lunedì 24 settembre 2018

I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA





Roberto Alfatti Appetiti
I FUMETTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA
Giubilei Regnani Editore
2014, brossurato
170 pagine, 14 euro

“Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser”. Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell’intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal “Corriere dei Piccoli”), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.
Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani.
Fra gli italici autori fascistissimi di cui la damnatio memoriae imposta dal dopoguerra ha impedito si celebrasse l’opera, viene ricordato Gino Boccasile le cui Signorine, secondo Antonio Faeti, “rappresentano una pietra filosofale dell’erotismo”. Da esse nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale. Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti. Anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri.
Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, che (ognuno gettando il proprio seme) alle saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra, forse, l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti cacciato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessanti anche i capitoli su Reiser, sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella preconfezionata che si usa di solito. Ma perfino i Puffi e Tintin fanno discutere, in questo caso grazie ai paladini del politicamente corretto (giustamente derisi da Alfatti Appetiti) che ce l’hanno con la presunta apologia dell'”utopia totalitaria” rappresentata dalla comunità di Peyo, agli ordini del dittatore Grande Puffo e propugnatrice degli ideali della purezza di sangue (la razza ariana incarnata dalla Puffetta bionda), ma anche con il presunto “fascismo” di Hergé. Insomma: la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Sentiti e commoventi i ricordi dell’autore riguardo le due figure a cui è dedicato il saggio: Luigi Bernardi e Sergio Bonelli.

venerdì 21 settembre 2018

I DELITTI DEL MONDO NUOVO



Leonardo Gori
I DELITTI DEL MONDO NUOVO
Hobby & Work
Prima edizione gennaio 2002
Collana Giallo & Nero
Postfazione di Franco Cardini
cartonato - 380 pagine -  lire 30.000

In quarta di copertina, la frase “uno scrittore di gialli che non delude”. Se “Nero di maggio” poteva essere etichettato come “giallo”, a questo nuovo romanzo sicuramente l’etichetta sta stretta. Non è un giallo nonostante ci siano dei delitti misteriosi e dei colpevoli, insospettabili, da scoprire. In copertina, una scritta dice: “Mistery”.  Il che aggiusta il tiro, indubitabilmente. In verità, secondo me, il genere (ma “letteratura di genere” in Italia suona male, non per colpa della letteratura di genere ma dei critici che storcono la bocca di fronte ai generi) è il feuilleton.  Il feuilleton è un termine francese che indica il romanzo a puntate nell’appendice di un giornale. Pubblicato a puntate, il feuilleton utilizza ogni mezzo per tenere viva la curiosità dei lettori: predilige le avventure di cappa e spada, i grandi affreschi storici, le vicende commoventi e le storie d’amore. Nei “Delitti del Mondo Nuovo” (qui recensito nella sua prima edizione, ma ce ne sono state altre) c’è, indubbiamente, tutto questo. La vicenda si svolge in Toscana nel 1776, dopo un breve prologo in America ambientato nell’anno precedente, in piena Guerra di Indipendenza. Protagonista del romanzo è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena che, se si trattasse di un giallo, potrebbe essere identificato addirittura come l’investigatore. La figura di Pietro Leopoldo è ricostruita con acutezza e spessore, sorretta da una rigorosa documentazione che ci restituisce una figura umana vera, vivida, credibile e molto moderna. Dunque c’è una corte, ci sono le spie, ci sono gli intrighi, i passaggi segreti, i messaggi cifrati, i fatti d’arme. Non solo, ma i fatti si susseguono incalzanti, e la narrazione si interrompe spesso sul più bello, lasciando in sospeso il filo teso di una vicenda, per riprendere quello di un altra. Non è un romanzo a puntate, ma è costruito come se lo fosse. Ciò non significa sminuire i meriti del romanzo, tutt’altro. Anche se in Italia la parola “feuilleton” ha una accezione ingiustamente negativa (come “fumetto”), in realtà scrissero feuilleton Honorè del Balzac, Victor Hugo, Theophile Gautier, George Sand, Alessandro Dumas ed Eugene Sue. Un feuilleton è un capolavoro come “I tre moschettieri”. Il primo romanzo d’appendice, per convenzione, è il Robinson Crusoe di Daniel De Foe, apparso sul “London Post” nel 1719.  Parlando dei Tre Moschettieri, viene subito alla mente “Il Club Dumas”, e dunque uno scrittore a cui si può avvicinare Gori, e cioè Artruro Perez Reverte. Chi abbia letto un qualunque romanzo di Perez Reverte sa di come sia abile a mescolare il mistero con la Storia con la S maiuscola, il giallo con l’intreccio erudito. Pérez-Reverte ha la capacità rara di essere colto ma accattivante, erudito ma non pedante, letterario ma non pesante, di spessore ma non prolisso. Sa scrivere bene, ma mette la sua penna al servizio della storia (e dunque del lettore) e non del bello stile fine a sé stesso (e non, dunque, della sua vanagloria).  Il "Richelieu" del “Club Dumas” è l'io narrante, vale a dire un professore universitario studioso di Dumas e dei romanzi di appendice, la cui filosofia è del tutto condivisibile, come il suo disprezzo per i romanzi in cui l'autore non parla altro che di sé stesso, e si crogiola nel proprio bello scrivere. Uno dei mali di molta letteratura italiana (e non) è appunto l’essere fine a se stessa, l’essere esercizio di bello stile, del dire ma non del raccontare. Troppo spesso alla letteratura è mancata la trama, è mancato l’intreccio, è mancata la storia, sono mancati i fatti. In Gori, la trama c’è. I fatti sono raccontati in modo serrato, la costruzione è avvincente, l’intreccio tutt’altro che banale.
Il delitto di un ingegnere impegnato nella costruzione della nuova e ardita strada granducale destinata a collegare Firenze con Modena attraverso il valico dell’Abetone, scatena una serie di fatti di sangue sulle montagne pistoiesi nei dintorni di Cutigliano. Il granduca Pietro Leopoldo, abituato a occuparsi in prima persona di ciò che avviene nel suo regno, si reca sul posto per rendersi conto di quanto stia avvenendo. Ma strada facendo, cade in una imboscata tesa da chi aveva architettato tutto per attirarlo in trappola e ucciderlo. Solo per caso gli viene risparmiata la vita, e il brigante slavo chiamato Lupo, incaricato di eliminarlo, finisce per salvarlo allorché si rende conto che le idee illuminare del sovrano rendono preziosa, per la gente come lui, la sua opera riformatrice. Il complotto teso a eliminare Pietro Leopoldo, che solo nel colpo di scena finale viene rivelato in tutta la sua complessità e nelle sue sofisticate motivazioni, voleva impedire che il Granduca potesse divenire Re delle Colonie Ribelli del Nord America, com’era negli accordi segreti con Jefferson e Washington. Pietro Leopoldo era in contatto con i rivoluzionati americani al punto da collaborare a scrivere la Dichiarazione di Indipendenza (a cui del resto contribuì non poco anche il fiorentino Filippo Mazzei) e il progetto dei capi ribelli e del Granduca prevedeva non che, a indipendenza ottenuta, si costituisse una federazione repubblicana ma una monarchica retta da un sovrano illuminato e democratico, in modo da consentire un passaggio meno traumatico dal regno di re Giorgio verso una nuova ma futura Repubblica destinata a instaurarsi solo quando i tempi fossero stati maturi.  Le idee di Pietro Leopoldo erano infatti del tutto tese all’avvento del “Mondo Nuovo” che avrebbe soppiantato l’Ancient Regime. Egli credeva che gli uomini nascessero tutti liberi e tutti uguali, e che ognuno avesse il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità, com’è scritto nella costituzione americana. Il complotto ai suoi danni, benché sventato, gli impedisce comunque di dare tempestive comunicazioni a Jefferson della sua definitiva disponibilità a collaborare e dunque la rivoluzione finisce come la storia ci insegna e con Pietro Leopoldo rimasto al suo posto, a Firenze. Solo nelle ultime pagine scopriamo però che il complotto non era stato ordito, come era lecito supporre, dai reazionari, dai nobili, dagli imperiali o dagli inglesi. Al contrario: a capo c’è addirittura Robespierre, che intendeva impedire comunque l’instaurazione in America di una monarchia seppur illuminata, perché la Rivoluzione fosse completa.  Da notare. infine, come i romanzi di Gori siano sempre ambientati in momenti di passaggio della Storia, all’alba di eventi nuovi. Qui sta per arrivare la Rivoluzione Francese. Così, in “Nero di Maggio”, si era nel 1938, stava per arrivare la bufera. 
Da notare che uno dei personaggi, un popolano della Montagna Pistoiese, si chiama Burattini. Del resto il mio nome figura in una nota insieme a quelli di chi ha fornito all'autore un qualche tipo di consulenza (la mia è stata limitatissima).


venerdì 7 settembre 2018

CUORI IN ATLANTIDE





Stephen King
CUORI IN ATLANTIDE
Sperling & Kupfer
Prima edizione gennaio 2000
cartonato - 600 pagine 
lire 34.900

"Cuori in Atlantide", di Stephen King, è uno straordinario affresco della vita nella provincia americana tra il 1960 e il 2000, attraverso le vite parallele (ma anche intersecantesi) di un gruppo di ragazzi nati nei bigotti e moralistici Fifties e cresciuti nei decenni successivi, quelli invece della contestazione. Il libro è costruito con una giustapposizione di racconti imperniati su personaggi diversi, che però compaiono in tutte le storie in posizioni diverse e magari secondarie. Il primo racconto è il più lungo e l’unico con gli ingredienti del fantastico: racconta di un ragazzo dell’immaginaria e sonnolente cittadina di Harwich, Bobby Garfield, orfano di padre e ostaggio di una madre nevrotica, e ne segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza (all’inizio lo vediamo emozionato per la tessera che gli dà l’accesso alla sezione degli “adulti” della biblioteca pubblica). Il passaggio è visto come un susseguirsi di prove iniziatiche, con l’aiuto di un angelo custode dall’aspetto di un vecchio venuto da un’altra dimensione (e qui i riferimenti – che purtroppo infastidiscono,  – sono al ciclo kinghiano della “Torre Nera”). Ma  il racconto più bello in assoluto, e più coinvolgente, non ha niente di fantastico e di orrorifico, ed è quello che dà il titolo alla raccolta: “Cuori in Atlantide”. Siamo in un campus universitario americano negli anni Sessanta, all'epoca della Guerra del Vietnam, e ci viene descritta la presa di coscienza da parte dei giovani studenti della "generazione perduta" del dramma della guerra (anche chi non voleva mettere in discussione la guerra doveva farci i conti: non superare gli esami voleva dire partire per la giungla).   Sconvolge la descrizione di come un gioco a carte ("cuori") invasi a tal punto un gruppo di studenti da far dimenticare loro la necessità di studiare e quindi li precipita all’inferno, in Atlantide (così veniva chiamato, appunto, il Vietnam nel gergo dell'epoca). C’è probabilmente la metafora della droga, c’è sicuramente quella del desiderio di autodistruzione nell’obnubilamento tipico di una certa fase della crescita (e del male di vivere di tutte le età). C’è anche la descrizione del dramma di una società piena di contraddizioni che si scopre lacerata mentre fino a pochi anni prima aveva vissuto nel mito dell’unità delle sue componenti. I conflitti generazionali si rivelano esplosivi e minano alle fondamenta i valori comuni e preconfezionati su cui ci era illusi di aver costruito un castello che si rivela di sabbia. La crescita (l’evoluzione) della società corrisponde a quella degli individui che da bambini si fanno uomini, e donne. Gli altri tre racconti sono brevi e meno interessanti, ma servono a concludere l’affresco. “Willie il cieco”, ambientato negli Anni 80, racconta di un reduce del Vietnam che non ha combattuto quasi per niente ma del Vietnam ha fatto il suo mestiere giacché ogni giorno si traveste da barbone e chiede l’elemosina fingendosi infermo di guerra, mentre fuori dall’orario di “lavoro” ha una cosa da borghese benestante: la carità gli permette di vivere bene (e gli ideali di una intera generazione possono andare a farsi benedire). Nella nota finale, l’autore ringrazia alcune persone, fra cui la moglie, per averlo aiutato a “trovare il coraggio” di scrivere questo libro. Segno che quel che King racconta lo ha davvero sentito, e vissuto.

mercoledì 5 settembre 2018

TEX WILLER






Rudi Bargioni - Ercole Lucotti
TEX WILLER
Analisi semiseria del più popolare fumetto italiano
Gammalibri
1979, 140 pagine

Traspare dalle pagine del saggio (uno tra i primi, risalendo al 1979, a occuparsi del personaggio di Bonelli & Galleppini) il rapporto odio/amore dei due autori nei confronti di Tex, di cui viene evidenziata una affascinante ambiguità: da una parte, infatti, Tex è un ribelle insofferente verso l'autorità e la burocrazia, dall'altra invece propone valori di tipo "conservatore" quali la difesa della legge e dell'ordine costituito. In realtà l'ambiguità non esiste, in quanto Tex non è un difensore dello status quo, ma solo della giustizia. Dalla parte del torto o della ragione non si trovano sempre quelli di "destra" (i politici, i militari e i ricchi possidenti) o sempre quelli di "sinistra" (i pellerossa, i bianchi spiantati e diseredati): per questo motivo è ingiusto cercare di applicargli etichette come "progressista" o "reazionario". Casomai si potrebbe discutere sulla sicurezza manichea con cui Tex individua subito e a colpo sicuro (senza dubbi né incertezze) i "buoni" e i "cattivi", ma questo è un altro discorso. Bargioni e Lucotti propongono anche una analisi strutturale delle storie di Tex. Il concetto è il seguente: tutte le avventure del nostro eroe si basano sullo stesso schema, il cui sviluppo è in gran parte prevedibile. Il lettore è quello si trova insomma immerso in un gioco di cui conosce le regole e l'esito, e trae soddisfazione solo dalle variazioni minime attraverso le quali il protagonista giunge ad avere ragione del cattivo di turno. L'apparente varietà delle trame, sostengono Bargioni e Lucotti, si riduce a ben vedere a pochi canovacci fondamentali, riproposti ogni volta con indiscutibile perizia dagli sceneggiatori texiani: ciò non a danno del lettore, ma anzi assecondando le sue attese. Le eccessive innovazioni, infatti, infastidiscono il pubblico piuttosto che stuzzicarlo.  I due autori tentano addirittura di sviluppare una "morfologia di Tex", richiamandosi in questo al fondamentale trattato intitolato "Morfologia della Fiaba" scritto nel 1928 dallo studioso russo Vladimir Propp. Chi sfogliasse il saggio di Propp scoprirebbe con sorpresa come le sue pagine sono piene di quelle che possono a tutti gli effetti essere considerate formule algebriche: il suo intento è infatti quello di dimostrare come qualunque racconto fiabesco sia in realtà costruito sulla base del medesimo schema, costruito grazie a una rigida "grammatica" dell'affabulazione, e riconducibile a una sorta di espressione matematica in grado di tener conto delle variabili. Lo stesso cercano di fare i due analizzatori delle storie di Tex i quali, in maniera molto semplificata rispetto all'esempio proppiano, propongono un elenco di poche "funzioni" principali. Queste sarebbero, essenzialmente: il Danno (il reato o il mistero), la Missione (Tex decide di occuparsi del caso - o è costretto a farlo), il Viaggio (i pards giungono sul luogo), l'Indagine, la Prima Mossa del malvagio (che tenta di ostacolare il nostro eroe), la Lotta aperta con il criminale, la Vittoria di Tex, che coincide con la Punizione del Cattivo. Utilizzando le iniziali maiuscole delle "funzioni" come caratteri algebrici, ecco una formula (qui ridotta ai minimi termini) in grado di riassumere tutte le avventure di Tex: D+M+V+I+PM+L+V = PC.

martedì 4 settembre 2018

SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?



Stephen Webb
SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?
Sironi
2018, 494 pagine
brossura, 25 euro 

La domanda è quella del cosiddetto “paradosso di Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e  inserito nella collana “I saggi di Focus”. Adesso viene ripreso, in edizione ampliata da Sironi. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni? Webb fornisce decine di possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov, che all'argomento dedicò il suo saggio "Civiltà extraterrestri",  la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

venerdì 31 agosto 2018

I RACCONTI DI OSCAR



Mauro Adorni
I RACCONTI DI OSCAR
Ficcadori Editore
brossurato, 1998
100 pagine

Il dialetto di Sissa è del tutto diverso da quello dei paesi vicini (siamo lungo la riva del Po dalle parti di Colorno, nei pressi di Parma). Si parla soltanto lì, non esistono né grammatiche né vocabolari. Però, proprio in sissese Mauro Adorni ha scritto i suoi racconti e le sue poesie raccolte in questo libro, che Luigi Alfieri ha tradotto in italiano lasciando il testo originario a fronte. Ora, il motivo per cui mi sia messo a leggere le storie del falegname Oscar e di sua sorella Lina non è del tutto chiaro neppure a me, però credo sia in relazione al fatto che Adorni (classe 1941) è un attore comico dialettale descritto come "irresistibile" da Paolo Briganti, autore dell'introduzione. Attore, capomico, ma anche autore di testi (almeno una ventina le sue commedie), poeta: "Chi ha visto e sentito almeno una volta Mauro Adorni recitare sul palcoscenico potrà godere ancora di più (nel leggere questi racconti) pensando alle sue maschere, alla sua voce, ai suoi sguardi, alle sue timidezze che tanto ricordano il grande Gilberto Govi". Ecco: ho fatto la prova. Mi sono messo a confrontare il testo dialettale con la traduzione: "A riva in biciclata la moiera dal masalén par dir che so marì l'era stà mal durant la nota e al n'sa sintéva mia ad masar". In italiano: "Arriva in bicicletta la moglie del norcino per dire che suo marito si era sentito male durante la notte e non era in grado di dar luogo alla maialatura". Cioè, per quel che capisco, l'uccisione del maiale. Ecco, con tutto il rispetto per il traduttore, il racconto ha senso solo se immaginato letto da Adorni in sissese. Come capita, del resto, e qui faccio un riferimento alla mia personale esperienza di commediografo vernacolare, per le commedie in vernacolo fiorentino che si cerca di tradurre in lingua. "I racconti di Oscar" non hanno un gran trama: sono brevi scenette tratte dalla vita di campagna com'era un tempo, anche piuttosto triviali (flatulenze, mal di pancia, scherzi da cortile o da osteria), ma l'estro dialettale con cui vengono raccontate vale la lettura.

mercoledì 29 agosto 2018

SATANICHE E INCANTANTE



Giuseppe Peruzzo
SATANICHE E INCANTANTE
Femmine, censure e viandanze nell'opera di Magnus
Q Press
2017, brossura
130 pagine, 12.90 euro

"Lei è il più grande disegnatore del mondo", disse il giovane (men che ventenne) Giuseppe Peruzzo, durante l'edizione 1980 di Lucca Comics, a Magnus che incontrava per la prima (e ultima) volta. A distanza di quasi quarant'anni, Peruzzo, oltre a raccontare di quel suo incontro, salda il suo debito di lettore (informato attento e consapevole) confezionando un saggio sull'opera di Roberto Raviola (appunto, Magnus, 1939-1996). Saggio che il sottotitolo lascerebbe intendere dedicato all'erotismo nelle tavole del grande disegnatore bolognese, ma che in realtà è un perfetto e compiuto vademecum su tutti gli aspetti della sua produzione. Le "viandanze" a cui si allude sono le peregrinazioni tra i generi e le esperienze che caratterizzano i fumetti di Magnus, che nella seconda parte della sua vita si firmava anche con il simbolo orientale del Viandante, appunto. Fa piacere vedere considerare degne di ugual stima e attenzione sia le pubblicazioni dell'Editoriale Corno, quelle con i testi rivoluzionari e dirompenti di Max Bunker (e dunque Kriminal, Satanik, Maxmagnus, Alan Ford - ma anche Gesebel e Dennis Cobb) sia le successive al "divorzio" con Luciano Secchi, quelle che portarono Magnus a percorrere strade complicate e tortuose. La distinzione fra fumetto popolare e d'autore è astrusa, dato che se c'è un fumetto c'è anche un autore. Peruzzo riconosce gli straordinari meriti di Bunker come autore di sceneggiature che Magnus seppe interpretare in modo altrettanto straordinario, e individua nel racconto breve "Il soldatino impiombato" (apparso su "Eureka") la summa e il top della loro produzione: perfettamente d'accordo. Poi segue il Maestro nelle sue peregrinazioni e nei suoi contorcimenti esistenziali e artistici in grado di dar vita a lavori mozzafiato spremuti da travagli e passioni, senza che mai Raviola abbia rinnegato la sua vita precedente, da cinque albi al mese da mandare in edicola. I Briganti, lo Sconosciuto, la Compagnia della Forca, Le 110 Pillole, Le Femmine Incantate, Necron, il Texone. Facendo bene i conti, è una leggenda urbana quella di un Magnus che, dopo Alan Ford, avrebbe disegnato poco: la sua produzione tra il 1976 e il 1996 è, anche quantitativamente, esuberante. Peccato per lo strambo formato dell'aureo saggio, tascabile e orizzontale, e per la carenza di illustrazioni a corredo del testo. Per il resto, è da avere, leggere, tenere a portata di mano rileggendo l'opera omnia di Roberto Raviola.

martedì 28 agosto 2018

LA SETTIMANA BIANCA




LA SETTIMANA BIANCA
di Emmanuel Carrère
Adelphi
2014, 140 pagine
brossurato, € 16.00


Diventare grandi significa dover affrontare, da soli e senza difese, gli orrori della vita. Potrebbe essere questo il senso de "La settimana bianca" dello scrittore francese Emmanuel Carrère, qui alle prese con un racconto di pura invenzione prima di scegliere la strada, che sta proseguendo tuttora, della ricostruzione storica e dell'autobiografia. La storia è raccontata dal punto di vista Nicolas, un ragazzino timido e introverso costretto a partire per la settimana bianca organizzata dalla sua scuola: a nulla è valso il tentativo di darsi malato, dato che il medico di famiglia si è rifiutato di stilare un falso certificato, ritenendo anzi utile al piccolo paziente confrontarsi con gli altri e iniziare a socializzare. Anzi, tutta la trasferta in montagna è stata organizzata proprio per favorire il distacco degli adolescenti dal nido famigliare, al punto che sono state vietati i contatti telefonici. Però Nicolas è un bambino "strano", che qualche volta fa ancora la pipì nel letto e ha il terrore che i suoi compagni se ne accorgano. Il suo disagio nei rapporti con i coetanei è reso in modo magistrale attraverso piccoli dettagli e quasi in assenza di accadimenti particolarmente traumatici: tutto però genera inquietudine e stringe un cappio alla gola del lettore. Se inizialmente la vicenda sembra una storia di "formazione" (Nicolas vive per la prima volta l'esperienza di una polluzione notturna e si accorge dell'erezione di un compagno che gli si strofina addosso), poi ci si rende conto di come la fragilità del protagonista deriva da qualcosa di traumatico (e di non detto, ma che il lettore percepisce) all'interno della sua stessa famiglia, e di cui sono stati forniti tutti gli indizi fin dall'inizio, dato che nessun particolare è stato lasciato al caso. La verità sulla figura del padre di Nicolas si scopre nel finale, sempre attraverso il filtro delle percezioni e delle emozioni di Nicolas: tutto è narrato dai suoi dintorni, rasoterra, per cui i campi lunghi o le visioni dall'alto sono escluse, lo sfondo è sfumato. Solo da ultimo ci si rende conto di aver letto un thriller o un noir, senza però scene di sangue né inseguimenti da parte di un assassino. L'assassino è la vita, il mondo fuori, il destino che ci aspetta.

domenica 26 agosto 2018

DIMMI CHE CREDI AL DESTINO



Luca Bianchini
DIMMI CHE CREDI AL DESTINO
Mondadori Oscar absolute
2016, 256 pagine

brossura, 13.50 euro

E' difficile, per me, recensire un libro come questo, perché è impossibile parlarne male ma, allo stesso tempo, è impossibile consigliarne la lettura. Non si può neppure ritenerlo senza infamia e senza lode perché se è piaciuto in giro così tanto da divenire un bestseller qualche merito ce l'avrà e, del resto, è scritto in modo così carino che fa tenerezza, come si fa a infamarlo? Mi rifugio nella banalità: non è il mio genere. E' quel tipo di romanzo che magari piace ai fruitori di soap opera e di sitcom, con una Londra da telefilm (o da film con Hugh Grant) in cui gli immigrati italiani invece di lavorare da sguatteri senza tutele e garanzie (come descritto in un altro libro i cui ci siamo occupati, "108 metri") gestiscono un "Italian bookshop" o fanno i barbieri liberi di aprire e chiudere a piacimento per chiacchierare con la fioraia del negozio accanto o dare una mano, appunto, alla libreria di fronte. Ornella, la libraia, ha il tempo di passeggiare amabilmente per i parchi e sedersi sulla panchina a conversare della vita con il vecchio mister George che, guarda caso, passa il tempo leggendo Italo Calvino in lingua originale. I personaggi sono tutti ilari, leggeri, e anche se vivono i loro drammi il tono non diventa mai davvero drammatico. Persino le comunità di recupero per tossicodipendenti e la morte di un marito per droga sono raccontate all'acqua di rosa: si dà più importanza alla Patti innamorata di un giardiniere della comunità che all'incubo sicuramente vissuto da chi in quella comunità cerca di disintossicarsi. Ansie e angosce restano appena accennati, i personaggi vivono di aperitivi, birre al pub, chiacchiere con i vicini, corteggiamenti impacciati, messaggini telefonici, pettegolezzi: un teatrino di cui fa parte Diego, napoletano emigrato senza problemi se non quello di decidersi ad accettare la propria omosessualità (la accetta a Londra dove può dedicarsi alla libera caccia, mica a Napoli dove sarebbe stato più problematico). Il destino della libreria minacciata di chiusura, la storia d'amore di Ornella con il dirimpettaio Bernard, l'eredità attesa alla Patti, le pulsioni erotiche di Diego, sono tutti elementi di una commediola che a tratti può risultare anche divertente, ma che alla fine lascia con la fastidiosa sensazione di aver assistito a una rappresentazione inutile perché falsa: la vita non è così, Londra non è così, gli amori non sono così. Mancano i figli, il sesso, la miseria, il dolore, i litigi, le malattie, le violenze domestiche, il rancore, la cattiveria. Tutto è colorato di rosa, semplice, fru fru. Sarò cinico, ma del destino di nessun personaggio mi è importato nulla, dall'inizio alla fine.

venerdì 24 agosto 2018

L'AMICO RITROVATO



L'AMICO RITROVATO

di Fred Uhlman

Feltrinelli

2013, brossurato

92 pagine, 7 euro

 
 "L'amico ritrovato" (1971) fa parte della straordinaria "trilogia del ritorno" di Fred Uhman, insieme ad altri due romanzi brevi romanzi ("Un'anima non vile" e "Niente resurrezioni, per favore"). Nel 1989 è stato anche tratto un film. Il libro, davvero bellissimo (sono belli anche i due sequel), struggente e drammatico ma senza enfasi né retorica, terrorizza e commuove grazie a una prosa pulita, quotidiana, che mostra il crescere in sordina di un orrore che indicibile.  A venire raccontata è l'amicizia fra un ebreo tedesco, il sedicenne Hans Schwartz, e un suo coetaneo, il giovane conte Könradin von Hohenfels, ultimo rampollo di una stirpe di nobili svevi. I due frequentano entrambi il liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, negli anni dell'ascesa al potere di Hitler. Il romanzo non affronta in modo specifico il tema della shoah o dei campi di sterminio, ma descrive soprattutto il periodo precedente allo scatenarsi delle persecuzioni razziali. Gli Schwartz, al pari di molti altri ebrei di Stoccarda si sentono perfettamente tedeschi e sono addirittura fieri di esserlo. Quando le idee naziste cominciano a serpeggiare, il padre di Hans rifiuta di trasferirsi in Palestina, come gli viene proposto di fare, convinto che il razzismo hitleriano sia una specie di follia passeggera che mai avrebbe contagiato la nazione di Goethe, Beethoven e Schiller. Invece, quella follia finisce per dividere Hans da Könradin, che pure erano stati amici per la pelle, e semina odio all'interno dei compagni di classe. Il giovane Schwartz riesce a fuggire in America in tempo per non venire travolto dagli eventi (non sarà questa, invece, la sorte dei suoi genitori) ma quel che accade in Germania, ovviamente, lo segna per sempre. Vent'anni dopo la guerra, Hans ritrova un elenco dei nomi della sua scolaresca, che reca accanto a ognuno l'indicazione di quale sia stato il destino dei suoi compagni nella tempesta degli eventi bellici. A lungo evita di verificare che cosa sia accaduto a Könradin, di cui non ha saputo più nulla. Vivo? Morto? Ma soprattutto, con le mani sporche di sangue? 

giovedì 23 agosto 2018

MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE



MEGLIO QUI CHE IN RIUNIONE
a cura di Eugenio Alberti Schatz e Marco Vaglieri
Rizzoli
prima edizione novembre 2009
brossura, 
180 pagine, 14 euro

Di che si tratta? Lo spiega abbastanza bene il sottotitolo: "224 autoepitaffi di italiani celebri e non del nostro tempo". In pratica, i curatori hanno chiesto ad alcune centinaia di persone più o meno illustri, contattandole una per una, di scriversi da soli il proprio epitaffio, vale a dire la frase da incidere sulla propria pietra tombale. Le risposte giunte sono state raccolte in un volume. Ora, a me non l'hanno chiesto (ma non gliene faccio una colpa). Peccato, perché finora di epitaffi me ne sono già scritti quattro e non escludo di compilarne altri da qui al momento dell'effettivo trapasso, allo scopo, è ovvio, di scegliere il migliore sul letto di morte. Per ora, il mio preferito è "Fate come se non ci fossi". Prego Alberti Schatz e Vaglieri di tenerlo presente nel caso di un secondo volume o di una ristampa rivista e corretta del primo. Tuttavia, leggere le oltre duecento frasi contenute nel libro è estremamente divertente (peraltro, tre o quattro dei personaggi sono effettivamente morti nel frattempo, come Candido Cannavò). Il volume si divora in mezz'ora, al termine del quale si può però dire di aver letto a tutti gli effetti un libro, e anche un libro in grado di far riflettere, colto, divertente, commovente e persino poetico. Cito alcuni degli epitaffi. Il giornalista Viviano Domenici: "Nato per soffrire, non ne volle sapere". La scrittrice Elena Loewenthal: "Si farà viva lei". Lo scrittore Aldo Nove: "Dopo una vita da precario, ha trovato il posto fisso". Il regista Riccardo Piferi: "Volevo scrivere qualcosa di intelligente, ma la morte mi ha colto di sorpresa". L'illustratrice Chiara Rapaccini: "Finalmente so che cosa c'era dopo. Ma non ve lo dico". Il viaggiatore Augusto Golin: "Qui si ferma per un po' Augusto Golin, almeno sapete dove trovarlo".

mercoledì 22 agosto 2018

IL MIO TEX



Fabio Civitelli
Giovanni Battista Verger
IL MIO TEX
Little Nemo
cartonato, 2010

Anche se il mio nome non compare in copertina, ci ho messo lo zampino: i testi a corredo sono quasi tutti miei. Si tratta di un autentico "libro d'arte", come lo ha definito l'editore Sergio Pignatone: il titolo è "Il mio Tex", il sottotitolo: "La ballata del West di Civitelli e Verger". Su chi sia Fabio Civitelli, non è il caso dilungarsi: chi legge le avventure di Aquila della Notte non può non conoscerlo e non apprezzarlo per il suo stile personale. Arrivato dallo staff di Mister No a quelle dell'immarcescibile Ranger con l'albo "Gli ostaggi" (marzo 1985),  da allora non ha più tolto le tende. Forse ci sarebbe da spiegare chi è Giovanni Battista Verger, Nino per gli amici (lo vedete nella foto poco sotto). Il libro è la sua terza fatica editoriale, dopo "Tex... e il sogno continua" del 1994 e "Cavalcando con Tex" del 1999, quest'ultima addirittura una vera e propria enciclopedia in cinque volumi dedicata alle avventure di Aquila della Notte, scritta insieme a me e a Francesco Manetti. 

Anche questa opera, come le altre, nasce dalla sua passione verso il Ranger di Giovanni Luigi Bonelli e di Aurelio Galleppini e dal desiderio di condividere con gli altri appassionati i disegni realizzati dagli illustratori dello staff texiano appositamente per la sua collezione di commission. Chiede cioè ai disegnatori di trasferire su carta i suoi sogni. Immagina scene e situazioni, emozionanti e suggestive, con protagonista Tex, le descrive minuziosamente agli autori, e poi si gode il privilegio di avere tra le mani qualcosa di davvero unico e inedito.

Ne "Il mio Tex", Verger presenta ben novanta illustrazioni mai viste di Fabio Civitelli, uno degli artisti più rappresentati nella sua collezione. In che cosa è consistito il mio lavoro, oltre a scrivere una introduzione che comincia con un verso di John Lennon? Devo dire che si è trattato di qualcosa di divertente ed entusiasmante, che mi ha fatto sentire più un romanziere che un saggista. Oppure, uno sceneggiatore. Infatti, ho preso una per una le novanta illustrazioni e, avendo soltanto quelle davanti ho scritto per ciascuna una decina di righe che le giustificassero.

Un esempio chiarirà meglio in concetto. Ecco la didascalia di una illustrazione che ho intitolato "Le due aquile". Il testo dice: "Ti vola attorno come se ti conoscesse, Tex. Come se sapesse, o avesse capito, che sei un'aquila anche tu. Aquila della Notte, il capo bianco dei Navajos, come dice chiaramente il simbolo cucito sul petto della casacca di pelle. In piedi su una rupe delle montagne innevate attorno al Lago Tahoe, dove sei salito per studiare il percorso che in basso è avvolto nella nebbia, tu vedi lei e lei vede te. Nei vostri sguardi che si incrociano, un compiaciuto saluto".

In pratica, ho scritto novanta piccoli soggetti, novanta piccole storie ispirate da novanta bellissimi disegni, tutti rigorosamente in bianco e nero. Come in bianco e nero è la copertina. I miei testi sono brevissimi perché sono i disegni a parlare, da soli. 


Scrive la Little Nemo presentando il libro: 
"Impresso in bianco e nero su carta di pregio nell'innovativo formato cm 29×29, raccoglie oltre 90 illustrazioni inedite di Fabio Civitelli realizzate per quest'opera nel corso di ben diciassette anni. I testi di Moreno Burattini e le illustrazioni dell'artista aretino renderanno possibile un viaggio affascinante attraverso il mondo creato da Giovanni Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini e i loro successori: dal West dell'avventura al mondo degli indiani, dai desolati paesaggi del deserto alle suggestive nevicate del grande Nord".

Il volume è stato realizzato in tiratura limitata, copertina cartonata. Ciascun volume è accompagnato da una litografia inedita firmata da Civitelli. 

martedì 21 agosto 2018

MAKING OF GUIDO NOLITTA MISTER NO



Franco Busatta – Gabriele Ferrero
MAKING OF GUIDO NOLITTA
MISTER NO
Edizioni If
Prima edizione ottobre  2005
brossurato – 130 pagine -  Euro 12

Si tratta del terzo volume la serie dei “Making Of”, passati alle Edizioni If dopo un esordio sotto il marchio Punto Zero. Curato di Franco Buratta e Gabriele Ferrero, il  “Making Of Guido Nolitta” è un saggio che, come spiega il titolo (e come sanno coloro che hanno letto i precedenti volumi della serie, dedicati uno a Napoleone e uno a Nick Raider), mostra i retroscena della realizzazione di una storia a fumetti. In questo caso, il racconto è l’ultima avventura di Mister No sceneggiata da Guido Nolitta, nome-de-plume di Sergio Bonelli. Quando il volume uscì, nel 2005, la lunga storia in sedici albi era ancora in corso di pubblicazione. Attraverso una lunga intervista con l’autore e un corposo corredo di illustrazioni fatto di fotografie, schizzi preparatori, rimandi iconografici a film e fumetti che hanno ispirato il suo lavoro, i curatori del libro sono riusciti a documentare il lungo lavoro necessario per realizzare il lungo commiato di Mister No dai suoi lettori.
“Sono passati ormai un paio di anni da quando Sergio Bonelli mi ha comunicato la decisione di rimettere mano sul suo Mister No per scriverne l’avventuea finale. O meglio, mi ha informato che delle ultime imprese dell’anti-eroe Jerry Drake si sarebbe occupato Guido Nolitta”. Così scrive, nel 2005, Michele Masiero nella sua introduzione al volume delle Edizioni If. Il suo racconto prosegue subito dopo: “Bonelli (o Nolitta, come preferite voi) si siede davanti a me, curatore della collana (figura che di fronte al creatore del personaggio, però, non può che timidamente farsi da parte), e comincia a ragionare sul ‘cosa scrivere’ in quest’ultima benedetta storia. E le prime parole che escono dalla bocca di Nolitta (o era Bonelli, stavolta?) sono: ‘Be’, purtroppo non posso farlo morire, visto che lo avete fatto vedere da vecchio in un paio di episodi. E se volessi una morte ‘epica’ non scriverei certo di un ottantenne pieno di acciacchi’. Ha detto così (parola più parola meno; lasciatemi un po’ romanzare una breve chiacchierata redazionale) e io ho tirato un sospiro di sollievo”. 
Esclusa la morte prematura, in quanto già contraddetta dalle apparizioni pregresse, Guido Nolitta torna a sceneggiare convinto di poter scrivere un convincente finale in pochi albi e predispone la chiusura per il 2005, vale a dire esattamente trent’anni dopo il primo numero. Sennonché, non ci riesce. Non a scrivere il convincente finale, ma a farlo nei tempi previsti. L’ultimo albo, il n° 379, intitolato “Una nuova vita”, esce infatti nel dicembre 2006, mettendo la parola fine a un lungo racconto (composto in realtà da vari capitoli) iniziato nel settembre 2005 con il n° 364, “Qualcosa è cambiato”. Sedici albi in tutto, per un totale di oltre millecinquecento tavole. Un torrenziale tour de force, segno evidente di come lo sceneggiatore si sia fatto prendere la mano dalla narrazione.   Nel già citato “Making of Mister No”, Nolitta spiega ancora meglio: “Ho cercato di tracciare un quadro fatto di piccoli tasselli che, una volta collegati tra loro, diano un’immagine più articolata possibile della nuova società che Jerry Drake non è più disposto ad accettare”. Negli ultimi sedici albi, insomma, si respira aria da “fine di un’epoca”. “Questa è proprio l’idea di fondo che m’interessava trasmettere – conferma lo sceneggiatore – La fine di un’epoca sia per chi ci viveva da privilegiato, sia per Mister No che l’aveva scelta come casa per le sue qualità di luogo isolato. E l’inizio di un’epoca, invece, per chi, finalmente, può sfruttare a fini di lucro la città e la foresta circostante”. Nel suo ultimo editoriale, a pagina 4 di  “Una nuova vita”, così Sergio saluta i lettori del personaggio che lo hanno seguito fino in fondo alla pista: “Quando mi sono impegnato a scrivere personalmente (dopo un letargo durato più o meno dodici anni) l’episodio finale di Mister No, pensavo a una storia la cui lunghezza non superasse i due, massimo tre albi. Ma, poi, mentre le pagine si accumulavano l’una sull’altra, l’antica passione ‘amazzonica’ si è nuovamente impadronita di me, e mi ha indotto a rimettere mano a libri dimenticati, a vecchi appunti e a ingiallite fotografie, sino a spingermi ben oltre la data prevista per apporre la fatidica parola ‘fine’. Millecinquecento pagine scritte, come al solito, di sera, nei pomeriggi cosiddetti ‘di festa’, nelle ore lasciate libere dalla cura che richiede l’intensa attività della Casa editrice. Non so quanto abbiate apprezzato la mia ultima opera; da parte mia, vi garantisco che io vi ho dedicato tutto il mio impegno e il mio desiderio di trasmettervi una fedele immagine dell’Amazzonia che ho conosciuto negli anni Settanta”. 


domenica 19 agosto 2018

SULLE FRONTIERE DEL FAR WEST



Emilio Salgari
SULLE FRONTIERE DEL FAR WEST
Mursia
1993 - cartonato
224 pagine -  lire 20.000

Chi crede che il nome di Emilio Salgari si debba associare solo agli scenari esotici e alle avventure di pirati malesi o caraibici, si sbaglia di grosso. Il più grande autore di romanzi d'avventura non si lasciò sfuggire un solo background su cui si potessero tessere le trame delle sue storie tese a trasportare il lettore (e sé stesso) lontano dall'Italia provincia del Mondo, e coinvolgerlo in una sarabanda di eroici furori e di ardimentose imprese. Così abbiamo romanzi ambientati in Australia, in America Latina, al Polo Nord, nella Cartagine dei tempi di Annibale, e addirittura nell'Anno Duemila. Non potevano mancare romanzi western: la frontiera americana gli offriva suggestioni irresistibili. "Sulle frontiere del Far West" è il primo romanzo di un ciclo destinato a chiudersi nel breve volgere di due titoli: avrebbe avuto un seguito con "La Scotennatrice" - anche se ci sono racconti vari western scollegati, come "lo stagno dei caimani" da poco ristampato e di cui ci siamo occupati. Magari il ciclo avrebbe potuto avere perfino ulteriori sviluppi se l'autore non fosse morto suicida nel 1911, appena tre anni dopo l'uscita dell'opera (avvenuta appunto nel 1908). La data di pubblicazione di questo testo lascia davvero meravigliati, perché considerando la disinformazione imperante in Italia, fino a pochi decenni fa, sulla realtà delle lotte fra uomini bianchi e uomini rossi, e sugli usi e costumi di questi ultimi, si stenta a credere che Salgari potesse essere così ben documentato. Ancora per tutti gli Anni Cinquanta, fumetti come Tex fornivano dei pellerossa una descrizione per sentito dire, mediata in gran parte dai film western. Editori come Bonelli si sono lamentati che fino a tempi recenti mancassero nel nostro paese libri attendibili e documentazioni iconografiche sui nativi del nord-America. Salgari, invece, in un'epoca in cui né radio né televisione potevano fornirgli spunti e notizie, dove verosimilmente non si traducevano libri d'oltreoceano che in percentuali millesimali, si dimostra informatissimo. Cita nomi di tribù e nomi di capi indiani, descrive le capanne e gli oggetti d'uso comune dei pellerossa chiamandoli addirittura con i nomi originali (wigwam, tomahawk, sakem, squaw, mocassino, yampa, calumet). Così come in lingua originale sono molti vocaboli in inglese e spagnolo giustamente ritenuti intraducibili in italiano: fazenderos, bowie-knife, grizzly, gambusino, leperos, squatters e chi più ne ha più ne metta.
Vero é che alcune ricostruzioni peccano un po' d'ingenuità, e che comunque tutta la vicenda non ha il carisma della plausibilità storica (basti pensare che vi compare un personaggio, Yalla, che un capotribù donna), tuttavia Salgari ce la mette tutta per inserire gli avvenimenti da lei narrati nel contesto delle vere guerre indiane, tant'è che nel finale gli eroi del romanzo vengono salvati dall'arrivo del colonnello Chivington sulle rive del Sand Creek. Chivington a dire il vero non è passato alla storia come un eroe, e il Sand Creek rimanda la memoria a una strage di innocenti, ma chissà di quali informazioni poteva disporre Salgari sul suo conto e in ogni caso quello che compare in questo romanzo è un personaggio immaginario, o quanto meno possiamo considerarlo tale.
Tanto sfoggio di documentazione fa venir voglia di sapere quali fossero le fonti dell'autore: già molti dei commentatori di racconti come "I Misteri della Jungla Nera" si sono meravigliati di come sembri che Salgari abbia veramente visitato il delta del Gange. In "Sulle frontiere del Far West", il buon Emilio non si smentisce: lo stile è sempre il solito, il ritmo serrato, le scariche di fucileria sono sempre "formidabili" e la situazione costantemente disperata.  Anche il plot è salgariano: il colonnello Devandel, fatto prigioniero dai Sioux, ha dovuto sposare la figlia del capo, Yalla, per salvare la capigliatura. E’ probabile che Giovanni Luigi Bonelli abbia attinto da qui lo spunto per il matromonio indiano fra Tex e Lilith, sia pure trasformandolo in tutt’altra cosa.  Da lei ha avuto un figlio, ma appena gli è stato possibile è fuggito tornando fra i bianchi. Ha messo su una fattoria, si è unito in nozze regolari con una donna della sua razza, ha avuto altri due figli. Ma Yalla non ha dimenticato il torto subito, e vuole vendicarsi della fuga del marito. Anche lei si è risposata, e ha avuto una figlia: Minnehaha. Approfittando della rivolta di Sioux e Arrapahoes, punta sulla fattoria di Devandel per ucciderlo insieme ai suoi figli. Devandel, appreso del piano di Yalla mentre è impegnato altrove, invia tre suoi uomini a mettere sull'avviso i suoi. Comincia così una lotta contro il tempo e un forsennato inseguimento nella prateria, che ha la scena più bella nella rocambolesca fuga dei bianchi attraverso i cunicoli pieni di grisou di una miniera di carbone. Nel finale, Yalla riesce comunque a catturare sia Devandel che i figli, e sta per ucciderli con la tortura quando arriva Chivington (a dire il vero, un po' troppo frettolosamente). Yalla muore a Sand Creek, ma Minnehaha sopravvive e intende portare a termine la sua opera, vendicando così anche la madre. Ma questo avverrà ne "La Scotennatrice".

giovedì 16 agosto 2018

PALMIRO



Sauro Ciantini
PALMIRO
Comix
I fumetti di Comix
Prima edizione maggio 1998
brossurato - 130 pagine -  lire 22.000


Il volume raccoglie (non in ordine cronologico, ma secondo un montaggio ideale) storie brevi e strisce pubblicate su Comix – quando ancora la rivista usciva e i tempi per il fumetto erano migliori. Le strisce di Palmiro sono sempre divertenti, ma quello che è davvero interessante è la grafica di Ciantini, essenziale eppure estremamente comunicativa. “Palmiro è un piccolo anatro che vive in perenne attesa di una lettera della sua Fidanzata Lontana che, come tutte le Fidanzate Lontane, vive felice e dinamica in un’altra città, laggiù oltre l’orizzonte, oltre quella sottile linea immaginaria tracciata a pennarello. E la sera, quando la luna inizia a spargere le sue struggenti onde magnetiche che agitano i cuori latini, a Palmiro non rimane che cercare conforto morale nelle parole dell’amico Bolivar, un cactus incredibilmente pieno di spine e profondo conoscitore delle cose della vita e dei problemi di cuore”. Così in quarta di copertina. E non c’è molto da aggiungere. Meglio leggere e rimpiangere le riviste su cui le strisce ancora uscivano.