Eco.  Lo stesso Rider Haggard (1856-1925), scrittore inglese di grande talento, ne ha scritto tre seguiti. Impossibile prescinderne, per i cultori della letteratura popolare. Ecco il riassunto così come lo si desume dalla quarta di copertina: "Nel cuore dell'Africa, lontano da ogni centro abitato e da ogni via di comunicazione, vive un popolo che obbedisce ad Ayesha, la Donna Eterna, la Regina che decide della vita e della morte di chiunque si trovi nei confini del suo regno. La donna ha un solo scopo cui tende con tutte le sue forze e che spera di vedere realizzato il più presto possibile: ricongiungersi con il suo amato, Callicrate, dal quale è ormai separata da millenni. L'arrivo di due esploratori bianchi nel suo territorio alimenta le sue speranze: in uno di loro ella ravvisa infatti l'uomo di cui è profondamente innamorata e decide di immergerlo nel fuoco che dona l'immortalità...". I due esploratori bianchi sono Orazio Holly e il suo giovane figlioccio Leo Vincey, affidatogli dal padre morente insieme a una misteriosa cassa che la sua famiglia si tramandano da generazioni. La cassa deriva direttamente dal capostipite della stirpe di Vincey, Callicrate, sacerdote di Iside, che nell'antichità per primo scoprì il regno della donna eterna, la regina Ayesha, mantenuta immortale da una magica fiamma. Attraverso molte avventure, Orazio e Leo raggiungono a loro volta il regno della sovrana millenaria, la quale vuole convincere il giovane Vincey a rendersi a sua volta immortale grazie al fuoco incantato. Lei stessa, per far coraggio all'amato, si immerge nella fiamma per prima, ma... Il racconto non è un capolavoro come "Le miniere di Re Salomone", ma il fascino c'è. 

mercoledì 26 dicembre 2018

THE OUTSIDER







Stephen King
THE OUTSIDER
Sperling & Kupfer
2018, cartonato
534 pagine, 21.90

Comincia come un giallo, e appassiona a tal punto che quanto entrano in ballo l'horror e il fantastico un po' dispiace, perché se ci fosse stata una spiegazione razionale, di quelle che avrebbe potuto fornire Poirot, il tutto sarebbe risultato più accattivante. Scrivere i gialli dotando l'assassino di poteri magici, un po' significa barare. Tuttavia a Stephen King si perdona questo e altro. Un bambino è stato stuprato e ucciso a Flint City e numerosi testimoni affermano di aver perfettamente riconosciuto l'uomo che, visto aggirarsi nei paraggi del luogo dell'omicidio prima e dopo il tragico evento, si era fatto notare sporco di sangue e alla guida del furgone usato per perpetrare l'infame crimine. E' Terry Maitlad, persona da tutti stimata, allenatore della locale squadra di baseball dei "pulcini". Le successive analisi di impronte digitali e del DNA non lasciano dubbi. Solo che Maitland ha un alibi di ferro: si trovava in un'altra città in compagnia di testimoni affidabili e, avendo partecipato a un evento pubblico, è stato anche filmato in quel posto. Ralph Anderson, della polizia locale, non ha dubbi: gli elementi contro sono superiori a quelli a favore, e Terry viene arrestato in modo plateale. Tutta la città si rivolta contro il presunto pedofilo, che addirittura viene linciato mentre lo si conduce in tribunale. Sembra la fine del caso, ma non è così. La famiglia Maitland assume un e poliziotto, Alec Pelley, e una investigatrice privata, Holly Gibney, per indagare su cosa sia veramente accaduto. Holly è un personaggio già comparso nella trilogia di "Mister Mercedes", avendo fatto da assistente al protagonista di quei tre romanzi, Bill Hodges. Pertanto, "The Outsider" potrebbe essere considerato il quarto della serie. 
Da qui in poi occhio allo spoiler. Non rivelo proprio tutto, ma certo potreste essere interessati a scoprire ciò che vi anticipo leggendo da soli il romanzo.

Holly scopre che c'è stato, in una città distante centinaia di chilometri, un altro caso simile: due bambine violentate e uccise e un presunto assassino arrestato per l'evidenza delle prove a suo carico nonostante lui si trovasse lontanissimo, a trovare la madre, ma senza testimoni attendibili, al momento del delitto. Anche costui era morto, suicida in cella, poco dopo l'arresto. Holly raccoglie elementi sufficienti per convincere persino Ralph Anderson che c'è in giro una creatura mutaforma, accostabile a El Cuco delle leggende messicane, in grado di assumere le sembianze altrui e che si nutre di morte e dolore. La creatura viene chiamata "The outsider" e comincia una avvincente caccia per scovarla, fatta di mosse e contromosse perché l'avversario è diabolico. 
Se è vero che le storie di King sono così avvincenti da far soprassedere anche alle forzature e persino al deja vu, una critica allo scrittore americano va pur fatta: Stephen, sei troppo prolisso. Tagliare della metà le pagine dei tuoi romanzi gioverebbe a tutti. Ciò nonostante, resto in attesa del tuo prossimo lavoro.

lunedì 24 dicembre 2018

UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO





Mark Twain
UN DELITTO, UN MISTERO, UN MATRIMONIO
Rizzoli
Prima edizione gennaio 2002
Traduzione di Mariarosa Bricchi
cartonato – 110  pagine – 10 euro

“Un caso letterario mondiale: dopo 125 anni ricompare un manoscritto dimenticato di Mark Twain”: così in quarta di copertina. La postfazione di Boy Blount Jr, che occupa metà del volume (iniziando, infatti, a pagina 57), spiega il retroscena: “Nel 1876, quando lo scrittore aveva quarant’anni, Mark Twain concepì un progetto, in collaborazione con l’ ‘Atlantic Monthly’, che rimase irrealizzato fino al 2001”. Grossomodo, il progetto era quello di invitare dieci grandi scrittori dell’epoca a sviluppare, ciascuno alla propria maniera e con il proprio stile, la traccia proposta dallo stesso Twain. Traccia che costituisce il romanzo salvato dall’oblio dopo oltre cento anni, visto che, per vari motivi, dell’idea dello scrittore non se ne fece di niente e il manoscritto con la traccia rimase inedito. La postfazione ricostruisce per filo e per segno tutti i particolari, dalla genesi al naufragio del progetto, inserendo ogni cosa nel contesto della movimentata vita di Mark Twain, ma per restare al romanzo in quanto tale si tratta di ben poca cosa, trattandosi appunto di qualcosa da sviluppare. Ciò che colpisce è il bizzarro finale di una vicenducola che potrebbe essere semplicemente un giallo, con venature rosa. In uno sperduto villaggio del Missouri chiamato Deer Liek, un contadino piuttosto spiantato di nome John  Gray ha una figlia di nome Mary innamorata di un certo Hugh Gregory. John ha però un fratello più vecchio, Dave, che, diversamente da lui, ha fatto fortuna. Dave Gray ha fatto testamento, lasciando tutti i suoi soldi alla giovane Mary. Solo che Dave odia mortalmente tutti i Gregory, e se dovesse venire a sapere che Mary sposerà un rampollo di quella famiglia, cambierebbe immediatamente il testamento per impedire che i suoi beni finiscano proprio nelle mani di uno dei suoi nemici. John Gray chiede quindi a Mary di troncare la sua relazione con Hugh prima che Dave cambi il testamento. Intanto, uno strano personaggio è arrivato a Deer Liek: è uno straniero dall’accento francese, ritrovato svenuto sulla neve come se fosse piovuto dal cielo, e che non sa dare spiegazioni su di sé avendo perso la memoria: finisce per farsi chiamare conte di Fontainebleau.
Da qui in poi, occhio allo spoiler perché vi racconto tutto, ma proprio tutto (secondo me non è la soluzione del giallo che segue la cosa importante, ma il divertimento dato dal meccanismo e da tutta l'operazione tentata da Twain).
Dave scopre la tresca fra Hugh e Mary, continuata nonostante John, e salta su tutte le furie. Correrebbe dal notaio a cambiare il suo testamento, se qualcuno non lo uccidesse prima. E purtroppo non sembrano esserci dubbi: tutti gli indizi portano verso il giovane Gregory, che viene arrestato e condannato a morte. Il conte di Fontainebleau, grande amico di Mary, prima consola la povera ragazza, poi si offre come marito. La fanciulla, disperata, accetta: ha bisogno di qualcuno a cui aggrapparsi. Ma ecco che, proprio il giorno delle nozze, si scopre la verità: Hugh è innocente! Dave è stato ucciso dal conte, che voleva sposare Mary eliminando il principale rivale proprio grazie all’accusa di omicidio fatta ricadere su di lui, ottenendo nel contempo l’eredità del morto attraverso la moglie. Il conte confessa, e svela anche i retroscena del suo arrivo a Deer Liek: è caduto sulla neve da una mongolfiera, su cui era salito con Jules Verne, essendo da questi sfruttato come “sperimentatore” dei “Viaggi Straordinari” oggetto dei suoi libri. A parte il ricorso a Verne, peraltro il chiave di ostile presa in giro (pare evidente l’insofferenza di Mark Twain verso lo scrittore francese), il racconto è dunque un giallo.  Il finale grottesco pare incongruo. Il resto, benché limitato a essere traccia, è godibile (senza dubbio più di molti romanzi di autorucoli che pure li hanno portati a termine).

domenica 23 dicembre 2018

CELL





Stephen King
CELL
Sperling & Kupfer
Prima edizione marzo 2006
cartonato - 520 pagine -  euro 18,00

Un giorno d’ottobre (per l’esattezza il primo, alle 15.03) tutti i cellulari del Maine (e presumibilmente anche di altri Stati degli USA) squillano contemporaneamente e trasmettono un misterioso “impulso”. Chi risponde e lo riceve, impazzisce e si getta con istinti omicidi sulle persone vicine. Chi non ha un cellulare in tasca o non risponde, si salva dall’impulso ma deve poi fare i conti con i “cellulati” - come verranno poi chiamati i folli. La civiltà come la conosciamo noi finisce in un istante e la città brucia, in tutti i sensi, quello reale e quello metaforico. Tre tra i sopravvissuti a Boston uniscono le loro forze per sopravvivere: sono un disegnatore di fumetti, Clay Riddell, un uomo d’affari di nome Tom McCourt e una giovanissima ragazza, Alice Maxwell. Clay ha una moglie e un figlio di cui non sa niente, perché ovviamente ogni sistema di comunicazione è saltato. Tom e Alice lo accompagnano nella ricerca volendo comunque anche loro cercare di raggiungere un posto dove i folli non rappresentino un pericolo, se c’è. Nei giorni successivi il comportamento dei “cellulati” comincia a cambiare. Non si scagliano più indistintamente contro chiunque, ma più o meno, gradatamente, solo verso i “normali”. E cominciamo ad agire in modo tutti uguale, come se ricevessero istruzioni. Da pazzi scatenati che erano, coloro che hanno subito l’impulso si fanno piano piano più intelligenti, ma hanno perso comunque la loro identità e la loro individualità, il loro cervello è stato resettato e un  nuovo programma scrive norme di comportamento nuove, che di comunica telepaticamente. I pazzi si muovono solo di giorno, di notte scompaiono e i sopravvissuti possono uscire allo scoperto. Tutti cercano scampo verso il confine, e corrono strane voci sulle frontiere chiuse e sui soldati che sparano contro chi cerca di valicarle. Clay, Alice e Tom scoprono che cosa fanno i “cellulati” durante la notte: si radunano in grandi spiazzi (come gli stadi) e si stendono a dormire uno accanto all’altro, ricaricandosi le energie in modo misterioso. Con l’aiuto di altri due sopravvissuti, i tre uccidono con il fuoco, durante la “ricarica”, più di un migliaio di pazzi. L’iniziativa ha tragiche conseguenze anche su di loro perché improvvisamente scoprono di essere “segnati” anche presso i sopravvissuti: tutti sognano di loro e li evitano come appestati perché questo è l’ordine che danno i “cellulati” ormai in grado di interagire telepaticamente con i “normali” e condizionarne il comportamento, facendoli radunare tutti verso un unico luogo (almeno quelli di una certa zona).  Intanto, il comportamento dei pazzi subisce un ulteriore cambiamento ma in peggio: qualcosa, come un virus telematico, deve aver infettato i cervelli di chi ha ricevuto l’impulso e costo regrediscono e tornano a uccidersi fra loro. Pare la soluzione della storia perché senza la capacità di organizzarsi che sembravano aver acquisito, i “cellulati” non supereranno indenni il rigido inverno del Maine. In realtà la parola “fine” non risolve la storia. Non si sa che sarà del mondo, non si sa che cosa ha scatenato l’impulso e che cosa sarebbe successo senza il virus che ha compromesso i piani originari di chi ha organizzato i folli. Se nel 2006 King usava i cellulari come metafora della fine della civiltà, chissà che cosa pensa oggi dei social. Il romanzo non può certo annoverarsi tra i migliori di King. Però Stephen è sempre Stephen e leggerlo è comunque interessante. C’è l’eco dell’Ombra dello Scorpione (anche lì c’è la fine della civiltà  e il radunarsi di persone sopravvissute contattate telepaticamente verso un luogo preciso), l’eco di Zombi (che viene citato direttamente nelle pagine del romanzo), l’eco di The Ring, ma il deja vu non basta a reggere un romanzo gradevole ma che alla fine lascia perplessi.

sabato 22 dicembre 2018

DEADWOOD DICK: NERO COME LA NOTTE, ROSSO COME IL SANGUE



Joe R. Lansdale

Michele Masiero
Corrado Mastantuono
DEADWOOD DICK
NERO COME LA NOTTE, ROSSO COME IL SANGUE
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato,
140 pagine, 19 euro


Quasi in contemporanea con l'uscita in edicola della miniserie dedicata a Deadwood Dick dalla Sergio Bonelli Editore, con la quale si è inaugurata la linea Audace dai "contenuti espliciti", ecco la raccolta in volume da libreria delle due puntate del primo episodio (su tre previsti). E il grande formato delle pagine valorizza ancora di più gli strepitosi disegni di Corrado Mastantuono, perfettamente a suo agio nel realizzare un western crudele e violento così come in altri casi lo è stato disegnando storie Disney. Del resto, il western di Lansdale è sì duro e violento, ma anche ironico, cinico e disincantato, che sfuma nell'humor nero. Due parole sull'operazione "Audace": si parte dal presupposto che il Tex di Giovanni Luigi Bonelli, da cui nascono le fortune della Casa editrice di Via Buonarroti, fosse davvero "audace" per i suoi tempi. Tex nasce come fuorilegge, semina morti come se piovesse, parla in modo aggressivo e sopra le righe (politicamente scorretto, secondo i canoni attuali). I problemi di "garanzia morale" e le sopravvenute ubbie e ugge del "questo non si dice e questo non si fa", hanno progressivamente smorzato la sua carica trasgressiva, trasformandola in una sarabanda avventurosa sempre molto coinvolgente ma non più così felicemente disturbante come agli esordi. Il Tex di oggi è accettabile più o meno da tutti; agli inizi, se i giovani lettori ne erano entusiasti, i loro educatori un po' meno. Ecco, pare che sia giunto il momento di recuperare un po' dell'audacia delle origini, almeno in una parte delle produzione bonelliana: quella, appunto, della linea "Audace". Si è cominciato con Deadwood Dick, versione a fumetti di alcuni racconti di Joe R. Lansdale, graffiante scrittore americano attivo su vari fronti (western, noir, fantascienza, horror). Come lo stesso Lansdale spiega in una lunga e intetessante intervista pubblicata in appendice al volume, il protagonista è un personaggio reale: il suo vero nome era Nat Love, cowboy afroamericano vissuto tra il 1854 e il 1921, soprannominato Deadwood Dick dopo aver vinto una gara di tiro nella città di Deadwood (la stessa in cui visse e venne ucciso Wild Bill Hicock). Lansdale ha scovato un vecchio memoriale (una sorta di "dime novel") in cui lo stesso Nat racconta la sua vita avventurosa, contenente episodi reali, narrati però con uno stile graffiante e personale. C'è da notare che, per quanto l'epopea western raccontata da libri, fumetti e film, non lo abbia mai mostrato a sufficienza, le guerre indiane e la colonizzazione de Lontano Ovest hanno visto anche gli afroamericani protagonisti. Dalla lettura di "The life and adaventures of Nat Love", lo scrittore ha tratto ispirazioni per propri racconti, anche se gli editori non sembravano, inizialmente, molto interessati alle avventure di un eroe del West di colore ("i neri non leggono, i bianchi non sono interessati a storie con i neri"). Alla fine i racconti di Lansdale sono stati pubblicati con successo, e adesso la Bonelli ne offre la versione a fumetti. Versione che rende assolutamente ragione sia del modo di raccontare di Lansdale, sia del personaggio. Michele Masiero maneggia con abilità la materia, senza vergognarsi delle trovate scatologiche e delle parolacce, Mastantuono lo asseconda con efficacia. Il primo dei racconti, "Nero come la notte, rosso come il sangue", narra l'esperienza di Deadwood Dick nei ranghi dell'esercito americano, tra i Buffalo Soldiers inviati ad affrontare i pellerossa nelle terre di frontiera. Non c'è l'epica del western classico hollywoodiano, c'è una molto credibile ricostruzione della realtà storica. Il che non tradisce i canoni del genere: li rende più interessanti. Ci sarebbe da invocare una serie a fumetti senza scadenza, con episodi nuovi scritti apposta per Dick.

venerdì 14 dicembre 2018

MEMORIE PERDUTE




E' in distribuzione già da qualche giorno il nuovo episodio un una serie western a fumetti, di produzione italiana e ormai sulla scena dal 2005, dedicata alle avventure di Than Dai. Il volume, brossurato e di grande formato (cm 21 x 30, 32 pagine), si intitola "Memorie perdute", e reca il marco  CdT, vale a dire "Cronaca di Topolinia". Quattordici anni di vita sono tanti, soprattutto se si considera che si tratta di albi pubblicati da una piccola casa editrice, e basterebbe questo a giustificare il fatto che ve ne parli. In realtà c'è un altro motivo per cui lo faccio, ed è che in "Memorie perdute" c'entro qualcosa anche io. Sono infatti l'autore del soggetto e della sceneggiatura: in tutto, ventiquattro pagine alla francese (quattro strisce ciascuna). I disegni sono dei bravissimi Francesco Bonanno (venti tavole nel presente narrativo) e Luciano Costarelli  (quattro tavole in flashback). La copertina è di uno strepitoso Dante Bastianoni, i colori del valido Beniamino Delvecchio.  Un cast grafico di prim'ordine, visti i curricula dei quattro (sottolineo in particolare, senza voler far torto agli altri, quello di Dante: Martin Mystère, Nathan Never e Zagor in Bonelli, Fantastici Quattro per la Marvel). Bastianoni, mio amico da tempo immemorabile, è anche l'autore di quattro stampe: una verrà data, compresa nel prezzo, con il volume; altre tre sono a richiesta. Le vedete riprodotte qui sotto. 

Se qualcuno dei miei venticinque lettori ritiene di non doversi far mancare un altro fumetto sfornato dal sottoscritto e viole aggiungere un ennesimo libro nello scaffale dedicato alle opere a mia firma, potrà cercare il volume in fumisteria (se non c'è, i librai possono ordinarlo) oppure richiederlo qui:

Il fatto che abbia scritto un fumetto western extra-bonelliano non significa, com'è ovvio, che abbia la benché minima intenzione di ridurre o interrompere la mia collaborazione con la Casa editrice di Via Buonarroti. Anzi, prima di accettare le pressanti richieste di "Cronaca di Topolinia", fattemi per anni da Salvatore Taormina che ne è il titolare, ho pregato il Tao di chiedere personalmente uno chiaro benestare ai nostri direttori. Salvatore, che in passato è riuscito a far autorizzare altre pubblicazioni da lui realizzate con personaggi e autori bonelliani, è tornato dicendomi che non c'erano problemi. Così non ho avuto più scuse per rifiutare di scrivere quello che da tempo mi chiedeva: una storia di Than Dai. Per Taormina, su "licenza" della Bonelli, avevo del resto scritto in passato anche un albetto di Zagor ("La cripta") e un altro di Cico ("Cico cacciatore di mostri") che l'Associazione Amici del Fumetto (che edita "Cronaca di Topolinia") ha regalato alcuni anni fa ai propri iscritti.

Ma veniamo a parlare di Than Dai. Nel 2009, Sergio Bonelli mi chiamò nel suo ufficio e mi chiese di scrivere un articolo su questo personaggio per l’ “Almanacco del West” (così si chiamava allora la pubblicazione che oggi viene denominata “Tex Magazine”). Dato che ormai da quattro anni Salvatore Taormina, l’artefice della rivista amatoriale “Cronaca di Topolinia”, portava avanti questa sua serie western, era ora che ne parlasse il contenitore bonelliano di recensioni e segnalazioni su tutto ciò che riguardava il Lontano Ovest (fumetti, film, libri). Il mio pezzo, intitolato “Than Dai, l’indiano bianco”, venne pubblicato sull’ “Almanacco del West” del 2010.

Ecco che cosa scrissi: “Agli appassionati capita di lamentare la penuria di storie ambientate nelle terre della nuova o della vecchia Frontiera americana. Così, Salvatore Taormina ha pensato di soddisfare la sua voglia di West ideando una saga a fumetti ambientata tra i Sioux. Ha quindi radunato uno staff di giovani autori, quasi tutti esordienti, e ha affidato loro il compito di dare vita alle avventure di Than Dai, un ragazzo bianco allevato, per l’appunto, dai Sioux, dopo che altri pellerossa avevano attaccato la carovana con cui viaggiava, uccidendogli i genitori. Divenuto un guerriero, Than Dai è protagonista di storie corali insieme agli altri membri della tribù, come Lin Sei, figlia del sakem, la bionda Belle, anch’essa una bianca che vive fra gli indiani fin da quando era bambina, il bellicoso Gor-Aka, il tenebroso meticcio Vento Nero e il giovane Thon Din. A fare da contraltare, c’è il mondo dei bianchi: gli abitanti di Rogue Town, la cittadina più prossima al villaggio dei pellerossa, i trappers e i soldati di Fort Logan, tra cui spicca il tenente Shaw, acerrimo nemico del nostro eroe (al punto da perseguitarlo anche sotto forma di demone dall’aspetto di lupo, in seguito a una magia). Le trame si snodano legate da una stretta continuità temporale e con molti cambi di scenari: Than Dai veste persino la divisa del soldato, poi abbandona la sua tribù esiliandosi volontariamente in Canada, quindi fa ritorno al villaggio trovandolo distrutto e si mette alla ricerca dei suoi amici dispersi. I testi seguono il solco della tradizione e puntano più sul coinvolgimento emotivo che sull’esatta ricostruzione di un periodo storico, e i disegnatori adattano loro sensibilità gli stilemi più classici del cinema e del fumetto western, filtrarti da ognuno di loro attraverso le proprie capacità e i propri modelli grafici. La collana è destinata al circuito delle fumetterie. Accanto agli episodi regolari in bianco e nero sono stati proposti anche alcuni speciali a colori e altri cartonati”.

A distanza di quasi un decennio da quell’Almanacco, Than Dai continua a essere protagonista di nuove avventure, anche se più diluite nel tempo quanto a uscite, e a sperimentare formati. Al di là dei miei tanti impegni che mi hanno a lungo impedito di scrivere la storia che Salvatore Taormina mi chiedeva, nicchiavo perché mi dispiaceva occupare il posto di altri sceneggiatori con meno spazi a disposizione del sottoscritto. Alla fine, ho trovato (pur a fatica) uno spiraglio fra gli impegni e ho trovato la soluzione al problema dell’ingombro del suolo altrui: avrei scritto un solo racconto (non ce ne sarò un altro mio), ma fatto in modo da poter passare la palla, aprendo un nuovo scenario avventuroso, ad altri pronti a raccogliere l’assist. “Memorie perdute”, mette infatti Than Dai di fronte al problema, che ha sempre preferito non affrontare, della ricerca delle proprie origini, del ritrovamento della sua famiglia di origine. Ho insomma creato il presupposto perché si indaghi sul passato del personaggio. Darò qualche consiglio a chi se ne occuperà, e sono curioso di vedere come se la caverà chi prenderà in consegna il mio testimone. 



venerdì 7 dicembre 2018

D'ANNUNZIO



Giordano Bruno Guerri
D'ANNUNZIO
Mondadori
2018, brossurato
390 pagine


La più notevole opera d'arte di Gabriele d'Annunzio, a cui egli lavorò incessantemente, fu senza dubbio la sua vita. Scrisse Lucio D'Ambra: "Meraviglioso commediante, creò la sua magica finzione e poi dentro vi s'adagiò come in verità assoluta e non più relativa; né poteva più sapere dove realtà e finzione si separassero, distinte". Una vita avventurosa, piena di svolte, colpi d'ala, clamori, sempre sulla cresta dell'onda. Una vita, quella del Vate, che sicuramente trascende quel che è stata la sua produzione letteraria. Conclude Giordano Bruno Guerri, tirando le somme al termine della biografia: "Il suo genio letterario è passibile di valutazioni anche contrastanti, ma il vero genio di d'Annunzio fu nella visionarietà politica e sociale con cui seppe anticipare sia le correnti nazionalistiche e superoministiche che avrebbero condotto ai fascismi, sia i movimenti più libertari del XX secolo: in una visione del mondo che andava oltre le categorie della destra e della sinistra e che ebbe sempre al centro l'individuo". 
Si tende a etichettare d'Annunzio con il Vate del fascismo. Si dimenticano però i lunghi mesi in cui fu governatore di Fiume (1919-1920), da lui occupata, quando diede alla città una sorta di carta costituzionale libertaria al massimo: voto alle donne, libertà di divorzio e di omosessualità, in anticipo di decenni sulle conquiste che sarebbero arrivare, tardi e male, solo molto in seguito. "Città di Vita", venne definito il capoluogo istriano. 
Di d'Annunzio Mussolini diceva che era come un dente marcio: o lo si estirpava o lo si ricopriva d'oro. Venne ricoperto d'oro purché stesse ritirato, nei suoi ultimi anni, nel Vittoriale, la villa che diventò la sua ultima, fantasmagorica opera. Guerri, che della Fondazione del Vittoriale è da anni il presidente, quasi non si sofferma nella disamina dell'infinità di poesie, tragedie teatrali, racconti e romanzi, di cui pure si parla senza però farne analisi critica, quanto piuttosto segue le rocambolesche vicissitudini del pescarese Gabriele Rapagnetta, in arte d'Annunzio, intrecciate in modo indissolubile con le dinamiche della storia, della società e del costume dei suoi tempi (1863-1938). 
E' difficile per noi capire l'importanza e l'influenza di un simile personaggio nella cultura e nella cronaca: chi ha condiviso gli anni in cui il Vate calcava il palcoscenico (in senso lato) aveva senza dubbio quotidianamente a che fare con una presenza invadente, se non ingombrante, che divideva, esaltava, polemizzava, combatteva, creava, scriveva, arringava, scandalizzava. D'Annunzio ideava marchi di fabbrica (La Rinascente, Saiwa), coniava vocaboli (velivolo), scriveva film ("Cabiria"), dava adito (anche volontariamente) a gossip, fuggiva dai creditori, guadagnava milioni e li sperperava, creava motti ("memento audere sempre", "ardisco, non ordisco"). Fu uno dei primi italiani a volare in aereo, uno dei primi ad avere un travolgente successo all'estero con i suoi romanzi. Dopo aver sollecitato l'ingresso in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, combattè sul serio (e non per modo di dire) andando al fronte (perse persino un occhio). Che dire poi delle sulle centomila amanti? Davvero si resta di stucco leggendo il resoconto delle sue battaglie amorose con il "gonfalon selvaggio" sempre pronto all'azione, e questo dall'adolescenza fino alla più tremebonda vecchiaia. Una voracità sessuale senza pari, "badesse di passaggio" ricevute tre per volta per maggior libidine. Che fosse simpatico, proprio no. Però certe sue battute sono esilaranti, come quella dell'epiteto di "cretino fosforescente" dato a Marinetti. Vanitoso, egocentrico, iperbolico, grafomane, prolisso, retorico, magniloquente, gradasso, noioso, saccente e pedante, ma di sicuro un personaggio, un guerriero.

venerdì 30 novembre 2018

MADONNE




Federico Sardelli

MADONNE
Mario Cardinali Editore
2018, brossura
160 pagine, 10 euro


Ogni libro di Federico Sardelli (direttore d'orchestra e uno fra i massimi esperti mondiali di musica barocca con particolare riferimento a Vivaldi) è imperdibile al pari di ogni libro edito da Mario Cardinali, vale a dire sotto l'egida della rivista satirica livornese "Il Vernacoliere", di cui Sardelli è una delle colonne. Questa volta, a venire raccolte in volume, solo le vignette della serie "Madonne" (ben 140). Ognuna di esse mostra, come se fosse un santino, l'apparizione di una improbabile "madonna" con la breve spiegazione della funzione miracolosa della stessa. Per esempio (pesco a caso), la "Madonna del Pandoro in Offerta", che "sorte fuori dai pandori prendi 16 paghi 3, per distrarre l'incauto acquirente e far dimenticare la consistenza trucidare" del prodotto. Si potrebbe pensare a un umorismo blasfemo, in realtà Sardelli non prende in giro la Beata Vergine quanto piuttosto la pletora dei fedeli delle millemila madonne apparse, a dar retta a tutti, di qua e di là, ciascuna con la pretesa di essere taumaturgica in qualche campo. Nella sua informata e brillante introduzione, intitolata "Le madonne sono tante, milioni di milioni", il dotto autore fa una elenco essenziale delle infinite tipologie di madonne, e scrive: "Ho solo fatto una limita striminzita per non annoiare, ma le madonne sono molte di più. E il bello è che ciascuna di esse ha i propri devoti. C'è chi prega la Madonna del Pilone (e non quella del Pilastro) e chi si rivolge proprio alla Madonna del Carrozzone (senza sbagliarsi con quella dei Cassoni). Ma come è potuto succedere che da una Madonna sola - la madre di Gesù di Nazareth - si arrivasse a questa folla di divinità?". Sardelli traccia dunque un breve excursus storico partendo dalle poche informazioni su Maria che forniscono i Vangeli, fino al dogma dell'Assunzione in Cielo ("con i vestiti e i sandali indossati in quel beato giorno") stabilito nel 1950. Il mio personale punto di vista è che Maria stessa sorrida di tutto questo apparato costruito su di lei, proprio come fa Federico Sardelli.

martedì 20 novembre 2018

IL TIMIDO ANTICRISTO



Stefano Antonucci
Daniele Fabbri
Maurizio Boscarol

IL TIMIDO ANTICRISTO
Feltrinelli Comics
2018, 130 pagine
brossura, 16 euro

"Mi chiamo Daniele. Ho 35 anni. E la prima metà di questi li ho passati in quell'universo parallelo che è la Chiesa Cattolica. Vi prego... non dite ai miei genitori dell'esistenza di questo libro". Così comincia "Il timido anticristo", libro esilarante e drammatico al tempo stesso, sceneggiato da Stefano Antonucci e Daniele Fabbri e illustrato da Maurizio Boscarol.  Antonucci e Fabbri, già noti per opere dissacranti come “V for Vangelo” e “Quando c’era LVI”, propongono un nuovo graphic novel, a metà fra la diaristica e il monologo teatrale, la riflessione teologica e l'indagine, condotta in modo beffardo, sul potere della religione sull'intimità degli individui fino al punto da scardinarne la razionalità o imporre riflessi condizionati. L’io narrante Daniele (che porta lo stesso nome di Fabbri e dunque si può pensare a un personaggio in qualche misura autobiografico) è cresciuto in una famiglia cattolicissima, e ne ha subito l'imprinting sessuofobico, con tutte le frustrazioni e le nevrosi che ne derivano. Assistiamo a siparietti divertenti e tragici a tempo stesso come quello della madre che strappa dalla camera del figlio il poster di Michael Jackson perché il cantante fa il gesto di toccarsi il pacco, cosa scandalosa; e anni dopo Daniele si vendica strappando alla mamma il poster del Papa, salvo pentirsi e correre a comprarne uno nuovo prima che lei faccia ritorno a casa. "Ho continuato ad ascoltare Michael Jackson ma alla maniera cristiana - confessa Daniele - di nascosto, sentendomi in colpa". I sensi di colpa sono, secondo Antonucci & Fabbri, il marchio di fabbrica del cattolicesimo. Gesù è morto per i nostri peccati, evidenziano gli autori, anche se gli sarebbe bastato schioccare le dita e perdonarceli senza morire: ma se lo avesse fatto, non ci saremmo sentiti in colpa. Queste e mille altre riflessioni, sempre proposte in modo ironico e pungente, evidenziano il percorso di allontanamento (doloroso) di Daniele dal cristianesimo e il deteriorarsi, per questo, dei suoi rapporti con i genitori, che non riescono a farsene una ragione. Si ride, si riflette, ci si riconosce, indipendentemente dal fatto che si sia d'accordo o no.


lunedì 19 novembre 2018

DISCORSI SULLE NUVOLE



E' da qualche giorno in distribuzione (nelle librerie e nelle fumetterie che danno spazio anche alla saggistica sul fumetto, ma anche negli shop on line) il mio nuovo libro, intitolato "Discorsi sulle nuvole", edito da Cut-Up (come già "Dall'altra parte", "Facezie" e "Il negromante e altri incubi". Si tratta di una raccolta di "saggi e assaggi sul fumetto", come recita il sottotitolo, vale a dire articoli da me scritto nel corso di parecchi anni. Testi sempre piuttosto brevi, spesso polemici, qualcuno dice brillanti, io spero non noiosi. Se di "critica fumettistica" qualcuno volesse parlare (mi auguro di no), sappia che non ho fatto riferimento ad alcuna sovrastruttura ideologica né ad alcuna scuola metodologica: ho scritto semplicemente quel che mi passava per la testa, sulla base, questo sì, di tante letture e di tanta passione. In quarta di copertina compare un breve testo che dovrebbe farvi venir voglia di comprare il volume (310 pagine, 15 euro). Eccolo:

C’era una volta il fumetto. Gli eroi di carta denunciavano, scandalizzavano, eccitavano, ma soprattutto divertivano. Erano amici, fratelli, complici e compagni di vita. Uno fra i più noti sceneggiatori italiani raccoglie in questo volume ottanta suoi articoli, editi e inediti, che raccontano il fumetto di ieri e quello che oggi ne è rimasto. Una carrellata di saggi e assaggi brillanti, divertenti, polemici e appassionati che consegnano al lettore scorci e istantanee di un panorama indimenticabile, affollato di personaggi e di autori, di editori e di testate, che hanno segnato un’epoca. E che resteranno, mentre degli Youtubers non rimarrà nulla.

I fumetti hanno fatto compagnia per tutta la vita a intere generazioni di lettori.  C’erano riviste come Intrepido e Il Monello che vendevano centinaia di migliaia di copie e praticamente non si sentiva dire di qualcuno che non leggesse o quel fumetto o piuttosto quell’altro. Le idee circolavano anche attraverso le strisce pubblicate su Linus o su Eureka, per non parlare delle storie di Alter, di Frigidaire o di Cannibale. In questo clima fiorivano le case editrici e i giovani autori trovavano sempre il modo di fare gavetta, a bottega da colleghi già affermati o negli studi professionali, pubblicando prima su piccole testate per approdare poi su quelle grandi una volta che si fossero fatte le ossa. Ai giorni nostri, gli editori in grado di portare in fumetto in tutte le edicole si contano sulle dita e in ogni caso non c’è più la ressa per comprare le testate che ci arrivano. Per chi vuol leggere fumetti, è difficile persino rintracciarli perché la distribuzione è quel che è e non tutte le edicole sono rifornite di fumetti allo stesso modo. Ci sono quelle che non lo sono affatto. E i guai sembrano destinati a peggiorare.

Prima di essere un autore di fumetti ne sono stato, fin da quando ho memoria di me, un appassionato lettore. E di fumetti ho sempre scritto, tanto e forse troppo. Ho dedicato alla nona arte persino la mia tesi di laurea, che mi è valsa (oltre al massimo dei voti e, inopinatamente, la lode) addirittura il premio  Premio Marchetti, attribuitomi a Roma nel corso di una ExpoCartoon. Non l’ho fatto per guadagnarci qualcosa: raramente sono stato pagato per la pubblicazione dei miei saggi sui comics. Ho iniziato scrivendo su una fanzine ciclostilata a manovella, Collezionare, nel 1985. Poi ho proseguito invadendo qualunque spazio: su altre riviste amatoriali, come su volumi di pregio per i quali mi era stato chiesto un contributo. Ho fondato una rivista, Dime Press, scritto libri miei e decine di introduzioni a libri altrui, firmato centinaia di articoli sul mio blog, curato gli apparati critici di collane come Alan Ford Story della Mondadori o Zagor Collezione Storica di Repubblica. Ho realizzato persino una enciclopedia in cinque volumi su Aquila della notte, “Cavalcando con Tex”.  Non ho mai fatto distinzioni fra grandi e piccoli editori, pubblicazioni fatte da appassionati o testate blasonate. 

Dopo oltre trent’anni, se dovesse fare un bilancio, direi che ho scritto semplicemente per condividere agli altri la mia passione. Scrivendo saggistica per hobby ho potuto occuparmi sempre e soltanto di temi a me cari. Tanti e diversificati sono stati gli spazi su cui ho pubblicato e miei interventi, distribuiti su un lungo arco di tempo, che sarebbe difficile per chiunque, anche per me, rintracciarli tutti nel caso qualcuno, indubbiamente pazzo, volesse farne la raccolta. Peraltro, in alcuni casi si tratta di pubblicazioni non più reperibili da anni. Ecco perciò alcuni pezzi radunato in volume.

Salvo alcuni rari casi in cui era necessario contestualizzare il testo (e dunque troverete la contestualizzazione in una nota), non ho voluto indicare però né la data della stesura originaria stessa, né gli estremi della prima pubblicazione, appunto perché si tratta comunque di testi rivisti e corretti al punto che si spero di poter spacciare per nuovi. Peraltro, alcuni dei saggi sono per l’appunto inediti, pubblicati qui per la prima volta. A voi il compito, se vi va, di scoprire quali. Non c’è un ordine di lettura consigliato, e si può perciò saltare di palo in frasca a piacimento, anche se vi immagino precipitarvi su quelli più polemici. A me piacerebbe se qualcuno di voi si incuriosisse, grazie ai miei Discorsi Sulle Nuvole, riguardo a un fumetto che non ha mai letto, lo leggesse e se ne innamorasse.

Potete acquistare il libro con un clic sullo shop on line di Cut-Up. Qui sotto il link. Di seguito, l'indice dei capitoli.


DISCORSI SULLE NUVOLE
di Moreno Burattini

Caro Gallieno
La dea lo vuole
Perché leggere fumetti?
La nona arte
Fumettone sarà lei
La seduzione degli innocenti
Fattore K
Kriminal
Satanik
Sesso di carta
C'era una volta Biancaneve
Ferri prima di Zagor
Formato Bonelli
Il metodo Nolitta
Un classico calibro 45
Il Tex di Nolitta
IndianaTex
Il Piccolo Ranger
Mark eroe ingenuo
Frank goes to Darkwood
Bella & Bronco
Le origini di Martin Mystère
Gli undici comandamenti
I cavalieri del Graal
La banda aerea
Le donne guerriere
Non assomiglia
Il signor Emilio
Il signor Ilario
Diritto e rovescio
Odio Pazienza
Berardi & Milazzo Book
Il signor Kenneth Parker
Maxmagnus
Io e Silver
Cattivik
Sturmtruppen per sempre

domenica 18 novembre 2018

IL CLUB DUMAS



Arturo Pérez-Reverte
IL CLUB DUMAS
Tropea
1997, 384 pagine

Scritto nel 1993 da un giornalista spagnolo (poi divenuto scrittore a tempo pieno), "Il Club Dumas" è divenuto in breve un caso letterario nella penisola iberica e in Francia, prima di spopolare in mezzo mondo.Il motivo di tanto successo non stupisce chi abbia letto il libro. Che è eccezionale.  Innanzitutto l'autore è, indubbiamente, uno scrittore di razza, e i romanzi successivi (da quelli del ciclo del Capiran Alatriste a "La pelle del tamburo" o a "La tavola fiamminga") lo avrebbero confermato. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  A ciò si aggiunge l'ambientazione estremamente affascinante del romanzo, che è un giallo letterario, imbevuto di letteratura dall'inizio alla fine: il protagonista è lo spagnolo Lucas Corso, di professione "cacciatore di libri", vale a dire agente al servizio di importanti librai antiquari di mezza Europa che gli commissionano il recupero di incunaboli, prime edizioni, testi rari, codici e manoscritti. Pur non essendo egli stesso un collezionista, ma ritenendosi solo un "mercenario" della bibliofilia, Corso è un esperto del settore e seguendolo anche il lettore comincia a capire qualcosa della logica di un commercio e di una passione così particolare. A Corso capitano due incarichi in contemporanea, entrambi piuttosto singolari. Il primo è verificare l'autenticità di un manoscritto autografo attribuibile a Dumas di un capitolo dei "Tre Moschettieri" intitolato "Il vino d'Angiò". Il secondo, di controllare quale delle tre copie esistenti di un libro stampato a Venezia nel 1666 sia l'unico originale, dato che il tipografo, condannato dall'Inquisizione, giurò di averne lasciato un solo esemplare. Il libro in questione si intitola "Le nove porte" ed è un testo ritenuto demoniaco, e comunque riguardante formule per evocare Satana. Contiene nove incisioni, proprio confrontando le quali Corso non tarda ad accorgersi di una particolarità: i disegni sono stati modificati e sono diversi in ciascuno dei tre volumi. Proprio studiando il modo in cui le incisioni sono state cambiate e disposte si può arrivare al segreto contenuto nell'opera. Peréz-Reverte ha fatto in modo che le incisioni fossero riportate all'interno del libro in modo che ogni lettore possa arrivare da solo alla decifrazione del messaggio segreto svelato nel finale, allorché si scopre che le morti collegate al mistero delle Nove Porte sono opera dello stesso bibliofilo, Varo Borja, che ha dato l'incarico a Corso di scoprire il libro originale, l'unico utile per evocare il demonio. Demonio la cui presenza aleggia in ogni pagina del libro, sia sottoforma di inquietudine e di mistero che nei panni di una ragazza di cui Corso si innamora, Irene Adler, e che fino all'ultimo mantiene intatti i dubbi su chi sia veramente. Ma anche la vicenda del manoscritto di Dumas tiene con il fiato sospeso, e fino all'ultimo si crede che sia intrecciata con quella delle Nove Porte. Invece, alla fine, si scopre una verità del tutto diversa, molto letteraria: noi siamo ciò che leggiamo, e a volte le troppe letture possono farci fare collegamenti arbitrari, farci percepire diversamente la realtà, come Corso che vede tutte le vicende relative al "Vino d'Angiò" come orchestrate sulla falsariga dei "Tre Moschettieri". Davvero sorprendente la rivelazione di sia il "Richelieu" della vicenda. L'io narrante è un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo (che è anche il mio) per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere, dimenticando l'intreccio e l'avventura. Che anche Peréz-Reverte la pensi così è certo: altrimenti il portatore di queste idee non avrebbe parlato, pur essendo un personaggio fittizio, in prima persona. Peccato per il brutto film che da questo bel libro è stato tratto.


sabato 17 novembre 2018

C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA



Agatha Christie
C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA
Arnoldo Mondadori Editore
Oscar Gialli aprile 1990
Titolo originale: “The body in the library”
Traduzione di Alberto Tedeschi
brossurato - 204 pagine

Lo spunto iniziale, per certi versi addirittura divertente, è, in fondo, la cosa migliore di questo romanzo che, pur essendo di buon livello, non può essere certo annoverato fra i capolavori della Christie. Una ricca coppia di agiati e anziani signorotti di campagna, il colonnello Bantry e sua moglie Dolly, si sveglia una mattina nella loro austera dimora e trova il cadavere di una ragazza, mai vista prima, nella biblioteca di casa. Dolly Bantry convoca subito una cara amica di famiglia, l’attempata miss Marple, una vecchietta che già in precedenza ha dimostrato, oltre che una certa conoscenza dell’animo umano, anche una notevole propensione per decifrare i casi polizieschi all’apparenza più incomprensibili. Così, miss Marple si trova a seguire, sia pure standone ai margini, le indagini del capo della polizia della contea del Glenshire, Melchett, e dei suoi uomini. La vittima viene identificata come quello di Ruby Keene, ballerina dell’Hotel Majestic, un albergo a diverse decine di chilometri dalla magione dei Bantry. La cugina di Ruby, Josie Turner, riconosce immediatamente la platinata congiunta, misteriosamente sparita  la sera prima dall’Hotel, dove anch’ella lavora. Melchett ricostruisce le ultime ore di vita della vittima, che pareva essere molto in intimità con uno degli ospiti dell’albergo, Conway Jefferson, un ricco e anziano invalido costretto su una sedia a rotella, il quale, apprezzando le doti umane della ragazza, intendeva addirittura adottarla come figlia. Il proposito del vecchio Jefferson va contro gli interessi di Adelaide, suo nuora, e di Mark Gaskell, suo genero, entrambi i suoi unici congiunti in vita, dato che il figlio e la figlia di Conway sono morti con la loro madre in un tragico incidente. Adelaide e Mark, che sarebbero gli unici eredi della fortuna di Jefferson, si vedrebbero portare via quasi tutto dalla presenza di una nuova figlia. Tutti e due, proprio per non contrariare Conway, hanno avuto storie d’amore successive alla morte dei coniugi, figli del vecchio, ma le hanno tenute segrete appunto per evitare che Jefferson li diseredasse (non sentendoli più legati a lui, mancando dei nipoti). Altri possibili sospetti sono George Bartlett, un corteggiatore di Ruby con scarsa fortuna, Raymond Starr, ballerino partner di Ruby negli spettacoli al Majestic e probabilmente indispettito del fatto che la ragazza civettasse con il vecchio come una cacciatrice di dote, e Basil Blake, un dongiovanni libertino che lavora nel cinema e frequenta il jetset. Tuttavia, poiché il medico legale sostiene che la vittima è stata uccisa non dopo la mezzanotte, e Ruby è stata vista ancora viva subito dopo un numero di danza eseguito alle dieci, Adelaide e Mark Gaskell hanno alibi di ferro essendo stati impegnati in una partita a bridge con il vecchio Jefferson in presenza di numerosi testimoni. Né ci sono elementi che incastrino altri, tutti con alibi verificabili. Il punto di svolta alle indagini viene data dal ritrovamento di un secondo cadavere femminile. carbonizzato dentro l’automobile (scomparsa dall’albergo) di George Bartlett. La nuova vittima viene identificato, da un bottone e da una scarpa sfuggite al rogo, come Pamela Reeves, una studentessa anch’essa scomparsa il giorno precedente. E’ Miss Marple che, condendo le sue conclusioni con abbondanti dosi di ciniche – ma ineccepibili – considerazioni sul fatto che non si debba mai credere a nessuno, svela l’enigma. Il meccanismo è un po’ cervellotico, ma funziona e alla fine sorprende. Però manca la brillantezza di altri gialli della Christie. E miss Marple, tutto sommato, si vede ben poco, così come i personaggi non sono tutti ben approfonditi nelle loro personalità (salvo il vecchio Jefferson, riguardo al quale si indaga abbastanza per giustificare il suo proposito di adottare Ruby). In conclusione, una lettura gradevole ma inoffensiva.

venerdì 16 novembre 2018

LE CENERI DI ANGELA



Frank McCourt
LE CENERI DI ANGELA
Adelphi
Traduzione di Claudia Valeria Letizia
1996, brossurato
384 pagine -  lire 32.000

L'emozione che si prova leggendo "Le ceneri di Angela"  è enorme. Si tratta sicuramente di uno dei più bei libri che abbia mai letto. Lo scrittore è qui al suo esordio, nonostante nel 1996 avesse 66 anni (sarebbe poi morto nel 2009, dopo aver pubblicato altri due libri, autobiografici al pari del primo, nel 1999 ("Che paese, l'America!") e nel 2005 ("Ehi, prof!"). "Le ceneri di Angela" narra la storia dell' infanzia e dell'adolescenza dello scrittore, dalla nascita fino ai diciotto anni. Tuttavia, per quanto privato, il racconto riesce a essere universale, dando una raffigurazione intensa e coinvolgente di una umanità disperata in anni e in luoghi che sembrano lontanissimi ma sono invece così vicini da sbalordire. Anche se, forse, la disperazione della famiglia McCourt esiste ancora in tutto il mondo, in altre forme e in altri ambienti. Si legge nei risvolti di copertina: "Non capita spesso che la passione, condivisa da innumerevoli lettori, per il libro di uno sconosciuto si manifesti con tanta, travolgente immediatezza". L'autore aveva previsto il piccolo successo di tanti altri libri irlandesi di memorie. Invece il trionfo de "Le Ceneri di Angela" ha travolto ogni più rosea previsione, e meritatamente. Perché la storia di Frank e dei suoi fratelli in una cittadina irlandese degli Anni Trenta è toccante e drammatica, e perché lo stile di McCourt è coinvolgente ed efficace. "Siamo negli anni fra le due guerre - scrive la presentazione - e le travagliate vicende  coinvolgono una famiglia così misera che può guardare dal basso la povertà, fra un padre perennemente ebbro e vociferante contro il mondo e gli inglesi e i protestanti e una madre che sbrigativamente trascina la sua tribù verso la sopravvivenza. Materiale pregiato per ogni sorta di patetismo. E invece qui avviene uno stupendo rovesciamento. Tutto ci arriva attraverso gli occhi e la voce del protagonista mentre vive le sue avventure. Questo ragazzino  indistruttibile, sfrontato, refrattario a ogni sentimentalismo, implacabile osservatore - come solo certi bambini sanno esserlo - crea con le sue parole, con il suo ritmo, un prodigio di comicità e vitalità contagiose, dove tutte le atrocità, pur senza perdere nulla della loro spesso lugubre asprezza, diventano episodi e apparizioni di un viaggio battuto dal vento verso una terra promessa che sarà, nei sogni infantili di quegli anni come in quelli del Karl Rossmann di Kafka, l'America". La comicità a cui si fa cenno io non ce la vedo, ma la vitalità sì. Una vitalità disperata, quella che fa scrivere a McCourt: "Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere". E poi: "Naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora. Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato, chiacchierone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco. i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni. E poi, tutta quell'umidità". Nato a New York da una sveltina fra sua padre e sua madre giovanissimi, entrambi immigrati irlandesi appena conosciutisi, e poi costretti al matrimonio, Frank McCourt è il primo di sette fratelli, di cui tre sono morti per gli stenti e le malattie infettive. I genitori tornarono in Irlanda dopo la morte di una bambina di nome Margareth, per vincere la disperazione della madre che non avrebbe saputo resistere in America senza impazzire. Ma Limerick, dove i McCourt si trasferiscono, si rivela un inferno. Finché, in modo disperato e caparbio, Frank riesce a mettere da parte i soldi per tornare dall'altra parte dell'oceano ad aprirsi nuovi orizzonti di vita. Passando per prove durissime, e temprandosi alla palestra di vita della strada, attraverso i turbamenti provocati da una religione inculcata in modo bigotto e grottesco, la fame mortale, lo sfacelo igienico, la società gretta e asfittica del cattolicesimo irlandese. Il tutto raffigurato in modo estremamente efficace e coinvolgente: impossibile leggere queste pagine senza sentire anche il proprio stomaco strizzato da morsi come di fame, quali quelli provati da Frank e dai suoi fratelli. E che pena quel padre che spende al pub tutti i soli del sussidio di povertà o le poche sterline della paga di quelle rare settimane in cui ha un lavoro. Una foto del 1938 pubblicata all'inizio ci mostra Frank Mc Court a otto anni di età, e ci fa rabbrividire perché spiega come tutto quello che ci è raccontato è terribilmente e tragicamente vero.

domenica 4 novembre 2018

ASTERIX IL GALLICO



ASTERIX E IL GALLICO
di René Goscinny e Albert Uderzo
Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport
2015, cartonato, 
64 pagine, 5.99 euro

Il tredicesimo volume della riedizione completa (ma non cronologica) delle avventure di Asterix proposta in edicola dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport è in realtà il primo della saga, quello da cui tutto ebbe inizio, datato 1959 (anche se la prima apparizione in volume è del 1961). Il ricco apparato critico che correda, in appendice, il volume (uno dei punti di forza di questa edizione) spiega nei dettagli come Goscinny e Uderzo crearono il loro gallico eroe per lanciare la rivista "Pilote", e presentala riproduzione fotografica di pagine di sceneggiatura e di tavole originali. Oderzo ha sempre detto che gli sarebbe piaciuto ridisegnare questo albo perché i personaggi non sono ancora ben delineati così come si sarebbero evoluti nel tempo, ma in realtà l'avventura resta godibilissima ed esilarante. Anche se Obelix fa soltanto da comparsa, la doppia ambientazione nel villaggio gallico e nell'accampamento romano dà l'opportunità di alcune gag indimenticabili, come quella dell'infiltrato italiano tra i Galli scoperto per la danza in cui ci si tira i baffi, e quelle del filtro di Panoramix che fa crescere i capelli dei romani a dismisura. A me ha sempre fatto ridere a crepapelle anche la striscia iniziale, quella in cui Vergingetorige getta le armi ai piedi di Cesare... nel modo che tutti conoscono. Un plauso anche alla prima traduzione del grande Marcello Marchesi, umorista a sua volta, e di gran classe.