sabato 28 luglio 2018

IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI


Raffaele Crovi
IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI
Biografia – Marsilio
Collana Gli Specchi
Prima edizione 1998
brossurato - 484 pagine -  lire 32.000

Si legge come un romanzo, benché sia una “biografia critica” molto rigorosa e nonostante i temi trattati non siano acqua fresca: letteratura, cultura, politica, società, storia. Merito della penna di Raffaele Crovi, che conobbe Vittorini in gioventù e fu suo assistente negli ultimi giorni del maestro. E se c’è un difetto del libro, è proprio quello di non dare abbastanza spazio ai rapporti fra Crovi e Vittorini, come se per pudore l’autore della biografia non abbia voluto descriverli meglio, limitandosi ad accennarvi. La figura di Elio Vittorini è senza dubbio importantissima e la sua vita, o meglio, il suo “lungo viaggio” è costellato di tappe davvero importanti, degne di nota, piene di ammaestramenti in nuce. L’amicizia con Malaparte, la collaborazione con riviste fasciste, poi il passaggio sul fronte comunista dopo lo scoppiare della Guerra di Spagna, la vita clandestina durante la Resistenza, il periodo del dopoguerra con la creazione del Politecnico e la rottura con Togliatti che voleva manovrare la rivista e pretendeva di omologare tutti gli intellettuali (Vittorini si sottrasse), quindi la direzione di varie collane di libri, di riviste (una su tutte, il "Politecnico") e l’attività da talent-scout. Il tutto intessuto con la scrittura di romanzi e racconti (il suo capolavoro, secondo me, è "Conversazione in Sicilia")  con tanti progetti realizzati quanti quelli abortiti, ma anche quelli realizzati pieni di riscritture e ripensamenti; e poi la vita privata, le vacanze al mare, la prima moglie, poi il divorzio, la seconda moglie, i vari figli, la morte drammatica del primogenito; e anche le difficoltà economiche, la ricerca delle collaborazioni negli anni precedenti la Guerra. E gli amici, i rapporti epistolari con intellettuali italiani e stranieri. Un intellettuale vero, uno di cui si sente la mancanza. Quante cose da dire, da ricostruire, da scrivere. Raffaele Crovi lo fa con grande abilità di narratore: il biografo che tutti vorremmo avere, perché per incuriosire non ricorre ai pettegolezzi. Anche di lui si sente la mancanza.


mercoledì 25 luglio 2018

SESSANTOTTO E DINTORNI



Davide Barzi
Oskar
SESSANTOTTO E DINTORNI
Cut-Up
2018, cartonato
64 pagine, 18.90 euro

A partire dal 2004, Davide Barzi (sceneggiatore) e Oscar Scalco in arte Oskar (disegnatore) hanno collaborato a lungo (quando si dice le eccellenze italiane all'estero) con la casa editrice belga P&T Production / Joker Editions, realizzando (in perfetto stile franco-belga) numerose tavole a fumetti pubblicati su volumi antologici. Nel 2008 venne loro proposto di pubblicare un libro tutto da soli, e furono così raccolte in quarantotto pagine le disavventure di Hubert e Leopoldine, e dei loro quattro figli, cioè della famiglia protagonista del volume "Les Sixties", ovvero "Sessantotto e dintorni" finalmente (nel 2018) arrivato anche in Italia, con dieci tavole in più, inedite presso i cugini d'Oltralpe. Le vicende raccontate, con gag lunghe ciascuna una tavola di quattro strisce in perfetto stile bedé, percorrono, stagione dopo stagione, i dieci anni cruciali dell'evoluzione della società europea che vanno dal 1959 al 1969. Avrebbe dovuto esserci una seconda serie intitolata "Les Seventies" che poi non si fece ma che appunto con le tavole inedite è accennata nel libro italiano. Ogni sketch gioca su un qualche elemento legato alla storia o alla cronaca (soprattutto riguardo il costume) degli anni Sessanta: si comincia con il trasferimento dalla campagna in città della famiglia di Hubert, per poi passare a raccontare, vicenda dopo vicenda, attraverso l'arrivo degli elettrodomestici, delle minigonne, dei capelli lunghi, dell'uomo sulla Luna. Le gag sono simpatiche e ci si affeziona ai personaggi (ce ne sono altri, oltre a quelli già citati, come la padrona di casa e il disastroso figlio). A rendere più divertenti le storielle ci pensano i disegni di Oskar, deliziosamente francesi al servizio appunto della committenza ma anche della godibilità del racconto (ah, che nostalgia di fumetti così).

lunedì 23 luglio 2018

FRANKENSTEIN ILLUSTRATO






Alfredo Castelli
FRANKENSTEIN ILLUSTRATO
AC Press Edizioni
2018, brossurato
100 pagine, 9.90 euro

In occasione dei duecento anni dalla prima edizione del "Frankenstein" di Mary Shelley, Alfredo Castelli conclude e manda in stampa un saggio, intitolato "Frankenstein illustrato", da lui progettato (e iniziato a realizzare) nel 1970. All'epoca, il giovanissimo Zio Alfy (non ancora Buon Vecchio) aveva proposto la pubblicazione a Gino Sansoni, con il quale collaborava e per il quale aveva appena realizzato con Giorgio Montorio una versione a strisce proprio del romanzo della Shelley, per la collana "I classici a fumetti", primo adattamento disegnato uscito nel nostro Paese (riproposto oggi nel volume). "Per varie ragioni" (che Castelli non elenca dunque suscitando sospetti), il libro all'epoca non si fece, ma ecco che a distanza di 48 anni riesce a trovare la strada della libreria. Il progetto originario prevedeva una disamina completa su tutte le versioni letterarie (romanzi e racconti apocrifi), film, cartoni animati, parodie, adattamenti teatrali e quant'altro si potesse accostare a Frankenstein. Il saggio finalmente completato si limita invece alle versioni per lo schermo, dal 1910 a oggi. Del resto, "Frankenstein illustrato" è uscito in occasione di Etna Comics 2018 a corredo e complementi di un ricchissimo catalogo curato da Marco Grasso relativo a una mostra per i duecento anni del mito, catalogo in cui si elencano i millesima fumetti ispirati alla Creatura per antonomasia, tra cui Molok, avversario di Zagor in una storia scritta proprio da Castelli. Fra le curiosità che si scoprono leggendo "Frankenstein illustrato", oltre alla puntuale segnalazione dei film porno frankensteiniani, è come la terza pellicola della storia ispirato all'opera della Shelley, "Il mostro di Frankenstein", del 1921, sia italiano (regia di Eugenio Testa): la sorpresa consiste nel fatto che all'epoca il romanzo da cui fu tratti non era conosciuto nel nostro Paese, essendo la prima traduzione datata 1944. Il motivo per cui un capolavoro della letteratura inglese del 1818 sia rimasto inedito in Italia per più di cento anni è un vero mistero. Castelli come sempre è un maestro nel compilare cronologie e schedature e nel raccontare aneddoti.

domenica 22 luglio 2018

STORIE DELL'ANNO MILLE




Tonino Guerra
Luigi Malerba
STORIE DELL'ANNO MILLE
Bompiani
1972, 224 pagine

Peccato che questo capolavoro, scritto nel 1972 da due mostri sacri della letteratura e del cinema, Tonino Guerra e Luigi Malerba, sia stato dimenticato (perlomeno, non se ne sente più parlare): quando lo lessi per la prima volta, appunto ai tempi della scuola - nell'edizione scolastica che adesso ho recuperato e letto di nuovo - "Storie dell'Anno Mille" veniva almeno consigliato ai ragazzi delle Medie inferiori; oggi non saprei se venga ancora fatto leggere - nel caso, dovrebbe. Mi chiedo anche (e non lo so) se nelle intenzioni dei due autori, che scrivono un libro leggero e profondo al tempo stesso, il pubblico a cui rivolgersi fosse proprio quello dei più giovani (a me pare che possano fruire più consapevolmente gli adulti). In ogni caso si tratta tanti racconti cuciti insieme, che  narrano le disavventure di una sgangherata combriccola di morti di fame: Millemosche, Pannocchia e Carestia. 
Siamo nel più buio Medio Evo. I tre si incontrano dopo essere scampati a una battaglia. Millemosche, che sostiene di essere un cavaliere, aiuta gli altri due a uscire da un pozzo, e quelli si mettono a fare la sua stessa strada. L'imperativo principale è  trovare qualcosa da mangiare, e con la fame dovranno fare i conti tutti e tre per tutta la durata del racconto. All'inizio pensando di vendere lo sterco per fare soldi. Poi incontrano tre frati e rubano loro i vestiti. Incontrano il Papa che li scambia per frati veri e pretende di essere confessato da Millemosche (indimenticabile la sequenza in cui Millemosca ascolta la confessione del Papa e capisce solo "us, um, ibus, orum").  Riparano in un convento, celebre per vendere come reliquia i peli della barba di un famoso santo (peli miracolosamente inesauribili, mentre altrettanto muracolosamente ai frati del monastero non cresceva mai la barba). Costretti a lasciare il convento dopo un fallito tentativo di mangiarsi il maiale dei monaci, si arruolano in un esercito di mercenari impegnato nell'assedio di un castello. Millemosche diventa il "braccio destro" del generale, in senso reale: avendo perso l'arto in battaglia, il comandente vuole qualcuno che gli cammini legato alle spalle e usi il braccio al posto suo: ma quando Millemosche schiaffeggia incautamente il feudatario che finanzia l'assedio, è costretto alla fuga con Pannocchia e Carestia. I tre vanno a caccia di mucche e i contadini vogliono bruciarli sul rogo. Arriva un temporale che spenge il rogo, e una donna offre loro ospitalità. Si accorgono che è lebbrosa e scappono a rotta di collo. Un fiume li porta fino al mare, dove si imbattono nei pirati saraceni, e fuggono inseguiti anche da quelli. Non c'è un vero e proprio finale: ma esiste un seguito intitolato "Nuove Storie dell'Anno Mille". E' un romanzo che si legge d'un fiato, con grande divertimento. Mancano le risate più grasse, ma il sorriso largo sulle labbra è costante. Gli episodi sono brevi, cuciti insieme con grande senso del ritmo. Al di là dell'umorismo leggero e spesso surreale, è evidente l'intento degli autori di smitizzare la Storia con la S maiuscola, e farsi beffa delle Grandi Vicende del Grande Medioevo, quelle che hanno per protagonisti i Grandi Re, i Grandi Guerrieri, i Grandi Papi. Qui la storia è terra terra, fatta di fame, di povertà, di miseria, di lotte per una noce marcia e di roghi e di lebbra e di peste. Il linguaggio scelto da Guerra e Malerba è apparentemente semplice, in realtà innovativo e sperimentale, ma ricco di efficacia. Frizzanti e vivacissimi i dialoghi. "Certo che i piedi sono un disastro. Sarebbe meglio non averceli. - Giusto. Se uno non ha i piedi non ha nemmeno il mal di piedi. - A me piacerebbe di non avere la pancia, così non avrei più fame. - E la schiena? A che cosa serve? Solo per avere il mal di schiena. Anche quella sarebbe meglio non avercela - A me sono i pensieri che mi disturbano. Penso troppo e poi mi viene il mal di testa. Mi piacerebbe non averci la testa".



mercoledì 18 luglio 2018

GAVINANA



Gabriele Strufaldi
GAVINANA
Associazione Domenico Achilli
2018, brossurato
150 pagine, p.n.i.

La cosa che colpisce leggendo libri quale questo di Gabriele Strufaldi, è come si sia persa la memoria della storia locale mancando documenti e certezza di testimonianze e come questa evanescenza di ricordi riguardi anche anni insospettabilmente recenti. Peraltro, mancano spesso anche indagini archeologiche condotte sul posto e, soprattutto, nel posto giusto. Perciò ecco che, allo stato attuale delle conoscenze, risulta persino difficile stabilire a quando risalga il campanile di Gavinana,  borgo sulla Montagna Pistoiese dove, nel 1530, si combatté la celebre battaglia in cui perse la vita il capitano fiorentino Francesco Ferrucci e con lui finì la Repubblica nata a Firenze dopo la cacciata dei Medici del 1527. Una località, dunque, di importanza storica riguardo la quale ci si aspetterebbe una conoscenza approfondita. Invece risulta impossibile stabilire persino l'aspetto che il paese ai tempi della battaglia. Gabriele Strufaldi, che in passato è stato anche sindaco di San Marcello (il comune nel cui territorio si trova Gavinana) confronta fra di loro tutte le testimonianze note e le risultanze di scavi sporadici eseguiti in passato, valuta le ipotesi fatte o che si possono fare, e arriva a porre più dubbi di quanti giunga a risolverne: il che si rivela utile e costruttivo perché indica in quali direzioni indagare. L'autore formula però almeno una teoria di cui si dice ragionevolmente sicuro, argomentandola in modo ineccepibile (pur in mancanza di riscontri definitivi e certi): il nucleo originale del paese non si sarebbe trovato né nell'attuale zona chiamata Castello, né avrebbe circondato la pieve romanica (datata attorno al 1100), vale a dire le due tesi prevalenti in passato, ma si può forse circoscrivere in quella parte di Gavinana che oggi si identifica con il Collecchio, attorno all'attuale Palazzo Achilli. Personalmente, lette le motivazioni, mi trovo d'accordo. Accanto a questa ricostruzione storica, Strufaldi traccia le vicende della donazione (o meglio, dell'eredità) di Domenico Achilli alla comunità gavinanese, depredata da consorterie e da infedeli amministratori, e anche del Teatro, vanto degli abitanti, costruito su base volontaria da muratori e operai del paese all'inizio del Novecento, e di recente abbattuto dopo un lungo abbandono. Il saggio è destinato soprattutto ai paesani e resterà come un importante testo che fa il punto della situazione in attesa di una ripartenza degli studi e delle indagini: non a caso l'edizione è curata da una (benemerita) associazione locale. Una maggiore chiarezza a vantaggio dei non gavinanesi e una più ampia parte iconografica avrebbe favorito la diffusione anche al di fuori della cerchia delle mura del borgo, dovunque in passato si siano effettivamente trovate. 

lunedì 16 luglio 2018

GHIGO LO SFIGO




Laura Pipimpa Stroppi
GHIGO LO SFIGO
Sbam!Libri
brossurato, 2018,
64 pagine, 9.50 euro

Leggo Ghigo dal 1996, da quando cioè Laura Stroppi ha cominciato a disegnarlo, e continuo a ridere. Se accettate un consiglio, non perdetevi questa ultima raccolta, pubblicata dalla benemerita Sbam!Libri. Come scrivo nella mia introduzione (già, dato che l'introduzione è mia) tutto comincia con con cento lettere tutte uguali che la giovanissima Laura vergò di suo pugno e spedì appunto a Guido Silvestri, già celebre autore ed editore di Lupo Alberto. Nelle lettere c’era scritto, più o meno: “voglio fare la fumettista”. Seguivano poi suppliche e implorazioni per essere presa come sguattera di bottega presso Macchia Nera, la Casa editrice che stampava gli albi con i personaggi della Fattoria McKenzie. E fu appunto lì che io la conobbi, una volta che mi recai in via Ferruccio a Milano, per portare a Silver le mie sceneggiature di Cattivik (solo in seguito ne avrei scritte anche del Lupo). Già, perché la diciottenne Laura aveva fatto breccia nel cuore tenero di Guido e lavorava appunto come sguattera, preparando caffè e dando lo straccio per terra. Fra una lustrata al pavimento e una spolverata ai mobili, credo che Silver le desse anche da squadrare qualche foglio, da ripassare qualche inchiostro e da applicare qualche retino Ma del resto bisogna pure far gavetta, mica c’era Internet che oggi rende tutti famosi fin dal primo scarabocchio e basta scrivere “pio” in una vignetta che si hanno un milione di “mi piace”. A quei tempi c’era da disegnare con il lapis, il pennino e la china, e poi stampare le copie e cercare di venderle in edicola. C’erano ancora, le edicole. Lo so che i più giovani ne hanno soltanto sentito parlare, ma sono esistite. Insomma, la nostra Stroppi impara il mestiere. In effetti, continuando la fanciulla a fare gli occhioni lacrimosi, le vennero date delle storie di Lupo Alberto da realizzare. Ma già in quegli anni già aveva il suo personaggio nel cassetto, Ghigo lo Sfigo. Anzi, tirato fuori dal cassetto molto presto perché insieme ad altri ardimentosi giovani autori diede vita a una rivistina chiamata “L’isola che non c’è” su cui Ghigo era il piatto forte. Purtroppo, come era facilmente prevedibile “L’isola che non c’è” non la trovava nessuno e per se uno soprannominato lo Sfigo le cose sono più difficili che per gli altri. Tuttavia Laura non si è mai persa d’animo ed è riuscita a trovare ogni genere di contenitore e supporto per continuare a proporre il suo stralunato eroe ai lettori, fino ad arrivare al volume che stringete fra le mani. E, a nome di tutti quei lettori che si sono divertiti fin dagli esordi (gli esperti li datano nel 1996), lasciatemi ringraziarla per non essersi mai data per vinta e aver insistito nel deliziarci. Negli anni, Ghigo è cresciuto. Inizialmente era uno studentello caratterizzato da alcune mosche che gli volavano attorno. Pare che Laura avesse davvero, negli anni della scuola, un compagno così: allupato dalle ragazze e propenso a innamorarsi follemente, talvolta cinico ma sprovvisto di malizia, come chi non si rende conto della cattiveria che sta dicendo, svampito e privo di senso pratico. Poi è diventato un personaggio senza età, conservando la sua ilare leggerezza. Fu addirittura Bonvi a suggerirle di trasformare la caricatura di un amico in un personaggio a fumetti che avrebbe potuto vivere di vita propria (e scusate se è poco). L’autrice dice di vederlo con un suo alter ego: “è come se parlassi di me (e io non amo parlare di me)”, dice. Quindi Ghigo è una specie di confessione a fumetti, una valvola di sfogo: “sicuramente è un modo, molto efficace, di reinterpretare il mio vissuto quotidiano con il senso dell’umorismo. Mi piace vederlo come una mia versione pupazzata”. Originariamente lo Sfigo era protagonista di storielle di varie pagine, poi Laura ne ha sintetizzate la vicende in due, tre vignette ciascuna: “Ho cominciato a pensare a Ghigo in versione striscia per due motivi principali. Primo, io adoro la sintesi, sia nel disegno che nel testo. La strip mi corrisponde di più e rende il mio lavoro più facile e divertente. Sono poi dell’opinione che l’umoristico funzioni meglio con dei tempi narrativi brevi”, spiega la Pipimpa (così la nostra si fa chiamare su Facebook). “Pipimpa” in effetti potrebbe suonare stonato, vista la laurea in archeologia della nostra, le sue prestigiose collaborazioni, le tante illustrazioni, i volumi pubblicati e i premi vinti. E vista, soprattutto, la maturità della sua sintesi grafica: tanto di cappello. Dal 2010 Ghigo appare anche sulla rivista Skorpio, dove viene pubblicata anche un’altra striscia, realizzata in coppia con Giorgio Sommacal, “Rapa e Nui” (su testi di Giorgio Rasori), raccolta in volume sempre da Snam!Libri (guarda caso, con una mia introduzione).

sabato 7 luglio 2018

LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY





Walt Disney
SILLY SYMPHONIES
LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY
Mondadori
cartonato, 1981
240 pagine, 30.000 lire

Quando, nel 1927, il cinema venne rivoluzionato dall'avvento del sonoro (accadde con il film "The Jazz Singer"), l'allora ventiseienne Walt Disney intuì immediatamente che musica e parole avrebbero potuto arricchire anche i cortometraggi animati che stava producendo, e provvide a dare personalmente la voce al suo Topolino. Il successo del personaggio aumentò a dismisura, perché la sonorizzazione si prestava a rendere ancora più godibili i cartoons, che anzi potevano giocare sugli effetti sonori ancor di più delle pellicole con attori in carne e ossa. Così, nel 1929 Disney mise in produzione una serie di corti di cui proprio la musica fosse la protagonista: il primo fu "The Skeleton Dance", curato da Ub Iwerks, basato sulla "Marcia dei nani" di Grieg: quattro scheletri usciti da un cimitero si esibivano in una serie di buffi balletti, salvo poi rientrare nelle loro bare. Tra il 1929 e il 1932 gli Studi Disney produssero ventotto di questi corti in bianco e nero, chiamati Silly Symphonies. Successivamente venne adottato il colore. In tutto, le Silly furono settantasei, durando fino al 1939 e vincendo otto Oscar. Se le prime Symphonies tendevano a suscitare emozioni grazie alla visualizzazione di quanto suggerivano le musiche scelte per fare da perno (come nel lungometraggio "Fantasia"), successivamente si puntò anche sul racconto di vere e proprie storie con una trama, pur narrata con il supporto fondamentale della musica, e quindi si usarono favole classiche (Il brutto anatroccolo, La cicala e la formica) o storie originali. Il volume "Le grandi favole di Walt Disney", libro strenna di grande formato della Mondadori datato 1981, propone una selezione di trame delle Silly Symphonies adattate a fiabe per bambini, con immagini tratte dai cartoni animati a colori a illustrare i brevi testi. Troviamo appunto gli adattamenti delle novelle della tradizione e il racconto delle vicende nate invece negli Studios. Una interessante introduzione e una cronologia delle animazioni aprono e chiudono il libro. Probabilmente i bambini, a cui venne destinato il volume, avranno apprezzato. Noi cultori disneyani avremmo preferito un librone in cui le Symphonies venissero analizzate una per una e in cui la scelta dei fotogrammi fosse migliore (la qualità della riproduzione non è particolarmente entusiasmante). Ma, del resto, non era questo l'intento dei curatori.

venerdì 6 luglio 2018

IO E LEI



Edoardo Boncinelli
IO E LEI
Guanda
brossurato, 2017
192 pagine, 14 euro

Lui è Edoardo Boncinelli, classe 1941, genetista, uno dei più famosi e importanti biologi italiani, titolare di una rubrica fissa sul mensile "Le Scienze". Lei è la morte. "Io sono la mia coscienza", scrive lo scienziato, convinto pertanto che lui e la morte realmente non si incontreranno mai perché giungendo lei, lui se ne andrà. "Nella mia mente la morte non c'è, mentre c'è tanta, troppa vita. Questo non mi impedisce di meditarci sopra, anzi me lo facilita", dice Boncinelli. Ed eccolo dunque a proporci le sue riflessioni di uomo e di scienziato non credente: "Non ho mai creduto neppure un po', fin da quando mi ricordo, in n nessuna forma di religiosità. L'uomo si è costruito la religione immaginando l'esatto opposto della realtà, per compensarne i gravissimi difetti. Agli esordi della mia avventura intellettuale, il primo problema che mi venne in mente fu: perché mai Dio ci ha creati? La risposta del catechismo era, allora, che ci ha fatto per amore. Amore di che e di chi, per Lui che è l'Essere prefettissimo? Io Lo immaginavo superiore, onnisciente e onnipotente; non poteva avere quindi un di più o un di meno di amore. E poi chi lo autorizzava a pensare che le sue creature ne sarebbero state contente? Io certo non lo ero e comunque dubitavo che lo fossero anche altri, che infatti non facevano che lamentarsi. Che lo avesse fatto per bisogno di amore mi riusciva difficile da pensare. Come può aver bisogno di amore un ente perfetto e compiuto in se?". Altrettante perplessità suscitano in Boncinelli l'idea di onniscienza e onnipotenza (come può Dio voler fare una cosa e non farla nell'attimo stesso in cui la vuole e dunque volendo in un certo momento qualcosa che prima non voleva?) ma anche il concetto di Dio personale. Analizzando i propri dubbi, le riflessioni portano lo scienziato a scartare l'idea di una vita dopo la morte. Seguono poi pagine sulla definizione di vita dal punto di vista biologico (interessantissime quelle su gli esseri viventi che vivono lottando quotidianamente contro l'entropia a cui tende l'universo, "espellendo disordine" da se stessi, pompando "informazione"). Altrettanto interessanti le parti sulla spiegazione scientifica della morte: la natura è interessata unicamente a tenerci in vita, sani e robusti, fino all'età della riproduzione (dai 15 ai 30 anni), dopo non siamo programmati per resistere oltre. Se ci riusciamo, è tutto grasso che cola. Non mancano le riflessioni sull'etica, il comportamento e la morale. Boncinelli è convinto che il "comportarsi bene" non sia affatto conseguente alle regole dettate dalla religione. "Che merito ci sarebbe a comportarsi bene solamente per paura di una punizione di natura superiore? Anzi, se Dio non c'è ci corre l'obbligo di occuparci noi delle cose del mondo, come individui e come società. E' nella vita che si manifesta e si realizza la nostra idea della vita, e in niente altro".

domenica 1 luglio 2018

TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI







Casty
Massimo Bonfatti
TUTTO QUESTO ACCADRA' IERI
Disney Panini Comics
cartonato, 2017
82 pagine, 30 euro

I classici meritano sempre delle edizioni de-luxe, anche quando, in realtà, sono recentissimi e sul fatto che davvero passeranno alla storia si può soltanto scommettere. Personalmente non ho mai avuto dubbi sulla "Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi", sulla prima avventura di Paperinik, sulla biografia di Zio Paperone scritta e disegnata da Don Rosa. E nessuna esitazione mi ha colto nel giudicare un capolavoro "Tutto questo accadrà ieri" di Casty e Bonfatti fin dalla sua prima apparizione sulle pagine di Topolino. Già la presenza di Massimo Bonfatti, per la prima volta in versione disneyana, bastava ai miei occhi a garantire al racconto di Adrea Castellan (ottimo sceneggiatore ma anche eccellente disegnatore in proprio) una particolare rilevanza prima ancora di cominciare a leggere. A lettura ultimata, la rilevanza è risultata totale. A distanza di tempo, la riproposizione in volume cartonato con sopraccoperta-poster ha confermato le prime impressioni e anzi, rileggendo il tutto, ho notato cento altre sfumature che hanno aumentato la mia considerazione. Innanzitutto c'è un'idea alla base della storia: far incontrare il Topolino di oggi con quello degli anni Trenta (che viveva in un mondo piuttosto diverso, in cui per esempio Pippo non era affatto la "spalla" fondamentale dei giorni nostri). Poi c'è una storia ben congegnata, narrata con un tripudio di gag molto divertenti. Quindi, c'è Topolino (mentre si sa che in genere sono i Paperi a imperversare) e si tratta di un Topolino avventuroso. Per concludere ci sono i viaggi nel tempo e i paradossi temporali che a me piacciono sempre un sacco. Infine ci sono i disegni, realizzati in coppia da Casty e da Bonfatti ma dove il genio bonfattiano si vede eccome. Se dipendesse da me, Bonfatti sarebbe assunto in pianta stabile alla Disney e disegnerebbe tutte storie "d'epoca" in stile anni Trenta.

sabato 30 giugno 2018

ACCABADORA









Michela Murgia
ACCABADORA
Einaudi
2009, cartonato
164 pagine, 18 euro

In spagnolo, "acabar" vuol dire "finire". E in sardo "accabadora" è colei che finisce. Misericordiosamente, però: la donna che scivola nottetempo nella camera del moribondo e con un cuscino premuto sulla bocca allevia le sue sofferenze, chiamata dai parenti stessi, non è un'assassina. Tra le pagine più belle del libro c'è la spiegazione che delle sue azioni dà Bonaria Urrai, appunto l'accabadora, alla figlia adottiva Maria Listru: "Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto". Non si nasce da soli, e a volte c'è bisogno di qualcuno che aiuti a morire. Per quanto mi riguarda, il discorso di Bonaria Urrai andrebbe imparato a memoria, compresa la frase "Non dire mai: io di quest'acqua non ne bevo". Maria se ne rende conto quando si troverà lei nelle condizioni di dover fare la stessa cosa. La "filla de anima", Maria, è stata adottata dalla sarta Bonaria perché alla vera madre (vedove entrambe) pesavano le quattro figlie e la Urrai non aveva mai partorito figli suoi, dunque, come si usava in Sardegna (il romanzo è ambientato a Soreni, paesino immaginario dell'isola, negli anni Cinquanta) l'ultima nata viene ceduta. Maria cresce senza nulla sospettare della "dolce morte" che Bonaria concede a chi ne ha bisogno, ma quando lo scopre (la vittima è un giovane a cui è stata amputata una gamba e che non vuol più vivere) fugge sul continente decisa a troncare ogni rapporto con la madre adottiva. Quando però Bonaria si ammala gravemente, torna in Sardegna e riconosce nella donna le qualità di una vera madre. Oltre alla grande tensione che, con una prosa pulita e dialoghi taglienti, Michela Murgia sa costruire all'interno della sua storia attorno ai due straordinari personaggi di Maria e, soprattutto, Bonaria, molto efficace risulta la ricostruzione di Soreni e della arcaica società rurale sarda, legata all'ancestrale e al tacito appartenere a una comunità dove il non detto e il non scritto regolano i rapporti fra e nelle famiglie. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2010.

venerdì 29 giugno 2018

ZAGOR




Davide Morosinotto
ZAGOR
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
260 pagine, 16 euro

Quando mi sono incontrato con Davide Morosinotto nel mio ufficio presso redazione milanese di Zagor, temo di averlo trattato senza tenere nella giusta considerazione il suo curriculum di autore pluripremiato per i suoi romanzi per ragazzi. O meglio, "young adults", come si dice adesso. Nel momento in cui abbiamo fatto il nostro brainstorming non aveva ancora vinto il Premio Andersen 2017 (l'avrebbe fatto di lì a poco) ma aveva comunque un palmares da campione. Non che l'abbia trattato sgarbatamente come fanno i sergenti istruttori dei marines, anzi, ma mi sono concentrato sulla bozza del suo romanzo per il quale mi ero appuntato diversi suggerimenti. Ho vestito, insomma, i panni dell'editor. Il principale suggerimento è stato questo: "caro Davide, il nostro protagonista non può chiamarsi Zagor, perché Patrick Wilding assume il nome di Za-Gor-Te-Nay (Spirito con la Scure in una immaginaria lingua algonkina) solo dopo l'incontro con i Sullivan, quando decide di indossare il suo pittoresco costume e presentarsi agli indiani di Darkwood, mentre le vicende da te narrate si svolgono prima". E questo costituiva un bel problema. Tuttavia, il brainstorming l'ha risolto: ho suggerito che qualcuno avesse chiamato "Spirito con la Scure" già in precedenza, e che Patrick l'avesse perciò ripescato successivamente. Di suo, Davide ha aggiunto nel romanzo (oltre a tutto il resto) anche il perché Zagor avrebbe poi adottato "aaahhyyaaak" con grido di battaglia. Dal nostro incontro è nata anche l'idea di inserire nella narrazione brani di un immaginario diario di "Wandering" Fitzy. Alla fine, quel che è venuto fuori è decisamente un buon lavoro. Rispettoso del character di Nolitta & Ferri ma anche innovativo e soprattutto adatto al target 12-18 anni che è appunto la fascia identificata dalla definizione "young adults", lettori che fortunatamente oggi frequentano le librerie (reali o on line) a differenza di un paio di generazioni perdute nel recente passato. Morisinotto, con uno stile adatto al suo pubblico, secco e tagliente, racconta prima il dramma nel passato di Zagor, quello che ben conosciamo delle stragi del Clear Water e del Silver Lake, poi il tormento del demone-lupo che si agita nel petto del giovane eroe. Un tormento che fortunatamente si placa, scoprirà Patrick nel finale del romanzo, aiutando gli altri. Davide non aveva avuto alcuna indicazione di scrivere un libro western piuttosto che orrorifico e fantastico, eppure, da vero conoscitore di Zagor, ha scelto quel tipo di commistione fra i generi che è tipica del personaggio (con buona pace di quelli che la contestano e pretenderebbero solo avventure di trappers, indiani e soldati), con molti rimandi ai temi della saga a fumetti. C'è la vecchia frontiera e ci sono i pellerossa,ma c'è anche un mistero, quello di mostri che emergono dal bitume fuoriuscito da una spaccatura nella terra simile alla "Grande Ferita" che avevo inventato io per "Darkwood Anno Zero". E proprio a "Darkwood Anno Zero" si riallaccia il bel finale, in cui compare Shyer, un personaggio a me molto caro e non solo perché l'ho inventato io. Il romanzo si inserisce in una collana inaugurata dalla Sergio Bonelli Editore proprio con questo e altri due titoli (dedicati a Gea e a Martin Mystere) in cui gli eroi a fumetti della Casa editrice milanese vengono proposti sottoforma di romanzi che li raccontano da adolescenti. Il titolo dedicato a Zagor è, da un certo punto di vista, anche un "romanzo di formazione" proprio per questo: mostra un importante passaggio della crescita di Pat,

venerdì 22 giugno 2018

LA LETTERA SBAGLIATA






Walter S. Masterman
LA LETTERA SBAGLIATA
Polillo Editore
2018, brossurato
184 pagine, 15.40 euro

Premessa: quando in libreria vi imbattete nei libri color arancio della collana "I bassotti" della Polillo, prestategli attenzione, leggete i risvolti di copertina per capire se possono fare al caso vostro e se vi piacciono portateveli a casa. Insomma, meritano di essere quanto meno presi in mano e valutati. Si tratta di gialli (l'arancione di copertina fornisce un indizio) "vecchia maniera", pubblicati soprattutto fra il 1920 e il 1940, di provenienza quasi sempre angloamericana, talvolta di autori noti, ma più spesso ignoti (o dimenticati) e dunque da scoprire (o riscoprire). I polizieschi "classici" per quanto mi riguarda battono alla grande i thriller contemporanei e non c'è Paula Howkins o Joël Dicker che tengano di fronte a John Dickson Carr. L'inglese Walter S. Masterman (1876-1946) non è propriamente un maestro riconosciuto ma ha saputo farsi valere. Peraltro si è inventato scrittore di gialli dopo aver trascorso vari anni in galera e questa sua prima opera, "The wrong letter" venne elogiata da Gilbert Keith Chesterton (il creatore di Padre Brown). Mi unisco all'elogio solo per un aspetto: la geniale soluzione fortuna da Masterman al classico mistero della camera chiusa.Ciò che infatti mi ha convinto all'acquisto è stata la frase nell'aletta di copertina che diceva così: "'La lettera sbagliata', finora inedito in Italia, è uno dei più sorprendenti delitti della camera chiusa della storia del giallo". Dato che colleziono tutti i romanzi che propongono questo tipo di enigma (il cadavere di un assassinato viene trovato in una stanza deserta sigillata dall'interno) non mi sono lasciato sfuggire questo nuovo pezzo. E in effetti in meccanismo che spiega l'impossibile è originale e convincente. Un po' meno il resto del giallo, basato sulla morte del Ministro dell'Interno inglese che scopriamo vivere in una casa in compagnia della sola governante, abituato ad aprire personalmente la porta a chiunque bussi e ad andare a imbucare da solo lettere nella buca della posta (senza segretari e guardie del corpo) e senza che venga descritto il realistico clamore che un omicidio del genere può provocare a Londra. Insomma, sarebbe stato più credibile se la vittima fosse stato uno qualunque. A parte questo, il giallo è divertente, l'assassino davvero insospettabile, e tutti gli indizi vengono forniti al lettore perché arrivi da solo alla soluzione che il sovrintendente Sinclair di Scotand Yard fornisce nel penultimo capitolo.

venerdì 15 giugno 2018

LAVENNDER




Giacomo Bevilacqua
LAVENNDER
Sergio Bonelli Editore
cartonato,150 pagine
2017, 23 euro


Una bella edizione da libreria per un thriller tropicale già apparso nella collana da edicola "Le Storie". Anzi, mi piacerebbe che sempre più spesso le cose migliori pubblicate da quella testata venissero riproposte in versione cartonata di grande formato. Nel caso di "Lavennder" colpisce favorevolmente l'ottima prova di un autore completo, Giacono Bevilacqua, che dopo il successo ottenuto come fumettista umoristico grazie al suo "A Panda piace" si è rivelato perfettamente in grado di scrivere e disegnare anche in modo realistico e di uscire dalla Rete (che è sì un palcoscenico, ma anche una gabbia). Lode per la capacità di raccontare in modo chiaro e coinvolgente senza astrusità criptiche (finalmente uno che cerca di farsi capire invece di mirare a disorientare), e che per giunta, cosa sempre più rara, disegna il mare azzurro, gli alberi verdi e la pelle rosa, colorando con delicatezza senza coprire le linee mere delle figure. La vicenda, avventurosa ed horror al tempo stesso, è tesa ed emozionante: una coppia di giovani fidanzati scopre sul Web la possibilità di trascorrere una vacanza su un'isola deserta, dove vengono accompagnati per vivere in perfetta solitudine pescandosi il pesce per i pasti e dormendo in una tenda. Però, l'isola non è così disabitata come era stato loro promessa...

giovedì 14 giugno 2018

TEX SECONDO NIZZI



Roberto Guarino
TEX SECONDO NIZZI
Allagalla
2012, brossurato
224 pagine, 23 euro

Ecco un raro caso in cui un libro-intervista, quale questo è, possa essere attribuito tanto all’intervistatore quanto all’intervistato, perché le domande di Roberto Guarino (inesauribili, informate, intelligenti e articolate) riescono a inquadrare esaustivamente il personaggio Claudio Nizzi al pari delle sue puntuali e convincenti risposte. Guarino giustifica così, in apertura, il suo interesse verso lo sceneggiatore modenese (interesse nato, va da sé, da una precedente passione per Tex): “Claudio Nizzi è probabilmente il più importante e prolifico sceneggiatore italiano di fumetti. In cinquant’anni di attività è stato una delle colonne di riviste per ragazzi come Il Vittorioso e Il Giornalino, ha scritto centinaia di albi di Tex e ha trovato anche il tempo per creare nuovi personagggi come Nick Raider e Leo Pulp. Hanno disegnato le sue storie alcuni tra i più grandi disegnatori italiani e stranieri, da Attilio Micheluzzi a Joe Kubert, da Aurelio Galleppini a Ernesto Garcia Seijas, da Renzo Calegari a Jordi Bernet, da Giovanni Ticci a José Ortiz, da Gianni De Luca a Sergio Toppi”.  Alla lista io aggiungerei anche Magnus.
Un articolo del critico Andrea Sani pubblicato sul n° 6 rivista Dime Press (febbraio 1994) esaminava le storie di Tex realizzate in tandem da Claudio Villa e Claudio Nizzi: l’uno erede di Aurelio Galleppini, l’altro di Giovanni Luigi Bonelli. Storie che, secondo il commentatore, “possono tranquillamente collocarsi ai vertici della produzione fumettistica italiana contemporanea, al di là di ogni distinzione tra fumetto popolare e d’autore”. L’arrivo di Nizzi precedette di due anni quello di Villa, ma la logica in cui entrambi entrarono a far parte della squadra texiana più o meno nello stesso periodo fu necessità per l’editore di avvalersi di nuovi collaboratori, necessità dovuta sia ai problemi di salute di Giovanni Luigi Bonelli e di Galep (dovuti al fattore anagrafico di coloro che per trent’anni erano stati gli inossidabili facitori di Tex), sia per rinfrescare le caratteristiche delle storie e dei disegni.  
Claudio Nizzi, nato a Setif (Algeria) nel 1938, esordisce come autore di fumetti nel 1960, sulle pagine del Vittorioso. Datato 1969 è l'inizio della sua collaborazione con Il Giornalino, per le cui pagine crea personaggi di grande successo come Larry Yuma e Capitan Erik, mentre per Il Messaggero dei Ragazzi scrive Mino e Lia. Nel 1980 abbandona il suo precedente impiego presso la Fiat e viene assunto come redattore dalle Edizioni Paoline, quale responsabile del settore fumetti. Nel 1981 crea Rosco & Sonny. Subito dopo è la volta di Nicoletta. Notevoli anche alcune sue sceneggiature basate su classici della letteratura per ragazzi. Nel 1987 Nizzi passa stabilmente alla Sergio Bonelli Editore. Con Bonelli l'autore aveva già iniziato a collaborare fin dal 1981: inizialmente con storie di Mister No, quindi con soggetti e sceneggiature di Tex. Per lungo tempo il lavoro di Nizzi per Aquila della Notte è rimasto anonimo, poi sono giunti i meritati riconoscimenti e la designazione quale "erede" ufficiale di Gian Luigi Bonelli. Nel 1988 Claudio Nizzi ha ideato Nick Raider, la prima serie "gialla" della casa editrice milanese.
Sull’albo di TuttoTex n° 196, così scrive Sergio Bonelli: “Il primo episodio scritto da Nizzi pubblicato nel Tex Gigante si intitolava ‘La valanga d’acqua’, era disegnato da Erio Nicolò e iniziò a pagina 53 del numero 273 (anche se, in realtà il primo soggetto che Claudio elaborò per noi, ‘Il ritorno del Carnicero’, uscì per secondo). Per quel che mi riguarda la scelta di Nizzi come continuatore del personaggio di papà Bonelli non nacque casualmente: ero infatti sempre stato un suo ammiratore sin dai tempi in cui, sulle pagine de Il Giornalino, inventava avventurosissime trame per Larry Yuma”. 
E racconta invece Nizzi, in una intervista: “All’inizio della collaborazione a Tex fui avvertito che ‘per un certo periodo di tempo’ non avrei potuto firmare le mie storie. Il timore di Sergio Bonelli era che i lettori, abituati da sempre al fatidico ‘Text by G.L.Bonelli’, potessero reagire negativamente. La preoccupazione era legittima. In seguito, però, quando il ‘certo periodo di tempo’ cominciava a durare troppo, il non firmare mi pesò parecchio. A un certo punto, tra me e Sergio Bonelli cominciò un braccio di ferro. E finalmente, dopo un’astinenza di cinque anni, apparve la mia firma nel Texone di Buzzelli del 1988, e dal dicembre di quello stesso nella serie normale. Per fortuna la mia firma non ha fatto scappare nessuno”. 
Uno dei tratti distintivi delle sceneggiature di Claudio Nizzi è quello di riuscire a proseguire con taglio narrativo moderno la grande tradizione dei testi di Giovanni Luigi Bonelli, mettendone in pratica la lezione in maniera funzionale ed efficacissima.  “All’inizio i miei soggetti venivano sorvegliati molto - dichiara Nizzi su Dime Press n° 2 - sia perché ne scrivevo pochi (e senza fretta), sia perché bisognava essere sicuri che mi mantenessi nell’ortodossia più assoluta. A quei tempi eravamo ancora in tre a scrivere Tex: G.L.Bonelli, Sergio e io. In seguito Bonelli padre rallentò, poi anche Sergio, e io mi ritrovai a scrivere anche dieci storie contemporaneamente. Oggi, sia sotto la spinta dell’urgenza, sia perché mi sono ormai conquistato una certa affidabilità, i controlli si sono molto diradati, ma il ‘lavaggio del cervello’ iniziale funziona ancora (fin troppo!) e ci penso da solo a censurarmi per non uscire dai binari della tradizione. (...) Il tipico linguaggio di Tex è una delle grandi invenzioni di G.L.Bonelli, il mio segreto è di averlo studiato, così come ho studiato la psicologia del personaggio e il ritmo del racconto. Il fascino intramontabile di Tex è dovuto al rispetto di queste cose e dunque mi sembra doveroso rispettarle. Anche perché, se sgarri, Tex diventa un’altra cosa”. 
Diversamente da Nolitta che non può fare a meno di lasciar trasparire la propria originalità, il Nizzi del primo periodo texiano riesce magistralmente a mimetizzarsi facendo propri gli stilemi del creatore del personaggio, spolverandoli comunque quel tanto che basta per dare loro una rinfrescata. Il maggior mimetismo di Nizzi non tragga in inganno. E’ frutto della sua grande professionalità, non di pedissequa imitazione. Narratore robusto e di grande esperienza, abile negli intrecci da feuilleuton e più ancora nel mescolare il thriller con il western, Nizzi non è certo il clone di nessuno. In ogni caso,  la sua personalità ha finito per risultare evidente e, a posteriori, può essere facilmente vista trasparire anche dalle storie che all’epoca uscirono non firmate. Dopo che il suo nome ha cominciato ad apparire, anche la sua tecnica di sceneggiatura si è fatta più personale e riconoscibile, seppur sempre nel solco della tradizione. Già nella fondamentale storia disegnata da Ticci che racconta in flashback il primo incontro fra Tex e Tiger Jack (Furia Rossa, Tex n° 385 e seguenti, 1992) gli stacchi sono veloci, le didascalie risultano abolite o ridotte al minimo, gli stati d’animo vengono resi dal gioco di sguardi e dalla recitazione dei personaggi e insomma il “più acceso difensore dell’ortodossia texiana”, come Nizzi stesso si è definito, finisce per traghettare la serie verso moduli espressivi di grande (ma intelligente) modernità. Una storia come La ballata di Zeke Colter, pubblicata sull’Almanacco del West 1994, scritta per i disegni di Renzo Calegari, è un altro esempio di un ottimo racconto sceneggiato da un Nizzi volutamente più libero del solito dai vincoli dell’ortodossia, visto che si tratta di un albo al di fuori della serie regolare. 
Nell’arco di trent’anni (1982-2012) e di oltre trentamila tavole (tante ne ha sceneggiate Nizzi per Aquila della Notte) è inevitabile che ci siano stati degli alti e dei bassi, ma i capolavori sono tali appunto perché svettano. 
Rispondendo alle domande di Roberto Guarino, Claudio Nizzi racconta molto di sé, analizzando una per una tutte le sue storie di Tex e dimostrando una grande consapevolezza riguardo alla sua opera. Forse ci vorrebbe un altro libro in cui, con altrettanta puntualità, l’intervistatore spinga l’autore a dilungarsi anche sul resto della sua sterminata produzione, compresa quella libraria, perché i romanzi del ciclo di Borgo Torre hanno tutte le carte in regola per un successo travolgente e dispiace che limitatissima distribuzione del loro piccolo editore non abbia consentito ai quattro titoli una maggiore visibilità. In attesa, dunque, di una disamina di Larry Yuma o di Nicoletta, colpisce, già in questo libro, il talento dimostrato da Nizzi di mettersi al servizio sia del lettore, che del personaggio,  che del disegnatore. Del lettore, perché la varietà dei personaggi da lui creati per target molti diversi fra loro testimonia la capacità di parlare ai ragazzi come agli adulti o alle donne come agli uomini, e quella di far ridere, così come di commuovere o emozionare. Del personaggio, perché anche alle prese con characters non suoi, l’autore sa rispettarne le caratteristiche. Del disegnatore perché Nizzi, come lui stesso dice più volte, calibra le sue sceneggiature per valorizzare il tratto di chi le illustrerà, cercando di offrire al co-autore gli scenari, le situazioni e le atmosfere a lui più congeniali. Insomma, un grande professionista. Ma, talvolta, usando questo termine, si intende soltanto qualcuno che è del mestiere. E chi è padrone della tecnica non necessariamente è il miglior comunicatore delle emozioni. I capolavori texiani che abbiamo individuato e citato (e che sono soltanto alcuni fra quelli che potremmo ancora citare e individuare, aggiungendo magari all’elenco la prima storia della Tigre Nera, quella in cui Kit Willer perde la memoria, o il Texone di Magnus, così come molte altre), invece, dimostrano come  Nizzi sappia anche toccare il cuore e far accapponare la pelle.
Il libro-intervista di Guarino ha una mia prefazione.

sabato 2 giugno 2018

FATTI DELLA STESSA PASTA




Alessandro Delfino
FATTI DELLA STESSA PASTA
Rotary Club Firenze-Bisenzio
brossurato, 142 pagine
p.n.i.


Per gli appassionati di soldatini ogni spiegazione è superflua, ma per i profani bisogna pur darla: dire che una statuina da collezione è "in pasta" significa far riferimento a un tipo di produzione tipico del periodo fra le due Guerre iniziato dalla ditta tedesca Elastolin che, in periodo di grave crisi economica, non potendo contate sul piombo o su altri materiali più nobili, iniziò a fabbricare soldatini con una miscela composta da cartapesta, colla e gesso, detta appunto "pasta". Dopo la Elastolin, visto il successo garantito dai prezzi bassi, ci furono ovviamente molte altre case produttrici che imitarono questo tipo di materiale. Vi basterà fare un giro su Internet per vedere quanto collezionismo c'è. Il volume pubblicato dal Rotary Club Firenze-Bisenzio, di cui fanno parte alcuni celebri collezionisti toscani tra cui il curatore Alessandro Delfino, propone una straordinaria galleria di immagini riguardanti un particolare settore di questo tipo di oggettistica: i soldatini raffiguranti personaggi dei fumetti. "Fatti della stessa pasta", appunto, come recita il titolo, cioè la materia di cui sono fatti i sogni, o le avventure che si possono sognare o, se volete, di cui è fatto il gioco. Non a caso uno dei testi introduttivi porta la firma di Sergio Bonelli il quale, in suo articolo intitolato "Il palcoscenico dei sogni", paragona i personaggi della saga di Tex a tanti ideali soldatini e ricorda la figura di Dino Battaglia, che di soldatini era un super esperto al punto da intagliarli direttamente in legno: "un suo guerriero Zulu, con la caratteristica corta lancia e il non meno caratteristico scudo, fa buona guardia sulla mia libreria, trasmettendomi il fascino di un mondo e di un tempo lontano". Nel libro sono rappresentati anche alcuni soldatini non in pasta, come appunto quello di Tex e dei suoi pards, messi in commercio in tempi recenti e realizzati in resina, però gran parte sono appunto più antichi (anni Quaranta o Cinquanta) e in stile Elastolin, anche se prodotti in Italia da aziende come la Chialli, la Xiloplasto o la Lineol. Sorprende vedere soldatini di Miki, di Blek, del Sergente York, di Pecos Bill, di Cino e Franco. Una gioia per gli occhi, come dimostrano le immagini allegate.




venerdì 1 giugno 2018

HO FREDDO








HO FREDDO

di Gianfranco Manfredi
Gargoyle Books

2008, cartonato
552, 16 euro

L'autore è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.

martedì 29 maggio 2018

BIOGRAFIA DEL SILENZIO





Pablo d'Ors
BIOGRAFIA DEL SILENZIO
Vita e Pensiero
2014, cartonato
100 pagine

Ogni tanto, per non sembrare del tutto privo di spiritualità e senso della trascendenza, e anzi, per cercare di essere spirituale e trascendente come tutti gli altri e sentirmi dunque meno alieno nel mio freddo razionalismo, leggo libri come questo. "Un giorno riuscirò anch'io a meditare sul senso della vita", mi dico, "o a percepire l'afflato della mia anima". Tutte le volte che mi sforzo di meditare, però, vengo distratto da un prurito in un punto irraggiungibile della schiena o dal rumore del camion della spazzatura per strada. Tuttavia, magari quando sarò in pensione e avrò più tempo per impegnarmi come si deve, avrò imparato come si fa per essere finalmente sereno e spirituale come il resto del mondo che pratica la meditazione. Per il momento, raccolgo la documentazione. Non nego che questo testo di Pablo d'Ors (spagnolo di Madrid classe 1963) sia pieno di buoni spunti. Anzi, me ne sono appuntati diversi. Peraltro, nonostante l'autore sia un sacerdote, ha il pregio di non affrontare nessun argomento religioso. Non che io sia allergico alla religione (avrei accettato di buon grado qualunque discorso sensato anche riguardante Dio e il suo amore per noi), ma evidentemente d'Ors ha scelto di rivolgere il suo discorso a un pubblico più ampio di quello dei credenti, puntando sull'elogio della meditazione (e della ricerca interiore basata sul silenzio) come strumento in grado di migliorare la vita di tutti. Stranamente, parla più di buddismo che di cristianesimo, più di filosofia orientale che di dottrina cattolica. Secondo Pablo d'Ors, e sono pronto a sottoscrivere, la situazione, qualunque sia, non è il problema. Il problema è la nostra idea su di essa. "Appena dimetto l'idea, il problema scompare. Basta non avere idee sulle cose o sulle situazioni per vivere completamente felice. La formula è prendere le cose come sono, non come ci piacerebbero che fossero. Non si deve nuotare contro la corrente della vita, bensì a suo favore. Non bisogna nemmeno nuotare. Basta aprire le braccia e lasciarsi trasportare". Più avanti si legge: "Quasi tutti i frutti della meditazione si percepiscono fuori dalla meditazione. Alcuni frutti sono, ad esempio, una maggiore accettazione della vita così com'è, un'assunzione più completa dei propri limiti e dei propri acciacchi o dolori, una maggiore benevolenza verso i propri simili, un'attenzione più scrupolosa alle necessità altrui, un apprezzamento superiore verso gli animali e la natura, una visione del mondo più globale e meno analitica". Infine: "Si può vivere senza lottare contro la vita". Tutto bello, tutto giusto, tutto vero. Leggo di continuo di gente (anche laicissima, come Emmanuel Carrere) che dice la stessa cosa. Però, al di là del fatto che prima di accettare acciacchi e dolori attraverso la meditazione cerco di farmeli passare con un analgesico, tutto resta troppo poco pratico per i miei gusti. 
Pablo d'Ors indubbiamente ci convince che meditare è bello, che meditare è buono, che meditare cambia la vita. Ottimo. Ma praticamente come si fa? L'autore dice, a un certo punto, che meditare costa anche del sacrificio e che inizialmente ci si deve far forza per mantenersi costanti nel buon proposito di farlo. Questo anche perché, per esempio, la posizione è scomoda e si sentono dei dolori alle giunture. Ecco: ma qual è questa posizione in cui ci si deve mettere? "Nei primi mesi meditavo male, malissimo; tenere la schiena eretta e le ginocchia piegate non mi riusciva per nulla facile": schiena eretta e ginocchia piegate, come? Se magari ce lo avesse spiegato noi potremmo evitare di meditare male o malissimo nei primi mesi. E una volta che ci siamo messi in qualche posizione e si vuole meditare, di preciso a che si deve pensare? Ho visto che esiste un libro intitolato "Meditazione per negati", dovrò leggermi anche quello. Poi vi saprò dire.

domenica 27 maggio 2018

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA




Stieg Larsson
LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
Marsilio
2009, brossurato
864 pagine, 21.50 euro

Fatemi prima fare la mia dichiarazione d’amore a Lisbeth Salander, un personaggio straordinario, sfaccettato e potente, raccontato così bene e così bene caratterizzato da farmi credere che esista realmente. Quindi: Lisbeth ti amo, entra nel mio computer quando vuoi.
Terminare una lettura e sentire che in realtà il libro vive di vita propria e convincersi che continui ad evolvere le proprie vicende indipendentemente non solo dal lettore ma perfino dal suo autore è quanto di meglio e di più si può ottenere da un racconto. Le buone storie sono quelle che hanno dei buoni personaggi e la trilogia di “Millennium” dello svedese Stieg Larsson ne ha a decine, oltre a Lisbeth.  C’è anche un’altra caratteristica da cui tutti gli scrittori dovrebbero imparare:  “Millennium” ha una trama. Anzi, più di una, in verità, come la vita di ognuno di noi. I buoni personaggi di Larsson non si guardano l’ombelico ma agiscono, a volte come motori dell’azione a volte per reazione a quel che accade loro. Capitano dei fatti,  sicuramente abbastanza intriganti da essere interessanti da raccontare, ma anche raccontanti in modo così interessante da diventare intriganti più che mai.

Ciò detto, chiarisco subito che “La regina dei castelli di carta” è il terzo capitolo di una trilogia pubblicata in Svezia (un volume all’anno) tra il 2005 e il 2007, composta anche da una prima parte intitolata “Uomini che odiano le donne” e da una seconda intitolata “La ragazza che giocava con il fuoco”.  La trilogia è nota complessivamente con il nome di “Millennium”, dal titolo di una rivista la cui redazione fa da centro di gravità permanente agli avvenimenti raccontati. Colpisce il fatto che l’autore non abbia potuto assistere all’enorme successo a livello mondiale della sua saga perché è morto nel 2004 (a soli cinquant’anni, per infarto) e dunque si tratta di romanzi pubblicati postumi. Pare che nelle intenzioni di Larsson i romanzi dovessero essere dieci. Un quarto e un quinto episodio sono stati scritti da un altro svedese, David Lagercrantz, che ha proseguito la serie. Però, questi ulteriori capitoli non reggono il confronto con i primi tre, che per fortuna si possono leggere con un senso compiuto e giungendo a un punto fermo. Per la precisione, “Uomini che odiano le donne” permette una lettura autoconclusiva presentando i personaggi di Lisbeth Salander (una hacker bisex dalla personalità border line e dal passato traumatico che le perseguita anche il presente) e di Mikael Blomkvisk (il direttore della rivista “Millenium”) alle prese con un torbido mistero da risolvere (quello della scomparsa di una ragazza avvenuta trent’anni prima in circostanze misteriose). I due successivi titoli formano invece un’unica storia divisa a metà, quella in cui si svela il passato di Lisbeth e si regolano i conti con il padre, un russo psicopatico,  Alexander Zalachenko, ex spia russa protetta dai servizi segreti svedesi. Perciò, non si può leggere “La regina dei castelli di carta” senza aver letto prima “La ragazza che giocava con il fuoco”. Il romanzo infatti comincia esattamente là dove si era concluso il precedente, che in effetti non si era concluso: un complicato groviglio di vicende aveva  portato Lisbeth e il padre a cercare di uccidersi a vicenda con il risultato di essersi ridotti entrambi in fin di vita (addirittura, la ragazza viene ricoverata con una pallottola nella testa). Il gruppo di agenti segreti che per anni hanno garantito impunità a Zalachenko cerca di impedire che le indagini portino alla luce del sole tutte le loro malefatte. Mikael Blomkvisk mobilita “Millennium” in difesa di Lisbeth. Si resta intrigati e con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Sarebbe sbagliato etichettare “Millennium” come una saga poliziesca, nonostante ci siano dei casi giudiziari e dei misteri da svelare. Stieg Larsson orchestra una partitura ricca di elementi e punto d’incontro fra generi diversi: storia, politica, giallo, spionaggio, avventura, erotismo. Ma, soprattutto, porta avanti denunce contro la violenza sulle donne,  sul neonazismo, sulla corruzione, sul potere della stampa e perfino, ante litteram, sulle fake news; affronta i temi della deontologia professionale, dibatte sulla correttezza politica, esplora da competente le nuove tecnologie e l’universo degli hacker. La sua prosa può sembrare basic per come è immediata ed essenziale, ma in realtà riesce a scavare in maniera efficacissima nelle personalità dei personaggi. E che talento da affabulatore!