martedì 14 agosto 2018

LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA



Giuseppe Pignata
LE AVVENTURE DI GIUSEPPE PIGNATA
FUGGITO DALLE CARCERI DELL'INQUISIZIONE A ROMA
Sellerio Editore
Terza edizione 1991
Collana La memoria
traduzione di Olindo Guerrini
brossurato - 190 pagine -  lire  10.000


Mosso all'acquisto dalla versione a fumetti realizzata da Magnus e da Tisselli, ho trovato questo libro estremamente gradevole, interessante e coinvolgente, e del resto il lavoro dei due fumettisti di cui sopra ne rende perfettamente il senso e lo spirito Arrivato ad Amsterdam nel giugno 1694  dopo lunghe peripezie durate un anno, Giuseppe Pignata racconta a un anonimo interlocutore la sua incredibile avventura (ma si avanza l'ipotesi che l'interlocutore sia in realtà egli stesso). Le sue traversie cominciarono allorché, nel 1690, Giuseppe Pignata venne arrestato a Roma dall'Inquisizione, e accusato di eresia per aver partecipato ad alcune discussioni di argomento teologico, in casa di amici. Già questo dà il clima dell'epoca. Chiuso nelle carceri della Santa Sede, Pignata attraversò umiliazioni e privazioni da cui riuscì comunque a difendersi grazie alla sua forza d'animo e alla sua inventiva, mai perdendo comunque la fede e sempre rivolgendosi a Dio (colpisce questa sua devozione, nonostante fosse proprio la Chiesa la causa dei suoi guai). Dopo interminabili mesi di prigionia, Pignata viene assolto dall'accusa, ma egualmenre trattenuto in prigione perpetua per penitenza ed espiazione (non si sa bene di che), e soprattutto gli vengono sequestrati tutti i beni (forse è questo il motivo della reclusione). Con il compagno di cella, il protagonista progetta una ingegnosa fuga, che a lui riesce (all'amico no). Si scatena in tutta l'Italia una furibonda caccia all'uomo, ma Pignata, per fortuna e per abilità, riesce a far perdere le proprie tracce pur attraversando sofferenze e patimenti di ogni sorta. Alla fine, dopo essere passato da Messina, arriva a Venezia. Non essendo al sicuro neppure lì, trova infine estremo rifugio in Olanda. La parte finale delle sue avventure, da Venezia in poi, è più noiosa delle altre. Forse perché ormai Pignata può contare sull'appoggio di nobili e ricchi signori che lo vestono e lo riempiono di denari, per cui la sua fuga è meno angosciosa che all'inizio. In appendice al testo, un saggio di Alessandro D'Ancona, molto ben documentato, conferma la veridicità del racconto di Pignata e trova riscontro a quanto egli riferisce: "Da queste testimonianze crediamo che sarebbe impossibile persistere nel dubbio circa la realtà della fuga". Insomma: interessante e coinvolgente. 

lunedì 13 agosto 2018

108 METRI





Alberto Prunetti
108 METRI
Editori Laterza
2018, brossurato
140 pagine, 15 euro



108 metri è la lunghezza delle singole rotaie ferroviarie prodotte dalle acciaierie di Piombino, in provincia di Livorno. Un altoforno affidato a manodopera specializzata in grado di realizzare le migliori colate del mondo, destinate a produrre, non per caso ma per straordinaria professionalità, l'acciaio più resistente e indeformabile. Alberto, partito dalla costa livornese in cerca di esperienze e di fortuna verso l'Inghilterra, se ne vanta con i suoi colleghi che condividono con lui gli squallidi lavori che gli immigrati (italiani e non) sono costretti a fare nel Regno Unito. "Io vengo da un posto che fa 108 metri d'acciaio. Binari lisci come cosce e senza smagliature. Le hanno imbullonate nelle ferrovie di tutta Europa, anche qui da voi, cari sguatteri. E sapere chi c'è a fare la manutenzione di questa acciaieria che non ha rivali nel continente? Il mi' babbo". Il babbo Renato, veterocomunista sempre in lotta con i padroni, aveva preparato un futuro per metalmeccanico anche per il figlio, che invece voleva studiare, addirittura fare il classico. Roba da far venire l'orticaria al padre solo a sentirlo dire: il classico è la scuola di quelli che poi faranno i leccaculo dei capitalisti. La mediazione porta allo scientifico, e quindi alla partenza di Alberto verso la Gran Bretagna, a Bristol per la precisione. E qui comincia l'inferno. Lavori umilianti, malpagati, senza diritti, alienanti, quelli destinati a working class senza speranze. La descrizione tragicomica di Prumetti, per metà scritta in vernacolo livornese, della disperata umanità degli immigrati, italiani in prima linea, sfruttati in Inghilterra è terrificante. Finché Alberto manda tutti a fanculo e torna a Piombino. Dove però trova spento l'altoforno dell'acciaieria. "Ma non è possibile, è stato acceso un secolo". "lo dici a me che l'ho tenuto in funzione?" gli risponde un vecchio operaio, "Gli ho dato da mangiare coke come fosse un figlio. Chi ho lavorato trent'anni là dentro. Dovevi vede' che artisti erano i fonditori. Dovevi vede' come lavoravano la colata. E questi dicono chiudete tutto, comprate le rotaie in Cina e mandate i vostri figlioli a fare i camerieri all'estero. Di che cosa camperà Piombino e tutto il circondario? Delle briciole di quelli che vanno in vacanza all'Elba? La mi' figliola è partita per Berlino, e io bevo guardando i binari che ho fatto con queste mani, 108 metri d'acciaio per farla scappare". Ecco, se è disperante la descrizione del lavori svilente in Inghilterra, lo è ancora di più la parte con il ritorno a una Piombino senza futuro, là dove gli operai, sempre in lotta contro i padroni, erano però orgogliosi del loro lavoro in altoforno.

domenica 12 agosto 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA





Jack London
IL RICHIAMO DELLA FORESTA
Edizioni Piemme
traduzione di Enrica Zacchetti
Collana Piemme Junior
I Classici Battello a Vapore

cartonato - 130 pagine - lire 32000


"The call of the wild" è forse il capolavoro di Jack London, qui valorizzato al massimo da una edizione che più bella non si può. Le edizioni Piemme hanno infatti pubblicato in Italia una versione della francese Gallimard in cui ogni singola pagina del romanzo è corredata da illustrazioni. O quelle inerenti al testo realizzate dal bravissimo Philippe Munch, o foto e disegni riguardanti comunque, in senso lato, l'argomento del romanzo, con didascalie che spiegano e approfondiscono il periodo storico, in questo caso quello della corsa all'oro in Alaska. Il racconto di Jack London parla del progressivo ritorno allo stato selvaggio di un cane domestico, nato da un San Bernardo e una collie. Il cane si chiama Buck, e nasce nella California del Sud, vivendo una prima parte delle sua vita in una villa signorile. Poi viene rapito da un servitore infedele, e rivenduto al Nord, dove c'è un gran bisogno di cani per trainare le slitte. Buck diviene un eccezionale capo muta e un feroce combattente. Passa di mano in mano, comprato e rivendito, subendo varie traversie e avendo padroni bravi e padroni meno bravi, rischiando più volte di morire. Progressivamente, si fa sempre più forte in lui il richiamo ancestrale della foresta, del "wild", e si allontana il mondo degli uomini. Quando gli indiani uccidono il suo ultimo padrone, a cui era affezionatissimo, Buck rompe i ponti e si unisce a un branco di lupi, divenendone il capo. La storia è narrata quasi tutta dal punto di vista del cane, ed è bellissima.vista del cane, ed è bellissima, soprattutto quabdo parla dei richiami ancestrali che il cane sente dentro di sé: "Era più vecchio dei giorni che aveva vissuto e dei respiri che aveva respirato".

sabato 4 agosto 2018

CATERINA SFORZA




Natale Graziani 
Gabriella Venturelli 
CATERINA SFORZA 
Dall'Oglio Editore 
1987, cartonato 380 pagine 

Se visitate i castelli della Romagna fra Imola e Forlì, in ognuno troverete un pozzo in cui, vi dirà la guida, Caterina Sforza faceva gettare i suoi amanti dopo esserseli portati a letto (o dove avesse avuto voglia di portarseli). Leggende e dicerie, indubbiamente, ma che Caterina fosse discretamente lussuriosa è vero, come è vero che facesse frustare o gettare per qualche tempo in prigione chi, fra i suoi sudditi, osasse malignare sui suoi appetiti sessuali spettegolando su questo e su quello. Del resto, da perfetta e astuta donna di potere (questo è un caso in cui "donna" equivale perfettamente a "uomo"), aveva una fitta rete di spie e di informatori che intercettavano subito i discorsi delle lingue lunghe. Che fosse machiavellica non ci sono dubbi. Peraltro, Niccolò Machiavelli stesso, mandato da lei dai fiorentini per ambascerie, nel rimase colpito, e ne scrisse, per quanto era abile nei giochi politici con gli altri potenti, ferrea nel governo delle sue terre, spietata conto i nemici. Machiavelli racconta anche, e dunque l'episodio lo diamo per certo, di cosa successe quando una congiura di palazzo gli uccise il primo marito, Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV Della Rovere, sposando il quale aveva ricevuto con lui la signoria di Forlì. I congiurati avevano fatto prigioniera la contessa e la portarono davanti a un castello perché ordinasse a chi lo difendeva di aprire il portone e arrendersi. Caterina finse di entrare per dare disposizioni in tal senso e invece si barricò dentro con i difensori. I congiurati portarono sotto le mura i figli della contessa minacciando di tagliar loro la gola se non si fosse arresa. Caterina salì sulle mura, si alzò il vestito mostrando i genitali e disse: uccideteli pure, ho lo stampo per farne degli altri. La congiura fallì e i figli furono salvi, ma la scena fu epica. "Tygra", la definirono una volta: la Tigre. Ebbe tre mariti e un grande amore, quello per Giacomo Feo, un popolano di cui si innamorò al punto che alcuni dei suoi sudditi glielo uccisero convinti che la contessa ne fosse succube e che fosse diventato lui, il Feo, il vero signore di Forlì, pronto anzi a uccidere il legittimo erede, Ottaviano, ancora ragazzetto. Che Caterina potesse essere succube di qualcuno non è dato di crederlo. I congiurati che credevano di farle del bene, furono tutti torturati e squartati. L'ultimo dei suoi mariti, Giovanni il Popolano dei Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, la incontrò perché anche lui venne mandato da Firenze a Forlì per una ambasciata, e fu sedotto dalla bellezza di Caterina da poco rimasta vedova per la seconda volta. Lo stesso anno in cui nacque il loro figlio Ludovico, Giovanni morì (di malattia) e a Ludovico venne cambiato nome, diventando il celebre Giovanni Delle Bande Nere. Che Caterina fosse bella e prosperosa è detto a tutti, ci manca però un suo ritratto, abbiamo delle monete in cui tanto bella non è avendo il nasone degli Sforza. Del resto era figlia illegittima (nata a Milano nel 1463) di duca Galezza Maria e della cortigiana Lucrezia Landriani, ma era stata cresciuta con il resto della prole sforzesca, prima di venire offerta, a nove anni, sposa bambina a Girolamo Riario, in ragione di giochi politici troppo lunghi da raccontare. Se volete saperne di più, compresi gli aneddoti sugli "experimenta" da lei condotti per tutta la vita sui cosmetici e gli afrodisiaci (pare che avesse un rimedio per le disfunzioni erettili maschili che il Viagra levati), questo libro, serio e documentatissimo a dispetto di questa ilare recensione, fa decisamente al caso vostro.

giovedì 2 agosto 2018

LA GRANDE RAPINA AL TRENO





Michael Crichton
LA GRANDE RAPINA AL TRENO
romanzo - Garzanti Editore
Collana Gli Elefanti
Prima edizione -  1995
brossurato - 240 pagine -  lire 16.000


Alla fine dell'avvincente lettura, un solo dubbio: ma è tutto vero oppure no? La domanda non è peregrina perché il romanzo di Michael Crichton si ispira a un fatto di cronaca ottocentesco. Nel 1855 l'Inghilterra manda al suo esercito impegnato in Crimea lingotti d'oro costuditi in casseforti a prova di bomba: caricate su un treno sorvegliatissimo, le paghe per i soldati dovrebbero giungere a Parigi ma una delle spedizioni si volatilizza durante il viaggio. Il clamoroso furto sollevò un tale clamore nel bel mezzo dell' epoca vittoriana, che il suo eco è arrivato fino a noi, e se c'è una "grande rapina al treno" per antonomasia, è di quella che si parla. Ed è proprio di questa che ci racconta lo scrittore americano, futuro autore di "Jurassic Park": lo fa con sapienza e ironia, descrivendo non solo le manovre e i colpi di genio di Edward Price per procurarsi copia delle chiavi necessarie a introdursi nel vagone adibito al trasporto dei valori, ma anche fornendo un ritratto accattivante e convincente della realtà sociale e culturale dell'epoca. Le mosse di Price vengono seguite facendo costante riferimento alle dichiarazioni rese durante il processo che gli fu intentato dopo la cattura: dunque, l' impressione è che Crichton scriva essendosi attentamente documentato, nulla o quasi lasciando all'invenzione e alla fiction. Però i colpi di scena, le difficoltà da superare, gli imprevisti, le azioni mozzafiato sono tali e tante, e il romanzo è così ben congegnato da far credere che lo scrittore ci abbia messo un bel po' del suo. E' così oppure no? Catturato per la soffiata della donna di uno dei suoi copplici, Price (rapinatore geniale al punto che perfino la regina Vittoria espresse il desiderio di vederlo) fu condannato all'ergastolo ma riuscì a evadere prima di essere rinchiuso nel penitenziario. Il bottino non fu mai recuperato e tutto lascia credere che l'artista del furto abbia potuto goderselo. Meritatamente, verrebbe da dire. Ed è questo il fatto strano: Crichton ci parla di una rapina e di un rapinatore, però vien fatto di tifare per lui anziché per la polizia. Perché? Innanzitutto perché l'intelligenza che contraddistingue il personaggio non può non affascinare; in secondo luogo perché a venire rapinati non sono i risparmi di un privato, ma il denaro dello Stato usato per finanziare una guerra odiosa; terzo, perché Price agisce in un'epoca romantica in cui c'è ancora spazio per l'homo faber fortuna suae, in tempi in cui le regole del gioco erano molto diverse dalle attuali. "Lei è accusato di un odioso crimine" dice un giudice al rapinatore. E Price risponde, riferendosi a lord Cardigan, quello che guidò al massacro la "Carica dei Seicento": "Io non ho ucciso nessuno; ma se avessi ammazzato cinquecento inglesi per la mia totale stupidità, mi avrebbero subito impiccato". Dal romanzo di Crichton è stato tratto il film “1855 - La prima grande rapina al treno” (1979), diretto da Michael Crichton, interpretato da Sean Connery, Donald Sutherland e Lesley-Anne Down. Personalmente, dalla lettura del libro ho preso ispirazione per un racconto di Zagor intitolato “Colpo da maestro” e Price è diventato il mio Mortimer.

mercoledì 1 agosto 2018

INFERNO DEI VIVI




Gallieno Ferri
Guido Nolitta
L'INFERNO DEI VIVI
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
210 pagine, 24 euro


Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) ha immaginato la serie di Zagor come un crocevia di generi e Darkwood come la terra della loro contaminazione. Eccolo perciò a sperimentare, in una storia uscita per la prima volta nel 1965, il genere carcerario: fa infatti rinchiudere il Re di Darkwood in una prigione di massima sicurezza, il sinistro carcere di Hellgate, detto “L’Inferno dei vivi”. L'avventura, fra le più celebri dell'intera saga, viene raccolta in un volume cartonato targato Bonelli che contiene anche il racconto immediatamente collegato, "Lo stregone scomparso, in cui si risolve il mistero legato all'esilio in una grotta dello sciamano Tawar, che salva la vita allo Spirito con la Scure all'inizio della vicenda. "L'inferno dei vivi" contiene tutti gli elementi che caratterizzano le storie ambientate dietro le sbarre, dove ogni uomo si trova a dover fare i conti con una realtà alienante e violenta in cui è facile perdere, prima della vita, la propria dignità e il proprio equilibrio mentale, abbrutendosi, soprattutto per chi è, o si ritiene, innocente e vittima di una ingiusta detenzione. Non ci sono dubbi che l’ansia di libertà sia uno degli istinti primari di ogni individuo, e dunque è particolarmente coinvolgente e angosciante assistere alla lotta disperata e talvolta eroica per non farsi annichilire e oltrepassare mura e reticolati, talvolta anche solo con lo spirito, come capita a certi illustri pensatori condannati da regimi illiberali, come testimoniano, per esempio, le lettere dal carcere di Antonio Gramsci (1891-1937) o la vicenda di Alexandros Panagulis (1939-1976) narrata da Oriana Fallaci in “Un uomo”. Del più celebre scritto di Silvio Pellico, “Le mie prigioni” (pubblicato nel 1832), si disse che costò all’Austria come aver perso una battaglia, in termini di propaganda ostile per il trattamento subito dal patriota italiano nel carcere asburgico dello Spielberg, in cui fu imprigionato tra il 1820 e il 1830. Di una tematica così forte era inevitabile che si impossessassero la letteratura, prima, e il cinema, poi. "L'infermo dei vivi" è anche ispirato, com'è consuetudine nolittiana, a film di argomento carcerario, quali “Carcere” (1930) e “Io sono un evaso” (1932) per citare soltanto un paio di pellicole che sicuramente hanno appassionato il cinefilo Sergio Bonelli. Ma alla base della storia ci sono anche, ovviamente, i tanti libri in cui si descrivono i trattamenti inumani a cui sono sottoposti i detenuti, da “I miserabili” di Victor Hugo a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Letterario è, del resto, il trucco con il quale lo Spirito con la Scure riesce a fuggire dal penitenziario in cui è stato ingiustamente recluso: è lo stesso, infatti, con cui Dumas fa evadere il Conte di Montecristo dalla Fortezza di If e Salgari favorisce la fuga di Sandokan dalla nave di James Brook ne “Le tigri di Mompracem”. Sono numerosi i personaggi degni di nota in questa classica avventura rimasta nel cuore di tutti i lettori, dal colonnello Dillon al capitano Grayson, dal galeotto Johnny Mackett al dottor Hogan, colui cioè che aiuta lo Spirito con la Scure, convinto della sua innocenza. Proprio questo personaggio è destinato a far ritorno, insieme alla fortezza di Hellgate, in una storia del 1999 intitolata “La vendetta di Mortimer”. Si diceva di Tawar, lo stregone dei Tunican che salva Zagor da morte certa e che lo Spirito con la Scure aiuta nella seconda storia raccolta in questo volume, strettamente collegata con la prima. Anche in questo caso Nolitta cerca di cogliere di sorpresa i suoi lettori mescolando le carte e immaginando un incredibile personaggio quale il capo degli stessi Tunican, che ha cacciato Tawar della tribù e che si fa chiamare Mister-Mister. Il motivo per cui il nuovo capo dei Tunican ha rinunciato al suo vecchio nome indiano, Muso di Tamburo, in favore di un nuovo appellativo, è presto spiegato: “Se tutti gli uomini bianchi, che non valgono nulla, si chiamano Mister, – ha ragionato il sakem – io che valgo il doppio d ciascuno di loro, mi chiamerò Mister-Mister”. Il bizzarro personaggio, con un concetto tutto suo del modo con cui i pellerossa devono interagire con i bianchi, rientra perfettamente nella tipologia nolittiana e nel teatrino di personaggi insoliti che lo sceneggiatore va costruendo. E’ persino difficile etichettare la figura di Mister-Mister: è tragica o umoristica? Le maschere del dramma e della commedia, del resto, sono spesso interscambiabili, e Sergio Bonelli sembra volercelo dimostrare una volta di più. Il sakem dei Tunican ritiene che per contrastare il predominio dei bianchi, il popolo rosso debba assimilare gli usi e i costumi degli invasori: ma il suo tentativo, pur basato su un ragionamento non del tutto insensato, si riduce in uno scimmiottamento degli aspetti più deleteri della nostra “civiltà” e al rinnegamento dell’identità e delle tradizioni dei nativi. La lucida follia dell’ex Muso di Tamburo, deciso a eliminare gli oppositori, spiega anche il forzato esilio dello stregone Tawar nella gola in cui Zagor lo ha incontrato. Lo Spirito con la Scure aiuta Tawar a riprendere il suo posto a capo della propria gente, mentre Mister-Mister paga con la vita lo sbaglio essersi fatto irretire da una banda di imbroglioni bianchi. Il trentacinquenne Gallieno Ferri non è ancora al suo top ma ci sta rapidamente arrivando: colpisce la sua capacità di destreggiarsi fra i generi alternando il registro drammatico a quello comico (le gag di Cico si susseguono a ripetizione), e la meraviglia la maestria nel regalare emozioni con i cupi scenari della gola in cui Zagor cade ferito, l'attacco dei lupi, la drammatica evasione.
Due annotazioni. Qualcuno ha contestato il fatto che nella copertina Zagor abbia la scure che mancava nella copertina di Ferri originaria (aggiunta peraltro già anni fa nell'edizione di TuttoZagor, non inserita appositamente per questa). Il senso della contestazione è: se Zagor sta evadendo dal carcere non può avere la scure. Se per questo, nella copertina di Ferri l'eroe aveva la pistola. A rigor di logica non potrebbe avere neppure quella. M se è per questo non ha neppure la divisa da carcerato, segno che non sta evadendo. Questa scena non è tratta dalla storia ma è evocativa: l'eroe è riconoscibile dai suoi simboli (armi e costume) mentre cerca di compiere una missione in un carcere (o in una fortezza). Tutto qui. Se fosse stata una evasione avrebbe avuto la casacca a strisce. 
Un'altra contestazione è questa: il colore è quello dell'edizione della Collezione Storica di Repubblica, non è stata fatta una colorazione nuova. Ma in questo tipo di volumi non si fa mai la colorazione nuova. Si parte da una pubblicazione esistente e la si propone "nobilitata" in cartonato. E' questo il senso dell'operazione. Se fosse stata in bianco e nero sarebbe stato il bianco e nero dell'edizione da edicola. Qual è il problema? La contestazione avrebbe senso che ci fosse stato scritto: nuova colorazione. Ma non c'è scritto. L'appetibilità del prodotto (per chi lo apprezza) è nel formato e nella rilegatura da libreria. 


martedì 31 luglio 2018

ARRIVANO I BONELLI KIDS




Tino Adamo
Luca Bertelé
Alfredo Castelli
Sergio Masperi
ARRIVANO I BONELLI KIDS
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
100 pagine, 12 euro

Ancora! Ancora! Ancora! Cento pagine sono decisamente poche se devono essere condivise da un affollatissimo gruppo di protagonisti come i Bonelli Kids, con in più le irruzioni di Alf, il bambino più vecchio del mondo. Perciò, vogliamo altre strisce (che poi in realtà sono mezze tavole quadrate), altre gags, altri mini-eroi (già, dove sono Tex e Dylan Dog?). Ufficialmente, e questo è l'escamotage di partenza, i Bonelli Kids sono dei ragazzini che si vestono come i loro eroi dei fumetti preferiti, in pratica dei cosplayers - con la differenza che la maggior parte dei cosplayers non legge i fumetti dei personaggi da cui si travestono, ma al massimo ne hanno visto qualche cartone animato. I Bonelli Kids invece si identificano in tutto e per tutto in Zagor, Mister No, Dampyr, Morgan Lost, Martin Mystére, Cico, Java, Kurjak, Ringo, Nathan Never, più l'altra parte del cielo: Tesla, Diana, Angie, Sam. Però, escamotage a parte, i Bonelli Kids finiscono per essere dei personaggi a fumetti pure loro, adorabili nella loro esserlo in maniera metafumettistica. I personaggini, senza dubbio, sono la parodia dei loro modelli bonelliani, ma altrettanto indubbiamente vivono di vita propria riuscendo a essere godibili e fruibili anche se non si ha ben presente chi sia e che cosa faccia il personaggio originario. Qualcuno si è chiesto a chi siano indirizzate queste storielle: ai bambini? Ai ragazzi? Agli adolescenti? Ai giovani? Ai grandi? Ai vecchi? Mi sembra una domanda oziosa: sono felicemente intergenerazionali. Quel che più conta, le battute fanno ridere. Dunque una gran bella (e riuscita) alchimia a cui sicuramente hanno giovato la sapienza comica e l'esperienza fumettistica di Alfredo Castelli, giustamente finito tra i Kids pure lui, catalizzatore delle energie positive di Tino Adamo e Sergio Gasperi (autori di fumetti in proprio ma anche grafici in forza alla Sergio Bonelli Editore). Un plauso finale e particolare va al genio e alla sintesi dei disegni di Luca Bertelé. Vedere per credere. Poi, dopo che si è visto, attenti però. Vien voglia di leggerne ancora, magari prima in Rete, come è successo per questa prima ottantina di tavole, poi in volume.

domenica 29 luglio 2018

VIVIANE L'INFERMIERA



Filippo Pieri
Cryx
VIVIANE L'INFERMIERA
Sbam!Libri
2018, brossura
64 pagine, 9.50

Anche se certi ammiccamenti ai manga, nei disegni di Cristiano Corsani (in arte Cryx), indubbiamente ci sono, più Ruko Tatase la procace Viviane l'Infermiera rimanda a Gloria Guida o a Edwige Fenech, che evidentemente sono invece nell'immaginario di Filippo Pieri insieme a tutta la casistica cine-comica e fumetto-comica degli arzilli vecchietti della Casa di Riposo (a partire da quelli, appunto, di Villa Arzilla, sia-com televisiva degli anni Novanta). Ruko Tatase, per capirci, è l’infermiera assistente del dottor Sawaru Ogekurie nella “Clinica dell’Amore”, serie a fumetti creata dal giapponese Haruka Inui nel 1987. Da noi ormai non ci sono più i sexy fumetti, viva il Giappone dove ancora ci sono. In Italia sono persino sparite ai cinema le commedie erotiche, come “L’infermiera di notte” (1979) dove il dottor Nicola Pischella (Lino Banfi) assume per fare da badante notturna al vecchio zio Saverio (Mario Carotenuto) la bella Angela (Gloria Guida). Risate e strip tease erano garantiti, bei tempi che furono. Fuori dai cinema si potevano anche esporre quei manifesti un po’ scollacciati che oggi causerebbero l’intervento della buoncostume allertata dall’Associazione Genitori e dall’Esercito della Salvezza. Con evidente sprezzo del pericolo, Filippo Pieri e Cryx propongono oggi la loro versione di quel tipo di commedia sexy che ha fatto la storia del cinema italiano quando ancora i film incassavano qualche spicciolo. Ovviamente partono da una infermiera, oggetto da sempre di fantasie erotiche maschili. Ruko Tatase incontra Banfi e Carotenuto: come non esserne contenti? Viviane tuttavia non è maliziosa, né tantomeno lasciva e perversa, ma beatamente serafica nella naturale e istintiva ostentazione delle proprie forme. Fra gli influssi ci metterei anche quelli de “Il Vernacoliere”, e viene in mente Luana, la baby sitter di Daniele Caluri, “portatrice sana di topa” (per dirla con Mario Cardinali) e felicemente svampita e inconsapevole (o disinteressata alla cosa) dei ferormoni femminili dalle lei emanati e delle reazioni testosteroniche altrui. Come nelle disavventure di Caluri, anche in quelle di Pieri e Cryx si ride con trovate scatologiche, si possono vedere vomiti e rigurgiti, erezioni sotto i pantaloni, viva la libertà della frittatona di cipolle, birra ghiacciata e del rutto libero. A Casa Nova si può perfino vedere uccidere a pistolettate un pappagallo senza che accorra Edoardo Stoppa. Che liberazione, quella dal politicamente corretto e dal perbenismo imperante. Perbenismo di cui, per loro fortuna, possono essere esentati i vari Principe, Macao e Jesus, gli arzilli e impenitenti ottuagenari di Casa Nova, toscanamente simili ai vecchietti pisani del Bar Lume di Marco Malvaldi (Pilade, Amelio, Emo) ma anche e forse soprattutto ai Mascetti, Melandri, Necchi e Sassaroli, i protagonisti di Amici Miei – Atto III (1985), il film di Nanni Loy in cui i goliardi di Monicelli si ritirano tutti in un ospizio senza perdere la voglia di fare le loro zingarate. Alla fine la serie a fumetti di Pieri e Cryx, a dispetto del titolo, finisce per avere come protagonista non tanto la procace infermiera Viviana, quanto il teatrino di personaggi: il mafioso Don, la cinica e avida direttrice Gabriella Kaputt, l’inserviente di colore Paco, il focoso Raulo e il per nulla focoso dottor Noè. Tanti character che interagiscono dando vita a divertenti episodi di due pagine. Onore al merito al coraggioso editore che investe nell'humor su carta. Per la cronaca, la prefazione al libro è mia.