giovedì 20 aprile 2017

THE BIG BOOK OF PUSSY





THE BIG BOOK OF PUSSY
di Dian Hanson 
Taschen
2011, cartonato, 

374 pagine, 40 euro

Si tratta di uno dei cinque imperdibili e monumentali tomi dedicati dalla benemerita Casa editrice di Colonia, specializzata in libri di foto e illustrazione, ad altrettanti parti del corpo umano. Esistono infatti i "big book" riservati, oltre che alle pussy, ai breast, alle legs, al butt e ai penis. I testi sono multilingue (tra cui l'italiano) ma ovviamente sono le immagini a fare da padrone. Il grande formato enciclopedico consente una visione panoramica dei soggetti fotografati. La copertina, geniale, dotata di un lato A e di un lato B che mostrano appunto il davanti e il didietro di un bacino femminile, è corredata da una sovraccoperta di plastica trasparente con una mutandina nera che si può togliere mettendo a nudo quel che c'è sotto. Il sommario prevede una suddivisione per anni, a partire dal 1900 fino al 2011, in cinque grandi sezioni. Se si fosse voluto partire dalle raffigurazioni pittoriche il libro avrebbe potuto mostrare graffiti rupestri nelle caverne degli uomini primitivi, come spiega l'autrice, tanto il soggetto ha sempre interessato gli esseri umani. Si parte invece da fotografie dell'inizio del secolo scorso (una scena lesbo alquanto hairy) fino a recentissime rappresentazioni in 3D. Lo scopo è mostrare come si è evoluto nel corso dei decenni il gusto estetico sia nell'esibire (da parte della donna) che nel riprodurre (da parte del fotografo) il sesso femminile. Ci sono, ovviamente, immagini elaborate e di buon gusto artistico e pose triviali e ginecologiche, e tutte comunque hanno un senso perché se qualcuno le ha realizzate e riprodotte vuol dire che c'è sempre stato un perché, un bisogno da soddisfare, un tabù da infrangere, un gioco da giocare, un brivido da provare e far provare. E' interessante confrontare la parte al tutto, per cui la "pussy" ha sempre una corrispondenza estetica e caratteriale con la sorridente e complice proprietaria che la ostenta. Inoltre, il volume sfata la credenza (ammesso che ci sia chi la crede) che le "pussy" siano tutte uguali. Assolutamente no, come ben sanno gli intenditori.

martedì 18 aprile 2017

L'ARTE DI FERRI



L'ARTE DI FERRI
di Graziano Romani
Panini Books
2013, brossurato, 

128 pagine, euro 22

Si tratta del secondo volume di una collana inaugurata  con "L'arte di Galep", opera dello stesso autore, Graziano Romani, noto anche e soprattutto come eccellente musicista rock, avendo all'attivo una ventina di album realizzati come solista e insieme alla sua band "Rocking Chairs". Fra le altre cose, Graziano ha inciso quattro CD dedicati a Zagor, Tex, Mister No e Diabolik. Oltre che in campo musicale, però, Romani è attivissimo,anche come saggista e storico del fumetto, settore in cui può vantare una competenza invidiabile. Insieme al sottoscritto ha firmato, tra il 2009 e il 2011, tre libri dedicati a Ferri, Ticci e Nolitta, editi da Coniglio. Poi, ecco giungere, soltanto a firma sua, i due volumi su Galep e, di nuovo, su Ferri, pubblicati da Panini. Le caratteristiche dei saggi della collana "L'arte di..." sono quelle di abbinare la scelta di grandi maestri della nona arte con una selezione di immagini riprodotte il più possibile dagli originali e scelte fra quelle meno viste, se non inediti tolti dai cassetti, corredati da un testo che ne faccia la disamina. La parte prettamente saggistica del volume è interessante, scorrevole, accattivante, esaustiva. Ma, soprattutto, sono le illustrazioni a fare la parte del leone. Il grande formato del libro (21 x 30 cm) valorizza i disegni del maestro ligure, stampati al meglio in ogni dettaglio e in modo che si possa percepire ogni morbida pennellata. Oltre alle copertine più classiche, rese però in modo che su vedano le correzioni, i bianchetti, i segni del lapis, il nastro adesivo, i titoli aggiunti dai grafici, ecco le illustrazioni a colori realizzate da Ferri per dei bozzetti pubblicitari o per copertine di libri, o per favole per bambini. Così come ecco tavole poche viste della produzione italiana e francese precedente a Zagor. Non manca, ovviamente, Mister No. A tutto ciò si aggiunge lo scoop di un personaggio inedito, un progetto rimasto nel cassetto, ideato da Ferri negli anni Ottanta insieme al figlio. A concludere l'imperdibile volume, una bibliografia e una cronologia delle opere. A precederlo, una mia prefazione dal titolo "Un maestro per amico". Sfogliarlo permette di capire perché Gallieno (1929-2016) sia stato uno dei disegnatori più amati in Italia e nel mondo.

lunedì 17 aprile 2017

AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE E ALTRI RACCONTI



AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE
E ALTRI RACCONTI
di Robert Sheckley
Urania Millemondi n° 65
Mondadori
Autunno 2013, brossurato
450 pagine, 7.50 euro


Si tratta di tre diverse antologie di racconti di fantascienza, radunate in un solo volume: "AAA Asso Decontaminazioni Interplanetarie", "Fantasma Cinque" e "Giardiniere di uomini". In tutto, trentuno piccoli gioielli usciti dalla penna di uno dei migliori autori della SF mondiale, per quanto sui generis. "Bizzarro maestro della letteratura ebraico-americana, oltre che tranquillo rivoluzionatore" del genere fantascientifico, lo definisce Giuseppe Lippi nella sua introduzione, in cui racconta anche il suo personale incontro con Robert Shekovsky, questo il vero cognome dello scrittore, che era nato a New York nel 1928 da genitori di origine polacca. "Bizzarro" è un aggettivo che calza a pennello a Sheckley, in quanto è difficile definire i suoi racconti con una precisa etichetta, essendo tutti border line o, se proprio vogliamo, decisamente al di là di ogni confine. Mai si tratta di fantascienza "rigorosa" in senso scientifico, sempre si notano aspetti umoristici, satirici, fantastici, metaforici tesi a sorprendere, spiazzare, incantare, in ogni caso divertire i suoi lettori. Mai lo scrittore fa sfoggio di retorica o accondiscendenza verso una morale comunemente intesa, né di ricercatezza nello stile, che anzi è sobrio, sintetico e mirato verso un bersaglio ben preciso: la maggiore efficacia possibile, al di là di ogni fronzolo non giustificato. Data l'asciuttezza, la sintesi e l'umorismo che lo contraddistinguono, Sheckley riesce meglio nei racconti che nei romanzi (subito sotto trovate recensito il suo "Anonima Aldilà", sempre pubblicato su Urania). Le tre diverse parti dell'antologia hanno ciascuna caratteristiche peculiari. I primi sette racconti sono altrettante esilaranti avventure di una coppia di "disinfestatori" spaziali, Gregor e Arnold, in un futuro in cui il viaggio interstellare è così facile e a buon mercato che chiunque può comprarsi uno dei miliardi di pianeti sparsi per l'universo e abitarci da solo, o con la sua famiglia, o con un piccolo gruppo di multiproprietari. Però, i pianeti vanno ripuliti da eventuali forme di vita ostili, o da gas tossici nell'atmosfera, oppure ne va regolata la meteorologia. La seconda parte raccoglie racconti eterogenei ma tutti affascinanti per argomento e soluzioni: si va dalla storia classica e tutto sommato tradizionale dei due astronauti atterrati su un pianeta spazzato da venti eccezionalmente forti, all'anticipazione (nel 1958, anno in cui venne scritto) di un reality show televisivo in cui un concorrente deve sfuggire alla caccia di un gruppo di killer mentre tutto viene seguito dalle telecamere e il pubblico da casa può decidere per chi tifare o materialmente intervenire nello spettacolo aiutando o ostacolando chi crede. Il migliore di tutti è "Il magazzino dei mondi", in cui un apparecchio consente a chi se lo può permettere di vivere per un anno nel mondo dei suoi sogni, in cambio però di dieci anni di vita nel mondo reale; però non è male anche "Nuova Invasione" in cui tutte le spedizioni esplorative degli alieni per studiare la possibilità di invadere la Terra non tornano più indietro e nessuno di loro capisce il perché, finché anche l'ultima, mandata a risolvere in modo definitivo il mistero, fa la stessa fine (ma almeno i lettori scoprono, divertendosi molto, il perché). Nella terza parte, più "strana" e fantastica, brilla "Raddoppio", un racconto in cui il diavolo offre a un uomo la possibilità di chiedere qualunque cosa voglia, a patto però che, nello stesso tempo, il suo peggior nemico abbia esattamente il doppio. Un bel dilemma. Voi che fareste?

domenica 16 aprile 2017

SHAKESPEARE IN LOVE



William  Shakespeare era bisessuale? Forse sì. Pare infatti che molti dei suoi sonetti siano stati scritti non solo per la famosa (e misteriosa) Dama  Bruna, ma anche per il conte di Southampton, un nobile giovane e bello che, a detta di alcuni, era anche amante del Grande Bardo. Ora, la cosa non dovrebbe scandalizzare nessuno - di certo, non me. Però, è anche vero che i tempi che stiamo vivendo sembrano all'insegna, dopo il passaggio del ciclone sessantottino, di un rinnovati moralismo. Sono spariti i topless dalle spiagge e i nudi dai film, c'è chi vorrebbe togliere i corpi femminili dalle pubblicità (per pudichi che siano), chi si risente per i cortei del gay pride, chi interroga in tribunale questa o quella modella o soubrette chiedendo particolari della sua vita sessuale, chi denuncia gli autori di fumetti come causa prima della depravazione della gioventù, chi vorrebbe far indossare il saio alle Veline, chi censura il concorso di Miss Italia. Ai tempi di Shakespeare le cose non dovevano essere molto diverse. L'esuberanza sessuale del poeta e commediografo provocò le stesse invidie, cattiverie, maldicenze, attacchi, accuse e pettegolezzi dei bigotti che purtroppo suscitano ancora oggi certe cose. Con la differenza che sono passati alcuni secoli e insomma, i moralisti potrebbero anche aver capito che sarebbe l'ora di finirla di sbirciare nelle vite altrui e  lasciare che, almeno a letto, finché si tratta di adulti consenzienti,  ognuno si comporti come meglio crede. Shakespeare, tuttavia, redasse una sferzante risposta a chi si occupava della propria condotta morale. E' contenuta nel suo sonetto 121, attualissimo e illuminante ancora oggi sulla psicologia dei moralisti.


Scrive a questo proposito il critico letterario Harold Bloom: "Questi versi rappresentano l'espressione più potente nella letteratura in  lingua inglese di un individuo condannato per le sue scelte erotiche dagli  'occhi corrotti' degli altri, che sono loro stessi 'storti', vale a dire  disonesti, e avrei voluto che la poesia venisse letta più volte in televisione durante la recente orgia nazionale di virtù scandalizzata cui hanno dato vita mezzibusti e membri del Congresso. Ne consigliamo la lettura  al presidente William Jefferson Clinton".  Già, Bill Clinton avrebbe dovuto difendersi proprio recitando Shakespeare, invece di cospargersi il capo di cenere e recitare la parte del balbettante fedifrago.

Il sonetto (che poi proporrò per intero per i più curiosi, anche in  inglese) comincia con due versi che sono quasi un aforisma (la traduzione è mia):  "Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo / se tanto, anche se non lo sei,  ti accusano d'esserlo".  E i secondi due versi non sono meno ficcanti:  "Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto / non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri". Già... stupido comportarsi non secondo ciò che si sente, ma per timore del giudizio altrui, e solo per quello. E poi si chiede il poeta:  "E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri / sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita?  E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me / ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto?" 

Il mondo è pieno di gente meschina che sparge calunnie, che si vendica, che odia, che  perseguita, che è arrogante e prepotente, che denigra, che ruba, che  censura, che fa violenza domestica, che è gretta e che è meschina, tanto per tenerci sulle cose da poco, ma pretende di sputare sentenze sulla condotta morale, soprattutto di letto, degli altri.  Ed ecco un verso potentissimo, la liberatoria autoaffermazione di sè: "No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito / contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri". No, I am that I am, and they that level / at my abuses reckon up their own. Bellissimo quell' I am that am! Io sono quel che sono. Ognuno di noi dovrebbe sentirsi libero di essere quel che è, senza paura degli sputasentenze. Infatti: "Potrei essere io il diritto e loro gli storti!"  E per finire: "Non mi interessano i loro immondi pensieri / a meno che non vogliano dire,  a danno di tutti / che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci  sguazza". Applausi.

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Meglio essere degenere, che soltanto sembrarlo 
se tanto, anche se non lo sei, ti accusano d'esserlo 
Vano sarebbe ogni piacere che fosse giudicato giusto 
non perché così lo senti tu, ma perché così lo giudicano gli altri. 

E perché mai dovrebbero gli occhi falsi e corrotti degli altri 
sputare sentenze sul mio sangue pieno di vita? 
E perché ci sono spioni dei miei errori che sbagliano più di me 
ma si arrogano il diritto di giudicare errato quel che io credo giusto? 

No, io sono quel che sono! E quelli che puntano il dito 
contro i miei eccessi, fanno il conto dei propri. 
Potrei essere io il diritto e loro gli storti! 

Non mi interessano i loro immondi pensieri 
a meno che non vogliano dire, a danno di tutti 
che ogni uomo è comunque malvagio e nella malvagità ci sguazza. 


'Tis better to be vile than vile esteemed 
when not be receives reproach of boeing. 
And the just pleasure lost, which is so deemed 
not by our feeling but by others' seeing. 
For why should others' false adulterate eyes 
give salutation to my sportive blood? 
Or on my frailties why are frailer spies 
which in their wills count bad what I think good? 
No, I am that I am, and they that level 
at my abuses reckon up their own; 
I may be straight though they themselves be level 
By their rank thoughts my deed must not be shown 
unless this general evil they maintain 


all men are bad and in their badness reign. 

sabato 15 aprile 2017

PORN TO BE ALIVE



PORN TO BE ALIVE
di AA.VV.
80144 Edizioni
2015, brossurato
220 pagine, 14 euro

Partendo dal presupposto che s', assolutamente, porn to be alive, il porno per sentirsi vivi (suvvia, senza il brividini del porno la vita non sarebbe speziata allo stesso modo), questa brillante antologia propone nove racconti in prosa e quattro brevi storie a fumetti, assolutamente hard e assolutamente gradevoli. Nessuna ipocrisia sul "porno d'autore, inteso nel senso che se una cosa l'ha scritta un famoso scrittore allora è erotismo e dunque la si accetta, mentre se la firma non è di quel tale che scrive sul giornale allora no, che schifo. I pornografi che hanno scritto (bene) i racconti di questo aureo libretto, pur niente affatto dilettanti allo sbaraglio (e di sicuro senza alcuna soggezione), non hanno voluto fingere di dedicarsi a raccontare nient'altro se non il sesso goduto. Peraltro, una autrice come Elena Bibolotti è tutt'altro che sconosciuta e fra i fumettisti spicca Giuseppe Manunta, la cui fama è internazionale. Si accusa spesso il porno di non essere sostenuto da una trama, come se, in quest'ambito, l'intelaiatura fosse importante e non contassero di più i particolari, i momenti, i passaggi, gli scambi, le danze dei corpi, le luci, i sospiri, i dettagli. Ma, in "Porn to be alive", l'accusa è ingiustificata perché tutti i racconti hanno una storia a sostegno. Una chicca, senza pretese, ma una chicca.

giovedì 13 aprile 2017

TOPOLINO CLASSIC EDITION RODOLFO CIMINO







TOPOLINO CLASSIC EDITION 
RODOLFO CIMINO
di Rodolfo Cimino
Panini Comics
2016, brossurato
370 pagine, 7.90 euro

"Favole immortali del grande cantastorie Rodolfo Cimino", spiega il sottotitolo: nella collana dei volumi dedicati ai grandi autori Disney italiani eccone uno che raccoglie dodici storie sceneggiate da uno dei maestri della vecchia guardia, Rodolfo Cimino (1927 – 2012), appunto. Che era uno sceneggiatore ma scriveva sceneggiature disegnate, veri e propri storyboard realizzasti a mano, e spediva i suoi lavori per posta ordinaria anche quando già da tempo tutti usavano le mail, come racconta Stefano Ambrosio nella sua postfazione. Altri interventi e testimonianze (tra cui quelle di Giorgio Cavazzano e Silvia Ziche) arricchiscono l'antologia e rendono ragione della particolare poetica umoristica di un autore votato ai Paperi e caratterizzato da un vignettone iniziale che "riassume" il senso della storia in una sorta di panel introduttivo che funge quasi da trailer. Cimino, della scuola disneyana veneta, iniziò come aiutante di Romano Scarpa come gagman, ed era molto divertente anche nella vita privata (anche se funestata da alcune vicende giudiziarie in seguito alla sua attività di amministratore locale, da cui per fortuna è uscito indenne).

mercoledì 12 aprile 2017

TOPOLINO CLASSIC EDITION SERGIO ASTERITI




TOPOLINO CLASSIC EDITION 
SERGIO ASTERITI
di Sergio Asteriti
Panini Comics
2017, brossurato
370 pagine, 7.90 euro

Avventure fuori dal tempo disegnate da Sergio Asteriti", recita la scritta sulla copertina del volume che, a tutti gli effetti, è qualcosa di più di un semplice albo di Paperi e Topi fra i tanti rintracciabili in edicola. Dopo altri eleganti e voluminosi brossurati del medesimo formato dedicati ai maestri Disney italiani, questa volta è toccata al veneziano (classe 1930) Asteriti, il decano della categoria, che si è visto raccogliere dodici suoi racconti pubblicati tra il 1964 e il 2017, corredata da testi che testimoniano l'importanza dell'autore nell'ambito della produzione disneyana. Confesserò adesso una cosa - di cui farò però subito pubblica ammenda: da bambino e da ragazzo, fino insomma all'età della ragione, a me Asteriti non piaceva. Lo riconoscevo subito e, se anche lo leggevo perché leggevo tutto, gli preferivo Romano Scarpa o Giovanni Battista Carpi. Questo perché, nonostante la mia età, ero comunque in grado di distinguere le mani degli autori pur non conoscendone i nomi, ma anche perché, in effetti, Asteriti era inconfondibile. A me sembrava troppo grottesco, carico, esasperato nei dinoccolamenti, nelle espressioni, nelle inquadrature. Adesso capisco una cosa fondamentale: il disegnatore veneto era in grado di avere uno stile personale, che non si appiattiva nell'imitazione di una linea grafica, e dimostrava come si potesse interpretare in modo originale e addirittura trasgressivo la tradizione Disney, aprendo la strada ad altri innovatori quali Cavazzano e, in tempi più recenti, Celoni. Ai miei occhi di allora poi Asteriti aveva il "torto" di preferire i Topi ai Paperi, in anni in cui, purtroppo, Topolino era diventato un po' troppo piccolo borghese e addirittura una sorta di perbenista se non addirittura di questurino. Le storie di Zio Paperone erano invece quelle che a me piacevano di più e Asteriti le disegnava di meno (nell'antologia di cui stiamo parlando ce n'è soltanto una, molto gradevole peraltro). Vero è che conta molto lo sceneggiatore: chiamato a illustrare storie brillanti, come "Topolino e il contrabbando marino" o "Topolino e il mistero della base lunare" il maestro veneziano brilla anche lui di più. Dove però davvero si manifesta il suo talento è nelle illustrazioni "libere", a tutta tavola, compresa quella del suo autoritratto in Piazza San Marco, pubblicato in appendice.

venerdì 31 marzo 2017

MANUALE DI LETTURA CREATIVA



MANUALE DI LETTURA CREATIVA 
di Marcello Fois
Einaudi
2016, brossurato
170 pagine, 14 euro

Bello a partire dal titolo. Ci sono fin troppi corsi di scrittura creativa, quando per imparare a scrivere si deve cominciare imparando a leggere. Alle lezioni di Marcello Fois (Nuoro, 1960, finalista dei Premi Campiello e Strega) avrei volentieri assistito dal vivo, se ci fosse stato un ciclo di conferenze non troppo distanze da casa mia; forse l'unico difetto di questa raccolta di saggi è appunto quella di non essere organica ma di assomigliare a dialoghi con il pubblico per introdurlo o farlo interessare agli argomenti trattati, saltando qua e là senza la pretesa di un vero e proprio corso esaustivo. In realtà, la raccolta organica alla fine lo è perché si parla sempre e comunque di scrittori e delle loro opere, però in ordine sparso dato che si tratta in gran parte di testi pubblicati altrove e poi radunati con i necessari aggiustamenti. Così, dopo una introduzione che fa da manifesto programmatico (l'incipit è "Io sono un lettore compulsivo"), si passa a parlare, in capitoli brevi ma significativi, delle idee (condivisibili) dell'autore sulla lettura e sulla scrittura (non esiste "buona scrittura" senza una "buona storia", e viceversa - ma anche "essere comoplicati è facilissimo, essere semplici è difficilissimo") e sulla critica ("in generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza"). Fois ritiene che la letteratura dovrebbe riprendersi il diritto (che Kafka, Lovecraft e Poe si erano guadagnati) di generare inquietudine. "Siamo noi un'Arcadia?" si chiedeva De Sanctis, e si rispondeva: "No, la Scuola è vita". La letteratura deve essere vita inquieta. Quindi si esamina il giallo, come genere, e quello italiano in particolare, ritrovandone le origini ne "Il cappello del prete" di Emilio De Marchi (1888) e ne "La mano tagliata" di Matilde Serao (1912). A seguire, ed è qui che il libro di Fois scende dall'universale al particolare iniziando a trattare singoli autori in ordine sparso, elzeviri, recensioni, introduzioni e brevi commenti su Attilio Veraldi, Fred Vargas, Giancarlo De Cataldo, Edgar Allan Poe, Mario Rigoni Stern, Manuel Vasquez Montalban, Edmondo De Amicis e, in ossequio alle proprie origini, tanti (e interessanti) scrittori sardi, da Grazia Deledda a Gavino Ledda.

mercoledì 29 marzo 2017

PEANUTS



PEANUTS
UNA STORIA DI LOTTA E DI GOVERNO
di Marco Iacona
Algra Editore
2016, brossura
60 pagine, 5 euro

Colpiscono in questo breve saggio l'agilissimo formato tascabile (11x15 cm) contrapposto alla profondità della dotta disamina, quella che sempre vorremmo veder dedicata a qualunque opera a fumetti. Iacona dimostra infatti, se mai ce ne fosse bisogno, come della comic art si possa parlare con gli stessi strumenti culturali utilizzati per esaminare qualunque altra opera letteraria, anche se si tratta, come diceva Pratt, di letteratura disegnata. Otto brevi capitoli bastano al saggista per offrire una buona introduzione a una lettura consapevole dei Peanuts di Charles "Sparky" Monroe Schulz, partendo da come l'intellighenzia italiana inizia a occuparsene, fin dal 1961 con "I fumetti" di Carlo Della Corte, il primo a parlarne in nel Bel Paese dove ancora Charlie Brown nessuno sapeva chi fosse (benché negli USA venisse pubblicato già da undici anni). Della Corte inserisce i Peanits fra i "fumetti intellettuali", e di lì a qualche tempo (un lustro, più o meno) ne parlano Umberto Eco ed Elio Vittorini ed esce la rivista "Linus". Iacona dimostra come il "conservatore" Schulz fosse anche "rivoluzionario" e in ogni caso descrivesse nelle sue strisce le varie sfaccettature della società americana ma anche universale (o non si spiegherebbe il successo mondiale della serie), consentendo una lettura assolutamente politica dei Peanuts (che comunque non ne esaurisce l'analisi).

sabato 25 marzo 2017

LE BEATRICI





LE BEATRICI
di Stefano Benni
Feltrinelli
2011, brossura
92 pagine, 9 euro

Si comincia con la Beatrice, quella vera, la donna amata da Dante, che propone il suo punto di vista in un esilarante vernacolo fiorentino. Poi, però, non ci sono altre figure storiche o puntualmente identificabili, ma altre figure femminili senza nome, sette tipi simbolici e archetipici: una adolescente moderna senz'anima, una suora schizofrenica posseduta dal demonio, una vecchia e bisbetica antifascista ma fascista lei stessa verso il mondo che odia per come è diventato (e per come è diventata lei), una manager sproloquiante e vuota, una vittima dell'ansia, e infine e una donna-lupo che rimanda forse più di ogni altra all'archetipo della femminilità legata alla luna e alla natura, all'anima del mondo. Con Beatrice Portinai si ride, con le altre donne un po' meno (la più divertente è la suora), ma far ridere non è, in questo caso, lo scopo di Benni. E', casomai, raccontare una donna sfaccettata e tutt'altro che debole e gentile, per niente "angelicata" così come la dipingeva l'Alighieri, ma caleidoscopica, stronza, perversa, fuori da ogni schema, contro ogni convenzione, pronta all'invettiva, grottesca e luciferina. Fra un monologo e l'altro, poesie e canzoni sempre efficaci come nello stile di Benni. Si tratta comunque di testi più adatti alla recitazione che alla lettura, che in teatro trovano sicuramente la loro collocazione ideale (e che prova stuzzicante per le attrici chiamate a interpretarli).

venerdì 17 marzo 2017

GEORGES SIMENON, L'INDAGINE DEL VUOTO



GEORGES SIMENON 
L'INDAGINE DEL VUOTO
a cura di Marco Vichi
Edizioni Clichy
2016, brossurato
112 pagine, ero 7.90

Premesso che l'argomento è interessante, che Simenon è uno dei miei autori preferiti, che Marco Vichi è scrittore intelligente e gradevole e che la lettura è agile, non riesco a considerare questo opuscolo nient'altro che uno stuzzichino in attesa di un pasto da cercare altrove. Infatti, non si tratta di una biografia del grande narratore belga (nato a Liegi nel 1903 e trasferitosi poi in Francia appena ventenne). Non si tratta neppure di un saggio sulla sua opera e men che mai di un compendio che renda conto della sterminata bibliografia di e su di lui (c'è, a onor del vero, una "bibliografia essenziale" di una quindicina di facciate). Di che si tratta, allora? Una decina di pagine scandite da una divisione per anni forniscono i tratti biografici essenziali; poi, un articolo di venti pagine di Marco Vichi parla essenzialmente della scoperta di Simenon da parte del giallista toscano, ed è quindi più autobiografico che di analisi esaustiva sul maestro francofono (riguardo al quale si sottolinea giustamente come non ci sia da ricordare solo Maigret, essendo decine e decine i romanzi "altri", la cui cifra stilistica è sempre quella dell'indagine psicologica coinvolgente ed efficace di personaggi descritti in modo affascinante). Quindi, seguono alcuni incipit tratti dalle opere di Simenon, tra cui quello straziante di "Memorie intime" dedicato alla figlia Marie-Jo morta suicida. La "bibliografia essenziale" è davvero essenziale, per quanto utile, ma per approfondire bisogna rivolgersi altrove. Diciamo che si tratta di una breve introduzione a una più lunga introduzione a Simenon, che forse Vichi potrebbe convincersi a scrivere.


giovedì 16 marzo 2017

EROS & COMIC ART



EROS & COMIC ART
a cura di Giuseppe Pollicelli
Little Nemo
2017, brossurato
280 pagine, p.n.i.

Ci sono cataloghi preziosi come alcune delle opere di cui offrono la riproduzione. Questo, per esempio, raccoglie le immagini di tavole e illustrazioni di un gran numero di disegnatori italiani e stranieri (ma soprattutto italiani, che nel genere siamo dei maestri), riguardanti l'erotismo a fumetti, radunate per essere messe all'asta Torino il 24 marzo 2017. Sono rappresentati autori di serie A e di serie B, con alcuni di serie B più bravi di quelli di serie A. Di moltii capita, sfogliando il voluminoso libro, di scoprire il nome dopo aver riconosciuto una mano da sempre considerata anonima. Quanti hanno ammirato le copertine di "Lucifera" senza sapere che il talentuoso autore era Averando Ciriello, superbo (e da poco scomparso) cartellonista cinematografico? E sapevate che il disegnatore di Nonna Abelarda, Nicola Del Principe ha illustrato "Fiabe Proibite" e "Messalina"? E che a realizzare graficamente il mitico Lando è stato Giuseppe Montanari, acclamato autore di Dylan Dog? Insomma, non ci sono soltanto Milo Manara o Guido Crepax, e neppure solo Leone Frollo o Paolo Eleuteri Serpieri, a fare la storia del fumetto erotico di casa nostra, ma anche Alessandro Biffignandi, Sandro Angiolini, Giovanni Romanini, Birago Balzano o, per citare nomi più contemporanei, Giovanna Casotto e Bruno Brindisi. A questi si aggiungono maestri "prestati" all'erotismo come Magnus, Guido Buzzelli, Giuseppe Viglioglia e molti altri. Insomma, l'arte erotica e la Comic Art sono un mare magnum da scoprire e da esplorare. Giuseppe Pollicelli, partendo dalle immagini messe all'asta, propone le schede biografiche di quasi tutti gli autori (salvo un paio di cui proprio manca ogni notizia). Ma è intetessantissima la prefazione di Tinto Brass, che scrive un articolo intelligente e folgorante, a partire dalla citazione iniziale di Pasolini, secondo il quale i moralisti "non sono capaci di distinguere la barzelletta del marito cornuto da una novella di Boccaccio". E qual è la differenza fra erotismo e pornografia? Secondo Brass, "la pornografia sta all'erotismo come il pompino alla fellatio".

lunedì 13 marzo 2017

IL LIBRO DEL CINQUECENTO




IL LIBRO DEL CINQUECENTO
di Tindaro Alessandro Guadagnini
Algra Editore
2016, brossurato
84 pagine, 8 euro

Quando ho redatto la mia prefazione per questo racconto ho evidenziato come l'argomento del patto con il diavolo (che esaudisce i desideri in cambio di un prezzo da pagare) sia un tema ricorrente in letteratura e nelle leggende. Non sapevo ancora, però, e l'ho scoperto soltanto in seguito, come "Il Libro del Cinquecento", vale a dire il testo magico che dà il titolo al libro, esista veramente nel folklore siciliano e nella realtà dei fatti (cioè, lo si può leggere, e persino in Rete), in alcuni casi citato come "Clavicola di Solomone" (o nel corrispondente latino). Tindaro Alessandro Guadagnini, giornalista catanese (peraltro grande esperto di fumetti), ha confezionato un romanzo breve dai toni horror, piuttosto inquietante, partendo da una sua ricerca sull'argomento. Ricerca che gli avrebbe permesso di mettere insieme una ricca documentazione, bastante a confezionare un saggio storico e letterario che potrebbe essere molto interessante. Mi permetto perciò di incoraggiarlo a scriverlo. Nell'attesa, ecco quel che nella prefazione ho scritto io.

IL LIBRO NELLA BOTTIGLIA
di Moreno Burattini

In una sua nota alla prima edizione Bompiani, del 1941, di “Conversazione in Sicilia”, il siracusano Elio Vittorini scriveva che il luogo magico in cui è ambientato il suo romanzo era Sicilia unicamente “per avventura”. E spiegava: “solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia”. Ovvero: ogni storia è universale, e parla rivolgendosi proprio a chiunque, per caso, la trovi. Anche “Il Libro del Cinquecento” di Tindaro Alessandro Guadagnini, l’inquietante racconto che vi apprestate a leggere, racconta una storia siciliana, ma la sua Sicilia, che pure è tanto reale da indurre alcuni dei personaggi a parlare in dialetto, assume una chiara valenza fantastica quando diventa una terra incantata dove i prodigi e le maledizioni hanno piena cittadinanza. Rispetto al romanzo gotico, che si chiama così perché i suoi primi esempi settecenteschi e ottocenteschi erano spesso ambientati nel Medioevo o in antichi castelli, Guadagnini propone una versione postmoderna del soprannaturale. Vale a dire, sceglie uno scenario contemporaneo e una serie di location riconoscibili. Fa insomma quel che decise di fare Edgar Allan Poe quando avvicinò il racconto dell’orrore alla realtà dell’uomo comune, quella in cui tutti potrebbero riconoscersi. Però, al tempo stesso, la trama adattata a personaggi e luoghi che ci sono familiari (e che sono ancor più familiari ai siciliani fra noi) attinge a modelli ricorrenti, come ricorrenti sono le paure, le ansie, le angosce dell’eterno animo umano. Vittorini parlava di manoscritti ritrovati in una bottiglia: proprio "Il diavolo nella bottiglia" è il titolo di un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, datato 1891, in cui uno spiantato, giovane hawaiano di nome Keawe incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, ma ovviamente ci sono le controindicazioni. Il finale proposto da Stevenson è diverso da quello immaginato da Guadagnini, e il suo protagonista Carmelo subisce una sorte ben differente. Ma che si tratti di Hawaii o di Sicilia, di bottiglie o di libri magici, si tratta sempre di insidie del demonio. Le cui tentazioni rimandano alla nostra eterna e umana insoddisfazione, alle pulsioni che si agitano in ciascuno di noi, ai mille desideri da realizzare e alle conseguenze da pagare. Tentazioni, insoddisfazioni, desideri in cui tutti fatalmente ci riconosciamo, ritrovando il manoscritto nel recipiente di vetro depositato ai nostri piedi dalle onde sulla battigia, anche se non reagiamo come Carmelo o come Keawe e siamo diversi da loro. O almeno ci illudiamo di esserlo, almeno finché non ci imbatteremo per caso nella diabolica bottiglia o nel Libro del Cinquecento.

domenica 12 marzo 2017

GLI STERMINATORI





GLI STERMINATORI
Testo: G.L.Bonelli
Disegni: Galep
Sergio Bonelli Editore
2017, cartonato, 60 pagine, 6.90 euro

Il quinto volume dei cartonati da edicola (oltre che da libreria) di Tex non presenta un racconto inedito ma, in omaggio al centenario della nascita di Aurelio Galleppini, la riproposta a colori di una insolita avventura di Aquila della Notte realizzata, su testi di Gianluigi Bonelli, nel 1971. Insolita per la brevità (51 tavole) e per la rottura della gabbia delle tre strisce per pagina che fino ad allora aveva caratterizzato le avventure del Ranger del Texas e dei suoi pards. Si dice che Sergio Bonelli, l'editore (in quel caso), pensasse a un albo speciale a cui destinare quell'episodio, che però poi finì pubblicato sul Tex Gigante n° 134 da pag. 64 a pag. 114. Buona idea quindi quella di recuperarlo in un formato "alla francese", quello per cui, in effetti, sembrava nato, e affidarlo a un colorista molto bravo anche e soprattutto a calarsi nello spirito della storia e nello stile del disegnatore (sarebbero stonati qui i colori luminosi dei volumi cartonati precedenti), recuperando i toni degli acquerelli di Galep: stiamo parlando di Oscar Celestini. Riguardo alla storia in sé, la migliore introduzione è quella del vecchio capo Ute Escudero pronunciate quasi all'inizio: "Nel giorno della Luna Grande i cacciatori bianchi sono entrati nella nostra riserva seguendo i bisonti e dopo il passo di Wolf Creek hanno cominciato a uccidere con i loro grandi fucili, deviando le mandrie attraverso le Gole del Cavallo Selvaggio e seminando la prateria di centinaia di carcasse. L'odore di morte è tale che ha messo in fuga anche i coyotes".Tex non può che mettersi alle calcagna della banda di sterminatori di bisonti (e, se ci scappa, anche di indiani) che fa capo a Nick Barrow, un tipo losco che gira nell'arsura del West con un giaccone adornato con un collo di pelliccia. In realtà Barrow non si sporca le mani e manda avanti gente tutto sommato onesta, come il cacciatore Morty, che rischia più volte la pelle per l'ira degli Utes o per gli zoccoli dei bisonti scatenati. "Collo di pelliccia" preferisce starsene al sicuro, a Monticello, a sfumacchiarsi un buon sigaro in compagnia con una botte di lardo che risponde al nome di Cristian Mayer, agente indiano. Questo Mayer è il vero prototipo dell'impiegato statale, corrotto e arrogante, che rilascia dietro compensi in banconote fruscianti permessi di caccia nella riserva Ute. I due, manco a dirlo, verranno pesantemente massaggiati al volto da Willer, gettati nel fango e scacciati via dal consesso civile. Salvano la buccia ma non la faccia. Una nota in calce per gli straordinari scenari naturali e per le sequenze di caccia evocate da Galep, in una storia insolitamente breve ma degna di essere ricordata.

venerdì 10 marzo 2017

THE WALKING RAT




THE WALKING RAT
di Leo Ortolani
Panini Comics
2016, cartonato
160 pagine, 19.90 euro

Leo Ortolani non fa parodie, reinventa. Trasforma qualcosa di già esistente in qualcosa di nuovo. Non importa conoscere l'oggetto della satira (in questo caso, la serie TV "The Walking Dead") per apprezzare le sue opere (come non occorre conoscere Batman per apprezzare Rat-Man) - anche se certo conoscere aiuta, ma nel senso che aggiunge qualcosa non che ne è la conditio sine qua non. Inoltre, Ortolani è un maestro del fumetto, oltre che dell'umorismo, come sceneggiatore e come disegnatore. A differenza dei disegnatori di cose buffe che vanno per la maggiore, Leo sa disegnare. Come Silver, come Walt Kelly, come Jeff Smith, come Bill Patterson, come Franquin, come Floyd Gottfredson. Sussiste in effetti l'equivoco per cui chi realizza vignette umoristiche non importa che disegni bene. Non è vero, naturalmente (e talvolta il disegno abborracciato è una cifra stilistica). "The walking rat" è un fumetto umoristico disegnato bene, a partire dalla copertina (complimenti al colorista, Lorenzo Ortolani, e alla casa editrice per la resa "tattile": gli zombi sono ruvidi sotto i polpastrelli). Umoristico, a dire il vero, fino a un certo punto: ci sono anche molte note drammatiche (a testimonianza di come non si tratti di una parodia) e situazioni avventurose risolte come in un thriller. Si ride, tuttavia, quando tutti si fanno la moglie di Brick in coma e l'ultimo della lista sorpreso a letto con lei dice: "Scusa Brick, credevo fossi in coma". Ci sono poi i risvolti satirici riferiti al mondo stesso del fumetto, con i lettori che mangiano vivo un autore anche prima di essere diventati zombi, e i closplayer che affollano anche da morti la grande fiera del fumetto, guidati dal più grosso di loro con il costume da Batman. Raf-Man è uno zombi anomalo, perché pur trasformato mantiene coscienza di se stesso e parla: vanamente cerca di organizzare una qualche forma di socialità fra i morti viventi, e di abbattere i pregiudizi dei vivi verso i cadaveri ambulanti. Niente da fare: sono battaglie contro i mulini a vento come quelle di chi cerca di impedire la deriva di una comunità sempre più sfalsata composta da orde che camminano senza una meta, composte da singoli chiusi in se stessi. Il volume raccoglie sei episodi collegati fra loro apparsi in bianco e nero sulla serie mensile di Rat-Man.

venerdì 3 marzo 2017

IL SENSO DI UNA FINE



IL SENSO DI UNA FINE
di Julian Barnes
Einaudi
2012, cartonato
160 pagine, 17.50 euro

Chi l'ha detto che un romanzo di introspezione psicologica, di recupero della memoria, di ricordo della propria formazione, sul fluire del tempo e sulla vita che passa, ma anche sulla filosofia e sull'amicizia, debba essere noioso? Non lo è affatto "Il senso di una fine", dell'inglese Julian Barnes (classe 1946) che anzi tiene fino in fondo con la curiosità di scoprire che cosa sia realmente accaduto trent'anni prima dal momento in cui il protagonista, Anthony Webster, comincia a raccontare la propria storia. Un uomo nella media, per non dire mediocre, sia ai tempi della scuola, che nella sua maturità. Nessuna particolare qualità che risplenda in lui, nonostante i buoni studi e la professione che gli ha consentito una vita borghese e dignitosa: meno brillante, tuttavia, di quella sognata all'inizio degli anni Sessanta, insieme ai suoi compagni di studi, con cui andava compiendo la sua maturazione. Amici che si indagavano sul senso della vita, perfino poetiche e impelagandosi in discussioni filosofiche in cui spiccavano le riflessioni di uno di loro, Adrian Finn, il più intelligente e controcorrente del gruppo. Con Adrian, però, Tony rompe i rapporti quando una sua fidanzata, Veronica Ford, ragazza di buone letture e di gusti sofisticati, al termine di una relazione immatura durata un anno, si mette proprio con lui, attratta dal fascino ribelle del giovane Finn. Le vite degli amici di un tempo prendono strade diverse. Al ritorno da un lungo viaggio in America scopre però che Adrian si è suicidato, nel fiore degli anni, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Tony ci resta di stucco, e ricorda le discussioni avute con il compagno di studi anche a proposito del suicidio, come estrema forma di autodeterminazione. Che Adrian si sia ucciso seguendo le proprie riflessioni filosofiche e e perfino poetiche sul senso della vita? La domanda resta senza risposta, anche in mancanza di contatti con il gruppo di un tempo. 
Webster si laurea, si sposa, ha una figlia, divorzia, va in pensione e poi, improvvisamente, il passato fa irruzione nel suo presente. Una misteriosa eredità lo costringe a ricordare, a indagare, a cercare risposte: la madre di Veronica, una donna da lui a malapena conosciuta durante i mesi del suo fidanzamento con la figlia, gli lascia il diario di Adrian, dove evidentemente c'è qualcosa che lo riguarda. Ma che cosa? Impossibile saperlo, dato che l'oggetto è stato sottratto da Veronica stessa, di cui Tony non sa più niente. Qual è il segreto che voi è celato? Ripercorrendo la trama dei ricordi, Webster recupera ricordi che aveva rimosso, e lentamente si avvicina alla verità, che nelle ultime pagine si rivela letteralmente sconvolgente. Il senso della fine di Adrian Finn non è quello che si poteva immaginare. Non c'entrano la filosofia, la poesia, le elucubrazioni sul significato dell'esistenza. Alla fine anche il più brillante degli amici può scontrarsi con la vita come il più indifeso dei mediocri. Si resta con il fiato sospeso, condotti da una scrittura alta, precisa, puntuale, impeccabile, piena di echi letterari.

giovedì 2 marzo 2017

ODISSEA AMERICANA




E’ giunto in libreria il secondo volume cartonato dedicato a Zagor dalla Sergio Bonelli Editore, che ripropone in una edizione di pregio un classico dei classici della saga dello Spirito con la Scure: “Odissea Americana”. Si tratta di una storia scritta da Guido Nolitta e illustrata da Gallieno Ferri, originariamente uscita in edicola negli albi nn° 87, 88 e 89, tra il mese settembre e quello di novembre del 1972. Secondo me si tratta della più bella avventura dell’eroe di Darkwood, ma anche degna di figurare nella top ten bonelliana di tutti i tempi: infatti, chiamato da “Lo Spazio Bianco” a selezionare i racconti migliori fra quelli prodotti dalla Casa editrice di Via Buonarroti, non ho esitato a inserirla nell’elenco.

Le motivazioni le ho riassunte in questo breve testo:

In questa storia di Zagor c’è tutta la poetica del personaggio (uno dei miti del fumetto italiano) e quella di Guido Nolitta, lo sceneggiatore che l’ha creato: la grande avventura, l’epica, il western, l’horror, la fantascienza, l’approfondimento psicologico dei personaggi, l’umorismo, le citazioni. Zagor si rivela la grande intuizione che è stato fin dall’inizio, quando si è connotato come un mutante in grado di attraversare tutti i generi e lasciarsi contaminare da ogni suggestione letteraria, cinematografica o fumettistica, prima e meglio di qualunque altro. Gallieno Ferri, il creatore grafico del personaggio, è qui nella sua massima forma, vive il suo momento d’oro a partire dalla stupefacenti copertine. Dovendo indicare una e una sola storia dello Spirito con la Scure da leggere per capire il perché del successo cinquantennale di una saga infinita dell’avventura, non c’è dubbio che in “Odissea americana” ci siano tutte le risposte.

Peraltro, sottolineare la nolittianità di Zagor è la migliore risposta che si può dare a chi, di recente, ha messo dubbio la paternità del personaggio: Sergio Bonelli, desiderando non lasciarsi sfuggire la collaborazione di Ferri che nel 1960 era giunto con il suo curriculum di pubblicazioni francesi, ha fabbricato su misura per il disegnatore un eroe in costume che corrispondesse al tipo di avventure che erano nelle corde di Gallieno, gli ha semplicemente dato da fare quel che con tutta evidenza sapeva fare meglio. 

Il poster di Michele Rubini allegato al gioco da tavolo di Zagor

Un’altra assurda polemica di cui mi è giunta l’eco è quella sostenuta da chi ha contestato la scelta di “Odissea americana” quale storia da pubblicare in volume, sostenendo che ce ne sarebbero state altre più degne in quanto meno ristampate: esiste infatti anche un cartonato della Mondadori risalente al 1981 che riproponeva la stessa avventura. Chiaramente, sono tutti editori con le Case editrici degli altri. Però, basta un minimo di riflessione per convincersi di quanto segue:  la Bonelli è approdata da poco (un paio di anni) nella distribuzione libraria; deve, logicamente, costruire il suo catalogo; di conseguenza, si tratta di mettere a disposizione del pubblico, quale basamento di tutto il resto, le sue storie migliori, i classici più indimenticabili. Dunque, “Odissea americana” è imprescindibile. Peraltro, il volume Mondadori è esaurito da tempo e risale a più di trenta anni fa! I critici tendono a mettere loro stessi al centro dell’universo: "siccome io sono un collezionista con i fiocchi, possiedo già il cartonato mondadoriano e quindi pretendo che vengano ristampate altre storie". Ma la Casa editrice ragiona con l’ottica di rivolgersi a tutti, non soltanto ai super appassionati, e dunque si spera che tante altre persone (magari anche nuovi lettori) possano vedere il volume in libreria e acquistarlo. In ogni caso, al pubblico viene offerto il meglio che Zagor può dare, che resterà a beneficio delle nuove generazioni. Il cartonato Bonelli appena uscito offre anche, oltre a una eccellente qualità di stampa e di rilegatura, un nuovo apparato critico. Per giunta, nella Lucca Comics del 2016, svoltasi pochi mesi fa, è stato pubblicato da Ergo Ludo un gioco da tavola di Zagor ispirato proprio a “Odissea Americana”, e che è andato (e sta andando) benissimo: è stata dunque una buona mossa offrire ai giocatori anche il supporto della storia corrispondente. 



Ma di che cosa parla, “Odissea americana”? Cominciamo col dire che  si tratta della seconda “trasferta” di Zagor fuori dai confini di Darkwood, ancora più lunga, sia quanto a itinerario sia per durata temporale, della precedente (quella iniziata con la storia de “Il mostro della laguna”). Questo secondo viaggio inizia con l’albo “Angoscia!”, datato luglio 1972, e il punto di partenza è il viaggio che Zagor intraprende per scortare una carovana di pionieri in partenza dalla costa del Maryland e diretta verso Fairmont, nel West Virginia. Quella che doveva essere poco più di una scampagnata, si trasforma in un incubo in cui il re di Darkwood si trova ad affrontare addirittura la minaccia di un vampiro. Sconfitto (almeno apparentemente) il non-morto, lo Spirito con la Scure si imbarca su un battello fluviale il cui equipaggio intende discendere il corso di un fiume ancora inesplorato, di cui si sa soltanto che finisce nel lago Cherokee, nel Tennessee. Il titolo “Odissea americana” ben rende il senso di tutto questo secondo viaggio, inteso come un lungo percorso di riavvicinamento a casa, costellato di imprevisti sempre più drammatici, come accadde a Ulisse di ritorno ad Itaca dopo la guerra di Troia. Lo sceneggiatore ricollega la nuova “trasferta” a quella precedente, facendo tornare sulla scena Manetola, il capo dei Seminoles. Pur di aiutare di nuovo l’amico pellerossa, Zagor non esita a imbarcarsi verso un’isola dei Caraibi. Da lì,  si sposta fino ad Haiti, avendo a che fare con degli zombi, e quindi, dopo aver affrontato anche uno spietato pirata, raggiunge di nuovo gli Stati Uniti, arrivando in Texas dopo uno scalo (immancabilmente avventuroso) nello Yucatan.  Da New Orleans, il nostro eroe risale verso Nord facendo ritorno a Darkwood soltanto con l’albo del giugno 1974, esattamente due anni (editoriali) dopo la sua partenza, e al termine di un ciclo di nove, esaltanti storie.





Il comandante del battello a vapore  “Athena”, James Moreland, è ben diverso dal cinico e spietato capitano Nilsen della nave “Strega rossa”, che aveva condotto Zagor e Cico fin su un’isola delle Bahamas. Tuttavia, ancora una volta è una imbarcazione a portare i nostri eroi in trasferta lontano da Darkwood, nel secondo, grande viaggio “fuori porta”. Moreland è battelliere valente e coraggioso, ma anche saggio e razionale, per cui il suo primo istinto, di fronte ai pericoli è valutare bene la situazione e, nel caso, battere in ritirata per la salvezza della barca e del suo equipaggio, e ovviamente della propria pelle. Non si tratta di essere prudenti, ma pragmatici: inevitabilmente, il pragmatismo porta però a tollerare i rischi se qualcuno paga quanto basta perché si accetti di correrli.

Tre sono gli uomini agli ordini di Moreland a bordo dell’ “Athena”: il marinaio Walter Thompson; il macchinista Frisco Kid, il cui soprannome (che significa “monello di San Francisco”) indica la sia la sua provenienza sia l’indole scanzonata; e Tattoo Lopez fuochista e cuoco di bordo, caratterizzato dal corpo coperto dalle scritte e dai disegni de più svariati tatuaggi. Tattoo si sente insolentito dalle battute di Frisco, che si diverte a prenderlo in giro, e fra i due si accendono le scintille. Quando però il californiano si trova in pericolo di vita, il messicano non esita a rischiare la propria nel tentativo di salvarlo: Nolitta si rivela una volta di più molto abile nel creare pathos e approfondimento psicologico con tratti essenziali, in poche vignette.

Non parla, ma si fa capire benissimo, il capo carismatico della strana tribù di grosse scimmie antropomorfe che vivono lungo le rive inesplorate del fiume Tallapoosa. Riconoscibile per la stazza più massiccia dei propri compagni, e per le vistose decorazioni con cui si orna il collo, il mostro fa chiaramente intendere a tutti gli altri che vuole accettare la sfida di Zagor e non vuole l’intromissione di nessuno di loro. Lo Spirito con la Scure, che l’ha ferito nell’orgoglio,  dimostra di aver perfettamente colto nel segno, intuendo la psicologia dell’avversario. Adesso si tratta, però, di batterlo. Cosa che non si preannuncia facile.

Sergio Bonelli era un grande consumatore di cinema, di libri, di musica e di fumetti. Tutto ciò che vedeva, sentiva, leggeva, finiva nelle sue storie. Soprattutto ciò che lo aveva colpito, divertito, spaventato negli anni della sua giovinezza, com’è inevitabile. Quindi ecco che dai B-movies del cinema di genere americano degli anni Quaranta e Cinquanta, come “Il mostro della laguna nera”, “L’uomo Lupo”, ma anche dai tanti film con i risvegli delle mummie o Dracula o Tarzan, nascevano le sue storie più belle. E tra i B-Movies citati da Nolitta c’è anche “La meteora infernale” (The Monolith Monsters), un film di fantascienza statunitense del 1957 diretto da John Sherwood, che è alla base della scena con i fenomeni vulcanici in “Odissea Americana”. 

Ma oltre alla grande avventura, c’è spazio anche per l’umorismo (memorabili le gag di Cico e di Homerus Bannington) e per l’introspezione (le visioni dei genitori di Zagor). Insomma, non soltanto un classico, ma anche un capolavoro.