sabato 21 agosto 2021

VITA DI GIROLAMO SAVONAROLA

 
 

 
Roberto Ridolfi
VITA DI GIROLAMO SAVONAROLA
Le Lettere
1997, brossura
470 pagine, 50.000 lire


Potremmo dire, un po' scherzando e un po' no, che biografi di Savonarola si dividono in "piagnoni" e in "arrabbiati", come ai tempi del Frate. Pro o contro, insomma. Difficile restare neutrali. Il fiorentino Roberto Ridolfi (1899-1991), a cui si deve questa monumentale ricostruzione storica e biografica datata 1952, è sicuramente un piagnone, quindi uno schierato sul fronte savonaroliano. Gli si può perdonare facilmente non soltanto per la ricca documentazione messa a disposizione dei lettori (che potranno, volendo, farsi una loro idea sul personaggio) ma anche perché, in ogni caso, qualche ragione ce l'aveva pure il Savonarola. Che per quanto fanatico era sicuramente un puro che viveva in povertà (rinunciò con sdegno persino alla nomina a cardinale che papa Alessandro IV gli propose nel tentativo di accattivarselo), e quando invocava una riforma della Chiesa precedendo (da antesignano) le idee di Lutero diceva sicuramente il giusto. Peccato che brigasse anche per trasformare Firenze in una sorta di stato teocratico con tanto di guardiani della rivoluzione, censura sulle donne scollacciate, rogo di libri proibiti, persecuzione degli omosessuali. 
Nato a Ferrara nel 1452 da famiglia benestante che gli assicurò ottimi studi, fuggito di casa per farsi frate domenicano nel 1475, arrivò a Firenze prima nel 1482 (per un breve incarico di lettore nel convento di San Marco), poi di nuovo nel 1489 dopo essersi fatto le ossa come predicatore in giro per l'Italia del Nord. Questo ritorno fu quello definitivo, e avvenne su richiesta di Lorenzo dei Medici il quale, consigliato da Pico della Mirandola (che aveva conosciuto fra' Girolamo ascoltandolo dibattere di teologia in alcune occasioni), ne chiese il trasferimento in riva all'Arno ai superiori. Fu come darsi la zappa sui piedi, perché nel frattempo (tra il primo e il secondo soggiorno fiorentino) il ferrarese aveva ricevuto, a suo dire, il dono della profezia e se Dio manda un profeta vuol dire che sta per arrivare l'Apocalisse. Savonarola comincia le sue trascinanti prediche contro il potere e i potenti (laici ed ecclesiastici), che radunano ascoltatori da ogni dove, facendo breccia soprattutto (ma non solo) fra i ceti popolari. Del resto proponeva un allargamento della rappresentanza nelle decisioni politiche allora riservate a pochi, la redistribuzione della ricchezza ai poveri, la lotta alla corruzione e al vizio. In più profetava sciagure contro chi non di convertiva e non praticava una rigida osservanza dei precetti cristiani. Profetizzò la morte di Lorenzo de' Medici ("io resterò, lui se ne andrà") e davvero il Magnifico morì, appena quarantenne, nel 1492. L'Apocalisse sembrò arrivare davvero nel 1494 con la calata del re di Francia, Carlo VIII, in Italia. Il precipitare degli eventi politici e militari portò alla fuga di Piero de' Medici e all'instaurazione di una Repubblica. Savonarola fu addirittura incaricato di trattare con il re francese, e negli anni successivi sembrò in grado di dettare al governo fiorentino una road map per le riforme che avrebbero trasformato Firenze in una nuova Gerusalemme, la città di Dio. Machiavelli, anni dopo, avrebbe rimproverato però al Frate l'ingenuità politica del "profeta disarmato" che crede solo a ciò che è scritto nella Bibbia e non si accorge che la Storia va al di là dei testi sacri. Il fanatismo di Savonarola e dei suoi seguaci aveva creato anche dei fieri oppositori (i "compagnacci", i medicei ma anche gli "arrabbiati" antimedicei) ma soprattutto c'era l'ostilità di Alessandro VI, papa Borgia, che oltre a risentirsi per gli attacchi alla dissolutezza della Curia romana, non tollerava l'appoggio del Frate a Carlo VIII (la Chiesa aveva costituito invece una Lega antifrancese). Così, tutto congiurò contro il profeta e portò al sanguinoso attacco contro il convento di San Marco (con la campana "piagnona" che chiamava il seguaci a raccolta in difesa del Frate), seguito dall'arresto di Savonorola e di due dei suoi più stretti collaboratori, al processo, alle torture, alla condanna a morte accusato di eresia, di intenzioni scismatiche ma soprattutto di aver brigato politicamente. Fra' Girolamo venne impiccato e poi bruciato sul rogo il 23 maggio 1498. La Chiesa, in tempi recenti, lo ha dichiarato "Servo di Dio" ed è in corso una causa di beatificazione. Personalmente lascerei perdere. Che si sia trattato di un processo farsa è comunque fuori dubbio.

giovedì 19 agosto 2021

TUTTO BONELLI 1980-2020

 

 
Mauro Giordani
Gisello Puddu
TUTTO BONELLI 1980-2020
Sergio Bonelli Editore
2021, brossurato
660 pagine, 20 euro


Mamma mia! Assolutamente incredibile la mole di date, dati, titoli, annotazioni, informazioni, contenute in questo prezioso volume di Mauro Giordani e Gisello Puddu, che sembrano aver trascorso la vita a catalogare con minuzia certosina tutto ciò che è stato pubblicato per anni dai vari marchi Bonelli. E si tratta, si badi bene, solo del secondo volume, che segue il precedente dedicato al periodo 1941-1979, pubblicato alcuni mesi fa. Il tutto, nasce come aggiornamento del tomo "Tutto Bonelli" usciti nel 1997 edito dalla Glamour di Antonio Vianovi, che i collezionisti consideravano una sorta di Bibbia per dare la caccia alle pubblicazioni bonelliane. Che ci fosse, dopo oltre vent'anni, necessità di integrare quel primo catalogo, è evidente. Ma Giordani e Puddu hanno fatto molto di più: arricchito, corretto, illustrato, completato fino alla maniacalità. Così, il volume originario si è diviso in due parti, corredati di illustrazioni a colori. Dato che il periodo fino al 1979 era comunque stato censito all'epoca, attendevo con particolare curiosità il secondo volume 1980-2020 per avere sotto gli occhi il quadro completo degli ultimi quaranta anni dell'attività della Sergio Bonelli Editore. Anni che mi hanno visto al lavoro proprio per e negli uffici della Casa editrice, e che ho percepito come un tourbillon di idee e di iniziative ma che neppure io credevo così ricchi di titoli. A sfogliare "Tutto Bonelli 1980-2020" si resta a bocca aperta per la varietà di proposte sempre più diversificate allestiti in Via Buonarroti a Milano, sia negli anni in cui Sergio dirigeva l'azienda, sia in quelli in cui il timone è passato nelle mani del figlio Davide. C'è di che stupirsi nel ricordare le accuse di immobilismo che a volte si sono sentite rivolgere da chi riteneva che la Bonelli fosse legata al passato e non battesse strade nuove. Tutto il contrario! Basta sfogliare le coloratissime pagine di questo volume per rendersene conto e riscoprire le migliaia di titoli di genere e formati diversi e le centinaia di autori che ci sono stati proposti negli ultimi quattro decenni. Anno per anno, testata per testata, Giordani e Puddu catalogano tutto quanto è uscito in edicola o in libreria, indicando ogni possibile dato estrapolabile e aggiungendo preziose annotazioni: "Ma non finisce qui!", promette Davide Bonelli nella sua postfazione. Intanto, i due autori continuano a catalogare.

lunedì 16 agosto 2021

1793

 

 

Niklas Natt Och Dag

1793
Einaudi
brossurato, 2019

492 pagine, 20 euro

"Un crime avvincente come 'Il nome della rosa'", secondo The Washington Post. "Un viaggio vivido e avvicente nella Stoccolma del XVIII secolo, nelle sue ingiustizie e nei suoi luoghi oscuri", recensisce The Guardian. "Coinvolgente e scioccante", dice The Times. "Un romanzo livido, febbrile, di una potrenza palpabile. Un esordio eccezionale. Un autore da seguire", commenta Le Parisien. "Un thriller trascinante", aggiunge The Observer. Queste le scritte in copertina, che convincono all'acquisto a dispetto del nome oscuro (e impronunciabile) dell'autore, classe 1979, di cui ci viene detto che è il discendente della più antica famiglia aristocratica svedese, da tempo decaduta. A parte il paragone con "Il nome della rosa", che io non proporrei, i restanti commenti sono assolutamente veritieri. "1793", primo volume di una trilogia, è un romanzo potente, che stringe un nodo alla gola, trascina giù con sé in abissi inimmaginabili che pure si comprendono come reali, data che è evidente la documentazione da cui ha attinto Natt och Dag. Ambientato in Svezia durante la Rivoluzione Francese, di cui giungono gli echi e i cui eventi hanno un ruolo nel racconto, il romanzo descrive una Stoccolma crudele, putrida, corrotta, dissoluta, in preda a epidemie e incendi, in cui la vita umana era senza valore, reduce da guerre insensate e sotto un regime decadente e spietato (quello di Gustavo III si era concluso l'anno precedente con l'assassinio del Re, e il successore Gustavo Adolfo era solo quattordicenne). La sporcizia, le violenze, le ingiustizie, i soprusi, la disperazione, le malattie, l'avidità imperversano. Ciò nonostante, un reduce di guerra senza un braccio assunto nella guardia civica, Mickel Cardell, e un procuratore divorato dalla tisi, a cui già cercano di fare le scarpe per prenderne il posto, Cecil Winge, uniscono le loro forze per risolvere il caso di un orrendo delitto. Un uomo è stato mutilato pezzo per pezzo (prima la lingia, poi gli occhi, poi i denti, quindi gli arti, uno per uno, facendo risargire le ferite prima di procedere con le amputazioni) e il suo cadavere riemerge in un putrido lago dove scolano gli escrementi della città. Nessun indizio sulla sua identità. "1793" non è però solo il resoconto di una difficile indagine, ma la ricostruzione storica di una città, di un'epoca, di una società. Le ricerche di Cardell e Winge si incrociano con le vicende di altri due personaggi seguiti nelle loro drammatiche vicissitudini: il giovane spiantato Kristofer Blix, aspirante chirirgo, e una ragazza, Anna Stina, ingiustamente rinchiusa in un istituto di correzione perché accusata di meretricio, dove le recluse anziché venire rieducate subiscono le più crudeli violenze. Si resta sgomenti dall'inizio alla fine, ma ne vale la pena

venerdì 13 agosto 2021

FONDAZIONE



Isaac Asimov
FONDAZIONE
Mondadori
200 pagine
C’era una volta la Trilogia Galattica. Erano tre romanzi di una saga, quella della Fondazione, che nel 1966 valse a Isaac Asimov il Premio Hugo quale miglior ciclo fantascientifico. In Italia li conoscevamo con i titoli di “Cronache della Galassia”, “Il crollo della galassia centrale” e “L’altra faccia della spirale”. I titoli americani erano molto diversi: “Foundation”, “Foundation and Empire” e “Second Fundation”. Edizioni italiane successive hanno ripristinato l’aderenza alle denominazioni originali.
Il primo romanzo, “Fondazione” è datato 1951 (prima pubblicazione italiana: 1963). In realtà, si tratta della raccolta di quattro racconti uniti da un unico filo conduttore, comparsi tra il 1942 e il 1944 sulla rivista “Astounding Science-Fiction”, preceduti da un prologo scritto appositamente per l’edizione in volume. La Trilogia Galattica diventò una tetralogia quando, nel 1982, Isaac Asimov si convinse che c’erano i margini per un sequel: “L’orlo della Fondazione”, a cui fece seguito nel 1986 un quinto romanzo, “Fondazione e Terra”. A questo punto l’autore decise di tornare indietro e aggiungere alla pentalogia due prequel, “Preludio alla Fondazione” (1988) e “Fondazione Anno Zer” (1993, uscito postumo). Quindi, il ciclo della Fondazione è composto da sette romanzi. Che diventano undici, se si considerano anche i quattro titoli del ciclo dei robot, che Asimov ha collegato, con due romanzi del 1983 (“I robot dell’alba”) e del 1985 (“I robot e l’Impero”) alle vicende di “Foundation”.
Ma veniamo appunto a “Fondazione”, il primo libro. Benché compaia, di persona, soltanto nelle pagine iniziali, protagonista imprescindibile ne è Hari Seldon, matematico del pianeta Helicon trasferitosi su Trantor, capitale dell'Impero, dove per lunghi anni ha messo a punto di una nuova scienza, la psicostoria, in grado di prevedere, sulla base probabilistica ma in modo del tutto attendibile, il futuro dell'umanità. Ai suoi occhi, appare evidente che l'Impero entrerà in crisi e seguiranno millenni di barbarie. L'ispirazione venne ad Asimov, alla fine degli anni Quaranta, leggendo l’opera monumentale di Edward Gibbon, "Declino e Caduta dell’Impero Romano". Il fatto che gli sviluppi delle dinamiche sociali possano essere preveniste da una sorta di determinismo storico ha fatto paragonare le idee di Seldon a quelle di Karl Marx, filosofo ed economista che vedeva come ineluttabili certi sviluppi della storia. In realtà, l'approccio di Seldon è diverso: è matematico, scientifico. A distanza di settanta anni, oggi vediamo come lo studio dei cosiddetti "Big Data" già permetta, nei fatti, la previsione esatta del comportamento della massa dei consumatori o degli utenti dei social (mai del singolo, solo dell'insieme). Asimov ci ha azzeccato, dunque. Il fascino di “Fondazione” non si basa su battaglie spaziali o su inseguimenti tra astronavi: l’avventura c’è ma, tutto sommato, non è né mozzafiato né fondamentale: il racconto è condotto principalmente attraverso dialoghi che analizzano la situazione su base politica, economica e sociologica, e dimostrano come questa situazione cambi lungo un fluire di decenni e di secoli. Così lo scrittore riassume le basi di “Fondazione” all’inizio di “Fondazione e Impero”, il secondo dei romanzi della Trilogia originaria: “L’impero galattico stava crollando. Era un’istituzione colossale che comprendeva milioni di mondi da un capo all’altro dell’immensa doppia spirale chiamata Via Lattea, e data la sua vastità la rovina era tanto imponente quanto lenta a compiersi. La caduta era iniziata da secoli, prima che qualcuno se ne rendesse conto. Questo qualcuno fu Hari Seldon, che rappresentava l’unica scintilla creativa in un mondo intellettualmente inaridito. Fu Seldon a sviluppare la scienza della psicostoria fino al più alto grado. La psicostoria studia le reazioni non del singolo uomo ma dell’uomo in quanto massa. Una massa formata da milioni di esseri umani. Con l’applicazione di questa scienza si possono prevedere con precisione assoluta le reazioni delle masse a determinati stimoli. Hari Seldon studiò i fattori sociologici ed economici dei suoi tempi, ne vagliò gli sviluppi, previde l’inarrestabile decadenza della civiltà e il conseguente periodo di trentamila anni di caos prima che un nuovo impero potesse nascere dalle rovine del precedente. Era troppo tardi per arrestarne la caduta, ma non troppo per ridurre il periodo di barbarie.” Nasce così il “piano Seldon”, che prevede la costituzione di due Fondazioni, una nota e una segreta (nascosta non si sa dove), con lo scopo di limitare il caos a un periodo di mille anni. La prima Fondazione viene collocata di un piccolo pianeta periferico, Terminus. Pochi conoscono i veri scopi degli scienziati che prendono possesso di Terminus per ordine dello stesso imperatore, che Seldon ha convinto a finanziare la compilazione di una “Enciclopedia Galattica” destinata a raccogliere e tramandare tutto il sapere umano: un lavoro, questo, di copertura. Ma gli stessi enciclopedisti, pur consapevoli di far parte di un piano, nulla sanno di ciò che gli aspetta. I membri della Seconda Fondazione, dovunque siano, conoscono invece qualcosa di più e sono chiamati a controllare che tutto proceda secondo le previsioni. Continua a riassumere Asimov: “A mano a mano che l’impero si disintegrava, le regioni esterne si trasformarono in regni indipendenti. La Fondazione ne fu minacciata. Tuttavia, manovrando questi regni gli uni contro gli altri sotto la guida del suo primo sindaco, Salvor Hardin, la Fondazione riuscì a mantenere una precaria indipendenza.” Qui si può notare come la psicostoria, in grado di prevedere il comportamento delle masse, non possa però fare a meno dell’opera di singoli dotati di intelligenza, talento, abilità politica, capacità di comando, carisma, come Hardin, appunto, e come Hober Marlow, primo dei principi mercanti della Fondazione. Tuttavia, c'è una sorta di "necessità storica" a cui non è possibile (pare) sfuggire. Grazie a Hardin, la Fondazione riesce a imporsi sui regni vicini per il suo livello tecnologico in un contesto di arretramento scientifico, fino al punto da dar vita a una religione che garantisce a Terminus un potere spirituale. In seguito, Marlow fa prosperare la Fondazione, mentre tutto va a catafascio, con l’egemonia economica. Spiega infine Asimov: “Dopo duecento anni la Fondazione era lo stato più potente della Galassia, a eccezione di quanto rimaneva dell’impero stesso. Sembrava inevitabile che il prossimo pericolo che la Fondazione avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato il colpo di coda dell’impero morente”. E’ appunto quello che succede in “Fondazione e Impero”. “Foundation” è dunque un susseguirsi di momenti di crisi (dette “crisi Seldon”, dato che sembrano essere state previste dal matematico, il quale compare periodicamente come ologramma a confermare che il suo piano si sta svolgendo regolarmente a dispetto dei pericoli che sembrano incombere), superate non senza angosce. Si riconosce, nel crollo del potere di Trantor (la capitale dell’impero), quello del potere di Roma dal V secolo in poi, dovuto a fattori interni ed esterni: geniale Asimov nel trasferire le dinamiche della storia passata in quelle del futuro.

domenica 25 luglio 2021

SIDI



Arturo Pèrez-Reverte
SIDI
Rizzoli
2021, brossura
400 pagine

Chi abbia letto la saga del Capitan Alatriste sa dell'incredibile talento di Arturo Pérez-Reverte nel raccontare la Spagna (e l'Europa) dei secoli passati. Un talento non limitato al romanzo storico, in verità, dato che l'autore si è dimostrato in grado di spaziare anche nella contemporaneità e in vari generi (dal giallo al reportage di guerra). In ogni caso, da buono spagnolo appassionato di storia (è nato a Cartagena nel 1951), quando scrive di storie di Spagna, dà il meglio di sé. Vederlo cimentarsi con una rivisitazione dell'epopea del Cid è dunque una festa. El Cid Campeador (cioè "padrone del campo", o meglio "vincitore") è il protagonista di un poema del XII secolo, il "Cantar de Mio Cid", che ha successivamente ispirato mille leggende, racconti, romanzi, film. Alla base di tutto c'è un personaggio storico: Rodrigo Díaz de Vivar, o Ruy Dìaz (come lo chiana Pérez-Reverte), che visse tra il 1040 e il 1099 (nell'epoca della Reconquista), e fu un condottiero e soldato di ventura dotato di grande senso dell'onore, coraggio, carisma, capacità di comando e abilità tattica. Il soprannome Cid deriva dall'arabo "sidi", cioè "mio signore", e il romanzo di Pérez-Reverte ricostruisce le circostanze in cui si guadagnò, per la prima volta, questo appellativo. Lo scrittore sceglie di partire dall'esilio a cui Ruy Dìaz lo condannò la miopia di Re Alfonso IV di Castiglia, a cui comunque El Cid restò fedele destinandogli il quinto di ogni suo bottino. Costretto a lasciare il Regno da lui difeso ai tempi di Re Sancho II (fratello di Alfonso che gli succedette sul trono), Ruy Dìaz si mette al servizio di chi possa pagare la sua spada e quella degli uomini che lo seguono. Il romanzo comincia con la caccia da parte dei soldati di ventura del Cid a una "aceifa" musulmana, cioè una banda di predoni mori che seminano morte e distruzione lungo le frontiere fra i regni cristiani e quelli moreschi nella Spagna del XI secolo. La narrazione è tesa, crudele e drammatica, come se assistessimo al duello fra uno squadrone di soldati e una banda di apache in uno scenario western. In seguito, Ruy Dìaz si mette al servizio di un Re musulmano, Mutaman (figura che dimostra come anche i sovrani mori potessero essere saggi e illuminati), con l'impegno da parte di costui di non chiedergli di combattere contro i castigliani. Il romanzo non procede oltre nella biografia del Cid, segno che Arturo Pérez-Reverte intende (almeno lo spero) continuare con altre puntate di quella che potrebbe essere una saga molto lunga. La ricostruzione degli scenari, dei personaggi, della mentalità dell'epoca è fantastica, sembra di esserci. Tempi crudeli, in cui la vita e la morte avevano un valore diverso da quelli di oggi (come del resto in altre epoche storiche, e come in altre latitudini e longitudini rispetto alle nostre). La personalità di Dìaz, uomo forte ma anche intelligente, prudente, saggio, tormentato e consapevole di trovare una ragione di vita solo nel mestiere delle armi, risalta su tutte le altre, affascinante e, al tempo stesso, realistica, al di là dell'aura leggendaria e idealizzata della figura del Cid. Scrive Pérez-Reverte in una nota: "Ci sono molti Ruy Dìaz nella tradizione spagnola, e questo è il mio".

lunedì 19 luglio 2021

LA COLONIA PERDUTA

 
 
 

Giles Milton

LA COLONIA PERDUTA
Rizzoli
cartonato, 2000
420 pagine


Se la colonizzazione delle Indie Occidentali e la conquista del Messico da parte degli spagnoli, nei decenni successivi la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo sono costellate di figure ed eventi passati allo storia e alla leggenda, di cui si sono molto occupati romanzieri e cineasti, meno noti sono i fatti, per quanto drammatici, legati alle colonie inglesi in America del Nord. Eppure si tratta di vicende appassionanti e talvolta sconvolgenti, che prendono il via dal primo tentativo di insediamento di coloni sull'isola di Roanoke in quella terra che venne chiamata Virginia in onore di Elisabetta I, l'ultima dei Tudor, detta "la regina vergine", in quanto nubile e senza figli. Nel 1536, ancora sotto il regno di Enrico VIII (padre di Elisabetta), un mercante di pelli abituato a navigare tra Londra e le Canarie, Richard Hore, organizzò una spedizione verso le coste settentrionali del continente americano, convinto di potervi installare facilmente un posto di commercio. Il tentativo si rivelò un disastro, con i marinai che, male equipaggiati e senza viveri, e incapaci di procurarsi altrimenti del cibo finirono per darsi al cannibalismo. Tutte le spedizioni successive, per quasi un secolo, dovettero fare i conti con navi non ancora adatte alle traversate oceaniche, con il clima, con i nativi, con la scarsità di viveri in rapporto alle comunità di coloni che si volevano insediare, con gli approvvigionamenti di metalli, sementi, attrezzi, armi che dipendevano dalla madrepatria e non arrivavano mai puntuali. L'avventuriero Sir Hunfrey Gilbert fu il secondo a tentare (nel 1583) la fondazione di una colonia nelle terre non ancora occupate dagli spagnoli (con cui gli inglesi erano in guerra perenne, combattuta o sopita) ma, abilissimo nel trovare finanziatori, non fu altrettanto bravo nel valutare le difficoltà. In effetti i tentativi che si succedettero furono tutti una lenta approssimazione verso migliori organizzazioni successive che facevano tesoro degli insuccessi precedenti, in un susseguirsi di tragedie e di catastrofi. Se, già a Seicento inoltrato, le prime colonie riuscirono ad attecchire, molto si dovette all'instancabile opera di Sir Walter Releigh, favorito dalla regina ma poi inviso al di lei successore Giacomo I di Scozia. Una figura, quella di Releigh, davvero affascinante e sicuramente, per i canoni dell'epoca, illuminata. Lui soprattutto è il protagonista del saggio di Giles Milton. Benché non abbia mai guidato personalmente la colonizzazione sul territorio, la pianificò per anni da Londra, raccogliendo fondi e dando direttive, come quella di instaurare rapporti pacifici con i nativi americani (in questo, venendo spesso disatteso). Scelse collaboratori e capitani, organizzò le spedizioni, riuscì a ottenere finanziamenti privati e la sponsorizzazione della regina (non cui riuscì invece con Giacomo I, il cui nome venne dato a Jamestown nonostante il disinteresse del sovrano). Non si trattava soltanto di sbarcare dei coloni, ma riuscire a rendere stabile e autosufficiente una colonia, impresa tutt'altro che facile, e difenderla dagli attacchi degli indigeni così come dalla caccia degli spagnoli (che la cercavano per distruggerla, ritenendo tutta l'America terra loro). Nel 1584, un nativo americani di nome Manteo, catturato in un viaggio esplorativo, permise agli inglesi di imparare la lingua degli indigeni (e lui si rivelò abile mediatore). Nel 1585 salpò la prima spedizione organizzata da Raleigh, a cui avrebbero seguito numerose altre, ostacolate anche dalla guerra sul mare fra Spagna e Inghilterra. Proprio questa guerra portò al completo abbandono, fra il 1586 e il 1590, dei contatti fra la colonia posta sull'isola di Roanoke e la madre patria: quando gli inglesi tornarono a cercarla, la trovarono completamente abbandonata (da qui, un mistero che ha fornito materiale per romanzi, film e fumetti). In ogni caso, i britannici ci riprovarono, in un susseguirsi di battaglie e barbare uccisioni (anche i nativi fecero la loro parte), di epidemie e naufragi, fino all'episodio di Pocahontas, principessa pellerossa resa celebre dal film della Walt Disney (il suo matrimonio con John Rolfe è del 1614), che Giles Milton racconta nei dettagli (almeno quelli che è possibile ricostruire sulla base dei documenti storici). Il saggio si conclude con l'esecuzione sul patibolo di Walter Raleigh, accusato falsamente di tradimento, da parte di Giacomo I Stuart. Raleigh volle farsi decapitare con la testa voltata verso Ovest, là dove c'erano le sue colonie. Oltre a fare l'accurata cronistoria dei primi tentativi di colonizzazione in terra americana, Milton ben descrive anche la realtà londinese, quella della corte di Elisabetta I e quella dei suburbi trasudanti malattie e miseria in cui la vita era più dura e a rischio di quella nelle colonie

sabato 17 luglio 2021

YOGA

 

 
 
Emmanuel Carrère
YOGA
Adelphi
brossurato, 2021
318 pagine, 20 euro


Carrére è ipnotico. Potrebbe raccontare a modo suo l'elenco del telefono e si starebbe a leggerlo incantati per ore e ore. Per di più, lo scrittore francese racconta sempre la propria vita: anche quando ha pubblicato le (straordinarie) biografie di San Paolo e di Limonov, in realtà ha trovato il modo di parlare di se stesso. Stavolta parla proprio di se stesso, e ugualmente si resta ipnotizzati, non c'era da dubitarne. Il periodo preso in esame, cioè dal 2015 al 2019, coincide con quello di una terribile depressione e una diagnsi di disturbo bipolare che lo porta quasi al punto di non ritorno, di cui fa la cronaca, e quindi l'argomento è ostico. Carrère lo affronta partendo dal momento in cui si ritira in una tenuta in campagna dove un gruppo di iniziati alla meditazione Vipassana ha organizzato una sorta di ritiro spirituale di una decina di giorni per praticanti intenzionati a perfezionarsi. Lo scrittore, che pratica meditazione, yoga e tai chi da molti anni, decide di prendervi parte perché è intenzionato a scrivere un libro proprio su questo tipo di argomento. Il corso, che prevede un isolamento totale e, viene detto, può provocare effetti collaterali a livello psicologico. Non è ben chiaro (almeno io non l'ho capito) se proprio il corso scatena dei disturbi psichici già latenti in Carrère (lo scrittore dce di averne già sofferto, in forma più lieve, in passato), che comunque non porta a termine la prova costretto a lasciare il gruppo in seguito alla strage di Charlie Hebdo (un suo amico è fra le vittime, e lui stesso potrebbe essere un bersaglio, per una recensione positiva al libro di Houellebecq "Sottomissione", che parla di Islam). Fatto sta che poco dopo, nonostante Carrère  fosse convinto di attraversare un periodo felice e fortunato della propria vita, cade in un incubo che sembra senza fine, in un abisso che sembra senza fondo, al punto che, come extrema ratio, subisce più volte l'elettroshock. Gli viene diagnostica una patologica psichiatrica, è sottoposto a una terapia a base di litio. Miracolosamente le cure funzionano, e il ritorno al lavoro (prima in Iraq come inviato di un giornale, poi in un campo profughi in Grecia) gli salva la vota. Carrère racconta, come sa fare lui, un aneddoto dopo l'altro (storie d'amore, storie di sesso, storie di viaggi, storie di incontri), in brevi capitoli che narrano fatti intriganti del presente e del passato, ed è gradevole da seguire. Peccato però per il troppo buonismo (neppure contro gli attentatori che gli hanno ucciso un amico riesce a scagliarsi) e per il troppo minestrone di yoga, meditazione, filosofia orientale che, sinceramente, finisce per annoiare un po', chi, come me, è alieno dalle cineserie. Chissà poi se tutti gli aneddoti raccontati sono del tutto veri: l'ex moglie, per esempio (dopo il recente divorzio e l'accordo fatto con l'ex marito perché di lei non si parlasse), sostiene in un'intervista che Emmanuel si è inventato più di qualcosa (ad esempio, nel campo profughi ci sarebbe rimasto solo pochi giorni e non dei mesi). Ma questo importa ben poco: se un aneddoto è raccontato bene, non importa se è vero a metà.

venerdì 16 luglio 2021

THORGAL VOLUME 3

 
 
 

Jean Van Hamme

Grzegorz Rosinski
THORGAL VOLUME 3
Panini Comics
cartonato, 2021
310 pagine, 33 euro


Prosegue, con questo terzo corposo volume, la riedizione cartonata targata Panini dell'intera saga di Thorgal. Dei primi due tomi avevamo già avuto modo di parlare: trovate qui le recensioni in cui si spiega chi sia l'eroe di Rosinski e Van Hamme.

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../thorgal...

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Il Volume 3 contiene nove storie pubblicate originariamente in Belgio, Francia e Svizzera tra il 1988 e il 1992. Di questi, quattro sono brevi episodi dell'infanzia di Thorgal e di Aaricia, con cui gli autori ricostruiscono il passato dei due giovani destinati poi a sposarsi. La storia con cui comincia il libro, invece, è quella conclusiva della saga nel Paese di Qa, al di là dell'Oceano (una terra fantastica ma che corrisponde, si direbbe, al Messico), dove Thorgal, Aaricia e il loro figlioletto Jolan erano stati costretti a recarsi per una trama ordita dall'avventuriera Kriss di Valnor. Dopo aver scoperto (o capito meglio) il segreto delle proprie origini (legate al naufragio sulla Terra di un velivolo spaziale), Thirgal riesce a riportare in Scandinavia la propria famiglia, e proprio nella terra dei vichinghi (già, perché Thorgal, figlio delle stelle, è stato adottato da una famiglia vichinga e cresciuto come uno di loro) Aaricia dà alla luce, in circostanze molto drammatiche, sua figlia Lupa. A questo punto, però, Van Hamme decide di separare Thorgal dalla moglie e dai figli, facendolo finire schiavo in una terra lontana, si direbbe nell'Europa continentale, dando vita a un nuovo ciclo di avventure vissute in solitaria dall'eroe. Eroe desideroso solo di una vita tranquilla, ma che il destino segnato dalle sue origini coinvolge in vicende crudeli. Il disegno realistico di Rosinki e l'ambientazione vichinga dei primi racconti non devono far credere che Thorgal sia un fumetto storico: è sostanzialmente fantastico, anche se la magia proposta da Van Hamme non trascende mai i limiti del rigore logico: si rispettano regole di coerenza interna del racconto ed è facile accettarle e crederci. La più affascinante delle storie è appunto un ben congegnato meccanismo di viaggi nel tempo, "Il signore delle montagne".

venerdì 9 luglio 2021

SWEA

 
 

 
Raffaele D'Argenzio
Nadir Quinto
SWEA
Allagalla
2021, cartonato
280 pagine, 30 euro


Un universo da riscoprire, quello delle serie a fumetti sulle riviste per ragazzi in edicola negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta del secolo scorso. Non solo "L'Intrepido" e "Il Monello", ma anche "Il Giornalino"e "Il Corriere dei Ragazzi", per non parlare di "Lanciostory" e "Skorpio". Allagalla, una delle case editrici più attive nel recupero e nella valorizzazione di questo tipo di materiale, presenta la raccolta in volume di tutte le avventure di Swea, eroina pubblicata tra il 1976 e il 1977 su "Corriere Boy", una versione del "Corrierino", i cui logo e format vennero rinnovati proprio in quegli anni per cercare di superare la forte crisi editoriale in cui versava la storica testata.
Nel marzo del 1975 era stato licenziato lo storico direttore Giancarlo Francesconi, sostituito da Alfredo Barberis il quale, per colpa o per sfortuna, non riuscì comunque a far risalire le vendite. Venne perciò assunto Raffaele D’Argenzio, strappato alla concorrenza, con l’incarico di operare una radicale trasformazione. Passato in seguito nelle mani di altri direttori, la testata chiuse, comunque, nel 1984. D’Argenzio, nato a Caserta nel 1943, aveva esordito come sceneggiatore di fumetti, firmandosi Ledar, proprio con le testate della Universo, per la quale creò alcune serie come “Cristall” ed “Edizione straordinaria”, fino a diventare prima caporedattre poi direttore de “L’Intrepido”. Per “Corrier Boy”, oltre a Swea ideò altre serie, quali “Chris Lean”, “Charlie Charleston” e “Savage”. Dopo aver a lungo portato avanti gli episodi della bionda eroina western, la passò poi a Domenico Cammarata. Per la sua indiana bianca, D’Argenzio volle accanto a sé un veterano, vera leggenda del fumetto popolare italiano, attivo fin dal 1939: Nadir Quinto.
Swea principessa di sole, ha i capelli biondi perché discendente dagli antichi vichinghi sbarcati sulle coste dell’America settentrionale ancora prima di Cristoforo Colombo. Proprio in ragione di questa misteriosa origine, la zona in cui principalmente sono ambientate le sue avventure è quella del Nord-Est, come dimostrano i nomi delle tribù indiane in cui ci si imbatte: Irochesi, Uroni, Tuscarora, Mohicani. In particolare, Swea è sakem, per elezione e acclamazione, dei Mohawk. L’epoca si può identificare nell’arco di anni tra il 1869 e il 1877, dato che in alcuni episodi si mostra Ulysses Grant nei panni di Presidente. Non che la ricostruzione degli ambienti e della realtà storica sia attenta e puntuale: anzi, la serie propone scenari immaginari ed elementi del tutto fantastici: accanto ai tipici elementi western troviamo spunti avventurosi alla Rider Haggard, missioni in trasferta nelle terre delle antiche civiltà precolombiane, addirittura un incontro con un romantico alieno. La ragazza, che Nadir Quinto ha raffigurato (si dice) con i tratti della moglie Enza, è dotata di strani poteri paranormali di cui non è del tutto padrona e che lo stregone Toneaga gli insegna a controllare. Gli elementi rosa sono costanti, a partire dall’evidente attrazione fra Swea a il meticcio Falco, ma se si sottolinea come la fanciulla abbia il cuore tutt’altro che di ghiaccio, solo raramente la vediamo sciogliersi in un bacio. A solleticare la curiosità dei giovani lettori, al posto delle scene d’amore bastano le pose da pin up dell’eroina, che come la Ka-Laa e la Barbara di Juan Zanotto mostra disinvoltamente le proprie grazie (quelle evidenziate dalla discinta mise) mentre vive le proprie pericolose avventure. Grazie che la strepitosa copertina di Emanuele Taglietti ben evidenzia.