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sabato 26 ottobre 2024

I RAGAZZI DEL MASSACRO

 



Giorgio Scerbanenco
I RAGAZZI DEL MASSACRO
Garzanti
2014, brossurato
240 pagine, 8.90 euro


Con “I ragazzi del massacro”, datato 1968, le indagine di Duca Lamberti giungono alla terza puntata, dopo “Venere privata” e “Traditori di tutti”, entrambi pubblicati nel 1966. In tutto, i romanzi sarebbero stati quattro. L’ultimo, uscito nel 1969, “I milanesi ammazzano al sabato” avrebbe interrotto la serie per la morte dell’autore, Giorgio Scerbanenco, nato da Kiev da padre ucraino e madre italiana (1911-1969). Di lui e del suo talento ci siamo già occupati in questo stesso spazio: potete leggere le recensioni ai primi due romanzi citati poco sopra, cliccando sui titoli evidenziati dal colore.
Non starò dunque a ripetere quando Scerbanenco sia uno scrittore straordinario, né quanto risulti interessante la sua stessa biografia, né come ci sia da rimpiangerne la prematura scomparsa (che tuttavia non gli ha impedito di essere un autore prolifico nei generi più disparati). 
“I ragazzi del massacro” ha comunque delle peculiarità che lo rendono particolarmente interessante arricchendo gli elementi, come l’ambientazione milanese e il corredo di comprimari ricorrenti (Livia Ussaro, il commissario Carrua, l’agente Mascaranti, la sorella Lorenza). A proposito di questi, Scerbanenco continua a dimostrarsi impietoso verso il suo personaggio: al dramma di Livia rimasta sfigurata proprio per colpa di Duca che l’ha esposta (lei consenziente) a un grave rischio, sia aggiunge la grave malattia della nipotina Sara. C’è, insomma, l’intento di collegare fra loro i romanzi di Duca Lamberti in una sorta di continuity e di sottoporre il protagonista a ripetuti stress emotivi, cominciati con la radiazione dall’albo dei medici per una eutanasia che gli costa tre anni di reclusione. Per Lamberti la vita non è certo una passeggiata, anche se l’amico Carrua lo fa entrare il polizia, dopo averlo visto all’opea come collaboratore esterno nei primi due casi. Questa volta il caso riguarda una violenza di gruppo e l’efferata uccisione di una giovane insegnate di una scuola serale, Matilde Crescenzaghi, da parte dei suoi stessi allievi, ragazzi tra gli undici e i vent’anni, che hanno agito in branco ma che, interrogati singolarmente, si dichiarano tutti estranei, semplici spettatori alla violenza degli altri. Eppure c’è chi li ha aizzati, chi ha introdotto nell’aula dell’alcool e della droga. Uno dei ragazzi, o qualcuno venuto da fuori? Duca Lamberti indaga scavando nella personalità di ognuno, scoprendo percorsi diversi anche se tutti segnati dal riformatorio, dal disagio famigliare, dallo squallore della vita nel sottobosco malavitoso e dalle frequentazioni equivoche. C’è anche chi ha tentato di fare qualcosa per recuperarli, ma ci sono anche famiglie che hanno abbandonato i figli al loro destino. Scerbanenco affronta tematiche come l’emarginazione, l’omosessualità, la prostituzione, la tossicodipendenza, la violenza minorile, il carcere e lo fa senza timore di sporcarsi le mani, con i consueti metodi spicci ma anche con la disponibilità a comprendere sentimenti ed emozioni, dimostrando una umanità e un talento da psicologo paragonabili a quelli di Maigret. Troppo ardito paragonare Scerbanenco a Simenon? Chissà. 
Dal romanzo "I ragazzi del massacro", il regista Fernando Di Leo trasse nel 1969 un film dal titolo omonimo, con Pier Paolo Capponi nel ruolo di Duca Lamberti.

domenica 15 settembre 2024

TRADITORI DI TUTTI



 
Giorgio Scerbanenco
TRADITORI DI TUTTI
Garzanti
2014, brossurato
230 pagine, 8.90 euro

Di Giorgio Scerbanenco (1911-1969) e del suo Duca Lamberti (protagonista di quattro romanzi pubblicati tra il 1966 e il 1969) abbiamo già parlato quando ci siamo occupati di “Venere privata”, il primo titolo della serie. Per leggerne la recensione e quanto serve per inquadrare l’autore e il personaggio, basta cliccare qui.
“Traditori di tutti” è la seconda indagine di Duca Lamberti, uscita (come la precedente) nel 1966. Conviene, prima di approfondire alcuni aspetti, aggiustare un poco il tiro riguardo a quando ho scritto introducendo la prima inchiesta. Ho parlato infatti di una similitudine fra Georges Simenon e Giorgio Scerbanenco, elencando i punti di contatto tra i due scrittori e i loro romanzi: calati nella realtà, attenti alla psicologia dei personaggi e a capirne il disagio, pronti a bazzicare i bassifondi e provare empatia verso le vittime di un contesto sociale degradato, grande capacità di scrittura e di affabulazione. Ma ci sono anche diversità, inevitabilmente: Scerbanenco descrive una Milano da due milioni di abitanti, metropoli internazionale e non più città di provincia, crocevia di traffici illeciti di ogni genere, e Duca Lamberti è un duro, molto più duro di Maigret, che pure non scherza. Per di più, Lamberti non è un poliziotto e può agire al di fuori della Legge che, secondo lui, è troppo indulgente. Scerbanenco è uomo del suo tempo e non ci si può aspettare il rispetto della mistica del politicamente corretto. L’interrogatorio di Duca Lamberti al gestore del ristorante “La Binaschina” lascia a bocca aperta (si potrebbe contestare il metodo, ma il risultato è stupefacente). Scerbanenco già ametà anni Sessanta apre la strada all'hard boiled italiano (ma non “all’italiana”).
Oltre a indagare su tre duplici delitti avvenuti con le stesse modalità (le vittime sono annegati chiusi in auto affondate nel Naviglio), Duca Lamberti affronta gli accadimenti della sua vita privata, a partire dal suo senso di colpa per ciò che è accaduto a Livia Ussaro, la donna che ama, fino alla possibilità che gli viene offerta di venire reintegrato nell’Ordine dei medici se firma una dichiarazione in cui prende le distanze dall’eutanasia da lui compiuta per aiutare una paziente terminale a morire (lui risponde copiando l’abiura di Galileo Galilei). Il coinvolgimento dell’ex medico nella vicenda avviene in seguito alla richiesta di praticare una imenoplastica per ripristinare una verginità perduta, pretesa dal fidanzato della procace Giovanna Marelli, ma nel complicato intreccio di personaggi (alcuni ricorrenti, come il commissario Carrua e l’agente Mascaranti, o la sorella Lorenza e la nipotina Sara) si affrontano temi diversi, come il traffico di armi, il terrorismo altoatesino, le relazioni malate, gli psicopatici, i crimini di guerra e la lotta partigiana. Nel turbinare di situazioni, però, sembra esserci una sola certezza: tutti tradiscono tutti, come dice il titolo. Non tradisce, però, lo scrittore: il lettore se ne può fidare, a patto che non si attenda in lieto fine. Almeno, non quello a tarallucci e vino.


sabato 14 settembre 2024

VENERE PRIVATA

 

 
Giorgio Scerbanenco
VENERE PRIVATA
Garzanti
2014, brossurato
250 pagine, 8.90 euro

Concludendo la lettura di “Venere privata” di Giorgio Scerbanenco mi è venuto immediato un paragone con Georges Simenon. La Milano di Duca Lamberti (l’investigatore sui generis scerbanenchiano) è osservata con occhi simili alla Parigi di Maigret, con attenzione alla reale topografia, ai nomi dei quartieri e delle strade, e le indagini sono condotte tra gente vera, descritta nelle miserie e nelle debolezze al di là delle differenze sociali. E poi ci sono l’alcol, il fumo, la prostituzione, la pornografia, le nevrosi, la polvere, il sudore, le stanze d’albergo e gli appartamenti. C’è la malavita, organizzata e non, c’è la quotidianità di una città calata nel tempo (per Scerbanenco, gli anni Sessanta). C’è una centrale di polizia che non è nel Quai des Orfèvres ma in via Fatebenefratelli, e ci sono i poliziotti ricorrenti e riconoscibili per tratti caratteriali diversi fra loro. C’è un personaggio carismatico burbero e taciturno, Duca Lamberti, in realtà parecchio più problematico di Julius Maigret e con una concezione un po’ particolare della giustizia, ma al pari del francese con le idee chiare su come affrontare le situazioni e gli interrogatori, su come leggere nella testa degli interlocutori al di là di ciò che dicono le apparenze o di ciò che essi vogliono dare a bere. Due grandi scrittori, Simenon e Scerbanenco, peraltro contemporanei, e altrettanto versatili e prolifici. Peccato che la saga di Duca Lamberti conti appena quattro romanzi contro i settantacinque di Maigret. Per fortuna c'è molto altro e il consiglio è di leggere quanto più Scerbanenco possibile, iniziando magari proprio da “Venere privata”. Lo scrittore milanese (ma solo d’adozione) è in realtà nato a Kiev nel 1911 (quando c’era ancora lo zar) da padre ucraino e da madre italiana. Dopo la rivoluzione, il padre venne ucciso (come molti insegnanti) dai bolscevichi e la madre tornò a Roma, sua città di origine, attraverso un rocambolesco rimpatrio via Odessa e Istanbul, portandosi dietro il figlio. Lo racconta lo stesso scrittore in un suo brillante articolo autobiografico che Garzanti pubblica in appendice al romanzo: “Io, Vladimir Scerbanenko”. Non ancora ventenne, dopo aver italianizzato il suo nome, Scerbanenco si trasferisce a Milano, dove non ha vita facile, sia per le condizioni economiche famigliari sia per lo stato di salute (viene ricoverato a lungo in sanatorio). Poi, le cose cambiano: comincia a scrivere racconti, novelle e romanzi (dei generi più disparati: western, rosa, fantascienza, poliziesco), a collaborare con riviste e Case editrici. Dal 1939 inizia a curare per “Grazia” la rubrica “La posta del cuore”: sono le migliaia di lettere che riceve a fornirgli la grande conoscenza (dimostrata poi dai suoi scritti) di ciò che vortica negli animi delle persone. A differenza di Simenon, vissuto ottantasei anni, Scerbanenco scompare prematuramente nel 1969.  “Venere privata” è del 1966. All’inizio del romanzo, Duca Lamberti è appena uscito di prigione, dove ha scontato tre anni di reclusione. E’ anche stato radiato dall’albo dei medici, per lo stesso motivo che gli è costata la condanna: ha aiutato una paziente terminale a morire, praticandole una eutanasia. Si trova dunque nella condizione di dover ricominciare la vita da capo, avendo anche una sorella ragazza madre, Lorenza, da aiutare a mantenersi. Essendo figlio di un poliziotto (morto) di cui tutti, in via Fatebenefratelli, conservano stima e ricordo, può contare sull’amicizia del commissario Càrrua. L'ex medico accetta un incarico da un ricco imprenditore, che lo assume perché aiuti suo figlio, Davide Auseri, a uscire dalla dipendenza dall’alcol. Duca si rende conto che c’è qualcosa che spinge il giovane a bere: Davide si sente responsabile del suicidio di una ragazza, Alberta Radelli, avvenuto un anno prima. Della faccenda Davide non intende parlare, ma Lamberti lo spinge, con sapienza psicologica, a confidarsi. Duca ottiene dai suoi amici poliziotti maggiori informazioni sul caso, e scopre che non si tratta affatto di suicidio. Non solo: Alberta non è l’unica vittima. Salta fuori una torbida storia di sfruttamento della prostituzione. A risolvere il caso contribuisce in maniera fondamentale Livia Ussaro, una giovane donna bella, intraprendente e spigliata, con cui Lamberti sembra sul punto di iniziare una storia d’amore, ma che lui convince a prestarsi a essere usata come esca. Chissà se il nome di Livia dato da Camilleri alla fidanzata del suo Montalbano non derivi proprio dalla Ussaro scerbanenchiana, dato che anche la Livia di Duca Lamberti diviene una figura ricorrente nei successivi romanzi. “Venere privata” non ha però un lieto fine: gli assassini di Alberta pagano le loro colpe, ma ci sono risvolti tragici per l’ex-medico e la donna che ama pur dandole ancora del “lei”. Forse in questa disperazione di fondo c’è, in effetti, una delle più evidenti differenze fra Scerbanenco e Simenon.



sabato 7 ottobre 2023

IL GIORNO DELLA CIVETTA

 
 

 
 
 
Leonardo Sciascia
IL GIORNO DELLA CIVETTA
Adelphi
brossurato, 2002
137 pagine, 9,50 euro


Scritto da Leonardo Sciascia nel 1960 e pubblicato da Einaudi nel 1961, “Il giorno della civetta” è considerato il primo grande romanzo che racconta la mafia. In quegli anni, gran parte della politica e dell’informazione della mafia negava addirittura l’esistenza. In una nota, l’autore spiega che i fatti da lui narrati sono inventati “per esempio” ma che ce n’è uno vero, raccontato tale e quale a come è avvenuto: c’è infatti una scena ambientata nell’aula di Montecitorio in cui un viceministro, chiamato a rispondere a una interrogazione parlamentare circa l’ordine pubblico in Sicilia, replica sostenendo che i fatti di sangue che vi avvengono sono da attribuirsi alla criminalità comune, dato che dell’esistenza di una ramificata organizzazione mafiosa si favoleggia soltanto. Scrive Sciascia: «sulla mafia esistevano degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia di un autore siciliano che era un'apologia della mafia e nessuno che avesse messo l'accento su questo problema in un'opera narrativa di largo consumo». Ci voleva dunque che la letteratura facesse violenza all’omertà politica mostrando la civetta, animale notturno, ormai abituato a palesarsi anche di giorno (la citazione da cui nasce è il titolo è shakespeariana). Non solo Sciascia descrive dunque la Sicilia così com’è (nel bene e nel male) ma prevede l’infiltrazione mafiosa in tutto il territorio nazionale. Nel finale del racconto, uno dei personaggi dice infatti: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato. E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma». Come accade anche in “A ciascuno il suo”, di cui ci siamo occupati in questo spazio, il racconto potrebbe considerarsi un giallo: ci sono degli omicidi (ben tre), vengono svolte le indagini del caso, manca però il lieto fine. Il protagonista è il capitano Bellodi, un ufficiale dei Carabinieri di origini emiliane, convinto di poter condurre le sue inchieste con le stesse modalità in cui si svolgono a Parma, dov’è nato. E dimostra, nell’interrogare testimoni e sospetti con modi gentili che nascondono una grande finezza psicologica, un eccezionale acume. Collega tra loro i tre casi delle morti di Salvatore Colasberna, un imprenditore, di Paolo Nicolosi, un potatore testimone del delitto e di Calogero Dibella, informatore degli uomini della legge. Individua il sicario del rimo omicidio, il suo mandante che fa tacere il testimone, e il boss sopra di loro a cui si deve l’ordine di punire Dibella, don Mariano. Far confessare e arrestare i primi due gli è, per così dire, facile, ma quando tenta di mettere le mani su don Mariano, lo stesso maresciallo Ferlisi che gli fa da assistente si mette in mezzo con inaudita veemenza. Bastano pochi giorni di congedo in cui Bellodi fa ritorno a Parma per vedersi smontare tutta l’inchiesta con alibi costruiti a regola d’arte e ritrattazioni di testimonianze rese. Lo scoramento sembra convincere il capitano a restarsene al Nord e lasciar perdere la Sicilia. Ma… il finale è davvero bello e inquietante al tempo stesso. Sciascia (1921-1989) è un narratore straordinario, con una prosa musicale e ipnotica, fatta di poche parole che riducono il racconto all’essenziale dando però l’idea che sia stato detto tutto. Da leggere incantati. Fra le pagine memorabili, quella in cui don Mariano si rivolge così a Bellodi: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.» Da “Il giorno della civetta” il regista Damiano Damiani ha tratto un film nel 1968.

venerdì 18 agosto 2023

A CIASCUNO IL SUO

 
 


 
 
Leonardo Sciascia
A CIASCUNO IL SUO
Adelphi
brossurato, 2000
160 pagine, 10 euro


Di fronte a “A ciascuno il suo” (1966) di Leonardo Sciascia (1921-1989) bisogna resistere alla tentazione di considerarlo semplicemente un giallo. Perché in effetti del giallo ha tutti gli elementi: un duplice omicidio, delle indagini, degli indizi, un colpo di scena finale. Però, ci troviamo di fronte anche a un romanzo (un grande romanzo) che va ben al di là dei confini del genere e che, per certi versi, li scardina. Per esempio, i colpevoli la fanno franca. La verità, rivelata al lettore (o più precisamente lasciata intuire), non illumina la scena. Ufficialmente, il caso rimane insoluto e alle due morti da cui prende le mosse l’inchiesta se ne aggiunge una terza, quella dell’unica persona che era arrivata a capire come sono andate le cose, uccisa e sepolta in una zolfara nonostante il suo proposito di non rivelare niente a nessuno. Tuttavia, ed è questo uno dei punti di forza dello sconvolgente finale, nel piccolo e anonimo paese dell’entroterra siciliano in cui si svolgono i fatti, in parecchi, se non tutti, la verità la conoscono benissimo, ma lasciano fare, considerando che, in fin dei conti, a ognuno sia toccato ciò che gli spetta. “Unicuique suum”, a ciascuno il suo, appunto, come recita il motto stampato sotto la testata dell’ “Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede, dalle cui pagine sono state ritagliate le lettere che compongono una minaccia di morte fatta giungere tramite lettera anonima al farmacista Manno. Farmacista che viene appunto ucciso durate una battuta di caccia, insieme all’amico dottor Roscio che lo accompagnava. Un professore di storia e di latino, Paolo Laurana, nota la provenienza dei ritagli e si incuriosisce, perché sono pochi, gli vien fatto di pensare, quelli che, in un paese di provincia, hanno a disposizione un giornale così poco diffuso al di fuori degli ambiti ecclesiastici. Laurana comincia a interessarsi al caso e, mettendo insieme un indizio dopo l’altro, giunge a ricostruire i fatti spingendosi ben più in là delle fiacche indagini delle autorità che si arenano subito. Sciascia è abilissimo a ricostruire le atmosfere, descrivere le ambientazioni, dar vita ai personaggi, peraltro lasciando intendere il malaffare, i giochi di potere, il clientelismo, l’omertà, l’abitudine a farsi i fatti propri, senza mai citare apertamente la mafia, che c’è ma non se ne parla, non domina la scena ma permea e infesta il sottofondo di ogni realtà sociale ed economica. Una mafia ancora vecchio stampo (il romanzo è ambientato nel 1964) ma su cui si radica quella che si sarebbe sviluppata successivamente. C'è poi la vivida rappresentazione del piccolo microcosmo della provincia siciliana degli anni Sessanta. Gli incontri del professor Laurana con personaggi memorabili (preti politici, medici in pensione, vedove inconsolabili, falsi amici) sono caratterizzati da dialoghi di straordinaria efficacia, lo stile di Sciascia è apparentemente semplice e godibile ma al tempo stesso elegante, preciso, prezioso nella scelta di ogni parola. Sicuramente un capolavoro. Del giallo, certo, ma anche della letteratura.

domenica 29 gennaio 2023

INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO

 
 
 

 
 
 
Jean-Luc Seigle
INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO
Feltrinellib
brossurato, 2013
180 pagine


Il romanzo, pubblicato in Francia da Flemmarion nel 2012 e in Italia da Feltrinelli l’anno successivo, ha vinto il Gran Prix del Salone del Libro di Parigi. Jean-Luc Seigle, scrittore, sceneggiatore cinematografico e drammaturgo (1955-2020), è autore anche di altri titoli di successo, come “Ti scrivo al buio” (2015). “Invecchiando gli uomini piangono" ha la caratteristica di svolgersi tutto nell’arco di un solo giorno, il 9 luglio 1961. Protagonisti ne sono un operaio di cinquantatrè anni, Albert Chassaing, e la sua famiglia: la moglie Suzanne, il figlio Gilles, l’anziana madre Madeleine, che soffre di demenza senile. Un altro figlio, Henri, è a combattere in Algeria. Siamo a Clermont, in Alvernia, un piccolo borgo un tempo agricolo che però sta vedendo sempre più abitanti impiegarsi nel vicino stabilimento della Michelin, come appunto Albert. Il romanzo è appunto attraversato dal senso della trasformazione, dei tempi che cambiano. Chassaing non riconosce più il suo mondo: quello rurale in cui è nato sta scomparendo, così come l’uso del dialetto del luogo, sostituito dal francese. Suzanne invece vive nell’ansia della modernità, vorrebbe trasferirsi in città e intanto attende, proprio per a quel giorno, l’arrivo del primo televisore che le permetterà di vedere suo figlio Henri intervistato con altri soldati in un servizio del notiziario della sera. La realtà tragica della guerra, messa davanti agli occhi della madre dalle immagini sul piccolo schermo, però, la sconvolgono. Suzanne e Albert non hanno più intimità, il loro matrimonio è finito, ma lei è ancora una donna piacente e c’è chi le fa la corte. Quel 9 luglio segna anche il suo primo tradimento del marito. Gilles, intanto, passa il tempo leggendo: lo vediamo immerso in un romanzo di Balzac, intento a farsi domande sul rapporto tra la vita e la letteratura. I genitori non sembrano capire l’ossessione del figlio per i libri, ma Albert capisce che cosa fare: affidarlo a un insegnante in pensione loro vicino, perché prenda ripetizioni e soprattutto venga guidato verso un futuro migliore dei suoi nonni contadini e del padre operaio. Fin dalla prima pagina ci viene svelato il proposito di Albert di togliersi la vita: “Alber non pensava a morire, aveva il desiderio di farla finita”. La decisione, ormai presa, lo accompagna per tutta la giornata, un giorno qualunque degli anni Sessanta che però, come tuti i giorni della Storia, sono parte del grande racconto dell’umanità. In quarta di copertina è riportata una frase da una recensione de “L’express”: “Alcuni libri possiedono una grazia misteriosa. E’ il caso del romanzo di Jean-Luc Siegle, magnifico e sconvolgente”. Tra le pagine più belle, e forse più inquietanti, quelle in cui Albert deve lavare la vecchia madre, nuda davanti a lui e sotto le sue mani.

mercoledì 25 luglio 2018

SESSANTOTTO E DINTORNI



Davide Barzi
Oskar
SESSANTOTTO E DINTORNI
Cut-Up
2018, cartonato
64 pagine, 18.90 euro

A partire dal 2004, Davide Barzi (sceneggiatore) e Oscar Scalco in arte Oskar (disegnatore) hanno collaborato a lungo (quando si dice le eccellenze italiane all'estero) con la casa editrice belga P&T Production / Joker Editions, realizzando (in perfetto stile franco-belga) numerose tavole a fumetti pubblicati su volumi antologici. Nel 2008 venne loro proposto di pubblicare un libro tutto da soli, e furono così raccolte in quarantotto pagine le disavventure di Hubert e Leopoldine, e dei loro quattro figli, cioè della famiglia protagonista del volume "Les Sixties", ovvero "Sessantotto e dintorni" finalmente (nel 2018) arrivato anche in Italia, con dieci tavole in più, inedite presso i cugini d'Oltralpe. Le vicende raccontate, con gag lunghe ciascuna una tavola di quattro strisce in perfetto stile bedé, percorrono, stagione dopo stagione, i dieci anni cruciali dell'evoluzione della società europea che vanno dal 1959 al 1969. Avrebbe dovuto esserci una seconda serie intitolata "Les Seventies" che poi non si fece ma che appunto con le tavole inedite è accennata nel libro italiano. Ogni sketch gioca su un qualche elemento legato alla storia o alla cronaca (soprattutto riguardo il costume) degli anni Sessanta: si comincia con il trasferimento dalla campagna in città della famiglia di Hubert, per poi passare a raccontare, vicenda dopo vicenda, attraverso l'arrivo degli elettrodomestici, delle minigonne, dei capelli lunghi, dell'uomo sulla Luna. Le gag sono simpatiche e ci si affeziona ai personaggi (ce ne sono altri, oltre a quelli già citati, come la padrona di casa e il disastroso figlio). A rendere più divertenti le storielle ci pensano i disegni di Oskar, deliziosamente francesi al servizio appunto della committenza ma anche della godibilità del racconto (ah, che nostalgia di fumetti così).

domenica 1 aprile 2018

I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR 2




Ivo Pavone
Stefano Bidetti
I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR 2
(LA GRANDE CACCIA)
SCLS
2018, brossurato

284 pagine

"I compagni di avventura di Zagor" è il titolo di un tomo piuttosto voluminoso (esattamente come questo) pubblicato nel 2016 dal forum zagoriano SCLS a cura di Stefano Bidetti e di Francesco Pasquali. Quel libro ristampava iintegralmente e in grande formato le sette storie che, tra il giugno 1961 e il giugno 1966, apparvero in appendice alle strisce di Zagor. Storie che con Zagor, beninteso, non avevano niente a che vedere, se non il carattere avventuroso e il taglio "bonelliano". In pratica, su ogni albetto dello Spirito con la Scure comparivano, al termine della tradizionale puntata dedicata al Re di Darkwood, altre poche strisce che portavamo avanti, alcuni passi alla volta, racconti diversi, peraltro non necessariamente western ("L'ultimo Incas", disegnato da Carlo Cossio, si svolge in Amazzonia). L'ultima storia, "La grande caccia", disegnata da Ivo Pavone, iniziata nell'ottobre del 1964, si interrompe improvvisamente un anno e mezzo dopo, senza nessuna spiegazione se non quella, fornita dagli stessi Zagor e Cico che si rivolgono al lettore con due balloon, della cessazione dovuta al fatto che da quel momento in poi tutto l'albetto a striscia sarebbe stato dedicato alle loro avventure, senza spazio per altri eroi. Peraltro, "La grande caccia" era approdata su Zagor dopo essere cominciata nell'aprile del 1964 sulle pagine di Tex: dunque una storia particolarmente sfortunata e difficile da seguire. Dalle strisce del Ranger del Texas passa a quelle dello Spirito con la Scure, e su Zagor si interrompe sul più bello per motivi misteriosi. A due anni di distanza, Stefano Bidetti (anche lui dedicatosi a una "grande caccia") è stato in grado di rintracciare il seguito dell'avventura troncata a metà, pubblicata integralmente in Francia nel 1965 dalle Editions LUG, a puntate, sulla rivista "Hondo". Sorprendentemente, dopo le 346 strisce pubblicate in Italia (115 tavole) si è scoperto che in totale l'avventura contava ben 257 pagine, dunque noi italiani ne conoscevamo soltanto un terzo. Da qui l'idea di dare alle stampe un secondo volume (sempre con copertina inedita di Alessandro Chiarolla) destinato a proporre agli zagoriani, a distanza di oltre cinquant'anni, la parte mancante (tradotta per l'occasione). Ovviamente anche la parte nota è stata ristampata. Il racconto, peraltro, è un onestissimo western, persino avvincente se si vuole, disegnato nel 1958 da un grande illustratore quale Ivo Pavone. Intervistato riguardo "La grande caccia", Pavone è del parere che i testi siano di Alberto Ongaro (recentemente scomparso), anche se non può dirsene certo. Il che, se fosse vero, nobiliterebbe ancora di più l'opera.

giovedì 8 dicembre 2016

L'ERBA DELLE NOTTI



L'ERBA DELLE NOTTI
di Patrick Modiano 
Einaudi
2014, cartonato
140 pagine, 18 euro

Lo scrittore francese Patrick Modiano (classe 1945) è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 2014: questo, purtroppo, è il suo più evidente limite. Lo etichetta cioè per quel che sicuramente è, vale a dire come un grande autore, ma noioso. Quando si tratta di romanzieri, non credo si possa vincere il Nobel senza essere pallosi, non c'è nulla da fare. A Stephen King, per esempio, non lo daranno mai. Se Modiano non fosse stato un autore in grado di interessare gli svedesi, e si fosse limitato a scrivere thriller, "L'erba delle notti" (2012) gli sarebbe riuscito benissimo (almeno ai miei occhi, beninteso). Perché, in effetti, si tratta di un perfetto noir. Jean, io narrante ormai anziano, cerca di ricostruire, sulla scorta della memoria e di una serie di appunti scritti su dei taccuini, fatti accaduti alcuni decenni prima. I suoi ricordi sono confusi, e ruotano attorno a una donna misteriosa, Dannie, conosciuta per caso nella Parigi degli anni Sessanta ed entrata per pochi mesi nella sua vita per poi scomparire senza che Jean abbia potuto intessere con lei una storia d'amore (nonostante lui se ne sia invaghito), né gli sia stato possibile capire chi fosse realmente. Dannie lo mette n contatto con una serie di personaggi equivoci, francesi e marocchini (Gérard Marciano, Paul Chastagnier, Aghamouri, Duwelz, Georges), di cui non sono chiare le attività: tutto è fumoso, come se tramassero qualcosa di illegale e di pericoloso, ma Jean non riesce a venirne a capo, forse anche a causa della sua giovane età che lo rende un po' ingenuo. Che ci siano dietro loschi intrighi è chiaro quando Jean viene interrogato da un poliziotto, Langlais, che gli chiede conto delle sue frequentazioni. Il giovane esce comunque quasi subito dalle indagini perché gli investigatori capiscono la sua estraneità. Presente e passato si mescolano di continuo, ed è a mezza strada che Langlais, ormai andato in pensione, consegna a Jean il fascicolo con i documenti dell'inchiesta incompleta e ormai archiviata. Per l'io narrante esaminare quei fogli è come leggere la vita di un altro: quasi non ci si riconosce perché si accenna a servizi segreti, a un omicidio, a falsi nomi. Alla fine non se ne viene a capo: il velo di nebbia che grava sul passato non si dissolve. Le vicende restano oniriche. Forse Jean è stato utilizzato per qualche motivo, gli è stato dato un ruolo a sua insaputa negli ambienti equivoci che per caso si è trovato a frequentare, Dannie lo ha usato come copertura o chissà che. Qualcosa si chiarisce ma molto resta confuso. Sembra questo il destino della nostra vita: cercare di recuperare ciò che è stato e che abbiamo vissuto senza consapevolezza. La mescolanza tra passato, presente e sogno è tipica della poetica di Modiano, così come la ricostruzione di ambienti malinconici e persi nella memoria. Senza il Nobel, forse l'autore avrebbe potuto concludere il suo romanzo facendo invece chiarezza, e consegnandoci il nome dell'assassino, oltre a descrivere come si deve la vittima, le modalità dell'omicidio, il movente e tutti i retroscena. Invece, alla fine si sbadiglia e ci si rende conto di aver capito ben poco della vicenda. Lo so, sto scrivendo sciocchezze, ma primo non punto al Nobel, secondo vorrei sempre che tutte le storie finissero consegnandomi quelle rassicuranti certezze e tutte le spiegazioni che mancano nella mia vita.

lunedì 8 agosto 2016

I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR



I COMPAGNI D'AVVENTURA DI ZAGOR 
a cura di Stefano Bidetti
SCLS Libri
2016, brossurato
396 pagine, p.n.i.

Resto sempre ammirato quando dei semplici appassionati (e dunque non degli editori professionisti) riescono a dare alle stampe e distribuire in proprio volumi come questo. E non si tratta di un evento fortunato dovuto al caso: Stefano Bidetti e Francesco Pasquali del forum SCLS (acronimo di "Spirito Con La Scure") hanno già all'attivo un tomo enciclopedico zagoriano intitolato "Zagortenayde" divenuto un bestseller e diversi numeri di una rivista ("SCLS Magazine Gold£) che non hanno nulla da invidiare a prodotti di blasonate Case editrici. Anzi, ci sono editori veri e propri che, in confronto, lasciano addirittura a desiderare. "I compagni di avventura di Zagor", che gode di una bella copertina inedita di Alessandro Chiarolla, ristampa integralmente e in grande formato le sette storie che, tra il giugno 1961 e il giugno 1966, apparvero in appendice alle strisce di Zagor. Storie che con Zagor, beninteso, non avevano niente a che vedere, se non il carattere avventuroso e il taglio "bonelliano" (in un caso, "Vira dura per gli sceriffi", neppure quelli - trattandosi di un fumetto comico). In pratica, su ogni albetto dello Spirito con la Scure comparivano, al termine della tradizionale puntata dedicata al Re di Darkwood, altre poche strisce che portavamo avanti, alcuni passi alla volta, racconti diversi, peraltro non necessariamente western ("L'ultimo Incas", disegnato da Carlo Cossio, si svolge in Amazzonia). L'ultima storia, "La grande caccia", disegnata da Ivo Pavone, iniziata nell'ottobre del 1964, si interrompe improvvisamente un anno e mezzo dopo, senza nessuna spiegazione se non quella, fornita dagli stessi Zagor e Cico che si rivolgono al lettore con due balloon, della cessazione dovuta al fatto che da quel momento in poi tutto l'albetto a striscia sarebbe stato dedicato alle loro avventure, senza spazio per altri eroi. Peraltro, "La grande caccia" era approdata su Zagor dopo essere cominciata nell'aprile del 1964 sulle pagine di Tex: dunque una storia particolarmente sfortunata e difficile da seguire. Dalle strisce del Ranger del Texas passa a quelle dello Spirito con la Scure, e su Zagor si interrompe sul più bello per motivi misteriosi. Se non altro, il volume targato SCLS permette di rileggerla (fin dove si può) tutta insieme, e non è neppure male. Come niente affatto malvagi sono le altre sei avventure (queste, per fortuna, tutte intere) presentate integralmente in ordine cronologico , e corredate da un ricco apparato critico curato da Stefano Bidetti. A inquadrare perfettamente queste storie nel loro contesto contribuisce un lungo e interessante saggio di Gianni Bono che permette di fare chiarezza sulla paternità della storia umoristica "Vita dura per gli sceriffi" (giugno-dicembre 1961), erroneamente attribuita in passato a Raffaele Cormio mentre invece è di Vittorio Coliva. Chiarolla illustra con una tavola a colori inedita tutte le sette storie. Dunque, un tomo davvero imperdibile per gli appassionati e i nostalgici di un'epoca felice del fumetto italiano.