domenica 4 novembre 2018

ASTERIX IL GALLICO



ASTERIX E IL GALLICO
di René Goscinny e Albert Uderzo
Corriere della Sera / Gazzetta dello Sport
2015, cartonato, 
64 pagine, 5.99 euro

Il tredicesimo volume della riedizione completa (ma non cronologica) delle avventure di Asterix proposta in edicola dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport è in realtà il primo della saga, quello da cui tutto ebbe inizio, datato 1959 (anche se la prima apparizione in volume è del 1961). Il ricco apparato critico che correda, in appendice, il volume (uno dei punti di forza di questa edizione) spiega nei dettagli come Goscinny e Uderzo crearono il loro gallico eroe per lanciare la rivista "Pilote", e presentala riproduzione fotografica di pagine di sceneggiatura e di tavole originali. Oderzo ha sempre detto che gli sarebbe piaciuto ridisegnare questo albo perché i personaggi non sono ancora ben delineati così come si sarebbero evoluti nel tempo, ma in realtà l'avventura resta godibilissima ed esilarante. Anche se Obelix fa soltanto da comparsa, la doppia ambientazione nel villaggio gallico e nell'accampamento romano dà l'opportunità di alcune gag indimenticabili, come quella dell'infiltrato italiano tra i Galli scoperto per la danza in cui ci si tira i baffi, e quelle del filtro di Panoramix che fa crescere i capelli dei romani a dismisura. A me ha sempre fatto ridere a crepapelle anche la striscia iniziale, quella in cui Vergingetorige getta le armi ai piedi di Cesare... nel modo che tutti conoscono. Un plauso anche alla prima traduzione del grande Marcello Marchesi, umorista a sua volta, e di gran classe.    

martedì 30 ottobre 2018

IL DIAVOLO, CERTAMENTE




Andrea Camilleri
IL DIAVOLO, CERTAMENTE
Mondadori
2012, 170 pagine
brossurato, 8.50 euro


Di Camilleri penso tutto il bene possibile e lo ritengo autore di alcuni tra i romanzi meglio scritti, intelligenti e divertenti che abbia letto negli ultimi anni, per cui non sarà un appunto negativo né a compromettere la mia ammirazione verso di lui, nè, men che mai, a scalfire di un micron quella del suo vastissimo pubblico. Però, mi sarà consentito dire che, fra tanti suoi bei libri, questo mi vede soddisfatto soltanto a metà. Eppure, sono partito convintissimo della bella idea che c'è alla base della raccolta, e felicissimo di trovarmi fra le mani, una volta tanto, non un'unica, lunga storia, ma trentatré brevissimi "divertissiment" (perché di questo, alla fine, si tratta). Il titolo è preso parzialmente in prestito, con una modifica non priva di significato, da quello di un film di Bresson, noto in Italia come "Il diavolo, probabilmente...". Il fil rouge che lega fra di loro tutti i trentatrè raccontini (soltanto quattro o cinque pagine l'uno) è il fatto che il diavolo talvolta ci mette lo zampino e che comunque insegna a far le pentole ma non i coperchi. Per cui, gli amanti clandestini vengono scoperti, lo scrittore che cerca di stroncare il rivale con recensioni al vetriolo ottiene proprio grazie ad esse che l'altro vinca il Premio Nobel, l'infallibile killer che decide, per la prima volta un vita sua, di salvare la vita di una sua vittima predestinata, fa sopravvivere un crudele dittatore futuro responsabile di un genocidio, e così via. Talvolta i casi sono eclatanti, come in quest'ultimo esempio, molto più spesso sono minimali, comunque sia si tratta sempre di finali tragicomici perché si verificano eterogenesi dei fini, o imprevedibili incidenti, o combinazioni fortuite che mandano a monte le trame o i propositi dei protagonisti, buoni o cattivi che siano. Raccontato così, il libro sembra decisamente divertente: in effetti, ripeto, l'idea è ottima e l'allestimento (il tono ironico, la lunghezza dei racconti, la veste tipografica) è perfetto. Però qualcosa, opera del diavolo (certamente), non fa filare tutto per il verso giusto. La lingua di Camilleri è essenziale, il fraseggio armonico, il periodare pulito, l'aggettivazione perfetta. Sembra tuttavia di trovarsi di fronte a dei soggetti, a delle mini-trame di racconti più lunghi, da sviluppare. Non si riesce a essere coinvolti, come quando si leggono i riassunti dei film, che ci dicono quel che racconta la pellicola, ma non riescono a comunicarcene le emozioni. Inoltre, non tutti e trentatré i racconti sono efficaci allo stesso modo. Anzi, quelli davvero divertenti sono la minoranza. La maggior parte sono ripetitivi (i casi di relazioni extraconiugali scoperti da mogli ricche che poi cacciano il marito fedifrago, destinato a ridursi sul lastrico sono una sorta di tormentone). Alcuni sono assurdi o insulsi. Ricordo di aver sempre avuto un'autentica passione per i racconti dal "finale a sorpresa", per esempio i "racconti del terrore" a fumetti presentati da Stan Lee in una fortunata serie di Eureka Pocket, o i tanti scritti da Isaac Asimov o da maestri del genere (Roald Dahl, Fredric Brown). Io stesso, quando ho messo insieme un'antologia di brevi testi accumulati nel corso degli anni,  erano appunto così (il libro è "Dall'altra parte", edito da Cut-Up). Ecco, dal mio punto di vista di grande lettore di "finali a sorpresa", e piccolo scrittore di raccontini del genere, le trovate di Camilleri mi sono parse un po' deludenti. Mi azzardo a dire qualcosa di cui, lo so già, mi dovrei vergognare (ma mi si perdoni l'affermazione valutandola come tesa soltanto a spiegare meglio il senso del mio giudizio), ma, pulizia formale e stile perfetto a parte, qualche ideuzza un po' più brillante per dimostrare la perfidia del diavolo, persino io sarei riuscito ad averla.

lunedì 29 ottobre 2018

IL VOLO DELL'ELEFANTE



Stefano Bidetti
IL VOLO DELL'ELEFANTE
L'Erudita
2018, brossurato
265 pagine, 21 euro


Stefano Bidetti (romano, classe 1960, una laurea in Scienze Politiche) è un infaticabile organizzatore di eventi e di iniziative editoriali amatoriali in ambito fumettistico, appassionato di cinema, letteratura, illustrazione e ormai definitivamente votato a coltivare la sua vena artistica come sceneggiatore di storie a fumetti (finora tutte brevi e circostanziate) ma anche, come dimostra questo suo primo romanzo, di scrittore di narrativa, dopo essersi cimentato a lungo come saggista specializzato nella Nona Arte. A dispetto della sua preferenza per le tematiche avventurose (la sua principale passione fumettistica è Zagor), per "Il volo dell'elefante", la sua opera prima in ambito romanzesco, ha scelto il terreno dell'introspezione psicologica, indagando sui delicati temi dell'amicizia,, dell'amore, della crescita, della competizione fra amici. E' ben vero che il romanzo comincia subito dopo un omicidio e con la pistola che l'assassino, rientrato in casa dopo il delitto, getta sul letto. Però, tutto il resto è una dettagliata ricostruzione del percorso che ha condotto Roberto a uccidere l'amico Alex, a lui legato fin dai banchi di scuola. E chi immagina di scoprire un movente forte, clamoroso, eclatante (un violento litigio, soldi rubati, droga, gravi contrasti famigliari) dovrà ricredersi perché alla fine non c'è nemmeno un tradimento dovuto a una donna portata via da uno ai danni del'altro. O meglio: una donna di mezzo c'è: Francesca. E un tradimento avviene. Ma non è per quello (o solo per quello) che Roberto uccide (pur avendo forse, riguardo a Francesca, più motivi Alex). Oltre a raccontare la storia di un'amicizia durata un'intera fase della vita (l'adolescenza), Bidetti ricostruisce anche il clima di anni politicizzati (il decennio dei Settanta) con occupazioni di scuole, manifestazioni, manganellate poliziesche, senza però politicizzare il romanzo. Romanzo che ha il difetto di essere più scritto (e più scritto del necessario) che dialogato, ma di questa colpa il buon Bidetti si emenderà di sicuro con la sua opera seconda.

domenica 28 ottobre 2018

JESHUA E GESU'





Claudio Saporetti
JESHUA E GESU'
Sellerio
2000, brossurato

200 pagine, 15000 lire

L'autore è un orientalista, docente di Assirologia all'Università di Pisa, epigrafista e archeologo, e dunque conosce molto bene la realtà dell'Antico Medio Oriente e le lingue che vi si parlavano, a partire dall'ebraico e dall'aramaico, fino ad arrivare al greco. Conosce bene anche i testi biblici e i Vangeli, come dimostra nel saggio di cui stiamo parlando, in cui usa, volutamente, le grafie più giuste per i nomi dei personaggi (appunto Jeshûa al posto di Gesù, per dirne uno). Il sottotitolo del libro avverte: "Appunti interrotti sui Vangeli canonici", e fra poco spiegherò perché "interrotti". Il proposito dell'autore era di rileggere i Vangeli con l'occhio disincantato del laico "che non si fa deviare da pregiudizi fideistici". Ma anche, spiegare ai meno esperti delle fisime mediorientali tutto il substrato di tradizioni semite costrette a fare i conti con quelle indoeuropee. Perché il cristianesimo è su questo compromesso che si basa, pare. Dunque, l'ipotesi di lavoro era questa: esaminare ogni racconto evangelico, per lo più contraddittorio nelle diverse versioni date dai quattro evangelisti, cercando di dedurre come potessero essere andati storicamente e logicamente i fatti narrati, escludendo i miracoli. Si comincia con l'Annunciazione, spiegata in modo affascinante, e si procede in un crescendo di rivelazioni. Personalmente trovo plausibilissima, per esempio, l'ipotesi che l'episodio di Gesù dodicenne fra i dottori sia avvenuto quando Giuseppe e Maria sono andati a riprendere il ragazzo affidato, per la sua educazione, al parente Zaccaria, sacerdote del Tempio. La lettura è davvero accattivante, dotta e informata senza essere ostica e specialistica. Sennonché, arrivati al commento delle Beatitudini, e cioè a pagina 154, Saporetti interrompe bruscamente il suo libro così promettente. E cambia di colpo registro. "Mi è successa una disgrazia", spiega, "e questa disgrazia ha coinciso con la fine del mio tentativo. Non scriverò più niente sui Vangeli". All'autore è morta la moglie. Al che, distrutto, ha cominciato a interrogarsi sulla possibilità di una vita oltre la morte, sulla possibilità di un contatto. "All'idea dell'annichilimento totale di una persona adorata mi sono ribellato, e sono ricorso anch'io all'oppio dei popoli, alla speranza che, in qualche modo, la vita perduta in realtà non fosse perduta, ma da qualche parte vivesse". Pur senza abbracciare la fede cristiana, Saporetti comincia a disquisire sull'argomento, facendo le più varie (e anche ragionevoli) ipotesi. Però, il tema originale viene abbandonato. E questo squalifica il libro, che poteva essere pubblicato senza l'aggiunta finale; oppure le riflessioni sulla vita e sulla morte potevano essere ampliate e pubblicate a parte. Un libro interrotto, insomma. Come un giallo in cui l'autore non ci rivela chi è l'assassino.

sabato 27 ottobre 2018

ZANNA BIANCA



Jack London
Caterina Mognato
Walter Venturi
ZANNA BIANCA
Mondadori Comics
2018, cartonato
60 pagine, 7.90 euro


Dal romanzo di Jack London del 1906, ecco un adattamento a fumetti realizzato per la Francia da autori italiani e pubblicato infine anche nel nostro Paese nella collana "La grande letteratura a fumetti" di Mondadori Comics. In questo caso, e dal mio punto di vista, il principale motivo di interesse consiste nel fatto che i disegni sono di Walter Venturi, disegnatore di punta dello staff di Zagor. Abituato a disegnare foreste, pellerossa, Wild e scenari del Grande Nord, Venturi gioca in casa. Bravo, come al solito. Del film si dice che "era meglio il libro", in questo caso è ovvio che la prosa di London e gli spazzi del romanzo danno partita vinta all'opera letteraria. Resta però l'utilità di un adattamento di questo tipo sia per rinfrescare la memoria per chi ha letto "Zanna bianca" e ne recupera la trama e suggestioni grazie a un riassunto ben fatto , sia per chi non l'ha letto ma, per mezzo della più agile versione a fumetti, se ne fa un'idea (e magari decide di approfondire). Ottimo volume da mettere in mano a un ragazzo appena più curioso della media. Come sceneggiatore avrei dato un po' di spazio in più alla sequenza iniziale della slitta i cui cani e i cui occupanti uomini vengono uccisi dal branco dei lupi, una delle scene più drammatiche che io abbia mai letto, ma capisco che sia anche la più politicamente scorretta.

venerdì 26 ottobre 2018

L'OMBRA DEL CAMPIONE




Luca Crovi
L'OMBRA DEL CAMPIONE
Rizzoli
2018, brossurato
210 pagine, 18 euro

Il massimo esperto di gialli e di noir italiani è sicuramente Luca Crovi, saggista specializzato sull'argomento e infaticabile curatore, organizzatore e conduttore di eventi a tema. Fino a poco tempo fa gestiva anche una trasmissione radiofonica RAI dedicata appunto al poliziesco e al mistery in tutte le sue coniugazioni. E' ferratissimo anche sul thriller internazionale, ovviamente, amico personale com'è dei più grandi scrittori del genere di tutto il mondo, da Joe Lansdale a Wolf Dorn, per citare due nomi. Quando ho saputo che stava scrivendo un libro con protagonista il commissario Carlo De Vincenzo, mi sono allertato per poterlo leggere appena fosse uscito: De Vincenzi è infatti un personaggio del giallista Augusto De Angelis (1888-1944), creato nel 1935 con il romanzo "Il banchiere assassinato" (in tutto sarebbero stato quindici i libri a lui dedicati). Uno dei primi investigatori del giallo italiano, insomma. Negli anni Settanta fu interpretato sul piccolo schermo da Paolo Stoppa. Non un detective alla Sherlock Holmes, ma piuttosto alla Maigret, abituato a raccogliere confidenze dalle portinaie e a frequentare i quartieri popolari di Milano, la città dove vive e opera. Ecco, è questo aspetto che Luca Crovi ha particolarmente sottolineato nel riportare in libreria il poliziotto di De Angelis, rendendolo non-protagonista di un non-giallo, perché (e in questo consiste la trovata alla base de "L'ombra del campione") non c'è un caso preciso su cui indagare, un solo inquietante mistero da risolvere, ma ci sono tante spaccati della realtà quotidiana, politica e sociale della Milano del 1928. Il campione a cui si riferisce il titolo è Giuseppe Meazza, il calciatore, che qui è agli esordi e si allena nei campetti di periferia nei pressi di San Vittore. Anche su di lui vengono raccontati alcuni aneddoti che Crovi ha saccheggiato qua e là. De Vincenzi è il fil rouge che unisce più storie, piccole e grandi, testimone più che protagonista, anche quando si trova coinvolto, suo malgrado, in un attentato al Re in visita alla Fiera. Fallito, ma che costò la vita a decine di persone. Le indagini vengono subito prese in mano da investigatori del regime (siamo nei primi abbi del fascismo), non è il commissario che deve indagare, e infatti non si giunge a scoprire quale sia la verità. Crovi mostra con abilità il clima da anni di piombo della Milano dell'epoca (attentati del genere si ripetevano con drammatica frequenza), ma soprattutto mostra la realtà sociale di una città dinamica e in rapido sviluppo dopo gli anni della Prima Guerra Mondiale, ma che accanto a meraviglie come l'idroscalo e il planetario faceva i conti anche con la povertà atavica di certi quartieri popolari e con una malavita diffusa, solidale però e ben diversa dalla brutalità dei criminali di oggi. Tanti racconti uniti in una unica rassegna, che pare continuerà in altri romanzi.

venerdì 19 ottobre 2018

VITA DI SALOMONE



Alberto Jori
VITA DI SALOMONE
Editrice Ave
1994, brossura,
80 pagine, 10.000 lire

Un testo agile, brillante, ben illustrato e non confessionale: si parla di Salomone come personaggio storico. Storico, ovviamente, sulla base soprattutto di quello che la Bibbia racconta, in special modo nel Primo Libro dei Re, anche se poi si parla di lui anche nel libro di Samuele e nel Siracide. Nella Bibbia sono anche contenuti oltre tremila proverbi a lui attribuiti, poi chissà se saranno davvero suoi: fatto sta che è diventata proverbiale anche la sua saggezza. Va detto che il nostro modo di dire "sentenza salomonica" intendendo un giudizio che viene incontro a entrambe le parti, accontentandole o scontentandole tutte e due, è sbagliato. La locuzione si riferisce al famoso episodio narrato nel terzo capitolo del Libro dei Re in cui si presentano a Salomone due prostitute in lite per un figlioletto: ciascuna diceva che era suo (convivevano, avevano un bambino ciascuna, ma a una era morto il proprio e aveva sostituito il morto con l'altro vivo). Le testimonianze erano discordi, così il Re deliberò di far tagliare il piccolo in due parti con la spada. La vera mamma proruppe in pianti dicendo che allora no, non era suo, era dell'altra: così Salomone seppe che quella era la madre, quella che piangeva, e le restituì il figlio. Come si vede non è un giudizio equidistante, è un giudizio che accontenta una delle parti, quella che ha ragione. A me colpisce il fatto che una questione del genere possa essere stata portata di fronte al Re, come se non ci fossero a Gerusalemme dei giudici per l'ordinaria amministrazione, ma tant'è, le leggende sono leggende. Del resto c'è molto di leggendario, riguardo a Salomone: non solo la sua saggezza, ma anche la sua ricchezza, il suo potere, la costruzione del Tempio, la visita della Regina di Saba (leggendaria a sua volta), il numero spropositato di amanti e concubine (il che dimostra che forse tanto saggio non era). Tutto sfuma nella leggenda perché stando ai fatti regnò per quarant'anni tra il 970 e il 930 avanti Cristo. Che sia stato un abile politico è fuor di discussione: seppe sgominare diversi complotti, mantenne il potere quasi senza guerre, dotò il suo popolo (un popolo di pastori, essenzialmente) di una flotta, di un esercito di carri, di una rete commerciale, di edifici pubblici. Arricchì immensamente Gerusalemme, grazie a una efficiente organizzazione carovaniera. Fu aperto alle altre culture e consentì il culto ad altri dei (le sue concubine, giunte da terre lontane, sembra che sacrificassero regolarmente alle loro divinità nel Palazzo reale stesso), il che sollevò  dei malumori. In vecchiaia perse il senno e pare che si sia lasciato andare. Il regno, dopo la sua morte, comunque si sfaldò per colpa del figlio: segno che anche l'uomo più saggio nulla può contro la stupidaggine altrui.

venerdì 12 ottobre 2018

LA SFINGE DORMIENTE



John Dickson Carr
LA SFINGE DORMIENTE
Giallo Mondadori
brossurato, 2018
252 pagine, 5.90

Confesso una volta di più la mia passione per il giallo classico e, fra gli autori del giallo classico, dopo l'inglese Agatha Christie per me viene subito lo statunitense John Dickson Carr (1906-1977). Più cervellotico e meno letterario, più superficiale nel tratteggio dei personaggi, ma intrigante e mefistofelico. Di solito i romanzi di Dickson Carr si basano su un delitto avvenuto nella cosiddetta "camera chiusa", sottogenere del giallo in cui lo scrittore americano è assoluto maestro. Spesso hanno come protagonista il corpulento criminologo Gideon Fell. Nel caso de "La sfinge dormiente" Fell c'è, ma la camera chiusa ha un ruolo di secondo piano in quanto si tratta di una cappella mortuaria, assolutamente inaccessibile e con i sigilli intatti, in cui comunque qualcuno sembra entrato a rovesciare le casse da morto e a lasciare una boccetta di veleno. Non è lì che è stato commesso il delitto. La spiegazione della violazione di questa cripta è, secondo me, il pezzo forte del romanzo (peraltro, una bella trovata del tutto plausibile), mentre il resto, pur gradevole, nulla aggiunge ai meriti di Dickson Carr. Non è il suo capolavoro, per intenderci (quello, a mio parere, è "Le tre bare"). Siamo nell'immediato secondo Dopoguerra, e Donald Holden, un militare tornato dalle missioni di intelligence al fronte scopre che Margot, a moglie di un suo caro amico è morta sei mesi prima e che Celia, la di lei sorella, di cui Holden è innamorato, pur avendo perso i contatti per gli eventi bellici, è impazzita. Vede i fantasmi, racconta strane storie e sostiene che Margot è stata uccisa dal marito violento, oppure da lui spinta al suicidio. Il medico che ha esaminato il cadavere sostiene che si tratti di morte naturale. Qual è la verità? Si legge tutto d'un fiato, e alla fine ci si raccapezza nonostante il gran numero di fatti misteriosi.

mercoledì 10 ottobre 2018

CINNAMON WELLS






Chuck Dixon
Mario Alberti
CINNAMON WELLS
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2018

52 pagine, 8.90 euro


Il principale motivo di interesse di questo cartonato (fermo restando che Tex è sempre interessante e che questa collana di volumi alla francese, ma da edicola, merita attenzione per ogni sua uscita) consiste nel nome dello sceneggiatore: Chuck Dixon. Ovvero, uno dei più prolifici scrittori di fumetti americani. Classe 1954, è noto soprattutto per aver gestito per anni personaggi come il Punitore e Batman. Abituato alla brevità dei comic book, Dixon se la cava egregiamente nel concentrare un bel po' di avvenimenti, trame e sottostare, nelle 46 tavole a sue disposizione. Si limita a usare il solo Tex, senza gli altri tre pards, forse per poter raccontare una storia western con la sola figura del cavaliere solitario senza impelagarsi in tutti gli annessi e connessi della mitologia texiana, e va benissimo così. Il Ranger giunge in un villaggio, Cinnamon Wells, dove è appena stata compiuta una rapina costata la vita allo sceriffo del luogo. Si unisce così alla posse guidata dal giovane e inesperto vice, che però si squaglia appena è chiaro che i banditi, guidati da un esperto apache, hanno preso la strada del deserto: nessuno se la sente di proseguire l'inseguimento, tranne Tex e il malcapitato uomo con la stella senza esperienza. Il problema consiste nel trovare l'acqua, visto che l'unico pozzo su cui si poteva fare affidamento è stato fatto saltare dai proprietari di un ranch per speculare sulla sorgente disponibile sui loro terreni. Anche i banditi hanno i loro problemi: a uno di loro muore il cavallo e il tipo viene abbandonato senza troppi complimenti dai soci di malaffare. Una lettura avvincente e gradevole.

sabato 6 ottobre 2018

BARBA E BARNABA



Ugo D'Orazio
BARBA E BARNABA
VITA DA CLOCHARD
Sbam!Libri
2017, brossurato

64 pagine, 8.90 euro

Di primo acchito mi è sembrato di ritrovare Brant Parker, il cartoonist americano (1920-2007) autore, con Johnny Hart, di Wizard of Id e, da solo, del legionario Crock. E' evidente che Ugo D'Orazio, animatore e videografico che pubblica le sue strisce sul sito "Globalist.it", ne ha assorbito la lezione al punto da poterne sembrare un allievo. O il fratello brutto, dato che Parker è inarrivabile. Un altro paragone che mi è venuto in mente è con una strip che pochi conoscono, "Gummer Street", di Phil Krohn (1946), un capolavoro pubblicato negli anni Settanta in Italia sugli "Eureka Pocket", con protagonista la povera gente di un povero quartiere di una metropoli americana. Anche Barba e Barnaba sono poveri, anzi, peggio, sono barboni. Passano le serate guardando un televisore rotto abbandonato in una discarica, mangiano "sbobba marrone" alla mensa dei senzatetto, vivono (sopravvivono) di espedienti. Francesco Artibani scrive nella sua introduzione che fare una striscia è difficile, serve una sintesi coordinata nei testi e nei disegni, occorrono i giusti tempi comici. Mi pare che D'Orazio queste doti le abbia, e se pecca di originalità grafica è brillante nelle battute. Insomma, fa ridere. Che è esattamente quello che si richiede a una strip. La cui arte è difficile, appunto, e meno male c'è ancora chi la coltiva. Meno male che c'è anche chi le strisce le stampa su carta, come Spam!Libri, così che ne resti traccia quando tutto ciò che c'è on line sparirà.

lunedì 24 settembre 2018

I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA





Roberto Alfatti Appetiti
I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA
Giubilei Regnani Editore
2014, brossurato
170 pagine, 14 euro

“Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser”. Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell’intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal “Corriere dei Piccoli”), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.
Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani.
Fra gli italici autori fascistissimi di cui la damnatio memoriae imposta dal dopoguerra ha impedito si celebrasse l’opera, viene ricordato Gino Boccasile le cui Signorine, secondo Antonio Faeti, “rappresentano una pietra filosofale dell’erotismo”. Da esse nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale. Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti. Anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri.
Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, che (ognuno gettando il proprio seme) alle saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra, forse, l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti cacciato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessanti anche i capitoli su Reiser, sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella preconfezionata che si usa di solito. Ma perfino i Puffi e Tintin fanno discutere, in questo caso grazie ai paladini del politicamente corretto (giustamente derisi da Alfatti Appetiti) che ce l’hanno con la presunta apologia dell'”utopia totalitaria” rappresentata dalla comunità di Peyo, agli ordini del dittatore Grande Puffo e propugnatrice degli ideali della purezza di sangue (la razza ariana incarnata dalla Puffetta bionda), ma anche con il presunto “fascismo” di Hergé. Insomma: la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Sentiti e commoventi i ricordi dell’autore riguardo le due figure a cui è dedicato il saggio: Luigi Bernardi e Sergio Bonelli.

venerdì 21 settembre 2018

I DELITTI DEL MONDO NUOVO



Leonardo Gori
I DELITTI DEL MONDO NUOVO
Hobby & Work
Prima edizione gennaio 2002
Collana Giallo & Nero
Postfazione di Franco Cardini
cartonato - 380 pagine -  lire 30.000

In quarta di copertina, la frase “uno scrittore di gialli che non delude”. Se “Nero di maggio” poteva essere etichettato come “giallo”, a questo nuovo romanzo sicuramente l’etichetta sta stretta. Non è un giallo nonostante ci siano dei delitti misteriosi e dei colpevoli, insospettabili, da scoprire. In copertina, una scritta dice: “Mistery”.  Il che aggiusta il tiro, indubitabilmente. In verità, secondo me, il genere (ma “letteratura di genere” in Italia suona male, non per colpa della letteratura di genere ma dei critici che storcono la bocca di fronte ai generi) è il feuilleton.  Il feuilleton è un termine francese che indica il romanzo a puntate nell’appendice di un giornale. Pubblicato a puntate, il feuilleton utilizza ogni mezzo per tenere viva la curiosità dei lettori: predilige le avventure di cappa e spada, i grandi affreschi storici, le vicende commoventi e le storie d’amore. Nei “Delitti del Mondo Nuovo” (qui recensito nella sua prima edizione, ma ce ne sono state altre) c’è, indubbiamente, tutto questo. La vicenda si svolge in Toscana nel 1776, dopo un breve prologo in America ambientato nell’anno precedente, in piena Guerra di Indipendenza. Protagonista del romanzo è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena che, se si trattasse di un giallo, potrebbe essere identificato addirittura come l’investigatore. La figura di Pietro Leopoldo è ricostruita con acutezza e spessore, sorretta da una rigorosa documentazione che ci restituisce una figura umana vera, vivida, credibile e molto moderna. Dunque c’è una corte, ci sono le spie, ci sono gli intrighi, i passaggi segreti, i messaggi cifrati, i fatti d’arme. Non solo, ma i fatti si susseguono incalzanti, e la narrazione si interrompe spesso sul più bello, lasciando in sospeso il filo teso di una vicenda, per riprendere quello di un altra. Non è un romanzo a puntate, ma è costruito come se lo fosse. Ciò non significa sminuire i meriti del romanzo, tutt’altro. Anche se in Italia la parola “feuilleton” ha una accezione ingiustamente negativa (come “fumetto”), in realtà scrissero feuilleton Honorè del Balzac, Victor Hugo, Theophile Gautier, George Sand, Alessandro Dumas ed Eugene Sue. Un feuilleton è un capolavoro come “I tre moschettieri”. Il primo romanzo d’appendice, per convenzione, è il Robinson Crusoe di Daniel De Foe, apparso sul “London Post” nel 1719.  Parlando dei Tre Moschettieri, viene subito alla mente “Il Club Dumas”, e dunque uno scrittore a cui si può avvicinare Gori, e cioè Artruro Perez Reverte. Chi abbia letto un qualunque romanzo di Perez Reverte sa di come sia abile a mescolare il mistero con la Storia con la S maiuscola, il giallo con l’intreccio erudito. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  Il "Richelieu" del “Club Dumas” è l'io narrante, vale a dire un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere. Uno dei mali di molta letteratura italiana (e non) è appunto l’essere fine a se stessa, l’essere esercizio di bello stile, del dire ma non del raccontare. Troppo spesso alla letteratura è mancata la trama, è mancato l’intreccio, è mancata la storia, sono mancati i fatti. In Gori, la trama c’è. I fatti sono raccontati in modo serrato, la costruzione è avvincente, l’intreccio tutt’altro che banale.
Il delitto di un ingegnere impegnato nella costruzione della nuova e ardita strada granducale destinata a collegare Firenze con Modena attraverso il valico dell’Abetone, scatena una serie di fatti di sangue sulle montagne pistoiesi nei dintorni di Cutigliano. Il granduca Pietro Leopoldo, abituato a occuparsi in prima persona di ciò che avviene nel suo regno, si reca sul posto per rendersi conto di quanto stia avvenendo. Ma strada facendo, cade in una imboscata tesa da chi aveva architettato tutto per attirarlo in trappola e ucciderlo. Solo per caso gli viene risparmiata la vita, e il brigante slavo chiamato Lupo, incaricato di eliminarlo, finisce per salvarlo allorché si rende conto che le idee illuminare del sovrano rendono preziosa, per la gente come lui, la sua opera riformatrice. Il complotto teso a eliminare Pietro Leopoldo, che solo nel colpo di scena finale viene rivelato in tutta la sua complessità e nelle sue sofisticate motivazioni, voleva impedire che il Granduca potesse divenire Re delle Colonie Ribelli del Nord America, com’era negli accordi segreti con Jefferson e Washington. Pietro Leopoldo era in contatto con i rivoluzionati americani al punto da collaborare a scrivere la Dichiarazione di Indipendenza (a cui del resto contribuì non poco anche il fiorentino Filippo Mazzei) e il progetto dei capi ribelli e del Granduca prevedeva non che, a indipendenza ottenuta, si costituisse una federazione repubblicana ma una monarchica retta da un sovrano illuminato e democratico, in modo da consentire un passaggio meno traumatico dal regno di re Giorgio verso una nuova ma futura Repubblica destinata a instaurarsi solo quando i tempi fossero stati maturi.  Le idee di Pietro Leopoldo erano infatti del tutto tese all’avvento del “Mondo Nuovo” che avrebbe soppiantato l’Ancient Regime. Egli credeva che gli uomini nascessero tutti liberi e tutti uguali, e che ognuno avesse il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, com’è scritto nella costituzione americana. Il complotto ai suoi danni, benché sventato, gli impedisce comunque di dare tempestive comunicazioni a Jefferson della sua definitiva disponibilità a collaborare e dunque la rivoluzione finisce come la storia ci insegna e con Pietro Leopoldo rimasto al suo posto, a Firenze. Solo nelle ultime pagine scopriamo però che il complotto non era stato ordito, come era lecito supporre, dai reazionari, dai nobili, dagli imperiali o dagli inglesi. Al contrario: a capo c’è addirittura Robespierre, che intendeva impedire comunque l’instaurazione in America di una monarchia seppur illuminata, perché la Rivoluzione fosse completa.  Da notare. infine, come i romanzi di Gori siano sempre ambientati in momenti di passaggio della Storia, all’alba di eventi nuovi. Qui sta per arrivare la Rivoluzione Francese. Così, in “Nero di Maggio”, si era nel 1938, stava per arrivare la bufera. 
Da notare che uno dei personaggi, un popolano della Montagna Pistoiese, si chiama Burattini. Del resto il mio nome figura in una nota insieme a quelli di chi ha fornito all'autore un qualche tipo di consulenza (la mia è stata limitatissima).


venerdì 7 settembre 2018

CUORI IN ATLANTIDE





Stephen King
CUORI IN ATLANTIDE
Sperling & Kupfer
Prima edizione gennaio 2000
cartonato - 600 pagine 
lire 34.900

"Cuori in Atlantide", di Stephen King, è uno straordinario affresco della vita nella provincia americana tra il 1960 e il 2000, attraverso le vite parallele (ma anche intersecantesi) di un gruppo di ragazzi nati nei bigotti e moralistici Fifties e cresciuti nei decenni successivi, quelli invece della contestazione. Il libro è costruito con una giustapposizione di racconti imperniati su personaggi diversi, che però compaiono in tutte le storie in posizioni diverse e magari secondarie. Il primo racconto è il più lungo e l’unico con gli ingredienti del fantastico: racconta di un ragazzo dell’immaginaria e sonnolente cittadina di Harwich, Bobby Garfield, orfano di padre e ostaggio di una madre nevrotica, e ne segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza (all’inizio lo vediamo emozionato per la tessera che gli dà l’accesso alla sezione degli “adulti” della biblioteca pubblica). Il passaggio è visto come un susseguirsi di prove iniziatiche, con l’aiuto di un angelo custode dall’aspetto di un vecchio venuto da un’altra dimensione (e qui i riferimenti – che purtroppo infastidiscono,  – sono al ciclo kinghiano della “Torre Nera”). Ma  il racconto più bello in assoluto, e più coinvolgente, non ha niente di fantastico e di orrorifico, ed è quello che dà il titolo alla raccolta: “Cuori in Atlantide”. Siamo in un campus universitario americano negli anni Sessanta, all'epoca della Guerra del Vietnam, e ci viene descritta la presa di coscienza da parte dei giovani studenti della "generazione perduta" del dramma della guerra (anche chi non voleva mettere in discussione la guerra doveva farci i conti: non superare gli esami voleva dire partire per la giungla).   Sconvolge la descrizione di come un gioco a carte ("cuori") invasi a tal punto un gruppo di studenti da far dimenticare loro la necessità di studiare e quindi li precipita all’inferno, in Atlantide (così veniva chiamato, appunto, il Vietnam nel gergo dell'epoca). C’è probabilmente la metafora della droga, c’è sicuramente quella del desiderio di autodistruzione nell’obnubilamento tipico di una certa fase della crescita (e del male di vivere di tutte le età). C’è anche la descrizione del dramma di una società piena di contraddizioni che si scopre lacerata mentre fino a pochi anni prima aveva vissuto nel mito dell’unità delle sue componenti. I conflitti generazionali si rivelano esplosivi e minano alle fondamenta i valori comuni e preconfezionati su cui ci era illusi di aver costruito un castello che si rivela di sabbia. La crescita (l’evoluzione) della società corrisponde a quella degli individui che da bambini si fanno uomini, e donne. Gli altri tre racconti sono brevi e meno interessanti, ma servono a concludere l’affresco. “Willie il cieco”, ambientato negli Anni 80, racconta di un reduce del Vietnam che non ha combattuto quasi per niente ma del Vietnam ha fatto il suo mestiere giacché ogni giorno si traveste da barbone e chiede l’elemosina fingendosi infermo di guerra, mentre fuori dall’orario di “lavoro” ha una cosa da borghese benestante: la carità gli permette di vivere bene (e gli ideali di una intera generazione possono andare a farsi benedire). Nella nota finale, l’autore ringrazia alcune persone, fra cui la moglie, per averlo aiutato a “trovare il coraggio” di scrivere questo libro. Segno che quel che King racconta lo ha davvero sentito, e vissuto.

mercoledì 5 settembre 2018

TEX WILLER






Rudi Bargioni - Ercole Lucotti
TEX WILLER
Analisi semiseria del più popolare fumetto italiano
Gammalibri
1979, 140 pagine

Traspare dalle pagine del saggio (uno tra i primi, risalendo al 1979, a occuparsi del personaggio di Bonelli & Galleppini) il rapporto odio/amore dei due autori nei confronti di Tex, di cui viene evidenziata una affascinante ambiguità: da una parte, infatti, Tex è un ribelle insofferente verso l'autorità e la burocrazia, dall'altra invece propone valori di tipo "conservatore" quali la difesa della legge e dell'ordine costituito. In realtà l'ambiguità non esiste, in quanto Tex non è un difensore dello status quo, ma solo della giustizia. Dalla parte del torto o della ragione non si trovano sempre quelli di "destra" (i politici, i militari e i ricchi possidenti) o sempre quelli di "sinistra" (i pellerossa, i bianchi spiantati e diseredati): per questo motivo è ingiusto cercare di applicargli etichette come "progressista" o "reazionario". Casomai si potrebbe discutere sulla sicurezza manichea con cui Tex individua subito e a colpo sicuro (senza dubbi né incertezze) i "buoni" e i "cattivi", ma questo è un altro discorso. Bargioni e Lucotti propongono anche una analisi strutturale delle storie di Tex. Il concetto è il seguente: tutte le avventure del nostro eroe si basano sullo stesso schema, il cui sviluppo è in gran parte prevedibile. Il lettore è quello si trova insomma immerso in un gioco di cui conosce le regole e l'esito, e trae soddisfazione solo dalle variazioni minime attraverso le quali il protagonista giunge ad avere ragione del cattivo di turno. L'apparente varietà delle trame, sostengono Bargioni e Lucotti, si riduce a ben vedere a pochi canovacci fondamentali, riproposti ogni volta con indiscutibile perizia dagli sceneggiatori texiani: ciò non a danno del lettore, ma anzi assecondando le sue attese. Le eccessive innovazioni, infatti, infastidiscono il pubblico piuttosto che stuzzicarlo.  I due autori tentano addirittura di sviluppare una "morfologia di Tex", richiamandosi in questo al fondamentale trattato intitolato "Morfologia della Fiaba" scritto nel 1928 dallo studioso russo Vladimir Propp. Chi sfogliasse il saggio di Propp scoprirebbe con sorpresa come le sue pagine sono piene di quelle che possono a tutti gli effetti essere considerate formule algebriche: il suo intento è infatti quello di dimostrare come qualunque racconto fiabesco sia in realtà costruito sulla base del medesimo schema, costruito grazie a una rigida "grammatica" dell'affabulazione, e riconducibile a una sorta di espressione matematica in grado di tener conto delle variabili. Lo stesso cercano di fare i due analizzatori delle storie di Tex i quali, in maniera molto semplificata rispetto all'esempio proppiano, propongono un elenco di poche "funzioni" principali. Queste sarebbero, essenzialmente: il Danno (il reato o il mistero), la Missione (Tex decide di occuparsi del caso - o è costretto a farlo), il Viaggio (i pards giungono sul luogo), l'Indagine, la Prima Mossa del malvagio (che tenta di ostacolare il nostro eroe), la Lotta aperta con il criminale, la Vittoria di Tex, che coincide con la Punizione del Cattivo. Utilizzando le iniziali maiuscole delle "funzioni" come caratteri algebrici, ecco una formula (qui ridotta ai minimi termini) in grado di riassumere tutte le avventure di Tex: D+M+V+I+PM+L+V = PC.

martedì 4 settembre 2018

SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?



Stephen Webb
SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?
Sironi
2018, 494 pagine
brossura, 25 euro 

La domanda è quella del cosiddetto “paradosso di Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e  inserito nella collana “I saggi di Focus”. Adesso viene ripreso, in edizione ampliata da Sironi. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni? Webb fornisce decine di possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov, che all'argomento dedicò il suo saggio "Civiltà extraterrestri",  la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

venerdì 31 agosto 2018

I RACCONTI DI OSCAR



Mauro Adorni
I RACCONTI DI OSCAR
Ficcadori Editore
brossurato, 1998
100 pagine

Il dialetto di Sissa è del tutto diverso da quello dei paesi vicini (siamo lungo la riva del Po dalle parti di Colorno, nei pressi di Parma). Si parla soltanto lì, non esistono né grammatiche né vocabolari. Però, proprio in sissese Mauro Adorni ha scritto i suoi racconti e le sue poesie raccolte in questo libro, che Luigi Alfieri ha tradotto in italiano lasciando il testo originario a fronte. Ora, il motivo per cui mi sia messo a leggere le storie del falegname Oscar e di sua sorella Lina non è del tutto chiaro neppure a me, però credo sia in relazione al fatto che Adorni (classe 1941) è un attore comico dialettale descritto come "irresistibile" da Paolo Briganti, autore dell'introduzione. Attore, capomico, ma anche autore di testi (almeno una ventina le sue commedie), poeta: "Chi ha visto e sentito almeno una volta Mauro Adorni recitare sul palcoscenico potrà godere ancora di più (nel leggere questi racconti) pensando alle sue maschere, alla sua voce, ai suoi sguardi, alle sue timidezze che tanto ricordano il grande Gilberto Govi". Ecco: ho fatto la prova. Mi sono messo a confrontare il testo dialettale con la traduzione: "A riva in biciclata la moiera dal masalén par dir che so marì l'era stà mal durant la nota e al n'sa sintéva mia ad masar". In italiano: "Arriva in bicicletta la moglie del norcino per dire che suo marito si era sentito male durante la notte e non era in grado di dar luogo alla maialatura". Cioè, per quel che capisco, l'uccisione del maiale. Ecco, con tutto il rispetto per il traduttore, il racconto ha senso solo se immaginato letto da Adorni in sissese. Come capita, del resto, e qui faccio un riferimento alla mia personale esperienza di commediografo vernacolare, per le commedie in vernacolo fiorentino che si cerca di tradurre in lingua. "I racconti di Oscar" non hanno un gran trama: sono brevi scenette tratte dalla vita di campagna com'era un tempo, anche piuttosto triviali (flatulenze, mal di pancia, scherzi da cortile o da osteria), ma l'estro dialettale con cui vengono raccontate vale la lettura.

mercoledì 29 agosto 2018

SATANICHE E INCANTANTE



Giuseppe Peruzzo
SATANICHE E INCANTANTE
Femmine, censure e viandanze nell'opera di Magnus
Q Press
2017, brossura
130 pagine, 12.90 euro

"Lei è il più grande disegnatore del mondo", disse il giovane (men che ventenne) Giuseppe Peruzzo, durante l'edizione 1980 di Lucca Comics, a Magnus che incontrava per la prima (e ultima) volta. A distanza di quasi quarant'anni, Peruzzo, oltre a raccontare di quel suo incontro, salda il suo debito di lettore (informato attento e consapevole) confezionando un saggio sull'opera di Roberto Raviola (appunto, Magnus, 1939-1996). Saggio che il sottotitolo lascerebbe intendere dedicato all'erotismo nelle tavole del grande disegnatore bolognese, ma che in realtà è un perfetto e compiuto vademecum su tutti gli aspetti della sua produzione. Le "viandanze" a cui si allude sono le peregrinazioni tra i generi e le esperienze che caratterizzano i fumetti di Magnus, che nella seconda parte della sua vita si firmava anche con il simbolo orientale del Viandante, appunto. Fa piacere vedere considerare degne di ugual stima e attenzione sia le pubblicazioni dell'Editoriale Corno, quelle con i testi rivoluzionari e dirompenti di Max Bunker (e dunque Kriminal, Satanik, Maxmagnus, Alan Ford - ma anche Gesebel e Dennis Cobb) sia le successive al "divorzio" con Luciano Secchi, quelle che portarono Magnus a percorrere strade complicate e tortuose. La distinzione fra fumetto popolare e d'autore è astrusa, dato che se c'è un fumetto c'è anche un autore. Peruzzo riconosce gli straordinari meriti di Bunker come autore di sceneggiature che Magnus seppe interpretare in modo altrettanto straordinario, e individua nel racconto breve "Il soldatino impiombato" (apparso su "Eureka") la summa e il top della loro produzione: perfettamente d'accordo. Poi segue il Maestro nelle sue peregrinazioni e nei suoi contorcimenti esistenziali e artistici in grado di dar vita a lavori mozzafiato spremuti da travagli e passioni, senza che mai Raviola abbia rinnegato la sua vita precedente, da cinque albi al mese da mandare in edicola. I Briganti, lo Sconosciuto, la Compagnia della Forca, Le 110 Pillole, Le Femmine Incantate, Necron, il Texone. Facendo bene i conti, è una leggenda urbana quella di un Magnus che, dopo Alan Ford, avrebbe disegnato poco: la sua produzione tra il 1976 e il 1996 è, anche quantitativamente, esuberante. Peccato per lo strambo formato dell'aureo saggio, tascabile e orizzontale, e per la carenza di illustrazioni a corredo del testo. Per il resto, è da avere, leggere, tenere a portata di mano rileggendo l'opera omnia di Roberto Raviola.

martedì 28 agosto 2018

LA SETTIMANA BIANCA




LA SETTIMANA BIANCA
di Emmanuel Carrère
Adelphi
2014, 140 pagine
brossurato, € 16.00


Diventare grandi significa dover affrontare, da soli e senza difese, gli orrori della vita. Potrebbe essere questo il senso de "La settimana bianca" dello scrittore francese Emmanuel Carrère, qui alle prese con un racconto di pura invenzione prima di scegliere la strada, che sta proseguendo tuttora, della ricostruzione storica e dell'autobiografia. La storia è raccontata dal punto di vista Nicolas, un ragazzino timido e introverso costretto a partire per la settimana bianca organizzata dalla sua scuola: a nulla è valso il tentativo di darsi malato, dato che il medico di famiglia si è rifiutato di stilare un falso certificato, ritenendo anzi utile al piccolo paziente confrontarsi con gli altri e iniziare a socializzare. Anzi, tutta la trasferta in montagna è stata organizzata proprio per favorire il distacco degli adolescenti dal nido famigliare, al punto che sono state vietati i contatti telefonici. Però Nicolas è un bambino "strano", che qualche volta fa ancora la pipì nel letto e ha il terrore che i suoi compagni se ne accorgano. Il suo disagio nei rapporti con i coetanei è reso in modo magistrale attraverso piccoli dettagli e quasi in assenza di accadimenti particolarmente traumatici: tutto però genera inquietudine e stringe un cappio alla gola del lettore. Se inizialmente la vicenda sembra una storia di "formazione" (Nicolas vive per la prima volta l'esperienza di una polluzione notturna e si accorge dell'erezione di un compagno che gli si strofina addosso), poi ci si rende conto di come la fragilità del protagonista deriva da qualcosa di traumatico (e di non detto, ma che il lettore percepisce) all'interno della sua stessa famiglia, e di cui sono stati forniti tutti gli indizi fin dall'inizio, dato che nessun particolare è stato lasciato al caso. La verità sulla figura del padre di Nicolas si scopre nel finale, sempre attraverso il filtro delle percezioni e delle emozioni di Nicolas: tutto è narrato dai suoi dintorni, rasoterra, per cui i campi lunghi o le visioni dall'alto sono escluse, lo sfondo è sfumato. Solo da ultimo ci si rende conto di aver letto un thriller o un noir, senza però scene di sangue né inseguimenti da parte di un assassino. L'assassino è la vita, il mondo fuori, il destino che ci aspetta.