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venerdì 8 marzo 2024

TODO MODO


 
 
Leonardo Sciascia
TODO MODO
Adelphi
brossurato, 2003
124 pagine, 10.45 euro


Credo sia impossibile recensire efficacemente “Todo modo” di Leonardo Sciascia (senza pretendere che queste mie brevi annotazioni si possano dire a pieno titolo recensioni e men che mai efficaci) evitando di accennare al finale e dunque di svelarlo facendo quel che si suole dire “dello spoiler”, peccato tanto più grave quando si tratta di un giallo. Tuttavia, è sommamente vero che il romanzo non si esaurisce nel suo risvolto poliziesco, e forse (anzi, sicuramente) questo aspetto è ciò che meno importa all’autore. Quindi, il fatto di conoscere come va (o non va) a finire non dovrebbe scoraggiare nessun lettore, di certo in grado di apprezzare comunque tutto il resto. Dunque, mettiamoci d’accordo: questa arzigogolata premessa valga come avviso contro lo spoiler: qui di seguito rivelerò il nome dell’assassino (e cercherò di spiegare perché non possa fare a meno di argomentarci sopra). 
Cominciamo dall’autore e dal titolo. Leonardo Sciascia (1921-1989) intitolò così il suo quinto romanzo, ambientato negli anni Settanta e uscito nel 1974 (il primo, “Il giorno della civetta”, è del 1961) utilizzando l’inizio di una citazione dagli “Esercizi spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti: "todo modo para buscar la voluntad divina" cioè "ogni mezzo per cercare la volontà divina". Degli insoliti “esercizi spirituali” che coinvolgono amministratori, notabili e uomini d’affari, sotto la guida dell’ineffabile don Gaetano (vero protagonista del racconto) fanno per l'appunto da sfondo all’intero romanzo, a significare evidentemente la commistione tra la Chiesa e la politica. Il punto di vista laico e non compromesso, quello di Sciascia parrebbe di poter dire, è rappresentato dall’io narrante, di cui si sa soltanto che è un famoso pittore, uomo curioso oltre che di cultura, attento osservatore della realtà come si richiede appunto da chi faccia il suo mestiere. 
Lo scenario è quello di un moderno albergo costruito inglobando un antico romitorio, l’Eremo di Zafer (sulla cui ubicazione non ci sono indizi). Qualcuno fra i commentatori ha notato che negli anni Sessanta e Settanta a Zafferana Etnea si ritiravano periodicamente in ritiro, per così dire, spirituale i maggiorenti della Democrazia Cristiana. Lecito dunque ipotizzare un riferimento con gli “esercizi spirituali” di una settimana organizzati ogni anno da don Gaetano, costruttore dell’albergo (e di altre strutture simili, a dimostrazione della sua abilità nell’avere le mani in pasta e nel saper gestire gli affari mondani oltre quelli religiosi). Invitati a prendervi parte sono un gruppo di esponenti dei potentati, ministri e cardinali e via via scendendo fino a direttori di banca, avvocati e imprenditori. Per alcuni di loro, non si sa chi, è l’occasione per far alloggiare nell’hotel anche le amanti (e infatti il pittore nota cinque donne sole, dall’espetto provocante e appariscente, che già alloggiano nell’Eremo di Zafer prima ancora che arrivino gli ospiti, e si tratta di persone non registrate alla reception: don Gaetano chiude un occhio). Per tutti, la settimana serve a concordare affari, spartirsi mazzette, chiedere e scambiare favori. Il pittore finisce per caso nell’albergo: cerca un luogo per sostare una notte durante un viaggio, viene a sapere del raduno che sta per aver luogo e, incuriosito, chiede a don Gaetano di potersi trattenere qualche giorno in più nonostante la struttura non sia, per la settimana degli “esercizi”, aperta al pubblico. Le conversazioni fra il celebre artista e il prete, che dietro l’aspetto dimesso cela una cultura in grado di rivaleggiare con quella di dotti e porporati, sono affascinanti e inquietanti al tempo stesso, come gli occhiali pince nez che il religioso porta sul naso, identici a quelli indossati dal demonio in un antico dipinto custodito nel suo studio. Il romanzo si tinge di giallo allorché in una breve successione di pochi giorni vengono commessi due omicidi tra gli ospiti dell’hotel, e il procuratore Scalambri impedisce a chiunque di allontanarsi, dimostrandoti comunque soltanto in grado di scoprire, grazie a un Commissario che lo assiste, un giro di mazzette che la prima vittima, il senatore Michelozzi, stava distribuendo a tutti gli altri del gruppo. Nessun progresso invece sull’identità dell’assassino. Il pittore si rivela indagatore ben più dotato ma nulla rivela al lettore, se non che ha capito tutto in seguito a certi sopralluoghi alla ricerca di prove. Quali siano queste prove, però, non lo si sa. Anche se, a dire il vero, non mancano le allusioni. Il romanzo si conclude, in pratica, con un terzo omicidio: quello di don Gaetano. Un vero colpo di scena! Peccato che la soluzione del giallo, con la ricostruzione dei fatti e dei moventi, e la rivelazione del nome dell’assassino, o degli assassini, non ci sia. Qualcuno ha ipotizzato che l’io narrante sia il colpevole almeno dell’uccisione di don Gaetano, e appunto i suoi non detti, simili a quelli di Agatha Christie ne “L’assassinio di Roger Ackroyd”, nascondano le sue effettive mosse. In effetti il pittore, in una frase sibilliana che sembra detta per scherzo, dice di essere per l'apputo lui l'assassino. Io sono di parere diverso, ed ecco cosa ho annotato nel mio diario (da buon grafomane, ne tengo uno): «Finisco di leggere “Todo modo”, restando molto perplesso. Scrittura magnifica, personaggi interessanti, trama che invoglia a proseguire nella lettura, poi improvvisamente un finale aperto in cui tre delitti restano senza spiegazione e si dice espressamente che l’assassino non si troverà mai. Naturalmente capisco che a Sciascia interessi di più, o solamente, alludere al malaffare, ai delitti e agli intrighi del sottobosco della politica (ben rappresentati dal gran burattinaio don Gaetano, prete misterioso e affascinante nella sua ambiguità), di cui non si riesce mai a venire a capo, ma un giallo senza colpevole grida vendetta al cospetto di Dio. Secondo me, l’assassino è lo stesso don Gaetano che da ultimo si è suicidato, vistosi sul punto di venire coinvolto nello scandalo delle mazzette scoperto nel corso del romanzo. Del resto una pistola viene trovata accanto al suo cadavere, a poca distanza dalla sua mano (per di più, una pistola da tutti ricercata dopo il primo delitto, e misteriosamente scomparsa: adesso invece non è stata nascosta). L'ipotesi del suicidio viene fatta ma subigto scartata ma apparentemente soltanto perché non si infaghi il buon nme di don Gaetano o perché non si può ritenere un uomo di tanto spessore capace di una bassezza, ma il titolo del romanzo è "todo modo", "con ogni mezzo", anche quelli più estremi, e che c'è di più estremo del suicidio?». Sciascia comunque mette in bocca ai suoi personaggi due affermazioni: che la verità con sarà mai scoperta, ma anche che, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede.

mercoledì 19 aprile 2023

VANGELI APOCRIFI

 

 


David Donnini
VANGELI APOCRIFI
Amazon
2019, brossurato
224 pagine, p.n.i.
 
Mi sono imbattuto per la prima volta in David Donnini su consiglio di un redattore della Coniglio Editore, grazie a due saggi intitolati “Gesù e i manoscritti del Mar Morto” e “Gamala” pubblicati proprio da quella Casa editrice (che aveva nel catalogo anche alcuni libri miei). Fu una vera e propria scoperta: da sempre appassionato di filologia biblica, sono rimasto affascinato dall’autore e l’ho seguito anche su tutti i suoi altri studi.  Ne ho scritto anche a proposito di “Gesù, il Messia di Israele”, che ho recensito qui:


Riporto quanto già detto, che vale certamente anche per “Vangeli apocrifi”, un suo saggio del 2019 di cui ci occupiamo adesso. «Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore, estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture di fantarcheologia della Bibbia ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnini non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio”».
Con “Vangeli apocrifi”, Donnini riassume e compendia i risultati delle scoperte e degli studi più recenti su tutti questi testi risalenti alle origini del cristianesimo che non sono entrati a far parte del canone, stabilito alcuni secoli dopo la morte di Gesù. Il cristianesimo, scopriamo, era inizialmente composto da comunità molto più frastagliate e diversificate fra loro di quanto si tenda oggi a ritenere. Donnini si augura che da qualche “arcano nascondiglio” spuntino fuori (come è accaduto a Qumran, a Naj Hammadi, ad Akhmim) i Vangeli giudeo cristiani (quelli degli Eboniti, dei Nazareni, degli Ebrei) della cui esistenza abbiano notizie indirette e citazioni, mancando ancora i testi completi. Al di là di certi scritti sicuramente favolistici che narrano episodi insostenibili sull’infanzia e sulla vita di un Gesù mitologico e dei suoi improbabili miracoli (o di quelli dei suoi discepoli, come il buffo duello a colpi di incantesimi fra Pietro e Simon Mago), molti altri documenti sono invece interessanti per meglio comprendere la figura storia del Cristo e di come il cristianesimo si sia diffuso in modo differenziato e variegato nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Donnini propone (spesso integralmente) i testi di cui parla. La tesi dell’autore, basata sugli studi di biblisti di cui si fa divulgatore, è che, a partire dalla predicazione di San Paolo (ma anche, successivamente, con i quattro Vangeli canonici), si siano voluti separare il messaggio e le opere di Gesù dal giudaismo a cui appartenevano, trasferendo la responsabilità della sua uccisione dai romani agli ebrei (da qui, secoli di persecuzioni antisemite). La Chiesa propone una teologia soterica ellenistica che, scrive Donnini, “fa a pugni con la mentalità ebraica e nega praticamente tutto di ciò che Gesù era stato, facendolo diventare un Dio incarnato”. E la fede? Conclude a questo proposito l’autore: “Il lettore non prevenuto ha compreso benissimo che da parte mia non esiste alcuna intenzione di colpire il principio della fede. Al contrario, il mio impegno è stato quello di affrancare la fede dalla dottrina – e ancor più dal dogma – perché solo nella libertà di coscienza può svilupparsi una spiritualità autentica e crescere una fede degna di tal nome”. Personalmente, io incamero dati e punti di vista, appassionato più dagli studi filologici e storici che da quelli teologici e catechistici. Noto però che il catechismo, a me da lungo frequentato da bambino, ragazzo e adolescente, continua a sollevare in me domande, dubbi, ma anche speranze. Come dico sempre: non sono ateo, sono difficile da convincere

venerdì 14 ottobre 2022

MARIA

 

 



Jacques Duquesne
MARIA
Corbaccio
Prima edizione ottobre 2005
cartonato – 220  pagine -  Euro 15,00


“Ritratto della donna più famosa e meno conosciuta della storia”, recita il sottotitolo in copertina. E in effetti nessuna donna più di Maria di Nazareth è stata raffigurata in quadri, mosaici, affreschi, arazzi e sculture; nessuna più di lei ha ispirato i poeti e dato il nome a chiese; nessun nome più del suo si è diffuso sul pianeta, per non parlare della devozione che la porta a essere invocata, esaltata, lodata, pregata in ogni angolo della Terra. Gli aggettivi, i titoli, le litanie si sprecano. Ma sotto la gran massa di fiori con cui è stata ricoperta, chi era davvero Maria e che cosa sappiamo di lei? Incredibilmente, non sappiamo quasi nulla. Nei quattro vangeli (e già bisognerebbe capire perché i Vangeli sono quattro e chi sono i quattro evangelisti, se davvero sono quattro soltanto – nel saggio un po’ se ne ricostruisce il quadro) le frasi attribuite a Maria sono solo sei. Negli Atti degli Apostoli le viene dedicato soltanto un rigo. Non sappiamo chi fossero i suoi genitori (Anna e Gioacchino, la cui festa pure viene festeggiata dalla Chiesa, non sono citati – fanno parte della tradizione apocrifa). Non sappiamo che fine abbia fatto (né che fine abbia fatto Giuseppe). Pare improbabile che fosse sotto la Croce sul Calvario (lo dice solo Giovanni, ma non è una testimonianza certa, essendo peraltro contraddetta dagli altri). Pare anche che non fosse in buoni rapporti con Gesù (che quando le si rivolge, in un paio di occasioni non è neppure tenero con lei). Pare che abbia avuto altri figli oltre Gesù, anzi, a sentire Duquesne è certo (e pare che neppure i fratelli fossero in buoni rapporti con Gesù). Non c’è alcun fondamento testuale sul fatto che Maria fosse stata concepita senza peccato (eppure c’è il dogma dell’Immacolata Concezione), che fosse vergine al concepimento di Gesù (eppure l’aggettivo di “Vergine” è antonomastico), che sia rimasta vergine all’atto del parto e nel resto della vita, che sia stata assunta in cielo. Peraltro, alcune cose cozzano fra loro: se la grandezza di Maria consiste nell’accettazione del suo ruolo, il fatto che sia nata senza peccato originale fa di lei una predestinata senza possibilità di scelta. La verginità poi sembra frutto dell’ignoranza degli antichi sul meccanismo della fecondazione: per secoli, fino ai tempi moderni, gli uomini hanno creduto che le donne non avessero ruolo alcuno nel concepimento, limitandosi a fare da incubatrice. Il maschio deponeva il suo seme nel ventre della donna, e il seme germogliava (frutto dunque del solo corredo genetico maschile). Ma non è così: la donna ci mette metà del patrimonio cromosomico; e se è plausibile la partenogenesi, cioè il fatto che una donna possa restare incinta senza intervento maschile, duplicando i suoi cromosomi, il figlio sarà necessariamente una figlia, cioè femmina. In realtà che la Madonna fosse Vergine, non detto nel Vangelo, è stato stabilito a tavolino almeno trecento anni dopo. Così come frutto dei sofismi dei teologi  sono l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo. Peraltro, perfino il concetto di “peccato originale” si deve a Sant’Agostino, cioè nasce alcuni secoli dopo Cristo. Ogni “aggiunta” ai meriti di Maria di Nazareth corrisponde ad altrettanti “bisogni” delle epoche storiche. Alla fine, Carl Gustav Jung nota che con il dogma dell’Assunzione in cielo siamo tornati al culto dell’Antica Dea Madre. Certe figure archetipiche dell’inconscio collettivo non possono scomparire. Il saggio di Duquesne, agile e di coinvolgente lettura, non è né polemico né blasfemo. Non tocca i capisaldi della fede né mette in dubbio che una Maria di Nazareth sia esistita né che sia stata la madre di Gesù, il quale (non lo si nega) può benissimo essere morto sulla croce e resuscitato dopo tre giorni. Il problema è tutto il catafalco di sovrastrutture senza fondamento che nei secoli la devozione (se non il fanatismo) hanno costruito sulla figura della Madonna.

venerdì 21 gennaio 2022

LA PELLE DEL TAMBURO

 

 





 

Arturo Pérez-Reverte
LA PELLE DEL TAMBURO
Marco Tropea Editore
Prima edizione aprile 1998
Traduzione di Ilide Carmignani
cartonato - 448 pagine -  lire 32.000


"Religiosi, banchieri, pirati, duchesse e furfanti, i personaggi e le vicende di questo romanzo sono frutto di fantasia, e qualsiasi collegamento con persone o con fatti realmente accaduti deve essere considerato casuale. Qui tutto è fittizio, eccetto lo scenario. Nessuno riuscirebbe mai a inventare una città come Siviglia". Questa la premessa di Arturo Perez-Reverte al suo romanzo. Che segue l'eccezionale "Club Dumas" senza riuscire a superarlo, ma certo standogli degnamente a ruota. Non c'è che dire, Perez-Reverte è un grande scrittore. Uno che descrive luoghi e personaggi riuscendo a dotarli di spessore, e perciò trascinando i suoi lettori dentro la sua storia. Uno che non è mai banale nelle invenzioni, stilistiche e strutturali, e che sostiene la sua prosa con una storia sempre tesa e coinvolgente. Uno che scrive gialli lasciando i poliziotti sullo sfondo a fare da comparse, e occupandosi di altri e più interessanti personaggi. Come padre Lorenzo Quart, il protagonista della "Pelle del Tamburo". Un agente dello IOE, il servizio segreto vaticano, incaricato di scoprire l'identità di Vespro, un pirata informatico che, superando ogni barriera di controllo, penetra nella rete informatica del Vaticano e lascia messaggi nel computer personale del Papa. Quart, di bell'aspetto e di balda prestanza come si conviene a ogni 007, veste abiti di classe che lui considera una divisa, dovendo avere a che fare, spesso, con personaggi di alto lignaggio davanti ai quali si impone una tenuta di rappresentanza. Non dice messa, ma di solito porta la camicia nera con il collarino. Ma non ha difficoltà a indossare camicie chiare e la cravatta. E' un prete senza fede, ma con la vocazione alla disciplina, che intende il suo lavoro come la militanza di un templare, ligio agli ordini e puntuale ed efficace nella realizzazione di quanto gli viene chiesto dalle gerarchie superiori. Un personaggio davvero originale. Le sue indagini lo portano a Siviglia. C'è una vecchia chiesa cadente e bisognosa di restauri che sia l'Arcivescovo che un ricco banchiere vorrebbero dismettere e radere al suolo per costruirci un albergo, vista la sua posizione strategica nel cuore della città. Al progetto si oppongono però il vecchio parroco, padre Ferro, che dimora nella chiesa e il suo giovane assistente, e anche Macarena Bruner e la sua anziana madre Cruz, ultime superstiti di una antica stirpe dal sangue blu, proprietari del sacro edificio. Che peraltro è intoccabile per un vecchio privilegio: finché il giovedì mattina di ogni settimana verrà celebrata una messa in memoria di una antica loro antenata sepolta nella cripta, nessuno potrà impossessarsi della chiesa. Vespro vuole appunto chiedere l'aiuto del Papa per salvare la parrocchia di padre Ferro. Il fatto è che la chiesa sembra volersi difendere da sola: due estranei venuti a fare ispezioni in vista del futuro abbattimento, finiscono vittima di incidenti provocati da balaustre che cedono e cornicioni che cadono. Padre Ferro si oppone in ogni modo al trasferimento che il suo vescovo cerca di fargli accettare prima di imporlo di imperio, e Lorenzo Quart fatica non poco a capirne il perché. Piano piano esce fuori la non banale filosofia del vecchio religioso, trasmessa al suo giovane cappellano, che è quella della militanza in prima linea al servizio della gente, "pelle di tamburo" che deve essere battuta per comunicare messaggi tutt'intorno, dando speranza e aiuto all'umanità disperata, mentre la Chiesa di Roma è lontana, vive nel lusso, non si occupa della gente. Ma che Dio esista o meno, i preti in prima linea devono offrire la sua speranza a chi ne ha bisogno. In una difficile partita che vede le mosse anche dei banchieri intenzionati a far sgombrare padre Ferro (e si affidano a scagnozzi di bassa lega), di un giornalista disgustoso dalla mano molliccia e di una suora che si occupa di restauri, Lorenzo Quart si troverà nella situazione di dover scegliere se tenersi fuori a osservare dall'esterno, come gli era stata comandato, o entrare nell'agone. Lo fa dicendo lui la messa il giovedì in cui padre Ferro è stato arrestato per l'omicidio del giornalista avvenuto nella chiesa stessa, salvando così il privilegio dell'edificio. Lo fa anche per il suo rapporto con Macarena Bruner, donna bellissima con cui infrange per la prima volta nella sua vita, e dopo una lunga resisistenza, il suo voto di castità. Interessante anche questo personaggio, seprata dal marito, uno dei banchieri pronti a mangiarsi la chiesa, dopo che questi le ha imposto un aborto. Perez-Reverte dice di odiare i lieto fine, e infatti non c'è nessun happy end per padre Quart. I cui nemici in vaticano si fanno forti di una lettera dell'arcivescovo di Siviglia (in cui si criticano il suo comportamento in favore di padre Ferro e della sua Chiesa, e la sua passione per Macarena) e lo spediscono in una nunziatura in Sud-America. Con la speranza di una reintegrazione in tempi migliori. Quart, templare disciplinatissimo, accetta e va a servire il suo esercito là dove lo mandano. Anche lui ha imparato a essere una tesa e lucida pelle di tamburo.

lunedì 9 novembre 2020

SULLE RIME DEL DON

 


 

Franco Gabici
SULLE RIME DEL DON
Edizioni Essegi
cartonato, 1996
300 pagine, 28000 lire


Don Anacleto Bendazzi, prete ravennate, fu uno dei più geniali autori italiani di giochi di parole. Talmente geniale che, per fare un esempio, se credete che la parola italiana più lunga sia precipitevolissimevolmente, di ventisei lettere, identificata nel 1677 da Francesco Moneti, vi sbagliate.
Don Anacleto ne ha trovate tre più estese: incontrovertibilissimamente,particolareggiatissimamente e anticostituzionalissimamente (di ventisette e ventotto lettere). E ancora, talmente geniale da aver scritto una “Vita di Cristo in mille anagrammi”. Uno è questo: “Nell'orto di Getsemani, - sento dolenti lagrime”.  La maggior parte dei giochi del Bendazzi sono contenuti in un libretto rarissimo, stampato in sole duemila copie, intitolato “Bizzarrie letterarie”. Il libro, pubblicato a spese dell’autore, risulta finito di stampare “il 15-1-‘51", una data scelta apposta perché palindroma (si legge anche da destra a sinistra) e ambigrammatica (si legge anche capovolgendo il sotto e il sopra). Sulla sua tomba, c'è l’epitaffio che don Anacleto si scrisse dice: Putredine - di un prete / storico di - Cristo Dio. Ovviamente, la seconda parte di ogni frase è l’anagramma della prima. Ma la cosa più incredibile è che Bendazzi è morto all'età di 99 anni (numero palindromo) in una data anch'essa palindroma e ambigrammatica, il 28-2-’82. Altro che madonnine che piangono sangue, sono questi i veri miracoli.
Franco Gabici ricostreuisce in questo suo libro la biografia di don Anacleto, e aggiunge tutta una serie di facezie, rime, annotazioni enigmistiche rimaste inedite. Senza dubbio Bendazzi fu un prete sui generis, che rifuggiva, per esempio, la confessione (all'inizio del suo apostolato, fuggì a gambe levate dal confessionale e mi più volle ritornarci), e non adatto alla cura di una parrocchia. Fu però così geniale nello studio delle lingue classiche e dell'ebraico, da fare l'insegnante per tutta la vita, e insegnante di quelli tosti. Entrò in corrispondenza con Giovanni Pascoli, anch'egli esimio latinista, per contestargli certe obiezioni aii suo componimenti in latino, e Pascoli si trovò a dargli ragione. Nella metrica latina e greca non conosceva rivali. Fu anche un cultore di fotografia e trovò il modo di ottenere scatti impossibili con giochi di specchi (uno celebre lo mostra al tavolo da lavoro, con su un vassoio la sua testa decapitata da una illusione ottica). Uno degli scritti ritrovati da Gabici risolve in modo assolutamente convincente il mistero del verso 43 dell'ultimo canto del Purgatorio, là dove Dante scrive (e nessuno sembra aver capito cosa voglia dire), "un cinquecento, un dieci e cinque; Messo di Dio". Mi chiedo se i dantisti si sono accorti che la spiegazione di don Anacleto è perfetta. In ogni caso, dopo aver messo le mani su "Sulle rime del don", la caccia è aperta per procurarsi "Bizzarrie letterarie", da tempo introvabile.

domenica 23 febbraio 2020

DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO





Richard Dawkins
DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO
Mondadori
cartonato, 2019
250 pagine, 21 euro


"Una guida all'ateismo per principianti", recita il sottotitolo. In effetti, il volume si configura come una sorta di guida in breve che riassume, in modo chiaro, quanto già esposto dall'autore in un altro suo celebre libro, "L'illusione di Dio", del 2007. Chi abbia già letto il precedente saggio non troverà grandi novità se non, appunto, una argomentazione più veloce, accattivante e sintetica. Grande divulgatore com'è, e come ha dimostrato in classici della biologia evolutiva spiegata ai non iniziati quali "Il gene egoista" e "L'orologiaio cieco", Dawkins si ascolta sempre volentieri comunque la si pensi. Il suo è un argomentare misurato, logico, razionale e consequenziale, che personalmente trovo affascinante e che credo possano trovare affascinante anche i credenti che vogliano confrontarsi con i motivi dello scetticismo altrui verso il trascendente di atei e agnostici. Sarebbe anzi interessante poter leggere altrettante esposizioni di buon senso, da parte di chi, invece, vuole spiegare i motivi della propria fede. Dawkins illustra come, secondo lui, i libri sacri di ogni religione che vengono ritenuti dettati da Dio siano in realtà scritti dagli uomini, come non ci sia necessità di essere credenti per stabilire cos'è il bene e cos'è il male e comportarsi di conseguenza, come l'evoluzione spieghi la vita sulla Terra senza bisogno di ricorrere a un creatore, ad Adamo e a Eva. Lo scienziato argomenta il suo parere, ciascuno poi ne trarrà le conclusioni che più ritiene giuste.

venerdì 21 giugno 2019

LO SPECCHIO DI DIO





Andreas Eschbach
LO SPECCHIO DI DIO
Fanucci
cartonato, 2010
496 pagine, 12.90 euro


Il titolo originale del romanzo è "Jesus Video" e, per quanto meno suggestivo di quello italiano, rende immediatamente il senso della trama. Durante degli scavi archeologici condotti dal professor Charles Wilford-Smith nei pressi di Gerusalemme, in una tomba intatta risalente al primo secolo dopo Cristo viene rinvenuto lo scheletro di un uomo che non soltanto ha una dentatura con otturazioni moderne, ma stringe fra le mani una custodia in plastica contenente il libretto di istruzioni di una videocamera. La casa produttrice, interpellata, rivela come si tratti di un modello non ancora in commercio, destinato a uscire soltanto dopo tre anni. Il finanziatore degli scavi, John Kaun, ritiene che lo scheletro appartenga a un viaggiatore temporale, partito dal nostro futuro e poi rimasto imprigionato nel passato. Chiunque abbia intrapreso quel viaggio senza ritorno portandosi dietro una telecamera non può averlo fatto che per un motivo: realizzare un video di Gesù, per poi far ritrovare il filmato a qualcuno nell'epoca di partenza. La telecamera deve essere stata nascosta in un luogo, probabilmente in Palestina, destinato a rimanere intatto per due millenni: ma quale? Questo il punto di partenza dell'avvincente romanzo del tedesco Andreas Eschbach (nato a Ulma nel 1959). Gli sviluppi sono in linea con le premesse: Kaun assolda uno staff per dare la caccia alla telecamera (e del gruppo fa parte persino uno scrittore di fantascienza, Peter Eisenhardt, chiamato a fare da consulente confidando nel contributo del suo "pensiero laterale") mentre si attiva per vendere la scoperta nientemeno che al Vaticano. Infatti, la Chiesa si preoccupa di intercettare il video ritenendo che qualsiasi cosa mostri sia dannosa per la fede. Conscio del fatto che pertanto il filmato sarebbe stato distrutto, se ritrovato, il giovane archeologo Stephen Foxx (a cui si deve, materialmente, il ritrovamento dello scheletro) si convince di dover battere Kaun sul tempo, arrivando prima di lui alla videocamera. Oltre all'intreccio avventuroso, misterioso e fantarcheologico, "Lo specchio di Dio" propone, nel corso della narrazione e nel sorprendente finale, molte riflessioni sui viaggi nel tempo, la religione, la fede, la figura del Cristo. La lettura è consigliata.

sabato 31 marzo 2018

L'ANATOMISTA



Federico Andahazi
L'ANATOMISTA
Frassinelli
1998, cartonato,
220 pagine
Matteo Realdo Colombo fu un anatomista e fisiologo cremonese, ma operante a soprattutto Padova nella prima metà del Cinquecento. Fu autore di un fondamentale trattato medico chiamato "De Re Anatomica", uscito postumo nel 1559, anno della sua morte. Scoprì il funzionamento della circolazione del sangue, smentendo teorie aristoteliche e descrivendo per la prima volta in modo corretto il meccanismo dell'ossigenazione. Il suo maestro fu Andrea Vesalio, medico belga, che insegnò a Pisa, Pavia e Bologna, medico di corte di Carlo V e Filippo II, considerato il fondatore della moderna Anatomia. Anche se pochi lo sanno, fu proprio Matteo Colombo a studiare il clitoride e a descriverlo come "l'organo che governa l'amore delle donne". Nel "De Re Anatomica" lo chiama "Amor Veneris". Clitoride (termine che si può usare sia al maschile che al femminile) è un nome che deriva dal greco, e significa "punto del solletico". Colombo ne descrisse la struttura e le funzioni, stabilendone la finalità non riproduttive. Ciò gli valse l'arresto da parte dell'Inquisizione, che lo sottopose a un processo in cui rischiò seriamente di venire condannato al rogo. Le autorità ecclesiastiche non potevano permettere che si divulgasse la notizia che le donne hanno un organo creato da Dio solo per provare piacere e non finalizzato alla procreazione. Realdo Colombo, essendo medico personale di Paolo III (Alessandro Farnese), a cui aveva salvato la vita, se la cavò con la promessa di non divulgare le sue ricerche (ma provvide affinché la divulgazione avvenisse postuma immediatamente dopo la sua morte). "L'anatomista" è un libro di Federico Andahazi, psicanalista argentino, che racconta in modo romanzesco il processo padovano a Realdo Colombo (stranamente chiamato "Renaldo"), offrendo ai lettori una credibile ricostruzione delle tesi dell'accusa e dell'autodifesa dello scienziato. Dal punto di vista narrativo, Andahazi non brilla come romanziere; tuttavia è estremamente intetessante l'argomento. Dalla documentazione proposta ho tratto spunto per il soggetto di una mia storia a fumetti (illustrata da Davide Perconti e in via di pubblicazione) intitolata "Fra le labbra".

lunedì 25 luglio 2016

IL CODICE DA VINCI




IL CODICE DA VINCI
di Dan Brown
Mondadori
Edizione Speciale Illustrata
2005
Traduzione di Riccardo Valla
cartonato - 460 pagine

Nei ringraziamenti finali, Dan Brown menziona per primo il suo editor, Jason Kaufman, il quale avrebbe “sinceramente capito il vero significato di questo libro”.  C’è dunque da chiedersi quale sia, questo significato. Secondo me, la “chiave di volta”, se ce n’è una ed è quella che serve per capire, è da rintracciarsi nel penultimo capitolo del romanzo, allorché Marie Chauvel spiega a Robert Langdon come la vera storia del Graal (quella ipotizzata dal racconto che si avvia a conclusione, e cioè legata alla metafora del “calice” femminile, in fondo l’ “urna molle e segreta” cantata anche dal Pascoli nel “Gelsomino notturno”) sia stata raccontata per secoli “dall’arte, dalla musica, dai libri, sempre di più, giorno dopo giorno”. E poiché anche Robert sta lavorando a un saggio sul femminino sacro, la donna lo esorta: “Lo pubblichi, signor Langdon. Canti la canzone alla dea. Il mondo ha bisogno di moderni trovatori”. Ecco, quindi, che cos’è “Il codice da Vinci”: una canzone alla dea. 
Stupisce, perciò, il livore degli ambienti clericali più integralisti riguardo a un romanzo tutto sommato abbastanza moderato, nel senso che volendo stupire con effetti speciali si potevano inventare versioni alternative della vita di Gesù assai più clamorose e spettacolari. Nulla, nelle ipotesi sostenute dai personaggi, contrasta contro la fede in Dio, né si mette in dubbio la grandezza di Cristo, e perfino i cattivi del racconto, alla fine, non sono riconducibili al Vaticano. Anzi, il “colpevole”, Leigh Teabing, è un nemico giurato della Chiesa di Roma. Personalmente, non sono affatto turbato dall’idea che Gesù possa aver avuto dei fratelli e una moglie (io non mi pronuncio sulla faccenda, ma so di biblisti che ne sono convinti). Non capisco in che modo l’idea di un “figlio di Dio” che si fa uomo possa essere messa in crisi dal fatto che l’accettazione dell’umanità sia portata fino al punto di sposare una donna, o generare una prole, come se questo possa rappresentare un male. Dunque, non vedo nella teoria di un ipotetico matrimonio di nostro Signore nulla che possa far dubitare della sua divinità o mettere in discussione i suoi insegnamenti. Quindi, la congettura è di per sé innocua o, a voler essere proprio drastici, non particolarmente dannosa. Mi chiedo perché non disturbino di più i romanzi e i film sull’Anticristo e sugli esorcisti. Dan Brown, in fondo, parla di amore e di eterno femminino. A me, per assurdo, non interessa particolarmente quel che Brown pensa realmente a proposito del Graal: non è uno scienziato. A me interessa, come lettore di un suo romanzo, quel che partorisce la sua fantasia. Ai mei occhi, fa testo solo il suo racconto, e fa testo solo in quanto fabula.
Infatti, la questione è di lana caprina perché stiamo parlando non delle tesi più o meno eretiche di un teologo, o del saggio di uno storico o comunque di un testo accademico. Forse i detrattori non hanno ben capito che si tratta di un romanzo. Cioè, di fiction. A parlare, e talvolta a citare passi di presunti documenti, sono dei personaggi di fantasia che, come tali, possono inventarsi quello che vogliono. Non mi è parso di scorgere, nelle pagine di Dan Brown, alcuna pretesa di farsi portavoce di qualche presunta verità: l’intento è soltanto quello del romanziere che cerca di accattivarsi la curiosità del lettore, di avvincerlo, di meravigliarlo e stupirlo come il prestigiatore che fa uscire un coniglio dal cilindro. Chi volesse approfondire, insomma, dovrebbe farlo altrove, e non vedo come si possa imputare a un autore ciò che i protagonisti di un suo racconto vanno sproloquiando. Altrimenti, sarebbe come se si rimproverassero a Cervantes i discorsi astrusi di Don Chisciotte  o se qualche scienziato rinfacciasse ad Asimov i balzi nell’iperspazio o le Tre Leggi della robotica. E immagino che la fantasia non manchi neppure in molte biografie dei santi dei tempi che furono, come quelli dove si racconta di Santa Brigida che cambiava l’acqua in birra.
Per di più, i personaggi del Codice da Vinci si limitano a riportare tesi già note, finendo per fornire, sì, interpretazioni suggestive di fatti e opere d’arte ma senza nessuna pretesa di documentare alcunché.Alla base del libro c’è, infatti. un saggio di Richard Leigh, Michael Baigent ed Henry Lincoln, The Holy Blood e The Holy Grail (1982), noto in Italia come Il santo Graal (ovviamente, me lo sono procurato). Non a caso, l’anagramma di Teabing è proprio Baigent, e il nome del cattivo, Leigh, richiama il cognome di un altro degli autori. Dunque, se c’è qualcuno con cui prendersela sono proprio gli autori del volume da cui Brown ha preso ispirazione. Ma, del resto, le leggende su Maria Maddalena non le hanno inventate neppure loro. Dunque, davvero non si capiscono gli anatemi. Eppure, il best seller di Dan Brown ha scatenato tutta una infervorata letteratura a smentita, come se si trattasse di un saggio scientifico e non si è avuta una analoga mobilitazione contro Il santo Graal. Mah.

Ai miei occhi, la cosa più incredibile del romanzo è il fatto che la maggior parte degli eventi si svolga nel corso di una notte. Un po’ come accade a Principe Miskin all’inizio dell’Idiota di Dostojevsky, insomma, che in un giorno riesce a fare tante di quelle cose da riempire una settimana. Suona un po’ strano anche il fatto che il vecchio Sauniere, curatore del Louvre, riesca in mezz’ora, prima di morire, ad architettare un così complicato gioco enigmistico perché la nipote, l’esperta in linguaggio cifrati Sophie Neveu. A parte ciò, pur nei limiti di una scrittura senza pretese e non trascendentale, il romanzo è avvincente e affascinante. Cosa non trascurabile, propone un giallo ben architettato, con un colpevole imprevedibile (un alleato di Langdon e Sophie che sembra braccato al pari loro da un misterioso “Maestro” – che pare inviato contro di loro dal Vaticano, mentre così non è), un killer inquietante (un gigantesco monaco albino, Silas), e un potenziale cattivo, su cui cadono inizialmente tutti i sospetti, che poi si rivela innocente (il poliziotto “papista” Fache, della polizia di Parigi). Il protagonista, Langdon, è poi un tipo interessante e si merita un ritorno sulle scene (dopo essere giunto alla sua seconda apparizione proprio con questo romanzo).
Ma sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato, parlare del Codice da Vinci soltanto come di un thriller. E’ evidente che, dato l’argomento si cui si indaga,  ci sia di più. Personalmente ho trovato poetica e accattivante la lettura (pur di stampo romanzesco) della figura di Cristo che viene proposta: quasi dispiace che non corrisponda del tutto a quella del catechismo. Ma non solo. Tutta la storia dell’umanità, molti miti, una infinità di simboli, centinaia di opere d’arte e decine di personaggi storici finiscono per essere interpretati alla luce del “femminino sacro”, che rimanda alle società matriarcali della preistoria e alla “magia” del sesso (l’orgasmo come ponte di accesso verso la divinità) e della vita (atto creatore della donna). Il Graal dunque non sarebbe una coppa, che del resto è un simbolo femminile, ma sarebbero Maria Maddalena e la sua discendenza. A lei, Dan Brown ha cantato la sua canzone da moderno trovatore. Il che mi pare bello. 


L’edizione illustrata della Mondatori che io ho letto,  arricchisce ogni passaggio del romanzo con puntali riferimenti iconografici, così efficaci che mi chiedo come possano aver compreso i lettori del romanzo le tante spiegazioni fornite nel testo senza il supporto delle immagini, non presenti nelle altre edizioni.

mercoledì 13 gennaio 2016

SAN PIETRO


SAN PIETRO
di Alberto Angela
Rizzoli, 2015
cartonato
430 pagine, 22 euro

"Segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni", spiega il sottotitolo: venti secoli di storia, infatti, sono quelli che la Basilica di San Pietro a Roma è in grado di rievocare a chi voglia ripercorrerne a ritroso le modifiche fino all'epoca di Caligola, imperatore a partire dal 37 d.C., che fece iniziare a costruire proprio sul colle Vaticano un ippodromo che venne completato da Nerone, il quale addirittura vi si esibiva come auriga. Proprio da questo galoppatoio parte la ricostruzione storica di Alberto Angela, gradevolissimo divulgatore. Il luogo divenne, dopo il famoso incendio del 64 d.C., luogo di esecuzioni dei cristiani perseguitati, e fra le vittime ci fu (così almeno si narra) anche San Pietro, che vi venne sepolto. La sua tomba si trasformò subito in luogo di venerazione e meta di pellegrinaggi. Nel frattempo il circo aveva perso la sua funzione ludica ed era divenuto una necropoli, ancora oggi in parte visitabile sotto l'attuale Basilica, con numerosi sepolcri di famiglie romane, prima pagane poi progressivamente cristiane. Finché, nel IV secolo, l'imperatore Costantino fece costruire, sulla tomba di San Pietro (i cui resti ancora in parte rimangono), una prima grande chiesa, edificata sulla necropoli che venne interrata spianando il colle soprastante. La grande Basilica costantiniana avrebbe accolto i pellegrini per oltre milleduecento anni, e divenne ricchissima di opere d'arte nonostante alcuni saccheggi, tra cui quello di predoni saraceni nell'846. Quando cominciò a dar cenni di cedimento e di usura, nei primi anni del Cinquecento papa Giulio II decise di costruirne una nuova, che progressivamente prese il posto di quella vecchia. Il primo architetto incaricato di elaborare un progetto fu Bramante, ma poi con il susseguirsi degli anni e dei pontefici furono innumerevoli gli artisti chiamati a proseguire i lavori e a modificare anche radicalmente l'opera dei predecessori. Finché, con Urbano VIII, nel 1626, la nuova Basilica poté dirsi ultimata, anche se il colonnato esterno fu completato da Bernini solo cinquant'anni dopo. Alberto Angela dedica ampio spazio anche a Castel Sant'Angelo, la fortezza edificata sui resti del Mausoleo di Adriano sulla riva del Tevere, e in ogni caso esamina punto per punto pure le decorazioni interne della Cupola di Michelangelo, così come delle sagrestie e delle Grotte Vaticane. Il tutto è corredato da foto, piantine e disegni. La disanima è di facile lettura e puntellata di curiosità (spesso racchiuse in appositi box di approfondimento, come si farebbe in una rivista). Chiaramente, tanta leggibilità va a discapito dell'approfondimento scientifico: il tono quello della divulgazione televisiva, le informazioni sono semplificate: si punta a meravigliare e a farsi seguire più che a citare le fonti. Il lettore a cui Angela si rivolge non è l'esperto ma il profano. Il che, una volta prese le misure, va benissimo: l'opera è meritoria.