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sabato 19 ottobre 2024

AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI

 

 
Edmondo De Amicis
AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI
Rizzoli
1986, brossurato
250 pagine, 8000 lire

E’ un peccato che il successo entusiasmante, plurigenerazionale e internazionale di “Cuore” (o meglio, del “libro Cuore”, come è stato, chissà perché, sempre chiamato), pubblicato nel 1886, abbia lasciato in ombra le altre opere di Edmondo De Amicis (1846-1908). Ligure (di Oneglia, in provincia di Imperia), di ideali socialisti (di quel socialismo patriottico e votato all’impegno civile post risorgimentale), combattente nella Terza Guerra d’Indipendenza, fu autore di reportage di viaggi, giornalista brillante, acuto testimone della sua epoca, prosatore gradevole e divertente, scrittore efficace e pertanto di valore. Non fu mai, per quel che ne se dice, uno a cui il successo diede alla testa. In vecchiaia, si raccontava così: “Io non sono che un giornalista, uno che annota la vita d’ogni giorno, e sceglie in essa quel che più d’esemplare vi accade. Certe volte mi piace divertire i miei lettori, ma per consolarli. Non ho altra ambizione”. Spesso, limitandosi a “Cuore”, si è criticato il suo indulgere sulla sfortuna, le malattie, la povertà, le disgrazie che affliggono i protagonisti dei suoi racconti per accattivarsi l'emotività dei lettori (“il povero gobbino”, il bambino “con il braccio morto”, quello che si trascina per tutto il libro sulle stampelle o l’altro con il labbro leporino). Si sono fatti studi che dimostrano però come davvero, in quegli anni, gli infortuni e la miseria fossero la quotidianità, ma resta il fatto che De Amicis si servì delle pagine strappalacrime del suo libro più noto per denunciare drammi e ingiustizie sociali, per parlare di emigrazione, di sanità, dei problemi delle classi più umili e più deboli. Ma non sempre De Amicis si serve dello stesso registro, e lo dimostrano i quattro testi scelti da Giorgio de Rienzo per questa deliziosa antologia, che contiene un romanzo breve, “Amore e ginnastica”, un racconto lungo, “La maestrina degli operai”, e due “ritratti”, divertenti al punto da risultare esilaranti, uno dedicato a un libraio vessato dai ragazzini suoi clienti lungo la strada verso la scuola e l’altro a un pedante professore con il quale non c’è modo di parlare senza venire corretti su ogni frase che si pronunci. Quella di “Amore e ginnastica” è una storia deliziosa e a tratti maliziosa, come da De Amicis non ci si aspetterebbe. Racconta la trasformazione operata dall’innamoramento del rigido segretario Celzani (ex seminarista, soprannominato per questo “don Celzani”) nei confronti della maestra Pedani, insegnante di ginnastica e inquilina del suo stesso casamento. Casamento abitato da una nutrita schiera di pettegoli, tutti ben caratterizzati, che malignano e sghignazzano sulle stramberie che l’inappuntabile Celzani comincia a fare, da autentico imbranato, per dichiarare il suo amore alla maestrina, che non sembra degnarlo della minima considerazione, se non quella del “buongiorno” e “buonasera”. Il moralismo e il perbenismo della società sabauda vengono argutamente presi in giro. Non dirò quale sia il finale dei maneggi del “don”, ma non si resta delusi. Una certa malizia nel descrivere il turbamento della maestra Varetti si può notare anche ne “La maestrina degli operai”, che racconta le inquietudini di una giovane insegnante assegnata suo malgrado a una scuola serale frequentata da studenti lavoratori di vario genere e di varie età, ma certo non ragazzini rispettosi come quelli a cui aveva insegnato fino a quel momento. La Varetti si sente addosso gli sguardi di uomini scafati che la spogliano con gli occhi, al punto che lei giunge a far lezione abbottonata dal collo alle caviglie. Uno degli operai, il Muroni, dapprima gradasso, giunge poi a farle provare un qualche brivido perché il suo comportamento si trasforma progressivamente in un corteggiamento che sembra sincero. Qui, però, non c’è il tono da commedia di “Amore e ginnastica”, predomina l’attenzione alle relazioni fra le classi sociali. Un entrambi i racconti le donne sono protagoniste, e già si intravede l’emancipazione femminile di cui il De Amicis si fa propugnatore, nei modi e nei limiti dell’epoca in cui visse. Di "Amore e ginnastica" esiste una versione cinematografica diretta nel 1973 da Luigi Filippo d'Amico, con Senta Berger e Lino Capolicchio.



lunedì 8 aprile 2024

GLI ZII DI SICILIA

 

Leonardo Sciascia
GLI ZII DI SICILIA
Adelphi
1992, brossurato
250 pagine, 18 euro


Se si pensa a Leonardo Sciascia (1921-1989), è facile ricordarlo come l’autore de “Il giorno della civetta” o di “A ciascuno il suo”. Forse, grazie al film che ne è stato tratto, anche di “Todo modo”. Più difficile sentirlo rammentare per un altro, pur notevole, romanzo: “Il consiglio d’Egitto”. Tutte opere di cui abbiamo parlato di questo spazio. Ma, secondo me, il libro più bello dello scrittore di Racalmuto è “Gli zii di Sicilia”, pubblicato nel 1958 nei “Gettoni” diretti da Elio Vittorini (altro scrittore siciliano di cui ci siamo occupati) e poi riproposto di nuovo nel 1960 con l’aggiunta di un quarto racconto oltre ai tre presenti nella prima edizione, il fondamentale “L’antimonio”. Già, perché “Gli zii di Sicilia” è una antologia di quattro romanzi brevi (o racconti lunghi, sempre difficile da distinguere), uniti da alcuni tratti comuni. Innanzitutto, i protagonisti sono tutti siciliani; in secondo luogo l’ambientazione è storica e i personaggi si confrontano con avvenimenti epocali di grandi trasformazioni politiche e sociali; terzo punto, ci sono dibattiti e confronti ideologici (fascismo e antifascismo, comunismo e clericalismo, potere baronale e movimenti liberali) ma che mostrano le contraddizioni di ogni posizione; infine, c’è di mezzo la guerra, vista (da lontano o da vicino) con gli occhi degli ultimi, inquadrata dal livello del suolo. Leonardo Sciascia è già il narratore straordinario che in seguito avrebbe, più che dimostrato, confermato di essere: non una parola di più, non una di meno; un stile caratterizzato da un periodare pulito, elegante, misurato, attento ai dettagli ma solo a quelli essenziali, coinvolgente, ironico, sommesso.
Il primo racconto, “La zia d’America”, racconta dello sbarco americano in Sicilia nel 1943 con la voce di un ragazzino che vede prima fuggire i tedeschi, poi smantellare le insegne del regime dalla piazza del paese, quindi togliere i gagliardetti mussoliniani dal bavero delle giacche, ascoltando anche i mugugni e le recriminazioni dei nostalgici in risposta alle aspettative di aiuti economici e di libertà dei compaesani, fino alla comparsa delle prime pattuglie alleate. A guerra finita, arriva in visita la famiglia di una zia emigrata in America che ha fatto fortuna nel commercio, con un “storo”, ma che disprezza la povertà e le mosche dei parenti siciliani.
Il secondo racconto, "La morte di Stalin", narra di un convinto comunista cresciuto nel culto di Stalin, da lui considerato il migliore degli uomini e la speranza dell'Umanità, salvo poi vederne crollare il mito e venire costretto dai suoi stessi compagni di partito a convincersi dei crimini del leader, così da perdere ogni punto di riferimento.
Il terzo romanzo breve è “Il quarantotto”, inteso come 1848, l’anno in cui cominciarono a germinare in Italia i primi movimenti che avrebbero portato ai moti risorgimentali e all’impresa di Garibaldi. Anche in questo caso l’io narrante è un ragazzino, figlio di un cocchiere al servizio di un barone, che, cresciuto, si arruola fra le fila garibaldine e vede il nobiluomo cambiare casacca e, da fervente borbonico, trasformarsi in liberale.
Il più bello dei racconti è però il quarto “L’antimonio”, il ci titolo fa riferimento al nome dato dagli zolfatari siciliani al gas che provoca esplosioni nelle miniere di zolfo. Proprio dopo essere scampato a una di queste esplosioni, il minatore protagonista decide di arruolarsi volontario nella Guerra di Spagna (1936-1939): nulla o quasi sa del perché là si combatta, sa solo che combattendo si guadagna ciò che basta a mantenere la famiglia e se si muore, si muore sotto il sole e non in una galleria sottoterra. Una volta al fronte, però, le cose cominciano a farsi più chiare davanti ai suoi occhi. Un testo illuminante, un capolavoro.

domenica 12 novembre 2023

GOLD

 


Isaac Asimov
GOLD
Prima edizione 1995
cartonato 
380 pagine -  lire  32.000

Gold: The Final Science Fiction Collection: ecco  un libro di Issac Asimov che Asimov non ha mai scritto, e che forse non avrebbe mai voluto scrivere. Contiene infatti gli ultimi racconti egli ultimi articoli pubblicati su rivista poco prima della sua morte. La lettura dà un senso di tristezza perché, se da una parte il Buon Dottore è sempre se stesso, inconfondibile nella piacevolezza stile e nella maniera di argomentare, dall'altra è innegabile che si tratta di un Asimov minore e ormai in disarmo. La sensazione è che, pubblicando questa antologia postuma, si sia raschiato il fondo del barile. Inoltre, chi ha curato l'antologia non ha fornito alcuna spiegazione sugli intenti dell'opera e sulla provenienza dei singoli scritti. Chi sa quanto fossero gradevoli, invece, i testi di commento e di introduzione dello stesso Asimov ai propri racconti e articoli, non può che rimpiangere una simile mancanza. Mancanza che poi provoca degli scompensi, perché leggendo questo o quell'articolo si capisce che si tratta di prefazioni a volumi e presentazioni di antologie o romanzi altrui e si fa riferimento al libro che dovrebbe seguire e che invece non segue, o si parla di "questa rivista" senza che venga spiegato di che rivista si tratta.  Nonostante il vecchio leone Asimov non abbia graffiato e ruggito come sapeva fare, questi scritti non possono comunque mancare nella collezione di nessun appassionati della sua sterminata produzione. Solo che i curatori dell'antologia potevano risparmiarsi la scritta in copertina: "la fantascienza allo stato puro" e  "un altro capolavoro del padre fondatore della fantascienza". Chi non abbia letto nient'altro del grande Isaac e decida di cominciare da questi scritti crepuscolari, resterà deluso. Se questi sono i capolavori, chissà il resto. Invece, il resto c'è, eccome. Ed è da quello che si deve cominciare, per arrivare a "Gold" con grande rimpianto
"Gold" è diviso in tre parti. Nella prima, intitolata "Ultimi racconti", vengono presentate quindici storie brevi scritte poco prima della morte, avvenuta nel 1992 a soli 72 anni. Si tratta insomma di opere di narrativa. La seconda parte, "Sulla fantascienza", raccoglie diciotto articoli scritti come introduzione ad altrettante antologie tematiche di science fiction. La terza parte, "Come si scrive un libro di fantascienza", mette insieme venti editoriali della rivista IASFM, molti dei quali tesi a rispondere a obiezioni o domande di lettori del magazine.
I racconti della prima parte sono stati scritti tra il 1986 e il 1991, pubblicati su Analog e su altre riviste, ma mai antologizzate prima, anche perché considerate, in qualche caso, non all’altezza della fama dell’autore. Cominciamo però a parlare delle cose migliori, perché ci sono delle eccezioni. Almeno una delle storie è al livello di quelle della golden age: "Il fratellino" (1990), guarda caso un racconto di robot. Racconta di una coppia che per dare un compagno di giochi al proprio figlio, nell'impossibilità di procreargli un fratello naturale, gliene comprano uno robot, programmato per essere uno stupendo compagno di giochi e un figlio ideale. Tanto ideale che è migliore del figlio vero, appunto perché le sue reazioni sono state impostate apposta per dimostrare buon carattere, bello spirito, affettuosità. Così, il bimbo robot conquista il cuore della mamma, al punto che quando scoppia un incendio e la donna si trova ad avere il tempo per salvare soltanto uno dei due fratellini, non ha dubbi sulla scelta da fare. Salva il robot. Eccezionale, davvero. Ne "Il sorriso del chipper" (1988), un robot viene scelto al posto di un altro sulla base di un impercettibile sorriso durante una situazione creata per metterlo alla prova, il che testimonia una sua maggiore intelligenza e attitudine all'incarico che si intende affidargli.
Anche "Cal" (1991) , il racconto che apre la serie, narra di un robot: un androide al servizio di uno scrittore, che vuole diventare scrittore a sua volta. Il proprietario lo asseconda e gli insegna i trucchi del mestiere, finché il robot non diventa più bravo di lui. Trent’anni prima di Chat GPT, niente male come profezia.
Sempre basato sui robot e la scrittura è un altro racconto non del tutto negativo: "A prova d'errore" (1990). Il punto di partenza sono le sempre maggiori potenzialità dei word processor, capaci di compiere la correzione ortografica del testo e di imparare a non segnalare come errori certe caratteristiche stilistiche dell'autore. Asimov immagina che un word processor mal costruito diventi in grado di tener conto a tal punto dello stile del proprietario da continuare lui stesso i suoi testi scrivendoli esattamente come li avrebbe scritti lui. C'è, evidentemente, in questi due racconti, il ricordo de "Il correttore di bozze" (Galley Slave), un celebre testo del 1957 pubblicato prima sulla rivista Galaxy e incluso in seguito nel "Secondo libro dei Robot", di cui Asimov ha voluto evidentemente comporre delle variazioni su tema.
Un computer è alla base di "Frustrazione" (1991), in cui si vuole affidare a un calcolatore la decisione di iniziare o meno una guerra nel momento di maggiori opportunità e massimo vantaggio: il programmatore a cui la macchina è affidata è soddisfatto perché sa che il suo computer non farà mai cominciare nessuna guerra. La guerra è illogica e per la razionalità estrema di un calcolatore non ci saranno mai né vantaggi né opportunità. Solo il cervello umano può decidere di scatenare una guerra, un computer se guarderà bene. In "Instabilità" (1989), una macchina del tempo viene spedita nel futuro per studiare le stelle e involontariamente innesca un big-bang da cui nasce un nuovo universo. "Da sinistra a destra" (1987), "Inno di battaglia" (postumo, 1995) e "Feghoot e la giustizia" (1986) sono tre shaggy-dog, come vengono definiti i racconti basati su giochi di parole (in genere intraducibili in italiano). Asimov ha da sempre una grande passione per questo tipo di divertissement ("Ritengo il gioco di parole la forma più nobile di umorismo", scrisse una volta), ma le tre storie in questione mi sembra alquanto insulse.
Così come insulsa è "Nazioni nello spazio" (postuma 1995), una storia piuttosto debole, scritta come fosse un appunto in lavorazione e impostata come una sorta di parabola futuribile con tanto di morale finale, pubblicata peraltro postuma proprio nel 1995. La caratteristica di sembrare testi non finiti, abbozzi di racconti futuri da sviluppare meglio, caratterizza anche "Il divino Alessandro" (1985), "Nel Canyon" (1990), "Addio alla Terra" (1989) e soprattutto "Allucinazioni" (1985), che sembra la prova generale del romanzo "Nemesis". Molto collegato a un altro romanzo di Asimov è anche "Gold" (1991), in cui un regista di una nuova forma di comunicazione audiovisiva, il compudramma, mette in scena la parte centrale di "Neanche gli dei". “Gold” ha vinto nel 1992 il Premio Hugo, anche se probabilmente come ultimo omaggio allo scrittore.


sabato 2 settembre 2023

SCRITTI SEGRETI

 
 

 
Mark Twain
SCRITTI SEGRETI
Biblioteca del Vascello
Prima edizione gennaio 1992
Edizione a cura di Clara Piccinini
brossurato – 100  pagine – 5.000 lire

Il volumetto, di piccolo formato ma non privo di gusto nella grafica di copertina, nell’apparato critico e nella traduzione, raccoglie tre brevissimi testi licenziosi di Mark Twain (1835-1910), composti in momenti e per scopi diversi, e rimasti esclusi, soprattutto per il loro carattere triviale, dal corpus, peraltro vastissimo delle restanti sue opere. La lunga introduzione inserisce i tre scritti nel contesto della produzione twainiana, e nella sua diversificata attività. Il primo è un estratto di un immaginario diario del coppiere delle Regina Elisabetta, Samue Pepys, che descrive le conversazioni tenute in una sera del 1601 al cospetto della sovrana che ha radunato attorno a sé un bel serto di scrittori e personaggi famosi, da Shakespeare a Francis Bacon, a Walter Relegh. La relazione di quanto viene detto è esilarante perché, anziché parlare di letteratura e filosofia, di storia o di politica, come si converrebbe a una compagnia di così nobile e alto lignaggio, gli argomenti sono scatologici e riguardano flatulenze e funzioni corporali. Trattate, però, con la il linguaggio altisonante tipico dell’epoca e dei personaggi. Insomma, le celebrità parlano come a loro si conviene, ma parlano di peti. Il risultato strappa le risate. Mark Twain curò personalmente una prima edizione del testo riprodotta in pochissime copie su finta carta seicentesca. Il secondo testo, è una finta lettera scritta da un certo Nesby che si rammarica di non poter raccogliere l’invito a una escursione organizzata da un Club di pescatori di anguille denominato “Le Grosse Anguille”. Il tutto giocato sull’equivoco derivante dal fatto che Nesby fraintende le finalità del Club, immaginando che si tratti non di pescatori ma di superdotati. Poiché lui si ritiene normodotato, si sente escluso ma contesta il fatto che avere un pene di grosse dimensioni costituisca un fattore di merito e di vantaggio. Il terzo e ultimo scritto è il testo di una conferenza privata tenuta al “Club de l’Estomac” durante la sua ferventissima attività di conferenziere, e intitolata: “Annotazione sulla scienza dell’onanismo”. Per l’epoca in cui fu tenuta la prolusione, l’argomento era scabrosissimo. Nondimeno, Twain l’affrontò con finto cipiglio serioso, come se fosse una conferenza dai toni paludati, ma dagli intenti chiaramente umoristici.



domenica 25 giugno 2023

SUPERFANTOZZI

 
 
 

 
 
Paolo Villaggio
SUPERFANTOZZI
Rizzoli
1985, cartonato
510 pagine, 32.000 lire


Come ogni cultore di Fantozzi dovrebbe sapere, ma come forse non tutti sanno, il tragicomico ragioniere interpretato al cinema da Paolo Villaggio (1932-2017) non nasce nel 1975 con il primo film della serie diretto da Luciano Salce. Fantozzi nasce sulla carta stampata, e più precisamente sulle pagine della rivista “L’Europeo”, dove, a partire dal 1968, cominciarono a venire pubblicati brevi racconti scritti dallo stesso Villaggio con protagonista il dipendente della Megaditta. Nel 1971 una quarantina di racconti vennero raccolti dalla Rizzoli in un volume intitolato “Fantozzi”, divisi in quattro sezioni, ciascuna dedicata a una stagione dell’anno (oltre un milione di copie vendute). Nel 1974 altri venti episodi riempirono “Il secondo tragico libro di Fantozzi”. L’anno successivo il trionfo cinematografico consacrò definitivamente (per l’eternità) la maschera esilarante e catastrofica che tutti conosciamo. Nel 1976 Villaggio pubblicò “Le lettere di Fantozzi” (dove l’io narrante è lo stesso personaggio). Nel 1979 esce in libreria “Fantozzi contro tutti” (una trentina di nuovi racconti), e nel 1983 fu la volta del volume “Fantozzi subisce ancora”. Sono questi i quattro titoli raccolti in un unico volume del 1985 intitolato “Superfantozzi”, quello di cui ci stiamo occupando. In seguito sarebbero usciti altri tre libri, nel 1993, nel 1994 e nel 2016. Fin dai primi racconti c’è già tutto il Fantozzi che sarebbe stato portato sullo schermo e molto di più, non soltanto perché alcuni degli episodi non sono finiti nei film (tra questi, per esempio, “Il giorno che Fantozzi visitò la Fiera di Milano”), ma anche perché Paolo Villaggio è un eccellente narratore, inventore di una mitologia, una terminologia, una prosa, un tipo di umorismo. Non si può leggere una frase da lui scritta senza immaginarla recitata da lui, tanto gli appartiene. “Io non so scrivere in italiano”, confessa beffardamente l’autore nella sua “Premessa”, e spiega: “Soprattutto non conosco l’uso del punto e virgola. Non lo sa nessuno! Questo libro non è assolutamente un libro, è solo la raccolta delle storie di Fantozzi che ho scritto per l’Europeo, con qualche punto e virgola in più, buttato giù a caso”. Eppure, senza saper scrivere in italiano, Paolo Villaggio ha inciso come pochi altri nel nostro immaginario collettivo. Ci sarebbe da scriverne per ora, basterà per ora prendere nota che i film che tutti conosciamo nascono dai suoi punti e virgole stampati su carta, gettati a caso tra craniate pazzesche e megadirettori galattici.

sabato 1 aprile 2023

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

 

 


 

Raymond Carver

VOI NON SAPETE CHE COS'E' L'AMORE

Minimum Fax

Prima edizione marzo 1998

Collana Sotterranei

Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante

brossurato - 290 pagine -  lire 28.000

 

Che Raymond Carver fosse un autore che scriveva poesie come fossero racconti e racconti come fossero poesie è perfettamente dimostrato da questo prezioso libro antologico in cui racconti e poesie vengono messi a confronto, con il corredo peraltro di brevi saggi dello stessi autore su sé stesso e sulla propria arte. Direi che questo libro è il punto d'accesso ideale al mondo di Carver, la summa perfetta della sua poetica. Carver è straordinario sempre, e quando fa il saggista autobiografico forse ancora di più, probabilmente perché la sua vita è una di quelle vite degne di essere raccontate, e la sua esperienza umana, passata attraverso tante prove e tante miserie, è straordinaria alla luce della sua capacità di raccontarla attraverso le sue opere. Gran parte del volume contiene poesie. Il testo a fronte permette di vedere come il linguaggio di Ray fosse semplice, essenziale, discorsivo, eppure straordinariamente poetico, di certo straordinariamente efficace. "Bevendo e guidando", la composizione con cui si apre la sezione di poesia, si chiude con un verso fantastico che dà l'idea di una vita qualunque, quella che Carver vuole esprimere attraverso tutta la sua opera, vissuta sempre nell'attesa di un non so che che venga a portare un po' di novità: "Any minute now, something will happen": tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa. Bellissime anche "Ti muore il cane" e "Fotografia di mio padre a ventidue anni", ma anche molte altre. Alcune, in verità, un po' difficili da interpretare, per i riferimenti a fatti, luoghi e persone che non conosco, ma sempre comunque musicali e suggestive. Belli anche i racconti, essenziali e minimalisti.

martedì 31 gennaio 2023

SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE

 
 

 
 
 
Italo Calvino
SE UNA NOTTE D’INVERNO UN VIAGGIATORE
Mondadori
Brossurato, 2021
266 pagine, 14 euro


Azzeccata la foto che fa da copertina dell’edizione negli Oscar Moderni di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino (1923-1985): una porta aperta su una stanza dove se ne apre un’altra su una seconda stanza e così via in una fuga apparentemente infinita. Infatti, il romanzo è un continuo trasferirsi, da parte del lettore che segue lo scrittore, in un susseguirsi di racconti incompiuti alla ricerca dei finali mancanti. E’ lo stesso Calvino, in una conferenza tenuta a Buenos Aires nel 1984 (un cui estratto è pubblicato nel corredo critico introduttivo) a spiegare nel modo migliore il senso della sua opera: “E’ un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l’inizio di dieci romanzi di autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro: un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico. Più che identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato di identificarmi con il lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. Pure in qualche momento mi sono sentito attraversato dall’energia creativa di questi dieci autori inesistenti. Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri”. Per quanto tutti e dieci gli “inizi di romanzo” siano godibili di per se stessi (e peccato non continuino) e formino, con i loro titoli letti di seguito, un altro incipit, è la cornice narrativa che li contiene e li giustifica a essere la parte migliore dell’opera. Le trovate grazie alle quali il Lettore (l’anonimo protagonista) si trova di fronte uno dopo l’altro dieci libri che si interrompono dopo poche decine di pagine sono geniali, o comunque degne di Calvino, il quale è protagonista a sua volta dato che, in qualità di Autore, si rivolge direttamente a chi lo sta leggendo, commentando con lui quanto viene letto. C’è però anche una Lettrice, che invece ha un nome Ludmilla (e una sorella, Lotaria), una donna che ogni Lettore vorrebbe avere come compagna. Così scrive l’autore rivolgendosi alla Lettrice: “Questo libro è stato attento finora a lasciare aperta al Lettore che legge la possibilità d’identificarsi col Lettore che è letto: per questo non gli è stato dato un nome che l’avrebbe automaticamente equiparato a una Terza Persona (mentre a te, in quanto Terza Persona, è stato necessario attribuire un nome, Ludmilla) e lo si è mantenuto nell’astratta condizione dei pronomi, disponibile per ogni attributo e ogni azione. Vediamo se di te, lettrice, il libro riesce a tracciare un vero ritratto, partendo dalla cornice per stringerti da ogni lato e stabilire i contorni della tua figura. Sei apparsa per la prima volta al Lettore in una libreria, hai preso forma staccandoti da una parete di scaffali, come se la quantità di libri rendesse necessaria la presenza di una Lettrice. La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri”. In altre pagine del romanzo Calvino descrive le tipologie dei lettori e quelle del libri: libri che non hai letto, libri che puoi fare a meno di leggere, libri fatti per altri usi che la lettura, libri già letti prima ancora d’essere stati scritti, libri che prima ne dovresti leggere degli altri, libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo, e così via. Come si vede, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è una sorta di hellzapoppin, o di festa happening, in cui però l’apparente caos e la presunta trasgressione delle regola, perfino i toni più umoristici e grotteschi, corrispondono a una struttura geometricamente costruita, a un gioco intellettuale dove niente capita per caso. Gioco intellettuale che fa pensare agli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau (di Queneau, Calvino tradusse il quasi intraducibile “I fiori blu”), dove un episodio assolutamente insignificante della vita quotidiana viene raccontato per 99 volte con altrettanti stili letterari diversi. L’edizione Oscar propone, alla fine del romanzo, una interessante postfazione di Giovanni Raboni.

sabato 27 agosto 2022

TERRA DEL FUOCO




Francisco Coloane
TERRA DEL FUOCO
Guanda
2010, brossura
176 pagine

Una frase di Alvaro Mutis in quarta di copertina dice: "Francisco Coloane è il Jack London dei nostri tempi". Basta leggere il primo racconto di questa antologia per capire he è vero. E letto quello, non si possono poi non leggere tutti gli altri (sono nove in tutto), per arrivare alla fine e convincersene definitivamente.  Per "nostri tempi", si intende il Novecento, ovviamente, dato che lo scrittore cileno è vissuto tra il 1910 e il 2002 e il suo primo libro è del 1941. Nella sua bella introduzione, Luis Sepulveda ben spiega la situazione della letteratura cilena (e sudamericana in generale) prima di Coloane, con la maggioranza degli scrittori impegnati a scrivere "grandi romanzi" costruiti su imitazione di quelli della letteratura del Vecchio Continente e tesi a riaffermare le loro radici culturali inconfutabilmente europee. 
Coloane invece è nato alla fine del mondo, nella Patagonia cilena, e si sente uomo australe, desideroso di raccontare il suo mondo, fatto di balenieri, di allevatori, di indios, di cercatori d'oro, di palombari e di meticci. Un mondo che lui conosceva bene, essendo stato marinaio ed esploratore, autore di carte nautiche e caposquadra in un ranch.  Senza volersi dare nessuna aria di scrittore "impegnato", e dunque limitandosi a narrare storie con pochi fronzoli, ma in grado di arrivare dritte al cuore ed affascinare chiunque, Coloane presenta al pubblico i suoi libri, e il pubblico lo premia così scandalizza i critici, che si chiedono come possa avere successo uno scrittore dallo stile così asciutto, che non fa parte dell' establishment culturale, che propone personaggi tolti di peso dalla realtà di regioni povere, quasi disabitate, selvagge, dove la forza della natura supera di gran lunga quella degli uomini, dove non ci sono città ma solo accozzaglie di baracche. Una terra, quella di Coloane (nato nell'arcipelago di Chiloè) , dove il mare prendi a pugni le scogliere e il vento spazza l'erba delle grandi praterie fino a limitare di montagne altissime che sembrano scolpite con l'accetta, dove gli scogli aguzzi come denti recano i segni dei quotidiani naufragi, dove la neve restituisce a primavera i corpi degli scomparsi durante l'inverno, dove gli uomini a cavallo girano armati come i cowboy dell'Arizona ma non ci sono sceriffi a dare la caccia ai banditi. Non c'è accademismo, nel linguaggio di Coloane, e se ci fosse, sarebbe fuori luogo. "Nei miei racconti ho voluto esprimere l'anima dell'uomo cileno, soprattutto quello di Chiloè o della regione magellanea, confinato tra i mari, i golfi, le cordigliere frastagliate e i ghiacciai millenari del Sud, circondato dall'oceano più burrascoso del pianeta. In questo scenario grandioso vive un uomo debole quanto la brezza, e nello stesso tempo forte come il vento dell'Est". Non soltanto di atmosfere e di scenari sono fatti i racconti di Coloane, ma anche di personaggi e di trame intriganti. Talvolta, assolutamente western, come il primo della raccolta, che le dà il titolo "Terra del Fuoco". Basta leggerne l'inizio: "La sconfitta cavalcava al fianco di quei tre uomini che attraversavano il Pàramo al trotto veloce. L'ultimo scontro a fuoco con le forze di Julio Popper aveva avuto luogo sulle sponde del Rio Beta, e i nemici del cercatore d'oro arricchito, una settantina di avventurieri, erano ormai allo sbando". Sembra di vedere una scena di un film di John Ford.

venerdì 29 luglio 2022

SEI CASI AL BARLUME

 



Marco Malvaldi
SEI CASI AL BARLUME
Sellerio
brossurato, 2016
272 pagine, 14 euro


E’ ormai tradizione, da parte della Sellerio, pubblicare stagionalmente antologie di racconti gialli inediti commissionati a scrittori di fama, invitati a confrontarsi con un tema comune indicato dalla Casa editrice. “Capodanno in giallo”, “Vacanze in giallo”, “Carnevale in giallo” sono per esempio tre raccolte da cui sono state tratte alcune delle storie brevi di Marco Malvaldi, con protagonisti i vecchietti del BarLume e il barista (o meglio “barrista”) Massimo Viviani. Le altre tre, per un totale di sei, provengono da “Un Natale in giallo”, Ferragosto in giallo”, “Regalo di Natale”, tutte uscite tra il 2011 e il 2014. Il primo romanzo ambientato al BarLume è “La briscola in cinque, del 2007”. Ne abbiamo parlato qui:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../la...

Il BarLume è nell’immaginario paese di Pineta, che si può essere collocato fra Pisa e Livorno, e ospiti fissi ne sono quattro arzilli vecchietti: Ampelio Viviani (nonno di Massimo), Pilade Del Tacca, Aldo Griffa e Gino Rimediotti. Com’è, come non è, ai quattro capita spesso di imbattersi in misteri da risolvere, beninteso partendo quasi sempre dalle notizie pubblicate sul giornale, che commentano (parlando in un divertente vernacolo pisano-livornese) nelle loro chiacchiere fra una briscola e l’altra, coinvolgendo Massimo che finisce per essere poi quello che praticamente rimette insieme il tutto risolvendo il caso. In questa antologia fa la sua prima apparizione Alice Martelli, commissario di polizia, giunta a sostituire il precedente commissario Vinicio Fusco, visto nei precedenti racconti. Al pari di Fusco, la Martelli capisce che il proprietario del BarLume e i suoi attempati clienti possono essere di grande aiuto alle indagini della Polizia. Tra Alice e Massino pare esserci anche simpatia e attrazione, ma nei sei casi raccolti in questa antologia tra di loro non succede nulla. Marco Malvaldi scrive una brillante introduzione in cui spiega come le esilaranti conversazioni dei vecchietti nascano dall’ascolto di discussioni colte dal vero, e che lui non si inventa niente. Non tutti i misteri riguardano delitti, il primo racconto, per esempio (“L’esperienza fa la differenza”) narra dei raid compiuti di notte da qualcuno che sventra sistematicamente i sacchetti dell’immondizia davanti alle case, mentre in “Costui da tutto il mondo” si tratta di incastrare un vigile urbano corrotto. Il più divertente è comunque “Il Capodanno del cinghiale”, dove viene uccisa una donna nel duomo di Pisa (il divertimento sta nel fatto che il colpevole deve essere identificato fra trenta frati ubriachi presenti al momento del delitto). Brillante anche “La tombola dei troiai”, dove si svela un metodo efficace per sbarazzarsi dei regali sgraditi ricevuto a Natale. Si lasciano leggere con piacere anche “Azione e reazione” e “Aria di montagna” (in questo caso i vecchietti sono in gita in Trentino e comunicano con Massimo solo via telefono). Tutto è molto gradevole anche quando il meccanismo giallo non è proprio alla Agatha Christie.

mercoledì 29 giugno 2022

CONTRO I LUOGHI COMUNI




Mark Twain
CONTRO I LUOGHI COMUNI
Feltrinelli
brossurato, 2018
240 pagine, 9.50 euro

"Racconti cattivi, grotteschi, irriverenti", recita il sottotitolo. In effetti così sono la trentina di scritti tratti dalla produzione giudicata"minore" di Mark Twain, radunati in questa antologia: cattivi, grotteschi e irriverenti. La cosa di certo non meraviglia chi abbia letto con attenzione anche la produzione giudicata "maggiore" di Samuel Longhorne Clemens (questo il vero nome dello scrittore), quella delle opere più note che hanno contribuito a indicare la strada verso una originale letteratura americana. Non esistono due Mark Twain, uno edificate e uno iconoclasta: anche Huckleberry Finn e Tom Sawyer sono irriverenti e pungenti verso i codici morali e le convenzioni di una società bigotta. Ma, certamente, la verve satirica di Twain (che fu anche un conferenziere di grande successo per le risate che sapeva suscitare nell'uditorio) risulta particolarmente caustica in questi brevi pezzi pubblicati per lo più su giornali e riviste tra il 1863 e il 1895. La graffante ironia dell'autore si scaglia contro il perbenismo, il moralismo, l'ipocrisia, il razzismo della società americana (ma la denuncia che ne risulta ha valore universale). Esilaranti i racconti in cui si smonta la letteratura edificante per ragazzi tesa a dimostrare che i bambini bravi diventeranno uomini baciati dalla fortuna e quelli discoli e monelli finiranno in prigione: Mark Twain testimonia come nella realtà accada l’esatto contrario: i cattivi hanno successo e i buoni falliscono miseramente. Ugualmente si ride quando lo scrittore si immagina il seguito di certe favole raccontate ai bambini, come quella del veterinario che cura la zampa di un cane randagio e il giorno dopo lo vede ritornare con un altro cane ugualmente ferito che evidentemente vuol essere curato: i cani, nel racconto di Mark Twain, raddoppiano giorno dopo giorno fino a radunarsi in un esercito. Bellissimo “Il diario di Adamo” (peccato sia pubblicato solo in parte). L’ironia si fa amara nella narrazione di un immigrato cinese negli Stati Uniti, partito considerando l’America il Paese della giustizia e della libertà e finito per doversi tragicamente disilludere. Pezzi assolutamente comici si alternano a scritti di denuncia. A corredo dell’antologia un brillante saggio di Mario Maffi, che cita una frase dello scrittore americano: “Nulla può resistere all’assalto di una risata”.

lunedì 10 gennaio 2022

LA FIGLIA DI RAPPACCINI



 

LA FIGLIA DI RAPPACCINI
di Nathaniel Hawthorne 
Corriere della Sera,
Collana Twin Stories
2013, brossurato
112 pagine, 2.80 euro

La collana Twin Stories  proponeva, anni fa, allegate al Corrirere della Sera, opere della letteratura anglosassone proposte con il testo a fronte ("piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese", recita uno slogan), corredate di note critiche e linguistiche. Leggendo questo mistery tale di una cinquantina di pagine, ho scoperto che Nathaniel Hawthorne (1084-1864), scrittore nato a Salem in una famiglia puritana e che io credevo essere autore di romanzi realistici e storici come "La lettera scarlatta", ebbe anche una notevole produzione di racconti gotici in grado di competere con quella di Edgar Allan Poe, di cui fu contemporaneo. E gotico lo è di sicuro, cupo, magico e tragico com'è, questo "La figlia di Rappaccini", di ambientazione italiana, che si legge tutto d'un fiato in un crescendo di angoscia. Giovanni, studente napoletano giunto a studiare a Padova, prende in affitto un appartamento che si affaccia su un misterioso orto botanico pieno di piante sconosciute. Fra esse, il giovane vede aggirarsi una fanciulla meravigliosa, Beatrice, figlia dello scienziato Rappaccini, che la tiene segregata dal resto del mondo. Un altro studioso, il professor Baglioni, mette in guardia Giovanni rivelandogli che Rappaccini è un pazzo che compie esperimenti folli. Ma il napoletano, vinto dal desiderio di incontrare Beatrice, penetra nel giardino e riesce a far innamorare la ragazza, la quale però sembra dotata di un mortifero potere: qualunque cosa viva tocchi, che non siano le misteriose piante del suo orto, muore (insetti, rettili, uccelli, fiori portati da fuori, cadono a terra inerti e rinsecchiti). Giovanni, però, non subisce gli stessi effetti: come mai? Come aveva giustamente detto Baglioni, Rappaccini ha fatto crescere Beatrice in mezzo a vegetali velenosi da lui creati in laboratorio, rendendola essa stessa mortalmente velenosa. Ma volendo darle uno sposo, ha avvelenato lentamente anche il giovane in modo da trasformarlo in un essere con le stesse caratteristiche della figlia. Quando Giovanni se ne rende conto, capisce che non può più uscire dal giardino, se non provocando la morte di tutti coloro che incontrerà. C'è da notare che la Marvel ha battezzato con il nome di Monica Rappaccini un personaggio che compare nella serie di Hulk, una biochimica votata al male.


sabato 9 ottobre 2021

CONTATTO CON L'INUMANO

 


 
 Autori Vari
CONTATTO CON L'INUMANO
Classici Urania Mondadori
1980, brossurato
146 pagine, 6000 lire


Non ho mai capito perché le antologie di racconti abbiano, agli occhi del grande pubblico, meno appeal dei romanzi. In particolare, la fantascienza si presta benissimo a essere narrata in storie brevi: basterà pensare a "La sentinella", di Fredric Brown ("Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle di un bianco nauseante e senza squame..."). Per la lettura sotto l'ombrellone, poi, viva i racconti. E l'antologia "Contatto con l'inumano", fin dalla copertina di Oscar Chichoni, invita come poche altre a venire divorata sulla spiaggia. Si tratta di sei racconti selezionati da Fruttero e Lucentini nel 1964 e rispolverati nel luglio del 1990 da Giuseppe Lippi (all'epoca fresco curatore di Urania - lo sarebbe rimasto poi fino al 2018, anno della sua morte), tutti aventi per tema non tanto l'invasione extraterrestre ma l'irruzione di qualcosa di alieno nella vita di tutti i giorni. Storie ambientate dunque negli anni Cinquanta e Sessanta, visto il periodo di prima pubblicazione, con un sapore retro da telefilm della serie "Ai confini della realtà", ma (verrebbe da aggiungere "appunto per questo") godibilissime. Io le ho divorate in meno di due ore appunto durante una gita al mare, dopo aver pescato il volumetto nello scaffale della fantascienza, e sono rimasto folgorato soprattutto dal primo racconto, "Il caso della bambina sostituita", di Jonathan Burke: che fareste voi se vi accorgeste che vostra figlia, risvegliandosi da un lungo sonno, si comporta in modo strano e non sembra essere più lei? Ma anche "La chiocciola sotto il viadotto", di Richard Wilson, è inquietante: un viaggiatore di commercio, che guida di notte, si ferma a un'area di servizio in autostrada e scopre che non c'è nessuno: non il barista, non il benzinaio. Ma di lì a poco si rende conto che tutto il resto dell'umanità sembra sparito. E' rimasto solo lui! Finché, dopo essersi addormentato in un motel deserto, ritrova i propri simili, del tutto ignari di essere scomparsi... Theodore Sturgeon propone, con "Non aveva l'...", la storia di un alieno che, giunto sulla Terra, si comporta in modo strano e combina pasticci perché è un bambino. Ad altri lettori piaceranno magari i racconti restanti, di Slesar, Smith e Kettridge, che io ho apprezzato meno. Ma le storie brevi sono come noccioline, una tira l'altra. 

martedì 6 luglio 2021

I RACCONTI DI DOMANI 4 - VARIE ED EVENTUALI



Tiziano Sclavi
Sergio Gerasi
I RACCONTI DI DOMANI
4 - VARIE ED EVENTUALI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2021
66 pagine, 19 euro


Quarto volume della serie "I racconti di domani", scritta da Tiziano Sclavi, e illustrata ogni volta da un diversi disegnatore. Dei precedenti tre titoli abbiano già parlato.
Trovate la recensione del primo, "Il libro impossibile", qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../il-libro...

Del secondo, "Della morte e del cielo", parlo qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../della...

Il terzo, invece, è recensito qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../brevi...

Il quarto titolo, "Varie ed eventuali", prosegue sulla falsariga dei precedenti. Dylan Dog ha acquistato, spinto da un impulso misterioso, un libro "impossibile" nell'impossibile negozio "Safarà" (che svanisce e ricompare), e ne legge i brevi, inquietanti racconti. Rispetto al terzo titolo, in cui Dylan Dog non compare, qui l'Indagatore dell'Incubo è presente in apertura e chiusura. Tra i due siparietti, sei storie, tutte godibili, in perfetto stile Sclavi, la cui poetica non sembra cambiata. La migliore, secondo me, è la prima: "Il treno", ma anche "L'elastico" e "I testimoni di..." sono degni del podio. Capolavori di sintesi, magistrale lezione di sceneggiatura. Graffianti e disturbanti al punto giusto i disegni di Sergio Gerasi. Mancando un vero e proprio finale viene da chiedersi se ci sarà un seguito