mercoledì 29 luglio 2020

CONTATTI



Piero Lusso
Giorgio Sommacal
CONTATTI
Sbam!Libri
2020, brossurato
130 pagine, 14.90 euro
Questo grande volume formato A4, introdotto da una prefazione di Antonio Serra (persona informata sui fatti), raccoglie una decina episodi di una serie a fumetti apparsa negli anni Novanta su "Il Giornalino", scritti da Piero Lusso e illustrati da Giorgio Sommacal, aventi per tema (da qui il titolo) i contatti con gli alieni, ovvero gli incontri ravvicinati del terzo tipo, ma anche del quarto. Ogni storia è una variazione sul tema, toccando un po' tutte le casistiche del genere: invasioni, rapimento degli esseri umani, mutaforma, extraterrestri buffi oppure cattivi. I testi sono più che brillanti (mescolano peraltro fantascienza, horror, umorismo), ma stupiscono i disegni di Sommacal, bravissimo anche nel realistico e nel fantastico, oltre che nell'umoristico e nel grottesco - che sono la sua cifra ideale. Un plauso anche all'editore, che sta arricchendo il suo catalogo di titoli accattivanti.

giovedì 23 luglio 2020

I GIROVAGHI




Massimo Bonfatti
I GIROVAGHI
Saldapress
cartonato, 2016
106 pagine, 20 euro

Secondo me, Massimo Bonfatti è un fumettista immenso. Ma proprio uno fra i top ten del mondo (fra i viventi). Se poi si apre questo libro e si scoprono le prime strisce dei Girovaghi, che ancora si chiamavano "Il Circo Bodoni", realizzate nel 1979, quando aveva diciannove anni (ma avrò cominciato a scarabocchiarle anche prima), si resta di stucco: testo, disegni, lettering e perfino retini da far invidia a un professionista navigato. Autore completo per nascita, Massimo, uno di quegli eventi che capitano di rado e non sempre capitano così ben riusciti. Va bene che già nel 1979 il giovanissimo Bonfa lavorava a bottega da Silver e i retini magari li metteva lui anche a Cattivik o a Lupo Alberto, ma non si entra (e si resta) a bottega da Silver senza avere talento. Comunque sia, "Il Circo Bodoni" diventa "I Girovaghi", una striscia che muove i suoi primi passi sulla fanzine "Casablanca" per poi approdare, ma solo per breve tempo, sul mensile di Lupo Alberto: "purtroppo solo per un certo periodo", scrive Bonfattti in una sua postfazione a volume, "perché poi decisi di interrompere provvisoriamente per far fronte ad altri impegni di lavoro". Girovago anche lui, Massimo sa essere tanto assiduo (come su Cattivik) quanto incostante (su tutto il resto). "Continuavo ad abbandonare i Girovaghi per urgenze lavorative o esistenziali, er poi ripescarli appena possibile e abbandonarli di nuovo per dare la precedenza ad altre cose, persone e personaggi; ma mai del tutto e forse solo per lasciarli scorrazzare liberi nella mia mente". Non c'è dubbio che siano i Girovaghi i personaggi del cuore di Massimo, quelli a cui si sente più vicino (anche se Cattivik ci si accosta molto), al punto da portarlo a scrivere di aver trovato difficoltà ad approcciarsi al personaggio di Rico, uno dei tre figli della famiglia Bodoni, con i fratellini Pepe e Patrika: "Mi sono accorto che tendeva a rappresentarmi; o meglio, a rappresentare me adolescente".Sognatore, ironico, un po' filosofo, Rico vive nell'iconografico carrozzone di legno (o meglio, carrozzino) girando per le campagne e le periferie con il padre Nando, la madre Gina (abbreviativo di Regina), il trovatello Arturo (in realtà omaccione forzuto (ma tanto forte quanto stupido. Ci sarebbe da chiedersi perché I Girovaghi non abbiano mai trovato una collocazione editoriale fissa e ottenuto il successo che meritano (ci si stupisce anzi del perché in Rete abbiano successo fumetti comici molto più insulsi e raffazzonati, ma questo non lo sapremo mai). Forse perché sono "zingari" (anche se non vivono in un campo nomade), perché vivono da randagi, perché rimandano a un tipo picaresco e romantico nel cui mito (lo stesso della canzone "Zingaro" di Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi) non si riconosce più nessuno, perché Bonfa non è un buon venditore di se stesso, essendo picaresco e romantico pure lui. Chissà. Vadano comunque lodi o nome a Saldapress che ha raccolto tutto il materiale disponibile (rammendato per l'occasione e in parte inedito) in un volume de luxe, che detto di baraccati fa anche un po' ridere.

domenica 19 luglio 2020

UNA MISTERIOSA MELODIA




Cosey
UNA MISTERIOSA MELODIA
Giunti
Cartonato, 2016
64 pagine, 19.90 euro

La Glénat, in Francia,ha iniziato una collana di fumetti Disney affidando i personaggi disegnai (Disney d'accordo, tutto lascia supporre) alla reinterpretazione di alcuni grandi autori della BD. Il secondo volume della serie è questo magistrale "Una misteriosa melodia", realizzato da Cosey, vincitore del Grand Prix d’Angoulême 2017. Perché "magistrale"? Perché Cosey recupera tutto il sapore delle vecchie storie di Ub Iwkers e Floyd Gottfredson (a cui il volume è dedicato), sia nella felice interpretazione grafica, sia nello spirito dei testi, felicemente avventurosi e ilari senza per questo essere banali, adatti, anzi, a venire fruiti su più piani di lettura, da quello del metafumetto (il fumetto che riflette su se stesso), a quello della contaminazione fra i generi (love story, caccia al tesoro, minimalismo, poliziesco, umorismo) e dei media (teatro, cinema, musica, nona arte). Sono almeno tre le diverse vicende i cui fili si intrecciano: la storia di come Topolino incontrò per la prima volta Minni, i guai di Mickey sceneggiatore cinematografico con il produttore per cui lavora, le indagini per recuperare una misteriosa busta andata perduta contenente nientemeno che un presunto manoscritto originale di Willian Shakespeare. Il tutto ambientato negli anni Venti, quelli dei primi cartoni animati di Topolino.

venerdì 17 luglio 2020

LA FISICA DEI PERPLESSI




Jim Al-Khalili
LA FISICA DEI PERPLESSI
Bollati Boringhieri
brossurato, 2020
280 pagine, 14 euro

Il titolo, buon adattamento dell'originale "Quantum. A guide for Perplexed", rende perfettamente l'idea del contenuto. "Una spiegazione finalmente comprensibile di com'è fatto il mondo", recita una scritta in copertina, e il sottotitolo dice: "L'incredibile mondo dei quanti". Ora, se una cosa mi era sembrata piuttosto chiara dopo tutti i miei sforzi per capire qualcosa di meccanica quantistica, è che non ci si capisce niente. Nel senso che il comportamento dei quanti (le particelle elementari alla base della fisica e dunque della realtà) sfugge alla logica del senso comune. Come si può concepire il fatto che un fotone o un elettrone o perfino un intero atomo si trovino in due posti diversi contemporaneamente? Che una particella possa comportarsi come un'onda? Che un esperimento dia risultati diversi a seconda se stai a guardare mentre si svolge o se invece ti volti e osservi solo il risultato? Tuttavia, giù il cappello di fronte a Jim Al-Khalili, scienziato iracheno docente di Fisica teorica in Gran Bretagna. Oltre a essere una cima nel suo settore, si dimostra un divulgatore straordinario perché riesce a spiegare l'inspiegabile e a incuriosire sui possibili sviluppi che si prospettano in tempi anche brevi nel campo della fisica quantiatica. O meglio, della fisica tout-court perché ormai la fisica è quantistica, dato che tutta la realtà lo è. Perfino l'evoluzione, dato che pare dimostrato come le mutazioni avvengano per input a livello di quanti. Le fluttuazioni quantistiche del vuoto, da cui scaturiscono sempre nuove particelle, sono alla base della creazione e se c'è Dio è proprio lì. La realtà come la vediamo a livello macroscopico in realtà non esiste, nel senso che andando all'essenza di ogni cosa troviamo vuoto ed e energia che vibra. Al-Khalili traccia il suo quadro d'insieme confrontando anche teorie contrapposte e ripercorrendo la storia delle scoperte, cioè parlando degli uomini che hanno calcolato l'incalcolabile scoprendo l'incredibile. Se vi fidate di uno che di fisica ne capisce meno che di calcio, e volete anche voi provare a destreggiarvi fra bosoni, gluoni, fermino e leptoni leggete questo libro, avvincente come un giallo dai meccanismi complessi e dalla soluzione sorprendente.

giovedì 16 luglio 2020

LA STORIA DI TUTTE LE STORIE




Edoardo Boncinelli
LA STORIA DI TUTTE LE STORIE
Castelvecchi
2019, brossurato
50 pagine, 5 euro


La collana "irruzioni" della Castelvecchio propone agili libretti di divulgazione scientifica, si direbbe trascrizioni di brevi conferenze tenute da studiosi a un pubblico di non specialisti. A dire il vero, questo di Edoardo Boncinelli non reca nessuna indicazione sull'origine del testo, però una pubblicazione di Roberto Battiston del tutto analoga, nella stessa collana, dedicata alla meccanica quantistica, segnala che si tratta di una conferenza tenuta nel corso del Festival di Scienza e Filosofia di Foligno, di cui Boncinelli era uno dei referee. Ci sono perciò buone probabilità che anche questa trascrizione derivi da un intervento in quel contesto -o comunque, in uno simile. Perché di trascrizione di conversazione orale, tenuta molto probabilmente a braccio senza le lettura di un testo scritto, evidentemente si tratta, con tutti i limiti del caso: approssimazione nei dati citati, salto di palo in frasca, spiegazioni superficiali, semplificazione estrema. Boncinelli è uno scienziato coi fiocchi e i contrifiocchi (genetista, autore di decine di libri) e questa pubblicazione non aggiunge niente alla sua fama: quantomeno, il testo trascritto da un discorso a voce andava rivisto, perfezionato, annotato. Tuttavia, quel che è indiscutibilmente un limite, potrebbe persino essere considerato un pregio se si valuta l'immediatezza della comunicazione e ci si accontenta dell'infarinatura sommaria che il relatore propone al suo pubblico. Si traccia una storia dell'Universo e dell'Uomo, dal Big Bang all'apparizione della nostra specie, condotta accennando anche alla progressione degli studi scientifici che ci hanno portato sempre più vicini alla verità. Quindi si passa dalla nascita di quark e leptoni, le particelle ultime (allo stato attuale delle conoscenze) della materia, alla formazione delle prime stelle, fucine degli atomi sempre più pesanti, e quindi alla costituzione delle galassie, dei sistemi stellari, della Terra, dei continenti. Un viaggio narrato per sommi capi, e per accenni, che magari ha fatto nascere in chi ascoltava la voglia di approfondire.

mercoledì 8 luglio 2020

L’ULTIMO CAVALIERE






Stephen King
L’ULTIMO CAVALIERE
Sperling
2011, brossurato
230 pagine


«The man in black fled across the desert and the gunslinger followed» è uno degli incipit più ricordati fra i cultori di Stephen King, e mi accorgo sempre più di come sia diventato famoso anche tra chi non ha letto “L’ultimo cavaliere”. «L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì», traduce Tullio Dobner (per anni e anni, prima della morte, il traduttore di King di Italia). Il primo capitolo sembra quello di un romanzo western. In realtà, si tratta dell’inizio di una saga fantasy in otto parti, nota con il nome di “La Torre Nera”. Scrive King nella sua introduzione (del 2003) all’edizione definitiva, riveduta e ampliata, de “L’ultimo cavaliere”: “Più che l’ambientazione, ciò che desideravo era l’elemento epico, le dimensioni apocalittiche. Volevo scrivere non solo un libro lungo, ma il più lungo romanzo popolare della storia. Non ci sono riuscito, ma non credi di essermela cavata male; la Torre Nera, dal primo all’ultimo volume, racconta veramente una sola, grande storia che nell’edizione originale, in formato tascabile, con i primi quattro volumi supera di poco le duemila pagine. Gli ultimi tre corrispondono a oltre tremilacinquecento cartelle dattiloscritte. Se doveste chiedermi perché lo volessi fare, non vi saprei rispondere. Forse dipende in parte dall’essere cresciuto in America: costruisci l’edificio più alto, scava la buca più profonda, scrivi il libro più lungo”. In realtà, dopo aver completato la saga nel 2004, con il settimo volume, lo scrittore ha pubblicato un ottavo tomo nel 2012, destinato a rimpolpare la parte centrale (e non ad aggiungersi in fondo). King rivela di essere stato folgorato da “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, da qui la contaminazione tra western e fantasy, o perlomeno l’origine del pistolero Roland. La parte fantasy invece deriva sia dall’influsso della lettura di Tolkien, sia da quella del poema “Childe Roland alla Torre Nera giunse” (Child Roland to the Dark Tower came), di Robert Browning (1855). “L’ultimo cavaliere” risale al 1978, anno in cui venne pubblicata la prima puntata (di sei) sulla rivista “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”. L’ultima puntata uscì nel 1981, e nel 1982 il romanzo venne raccolto per la prima volta in volume da una piccola casa editrice, per poi giungere a una più importante, che raggiunse il grande pubblico, nel 1988. Nel 2003, come abbiamo detto, arriva l’edizione definitiva, resa più coerente l’inizio della saga con la sua conclusione. “The gunslinger”, questo il titolo originale, è il romanzo più breve degli otto che compongono la saga e ne costituisce in realtà soltanto un prologo, a dire il vero un po’ sconclusionato, in quanto le caratteristiche e la struttura del lungo racconto si disveleranno soltanto il seguito. Appare tuttavia chiaro come la saga sia ambientata, più che in un universo fantasy tradizionale, in un mondo post apocalittico, o in un universo alternativo in cui una qualche apocalisse ha provocato un qualche tipo di sconquasso. La civiltà sembra regredita in un medioevo simile al Far West, l’umanità è priva di tecnologia, ci sono animali strani e piante mutanti, qualcuno sembra in grado di maneggiare la magia. Roland di Gilead, il pistolero, è l’ultimo reduce di una sorta di ordine cavalleresco e sta, per motivi sconosciuti, inseguendo uno stregone, “l’Uomo in Nero”, attraverso un deserto apparentemente senza fine, oltre il quale, però, sorge una misteriosa Torre Nera, crocevia di tutti i possibili universi. A un certo punto del suo cammino, Roland si imbatte in Jack, un ragazzo privo di memoria, che ha solo un qualche baluginare di una sua vita precedente, vissuta in un mondo che sembra essere il nostro (quello di noi lettori), prima di morire travolto da una macchina. Quindi il mondo di Roland è per lui una sorta di aldilà dove è stato proiettato? Nel finale, il confronto con l’Uomo in Nero non si risolve in un duello, ma in una serie di enigmatiche rivelazioni. Il suo nome è Walter, nella Torre ci sarebbe un Re di cui lo stregone è servo, per arrivarci occorrerà l’aiuto dei Tre, tre personaggi che compariranno in seguito. Il flusso del tempo viene sconvolto dal contatto fra il pistolero e lo stregone, e quando la conversazione ha termine Roland si scoprirà più vecchio di dieci anni.

martedì 7 luglio 2020

L'EREDITA' MISTERIOSA


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Pierre Alexis Ponson du Terrail
L'EREDITA' MISTERIOSA
Landscape Books
2017, brossurato
280 pagine, 16.90 euro


L'aggettivo "rocambolesco" è entrato nel linguaggio comune, e sta a significare che un viaggio o delle vicissitudini sono stati particolarmente avventurosi, tormentati, pieni di colpi di scena, difficili da sbrogliare. Il personaggio di Rocambole, da cui l'aggettivo trae origine, venne creato dall'aristocratico Pierre Alexis Ponson du Terrail (1829-1871) nel bel mezzo degli anni d'oro del romanzo d'appendice, di cui fu fortunato autore. Nel 1857, Ponson du Terrail inizia a pubblicare a puntate su "La Patrie" una storia a puntate dal titolo "I drammi di Parigi", di cui "L'eredità misteriosa" costituisce la prima parte e che rappresenta la premessa di tutte le seguenti rocambolesche (appunto) avventure. Il buffo è che in questo primo episodio Rocambole non compare. Il personaggio, infatti, entra in scena soltanto successivamente e neppure come protagonista, ma come figura di contorno (uno scagnozzo al servizio del perfido visconte Andrea, il malvagio della storia). Ben presto, però, il pubblico dimostrò di gradire a tal punto il personaggio che Ponson du Terrail si vide costretto (e probabilmente lo fece comunque volentieri) a renderlo la figura centrale su cui ruotano tutti gli avvenimenti. Infatti Rocambole arriverà a uccidere Andrea e a trasformarsi da anima nera a eroe positivo, seppur abituato a muoversi al di fuori della legge, come una sorte di "ladro gentiluomo" alla Arsenio Lupin. Benché Rocambole sia assente all'inizio della saga (composta da qualche migliaio di pagine e da leggersi come un unico, ininterrotto racconto), "L'eredità misteriosa" manifesta tutte le caratteristiche del "rocambolesco". Il romanzo si legge tutto d'un fiato, i capitoli sono brevi, i personaggi a tinte forti, i particolari truculenti, ogni puntata si conclude con un colpo di scena sempre più clamoroso. Insomma, tutto ciò che si definisce "feuilleton". Le vicende cominciano nel 1812, durante la ritirata dalla Russia delle truppe di Napoleone. Un capitano, il malvagio Felipone, uccide, come parte di un losco piano, il colonnello De Kergaz ("la pallottola gli spezzò il cranio e le cervella schizzarono sanguinanti sulle mani dell'assassino") e riesce a sposarne la vedova, Helene, divenendo il padre adottivo del figlio che lei ha avuto dal primo marito, Armand. Poiché la donna, subito resa infelice, sta per dare alla luce il figlio di Felipone, destinato a chiamarsi Andrea, il malvagio non esita a gettarlo in mare, in modo da far ereditare tutto al sangue del suo sangue. Ma il piccolo Armand in realtà non muore, a lungo viene creduto un orfano prima che si stabilisca la sua vera identità. Nel frattempo lui e Andrea sono cresciuti: Andrea, al pari del padre, si rivela di una malvagità totale, il fratellastro invece si dedica all'aiuto dei più deboli. La lotta senza esclusione di colpi fra i due è quella del Bene contro il Male. "L'eredità misteriosa" ha il torto di non conludersi: serve leggere "I drammi di Parigi" per scoprirne il seguito. Ma del resto, il romanzo d'appendice è per definizione "a suivre".

domenica 5 luglio 2020

GLI OMICIDI DI BEACON HILL





Roger Scarlett
GLI OMICIDI DI BEACON HILL
Polillo Editore
brossurato, 2019
240 pagine, 16.40 euro


I gialli, o meglio, gli arancioni (visto il colore di copertina che li caratterizza), della collana "I bassotti" della Polillo Editore sono una garanzia, per gli appassionati (come il sottoscritto) del classico classico anglo-americano. Quello, per intenderci, con i delitti commessi nelle ville e nei castelli, negli anni Venti o Trenta, quando non c'erano ancora CSI e RIS, e le soluzioni dei misteri si rivelavano sorprendenti e basate su meccanismi logici ineccepibili. Gialli alla Agatha Christie o alla John Dickson Carr, di cui esiste una sterminata produzione proposta anche da autori non altrettanto famosi ma non di rado di ottimo livello. Roger Scarlett, a cui si deve "Gli omicidi di Beacon Hill", è un autore del tutto particolare perché si tratta di uno pseudonimo che nasconde due donne: le americane Dorothy Blair (1903-1976) ed Evelyn Page (1902-1977), che insieme firmarono cinque gialli con protagonista l'ispettore Norton Kane, specializzato in "delitti impossibili". Nel caso di quelli commessi nella villa di Beacon Hill, di proprietà diede ricco mister Sutton, si tratta di due misteri apparentemente insolubili: il padrone di casa viene trovato ucciso con un colpo di pistola in una stanza nella quale c'è solo una sua amica, Mrs Anceney, trovata seduta davanti a lui, la quale dichiara di non aver sparato, nonostante l'arma del delitto rinvenuta su tavolo accanto a lei; portata in una stanza adiacente e messa sotto sorveglianza di un poliziotto in attesa dei primi rilievi sul luogo del delitto, la donna viene a sua volta uccisa da qualcuno che non si sa come abbia potuto entrare e uscire. Il giallo è intrigante, e soprattutto è ben scritto: mantiene alti la tensione e l'interesse con continui colpi di scena. Si arrivava alla fine convinti che le autrici abbiano avuto ragione su tutto, a parte il fatto che il colpevole risulta essere proprio uno dei sospetti. A pensarci bene, se tutti sospettano di un insospettabile, puntare su uno dei sospetti potrebbe perfino sorprendere il lettore.

lunedì 25 maggio 2020

IL KAMASUTRA DEL TROIO



Andrea Camerini
IL KAMASUTRA DEL TROIO
Il Vernacoliere
2019, brossura
130 pagine, 13.90 euro

Cominciamo dalle basi, proprio. "Il Vernacoliere" è una storica rivista satirica livornese, diffusa però anche in varie parti d'Italia. Viene venduta in edicola ed è rimasta l'unica rivista satirica su carta. Fa molto ridere ed è molto sboccata. Nel corso di vari decenni ha cresciuto uno stuolo di autori comici che hanno fatto anche carriera alla radio, in TV, nei fumetti. Pagani & Caluri, Max Greggio, Federico Sardelli e, ovviamente, Andrea Camerini. Camerini pubblica tutti i mesi, da anni, sul "Vernacoliere", le avventure del Troio, il suo personaggio più noto, protagonista anche di varie raccolte delle sue storie. Il Troio è un nullafacente livornese la cui occupazione principale è farsi mantenere dallo scoglionatissimo babbo Enio e "andare a fie". Perché, come viene detto anche nella prefazione dello stesso Camerini, la domanda principale nella vita è: "ma fie, ce n'è?". Per i non-toscani, spiego che "fia" significa "quella cosa" e non fatemi spiegare di più. Per sineddoche, la parte per il tutto, "quella cosa" lì significa comunemente e tradizionalmente, in riva all'Arno, senza nessuna accezione sessista, la donna (io prendo le distanze, relata refero). Collateralmente alla rivista, il direttore del "Vernacoliere", il magistrale (nel suo campo) Mario Cardinali, pubblica anche una serie di libri umoristici, anche di inediti. E' il caso di questo esilarante "Kamasutra del Troio", in cui vengono descritte (in prosa e in disegni) 28 stupefacenti posizioni amorose, una più scompisciante dell'altra. Le descrizioni sono arricchite dalle note autobiografiche del Troio che racconta quando, come e perché gli sono venute in mente quelle posizioni (di solito nel campeggio MiraMara a Marina di Navacchio). Se non vi sconvolgono le trivialità boccaccesche tipiche della Livorno (e della Toscana) più schietta, c'è da ridere fino a soffocarsi.

lunedì 18 maggio 2020

GENESI



Guido Tonelli
GENESI
Feltrinelli
2019, brossurato,
224 pagine, 17 euro

Guido Tonelli, fisico del Cern di Ginevra, è uno degli scienziati che ha scoperto il bosone di Higgs. Il suo "grande racconto delle origini", così recita il sottotitolo, è una affascinante narrazione, rigorosa ma senza formule matematiche, della nascita del nostro Universo, così come l'ha ricostruita la scienza. Pare che ormai ne sappiamo parecchio, e le incertezze sono limitate solo ai primissimi istanti. Istanti misurabili, peraltro, in miliardi di miliardesimi di secondo. Se negli anni Ottanta il fisico Steven Weinberg aveva spiegato il modello standard della cosmogonia con il suo "I primi tre minuti", oggi Tonelli aggiorna la teoria alla luce delle ultime scoperte, arricchendo il suo testo anche di una breve cronistoria di come gli scienziati sono arrivati là dove si trovano adesso (e sembra che i prossimi anni porteranno a nuovi clamorosi sviluppi). Il saggio si legge come un romanzo d'avventura, e l'entusiasmo del divulgatore è contagioso. Sembra quasi di vederla ribollire la schiuma quantistica del primo istante. Per un imprevedibile rimbalzare di eventi fulminei il vuoto è esploso e si è inflazionato (a velocità superiori alla luce, perché lo spazio si è andato creando proprio con quell'espansione). Mi ha sbalordito leggere di come il vuoto generi spontaneamente particelle solo "percuotendolo" con scariche di energia. Poi, i quanti elementari si sono aggregati man mano che la temperatura inconcepibile iniziale calava, e quando sono nati primi nuclei di protoni e neutroni, presto avvolti da nubi di elettroni, si sono potute accendere le prime stelle. Tutti gli atomi che compongono i nostri corpi vengono dalle fucine delle varie generazioni di stelle. Siamo veramente figli delle stelle, o quantomeno loro polvere.

domenica 17 maggio 2020

CAPITAN ITALIA





Walter Venturi
CAPITAN ITALIA 
Cosmo Comics
brossurato, 224 pagine
2019, 19.90 euro


«Ero giovane, sognavo di fare il fumettista e Capitan Italia fu la mia risposta trash ai supereroi americani e ai loro colori sfavillanti. Le mie erano macchiette grottesche che facevano il verso alla politica e alla società italiana degli anni ’90». Così dichiara, in una intervista, Walter Venturi, oggi uno dei più attivi disegnatori dello staff Bonelli, in forza a Zagor ma jolly sempre pronto a prestarsi per ogni necessità ed evenienza, e perciò visto all’opera su un po’ tutte le serie, a partire da Tex. Nel 1995, Walter, classe 1969, aveva 26 anni, un incredibile talento già riconoscibile per quanto da sviluppare, e una straordinaria voglia di disegnare divertendosi. Capitan Italia, un super eroe di casa nostra da lui ideato, viene pubblicato fino al 2000 da una etichetta di autoproduzioni, la Down Comix. Successivamente, sotto il marchio Factory (un’altra casa editrice indipendente) pubblica Lost Kidz, su testi Roberto Recchioni, con il quale collabora anche per le testate Eura John Doe e Detective Dante, prima di approdare in casa Bonelli con Bred Barron e Demian. Quindi, tutto da solo (testi e disegni), realizza un Romanzo a Fumetti dal titolo “Il grande Belzoni”, di 260 tavole che racconta la vita del grande archeologo e avventuriero padovano a cui si devono alcune tra le più grandi scoperte dei primordi dell’egittologia. Visto il suo amore di antica data verso il Re di Darkwood, passa poi a Zagor. Il resto è storia recente. 
A venticinque anni di distanza da Capitan Italia, ecco dunque un volume, pubblicato dalla Cosmo Comics, che ne raccoglie tutta la produzione, più una storia inedita di otto tavole. La raccolta permette di seguire il percorso in costante miglioramento (narrativo, grafico, scenografico, tecnico, creativo, emozionale) delle potenzialità già espresse nelle prime tavole, e di ammirare la varietà di stili, adatti di volta in volta alla situazione, con cui il vulcanico disegnatore era ed è in grado di esprimersi. Se l’ideazione del personaggio e buona parte dei testi sono riconducibili allo stesso Venturi, con il crescere della serie (anche dal punto di vista di riscontro di pubblico, nonostante la distribuzione anch’essa indipendente) le ultime tre avventure sono state sceneggiate da Diego Cajelli, Roberto Recchioni e Lorenzo Bartoli. Indubbiamente Capitan Italia nasce sotto l’influsso di un altro fumetto “indy” dei primi anni Novanta, “Il Massacratore”, di Stefano Piccoli, che era la parodia del personaggio Marvel The Punisher, Il Punitore. L’idea era che il Massacratore facesse a pezzi personaggi antipatici al suo autore, tipo Vittorio Sgarbi o Cristina D’Avena. Capitan Italia è invece la parodia di un supereoe spaccatutto generico, un po’ Capitan America, un po’ Iron Man. Nel giro di tre episodi si capisce che si tratta di un cyborg voluto da un misterioso Grande Vecchio, in cui si riconosce perfettamente Giulio Andreotti, per difendere la legalità intesa come ordine costituito. Però il cyborg sfugge al controllo e ne combina di tutti i colori. Nelle vivaci avventure un po’ superoistiche, un po’ grottesche, un po’ splatter, si fa satira politica e sociale e, a rileggerle oggi, ci si ricorda dell’Italia di allora: centri sociali, scontri con la polizia, avvento della TV commerciale, corruzione. Ma il primo avversario fatto a pezzi è un pedofilo, e ci sono delle crudeli punizioni anche per falsi invalidi e chi non paga il pedaggio in autostrada. In due avventure Capitan Italia stermina i supereroi americani, in un altro fa a pezzi i robottoni giapponesi (ma si vede anche una scosciatissima Sailor Muck). Colpisce come il personaggio di Venturi abbia anticipato, per certi versi, Deadpool.

venerdì 15 maggio 2020

IL BUIO IN SALA





Leo Ortolani
IL BUIO IN SALA
Bao Publishing
206, cartonato
200 pagine, 17 euro


Devo confessarvi che non sarò in grado di recensire questo libro con il minimo di competenza che si richiede anche all'estensore di queste brevi annotazioni, che vado di tanto in tanto pubblicando man mano che leggo roba. Mi limiterò perciò a segnalarvi che il volume esiste, vi dirò più o meno di che cosa tratta in modo da darvene un'idea, però poi dovrete leggervelo per poterlo giudicare (nel caso, fatemi sapere). Il motivo per cui, con l'umiltà e la modestia che mi contraddistinguono, chino la testa e mi dichiaro inabile a recensire le recensioni (perché appunto di recensioni, cinematografiche, si tratta) è che della quarantina di film di cui si occupa Leo Ortolani, io ne avrò visti si e no cinque. Ora, capirete il mio imbarazzo, Leggo la recensione a fumetti, capisco che c'è una battuta di cui si dovrebbe ridere, ma non ho idea di ciò a cui ci si riferisce e ci rimango male. Mi sento ignorante come una capra di fronte a Frank Capra. Del resto, Ortolani dice di sé: "Io non sono un amante del cinema. Io sono il marito". E sembra esserlo davvero, perché dimostra una competenza strabiliante, almeno nei film di genere di cui si occupa in "Il buio in sala". Ora, io del cinema sono al massimo un trombamico, toccata e fuga, e di solito nei cinema d'essai. Finché Leo ha fatto le parodie di Avatar o di The Walking Dead me la sono cavata, avendo visto il film e la serie di riferimento, e ho riso moltissimo. Ci ho capito meno nel "Signore dei Ratti" non avendo visto quello "degli Anelli", però almeno lì c'era una contro-storia leggibile e godibile come tale. Ne "Il buio in sala" la battuta è più legata alla contingenza, al merito, alla polemica del momento, non si può apprezzare allo stesso modo fuori dal contesto, come un pur esilarante commento in sala. Del resto in molte recensioni compaiono proprio gli spettatori che guardano il film e lo commentano. Il target del volume è costituito, mi pare di capire, dai personaggi di "Big Bang Theory". Bisogna essere adepti della setta di quelli che aspettano dalle quattro del mattino l'apertura di un cinema alle quattro del pomeriggio per essere i primi a vedere il ventiquattresimo film degli Avengers, sapendo a memoria tutte le battute dei ventitrè precedenti e il cast completo, fino ai nomi degli stuntman, di ognuno. Purtroppo, io dei film Marvel ho visto i primi tre Uomo Ragno, poi hanno cambiato l'attore e ho smesso. In realtà credo di aver smesso un po' dopo, quando mi sono accorto che per vedere un nuovo film di supereroi dovevo averli visti tutti, se no non ci capivo più nulla. E siccome ne ho persi un paio, non ci ho capito più nulla e basta là. Mi sono sempre informato dagli amici se la trama seguiva quella dei fumetti, ed ero contento quando mi dicevano di sì. Poi mi è parso che i film non seguissero più neppure quella e ho perso interesse. Va detto, a mio sommo disdoro, che io i film li vedo al cinema e lì non c'è modo di recuperarli quando escono di programmazione. Non sopporto di vederli in televisione interrotti dalla pubblicità, non ho una smart TV, non ho mai fatto un abbonamento a Sky, Premium, Netflix e compagnia bella. Non ho mai visto un film in streaming perché sul PC balla la connessione, la qualità è pessima, lo schermo piccolo. In buona sostanza, o al cinema o in DVD. Ma avendo smesso di praticare i film con effetti speciali, recupero piuttosto i grandi classici main stream del passato piuttosto che Star Trek Ultimissina Frontiera. Quindi, come fare? Devo gettare la spugna. Come promesso cercherò, però, di spiegarvi lo stesso di che cosa si tratta. Leo Ortolani, con il talento che gli è proprio, ha cominciato a pubblicare da qualche parte su Internet le sue personalissime recensioni a fumetti dei film che andava regolarmente a vedere al cinema, quelli Marvel, DC, di Star Wars, di Star Trek. Un po' come Stefano Disegni su Ciak, per intenderci. Però Disegni spazia ovunque, Leo si attiene al genere di cui abbiamo detto. Le recensioni apparse in Rete sono stare poi raccolte in volume, un po' pigiate per motivi di spazio. Ho letto tutto, e il miracolo è che ho riso lo stesso, pur senza aver visto il film di cui ci si fa beffe. Perciò, consiglio caldamente "Il buio in sala" a tutti, anche a quelli come me (che come fan trentennale di Ortolani dai tempi di "Made in USA", in possesso di tutte le cose da lui pubblicate, non potevo perdermi questa). Una cosa però mi sento di aggiungere: Leo i film di supereroi li va a vedere tutti, ma non gliene va bene uno. Li smonta sistematicamente, li distrugge pezzo per pezzo. Ecco: mi fa piacere aver capito che ho fatto bene a smettere di andarli a vedere.

martedì 12 maggio 2020

INDEH





Ethan Hawke
Greg Ruth
INDEH
Mondadori
2017, cartonato
240 pagine, 20 euro


Ethan Hawke, celebre attore (uno dei Magnifici Sette nel remake del 2016) è anche scrittore (tre romanzi) e, esordendo proprio con questo volume, sceneggiatore di fumetti. Nella sua postfazione racconta di aver lavorato per anni alla messa a punto del copione per un film sulla vita di Geronimo, prima di convincersi che la storia avrebbe funzionato anche se raccontata attraverso un altro medium, il fumetto. Il punto di partenza di Hawke è stato il desiderio di raccontare le vicende degli Apache dal punto di vista degli Apache stessi, convinto che i vincitori (i bianchi) non siano mai i migliori cronisti storici. Appassionatosi durante le vacanze trascorse da ragazzo nel Sud Ovest delle vicende dei Dineh (così gli Apache chiamavano se stesso, "il popolo", mentre il nome con cui li chiamiamo noi signfica "nemici", e venne dato loro dalle tribù rivali), l'attore spiega di essersi documentato a lungo, e in effetti non c'è motivo di dubitarne. Geronimo, che tutti dicono essersi chiamato Goyathlay, qui diventa Goyakla. Nelle prime pagine si capisce, peraltro il perché del nome in spagnolo: un messicano a cui lui stava per dare il colpo di grazia implorava San Geronimo (Girolamo) chiamandolo a gran voce, e quell'invocazione si trasformò nel modo in cui il suo uccisore sarebbe sempre stato chiamato. Non è che gli Apache, nel graphic novel di Hawke e Ruth, facciano la figura dei chierichetti e i visi pallidi siano al contrario dei diavoli assatanati. Però, ben si capisce come gli Apache abbiano sempre reagito (con estrema crudeltà) alla violenza di chi veniva a occupare le loro terre e li sterminava senza troppi scrupoli. Le parole di Geronimo poste a conclusione della drammatica e coinvolgente ricostruzione di Hawke servono a far riassumere tutta la storia: "Quando eravamo giovani, abbiamo attraversato il paese da Est a Ovest, e abbiamo incontrato soltanto Apache. Lo abbiamo rifatto molte estati dopo, per scoprire che un'altra razza li aveva rimpiazzati. Come è potuto succedere? Perché adesso gli Apache si contano sulla punta delle dita? Vi abbiamo combattuto come meglio potevamo. Abbiamo ucciso dieci bianchi per ogni Apache, ma quando muore un uomo bianco, molti prendono il suo posto. Quando muore un Apache, non c'è nessuno a rimpiazzarlo. Non siamo più Indah, i vivi, adesso siamo Indeh... i morti. Siamo andati via, senza lasciar traccia". Sul fatto che la storiografia e la fiction siano sempre state dalla parte dei visi pallidi, è quanto meno discutibile, visto che "Soldato Blu" in poi (ma ci sono stati esempi anche precedenti) si sono visti e rivisti anche film, fumetti, saggi, data parte degli indiani. In Italia, poi, Tex è stato precursore e anche Zagor ha fatto la sua parte. Hawke non ci dice in fondo niente di nuovo. Tuttavia la storia di Geronimo come ce la racconta lui è davvero inquietante e affascinante al tempo stesso. L'iperrealista Greg Ruth, dal canto suo, più illustratore che fumettista, lascia a bocca aperta in ogni tavola.

lunedì 11 maggio 2020

IO SONO CICO




Quale miglior periodo di quello cupo e tetro che stiamo vivendo a causa del coronavirus, per presentare un libro assolutamente ilare e giulivo come “Io sono Cico”? Si tratta di un corposo cartonato di ben 448 pagine a colori (simile per impostazione al precedente, di grande successo, “Io sono Zagor”), uscito il 23 gennaio in libreria e in fumetteria con il marchio della Sergio Bonelli Editore, curato dal sottoscritto e destinato, ne sono sicuro, a divertirvi moltissimo. Infatti, per la prima volta sono state raccolti in volume i migliori sketch del messicano più simpatico del mondo, sceneggiati da Guido Nolitta e inseriti nelle avventure di Zagor della serie regolare tra il 1961 e il 1971. In tutto, ben trenta “comiche” autoconclusive, perfettamente godibili anche al di fuori del contesto da cui sono state tratte, tutte precedute da un commento e corredate da un lungo saggio iniziale che sviscera i perché e i percome della comicità cichiana. Selezionando le gag mi sono fatto delle gran risate, riscoprendo chicche e perle di umorismo davvero strepitose. Se il libro dovesse riscontrare il vostro favore, chissà, potrebbe perfino essere il primo di una serie: gli sketch di Cico sono centinaia!





Quando si citano i personaggi creati da Sergio Bonelli con lo pseudonimo di Guido Nolitta, di solito ci si limita ai due più famosi: Zagor (1961) e Mister No (1975). Volendo essere più esaustivi si aggiungono alla lista il Ragazzo nel Far West (1958), il Giudice Bean (1959), il Ribelle (1959), River Bill (1990). Ma, secondo me, all’elenco andrebbe aggiunto anche Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales - per gli amici semplicemente e più brevemente Cico. Un character con uno spessore (in senso sia lato che reale) in grado di tener testa a qualunque altro.

In teoria, si tratta del compagno di avventure di Zagor: di una spalla, se vogliamo. In realtà, la saga dello Spirito con la Scure inizia a venirci raccontata soltanto a partire dall’incontro con il messicano (qualunque avventura Zagor abbia vissuto prima, non sembra aver avuto grande importanza fino al racconto del suo passato, narrato soltanto diversi anni dopo). Non solo: Cico compare già nella prima pagina de “La foresta degli agguati”, protagonista di una brillante gag prima e di una drammatica sequenza di combattimento poi, mentre per veder entrare in scena il Re di Darkwood si deve aspettare ancora un po’. Insomma: non c’è Zagor senza Cico. Di contro, c’è Cico senza Zagor. Proprio Sergio Bonelli ha firmato ben cinque albi speciali di 128 tavole ciascuno dedicati alle avventure in solitaria del pancione, a cui poi se ne sono aggiunte altri ventidue (per un totale di ventisette) scritti da altri sceneggiatori (tra cui diciannove miei). Nel  2017 c’è stata di una nuova miniserie tutta cichiana di sei nuovi albi a colori, “Cico a spasso nel tempo”, scritta da Tito Faraci: insomma, il messicano vive di vita propria! Mi pare giusto, dunque, che a “Io sono Zagor” si affianchi “Io sono Cico”.

Per presentare il volume, la Sergio Bonelli ha realizzato con me il video che vedete qui sotto.






martedì 5 maggio 2020

IO E ZAGOR






Durante Lucca Comics 2019, e cioè a cavallo tra il mese di ottobre e quello di novembre, è stato presentato in anteprima un mio nuovo libro, intitolato “Io e Zagor”, che poi, successivamente, è stato distribuito in libreria a partire dal febbraio 2020. Fin da subito è stato però possibile ordinarlo sul sito della Casa editrice, che è la Cut-Up. Visitando lo shop on line ci si accorge peraltro come il sottoscritto sia l’autore più rappresentato, con ben sette pubblicazioni. 

Io e Zagor”, che ha per sottotitolo “La strada verso Darkwood”, potrebbe sembrare a prima vista una sorta di autobiografia professionale, lunga ben 540 pagine. In parte lo è, ma non è con l’intento di raccontare la mia vita che mi sono messo a scrivere. Volevo rievocare,  per come l’ho visto e vissuto io, un mondo che in gran parte non c’è più, ma anche un grande passione, e la realizzazione di un sogno. Sogni, passioni, nostalgia, memorie sono emozioni di tutti e narrandole non parlo di me, parlo di noi, di quelli almeno nati quando ancora non c’erano i videogiochi e i telefonini. Il commento più frequente che mi sono sentito fare da parre chi di ha letto il libro è stato: “mi sembrava di rivedermi”.  

Ho cercato di ricostruire un’Italia fatta di ragazzi che giocano per le strade, che si scambiano figurine e giornalini, che vedono nell’edicola il Paese del Balocchi, che sognano con le avventure degli eroi di carta, che fanno la collezione di albi acercando i pezzi mancanti sulle bancarelle, che vanno alle mostre mercato, che creano associazioni e stampano fanzine. Il mondo dei funzionari, già. Chi se lo ricorda? Chi si ricorda dei banchetti in cui si vendevano ciclostilati ed erano quelli gli unici veicoli di informazione sui fumetti?
Oltre a questo, ci sono i ritratti dei personaggi che ho incontrato: Sergio BonelliGallieno FerriDecio CanzioFrancesco GambaMauro Boselli. C’è il ricordo della Casa editrice di Via Buonarroti com’era una volta, negli anni Ottanta, e c’è la mia crescita umana e professionale, quella di un sognatore che voleva fare lo scrittore di fumetti e ha cercato tutte le strade per riuscirci. 
Moreno Burattini nel 1989

Il libro è uscito esattamente trent’anni dopo l’approvazione del mio primo soggetto di Zagor da parte di Sergio Bonelli, e racconta il dipanarsi nel tempo della saga zagoriana dal mio ingresso nello staff fino ai giorni nostri, con il cambiare della società, l’irrompere di Internet e dei social, il confronto con i lettori, il crescere delle manifestazioni e degli eventi legati allo Spirito con la Scure. Quando sono arrivato io, Sergio Bonelli non scriveva più storie del Re di Darkwood da dieci anni, e nelle sue interviste ipotizzava un onorevole pensionamento del personaggio per raggiunti limiti di età. A distanza di un trentennio, non soltanto Zagor non ha chiuso, ma pubblica quasi tremila tavole di materiale inedito ogni anno, è il terzo personaggio di maggior successo della Casa editrice, c’è un fermento continuo nel fandom, tra gli appassionati si stampano due riviste professionali che commentano e analizzano le nuove e le vecchie avventure, si producono libri cartonati, si realizza merchandising, continuano le pubblicazioni all’estero. 

Serhio Bonelli (Guido Nolitta) e Gallieno Ferri 

Credo che il libro sia gradevole da leggersi nonostante la mole, che non deve scoraggiare. Abbondano le fotografie. La copertina è opera di Alessandro Bocci e Alessandro Piccinelli, la retrocopertina di Bane Kerac: tre carissimi amici che ringrazio. Quasi seicento pagine costano 19.90 euro. Mi dicono che ci si può stare, in ogni caso il prezzo non lo decido io. Se lo ordinate cliccando qui sotto, però, il prezzo è scontato e la spedizione gratuita.



I tempi delle fanzine
Questo il testo in quarta di copertina.

La strada verso Darkwood è la strada verso l’avventura e la fantasia.
Il viaggio che porta al mondo incantato di Zagor, lo Spirito con la Scure, è anche un viaggio attraverso la storia, la geografia, le tradizioni, le culture di paesi lontani che però possono servire a capire meglio la nostra realtà  e persino noi stessi.
Creato da Sergio Bonelli e da Gallieno Ferri nel 1961, il leggendario eroe dalla casacca rossa ha fatto sognare intere generazioni di lettori e ha realizzato il sogno di uno di essi: Moreno Burattini, che fin da bambino voleva scriverne le storie e lo sta facendo da trent’anni.
Questo è il racconto di come una passione è diventata una professione.


La prima macchina da scrivere di Moreno Burattini

Ci sono già in giro le prime recensioni, tra cui una di Graziano Frediani che su TuttoTex n° 585, ha recensito addirittura due miei libri, "Io e Zagor" e "Io sono Cico" (ma di questo parleremo la prossima volta).



In Rete è rintracciabile una videorecensione, molto approfondita, di Gianluca RKC Carboni. Cliccate qui per vederla:





Il "suggerimento" di Fabio Licari su "Fumo di China"










Ho scelto però di trarre qualche passaggio da quella di Mario Bonanno apparsa su "Solo Libri". Il testo integrale lo trovate qui:




Io e Zagor. 
La strada verso Darkwood di Moreno Burattini
di Mario Bonanno

Cut-Up, 2019 - “Io e Zagor” è un libro avvincente e appassionato, che ricostruisce non solo l’intenso rapporto tra il famigerato protagonista dei fumetti e il disegnatore che ne ha risollevato le sorti, ma anche una fetta importante di storia del fumetto e del costume italiani.
Anni prima di Dylan Dog, Zagor è stato l’anti-eroe umano-troppo-umano dell’universo Bonelli: coi cattivoni in qualche modo la sfanga sempre, però può capitargli di vedersela davvero brutta e talvolta di uscirne con le ossa rotte.
Le 540 pagine di cui consta il volume raccontano dunque la realizzazione di un grande sogno. Di come, cioè, Moreno Burattini, nel tempo e col tempo, da San Marcello Pistoiese a Milano, arriva a consolidare la sua passione per Zagor, e più in generale per il fumetto italiano, fino a divenirne il nuovo deus ex machina. Oltre che una qualche felice combinazione astrale, gli sono giovati, in ordine sparso e a prescindere dal grado di rilevanza:
1) lo sviluppo progressivo di un’autentica ossessione per la letteratura a fumetti (sin dalla più tenera età corse in edicola, baratti, collezioni, e letture degli albi se possibile come le medicine: mattina, mezzogiorno e sera); 
2) l’innegabile talento di scrittore (quando comincia con le strisce umoristiche e la creazione di autarchiche e fortunate fanzine, Burattini sta ancora sui banchi di scuola); 
3) gli incontri decisivi che ti cambiano la vita (Sergio Bonelli - alias Guido Nolitta - & Galieno Ferri, sceneggiatore e illustratore storici del primo Zagor, in primis).
Andando avanti di questo passo sospeso, tra sogni che si avverano e realtà, in Io e Zagor gli aneddoti succosi non si contano. Così come non si contano i “dietro le quinte” della carriera di Moreno Burattini, intensa quasi come quella del suo eroe preferito. Alla bio di Burattini mancano solo i pellerossa e il panciuto Cico, e poi davvero si potrebbe parafrasare Flaubert e fargli sentenziare che Zagor c’est lui.


La lettura di questo tomo muscolare (nella forma) e gentile (nella sostanza) firmato da Moreno Burattini, mi conferma nella bontà della mia scelta: se è vero che Zagor è il re di Darkwood – e anche l’incontrastato sovrano degli albi d’avventura – Moreno Burattini ne è il promoter più appassionato, credibile e irresistibile che possa esserci in circolazione. Io e Zagor è avvincente, e non stanca. E c’è, anche, che dentro ci passa una fetta di storia recente e remota del fumetto e del costume italiani.

domenica 26 aprile 2020

LA TRAPPOLA DI MAIGRET




Georges Simenon
LA TRAPPOLA DI MAIGRET
Adelphi
Brossurato, 2004
160 pagine, 10 euro


Benché la caratteristica principale di Jules Maigret, il burbero commissario parigino nato dalla sempre ispirata penna di George Simenon, sia quello di usare un metodo psicologico nella conduzione delle sue indagini, sempre basate sullo studio delle personalità degli indagati, probabilmente nessun romanzo è così psicanalitico come questo. “La trappola di Maigret” (1955), quarantottesimo giallo della saga, chiama in causa le teorie di Freud e gli studi sulle nevrosi e sulle dinamiche mentali degli psicolabili fin dai primi capitoli, quando il commissario chiede consiglio a uno psichiatra per ricostruire un identikit psicologico di un serial killer che da sei mesi colpisce nottetempo per le strade di Montmartre e che ha già ucciso cinque donne, aggredite mentre si trovavano in giro da sole. Su consiglio dell’esperto, Maigret si convince che l’unica soluzione possibile sia sfidare l’assassino a farsi di nuovo vivo fingendo l’arresto di un colpevole immaginario, impersonato da un poliziotto: in questo modo, si ritiene, il killer avrebbe desiderato rivendicare la propria inafferrabilità dimostrando di essere ancora a piede libero. In giro per Montmartre vengono dunque fatte girare delle volontarie addestrate in autodifesa, a fare da esca, e dovunque ci sono poliziotti pronti a intervenire. La trappola funziona: l’assassino tenta di colpire di nuovo, ma fallisce e si dà alla fuga. I pur pochi indizi lasciati sul campo permettono però a Maigret di arrestare Marcel Moncin, un architetto arredatore, che però si dichiara innocente. In effetti, servirebbe una confessione: spettacolare il modo in cui Maigret lo incalza con la ricostruzione del perché, per sfuggire a una madre assillante e una moglie più forte di lui, Moncin abbia sfogato le sue frustrazioni uccidendo delle donne scelte a caso. Un lavoro da fine psicologo! Ma Moncin è davvero colpevole? Un colpo di scena sembra scagionare l’arrestato: una sesta vittima cade per strada con modalità del tutto simili a quelle usate dal serial killer. Qualcuno vuole proteggerlo? E chi? E di nuovo la psicologia si rivela la chiave per risolvere definitivamente il caso.

sabato 25 aprile 2020

GRAVITA'


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A.Zee

GRAVITA'
Bollati Boringhieri
cartonato, 2019
220 pagine, 20 euro


"Trattazione leggera di un soggetto pesante", recita il sottotitolo. L'autore, insegnante di fisica un una università californiana, premette di aver voluto scrivere un saggi agile sulla gravità einsteiniana - che fosse appena un po' più complicato del solito manualetto divulgativo ma meno complicato dei testi accademici. Ed è esattamente quello che ha fatto, partendo appunto dalla teoria della relatività generale di Albert Einstein, messa a punto nel 1918. Uno dei cardini fondamentali è che la gravità non esiste, esiste soltanto lo spaziotempo curvo. La massa (qualunque massa) deforma (poco o tanto) il tempo e lo spazio attorno a sé, e questa deformazione (così almeno l'ho capita io) dà origine agli effetti che noi chiamiamo gravitazionali. Einstein naturalmente veniva dopo Galileo, Cartesio, Fermat, Newton, Lagrange, Laplace, Faraday, Maxwell, Hilbert... al contributo di tutti si accenna. La gravità sembra un paradosso (e infatti Newton non si convinse facilmente di ciò che stava scoprendo) perché causava effetti su corpi che non si toccano (la Terra e la Luna non sono in contatto, ma si influenzano). Ciò rimase un paradosso finché Faraday e Maxwell non teorizzarono, provarono empiricamente e descrissero con formule matematiche, i campi di forza: sono appunto i campi di forza a essere in contatto. La fisica quantistica avrebbe poi scoperto i gravitoni, che danno luogo alle onde gravitazionali che si propagano all'infinito (mentre i campi di altre forze estremamente più potenti, come le due nucleari, hanno effetto solo sulle piccole o piccolissime distanze). Sul confine con la fisica quantistica A.Zee si ferma, rilevando come la "quantizzazione" della gravità sia uno dei grossi problemi del prossimo futuro. La mia impressione da profano è di assoluta ammirazione per come i fisici riescono a descrivere così tanti aspetti dell'universo attraverso i loro calcoli: nelle equazioni degli scienziati sembra esserci il passato, il presente e il futuro. Pare che i prossimi anni ci riserveranno sorprese e scoperte di grande importanza: chissà se esiste l'equazione che descrive la curiosità.