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domenica 6 agosto 2023

ETERNITY – LA MORTE E' UN DANDY


 



Alessandro Bilotta
Sergio Gerasi
ETERNITY – LA MORTE E' UN DANDY
Sergio Bonelli Editore
2022, cartonato
72 pagine, 17 euro


Essendo del mestiere (faccio lo sceneggiatore di professione), quando leggo un fumetto mi viene istintivamente di pensare una fra queste tre cose, a seconda dei casi: avrei saputo scriverlo anch’io, oppure: io lo avrei scritto meglio, oppure: io non sarei mai riuscito a scriverlo. Probabilmente la terza eventualità è quella che capita più spesso, ma resta il fatto che io a un personaggio come Alceste Santacroce non ci sarei mai arrivato. Di fronte al primo volume della serie “Eternity” l’ho letto una prima volta incredulo tavola dopo tavola, tornando spesso indietro per capire se avevo compreso bene, e alla fine, richiuso il volume, l’ho riaperto e l’ho riletto da capo, rimanendo sbalordito dalla seconda lettura quanto dalla prima. A volte si spreca l’aggettivo “capolavoro” per qualcosa di cui, insomma, ci sarebbe da discutere. Nel caso de “La morte di un dandy”, invece, credo proprio che non si possa fare a meno di usarlo. Il problema è riuscire a spiegarlo e giustificarlo, inserendo, come ogni bravo recensore dovrebbe fare, l’opera in un contesto, in una produzione di qualcosa che gli somigli, in una appartenenza. In questo caso è difficile riuscirci. Forse bisogna partire dalla prefazione di Alessandro Bilotta, il quale non parla dell’opera ma di se stesso e il cui senso è raccontare la propria non appartenenza, a partire da una sindrome dell’abbandono che lo affligge: “Ho cercato a lungo dei maestri, soprattutto nel mio mestiere, una figura che si è andata spesso confondendo con quella del padre, forse rifà capolino l’abbandono; li ho cercati, ma non ne ho trovati, potrebbe c’entrare con quel discorso di non appartenenza. A ogni modo ho dovuto quindi imparare a fare da me e, se all’inizio la consideravo una disgrazia, poi mi sono convinto che chi nella vita ha avuto la fortuna di incontrare dei maestri non ha conosciuto la fortuna di non averne incontrati affatto”. Chi ha letto e amato la serie di Mercurio Loi (personaggio che compare in un paio di tavole anche nel primo volume di “Eternity”) sa che cosa aspettarsi da Bilotta: chiede moltissimo al lettore. Siamo di nuovo a Roma, ma non è più quella papalina, anche se non si capisce in quale epoca ci si trovi: in una scenografia vintage convivono elementi degli anni Sessanta e della contemporaneità, come a volerci dire che certe cose non cambiano mai o che viviamo in un eterno presente (o in un eterno passato). Ci sono i bar con i portacenere della Cinzano, le edicole e i giornali di carta; si dice che sono tornate di moda le TV in bianco e nero; ci sono fumetti e fotoromanzi ma anche gli influencer e le installazioni artistiche, ci sono le testate scandalistiche e i carabinieri con la bandoliera, automobili dalla foggia evergreen impossibili da datare, insegne al neon, tavolini sui marciapiedi, ristoranti in cui si può fumare, ma anche cellulari avveniristici. Soprattutto, ci sono tante feste con la cocaina da fiutare in euro arrotolati. Un mondo fatuo e ipocrita in cui Alceste Santacroce sguazza ma con malcelata noia e ostentato disgusto. E’ un dandy cacciatore di scandali sulle cui cronache mondane si basano le fortune di un settimanale di gossip chiamato “L’infinito”, diretto da Quinto Serafini. Costui in passato aveva fatto l’attore in una serie TV (del “servizio pubblico”) interpretando un certo Don Saturnino, educatore ed esempio della fanciullezza tutta, prima di essere scacciato perché tacciato di omosessualità, cosa di cui ride, avendo comunque una montagna di soldi. Alceste potrebbe forse ricordare il Jep Gambardella di "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, sennonché il personaggio di Bilotta sembra impenetrabile da ogni passione tranne quella per Falco Blu, un eroe dei fumetti di cui ha la collezione completa, l’unica cosa che gli dispiaccia di perdere quando il suo appartamento va a fuoco. Anche quando sembra innamorarsi di Lucrezia, performer e webstar che mostra già però le prime rughe, non esita a violare i segreti del suo cellulare per realizzare un nuovo scoop che porta a far dimettere un ministro. Non che la cosa gli piaccia, lo diverta, lo soddisfi. Pare in preda allo spleen esistenziale, a cui sopravvive chiudendosi in una sorta di atarassia sentimentale, che lo porta a frequentare locali affollatissimi ballando da solo, circondato da piccola gente da cui resta emotivamente lontano. L’imperturbabile Alceste, sigaretta perennemente in bocca o elegantemente tenuta fra le dita, ha l’unica faccia che possa rendere ragione del suo mal di vivere scontato vivendo leggiadro sopra le righe, quella di Jude Law, perfetta nella recitazione resa dallo stupefacente ed elegantissimo Sergio Gerasi, incredibilmente bravo nella ricostruzione di un mondo inesplorato e sincretico efficacemente colorato da Adele Matera, e nel dare mimica agli ipnotici e magistrali dialoghi dell’autodidatta Bilotta.

venerdì 30 dicembre 2022

LA FINE DI ROMA

 
 

 
 
Corrado Augias
LA FINE DI ROMA
Einaudi
cartonato, 2022
306 pagine, 20 euro


“Trionfo del Cristianesimo, morte dell’Impero”, spiega il sottotitolo del saggio, di taglio gradevolmente divulgativo, di Corrado Augias, che già in precedenza aveva indagato, con approccio quasi giornalistico, sulla figura storica di Gesù. Gesù di cui qui non ci si occupa, partendo invece dalla predicazione di San Paolo, ritenuto il vero “inventore” del Cristianesimo, quello che gettò le basi, con la sua predicazione e le sue Lettere, alla teologia cristiana (che non nacque già scritta e messa a punto, ma sedimentò nei secoli nel corso – e ancora sta sedimentando). Che la fine di Roma, intesa come crollo dell’Impero Romano d’Occidente (476), possa essere messa in relazione con il trionfo del Cristianesimo è la tesi dello storico inglese Edward Gibbon (1737-1794), autore del celebre saggio “Decadenza e caduta dell’Impero Romano” (quello che ispirò “Fondazione” di Isaac Asimov). Tesi che Augias ridimensiona, in accordo con le analisi di autori successivi. Tuttavia, “La fine di Roma” racconta soprattutto del rapporto contraddittorio fra gli imperatori e i cristiani, il cui numero andava crescendo sempre di più, e che si trasformarono, alla fine, da perseguitati a persecutori (paradigmatica da questo punto di vista l’uccisione della filosofa Ipazia ad Alessandria d’Egitto). 
Il saggista racconta, anche con tecnica aneddotica, le vicissitudini dell’alternarsi degli imperatori, soffermandosi soprattutto su quelle più interessanti, quali Adriano, Marco Aurelio, Costantino o Giuliano “l’Apostata”, ma si dedica anche i teologi cristiani che andavano elaborando i dogmi di fede tramandati fino a noi, come Sant’Agostino, Tertulliano, San Girolamo e Sant’Ambrogio. Colpisce come la visione del sesso e la concezione della donna tra i primi pensatori cristiani e durante i primi concili abbia avuto, secondo Augias (che dedica all’argomento due capitoli), un certo peso nell’evoluzione delle dinamiche storiche. Colpisce anche il fanatismo di chi, fra i cristiani, cercava il martirio, al pari della crudeltà con cui li si martirizzava (anche se non sempre per volontà diretta dei Cesari). Spesso e volentieri il saggista descrive monumenti ancora oggi vistabili a Roma collegati con i fatti oggetto dei suoi racconti, e questo rende il testo molto accattivante e paragonabile a un documentario (anche grazie al supporto di una ricca documentazione fotografica). Manca tuttavia, nel susseguirsi di aneddoti, una analisi stringente sulla caduta dell’Impero, i cui motivi vengono genericamente indicati con l’eccessiva estensione del territorio da amministrare, tale da rendere impossibile il funzionamento della burocrazia e della catena di comando soprattutto nelle regioni poste ai confini più lontani. Manca anche una descrizione puntuale delle invasioni barbariche, per le quali, forse, servirà un altro libro.

lunedì 9 maggio 2022

IL SACCO DI ROMA

 


 

Antonio Di Pierro

IL SACCO DI ROMA

Saggistica storica - Mondadori

Collana Oscar Storia

Ristampa 2005

brossurato – Euro 8,80

 

Il saggio di Antonio Di Pierro, giornalista romano classe 1947, è uscito la prima volta nel 2002 all’interno della collana mondadoriana, dei volumi cartonati de “Le scie”, è stato ristampato negli Oscar Storia nel 2003. Dietro la bella copertina (un particolare di un dipinto di Gustave Jacquet – ma peccato che poi all’interno del volume l’iconografia lasci a desiderare), Di Pierro racconta i tragici fatti del Sacco di Roma di lunedì 6 maggio 1527 in presa diretta, come se fosse un giornalista inviato a riferire e a trasmettere un resoconto di ora in ora. In ognuno dei primi 24 capitoli (che appunto a partire dalla mezzanotte coprono ciascuno un lasso di tempo di 60 minuti) si raccontano i fatti con un buon piglio narrativo e poi si approfitta di uno spunto per raccontare qualche retroscena precedente o per descrivere le condizioni di vita nella Roma del Cinquecento o per esaminare la situazione militare e politica nel resto d’Italia. Così, viene offerto al lettore un quadro esaustivo e affascinante. La trovata della cronaca storica “in diretta” ha però il limite di non permettere giudizi a posteriori, perciò tutto si valuta per quel che era possibile valutare sul momento. Un venticinquesimo e ultimo capitolo è distanziato di un anno (e racconta del ritorno del Papa Clemente VII a Roma nel 1528) per potere, appunto, fare il quadro degli eventi nei dodici mesi successivi al Sacco. In tutto il libro si parla dei Lanzichenecchi come di milizie al soldo di Carlo V e dunque a volte sembra che il Sacco sia stato ordinato dal cattolicissimo imperatore, mentre la versione più accreditata dell’evento sostiene che Carlo V non fosse stato informato della piega che avevano preso gli eventi e che i Lanzichecchi abbiano attaccato Roma solo per saccheggiarla perché affamati e non pagati. Non che Di Pierro non dica anche questo, ma sotto sotto sembra pensare che Carlo V in realtà sapesse o prevedesse. In ogni caso, una lettura avvicente e interessante.

 

martedì 28 dicembre 2021

LA LUNGA NOTTE

 

 
 
Leonardo Gori
LA LUNGA NOTTE
Tea
cartonato, 2021
274 pagine, 15 euro


La saga di Bruno Arcieri, portata avanti dal 2000 da Leonardo Gori (Firenze, 1957) conta a questo punto dodici romanzi ambientati lungo la storia italiana (ma con due excursus parigini) tra il 1938 e il 1970.
Bruno Arcieri è un nome non è scelto a caso, ma un preciso inside joke: è così che venne chiamato l’eroe dei fumetti Brick Bradford alla sua prima apparizione in Italia, proprio negli anni Trenta (e Gori è un grande esperto di comics, sui quali ha scritto una gran quantità di saggi e articoli). L'elemento più caratteristico del personaggio (un ufficiale dei carabinieri, fiorentino, dalla coscienza tormentata) è appunto il suo essere calato nelle vicende storiche in cui si trova ad agire vivendole sul campo, dunque ricostruite con una forte aderenza alla realtà. Il primo romanzo in cui compare Arcieri si intitola "Nero di maggio". 
Ne abbiamo parlato qui: 
E' un thriller che si svolge a Firenze nella primavera del 1938, durante i preparativi e lo svolgimento della visita alla città di Adolf Hitler e Benito Mussolini. L'intreccio giallo, pur accattivante e avvincente, risulta messo in secondo piano dall’interesse che suscita nel lettore la ricostruzione della realtà sociale e politica (fiorentina, toscana, ma indubbiamente anche nazionale) in un momento così cruciale nella storia dell’umanità. Il fascismo permeava di sé ogni aspetto della società, dopo un quindicennio anni di dittatura, ma nel romanzo di Gori appare meno monolitico di quanto possa sembrare da altre più superficiali ricostruzioni, con trame e correnti, con nudi e puri della prima ora e approfittatori della seconda; in ogni caso, con tanti scheletri negli armadi. Ma soprattutto, per la prima volta dopo tanti anni, nel 1938 c’è, nei più acuti osservatori, la sensazione che la storia stia per cambiare, che gli eventi precipitino, e c’è chi teme il futuro, chi lo attende con fatalismo e rassegnazione, con il senso dell’impotenza, chi lotta e lavora per prepararlo e modellarlo. Scrive Gori nelle ultime pagine del romanzo: “Gli anni Trenta, in buona parte spensierati, leggeri, correvano a precipizio per una nuova e ancora inconoscibile strada, verso scelte terribili e destini segnati, lasciando inconsapevoli le folle, indecisi e perplessi gli intellettuali, gli stessi politici ignari. La primavera fiorentina cambiava le carte in gioco non solo per l’Italia ma per l’Europa e il mondo, e si avvicinava prepotente, per tutti, l’ora di scegliere finalmente tra l’opportuno e il vero, tra la vita e l’abisso, tra il bene e il male. Era la fine del quieto vivere borghese all’ombra del fascismo”. 
Arriva il tempo delle scelte, come si vede appunto ne "La lunga notte", romanzo di ambientazione romana: siamo infatti nella capitale tra il 7 e l'8 settembre del 1943. Il fascismo è caduto, e Badoglio sta per proclamare l'armistizio che segnerò l'occupazione nazista in Italia. La Storia avrebbe potuto prendere una piega decisamente diversa se il Re non fosse fuggito da Roma, se si fossero presi accordi con gli Alleati, se alle truppe italiane fossero stati dati ordini precisi secondo un piano prestabilito. Leonardo Gori immagina il capitano Arcieri impegnato a fare da interprete fra le autorità italiane e due militari americani giunti di nascosto per concordare i termini di una intesa. Intesa che qualcuno vuol far fallire. Arcieri si trova faccia a faccia con Badoglio e con il Re, e si rende conto di losche trame ordite da fascisti e agenti segreti, in un clima da fine del mondo. C'è però anche un delitto su cui indagare, e che sembra commesso da Elena Contini, una giovane giovane donna ebrea con cui il capitano ha una relazione e che, dopo l'avvento delle leggi razziali, nasconde in casa propria. Elena era già stata protagonista di "Nero di maggio", dove si proponeva addirittura di compiere un attentato contro Hitler. Qui la vediamo in procinto di fuggire da Roma verso la Palestina, interrompendo la sua relazione con Bruno. Anche se il giallo viene risolto, certamente sua la soluzione diventa di secondaria importante nel dramma di una Italia divisa in due, sgomenta di fonte alla totale incertezza del futuro. "La lunga notte" ha un seguito in quello che io reputo il più bello dei romanzi della serie, "Il passaggio", ambientato durante la liberazione di Firenze, nel 1944 (romanzo pubblicato nel 2002). Altrettanto bello, anche se di argomento diverso, "L'angelo del fango", che racconta di Arcieri durante i giorni della disastrosa alluvione di Firenze del 1966 (pubblicato nel 2005). 
A corredo de "La lunga notte" troviamo un racconto inedito, "La regola del gioco", con protagonista un Arcieri anziano che riflette sulla sua scelta del settembre 1943, quella in cui, dopo il proclama di Badoglio, deve decidere da che parte stare. In questo racconto Arcieri incontra il Commissario Bordelli, il personaggio di Marco Vichi, che già era comparso ne "L'angelo del fango" (i due si scambiano le visite, dato che anche Vichi racconta dell'alluvione in un suo romanzo con Bordelli, e lo fa incontrare con Arcieri). Non si creda, a questo punto, che il prolifico Gori scriva solo avventure di Bruno Arcieri. La sua produzione è molto più variegata, e invito a scoprirla. Si veda, per fare un esempio, qui:
http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../i-delitti...

sabato 2 gennaio 2021

SPQR

 
 

 
Adriano Carnevali
SPQR
Sbam!Libri
brossurato, 2019
80 pagine, 9.50 euro


Adriano Carnevali (Milano, 1948) è uno di quegli autori di fumetti che ci si chiede come mai non godano della notorietà che meriterebbero per la loro straordinaria bravura e il gran lavoro svolto. Non parliamo poi del confronto con la notorietà di youtuber o fenomeni da baraccone che imperversano su Internet: nessuno di quelli di cui si sente parlare, secondo me, sarebbe degno di legare i calzari (per introdurre il tema dell'Impero Romano di cui parleremo) al divo Adriano. Carnevali, senza che mai lo abbia incontrato da qualche parte o mi sia capitato di scriverne, mi ha fatto compagnia praticamente per tutta la vita: ha iniziato la tua attività nel 1974 sul Corriere dei Piccoli e sul Corriere dei Ragazzi, e io ero appunto un ragazzo. Ho avuto un diario scolastico, che mi piacerebbe tanto recuperare, con sue strisce che ripercorrevano la storia d'Italia, e ancora oggi rido ripensando a Garibaldi che scrive solo "obbedisco" su un telegramma, per risparmiare i soldi sul testo pagato a parole. L'ho ritrovato sulla "Settimana Enigmistica" a proporre giochi sempre molto intelligenti. Ho cercato di raccogliere quante più storie dei Ronfi (iniziati nel 1981) ho potuto. Insomma, una presenza discreta ma costante, sempre lontano dai clamori della ribalta che pure sarebbero stati sacrosanti, senza neppure stare a distinguere fra umorismo adulto e per bambini (l'umorismo è umorismo). La benemerita Sbam!Libri ha raccolto in volume la serie di strisce SPQR, dedicata non tanto agli antichi romani, quanto alla caduta dell'Impero di Roma sotto la pressione dei barbari. "Romani, eccovi la mia dichiarazione di guerra!" dice Attila consegnando un papiro a un centurione. "Eh, no, un momento signor Attila - risponde costui - qui mancano le generalità del dichiarante, il certificato di nascita, di residenza, il modello B52, gli allegati A,B,C,D, E, la domanda in carta bollata, il...". Attila si ritira perplesso, e i romani commentano: "La burocrazia è un'arma formidabile". Trecento strisce così, tutte divertenti, tutte ficcanti, tutte satiriche, senza mai che si noti la stanchezza nello spararle a raffica. Satira politica? Forse: si prendono in giro i costumi italici (dei governanti come dei governati), il nostro opportunismo, la nostra ignavia, il nostro saper salire sul carro del vincitore, senza fare della denuncia un manifesto ideologico. Bravo Carnevali, e brava Sbam! Però adesso mi dovete raccogliere in volume la serie della storia d'Italia dove c'è Garabaldi che scrive "obbedisco" per risparmiare sul telegramma.

sabato 28 marzo 2020

IL BOIA ROSSO






Francesco Artibani
Ivo Milazzo
IL BOIA ROSSO
Nicola Pesce Editore
cartonato, 2018
104 pagine, 19.90 euro


Ecco una storia di cui, letta l'ultima pagina e chiuso il libro, si vorrebbe avere subito un seguito da leggere. Il boia rosso, soprannome di Giovan Battista Mori, di professione esecutore delle condanne a morte per conto della giustizia papalina nella Roma della prima metà dell'Ottocento, è un personaggio che potrebbe sicuramente reggere, per spessore e ambientazione storica, il peso di una serie tutta sua. Nonostante sia ispirato alla figura tristemente nota di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato Pontificio tra il 1796 e il 1864 (oltre cinquecento le vittime da lui giustiziate), Mori se ne differenzia in modo sostanziale perché è un boia che entra in empatia con i condannati e cerca di leggerne gli animi. Talvolta, gli capita di voler approfondire il caso giudiziario e scoprire una verità che non è venuta a galla, come avviene nella prima storia di cui il personaggio è protagonista. Storia uscita in Francia nel 2006 per Les Humanoides Associés, in due volumi qui meritoriamente raccolti da Nicola Pesce in uno solo (non ci si sperava più, dopo dodici anni). Se i colori acquerellati sono di Isabelle Merlet, i disegni sono di un Ivo Milazzo in grande forma. Dicendo che sembra di ritrovare Ken Parker immagino sia chiaro di star facendo un complimento sia a Francesco Artibani, veterano Disney ma con le mani in pasta dappertutto, sceneggiatore magistrale, sia allo stesso Ivo davvero ispirato alle prese non solo con la recitazione dei personaggi ma anche con gli scenari urbani della Roma ottocentesca. Il caso su cui indaga Giovan Battista Mori è quello del rapimento a scopo di riscatto di una ragazza figlia di un ufficiale papino, il maggiore Alybert. I sospetti sono tutti su un brigante chiamato Padre Lupo, che scopriamo essere essere stato, in passato, grande amico del boia, per vicende che aspettano ancora di essere raccontate. Così, quando Padre Lupo fa sapere a Mori di non entrarci niente, Giovan Battista decide di scoprire il vero colpevole. Storia tesa, drammatica, intrigante, destinata a piacere agli orfani di Lungo Fucile e, per quanto posso immaginare io, tutti quelli che si faranno un regalo cominciando a leggerla.

venerdì 1 marzo 2019

LA STORIA






Elsa Morante
LA STORIA
Einaudi
1974
670 pagine in brossura


Ci sono libri che, nella vita, si devono rileggere più volte. “La Storia” di Elsa Morante, per quanto mi riguarda, è uno di questi. Dopo essermene innamorato negli anni del Liceo e averne conservato un vivido ricordo, l’ho ripreso in mano rinnovando le emozioni della prima lettura, aggiungendoci tutte le altre dovute all’esperienza e alla consapevolezza della maturità. Il romanzo risale al 1974 e uscì, per volontà dell’autrice, direttamente in edizione economica, nella collana in brossura “Gli struzzi” della Einaudi, così da raggiungere subito il pubblico più vasto possibile. Del resto, il racconto ha per protagonisti gli umili, i “piccoli” della citazione evangelica che apre il libro, la gente comune che fa la storia, perché, come canta anche De Gregori, “la Storia siamo noi”. Ambientato a Roma negli anni della Seconda Guerra Mondiale e nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione, il romanzo non narra quasi nulla delle battaglie e degli eventi bellici, ma descrive la vita delle borgate romane vista con gli occhi dei suoi abitanti, alle prese con i drammi della sopravvivenza quotidiana. Il quadro che ne viene fuori è drammatico ed emozionante. Del resto la Morante e suo marito Albero Moravia attraversarono davvero esperienze simili, e dunque la scrittrice attinge dal suo vissuto. “La Storia” segue principalmente le vicende di due protagonisti, la maestra elementare Ida Ramundo (vedova Mancuso) e di suo figlio Useppe (Giuseppe così come lo diceva lui), uno dei personaggi più belli in cui mi sia imbattuto nelle mie letture. Tuttavia, il racconto è anche corale perché popolato da decine di figure, dal primo figlio di Ida, Nino, all’anarchico ebreo Davide Segre, passando per tutta una serie di incontri ora significativi ora fuggevoli, compresi quelli con i tanti rappresentati della famiglia napoletana dei Mille (così soprannominati per il loro numero). Del coro fanno parte anche parecchi animali, dai due cani Blitz e Bella, al gatto Rossella, ai canarini Peppiniello e Peppiniella. Attraverso le vicende di Ida e Useppe, che subiscono il bombardamento della loro casa nel quartiere di San Lorenzo e vengono alloggiati in un ricovero di sfollati, abbiamo modo di scoprire il dramma della guerra visto dagli abitanti di Roma, sottoposti all’occupazione nazifascista, a rastrellamenti, a fucilazioni, a deportazioni, nell’attesa della liberazione da parte degli Americani che sembrano dover arrivare e non arrivano mai. Nino, cresciuto da Balilla, parte per la guerra ma, ribelle com’è, si dà alla macchia e passa nelle fila dei partigiani, e attraverso lui assistiamo anche alla ricostruzione della vita quotidiana dei combattenti nella Resistenza. Così come si era ribellato all’indottrinamento fascista, Nino si ribella anche a quello comunista impartitogli dai suoi compagni e rifiuta di sostituire l’icona del Duce con quella di Stalin, finendo, a guerra finita, a fare il contrabbandiere. Del tutto aliena a ogni discussione ideologica, Ida alle prime elezioni del Dopoguerra vota comunista perché glielo ha detto l’oste Remo, e perché non c’erano candidati anarchici (segretamente anarchico era stato suo padre), ma sul piano pratico la donna cerca soltanto di condurre la sua esistenza senza furori politici di nessun tipo, avendo come unico scopo quello di allevare il gracile Useppe, nato da una violenza sessuale usatale da un soldato tedesco nel 1941. Soldato inconsapevole di ciò che faceva e destinato a morire di lì a poco del tutto ignaro di aver donato i suoi occhi azzurri a un bambino che sarebbe nato nove mesi dopo. Ida è figlia di una madre ebrea, ma riesce a tenere nascosta la sua linea di sangue, vivendo però nel terrore di essere scoperta (e i suoi figli con lei) dopo la promulgazione delle leggi razziali. Uno dei passi più drammatici è quando la maestra si trova a passare accanto ai vagoni stipati di ebrei, vittime del rastrellamento del ghetto: assiste alla scena di una donna che, sfuggita per caso ai nazisti, va a cercare i suoi parenti chiusi sul treno che sta per partire per Auschwitz e, rintracciatili, vuole salire sul convoglio anche lei, mentre tutti i prigionieri la implorano di andarsene prima che tornino i tedeschi. Ma ogni capitolo presenta momenti drammatici e commoventi, sia che si racconti della lotta contro la fame, sia che si narri la sorte di un certo Giovanni morto congelato durante la ritirata di Russia, ricercato per anni dalla famiglia dopo essere stato per disperso, sia che si mostri il sangue scorso nelle lotte partigiane. Tragico lo scollamento sociale tra i reduci che tornano dopo aver combattuto credendo nel fascismo, partiti per la guerra certi della vittoria, e quelli che, disillusi già da tempo, non hanno pietà per gli arti mutilati di costoro e i dolori da loro patiti sul fronte. Annichilendosi progressivamente, Ida nutre con la propria vita il piccolo Useppe, mentre Nino, per fortuna, energico e volitivo, se la cava benissimo da solo. Infinite le pene da superare, fino alla fine della Guerra. Giungono gli anni della pace, e della scoperta dei campi di sterminio, delle stragi di civili e di partigiani, e anche questo periodo viene raccontato nella sua quotidianità, escludendo quasi del tutto il fronte della politica, gli accordi fra le Grandi Potenze, il processo di Norimberga. Vi si accenna, magari l’eco giunge per sentito dire dalla lettura di un giornale o dall’ascolto della radio o dai commenti al mercato. Si capisce che la Storia la si vive al piano terra, al livello delle strade, ed è fatta dalle vite delle persone comuni, anche se i libri si riempiono con i nomi dei capi di stato, e dei loro generali. E ci sono più chiari gli anni vissuti dai nostri nonni, quelli da cui è nata l’Italia Repubblicana. A pace tornata, non c’è il lieto fine. Non per Ida Ramundo, non per Nino, non per Useppe. Si piange sul finale. Elsa Morante usa una lingua tutta sua, che infarcisce con ninna nanne e cantilene per bambini, di canzoni cantate e suonate dal grammofono, e perfino con la trascrizione dei pensieri degli animali (la Storia è anche loro). Ci si fa l’orecchio anche quando congiuntivi e condizionali suonano strani. Stupisce, oggi, il ricordo delle polemiche che accompagnarono l’uscita del romanzo, polemiche frutto del perverso furore delle ideologie degli anni Settanta: da sinistra si contestò la mancata aderenza ai dogmi del leninismo (si pretendeva, e era accaduto anche con Vittorini, che gli intellettuali fossero inquadrati in una fede politica), mentre il quadro illustrato dalla Morante raccontava la vita com’era senza alcuna aderenza a un manifesto ideologico. Ecco perché rileggere adesso può essere utile.

martedì 14 agosto 2018

LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA



Giuseppe Pignata
LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA
FUGGITO DALLE CARCERI DELL'INQUISIZIONE A ROMA
Sellerio Editore
Terza edizione 1991
Collana La memoria
traduzione di Olindo Guerrini
brossurato - 190 pagine -  lire  10.000


Mosso all'acquisto dalla versione a fumetti realizzata da Magnus e da Tisselli, ho trovato questo libro estremamente gradevole, interessante e coinvolgente, e del resto il lavoro dei due fumettisti di cui sopra ne rende perfettamente il senso e lo spirito Arrivato ad Amsterdam nel giugno 1694  dopo lunghe peripezie durate un anno, Giuseppe Pignata racconta a un anonimo interlocutore la sua incredibile avventura (ma si avanza l'ipotesi che l'interlocutore sia in realtà egli stesso). Le sue traversie cominciarono allorché, nel 1690, Giuseppe Pignata venne arrestato a Roma dall'Inquisizione, e accusato di eresia per aver partecipato ad alcune discussioni di argomento teologico, in casa di amici. Già questo dà il clima dell'epoca. Chiuso nelle carceri della Santa Sede, Pignata attraversò umiliazioni e privazioni da cui riuscì comunque a difendersi grazie alla sua forza d'animo e alla sua inventiva, mai perdendo comunque la fede e sempre rivolgendosi a Dio (colpisce questa sua devozione, nonostante fosse proprio la Chiesa la causa dei suoi guai). Dopo interminabili mesi di prigionia, Pignata viene assolto dall'accusa, ma egualmenre trattenuto in prigione perpetua per penitenza ed espiazione (non si sa bene di che), e soprattutto gli vengono sequestrati tutti i beni (forse è questo il motivo della reclusione). Con il compagno di cella, il protagonista progetta una ingegnosa fuga, che a lui riesce (all'amico no). Si scatena in tutta l'Italia una furibonda caccia all'uomo, ma Pignata, per fortuna e per abilità, riesce a far perdere le proprie tracce pur attraversando sofferenze e patimenti di ogni sorta. Alla fine, dopo essere passato da Messina, arriva a Venezia. Non essendo al sicuro neppure lì, trova infine estremo rifugio in Olanda. La parte finale delle sue avventure, da Venezia in poi, è più noiosa delle altre. Forse perché ormai Pignata può contare sull'appoggio di nobili e ricchi signori che lo vestono e lo riempiono di denari, per cui la sua fuga è meno angosciosa che all'inizio. In appendice al testo, un saggio di Alessandro D'Ancona, molto ben documentato, conferma la veridicità del racconto di Pignata e trova riscontro a quanto egli riferisce: "Da queste testimonianze crediamo che sarebbe impossibile persistere nel dubbio circa la realtà della fuga". Insomma: interessante e coinvolgente.