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domenica 19 novembre 2023

PASTORALE AMERICANA

 


Philip Roth
PASTORALE AMERICANA
Einaudi
Supercoralli, 2013
Brossura, 460 pagine, 14 euro

Si possono ricavare tante emozioni diverse da “Pastorale americana” di Philip Roth e ci sono diversi piani di lettura di un capolavoro del genere. Io però ne sono uscito sgomento per il dramma di Seymour Levov, detto “lo svedese” per il suo aspetto da vichingo, che si vede sfuggire dalle braccia, rapita da una scelta di vita folle, la figlia Merry. Una figlia nata in una famiglia benestante, da genitori bellissimi, in una casa meravigliosa, educata alla liberalità e alla tolleranza (ebreo il padre, cattolica irlandese la madre Dawn), assecondata nelle sue passioni, seguita e curata in ogni modo, di certo amatissima, che a sedici anni però fugge di casa, diventa una terrorista, fa esplodere bombe, uccide quattro persone, si dà alla clandestinità. E non c’è da pensare che Seymour o Dawn la opprimessero imponendole proprie idee politiche reazionarie, da cui potesse derivare tanta follia, anzi, Roth riporta le conversazioni piene di buon senso e buoni sentimenti con cui il pazientissimo svedese cerca di far ragionare Merry, prima che improvvisamente esploda la prima bomba e la ragazzina scompaia. Ma non è solo questo che sgomenta. E’ la ricerca disperata del padre che non si rassegna alla sua fuga, la crede prigioniera, si illude che potendola riabbracciare potrebbe farsi spiegare come sono andate realmente le cose, perché di certo non può essere stata Merry a uccidere quelle persone. Lo strazio di Seymour è totale, e ne sono stato annichilito anch’io. Il dramma manda a monte il matrimonio con Dawn, amici carissimi si scoprono essere infidi, tutto il mondo dorato che lo svedese ha cercato di costruire attorno a se va in fumo come una fotografia della famiglia felice a cui si dà fuoco. “Pastorale americana”, titolo tragicamente ironico che allude a un idillio che è soltanto illusione, è certamente molto più di una tragedia famigliare, però è questo che soprattutto mi ha segnato. Poi, in questa storia lunga trent’anni (dai tempi del liceo dello svedese, campione sportivo noto in tutto il New Jersey, durante la Seconda Guerra Mondiale, fino alla metà degli anni Settanta, ma con un prologo nei Novanta), si raccontano il sogno americano, le paturnie religiose, l’antisemitismo, il razzismo, il boom economico e le rivolte operaie, il conflitto in Vietnam, lo scandalo Watergate, il terrorismo, il comunismo e l’anticomunismo: tutto viene descritto con odio e con amore, sempre impietosamente. Roth, attraverso il racconto fittiziamente fatto dal suo alter ego Nathan Zuckerman (figura ricorrete nei romanzi dello scrittore) salta di continuo fra gli anni e gli avvenimenti, non procede in ordine cronologico, ma tutto ciò che racconta serve a riempire uno spazio in un puzzle che si costruisce a chiazze, a gruppi di tessere. Scritto nel 1997, nel 1997 il romanzo ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa.

domenica 28 maggio 2023

EROI E GRANDI CAPI INDIANI

 

 


Charles Eastman
EROI E GRANDI CAPI INDIANI
Racconti di Nativi Americani 
a cura di Raffaella Milandri 
Mauna Kea Edizioni
2023
148 pagine, 16 euro


È uscita nel marzo 2023 la prima edizione italiana di “Eroi e Grandi Capi Indiani” (Indian Heroes and Great Chieftains, del 1918) di Charles A. Eastman, uno dei maggiori autori nativi americani del secolo scorso. L’opera è curata dalla Mauna Kea Edizioni, che sta portando avanti un grande lavoro di recupero e traduzione di opere della letteratura nativa, con autori come Mourning Dove, Zitkala-Sa, Luther Standing Bear e altri, che finalmente sono pubblicati anche in Italia.
In questa serie di ritratti, arricchita da foto originali, si legge tanto orgoglio e fierezza da parte dell’autore nel presentare l’anima dei Nativi Americani, attraverso i valori che hanno animato questi sakem e le loro gesta. Certo, non tutti sono stati eroi immacolati (basti pensare al personaggio controverso di Hole in the Day), ma la maggioranza di queste figure storiche di nativi americani ebbe vite e comportamenti esemplari, in quella che è stata la drammatica lotta per la sopravvivenza dei popoli pellerossa, da Sitting Bull (Toro Seduto) a Red Cloud (Nuvola Rossa), da Crazy Horse (Cavallo Pazzo) a Chief Joseph (Capo Giuseppe) e altri. I grandi Capi Indiani sono raccontati da un Indiano: Eastman, Dakota egli stesso, ha incontrato diversi di loro in prima persona, o ha raccolto le loro storie da di chi li ha conosciuti. I capi Dakota, Lakota e Cheyenne sono quelli più rappresentati. Questa edizione è tradotta e annotata da Raffaella Milandri, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, esperta studiosa dei Nativi Americani e antropologa - di cui altre volte abbiamo segnalato le opere in questo spazio.

domenica 30 aprile 2023

RE DEL PORNO

 

John Holmes
RE DEL PORNO
Derive Approdi
1999 - brossurato
194  pagine, 24.000 lire

Un libro che si legge d’un fiato come se si stesse ad ascoltare il narratore, lo stesso John Holmes, mentre racconta a voce la propria vita. E proprio come accade quando il racconto è detto piuttosto che scritto, alcune parti sono meglio sviluppate, finanche con una buona capacità affabulatoria, in altre invece gli avvenimenti sono appena accennati, en passant, nel modo tipico della narrazione non strutturata. Del resto John Holmes, Mister 35, King of Porn, il pornodivo  più pagato d’America, sulla breccia per vent’anni consecutivi e con all’attivo oltre 2000 film, non ha scritto materialmente questo libro: l’ha dettato, sul letto di morte, al giornalista Fred E.Basten e alla sua seconda moglie Laurie Rose, meglio nota come pornoattrice sotto il nome di Misty Dawn. Dopo la morte di Holmes, per dieci anni il testo è rimasto nelle mani di Laurie perché la famiglia del marito era contraria alla pubblicazione, infine comunque avvenuta. Chi si aspetti un libro “morboso” resterà deluso. Al contrario, la lettura finisce per essere uno spaccato drammatico e inquietante della società americana, con risvolti addirittura da thriller metropolitano nelle pagine in cui l’autore narra del suo coinvolgimento in una strage avvenuta per un regolamento di conti fra malavitosi trafficanti di droga. La vicenda, che costò all’attore quasi due anni di carcere prima del proscioglimento, e che comunque lo segnò per il resto della vita ossessionandolo dal pensiero di poter essere a sua volta ucciso, segna il punto culminante della discesa agli inferi di un uomo passato da una infanzia povera a una gioventù squattrinata e quindi al successo e alla ricchezza, per poi venire inghiottito dal baratro della tossicodipendenza. John Holmes non nasconde nulla ai suoi lettori, e lo fa con una franchezza che a tratti pare addirittura disarmante. Non cerca sconti, racconta di come spacciasse droga e trafficasse con armi e merce rubata come se fosse la cosa più normale del mondo, che nella sua condizione di allora evidentemente lo era. Il John Holmes giunto alla fine della sua vita, iniziata l’8 agosto del 1944, pare aver preso coscienza del fatto di aver vissuto in ambienti dove l’unico intento era quello di accumulare denaro, scopo per il quale si era disposti a trasformare in merce qualsiasi cosa. Nelle ultime pagine commuovono l’amore di John per la madre e la moglie Laurie, la sua convinzione di essere stato comunque un uomo fortunato solo per il fatto di averle avute accanto, la sua determinazione a non fare niente per prolungare la sua agonia, desiderando solanto di morire, e infine la preoccupazione perché il suo corpo fosse cremato intero, nel timore che qualcuno potesse evirarlo, già cadavere, per mettere in formalina o imbalsamare il pene che lo aveva reso un fenomeno in tutto il mondo. Ma non c’è solo questo: il racconto dell’attore consente anche di seguire l’evoluzione dell’industria del porno, dalle fasi iniziali dei primi anni Sessanta, con il mercato clandestino e la produzione di “loop” di brevissima durata, sempre realizzati con il rischio che la polizia facesse irruzione sui set, fino al mercato dei video che verso la fine degli anni Ottanta cominciarono a soppiantare definitivamente le pellicole cinematografiche. Infine, una considerazione: la (discutibile) postfazione di Roberta Tatafiore mette in dubbio che Holmes sia davvero finito vittima dell’ AIDS, sostenendo che la sua morte fosse dovuta piuttosto ai suoi otto pacchetti di sigarette il giorno, all’abuso di droghe e di alcool. Holmes era già un uomo morto prima che AIDS se lo portasse via. Dal di fuori, si può solo notare che l’una cosa non escluda l’altra e che ci possano essere state delle concause.


 

sabato 1 aprile 2023

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

 

 


 

Raymond Carver

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

Minimum Fax

Prima edizione marzo 1998

Collana Sotterranei

Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante

brossurato - 290 pagine -  lire 28.000

 

Che Raymond Carver fosse un autore che scriveva poesie come fossero racconti e racconti come fossero poesie è perfettamente dimostrato da questo prezioso libro antologico in cui racconti e poesie vengono messi a confronto, con il corredo peraltro di brevi saggi dello stessi autore su sé stesso e sulla propria arte. Direi che questo libro è il punto d'accesso ideale al mondo di Carver, la summa perfetta della sua poetica. Carver è straordinario sempre, e quando fa il saggista autobiografico forse ancora di più, probabilmente perché la sua vita è una di quelle vite degne di essere raccontate, e la sua esperienza umana, passata attraverso tante prove e tante miserie, è straordinaria alla luce della sua capacità di raccontarla attraverso le sue opere. Gran parte del volume contiene poesie. Il testo a fronte permette di vedere come il linguaggio di Ray fosse semplice, essenziale, discorsivo, eppure straordinariamente poetico, di certo straordinariamente efficace. "Bevendo e guidando", la composizione con cui si apre la sezione di poesia, si chiude con un verso fantastico che dà l'idea di una vita qualunque, quella che Carver vuole esprimere attraverso tutta la sua opera, vissuta sempre nell'attesa di un non so che che venga a portare un po' di novità: "Any minute now, something will happen": tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa. Bellissime anche "Ti muore il cane" e "Fotografia di mio padre a ventidue anni", ma anche molte altre. Alcune, in verità, un po' difficili da interpretare, per i riferimenti a fatti, luoghi e persone che non conosco, ma sempre comunque musicali e suggestive. Belli anche i racconti, essenziali e minimalisti.

lunedì 31 ottobre 2022

PUEBLO!

 

 


Moreno Burattini
Bane Kerac
PUEBLO!
Veseli Cetvrtak
cartonato, 2021
330 pagine

La Collana Zenith Gigante, che propone in Italia le storie inedite di Zagor, pubblicò nei primi mesi del 2019, sui numeri dal 693 al 696, una lunga avventura di 314 tavole da me sceneggiata per i disegni del serbo Bane Kerac. Si tratta di una storia alquanto insolita, sia per l'ambientazione (la regione della Monument Valley, decisamente lontana da Darkwood), sia per l'antagonista chiamata a dare del filo da torcere allo Spirito con la Scure (una donna, esperta di greco antico), sia per il fatto di tirare in ballo la figura di Ipazia (filosofa del IV secolo dopo Cristo). A distanza di due anni dall'uscita nelle edicole italiane, la Casa editrice serba che pubblica a Belgrado le avventure dell'eroe nolittiano ha dato alle stampe un volue cartonato di grande formato che raccoglie tutta la vicenda in un unico tomo, con una copertina inedita di Kerac. Naturalmente, al di là della bontà del racconto (sulla cui sceneggiatura non sta a me pronunciarmi ma che, e qui mi pronuncio, è stato magistralmente illustrato), la Veseli Cetvrtak ha voluto rendere un doveroso omaggio al disegnatore, autentica star del fumetto balcanico. Il volume è corredato da una postfazione di Vasa Pavkovic, arricchito da studi e matite preeparatorie di Kerac, e iniza con una introduzione del sottoscritto, che ricopio qui di seguito.
 

IL PUEBLO MISTERIOSO
Introduzione di Moreno Burattini

Ho incontrato per la prima volta Bane Kerac nella città di Kraguievac, in Serbia, nel luglio del 2011. In quella località viene allestita ogni estate una manifestazione fumettistica e in quell’anno io ero stato invitato per festeggiare anche alle falde dei Balcani il cinquantennale dello Spirito con la Scure. Bane, uno fra i più conosciuti e amati artisti serbi, attivo da decenni sia nella sua terra che all’estero, mi parlò della grande popolarità di gode il Re di Darkwood in tutti i Paesi della ex-Yugoslavia e mi spiegò che gli sarebbe piaciuto disegnare una storia di Zagor da pubblicare, in tiratura limitata, soltanto in Serbia, per i suoi ammiratori che da tempo gli chiedevano di cimentarsi con l’eroe di Nolitta & Ferri. Mi mostrò, fra le altre cose, le sue tavole di Tarzan, più alcuni lavori western: ne rimasi molto colpito, al punto da desiderare di fargli fare una storia zagoriana non soltanto per i serbi ma proprio per la serie italiana. Promisi che ne avrei parlato con Sergio Bonelli. Però poi, come si sa, nel settembre di quell’anno Sergio partì per un lungo viaggio, lasciandoci soli.

La seconda volta che ho visto Kerac mi trovavo, invece, in Croazia. Per la precisione, nella località balneare di Makarska, vicino a Spalato, nel maggio del 2012, sempre impegnato per una kermesse dedicata agli eroi di carta. Il rivederlo è servito a concretizzare la proposta: poiché in Italia stava prendendo forma l’idea di una nuova collana di storie autoconclusive tutte a colori, il Color Zagor, era appunto una di queste che Bane avrebbe potuto illustrare, se le sue prove fossero andate bene. Non avevo dubbi che sarebbero state perfette, avendo avuto modo, nel frattempo, di vedere quel che Kerac aveva disegnato nella sua carriera ed essermi convinto del suo grande talento. La Casa editrice si è detta d'accordo con me e, di lì a pochi mesi, gli ho spedito le prime tavole di sceneggiatura.

In seguito siamo stati entrambi ospiti in tre altre manifestazioni in cui sono state mostrate in anteprima le sue tavole zagoriane: a Herceg Novi in Montenegro nel 2014; a Riminicomix nel 2015, dove è avvenuto il suo primo, festoso incontro con i fan di Zagor italiani; in Sardegna per il rendez-vous degli Amici di Zagor, nel 2019. In più, c’é una cosa che, come abbiamo scoperto, ci univa, oltre alla passione zagoriana: la data di nascita. Tutti e due, io e lui, siamo nati il 7 settembre (lui esattamente dieci anni prima di me, nel 1952).

Lavorare con Kerac è sempre stato molto piacevole e gratificante. Bane si è costantemente mostrato disponibilissimo nell’accettare i miei suggerimenti e nel correggere qua e là qualche vignetta ma allo stesso tempo, da esperto narratore qual è, ha migliorato in alcuni passaggi il mio racconto, aggiungendo trovate delle sue sul modo di far combattere il Re di Darkwood.

Il nostro primo lavoro insieme è stato il Color Zagir “Il passato di Guitar Jim” (2015). Leggendo questa storia del Color si scopre chi  ha insegnato a Jim a suonare la chitarra, chi a sparare, perché la prima volta abbia ideato il nascondiglio della pistola nella cassa armonica del suo strumento, come mai un bravo ragazzo dalla faccia pulita come Jim sia diventato un rapinatore ricercato dalla legge. La seconda collaborazione è quella riguardante il racconto pubblicato in questo volume, “Il pueblo misterioso”, uscito in edicola, in Italia, nel 2019. Ha fatto seguito, nel 2020, un altro Color, “La missione di Drunky Duck”. Attualmente è in corso di realizzazione una quarta storia.

Riguardo la lunga avventura (3124 tavole) che vi apprestate a leggere, c’è da dire innanzitutto che si tratta di una storia ambientata nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Che ci fa lo Spirito con la Scure così lontano da casa? Chi abbia letto i tre Maxi Zagor pubblicati in Italia nel corso del 2018, sa che lo Spirito con la Scure e il fido Cico hanno compiuto un viaggio fino alla costa del Pacifico, dove hanno vissuto un trittico di avventure che li ha portati a incontrare vecchi amici e a scontrarsi con antichi nemici. Lungo la strada del ritorno, eccoli dunque attraversare la Monument Valley.
Dopo la pubblicazione del Color dedicato a "Guitar" Jim, da lui illustrato, chiesi a Bane Kerac che scenario o argomento avrebbe preferito per una successiva storia. Bane disse: "basta che ci sia un pueblo”. Temo però di aver giocato un tiro mancino al nostro Kerac, giacché per assecondarlo sul pueblo gli ho chiesto di assecondarmi nel tirare in ballo anche la Biblioteca di Alessandria e la matematica e astronoma Ipazia, esponente della filosofia neoplatonica, nata tra il 350 e il 370 dopo Cristo e morta nel marzo del 415, uccisa durante un tumulto di cristiani nemici della cultura "pagana" che lei rappresentava. Fu una donna illuminata che riuscì a ottenere rispetto e ammirazione in un contesto che certo non prevedeva "quote rose" e la si può indubbiamente considerare una martire del libero pensiero. Nel 2009 il regista Alejandro Amenábar ha girato il film "Agora" in cui Ipazia è interpretata da  Rachel Weisz. Questa pellicola mi ha fatto scaturire l'idea da cui poi è nata la storia illustrata da Bane Kerac. Secondo me, Bane se l'è cavata egregiamente anche nella realizzazione delle scene ambientante nel V secolo ad Alessandria d’Egitto. 


La vicenda è sostanzialmente western, ma contaminata da spunti mysteriosi (alla Marin Mystère, cioè) , dato che ruota attorno a una scoperta archeologica legata al viaggio di antichi navigatori che nel V secolo dopo Cristo avrebbero nascosto in America un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria. Numerosi sono i riferimenti alla filosofa greco-alessandrina Ipazia, ispiratrice del viaggio tra cui l'annotazione del perfezionamento dell'astrolabio (ideato da Ipparco di Nicea seicento anni prima) da parte appunto di Ipazia e di suo padre Teone, valente matematico. Il nome del pueblo al centro del racconto, Teon, parrebbe (questa l'ipotesi di Julia Schulz e di Angus McFly, due studiosi dell'università di Harvard) derivare proprio da quest'ultimo.
Qualche parola invece sulla  controversa figura di Julia Schulz, studiosa dell'Università di Harvard, artefice di un piano criminale e responsabile della strage dei componenti della spedizione archeologica di cui faceva parte. C'è stato persino un recensore che l'ha ritenuta dalla parte della ragione, mossa da principi condivisibili, e dunque non riusciva a considerarla una "cattiva". In effetti alla base delle azioni di miss Schulz c'è il senso di rivalsa di una donna che sente di non poter avere, proprio per la differenza di genere, le stesse possibilità di carriera dei colleghi uomini, si sente emarginata o poco tenuta in considerazione, nonostante la sua preparazione e suoi meriti, in un ambiente quasi del tutto maschile. Proprio per questo crede di poter ottenere i riconoscimenti desiderati facendo del tutto propria l'incredibile scoperta dello staff del professor Stone, di cui entra a far parte. La scoperta in questione consiste in un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria giunto in modo fortunoso, nell'antichità (nel V secolo dopo Cristo), sul continente americano.
Per quanto la battaglia per i pari diritti delle donne (cominciata da Olympe De Gouges durante la Rivoluzione Francese, e approdata negli Stati uniti negli anni Quaranta del XIX secolo, dunque in epoca zagoriana, con Elizabeth Cady Stanton) sia sacrosanta, Julia Schulz però la conduce per il proprio personale tornaconto e non facendosi scrupolo di uccidere. Inevitabilmente deve considerarsi una "cattiva". Peraltro, a giudicare dai commenti letti, una "cattiva" che ha particolarmente colpito i lettori, per merito anche della efficace caratterizzazione di Bane Kerac.


Il rischio, su cui ho riflettuto a lungo mentre pensavo e scrivevo la storia, era quello di sembrare sessista senza volerlo essere. Cioè, mi dicevo, non parrà mica che raccontano di una criminale "femminista" (anche se sono l'ambizione e il desiderio di successo a muoverla,  più che le istanze ideologiche) possa essere accusato di dipingere come "cattive" le donne che rivendicano le stesse opportunità degli uomini?
La soluzione a questo dubbio mi è parsa evidente allorché ho contrapposto a Julia un'altra, potente, figura femminile: la filosofa Ipazia. Ipazia è il contraltare di miss Schulz. Della filosofa abbiamo parlato nei precedenti articoli dedicati su questo blog alle scorse puntate della storia, e il personaggio compare in varie scene ambientate ad Alessandria d'Egitto, là dove Ipazia visse tra il 350 e il 415 dopo Cristo (a cui è stato dedicato il bel film "Agora"). Il confronto con la positiva Ipazia dimostra la negatività di Julia Schulz: la studiosa greco-alessandrina si può davvero considerare una paladina dell' emancipazione femminile, avendo dimostrato come una donna possa  dimostrarsi valente al pari e di più degli uomini; Julia cerca invece la sua emancipazione comportandosi da uomo, cioè con l'arroganza e la violenza. Dal confronto fra queste due figure femminili scaturisce la "morale" della storia, se una morale proprio ci deve essere.




 

domenica 9 ottobre 2022

COWBOY!

 

 

 


Don Ward
COWBOY!
Saggistica – Editoriale Cepim
Collana America
Prima edizione 1974
cartonato – 160  pagine -  lire 5.000


Che bella collana, la Collana America! Sergio Bonelli la varò agli inizi degli anni Settanta, deciso ad affiancare libri di saggistica storica alle testate a fumetti prodotte dalla sua Casa editrice, che all’epoca si chiamava Cepim (in una delle varie incarnazioni). Essendo queste testate dedicate all’avventura western, i volumi pubblicati intendevano approfondire, appunto, le tematiche della storia del West, inquadrando in un contesto reale e documentato ciò che si andava raccontando nei fumetti, come a voler fornire ai lettori di Tex, di Zagor o del Piccolo Ranger un adeguato sopporto bibliografico, e forse anche a voler in qualche modo nobilitare il proprio catalogo, forse ancora sensibile al datato pregiudizio, da cui intendeva affrancarsi, secondo il quale i fumetti significavano sottocultura o addirittura erano dannosi per la gioventù. Qualunque fossero i motivi che spinsero la Cepim a realizzare le poche decine di volumi della Collana America, il risultato fu eccezionale per qualità di grafica, rilegatura, ricchezza iconografica e interesse dei testi, la maggior parte dei quali trattava argomenti interessantissimi e poco o punto affrontati dalla saggistica precedentemente pubblicata in Italia. Questo “Cowboy!”, secondo volume della serie dopo “Gli indiani della prateria”, ne è un esempio paradigmatico. Decio Canzio curò da par suo una gradevolissima edizione italiana di un testo americano corredato da foto e illustrazioni rare che ricostruiscono, in maniera divulgativa ma non superficiale, la storia dei cowboy americani, protagonisti di mille film e fumetti ma oggetto più di mito che di effettiva conoscenza da parte dei fruitori delle pellicole e degli albi. Oltre a esaminare come le mandrie cominciarono a essere allevate negli Stati Uniti dopo essere state portate in America dai primi colonizzatori spagnoli e solo successivamente portate oltre il Rio Grande, Don Ward, autore dei testi, presenta la vita quotidiana dei cowboy e le tante difficoltà del loro mestiere irto di incognite e di rischi. Il tutto, molto piacevole da leggere e da guardare: quasi come un fumetto, appunto.

domenica 28 agosto 2022

JOYLAND

 
 
 

 
Stephen King
JOYLAND
Sperling & Kupfer
2013, cartonato
360 pagine, 19.90 euro

E' un romanzo di Stephen King, ma non "alla" Stephen King. Chi si aspetta di aver paura, o di leggerlo con l'angoscia, resterà deluso. C'è un solo morto ammazzato narrato in diretta, e non fa neppure troppa impressione. Poi ci sono alcuni delitti avvenuti in passato, ma di cui il protagonista sente solo raccontare. C'è un fantasma (anzi, due), ma non si spaventa nessuno. Per il resto, è una storia d'amore, di amicizia e di buoni sentimenti. Un po' come il racconto-capolavoro "Il corpo", in "Stand by me". Diciamo che il filone è quello. Giovane, come i ragazzi di quella vicenda, anche se un po' meno, è il ventenne Devin Jones che, per pagarsi gli studi, decide di lavorare l'estate del 1973 in un parco giochi della Carolina del Nord, "Joyland", appunto. E mentre è lì a far divertire la gente vestendo il costume della mascotte locale, un cane di nome Howie, la sua fidanzatina lontana lo lascia, senza che lui sia mai riuscito nemmeno a farci l'amore. Il lavoro diventa il suo modo di dimenticare, e a "Joyland" stringe rapporti stretti con alcuni suoi coetanei e con i veterani del parco, riuscendo a farsi benvolere da una zingara che predice il futuro e dal vecchio proprietario. Però si dice che nel Tunnel del'Orrore aleggi il fantasma di una ragazza che lì fu uccisa, Linda Gray, non si sa da chi, molti anni prima. Per gioco, più che per altro, Devin e i suoi amici Erin e Tom decidono di indagare. Il fantasma in effetti c'è (anche se lo vede, per un breve istante, soltanto Tom), ma è un'anima in pena che chiede di essere aiutata a uscire, non intende far del male a nessuno. Ad aiutarla provvede Mike, un bambino ammalato di distrofia muscolare, accudito da una ragazza-madre di dieci anni più anziana di Devin, di cui Devin però si innamora. E a far del male è invece intenzionato l'assassino di Linda Gray, uno che lavora nel parco e non vede di buon occhio le indagini sul delitto. Grande scrittura, storia che che prende e che convince, thriller moderato quasi senza sangue, commozione nel finale. Non si tratta di un romanzo epocale che toglie il sonno la notte, ma di una piacevole compagnia che sono lieto di aver avuto.


sabato 9 luglio 2022

LA NOTTE DEL DRIVE-IN

 
 

 
 
Joe R. Lansdale
LA NOTTE DEL DRIVE-IN
Einaudi
Brossurato, 2004
346 pagine, 11 euro


L’edizione Einaudi nella collana Stile Libero – Noir propone al lettore, in realtà, non uno, ma due romanzi di Joe Lansdale (1951), di cui il secondo è il sequel del primo. Troviamo infatti raccolti insieme “Il drive-in” (1988) e “Il drive-in 2” (1989). Esiste anche un ulteriore seguito, “Il drive-3”, del 2005, ma non è contenuto in questo volume. Il sottotitolo del primo episodio, “(un film di serie B con sangue e popcorn, made in Texas)”, definisce benissimo di che cosa si tratti. Un’altra definizione, più generica ma funzionale è quella che individua il genere di appartenenza (anche se si tratta di un genere indefinibile se non attraverso degli esempi pratici: “Il drive-in”, appunto, un esempio pratico lo è): splatterpunk. Non è semplice horror, ma qualcosa di più visionario, oltre i limiti. Non sono previste spiegazioni razionali, capitano cose che la scrittura folgorante di Lansdale descrive così efficacemente da non far chiedere al lettore che l’autore spieghi alcunché oltre a quello che racconta. Scrittura grondante sangue, ma anche colma di ironia, come appunto i trash-movies proiettati sui maxi schermi del drive-in “Orbit”, dove si susseguono ammazzamenti splatter ma è tutto così surreale da far venir da ridere. Ci sono più piani di lettura, ovviamente: quello superficiale, da fantascienza orrorifica (“The drive-in” in Italia è stato pubblicato per la prima volta su “Urania”); quello dell’omaggio a un tipo di film e di cinema; quello che descrive una certa società americana e texana in particolare; quello che gioca con la visionarietà di accadimenti folli dimostrando come la scrittura sia capace di tutto; quello che denuncia la manipolazione delle menti operata dalla TV e dalla religione (il personaggio di Popalong la personifica); quello che strizza l’occhio al mondo nerd; quello che cita altra letteratura (a me viene in mente un paragone con “Il signore delle mosche” di William Golding, con la progressiva follia che trasforma in assassini sanguinari i membri di una comunità priva di collegamenti con il resto del mondo). Tutto comincia con un fenomeno inspiegabile che imprigiona l’area di un gigantesco drive-in, l’ “Orbit” affollato da migliaia di spettatori in una sorta di oscurità acida e corrosiva: chi tenta di uscire si dissolve, liquefacendosi. Gli intrappolati inizialmente sperano che qualcuno giunga a soccorrerli, poi, finiti i viveri, cominciano a mangiarsi fra di loro. Strani fulmini e fenomeni elettrici complicano la situazione creando un sedicente “Re del Popcorn”. A un certo punto, il fenomeno finisce improvvisamente così come è cominciato e i superstiti fuggono dal drive-in: ma il mondo fuori non è più il loro. Ci sono i dinosauri e una misteriosa foresta circonda l’unica strada che sembra rimasta. Il secondo romanzo racconta proprio le avventure di tre sopravvissuti, che si imbattono in altri scampati come loro dando vita a comunità allucinate e allucinanti, mentre di notte strani serpenti fatti di pellicole di film danno la caccia a chi incautamente passi loro a tiro. Tutto assolutamente folle, ma che divertimento!

mercoledì 29 giugno 2022

CONTRO I LUOGHI COMUNI




Mark Twain
CONTRO I LUOGHI COMUNI
Feltrinelli
brossurato, 2018
240 pagine, 9.50 euro

"Racconti cattivi, grotteschi, irriverenti", recita il sottotitolo. In effetti così sono la trentina di scritti tratti dalla produzione giudicata"minore" di Mark Twain, radunati in questa antologia: cattivi, grotteschi e irriverenti. La cosa di certo non meraviglia chi abbia letto con attenzione anche la produzione giudicata "maggiore" di Samuel Longhorne Clemens (questo il vero nome dello scrittore), quella delle opere più note che hanno contribuito a indicare la strada verso una originale letteratura americana. Non esistono due Mark Twain, uno edificate e uno iconoclasta: anche Huckleberry Finn e Tom Sawyer sono irriverenti e pungenti verso i codici morali e le convenzioni di una società bigotta. Ma, certamente, la verve satirica di Twain (che fu anche un conferenziere di grande successo per le risate che sapeva suscitare nell'uditorio) risulta particolarmente caustica in questi brevi pezzi pubblicati per lo più su giornali e riviste tra il 1863 e il 1895. La graffante ironia dell'autore si scaglia contro il perbenismo, il moralismo, l'ipocrisia, il razzismo della società americana (ma la denuncia che ne risulta ha valore universale). Esilaranti i racconti in cui si smonta la letteratura edificante per ragazzi tesa a dimostrare che i bambini bravi diventeranno uomini baciati dalla fortuna e quelli discoli e monelli finiranno in prigione: Mark Twain testimonia come nella realtà accada l’esatto contrario: i cattivi hanno successo e i buoni falliscono miseramente. Ugualmente si ride quando lo scrittore si immagina il seguito di certe favole raccontate ai bambini, come quella del veterinario che cura la zampa di un cane randagio e il giorno dopo lo vede ritornare con un altro cane ugualmente ferito che evidentemente vuol essere curato: i cani, nel racconto di Mark Twain, raddoppiano giorno dopo giorno fino a radunarsi in un esercito. Bellissimo “Il diario di Adamo” (peccato sia pubblicato solo in parte). L’ironia si fa amara nella narrazione di un immigrato cinese negli Stati Uniti, partito considerando l’America il Paese della giustizia e della libertà e finito per doversi tragicamente disilludere. Pezzi assolutamente comici si alternano a scritti di denuncia. A corredo dell’antologia un brillante saggio di Mario Maffi, che cita una frase dello scrittore americano: “Nulla può resistere all’assalto di una risata”.

domenica 16 gennaio 2022

DESPERATION

 

 
 
 
Stephen King
DESPERATION
Sperling & Kupfer
Prima edizione 1997
Traduzione di Tullio Dobner
cartonato - 610  pagine -  lire 33.900

Sono pochi gli scrittori che riescono a tenere avvinghiati i propri lettori per 610 pagine. Uno è senza dubbio Stephen King che, peraltro, con "It", ci ha tenuti in pugno per più di mille. Dunque, seicento sono bruscolini. Desperation è il nome di una località mineraria nel deserto del Nevada, lungo la Highway 50, ma il titolo allude anche al senso di angoscia cupa e claustrofobica che assale il lettore intento a seguire il dramma di una decina di personaggi assediati da uno spirito del male chiamato Tak. Tutto comincia allorché, separatamente, alcuni automobilisti di passaggio vengono fermati nel deserto da un gigantesco poliziotto, che li rinchiude in prigione dopo aver dato chiari sintomi di squilibrio. Una coppia di coniugi, una famiglia con bambini, un famoso scrittore in motocicletta, il suo assistente con una autostoppista: personaggi diversissimi, ben caratterizzati da King nelle loro paure e nei loro desideri, nell0indole e negli atteggiamenti. Il poliziotto uccide a sangue freddo due dei suoi prigionieri, ma in realtà ha fatto fuori l'intera città. Desperation è deserta, vi sono solo cadaveri. In più, ragni, serpenti, scorpioni, coyote e avvoltoi. Gli animali, come il poliziotto, sono posseduti da un demone alieno, emerso dalle viscere della terra dopo che i minatori di China Pit lo hanno liberato per caso. Il gruppo di prigionieri, apparentemente senza speranza, sembrano condannati a fare da deposito di corpi a Tak, il demone, che consuma gli involucri umani e che, dopo il poliziotto, si impossessa di Ellen Curver, madre del giovane David, adolescente in crisi mistica. Ed è proprio David la chiave di volta della storia, perché, come si scopre via via, non è un caso che proprio lui sia fra i prigionieri. C'è stato inviato da una forza del bene (seppure un bene che trascende il punto di vista umano) che si oppone a Tak. La storia è veramente disperante per il senso di sconforto che comunica. Claustrofobica, repellente nelle visioni di cadaveri, di insetti, di morte, attenaglia e costringe comunque a proseguire nella lettura. Il finale è sorprendente e ben congegnato.  C'è da notare come, in contemporanea con "Desperation", King abbia fatto uscire "I vendicatori", romanzo gemello scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman (le due copertine della prima edizione, accostate, formano una unica illustrazione), in cui si racconta una storia simile, con personaggi dagli stessi nomi, ma che alla fine risulta del tutto diversa. La tesi che si vuole dimostrare è che, appunto, due scrittori diversi, alle prese con lo stesso spunto, lo trasformano in opere lontanissime.


martedì 7 dicembre 2021

NATIVI AMERICANI

 

 

 

Raffaella Milandri
NATIVI AMERICANI
Guida alle Tribù e Riserve degli Stati Uniti
Mauna Kea
2021, brossurato
416 pagine, 18 euro


Attenzione a non scambiare questo libro per una guida turistica. E' una guida per viaggiatori. "Indispensabile per chi vuole informarsi, studiare o organizzare un viaggio tra i nativi americani", recita una scritta in quarta di copertina. Quindi è un vademecum per chi voglia compiere un viaggio informato e consapevole della complessità delle culture e delle realtà delle tribà degli Indiani d'America. Raffaella Milandri, attivista della causa dei nativi americani, adottata da una tribù Crow, esperta conoscitrice della materia, introduce il lettore al concetto di "riserva" e ne illustra le principali problematiche e tipologie, tracciando un quadro storico ma soffermandosi sulla realtà attuale, anche dal punto di vista politico-amministrativo-legislativo, di cui offre una panoramica aggiornata. Poi, esamina la situazione stato per stato, fornendo indirizzi e link utili per organizzare una visita. Non come turisti, ma come viaggiatori. 
i un altro libro, meno manualistico e più avventuroso, un vero e proprio diario di viaggio, scrutto da Raffaella Milandri, ci eravamo già occupati in questo spazio: si tratta di "In Alaska". Trovate la recensione seguendo il link qui sotto:
 
 

venerdì 19 novembre 2021

LA CONQUISTA DEL WEST

 
 
 


 
Jacques Chastenet
LA CONQUISTA DEL WEST
Odoya
brossurato, 2016
272 pagine, 18 euro


Il saggio originale di Chastenet, "En avant vers l'Ouest" è del 1967, e viene riproposto dunque da Odoya come un classico sempreverde. Del resto, l'approccio storico alla materia è moderno, in quanto critico verso gli aspetti più deleteri della colonizzazione del Nord America (di questo, sostanzialmente, si parla, anche della conquista dell'Est), quelli dello sterminio dei nativi e dell'usurpazione delle lotro terre, contrapposti però anche alle istanze di progresso e alla ricerca incessante di un futuro migliore da parte di milioni di immigrati. Senza enfasi, senza retorica, senza trarre bilanci ideologici o politici, Chastenet racconta (in sintesi, ma con efficacia) i fatti salienti e i protaginisti di quattrocento anni di avanzata degli europei dalla costa atlantica a quella pacifica. La prima data citata è quella del 1497, con lo sbarco di Caboto sull'isola di Terranova, fino ad arrivare al 1896 con l'elezione alla Casa Bianca di William McKinley. Dalla fondazione delle prime tredici colonie inglesi, passando per l'acquisizione della Louisiana, le esplorazioni, l'annessione del Nuovo Messico e della California,l'epopea dei Mormoni, la febbre dell'oro, le guerre indiane, la schiavitù, l'epopea delle carovane e dei cowboy... tutto viene raccontato in modo agile, fornendo un buon quadro d'insieme. Poi, chi vuole, approfondirà. Tra le tante storie narrate, mi ha colpito (come sempre accade, quando qualcuno la racconta) quella di Sacajaewa, la shoshone che fece da interprete a Lewis e Clark durante il loro viaggio lungo il Missouri e oltre, fino alla costa pacifica. Una donna coraggiosa, forte, in grado da fare da guida alla spedizione portadosi appresso un bambino appena nato, giustamente ammirata dai bianchi con cui viaggiava. Il simbolo, secondo me, di una collaborazione che avrebbe potuto unire (ma così non fu) uomini di ogni etnia.

venerdì 3 settembre 2021

LADRI DI TEMPO




Dean R. Koontz
LADRI DI TEMPO
Urania (Mondadori)
1973, brossurato
150 pagine, 350 lire


Dopo aver letto nel 1985, su un numero speciale di “Urania”, il terrificante romanzo “Phantoms!", pubblicato negli USA nel 1983, mi sono ripromesso di tenere sempre d’occhio il suo autore, Dean R. Koontz, che mi parve subito un fuoriclasse. Così è stato, al punto che nei miei scaffali i libri del prolificissimo Koontz contendono il posto a quelli di Stephen King, un altro che ne sforna in continuazione, e al quale può essere accostato, premesso che King resta comunque il numero uno. “Phantoms!” ha dei punti in comune con il kinghiano “It”, scritto tre anni dopo. Ci sono somiglianze anche nelle biografie dei due autori, entrambi del Nord-Est americano, con alle spalle adolescenze difficili e problemi economici, entrambi con al fianco una grande moglie. Nel caso di Koontz, lei si chiama Gerda: il marito a un certo punto le propone un patto, quello di mantenerlo per cinque anni mentre lui, abbandonato l’insegnamento in una High School, prova a sfondare come scrittore. Se non ci fosse riuscito, avrebbe rinunciato al suo sogno, appunto quello di vivere scrivendo. Gerda accetta, e il sogno di Dean si avvera (al punto che lei ha finito per farle da agente e amministratrice). Il primo romanzo di Koontz (che ha usato anche parecchi pseudonimi), è il fantascientifico “Jumbo-10, il rinnegato”, datato 1968, pubblicato in Italia nel 1969, su “Urania”: dopo secoli di guerra interplanetaria tra i Romaghin e i Setussi, un “uomo tank” si ribella e si schiera dalla parte dei Muties, i mostri reietti senza patria. Date queste premesse, quando ho visto su una bancarella una copia di un altro “Urania”, il n° 620 del giugno 1973, “Ladri di tempo”, scritto sempre da Koontz, me ne sono subito impadronito, nonostante le cattive condizioni. Fruttero & Lucentini, i due curatori dell’epoca, avevano selezionato un romanzo del 1972, “Time Thieves”, che occupa però solo le prime ottanta pagine del libro (le successive settanta ospitano rubriche e un racconto di un altro autore, “Musica nello spazio”, del veterano Stephen Tall). Quindi si tratta di un romanzo breve, a meno che “Urania (cosa, purtroppo, possibilissima) non abbia effettuato dei tagli. “Ladro di tempo” ha comunque la struttura essenziale di un telefilm, di quelli della serie “Ai confini della realtà”, a cui senza dubbio si ispira. Solo due personaggi (almeno quelli umani), Pete Mullion e la moglie Della, e un mistero destinato a risolversi attraverso un percorso da brividi ma senza contorsioni. Il protagonista si ritrova nel garage di casa, a bordo della propria auto con il motore acceso, e si rende conto di non ricordare cosa gli è accaduto, non ha memoria della strada fatta per rientrare né da dove venisse. Quando la moglie lo vede, trasecola: Pete era scomparso da dodici giorni! Sottoposto a visite mediche, il marito risulta perfettamente sano. Lo si ritiene vittima fu amnesia, resta il mistero di dove sia stato, dove abbia dormito e mangiato. Mistero che si infittisce quando Pete si accorge di essere seguito da personaggi apparentemente umani ma che poi si rivelano robot e di aver acquisito la facoltà di leggere nella mente degli altri e poter loro trasmettere i propri pensieri. Spoiler: dietro tutti ci sono degli extraterrestri, di cui Pete ha scoperto lo sbarco sul nostro pianeta e che per cancellare dalla sua mente il ricordo dell’incontro ravvicinato hanno manipolato la sua mente. Il finale è aperto perché i nuovi poteri di cui Mullion si scopre dotato possono essere trasferiti ad altri uomini cambiando la storia dell’umanità. Vista la brevità e la, tutto sommato, essenzialità della trama, ma anche la semplicistica raffigurazione degli alieni (appunto da fantascienza da B-Movie o da telefilm anni Cinquanta e Sessanta), un romanzo davvero minore di Koontz.