domenica 14 marzo 2021

LA FINE DELL'ETERNITA'


 
 
Isaac Asimov
LA FINE DELL'ETERNITA'
Libra Editrice
1975, cartonato
310 pagine, 4200 lire


"Il romanzo sul Tempo che pone fine ai romanzi sul Tempo", scrive Ugo Malaguti, traduttore e autore della postfazione. Il quale, scrittore di fantascienza a sua volta, notoriamente non simpatizzante verso Asimov, non manca di ribadire i motivi delle sue critiche al"Buon Dottore ma deve ammettere che "La fine dell'Eternità" è il suo "romanzo più complesso e stimolante". Le critiche sono, poi, quelle di una eccessiva cerebralità e freddezza della narrazione, solitamente poco attenta ai sentimenti umani preferendo condurre le storie sul piano delle idee: "certamente Asimov possiede la lucidità e la forza dell'autentico scienziato, e le sue trame sono spesso veri e propri teoremi, lucide dimostrazioni di un assunto, esercitazioni di logica, senza alcun punto debole". Non è un caso, conclude Malaguti, i personaggi dello scrittore americano che suscitano più empatia sono i robot. Elementi che, per quanto mi riguarda, sono positivi; apprezzo senza riserve il cerebralismo asimoviano. Tuttavia, ne "La fine delll'Eternità" i sentimenti sono il motore dell'azione, dati che proprio l'innamoramento di Andrew Harlan, Tecnico dell'Eternità, nei confronti di Noys, donna Temporale, scatena tutto l'ambaradan che dà vita al romanzo. Romanzo che si inserisce nel gruppo di opere del Good Doctor "libere" rispetto ai cicli dei Robot e della Fondazione (che negli ultimi anni della sua vita lo scrittore poi ridusse a uno solo, unificando le due saghe). In realtà il gruppetto delle opere al di fuori dei filoni principali viene definito a sua volta come ciclo dell'Impero, ma il collegamento è blando, se non ricavabile a posteriori. Anche ne "La fine dell'Eternità" si può trovare un riferimento all'Impero Galattico, nel senso che l'Impero non c'è ma nella pagina finale se ne gettano le indispensabili premesse. Pagina finale a cui si giunge dopo un susseguirsi di colpi di scena, con anche la rivelazione di un insospettabile retroscena che Asimov prepara con l'abilità di un consumato giallista (del resto, questo suo talento per il giallo è ben noto e sperimentato). L'Eternità è una struttura di controllo della Storia (ritorna la concezione determinista di una Storia che si può indirizzare verso sbocchi più desiderabili di altri, come in "Fondazione"), che si trova fuori dal Tempo. I suoi membri, organizzati secondo una rigida e algida struttura tecnico-burocratica, intervengono sulla Realtà operando quei cambiamenti che possono, a loro avviso, migliorare le condizioni generali dell'umanità nello scorrere dei secoli e dei millenni, evitando guerre, epidemie, sofferenze. Una volta che il cambiamento è operato, la Storia si adegua mutando il suo corso, in maniera indolore per chi vive nel Tempo: per ciascun individuo sarà come se le cose fossero sempre andate così come gli Eterni hanno voluto, a fin di bene. Tuttavia ci sono alcune cose che non si possono cambiare: gli eventi del Primitivo, cioè dei secoli precedenti alla nascita dell'Eternità (avvenuta attorno all'anno 2400), e quelli del più remoto futuro, là dove l'umanità sembra scomparsa, al termine dei misteriosi Secoli Bui in cui neppure gli Eterni possono aver accesso. Singolarmente, tutto ruota attorno al pianeta Terra, perché ogni tentativo di colonizzazione spaziale da parte degli umani è sempre fallito mancando la possibilità di compiere i viaggi interstellari a velocità superiori a quelli della luce (quei viaggi che nel ciclo della Fondazione vengono chiamati "balzi nell'iperspazio"). Date queste premesse è chiaro come il romanzo sia complessissimo dal punto di vista delle implicazioni filosofiche, scientifiche, antropologiche. Ogni aspetto viene analizzato e sviscerato, compreso, per esempio, quello della fine dell'evoluzione darwiniana della specie umana, che a un certo punto rimane geneticamente sempre la stessa perché l'Eternità crea i presupposti ideali per uno status quo ottimale, eliminando, con i suoi interventi, tutte le mutazioni che portino lo sviluppo in altre direzioni da quelle stabilite. Ma, a un certo punto, Andrew Harlan si rende conto di essere stato manovrato, perché c'è qualcuno che vuole la fine dell'Eternità, cioè la libertà di evoluzione della Storia, che dovrebbe essere scevra da quei condizionamenti che eliminano, apparentemente, qualunque cosa sia ritenuta dannosa, ma che tarpano quelle ali incitate al volo dall'imprevisto. Proprio l'eccesso di controllo sulla Storia provoca la scomparsa dell'umanità nel remoto futuro, ma la libertà garantirebbe invece la scoperta del modo di viaggiare nello spazio e di colonizzare la galassia. C'è di che rimanere concettualmente storditi. Grande Asimov.

sabato 13 marzo 2021

RAQUEL

 
 

 
Stelio Fenzo
Paolo Trivellato
RAQUEL
Edizioni Voiler
2014, cartonato
242 pagine, 16.90 euro


Il primo in Italia a proporre una coniugazione a fumetti del western con il sesso (anche se inteso solo come ingrediente in un contesto più ampio di provocazione, rottura degli schemi, durezza delle scene) fu Max Bunker con El Gringo (disegni di Paolo Piffarerio), nel 1965. C'era il West, c'erano le scazzottate, gli ammazzamenti ma anche donne di facili costumi. Tuttavia, mancavano i nudi, almeno quelli espliciti. A rompere il tabù del nudo nel fumetto italiano, arriveranno, nel 1966, le Edizioni Erregi di Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon (da qui le lettere dell'acronimo), con le loro eroine felicemente svestite; nel 1969 il loro personaggio Walalla, l'indiana bionda a capo di una tribù di Mescaleros (disegni di Tito Marchioro), sdoganava definitivamente ed esplicitamente l'erotismo sulle frontiere del Far-West. In realtà Walalla venne battuta di pochi mesi da Vartan, l'indiana bianca, disegnata felicemente da Sandro Angiolini per l'editore Furio Viano, uno dei principali concorrenti di Barbieri e Cavedon. Seguirono vari altri sexy western: Samantha, La Vergine Nera, Sylvie, Mortimer, Kalamity Jane. Nel 1972 Walalla cessò le pubblicazioni, proponendo un volume di grande formato come supplemento: il titolo era "Raquel", i testi erano di Paolo Trivellato (1931-2006), i disegni di Stelio Fenzo (1932), a cui si doveva la saga della sexy eroina Jungla. "Raquel" è una storia perfettamente autonoma da Walalla, conclusa in se stessa (anche se con un finale aperto a un possibile seguito), che meritoriamente le Edizioni Volier recuperano in un bellissimo cartonato con il corredo critico del super esperto Luca Mencaroni. Raquel ha i tratti somatici di Raquel Welch, ed è una donna del Sud a con i cattivissimi nordisti, durante la Guerra di Secessione, hanno sterminato la famiglia. Fuggita verso l'Ovest, è stata accolta dalla tribù di Chiricahua del capo Mauricio. Il destino però le rimette davanti l'ufficiale responsabile della morte del marito e del figlio, il capitano Morgan, spedito a dare la caccia ai pellerossa. Raquel cavalca nei deserti del West con i seni fieramente nudi, un mantello sulla schiena e il cinturone al fianco. Il veneziano Stelio Fenzo, già nel gruppo dell'Asso di Picche insieme a Hugo Pratt, premiato nel 2012 con il "Prix Saint-Michel Prestige" alla carriera durante il Festival del Fumetto di Bruxelles, la disegna in modo strepitoso nel suo tratto dalle pennellate essenziali.

venerdì 12 marzo 2021

AGENTE ALLEN



 
Mario Rossi
Tiziano Sclavi
AGENTE ALLEN
Saldapress
2017, cartonato
254 pagine, 19.90 euro


"Prima di Dylan Dog, prima di X-Files, prima di Cracco e Chef Rubio... c'era l'Agente Allen!". Così si legge in quarta di copertina. Il riferimento ai due cuochi è dovuto al fatto che Philip Allen, il migliore tra gli agenti della Sezione "Strange" del Servizio Segreto britannico, possiede un ristorante a Inverness, in Scozia, e si dedica a fare il cuoco, prima che a indagare sui casi con risvolti paranormali di cui si occupa il suo dipartimento, che ha lasciato ma dal quale viene spesso e volentieri richiamato in servizio. La serie "Agente Allen" apparve, a partire dal giugno 1983 fino al dicembre 1986, sulle pagine de "Il Giornalino". Va notato che all'epoca, Sclavi (futuro creatore di Dylan Dog) aveva trent'anni e già da due lavorava come redattore presso la Sergio Bonelli Editore, dopo essersi fatto le ossa, a partire dal 1974, nella redazione del Corriere dei Ragazzi. Nel 1982 aveva già scritto il n° 200 di Zagor, "Il tesoro maledetto". Quando Claudio Nizzi, all'epoca responsabile della storie a fumetti del "Giornalino", lo chiama a collaborare con il settimanale paolino, Sclavi è insomma già un navigato professionista. Dylan Dog sarebbe arriva sto proprio in corrispondenza con la chiusura della serie dell'Agente Allen. Il desiderio di stupire e sorprendere il lettore, ma anche il gusto per il paranormale, il racconto "ai confini della realtà", le citazioni cinematografiche, il colpo di scena, il mistero e i brividi, così come la scelta di alcune tematiche (come gli zombi, gli alieni, i licantropi, i fantasmi, il mostro di Loch Ness) sono tipiche della calligrafia e della poetica di Sclavi e collegano, sia pure blandamente, Philip Allen con Dylan Dog. Le puntate di dieci pagine ciascuna sono, chiaramente, destinate a un pubblico di giovanissimi, e quindi non c'è traccia della cupezza dell'Indagatore dell'Incubo. Tuttavia i piccoli/grandi (e sorprendenti) misteri di cui si occupa l'Agente della Sezione "Strange" sono in grado di incuriosire e intrigare anche i più grandi e tutti hanno, alla fine, una pur improbabile spiegazione razionale. Un po' come nel "Dipartimento casi bizzarri" di John Dickson Carr, da cui anche Alfredo Castelli aveva tratto ispirazione per una sua breve serie a fumetti. Un plauso, per finire, ai disegni efficaci e felicemente puliti di Mario Rossi (Zona X, Nick Raider, Tex), e una annotazione su come siano tanti, ormai, i volumi che ristampano il materiale del "Giornalino

martedì 9 marzo 2021

L'UOMO TRA LE NUVOLE

 
 

Marco Ciardi
L'UOMO TRA LE NUVOLE
Aras
brossurato, 2021
116 pagine, 11 euro


Marco Ciardi, professore ordinario di Storia della Scienza e delle Tecniche presso l'Università di Firenze, membro del CICAP, si occupa da anni, oltre che del pensiero scientifico attraverso i secoli, anche di miti letterari e di fantarcheologia: tra i suoi libri, saggi sui misteri di Atlantide e degli antichi astronauti, esaminati dal punto di vista della sedimentazione delle leggende e delle credenze. Ma è nota la sua passione per i fumetti, altro argomento a cui ha dedicato numerosi scritti e conferenze (si è interessato, per esempio, all'incontro fra Darwin e Zagor in una storia dello Spirito con la Scure). "L'uomo tra le nuvole" è il suo primo romanzo, che si legge appunto come un avvincente fumetto (potrebbe fungere benissimo lo spunto per una avventura di Martin Mystére) e racconta, in modo agile e leggero, una indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana (avvenuta nel 1938, a bordo di una nave partita da Napoli verso Palermo), basandone la soluzione classico disneyana "Topolino e il mistero dell'uomo nuvola" (dovuta a Floyd Gottfredson). Nel racconto confluiscono un po' tutti gli elementi storici  e ipotetici del caso Majorana, oggetto di ogni genere di teorie (anche le più fantascientifiche), tra cui quelle di Leonardo Sciascia, che all'analisi del caso dedicò un libro. Sul mio blog "Utili sputi di riflessione" abbiamo già trattato l'argomento recensendo un saggio che sembra risolutivo: http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2016/07/la-seconda-vita-di-majorana.html
Tuttavia, Ciardi aggiunge ipotesi nuove, supportate peraltro da indizi convincenti, che vedono Majorana coinvolto nella prima traduzione italiana di "Topolino e il mistero dell'uomo nuvola", il cui testo differisce in modo inspiegabile dall'originale americano, e vede fare riferimento a teorie sulla forza di gravità da poco studiate da fisici come Heisenberg e Dirac, a cui Gottfredson non faceva cenno. A condurre le indagini, partendo dagli appunti lasciati dal padre morto molti anni prima in un incidente stradale, il giovane giornalista scientifico Giorgio Ventura, che chiede la consulenza non soltanto di uno scienziato ma anche al gestore di una fumetteria. Nell'ombra si muovono però gli agenti di gruppo segreto,  interessati a ciò su cui Giorgio sta facendo luce. Ciardi trova il modo di citare Zagor e Diabolik, suggerire come le tavole di molti fumetti dovrebbero essere esposte nei musei, parlare di fantascienza (Urania, Asimov) e di musica (PFM e Pink Floyd), ricostruire le teorie della fisica quantistica e organizzare un colpo di scena clamoroso. Il tutto, ambientato nell'anno della pandemia, con mascherine e lockdown. Ci sarebbe stato materiale per un romanzone di Dan Brown, ma ci si trova di fronte a una storia di poco più di cento pagine, in cui non si indulge in sottotrame e in approfondimenti psicologici e si mira, nelle descrizioni e dei dialoghi, all'essenziale. Per quanto la lettura sia agile, c'è spazio anche per della divulgazione (persino fumettistica). La soluzione al caso Majorana è fantascientifica, ma anche scientifica su base quantistica, e potrebbe persino essere.

domenica 7 marzo 2021

CHIAMATEMI EMANUELE

 


 
Giorgio Alloisio
Simone Balzano
Aurora Marchetti
CHIAMATEMI EMANUELE
Astromica
brossurato, 2019
100 pagine, 18 euro

"Astromica è una casa editrice di nuova generazione che, grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia, propone una nuova concezione di fumetto. Sono più di settanta la serie inedite che vengono pubblicate nei nostri portali telematici. Ora è nata anche l'edizione cartacea", spiega una nota in apertura di libro. E noi proprio della versione a stampa di una di questa ci stiamo occupando. "Chiamatemi Emanuele" è dunque uscita prima in rete, poi i sei capitoli iniziali sono stati raccolti in questo primo volume distribuito in alcune fumetterie e on line. Immagino ce ne saranno altri, perché la storia non si conclude. Di che storia si tratta? Giorgio Alloisio, uno degli sceneggiatori, ne racconta così la nascita: "Quando Simone Balzano mi ha proposto di raccontare la storia di una giovane transessuale, ho pensato: questo è pazzo. Non perché l'argomento non mi interessasse, ma perché - non essendo transgender - non ho mai vissuto questa esperienza e il rischio di sbagliare era altissimo. Poi ho capito che, in fondo, si parlava di una cosa che avevo vissuto: essere un adolescente e sentirmi un estraneo nel mio stesso corpo". Non si tratta della stessa storia affrontata da Fumettibrutti (Yole Signorelli) in "P. La mia adolescenza trans", ma certamente "Chiamatemi Emanuele" si inserisce nello stesso filone. Questa volta non si tratta di un passaggio da una identità maschile a una femminile, ma al contrario. L'adolescente Anna vuole diventare Emanuele. Balzano e Alloisio sembrano conoscere l'argomento, o almeno citato articoli di legge e raccontano un percorso credibile (dal punto di vista medico, farmacologico e psicologico) lungo il quale una ragazza possa effettivamente diventare un ragazzo. A complicare la vicenda ci sono non solo i problematici rapporti con i genitori (la madre accetta, il padre no - anzi, diventa attivista di una organizzazione politica fortemente ostile ai diritti LBGT), ma anche quelli con la fede (lo stesso protagonista, con tutta la famiglia, è credente e fa parte di una comunità parrocchiale che li ripudia). Ci sono poi i rapporti con gli altri ragazzi, di ambedue i sessi. I disegni di Aurora Marchetti, fortemente debitori verso le suggestioni manga, sembrano indirizzare il prodotto verso un target adolescenziale, coetaneo di Anna/Emanuele. L'argomento è trattato con misura e delicatezza, senza comunque sconti al dramma che, comunque lo si voglia vedere, vive chiunque attraversi un percorso di cambiamento di sesso.

sabato 6 marzo 2021

SARDEGNA NURAGICA

 

 
Giovanni Lilliu
SARDEGNA NURAGICA
Il Maestrale
brossurato, 2019
146 pagine, 13 euro

Giovanni Lilliu (1914-2012), archeologo di fama internazionale, è stato uno dei più illustri studiosi delle antichità sarde e uno dei primi a far conoscere, in ambito accademico e anche divulgativo, al di là delle leggende e del velo di mistero, la complessità delle civiltà che si svilupparono in Sardegna dal paleolitico fino all'età dei nuraghi. Questo agile libretto, che ha l'apparenza di una guida turistica (ricco com'è di illustrazioni), è un compendio portatile dei suoi principali scritti. Quel che colpisce il profano è la ricchezza di resti, molti ancora da studiare e chissà quanti da scoprire, che gli antichi sardi hanno lasciato: resti che non si limitano, e già sarebbe tanto, alle migliaia e migliaia di nuraghi (dal vocabolo "nur", mucchio o accumulo) che costellano la Sardegna in ogni direzione, ma comprendono anche domus de janas (case delle fate, tombe ipogee), dolmen e menhir, resti di capanne e di interi villaggi, luoghi di culto, statue colossali, tombe dei giganti (sepolcri collettive di grandi dimensioni), uno ziggurat, bronzi che raffigurano personaggi dei vari ceto sociali. Gli stessi nuraghi, il lascito più evidente degli antichi popoli, non hanno forme e strutture riconducibili a un unico modello replicato, ma dimostrano una evoluzione (e dunque raccontano una storia) lungo i secoli, tra il 1800 e il 300 avanti Cristo. Ce ne sono di più antichi e più recenti, a un solo piano, a due piani, a tre piani, isolati o al centro di un complesso di dimensioni notevoli, ma anche costruiti a forma di corridoio. Lilliu descrive le tipologie dei resti che ci sono pervenuti, facendoci stupire per la varietà e la diffusione sul territorio. Non si inoltra però nella descrizione più elaborata del popolo (o dei popoli, visti i 1500 anni di storia attraversati dai nuragici) dei nuragici, non parla degli Shardana, citati dalle fonti egizie del II millennio a.C, come facenti parte della coalizione dei popoli del Mare: la loro identificazione con gli antichi sardi è ancora oggetto di dibattito archeologico. Li cita, però, in un passaggio a pagina 94, come "Sherdanw" e dice che sono scolpiti in monumenti dell'antico Egitto. Dunque, lo studioso si tiene sul concreto: dai bronzetti sappiamo che c'erano guerrieri (molti arcieri), fedeli di divinità sotterrare che portavano offerte agli dei (ex-voto), signori con il mantello e il bastone del comando. Le torri più alte dei nuraghi erano soprattutto il simbolo di un potere, un luogo del comando attorno a cui cui stringeva per difendersi. Tutto questo finì con l'arrivo dei romani (o forse prima), e seguì l'oblio sulla più antica (incredibilmente antica) cultura italiana, della quale si parla sempre poco (incredibilmente poco), mentre ci sarebbe da studiare, scavare, indagare, per riportare alla luce non soltanto i reperti, ma la storia di un popolo che rivaleggiò con gli egizi e i fenici.

venerdì 5 marzo 2021

LETTERE DALLA FINE DEL MONDO


 
 
Massimiliano Parente
Giorgio Vallortigara
LETTERE DALLA FINE DEL MONDO
La nave di Teseo
2021, brossurato
288 pagine, 18 euro

Scrive Massimiliano Parente a pagina 250: "Se questo nostro epistolario diventerà un libro, mi aspetto già le critiche che gli saranno mosse, perché a recensirlo saranno comunque persone credenti, letterati credenti, scienziati non credenti ma che non vogliono offendere le credenze, e comunque irreparabilmente ottimisti, oppure ruffiani. Tu te la caverai, perché hai un linguaggio gentile che sembra (sembra!) lasciare delle aperture, io no, perché non ho mezzi termini, e dunque sarò definito, come sempre, nichilista, materialista, eccetera, tutte queste belle invenzioni degli spiritualisti (sebbene non abbia mai visto uno spiritualista dire le sue idee spiritualiste facendo a meno della materia del suo cervello)". E in effetti è così: benché entrambi (uno scrittore che voleva essere uno scienziato e uno scienziato che voleva essere uno scrittore) siano su posizioni simili riguardo al trascendente (Vallortigara è autore anche di un saggio, "Nati per credere", in cui si studiano i meccanismi biologici della fede), il modo di porsi e proporsi dei due è differente. Parente è sempre lo straordinario e irrefrenabile polemista di "Scemocrazia" (ne ho parlato qui http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../scemocraz...), vittima di un pessimismo cosmico che gli fa sembrare (come dargli torto, del resto?) senza senso l'esistenza umana e il cosmo intero, senza possibilità di appello, e assurdi, se non grotteschi, i peana in onore della vita, da lui intesa come nient'altro che un divenire casuale privo di scopo. Vallortigara, senza cercare di dare alla realtà un senso che non ha, gioca però a fare l'antropologo nel villaggio degli indigeni. Scrive: "Una volta si diceva: o fai l'antropologo o fai il missionario. Se aderisci ai riti della tribù, le credenze le puoi studiare dall'interno (e aderire ai riti non significa riconoscercisi), e questo è il lavoro dello scienziato. Diverso è fare il missionario, il quale le credenze della tribù aspira a cambiarle. Non sono interessato a fare il missionario. Questione di gusti. Mi interessa, e molto, capire perché le persone credono quello che credono, ma non sento alcuna spinta a modificarne le credenze". Vallortigara non crede che la vita abbia un senso a priori, ma che glielo diamo noi perpetuandola. Il senso della vita è viverla. Il dibattito fra i due è vivace e talvolta elettrizzante, con continue citazioni letterarie e rimandi a esperimenti di studiosi riguardanti le convenzioni sociali e le credenze più diffuse (rapporti tra i sessi, atteggiamenti antiscientifici, la morte, l'amore, la bellezza, l'arte), spiegate su basi biologiche. Parente rifiuta di datare le sue lettere con il calendario che conta gli anni dalla nascita di Cristo e lo da dal 1859, anno della pubblicazione de "L'origine della specie" di Charles Darwin, e quindi il 2020 AD diventa il 161 DD. Del resto, come dice Richard Dawkings, più volte citato, di fronte alle eterne domande "chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?" bisognerebbe eliminare tutte le rispose date prima di Darwin. Una lettura stimolante, che invita a leggere la ricca bibliografia a cui rimandano le note.

giovedì 4 marzo 2021

VENERDI' 12

 
 

 
 
Leo Ortolani
VENERDI' 12
Bao
cartonato, 2020
330 pagine, 21 euro


Se dovessi consigliare uno, e uno solo, fra i fumetti di Leo Ortolani, suggerirei senza dubbio "Venerdì 12", una saga qui raccolta, dopo venticinque anni, in un volume completo e definitivo. Sono stato fra i primi, e probabilmente pochi, ad averne letto gli inizi sulla rivista "L'isola che non c'è", sfortunatamente durata pochissimo. Dopo la chiusura della testata, nel 1997, i brevi capitoli della serie iniziarono a venire prima ristampati e poi portati avanti sulle pagine di "Rat-Man", fino alla conclusione, con tempi e spazi più dilatati. Perché "Venerdì 12" è il lavoro di Ortolani che preferisco? Uno dei motivi potrebbe essere che non è una parodia, e dunque non bisogna per forza conoscere a menadito il film, il libro o il fumetto che viene preso in giro (fermo restando che certe parodie di Leo sono memorabili). Poi, perché ci si riconosce: la parodia, va a finire, è fatta su noi stessi, sulla nostra difficoltà (adolescenziale, ma anche successiva) di relazionarci con le donne, con le stronze che inseguiamo, le altre di cui non ci accorgiamo, quelle ancora a cui cerchiamo di sfuggire. Quindi, perché "Venerdì 12" è felicemente politicamente scorretto e si permette (ancora) di fare body shaming, allorché facendolo ne condanna la cattiveria. Infine, perché fa ridere vignetta dopo vignetta, fino a scompiscirsi, e questo chiude il discorso, che altro c'è da aggiungere, che volete di più? Ridere per le battute, ridere per i disegni: Ortolani è un fior di disegnatore, tanto di cappello. Bedelia, la bella senz'anima che provoca la trasformazione di Aldo in un mostro orrendo il cui unico amico è il fido Giuda, si è vista dedicare un volume monografico uscito in contemporanea con questa raccolta. Non è proprio lei, ma quasi.

lunedì 1 marzo 2021

IL TRATTAMENTO RIDARELLI

 

 
Roddy Doyle
IL TRATTAMENTO RIDARELLI
Salani
brossura, 2001
112 pagine, 8.26 euro


Il "trattamento Ridarelli" è quello a cui i Ridarelli, appunto, sottopongono le persone che, a loro insindacabile giudizio, si comportano male nei confronti dei bambini. Dei genitori che impartiscono una ingiusta punizione, per esempio. Ma anche San Patrizio che, mentre era impegnato nello scacciare tutti i serpenti dall'Irlanda, si tolse dai piedi con una spinta il monello Elvis O'Leary che protestava perché a lui i serpenti piacevano. Chiariamo subito, dunque, che si tratta di un romanzo per ragazzi, e che Roddy Doyle (1958) è un irlandese. Per la precisione, "Il trattamento Riderelli" è il primo romanzo per bambini di uno scrittore molto noto per molto altro, scritto per i propri figli che, lo racconta lui stesso, gli hanno detto cosa conservare e che cosa buttare via in ciò che stava scrivendo, ciò che li faceva ridere e ciò che non li faceva. I Ridarelli sono una specie di gnomi o di elfi, pelosi e in grado di cambiare colore, così da risultare invisibili. Non sanno fare, però, il colore viola: perciò, a volte, non si mimetizzano perfettamente e qualcuno li vede. Il "trattamento" consiste nel far pestare la cacca di un cane (una cacca esagerata) alla loro vittima, colui che si merita il trattamento stesso (si sa che i bambini ridono se si parla di cacca). La loro vittima, in questo romanzo, è un certo signor Mack, che è ha messo in punizione i propri figli. I Ridarelli collocano, con tutta l'abilità di cui sono capaci, la cacca del cane Rover sulla percorso del signor Mack, in modo tale che sarà inevitabile per lui finire con il pestarla. Sennonché, per una serie di circostanze, i figli del malcapitato scoprono la cosa e convincono i Ridarelli che il proprio papà è buonissimo e non si merita il trattamento. Comincia dunque la corsa contro il tempo per fermare il piede di Mack prima che calpesti la cacca. Il tutto raccontato in maniera veramente divertente, in grado di far ridere pure i grandi. Il libro è corredato dalle illustrazioni di Brian Ajhar,

domenica 28 febbraio 2021

L'ARTE DI FRANCO BIGNOTTI

 

 
A cura di Walter Dorian
L'ARTE DI FRANCO BIGNOTTI
Zagorianità
brossura, 2020
350 pagine

Dopo un numero speciale, uscito nel 2019, dedicato a Franco Donatelli, la rivista "Zagorianità" ne propone uno su Franco Bignotti, un altro dei grandi autori di Zagor, e non solo. Anzi: la strepitosa copertina di Nando Esposito mostra lo Spirito con la Scure insieme ad altri quattro eroi del fumetto popolare italiano di cui Bignotti si è messo al servizio: Blek, Martin Mystère, Mister No, Capitan Miki. E ne mancano ancora: Hondo e il Ragazzo nel Far West, ad esempio. Quello curato da Walter Dorian è un vero e proprio libro a più mani, perché ospita i contributo di vari saggisti (lo stesso Dorian, Stefano Oddo, Maurizio Gasparetto, Angelo Vannucci, Marco Grassano, Marco Murineddu, Fabio Cenci, Giancarlo Orazi, Andrea Santambrogio, Fabio Rosica), e tre prefazioni: una mia, una di Alfredo Castelli, una di Giovanni Ticci. Castelli è, come al soluto, il più brillante. Ticci ricorda un amico, oltre che un maestro, perché fu proprio con Bignotti che Giovanni mosse i primi passi (realizzando con lui fumetti che formavano "Bignotticci"). Bignotti era un fulmine di guerra che però sapeva unire velocità di realizzazione (indispensabile nel fumetto seriale e popolare) a una grande qualità, unite alla capacità di raccontare. Un omaggio del genere era più che doveroso, e ringrazio gli artefici. Peraltro, nonostante si tratti di una pubblicazione amatoriale, lo standard è elevato, il corredo iconografico più che abbondante, la confezione assolutamente professionale.
Come accadde a Franco Donatelli, anche Bignotti venne precettato da Sergio Bonelli, per dar man forte a Gallieno Ferri che, dopo cinque anni di infaticabile lavoro, cominciava ad aver bisogno di aiuto per sostenere la produzione zagoriana. Donatelli arrivò sul finire del 1967, Bignotti qualche mese prima, a metà del 1966, con l’avventura “Il gigante ribelle”, scritta da Cesare Melloncelli (Collana Lampo, terza serie, n° 54). Per Bonelli, Bignotti era una garanzia. Infatti, lo aveva già sperimentato come affidabile e talentuoso collaboratore con “Un ragazzo nel Far West”, datato 1958. Nel libro-intervista “Come Tex non c’è nessuno”, Sergio Bonelli così risponde a Franco Busatta che gli chiede come avesse scelto il disegnatore per quel suo primo giovane eroe: «Lo scelsi sulla base di un incontro umano che creò subito tra noi un’ottima intesa lavorativa e che lo portò a diventare, in seguito, un insostituibile jolly per la casa editrice. In lui trovai, oltre che un ottimo professionista, un amico sempre pronto a dare una mano quando ce n’era bisogno». Infatti, in seguito Bignotti sarebbe stato utilizzato anche su Mister No e Martin Mystére, sempre riuscendo a entrare in sintonia con i personaggi e con i lettori, anche i più esigenti. Portano la firma di Bignotti, del resto, alcuni episodi memorabili dello Spirito con la Scure, da “Molok!” ad “Arrivano i samurai”, passando per “La rivolta dei trappers” fino alle sequenze finali de “L’ultima vittima”. Nonostante la sua velocità, la qualità della sua produzione risultava sempre più che dignitosa, spesso eccellente: ottima e abbondate, verrebbe da dire. Tant’è vero che disegnò anche Capitan Miki e Il grande Blek della EsseGesse per la Dardo e lavorò per la Lug di Lione e la Fleetway di Londra, in un frenetico susseguirsi di commissioni e di consegne. Negli anni Cinquanta ci furono anche le avventure western di Kansas Kid, della cui realizzazione grafica si occupò a un certo punto lo studio milanese di Rinaldo Dami, ovvero lo staff di quel Roy D’Amy autore di storie indimenticabili come, per fare un solo esempio, quella di Gordon Jim pubblicato dall’Audace nel 1952. Fra le tante collaborazioni bignottiane, una fra le meno conosciute è quella con Luciano Secchi, in arte Max Bunker: oltre ad aver illustrato alcuni brevi racconti apparsi su “Eureka”, Bignotti è anche riuscito a fare da inchiostratore a Magnus per vari episodi di Alan Ford, firmandosi con lo pseudonimo di Enrico Fanti. Fra i suoi allievi, oltre al nome di Giovanni Ticci, va ricordato anche quello di Claudio Villa: chiedete a lui, e anch’egli vi parlerà di Bignotti come di un secondo padre.