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sabato 9 marzo 2024

29 STORIE BREVI

 
 


Ferdinando Tacconi
29 STORIE BREVI
Allagalla
Cartonato, 2022
268 pagine, 40 euro

Se dovessi riassumere l’opera a fumetti di Ferdinando Tacconi con uno slogan, sceglierei il titolo, molto brillante, usato da Gianni Bruno nel suo testo introduttivo a questo volume Allagalla: “Un uomo per tutte le collane”. Infatti, se talvolta si tende a identificare un autore con un personaggio, o con un genere, con Tacconi la cosa è difficile se non impossibile. Al limite, lo si potrebbe legare alla sua passione per gli aerei (di cui era un vero esperto). Per il resto, il disegnatore milanese (1922-2006), attivo a partire da 1946 (come copertinista per la Mondadori), ha giocato sui campi di tutte le squadre e in ogni campionato. Nel 1948 illustra i suoi primi fumetti per l’editore Giurleo: “Morgan il Corsaro”, “Jack il pilota” e “Miss Diavolo”. Passa poi nella scuderia di Tristano Torelli per le assai più impegnativa serie di “Nat del Santa Cruz” e “Sciuscià”. La facciamo breve: dopo questi promettenti esordi,  eccolo incontrare Rinaldo Dami e Giorgio Bellavitis, che facevano gli agenti per i disegnatori italiani al lavoro in Gran Bretagna, e quindi collaborare con vari editori inglesi. Spiega Alfredo Castelli in un altro articolo dell’apparato critico a corredo del volume: «Per un lungo periodo aveva vissuto a Londra, dove aveva dato inizio a una lunga collaborazione con la Casa editrice Fleetway, la maggior produttrice (e la miglior pagatrice, tanto che molti disegnatori italiani e spagnoli cominciarono a collaborarvi) di storie a fumetti d’oltremanica; si era specializzato soprattutto in storie di guerra per la “War Picture Library” (la nostra “Collana Eroica”). Nel 1955-56 aveva addirittura disegnato Jeff Hawke in una serie a colori per il pubblico giovanile pubblicata dall’ “Express Weekly”, ottenendo l’apprezzamento di Sydney Jordan, il creatore del personaggio, che molti anni dopo ha voluto conoscerlo personalmente per complimentarsi con lui». Negli anni Settanta, Ferdinando Tacconi torna a lavorare in Italia e proprio con Castelli realizza la lunga e fortunata serie de “Gli Aristocratici” pubblicata sul “Corriere dei Ragazzi”, testata per la quale illustra anche decine di storie brevi raccontando fatti della storia. Ma c’è anche un Tacconi copertinista e fumettista per Renzo Barbieri e la sua produzione erotica (“Fiabe proibite”, “Il dottor Barnard”). Così come lo troviamo attivo su “Il Giornalino” (ne parla Stefano Gorla in ulteriore articolo che intervalla le sezioni del volume), spesso su testi di Gino d’Antonio. E come tacere del Tacconi “bonelliano”, a partire da ben due storie della collana “Un uomo un’avventura”? Troviamo il suo nome su molti albi di Dylan Dog e di Nick Raider (di cui, secondo me,  il miglior interprete). A chiusura del volume Allagalla c’è un commento di Luigi Siniscalchi, che spiega il suo punto di vista (di disegnatore) sull’arte di Tacconi: «Negli anni Ottanta cercavo di capire, scandagliando tra i segni, le tecniche per disegnare fumetti. Rimasi subito attratto da quella pennellata sicura e veloce che contornava personaggi e parte degli ambienti, con l’aggiunta di grosse campiture di nero. La rigidità precisa degli oggetti e delle onomatopee mi suggeriva che i passaggi e il cambio di strumenti per inchiostrare erano più di uno. I grafismi necessari a personalizzare quel segno sono imprevedibili e servono a creare le masse, i volumi dei visi, dei panneggi e tutto quello che ha bisogno di una caratterizzazione». Tacconi anche maestro e punto di riferimento, dunque. Il multiforme ingegno dell’autore è ben rappresentato da questa antologia di storie degli anni Settanta e Ottanta pubblicate quasi tutte (tranne poche eccezioni) sul “Corriere dei Ragazzi” e sul “Giornalino”. Tra gli autori delle sceneggiature troviamo, oltre al già citato Castelli, anche Claudio Nizzi (a sua volta autore di un breve saggio che racconta dei suoi rapporti con Ferdinando), ma pure Mino Milani, Pier Carpi, Giorgio Pezzin e molti altri.

 

sabato 13 maggio 2023

40 POESIE

 


 


Dario Bellezza
40 POESIE
Mondadori
I Miti Poesia
Prima edizione settembre 1996
brossurato – 70  pagine -  lire 3.900


Il libretto, come tutti quelli della collana “I Miti Poesia”, è esile ed essenziale. Ha il difetto di non avere nessun apparato critico, nessuna introduzione. C’è solo una breve nota biografica sul poeta, Dario Bellezza: nasce a Roma nel 1944, poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista “Nuovi Argomenti” stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Sandro Penna. Pasolini lo lancia nel 1971 con “Invettive e licenza”, definendolo “il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con “Morte Segreta”. Negli anni successivi continua a pubblicare sia di poesia sia di prosa. Ammalatosi di AIDS, muore a Roma nel 1996. Questo è quanto ci viene detto. Aggiungiamo noi che di Pasolini fu a lungo il curatore della corrispondenza. Ma era in contatto anche con Alberto Moravia, che scrisse la prefazione al suo romanzo d’esordio, “L’innocenza” (1970), a cui fecero seguito altri due testi autobiografici, “Lettere da Sodoma” (1972) e “Il carnefice” (1973), in cui racconta molto di sé. L’ispirazione poetica di Bellezza nasce spesso dalla sua omosessualità, narrata con un atteggiamento sofferto che è stato definito “maledettismo”, ossessivamente alla ricerca di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti, anche di giovane età (cosa che lo accomuna a Pasolini). Tra le altre sue opere, “Angelo” (1979), “Turbamento” (1984), “L’amore felice” (1986) e “Nozze con il diavolo” (1995).
Fine del compitino, passiamo alle impressioni di un lettore (il sottoscritto) che si accosta per la prima volta a Dario Bellezza attraverso una breve selezione di 40 poesie scelte da “Invettive e licenze”, “Morte Segreta”, “Libro d’amore”, “Io”, “Serpenta”, “Libro di poesia” e “L’avversario”.
Viene fuori tutto il suo mal di vivere, il suo disagio esistenziale di omosessuale, ma non solo, di condannato all’ergastolo nel proprio corpo e alla schiavitù delle proprie passioni, ma anche alla schiavitù dell’indigenza.
“Dio! Non attendo che la morte. / Ignoro il corso della Storia. So solo / la bestia che è in me e latra”.  
E ancora: “Mia tomba / è questo  corpo vestito di poveri panni”.
La vita, del resto, è ostacolo al raggiungimento del sublime: “Non raggiungerò il Sublime perché sono vivo”.
E poi c’è il dramma della solitudine e quello del peccato: “Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro / ma non posso. Troppo ho peccato / di peccati non miei, attributi / a posteri, mancati inganni. / Cerco amori nuovi, violente sere. / Perdono chiedo a chi non amai. / Forse verrò domani ad un prato / verde -–e non sarò più solo”. “Dio, non punirci / ancora se siamo vivi”.
Tragici questi versi: “Sono un vigliacco impaurito dalle leggi / che parlano di corruzione dei minori. Ma cari / giudici, qua il minore sono io, l’infantile bestiaccia che rischia senza coraggio un atto / semplice e assurdo che si chiama orrore della vita”.
Benché poche, le 40 poesie qui selezionate rendono Dario Bellezza una scoperta.

lunedì 24 aprile 2023

EPIGRAMMI ITALIANI

 

 

 
 
Gino Ruozzi
EPIGRAMMI ITALIANI
Einaudi
2001, brossurato
412 pagine, 20.000 lire


“Tieni conto, o lettore, almen di questo: /è tutta roba che si legge presto”. Così Manfredo Vanni (1860-1937) rassicura i lettori dei suoi epigrammi (di cui fu infaticabile forgiatore). L’epigramma, dunque, è qualcosa di breve, a volte di brevissimo. Si tratta di un componimento poetico che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno del fiorentino Filippo Pananti (1766-1837): “Un epigramma secco: / ogni marito è becco”. L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e riflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Gino Ruozzi traccia la storia di questo particolarissimo genere poetico in una esaustiva introduzione che precede la silloge da lui curata con il titolo “Epigrammi italiani”, La quale, un po’ come l’Antologia Palatina (il codice che ci ha tramandato il maggior numero di epigrammi più antichi) fa con gli epigrammisti greci, raccoglie decine e decine di esempi italiani, composti in vari metri e varie lunghezze. L’origine dell’epigramma dall’epigrafia funeraria messa in satira, risulta evidente con il primo degli autori proposti da Ruozzi, Antonio Di Meglio (1384-1448), che compose versi tutt’altro che elogiativi per alcuni illustri impiccati politici: “Non credo che coniglio o lepre fussi / di me più vile e in parole gagliardo, / poltron, ghiotto, falseron bugiardo, / traditor, son Lodovico de’ Rossi”. Feroce anche Machiavelli nei confronti di Piero Soderini: “La notte che morì Pier Soderini, / l’alma se n’andò de l’Inferno a la bocca, / e Pluto le gridò: Anima sciocca, / che Inferno? Va’ nel Limbo tra’ bambini.” Scopriamo quindi che da Michelangelo Buonarroti a Pietro Aretino, da Annibal Caro ad Alessandro Tassoni, tutti i principali poeti a artisti del Bel Paese (insieme a illustri sconosciuti) si sono cimentati come epigrammisti. Tra i più vicini ai giorni nostri troviamo Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Niccolò Tommaseo, Umberto Saba, Mino Maccari, Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni, Ada Merini e tanti altri tutti da scoprire. A chiudere l’antologia è Patrizia Cavalli (1949): “Meglio morire leggeri, / senza proprietà, / ché a essere proprietari / si è morti già a metà”. Al giorni nostri l’epigramma è quasi sempre sostituito dall'aforisma, e concedetemi il vezzo di ricordare che io stesso sono autore di tre libri di aforismi e uno di epigrammi. Tornando all’epigrafe, va segnalato che un celebre poeta statunitense vissuto tra il 1868 e il 1950, Edgar Lee Masters, è l'autore dell' “Antologia di Spoon River”, che racchiude centinaia di epigrammi, i quali raccontano proprio sulle lapidi tombali la vita degli immaginari abitanti di un paesino dell'Illinois.

sabato 19 novembre 2022

13

 


 

Nik Guerra
13
Edizioni Di
brossurato, 2022
126 pagine


Del talento di Nik Guerra come illustratore ci siamo già occupati in questo spazio (per esempio qui: https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2015/11/amara-vervelia-e-cripzia.html ). Il suo personaggio più famoso, Magenta, protagonista di raccolte di pin up e di graphic novel glamour-erotici, è noto anche al di là dei confini nazionali, e compare in alcuni racconti di questa antologia. Perché, appunto, di una antologia di racconti si tratta, tredici per la precisione. Tanti quanti gli sceneggiatori che hanno scritto per Nik una sceneggiatura a fumetti, di genere erotico, tutte di quattro tavole, che poi lui ha illustrato da par suo. Tredici sceneggiatori, peraltro, tra cui figurano nomi insospettabili o davanti ai quali levarsi tanto di cappello (io sono solo l'ultimo fra cotanto senno). Due le donne, che cito per prime: la giallista Cristiana Astori e Cristina Simonelli che, con lo pseudonimo di You Bad Girl ha assistito Nik in tutte le altre sue produzioni. Poi undici uomini, che cito in ordine alfabetico escludendo me: Jordi Bernet, Alfredo Castelli, Marco Delizia, Paolo Di Orazio, Massimo Giacon, Mario Gomboli, Celestino Pes, Pasquale Ruju, Franco Saudelli, Enrico Teodorani. Si noterà la presenza di due illustri disegnatori, che qui figurano come autori di testo: Bernet e Saudelli, messisi in gioco al punto da tirare in ballo rispettivamente Chiara di Notte e la Bionda. Ma anche Marco Delizia e Alfredo Castelli hanno prestato a Nik Guerra due loro personaggi: Ramba e Bloody Mary (la bella tenebrosa della strip “Zio Boris”). Puro horror (come c’era da aspettarsi), il racconto di Paolo Di Orazio e thriller (come poteva essere) quello di Pasquale Ruju. Imprevedibili i finali delle storie di Giacon e Gomboli, Teodorani affida a Guerra la sua pistolera Djustine, Pes sceglie di dedicarsi a Magenta. Di che cosa mi sono occupato io, nel mio racconto “Nato con la camicia”? Diciamo dei modi alternativi di usare la cravatta. Sono partito infatti dall’idea di sfruttare il talento di Guerra non solo in campo erotico ma come fashion designer, attento a usare i capi di abbigliamento come strumenti di seduzione (qui sotto una vignetta). Lieto di far parte dei tredici.
La squadra si allarga a Marco Grasso, autore di brillanti introduzioni a ciascuno dei racconti, e a Loris Cantarelli puntuale prefatore.
 
 

 


sabato 9 ottobre 2021

CONTATTO CON L'INUMANO

 


 
 Autori Vari
CONTATTO CON L'INUMANO
Classici Urania Mondadori
1980, brossurato
146 pagine, 6000 lire


Non ho mai capito perché le antologie di racconti abbiano, agli occhi del grande pubblico, meno appeal dei romanzi. In particolare, la fantascienza si presta benissimo a essere narrata in storie brevi: basterà pensare a "La sentinella", di Fredric Brown ("Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle di un bianco nauseante e senza squame..."). Per la lettura sotto l'ombrellone, poi, viva i racconti. E l'antologia "Contatto con l'inumano", fin dalla copertina di Oscar Chichoni, invita come poche altre a venire divorata sulla spiaggia. Si tratta di sei racconti selezionati da Fruttero e Lucentini nel 1964 e rispolverati nel luglio del 1990 da Giuseppe Lippi (all'epoca fresco curatore di Urania - lo sarebbe rimasto poi fino al 2018, anno della sua morte), tutti aventi per tema non tanto l'invasione extraterrestre ma l'irruzione di qualcosa di alieno nella vita di tutti i giorni. Storie ambientate dunque negli anni Cinquanta e Sessanta, visto il periodo di prima pubblicazione, con un sapore retro da telefilm della serie "Ai confini della realtà", ma (verrebbe da aggiungere "appunto per questo") godibilissime. Io le ho divorate in meno di due ore appunto durante una gita al mare, dopo aver pescato il volumetto nello scaffale della fantascienza, e sono rimasto folgorato soprattutto dal primo racconto, "Il caso della bambina sostituita", di Jonathan Burke: che fareste voi se vi accorgeste che vostra figlia, risvegliandosi da un lungo sonno, si comporta in modo strano e non sembra essere più lei? Ma anche "La chiocciola sotto il viadotto", di Richard Wilson, è inquietante: un viaggiatore di commercio, che guida di notte, si ferma a un'area di servizio in autostrada e scopre che non c'è nessuno: non il barista, non il benzinaio. Ma di lì a poco si rende conto che tutto il resto dell'umanità sembra sparito. E' rimasto solo lui! Finché, dopo essersi addormentato in un motel deserto, ritrova i propri simili, del tutto ignari di essere scomparsi... Theodore Sturgeon propone, con "Non aveva l'...", la storia di un alieno che, giunto sulla Terra, si comporta in modo strano e combina pasticci perché è un bambino. Ad altri lettori piaceranno magari i racconti restanti, di Slesar, Smith e Kettridge, che io ho apprezzato meno. Ma le storie brevi sono come noccioline, una tira l'altra. 

venerdì 16 aprile 2021

LA RAGAZZA CON L'OCCHIO DI VETRO

 
 
 

Stefano Fantelli

LA RAGAZZA CON L'OCCHIO DI VETRO
Cut-Up Publishing
2020, cartonato
240 pagine, 17.90


"E altre storie dark", recita il sottotitolo. In tutto, diciassette storie, tutte, in effetti, molto dark. Scritte da uno scrittore Active Member della Horror Writers Association che prova gusto nel torcere le budella ai suoi lettori ma che sa farlo scrivendo molto ma molto bene, per cui è un piacere farselo fare. Stefano Fantelli è anche uno sceneggiatore di fumetti ("The Cannibal Family", ma anche Zagor). Ho scritto volentieri l'introduzione a questa sua antologia, così come avevo fatto per il romanzo horror-rosa "Brigitte", con target young adults. Ne "la ragazza con l'occhio di vetro" di rosa c'è poco, molto di rosso, sia per il sesso che per il sangue, visto come si mescolano eros e thanatos. Del resto, corpo e anima sono indissobilmente collegati e in ognuno dei racconti assistiamo a una qualche forma di trip rituale in cui le pulsioni di vita e di morte si compenetrano come in un osceno ma travolgente rapporto sessuale. I rituali magici hanno tentato, in ogni epoca, per millenni, di collegare il nostro corpo mortale al divino immortale attraverso il sesso: “l’erotismo cessa di rappresentare un mezzo immorale di piacere, per diventare un metodo che permette di raggiungere degli stadi di intenso misticismo”, scriveva Georges Bataille, filosofo e pornografo francese. Lo tiriamo in ballo, perché anche Fantelli senza dubbio lo è, filosofo e pornografo, a sua volta. Colto nei suoi eruditi riferimenti, compresi proprio quelli a Battaile. Il quale fu autore di un libello intitolato “Histoire de l’oeil”, composto in gioventù e conservato in un cassetto per essere pubblicato postumo dopo la morte dell’autore, avvenuta nel 1962, che secondo Moravia rappresenta un “piccolo capolavoro della letteratura d’avanguardia”. “La storia dell’occhio” segna per sempre i suoi lettori per con la sconvolgente immagine di un occhio che la protagonista si infila nella vulva dopo averlo cavato a un giovane prete da lei stessa strangolato, e che pare guardare tra le ciglia dei peli pubici, facendolo piangere lacrime di orina. Alcune scene de "La ragazza dall'occhio di verro" ricordano appunto Bataille, che del resto scriveva: “l'erotismo è l'approvazione della vita fin dentro la morte”. L'atto erotico dissolve gli esseri che vi prendono parte e ne rivela la continuità. In questo l'erotismo corrisponde alla morte, perché se la nascita crea un abisso fra gli individui, ognuno un diverso "io", la morte sopprime l' "io" e appunto lo dissolve. Da qui la corrispondenza fra l'atto erotico e il sacrificio umano alla divinità. Bataille considera l'erotismo una sfida lanciata alla morte, perché se la vita è mortale la totalità dell'essere non lo è, e poiché appunto l'atto erotico annulla l'individualità e mette in comunicazione con la totalità dell'essere, l'ebbrezza della totalità fa cadere nell'oblio il dramma della discontinuità individuale e destinato a morire.
In moltissime tradizioni ancestrali ereditate dal folklore scene truculente, grandguignolesche, orride e brulicanti di cadaveri in decomposizione si mescolano con atti sessuali mimati, raffigurati, o realmente praticati, al punto da esserne inscindibili. E spesso l’orrido è bello, perché il contrasto tra il bello e l’orrido è da sempre una delle chiavi per accedere alle stanze più segrete della natura umana. Una ragazza protagonista di un racconto di Stefano Fantelli esegue fellatio con la lingua biforcuta, tagliata in due da un bisturi. E proprio con il bisturi una serial killer modella i corpi delle sue vittime, bisbigliano loro: “Tu sarai la mia opera d’arte”. I tentacoli di una mutate penetrano lo sfintere di un bullo (che se lo merita), a un altro cavano gli occhi azzurri, lasciati poi galleggiare come paperelle in una vasca d’acqua putrida.
Gli occhi sono un elemento ricorrente: “la nostra carne si sarebbe dissolta, ma il suo occhio magico era immortale”, commenta l’amante della ragazza con l’occhio di vetro. Stefano Fantelli, da brujo qual è, rinnova le sue e le nostre paure ancestrali, con una straordinaria abilità di scrittura in grado di farci temere, e al tempo stesso desiderare, l’incontro con le sue incarnazioni delle antiche divinità femminili.

sabato 20 febbraio 2021

53 STORIE BREVI

 

 


 

Claudio Nizzi
53 STORIE BREVI
Allagalla
cartonato, 2020
410 pagine, 45 euro


Un vero tomo enciclopedico, questo, di grande formato, come si conviene del resto non soltanto al nome dell'autore che spicca in copertina, Claudio Nizzi, ma anche a quelli dei tredici disegnatori delle cinquantatré storie brevi contenute nel volume. Tredici nomi tra cui brillano delle autentiche stelle (ognuno scelga i preferiti): Carlo Boscarato, Alessandro Chiarolla, Santo d'Amico, Pietro Gamba, Ruggero Giovannini, Sandro Lobalzo, Attilio Micheluzzi, Nino Musio, Renato Polese, Nadir Quinto, Antonio Sciotti, Sergio Zaniboni, Nevio Zeccara. La raccolta raduna racconti di cinque o sei tavole ciascuno, con eccezioni di poco più lunghe, ogni tavola però di una decina di vignette, pubblicati sul settimanale "Il giornalino", delle Edizioni Paoline, tra il 1969 e il 1972 (con tre casi invece più recenti (degli anni Ottanta e Novanta). Spiega Claudio Nizzi, che nella sceneggiatura di storie per "Il Giornalino" è stato prolifico tanto quanto in quelle di Tex: "Quando, nel 1966, chiuse i battenti 'Il Vittorioso', smisi di scrivere fumetti e per i successivi tre anni collaborai con racconti e romanzetti a riviste femminili. Nel 1969 il direttore de 'Il Giornalino' (settimanale per il quale in passato avevo scritto novelle e servizi tipo 'Il mistero dei salmoni' o 'La vita dei castori') mi comunicò che la rivista si trasferiva da Roma a Milano - rinnovata nel formato e nei contenuti - e che gli servivano storie a fumetti molto brevi. Lasciai le riviste femminili e accettai l'offerta del 'Giornalino'. Sul tipo di storie avevo libertà completa: potevano essere d'ambientazione storica (che ho sempre evitato) o moderna, avventurosa, western, poliziesche, di fantascienza (sempre evitata). Unica condizione, rispettare i canoni educativi di una rivista destinata ai ragazzi, per di più cattolica". Claudio Nizzi, con grande professionalità, riesce a giostrarsi bene nel limiti delle poche tavole a disposizione, dimostrandosi perfettamente capace di caratterizzare personaggi e presentare situazioni sempre diverse nonostante la brevità dei racconti. I disegnatori, ognuno con il proprio stile, lo assecondano abilmente, anche loro riuscendo a trarre il massimo dalle vignette concesse. Sfogliando il volume, si viene colti dalla nostalgia per questo tipo di fumetti, per le riviste dove venivano pubblicati, per la libertà di spaziare concessa agli autori.

mercoledì 25 novembre 2020

LA SPECIALITA' DELLA CASA

 
 
 

Stanley Ellin
LA SPECIALITA' DELLA CASA
Oscar Mondadori
brossurato, 1973
354 pagine, 750 lire


Nel novembre del 1946, Stanley Ellin, trentenne aspirante scrittore ma ancora del tutto sconosciuto, inviò un proprio manoscritto alla redazione dell' "Ellery Queen's Mistery Magazine". Si trattava di un racconto intitolato "The kitchesn at Robinson's". Frederick Dannay e Manfred B. Lee, ovvero i due autori che si nascondevano sotto lo pseudonimo di Elley Queen, ne rimasero entusiasti e folgorati, anche se poi lo pubblicarono soltanto nel 1948, con il titolo di "The Specialty of the House", "La specialità della casa". Nella loro prefazione, i due curatori della rivista spiegano come il racconto ottenne uno straordinario successo e la redazione venne subissata di richieste perché venissero pubblicati altri scritti del giovane autore. Cosa che puntualmente avvenne, tanto che Ellin, che all'epoca viveva grazie al sussidio di disoccupazione e allo stipendio della moglie Jeanne ("una compagna assolutamente deliziosa"), riuscì a dedicarsi da lì in poi totalmente alla scrittura, fino al 1986, anno della sua morte. Anche se Ellin ha all'attivo una quindicina di romanzi, la sua fama deriva soprattutto dalle antologie dei suoi racconti, come questa proposta dagli Oscar Mondadori che raccoglie titoli contenuti originariamente in due sillogi americane. Perfezionista dei meccanismi logici e narrativi e della parola, lo scrittore newyorkese (nacque, visse e morì a Brooklyn, per la precisione) viene descritto come metodico e lentissimo nel cesellare le due pagine. I venti racconti raccolti ne "La specialità della casa e altre storie del mistero" sono quasi tutti sorprendenti e inquietanti e ricordano, per tipologia, gli episodi della serie TV "Alfred Hitchcock Presents", alcuni dei quali furono realmente tratti dalle storie di Ellin. Presentando scenari americani, ambienti anni Cinquanta e Sessanta, e situazioni in cui la normalità quotidiana e domestica viene stravolta dall'imprevisto o dal cambio di prospettiva, i racconti non propongono veri e propri gialli, ma paradossi, casi del destino, rovesci della sorte che creano tensione e inquietudine, finali a sorpresa. C'è anche un paragone possibile con i racconti neri di Roald Dahl. Una lettura stuzzicante.

domenica 30 agosto 2020

LE BATTUTE DI MISTER FRED DURA






Franco Lana
LE BATTUTE DI MISTER FRED DURA
BookSprint Edizioni
2020, brossura
60 pagine, 15.90 euro
Ho creato un mostro. Non che mi voglia vantare di avere un talento da talent scout, perché magari qualcuno dei talenti da me sponsorizzati potrebbero venirmi addebitati in senso negativo da miei (e loro) detrattori, ma perché, purtroppo o per fortuna, sono stato io a coniare lo slogan "Il solito Franco Lana" e a dare spazio alle battute fotografiche esilaranti dedicate a Zagor, pubblicate per anni sulla mia pagina FB e raccolte in un libretto oltre che pubblicate qui: http://morenoburattini.blogspot.com/…/il-solito-franco-lana…
Finita la serie delle foto zagoriane, Franco non si è arreso e si è messo a sfornare freddure nei suoi spazi in Rete. Centocinquanta di queste, se non ho contato male, sono state riunite in un piccolo ma aureo libretto acquistabile on line. Non sono aforismi, non sono perle di saggezza, non sono frasi a effetto da citare. Sono semplicemente e felicemente freddure. Per fare un esempio, ecco la prima: "Sono arrivato tardi dal parrucchiere e lui mi ha fatto una lavata di capo. La mia preferita però è questa: "Nessun regalo è da scartare". Si sorride sempre, a ogni battuta, per scema che sia. Cosa da non scartare neanche questa, di questi tempi.

lunedì 11 maggio 2020

IO SONO CICO




Quale miglior periodo di quello cupo e tetro che stiamo vivendo a causa del coronavirus, per presentare un libro assolutamente ilare e giulivo come “Io sono Cico”? Si tratta di un corposo cartonato di ben 448 pagine a colori (simile per impostazione al precedente, di grande successo, “Io sono Zagor”), uscito il 23 gennaio in libreria e in fumetteria con il marchio della Sergio Bonelli Editore, curato dal sottoscritto e destinato, ne sono sicuro, a divertirvi moltissimo. Infatti, per la prima volta sono state raccolti in volume i migliori sketch del messicano più simpatico del mondo, sceneggiati da Guido Nolitta e inseriti nelle avventure di Zagor della serie regolare tra il 1961 e il 1971. In tutto, ben trenta “comiche” autoconclusive, perfettamente godibili anche al di fuori del contesto da cui sono state tratte, tutte precedute da un commento e corredate da un lungo saggio iniziale che sviscera i perché e i percome della comicità cichiana. Selezionando le gag mi sono fatto delle gran risate, riscoprendo chicche e perle di umorismo davvero strepitose. Se il libro dovesse riscontrare il vostro favore, chissà, potrebbe perfino essere il primo di una serie: gli sketch di Cico sono centinaia!





Quando si citano i personaggi creati da Sergio Bonelli con lo pseudonimo di Guido Nolitta, di solito ci si limita ai due più famosi: Zagor (1961) e Mister No (1975). Volendo essere più esaustivi si aggiungono alla lista il Ragazzo nel Far West (1958), il Giudice Bean (1959), il Ribelle (1959), River Bill (1990). Ma, secondo me, all’elenco andrebbe aggiunto anche Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales - per gli amici semplicemente e più brevemente Cico. Un character con uno spessore (in senso sia lato che reale) in grado di tener testa a qualunque altro.

In teoria, si tratta del compagno di avventure di Zagor: di una spalla, se vogliamo. In realtà, la saga dello Spirito con la Scure inizia a venirci raccontata soltanto a partire dall’incontro con il messicano (qualunque avventura Zagor abbia vissuto prima, non sembra aver avuto grande importanza fino al racconto del suo passato, narrato soltanto diversi anni dopo). Non solo: Cico compare già nella prima pagina de “La foresta degli agguati”, protagonista di una brillante gag prima e di una drammatica sequenza di combattimento poi, mentre per veder entrare in scena il Re di Darkwood si deve aspettare ancora un po’. Insomma: non c’è Zagor senza Cico. Di contro, c’è Cico senza Zagor. Proprio Sergio Bonelli ha firmato ben cinque albi speciali di 128 tavole ciascuno dedicati alle avventure in solitaria del pancione, a cui poi se ne sono aggiunte altri ventidue (per un totale di ventisette) scritti da altri sceneggiatori (tra cui diciannove miei). Nel  2017 c’è stata di una nuova miniserie tutta cichiana di sei nuovi albi a colori, “Cico a spasso nel tempo”, scritta da Tito Faraci: insomma, il messicano vive di vita propria! Mi pare giusto, dunque, che a “Io sono Zagor” si affianchi “Io sono Cico”.

Per presentare il volume, la Sergio Bonelli ha realizzato con me il video che vedete qui sotto.






domenica 22 marzo 2020

FISICA QUANTISTICA DELLA VITA QUOTIDIANA




Piergiorgio Paterlini
FISICA QUANTISTICA DELLA VITA QUOTIDIANA
Einaudi
2013, 130 pagine
13 euro 

Come ben spiega il sottotitolo, si tratta di "101 microromanzi". Ovvero, centouno racconti straordinariamente brevi (da una sola parola a una pagina e mezzo al massimo). La fisica quantistica si occupa, almeno per ora, delle interazioni fra le particelle subatomiche più piccole, che obbediscono a regole del tutto diverse di quelle teorizzate dalla fisica newtoniana. Dunque, Paterlini (già autore del long-seller "Ragazzi che amano ragazzi") decide di compiere esperimenti sulla piccolissima lunghezza in campo narrativo. Uno dei racconti, per fare un esempio, si intitola "Exit" e consiste in questa frase: "Spense la luce". Ovviamente, ce ne sono anche di più elaborati, tutti comunque fulminanti per brevità, ma non di rado anche per capacità di stuzzicare riflessioni. Non mancano le composizioni insipide, ma mai ce ne sono di insulse e comunque tutte hanno un loro perché. Vengono in mente le famose "Microstorie di Fantascienza" raccolte in una celebre antologia di Urania, ma qui lo scrittore è uno solo, riesce ad essere ancora più "micro" e non cerca di stupire con gli effetti speciali ma con la vita quotidiana a cui fa riferimento il titolo. L'espediente più spesso usato è quello di mostrare come qualcosa possa sembrare qualcos'altro se guardato da un punto di vista diverso. Un esempio davvero stringato: "Si alzò ed entrò nella doccia" (incipit). Possiamo immaginarci la scena. Ma subito si arriva al finale: "Dopo pochi minuti era morto, asfissiato dal gas". La scena risulta del tutto diversa rispetto a quello che ci eravamo figurati. Questo gioco riesce bene a Paterlini in diversi dei suoi racconti. In ogni caso, la brevità è sempre spiazzante. E un autore è chiamato a non sprecare neppure una parola, scegliendole cum grano salis.

lunedì 16 marzo 2020

ODIO VOLARE




ODIO VOLARE
a cura di Stephen King e Bev Vincent
Sperling & Kupfer
2019, cartonato
340 pagine, 17.90 euro



Probabilmente questa antologia si chiama così, "Odio volare" perché "Paura di volare" è il titolo di un altro libro, un celebre romanzo di Erica Jong (che trattava però argomenti del tutto diversi). Il titolo originale è un gioco di parole difficilmente traducibile, "Flight or Fright" (io me la sarei cavata con "Volo da urlo"). Comunque sia, Stephen King e Bev Vincent, accomunati dalla medesima idiosincrasia per gli aeroplani, hanno radunato in un volume diciassette racconti di autori del presente e del passato con argomento l' "orrore ad alta quota", tanto per citare una delle short-story prescelte, quella di Arthur Conan Doyle (che già nel 1913 riuscì a scrivere una storia di aviazione benché fossero passati soltanto dieci anni dal primo volo dei fratelli Wright). Fra le firme troviamo quelle di alcuni big quali Richard Matheson, Ambrose Bierce, Dan Simmons, Ray Bradbury, Roald Dahl. Ci sono poi lo stesso King, la stessa Vincent, più Joe Hill (figlio d'arte). Tutti i racconti sono belli, ma alcuni lo sono di più. Fra i miei preferiti, quelli di E.C. Tubb (che riguarda un paradosso cronotemporale), quello di Dahl, la variante aerea del delitto della camera chiusa ("Assassinio sul Jumbo") di Peter Tremayne, "Raid aereo" di John Varley. E' sempre piacevole leggere dei racconti e poterli centellinare nei momenti liberi, ma quelli "di paura" hanno un fascino particolare perché ricordano le terrorizzanti novelle della nonna, quelle delle vecchia fiabe dove Pollinico veniva abbandonato nella foresta, gli orchi mangiavano i bambini e le streghe li attiravano con casette di marzapane.

mercoledì 1 maggio 2019

TRE TOPOLINI CIECHI E ALTRE STORIE




Agatha Christie
TRE TOPOLINI CIECHI E ALTRE STORIE
Oscar Mondadori
1981, brossurato
240 pagine

Oltre che dei romanzi gialli di cui sono protagonisti e che hanno reso nota in tutto il mondo la loro autrice, Miss Marple ed Hercule Poirot compaiono anche in buon numero di racconti. Sette di questi (quattro con la prima, tre con il secondo) sono stati raccolti in questo Oscar dalla Mondadori. In più ce ne sono altri due "liberi", tra i quali spicca il primo, "Tre topolini ciechi". Un racconto lungo, si potrebbe definire: un'ottantina di pagine. Gli altri otto sono tutti molto più brevi. "Tre topolini ciechi" è molto famoso perché da esso Agatha Christie ha tratto quel capolavoro che è "Trappola per topi", la sua celebre commedia (intrigantissima da vedere in scena) che viene ininterrottamente replicata a Londra dal 1952 (un caso da Guinness dei Primati). Il racconto non è brillante come l'opera teatrale ma resta godibilissimo: in un albergo rimasto isolato per causa della neve penetra un assassino in cerca della sua vittima, ed entrambi sono nel novero degli ospiti (tra cui c'è, però, anche un poliziotto). Chi è il criminale, e chi si appresta a uccidere? Da leggere assolutamente. I restanti racconto sono molto gradevoli, e un paio notevoli ("Omicidio su misura", con Miss Marple, e "L'appartamento al terzo piano", con Poirot). Le storie brevi hanno il vantaggio che si possono spiluccare quando se ne ha il tempo, non impegnano come i romanzi. Però, dovendo scegliere, meglio la Christie dei testi più lunghi.

giovedì 25 aprile 2019

DELITTI IMPOSSIBILI





DELITTI IMPOSSIBILI
di Autori Vari
Polillo Editore
2012, 320 pagine, 15.40 euro

Si tratta del 125° volume della benemerita collana "I bassotti", decisamente un must per gli appassionati del giallo classico. In questo caso, non ci viene proposto un romanzo ma una antologia di nove racconti, tutti scritti nella prima metà del secolo scorso o poco dopo, caratterizzati da un delitto (o da un mistero) decisamente insolito, tanto da poter sembrare impossibile, assurdo, fuori da ogni logica, come frutto di un potere paranormale. Invece, puntualmente, la spiegazione c'è ed è, se non probabile, almeno plausibile. Ad aprire le danze è Fredric Brown, con "Il macellaio sghignazzante", in cui un uomo viene trovati morto nella neve e le impronte mostrano che l'assassino lo ha inseguito... ma non è tornato indietro, come se avesse preso il volo. Il secondo colpo lo spara John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa: il mistero ricorda molto "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe e difatti a risolverlo è lo stesso Poe in prima persona (la sua identità è la sorpresa finale del racconto). Segue Joseph Commings, che propone il mistero di un palombaro disceso a ispezionare il relitto di una nave affondata e che viene recuperato con un coltello piantato nel petto, quando è impossibile che ci siano altri in immersione nei paraggi essendo la sua l'unica attrezzatura presente sull'isola nelle cui acque si svolgono i fatti. Marten Cumberland risolve in modo credibile appunto un delitto avvenuto in una stanza chiusa dall'interno in cui è impossibile che qualcuno sia entrato (eppure all'interno c'è un morto ammazzato). Il più singolare, però, è Peter Godfrey che fa partire un addetto della funivia dentro una cabina in cui c'è solo lui, e quando arriva a destinazione l'uomo è stato accoltellato. Fra i nove autori c'è anche Ellery Queen, che però non brilla (pur essendo gradevole come al solito): la cosa singolare è che il racconto si svolge in un Luna Park americano chiamato "Joyland", come quello del più recente romanzo di Stephen King. Craig Rice fa impiccare un uomo in una cella di massima sicurezza di un penitenziario in cui è rinchiuso solo lui, però non si tratta di suicidio ma di omicidio. Com'è possibile? Leggere per saperlo. Forrest Rosaire propone un omicidio con il veleno avvenuto sotto gli occhi di tutti, mentre la vittima non ha né mangiato né bevuto nulla: eppure la sostanza che lo ha ucciso ha un effetto immediato. Per finire, Hake Talbot propone un delitto commesso , da una divinità dopo essere stato profetizzato da un santone, ma il trucco viene scoperto da un illusionista. Come si vede si tratta di esercizi di enigmistica molto divertenti, la cui componente letteraria serve a imbastire un contesto credibile in cui farli svolgere e a fornire le adeguate motivazioni ai personaggi. Il talento, maggiore o minore, di ciascun autore, serve a coinvolgere più o meno il lettore. In alcuni casi l'ansia di creare un mistero apparentemente insolubile rende la spiegazione un po' cervellotica (anche se possibile), in altri invece la partecipazione è totale e l'appagamento finale soddisfacente. Consigliato agli amanti del genere.

domenica 13 gennaio 2019

I RACCONTI DI VALERIO BORTOLAZZI




Valerio Bortolazzi
I RACCONTI DI VALERIO BORTOLAZZI
a cura di Walter Dorian e Fabrizio Marongiu
Zagorianità
2018, brossurato, 104 pagine

Le strisce di Zagor della "Collana Lampo", tra il giugno 1961 e il giugno 1966, ospitarono, in appendice alle storie a fumetti anche alcuni racconti a in prosa a puntate, scritti da Valerio Bortolazzi. In totale queste “novelle” furono tredici. Erano racconti di stampo salgariano e quasi tutti di carattere marinaresco (Zagor non vi compariva). Nell’ordine, i titoli furono questi: “Fra due fuochi”, “Un mistero del mare”, “Attraverso l'Alaska”, “Una navigazione pericolosa”, “Come portare in salvo i miei uomini”, “Salvataggio”, “Una rara avventura di mare”, “Navigando lungo l'Oceano Indiano”, “Giubbe Rosse”, “Livingstone”, “Mark Twain”, “Mari proibiti”, “Marocco”. Un lettore particolarmente curioso interrogò Sergio Bonelli a proposito di Bertolazzi nel corso di un incontro con il pubblico durante nell’edizione 2011 di Cartoomics, a Milano (quella in cui si celebravano i cinquant’anni del personaggio). Venne chiesto chi fosse questo scrittore, visto che sembravano essersene perse le tracce. Bonelli rispose che lui stesso non sapeva che fine avesse fatto l’autore di quei racconti e, dopo tanto tempo, faticava persino a ricordare in che modo l’avesse conosciuto. Spiegò che all’epoca della “Collana Lampo” aveva la necessità di riempire gli albetti perché Gallieno Ferri non riusciva a garantire più di un certo numero di strisce. Di conseguenza cercava di rimpolparne lo spessore con altri fumetti, giochi enigmistici, la rubrica degli aforismi o quella degli aneddoti storici (“copiati da un vecchio libro”, testuali parole). Non si sa bene come, dove o quando, ma un giorno Sergio fece la conoscenza di un certo signor Valerio, in modo del tutto casuale (pare frequentassero lo stesso barbiere). Parlandoci, scoprì che costui coltivava ambizioni letterarie e dunque Sergio prese a palla al balzo: gli chiese se voleva scrivere racconti d’appendice. Bortolazzi accettò, nacque la collaborazione che durò qualche anno, poi la cosa finì lì e del misterioso Valerio non si seppe più nulla.
A distanza di tanti anni, i curatori della rivista "Zagorianità" (testata di informazione e critica sull'universo dello Spirito con la Scure) hanno raccolto tutti i racconti in unico volume, davvero gradevole da leggere e da sfogliare, illustrato com'è con affascinanti illustrazioni (numerose delle quali, a partire dalla copertina, realizzate appositamente da Mauro Laurenti). Una chiara prefazione spiega come Bortolazzi abbia pubblicato anche altri racconti in appendice alle strisce di "Giubba Rossa" e di "Un Ragazzo nel Far West". Walter Dorian sottolinea anche, introducendo l'antologia, come a un certo punto gli ultimi racconti abbiano, per così dire, cambiato genere: da avventure di drammi marinareschi o comunque legati a pericoli incombenti su viaggiatori e navigatori (uno ha una amboientazione italiana), si passi, anche se solo per poco, a testi didascalici di argomento storico (le Giubbe Rosse canadesi) o biografici (la vita di Mark Twain). Chissà se fu Sergio Bonelli a suggerire il cambiamento, prima di cessare di pubblicare questo tipo di materiale. Personalmente sono sempre rimasto gradevolmente impressionato dai racconti di Bortolazzi, e credo proprio che una antologia del genere se la meriti tutta. Un elogio ai curatori, che hanno realizzato un volume professionale, a testimonianza di come ormai le iniziative amatoriali possano compete per qualità con quelle di chi i libri li fa per mestiere. Il volume non ha distribuzione libraria ma va richiesto contattando il numero whatsapp 329-3041924 o scrivendo all’e-mail: zagorianit@libero.it.

venerdì 7 settembre 2018

CUORI IN ATLANTIDE





Stephen King
CUORI IN ATLANTIDE
Sperling & Kupfer
Prima edizione gennaio 2000
cartonato - 600 pagine 
lire 34.900

"Cuori in Atlantide", di Stephen King, è uno straordinario affresco della vita nella provincia americana tra il 1960 e il 2000, attraverso le vite parallele (ma anche intersecantesi) di un gruppo di ragazzi nati nei bigotti e moralistici Fifties e cresciuti nei decenni successivi, quelli invece della contestazione. Il libro è costruito con una giustapposizione di racconti imperniati su personaggi diversi, che però compaiono in tutte le storie in posizioni diverse e magari secondarie. Il primo racconto è il più lungo e l’unico con gli ingredienti del fantastico: racconta di un ragazzo dell’immaginaria e sonnolente cittadina di Harwich, Bobby Garfield, orfano di padre e ostaggio di una madre nevrotica, e ne segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza (all’inizio lo vediamo emozionato per la tessera che gli dà l’accesso alla sezione degli “adulti” della biblioteca pubblica). Il passaggio è visto come un susseguirsi di prove iniziatiche, con l’aiuto di un angelo custode dall’aspetto di un vecchio venuto da un’altra dimensione (e qui i riferimenti – che purtroppo infastidiscono,  – sono al ciclo kinghiano della “Torre Nera”). Ma  il racconto più bello in assoluto, e più coinvolgente, non ha niente di fantastico e di orrorifico, ed è quello che dà il titolo alla raccolta: “Cuori in Atlantide”. Siamo in un campus universitario americano negli anni Sessanta, all'epoca della Guerra del Vietnam, e ci viene descritta la presa di coscienza da parte dei giovani studenti della "generazione perduta" del dramma della guerra (anche chi non voleva mettere in discussione la guerra doveva farci i conti: non superare gli esami voleva dire partire per la giungla).   Sconvolge la descrizione di come un gioco a carte ("cuori") invasi a tal punto un gruppo di studenti da far dimenticare loro la necessità di studiare e quindi li precipita all’inferno, in Atlantide (così veniva chiamato, appunto, il Vietnam nel gergo dell'epoca). C’è probabilmente la metafora della droga, c’è sicuramente quella del desiderio di autodistruzione nell’obnubilamento tipico di una certa fase della crescita (e del male di vivere di tutte le età). C’è anche la descrizione del dramma di una società piena di contraddizioni che si scopre lacerata mentre fino a pochi anni prima aveva vissuto nel mito dell’unità delle sue componenti. I conflitti generazionali si rivelano esplosivi e minano alle fondamenta i valori comuni e preconfezionati su cui ci era illusi di aver costruito un castello che si rivela di sabbia. La crescita (l’evoluzione) della società corrisponde a quella degli individui che da bambini si fanno uomini, e donne. Gli altri tre racconti sono brevi e meno interessanti, ma servono a concludere l’affresco. “Willie il cieco”, ambientato negli Anni 80, racconta di un reduce del Vietnam che non ha combattuto quasi per niente ma del Vietnam ha fatto il suo mestiere giacché ogni giorno si traveste da barbone e chiede l’elemosina fingendosi infermo di guerra, mentre fuori dall’orario di “lavoro” ha una cosa da borghese benestante: la carità gli permette di vivere bene (e gli ideali di una intera generazione possono andare a farsi benedire). Nella nota finale, l’autore ringrazia alcune persone, fra cui la moglie, per averlo aiutato a “trovare il coraggio” di scrivere questo libro. Segno che quel che King racconta lo ha davvero sentito, e vissuto.

venerdì 2 febbraio 2018

AMORE A PRIMA VISTA





Wislawa Szymborska
AMORE A PRIMA VISTA
Adelphi
2017, brossurato
110 pagine, 10 euro

Ventisei poesie in tutto, con testo polacco a fronte (che a prima vista potrebbe sembrare cosa inutile, se non fosse che darci un'occhiata permette di fare ipotesi su come funzioni la metrica e il gioco delle rime nella musicalità originale). Wislawa Szymborska (1923-2012), Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è una delle poetesse più lette al mondo, a dispetto del nome impronunciabile (come nota il suo traduttore italiano Pietro Marchesani) e nonostante una sua celebre affermazione secondo la quale la poesia piace a due persone su mille. Secondo me, il problema non è nel piacere ma nel farla giungere (letta in un certo modo, insegnata in un certo modo, proposta in un certo modo). Ci sono poi i poeti criptici che nuocciono alla causa, non tanto perché non ci debbano essere (che ci siano pure, per i cultori e gli adepti, va benissimo) ma perché tendono a venire identificati con i poeti tout-court per cui si diffiderà sempre della poesia se si crederà che sia scritta in una lingua straniera. Wislawa Szymborska non appartiene alla categoria, come Emily Dickinson o Alda Merini, ma anche come Daria Menicanti o Patrizia Valduga, per attenerci alle poetesse. Parla e la capiamo. In tutto, l'autrice polacca pare abbia scritto non più di trecento liriche. E solo una piccola parte, una trentina, sono poesie d'amore: quasi tutte raccolte in questa silloge. Il motivo per cui la Szymborska non fa dell'amore il tema preponderante della sua poesia è spiegato nella prima composizione: "La musa in collera". "Perché scrivo canti d'amore / così raramente?", esordisce l'autrice. "Taccio / solo per timore / che il mio canto in futuro mi dia dolore, / che verrà giorno e d'un tratto / smentirà le parole, / resteranno ritmi e rime, / se ne andrà l'amore, / e sarà inafferrabile / come l'ombra di un ramo". L'approccio della poetessa verso la materia amorosa è, come si vede, insolito e insoliti sono i punti di vista di tutte le sue composizioni sull'argomento. In una, l'amore è paragonato a una chiave che, una volta smarrita, non apre più nessuna altra porta anche se qualcuno la raccoglie: un oggetto inutile buono solo per la ruggine. Però c'è anche l'amore ilare dei momenti gioiosi, quando lo sguardo dell'amato rende più bella l'amata, al punto da farla diventare immaginaria, come una visione provocata dall'ebbrezza. E che dire dello scandalo di un amore felice? "Chi non conosce l'amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire".