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giovedì 12 giugno 2025

BIBBIA RIDENS

 
 
 

 
 
Roberto Beretta
Elisabetta Broli
BIBBIA RIDENS
Piemme
2005, brossurato
152 pagine, 10 euro

Ho sempre sostenuto che il proverbio “scherza sui fanti e lascia stare i santi” non sia del tutto fondato, perché, secondo me, la maggior parte dei santi sono (in quanto saggi e illuminati) più spiritosi della maggior parte dei loro devoti. I martiri, poi, figuriamoci se non sanno accettare una battuta dopo aver sopportato il martirio. E poi, la verità è che l’umorismo è la cura e non la malattia. Non di rado la burla rivela la verità, o una delle tante, e infatti, come si sa, Arlecchino si confessò burlando. E per finire, a mettere paletti su ciò su cui si può scherzare si comincia dai santi e non si sa dove si finisce. La censura è sempre una sconfitta. Senza dubbio ci sono suscettibilità diverse, ma quella dei faceti dovrebbe valere quanto quella dei seriosi. Altrimenti i permalosi fanno le stragi nelle redazioni dei giornali umoristici, e invece di rispondere a una vignetta satirica con impugnando anche loro i pennarelli lo fanno imbracciando il mitra. Mi rendo conto di averla fatta troppo lunga, soprattutto per arrivare a parlare di un libro assolutamente innocuo come “Bibbia ridens”. Però, come autore dei testi di una serie pubblicata ogni mese sul “Vernacoliere” intitolata “La Bibbia secondo Burattini & Jogg” mi sento di parlare come Cicero pro domo mea. Per carità, assicuro che io e James Hogg siamo, o cerchiamo di essere, tutto fuorché blasfemi e ci concediamo solo spiritosaggini del tipo che Gesù bambino si allena ai miracoli moltiplicando i pesci rossi nella boccia di vetro o che Eva si fa una borsetta di pelle di serpente non resistendo alla tentazione. “Bibbia ridens” (da cui per il “Vernacoliere” non ho copiato nessuna battuta, almeno che mi sia accorto) propone contenuti eterogenei tutto sommato piuttosto annacquati, tant’è vero che l’editore è Piemme e i due autori sono uno un giornalista di “Avvenire” e l’altra una studiosa di teologia. Roberto Beretta e Elisabetta Broli raccolgono aforismi, battute e barzellette (testi scritti) alternandoli con alcune vignette (disegnate) di Emanuele Fucecchi, anch’egli diplomato in scienze religiose. Si comincia con il livello alto di Marcello Marchesi che chiede: “Dio, dammi un assegno della tua presenza!”, per poi adagiarsi su arguzie quali “Cosa dice Adamo quando vuol fare l’amore con Eva? Sfogliati!”. Ma anche: Noè vede che sull’arca c’è un pesce da solo senza la compagna, è il pesce sega (divertente, ma ci si chiede se sull’arca ci fossero anche i pesci, forse solo quelli di acqua salata). Aforismi di autori illustri e battute folgoranti di autori ignoti sono la parte migliore del libro, meno brillanti le barzellette, alcune delle quali forzatamente adattate ai riferimenti biblici. Una fra le cose migliori, i tre motivi per sostenere che Gesù fosse in realtà un portoricano: 1) si chiamava Jesus; 2) aveva guai con la legge; 3) sua madre non era sicura di chi fosse suo padre. La migliore barzelletta in assoluto, è quella iniziale sui due amici al bar: “Ieri sera ho visto in TV un bellissimo film: ‘La Bibbia’”, dice uno, e aggiunge: “Non sai se per caso è già uscito il libro?”.



 

domenica 5 gennaio 2025

TEORIA DI GESU’

 


Michael Onfray
TEORIA DI GESU’
Ponte alle Grazie
2024, brossurato
260 pagine, 18 euro

“Il libro più atteso di Michel Onfray, annunciato da oltre vent’anni”, si legge in quarta di copertina. In effetti, per chi abbia letto il formidabile saggio in cui il filosofo francese smonta Freud (“Crepuscolo di un idolo”, 2011) o il  suo “Trattato di ateologia” (2005), vederlo confrontarsi con i Vangeli è effettivamente irresistibile fonte di curiosità e di interesse.  Il sottotitolo italiano di questo libro è  però fuorviante: “Gesù Cristo è esistito davvero?”. Fa credere, cioè, che l’intento dell’autore sia quello di dimostrare o smentire l’esistenza storica di Gesù. Argomento interessante, oggetto di altri libri, come quello di Bart Ehrman “Gesù è davvero esistito?”, del 2013 (Mondadori), in cui si ribadisce un fondamento storico della figura del Cristo, indipendentemente dal fastello di tradizioni, di miti e credenze che nei secoli ci si è costruito sopra. Ma, leggendo “Teoria di Gesù”, non pare proprio che sia questo aspetto, quello della storicità del personaggio, l’interesse della disamina di Onfray, che si occupa di altro. E’ vero che il filosofo francese parte dall’assunto che “di prove non ce ne sono, a meno di non voler credere che gli evangelisti siano degli storici e non degli apologeti”, tuttavia dicendo questo Onfray si limita a riferire una suo scetticismo riguardo alle fonti a cui altri sono invece maggiormente o decisamente disposti a prestare fiducia. Non propone nessuna dimostrazione della non esistenza di un predicatore o un capopopolo nella Giudea e nella Galilea sotto la dominazione romana, dalla cui figura abbia tratto origine il cristianesimo. Quello che Onfray secondo me fa, o si propone di fare, è costatare come ogni elemento della narrazione attorno a Gesù corrisponda a precedenti narrazioni, talvolta risalenti a miti e leggende antichissime, bibliche e non bibliche. Quando l’autore scrive: “Gesù non è mai esistito storicamente ma solo come concetto”, si riferisce all’idea di Gesù che ci è stata tramandata, l’unica che ci è dato in effetti di conoscere. “La sua esistenza è solo l’effetto di una elettrolisi di tipo spirituale, intellettuale, filosofico, simbolico, allegorico e metaforico, e tutto nel solco dello sviluppo di una storia vecchia di duemila anni. Parliamo di una creatura ideale”. Onfray, con il suo metodo analitico ben noto a chi conosce le sue opere precedenti, esamina i passi dei Vangeli scovando e segnalando le fonti precedenti che li hanno ispirati. Miracoli, parabole, insegnamenti hanno tutti precisi rimandi a qualcosa di antecedente. Perfino l’imperatore Vespasiano, secondo Svetonio e Tacito, aveva compiuto miracoli restituendo la vista ai ciechi e guarendo paralitici ma naturalmente non è da un’aneddotica di questo tipo di cui fa usa Onfray che, con erudizione, indica i passi dell’Antico Testamento (i tanti topoi veterotestamentari) collocati dietro o alla base, per esempio, della parabola dei vignaioli, o segnala come, nei Vangeli, Gesù si nutra solo di simboli (pane, pesce, agnello). “I quattro evangelisti saccheggiano i mattoni dell’Antico Testamento con il progetto di costruire il proprio Tempio chiamato Gesù”, conclude il filosofo francese. Questo, indipendentemente dal fatto che la figura del Cristo si basi su una persona davvero vissuta.



sabato 20 maggio 2023

SOTTO FALSO NOME

 

Bart D. Ehrman
SOTTO FALSO NOME
Carocci Editore
2018, brossurato
268 pagine, 17 euro

Il nome di Bart Ehrman, biblista di fama internazionale e professore presso l’università di Chapel Hill, nel North Carolina, è garanzia di un approccio scientifico alle materie di cui si occupa da decenni (la filologia biblica, la storia ebraica e quella del cristianesimo delle origini). Di lui ci siamo occupati più volte in questo spazio, e vi invito a leggere le altre recensioni dei suoi libri cliccando sui link elencati in fondo. In questo suo saggio del 2011, “Sotto falso nome”, si dedica a illustrare il diffusissimo fenomeno dei testi della letteratura cristiana antica che si definiscono pseudo-epigrafi, cioè scritti da qualcuno che si finge qualcun altro. Questo per  dare maggior peso alle proprie affermazioni, o per meglio contrastare quelle di altri. E’ il caso di alcune lettere di San Paolo contenute nel Nuovo Testamento, che si sanno essere (nonostante l’autore dica il contrario) non paoline. Ovviamente la casistica è molto varia, e riguarda testi apocrifi esclusi dal canone, testi anonimi tradizionalmente attribuiti a qualcuno senza che questo qualcuno affermi mai di essere chi si crede (è il caso dei quattro evangelisti), vangeli inverosimili e favolistici che si vogliono addirittura scritti in prima persona da Gesù, scambi di corrispondenza del tutto inventate fra filosofi latini (come Seneca) e cristiani (come San Paolo), testi polemici contro i falsi apostoli e gli eretici scritti proprio da falsi apostoli ed eretici. La disamina di Ehrman riguarda i primi (affascinanti) quattro secoli della storia del cristianesimo, e fa chiarezza sugli studi più recenti condotti sul tema. 
 
 




mercoledì 19 aprile 2023

VANGELI APOCRIFI

 

 


David Donnini
VANGELI APOCRIFI
Amazon
2019, brossurato
224 pagine, p.n.i.
 
Mi sono imbattuto per la prima volta in David Donnini su consiglio di un redattore della Coniglio Editore, grazie a due saggi intitolati “Gesù e i manoscritti del Mar Morto” e “Gamala” pubblicati proprio da quella Casa editrice (che aveva nel catalogo anche alcuni libri miei). Fu una vera e propria scoperta: da sempre appassionato di filologia biblica, sono rimasto affascinato dall’autore e l’ho seguito anche su tutti i suoi altri studi.  Ne ho scritto anche a proposito di “Gesù, il Messia di Israele”, che ho recensito qui:


Riporto quanto già detto, che vale certamente anche per “Vangeli apocrifi”, un suo saggio del 2019 di cui ci occupiamo adesso. «Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore, estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture di fantarcheologia della Bibbia ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnini non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio”».
Con “Vangeli apocrifi”, Donnini riassume e compendia i risultati delle scoperte e degli studi più recenti su tutti questi testi risalenti alle origini del cristianesimo che non sono entrati a far parte del canone, stabilito alcuni secoli dopo la morte di Gesù. Il cristianesimo, scopriamo, era inizialmente composto da comunità molto più frastagliate e diversificate fra loro di quanto si tenda oggi a ritenere. Donnini si augura che da qualche “arcano nascondiglio” spuntino fuori (come è accaduto a Qumran, a Naj Hammadi, ad Akhmim) i Vangeli giudeo cristiani (quelli degli Eboniti, dei Nazareni, degli Ebrei) della cui esistenza abbiano notizie indirette e citazioni, mancando ancora i testi completi. Al di là di certi scritti sicuramente favolistici che narrano episodi insostenibili sull’infanzia e sulla vita di un Gesù mitologico e dei suoi improbabili miracoli (o di quelli dei suoi discepoli, come il buffo duello a colpi di incantesimi fra Pietro e Simon Mago), molti altri documenti sono invece interessanti per meglio comprendere la figura storia del Cristo e di come il cristianesimo si sia diffuso in modo differenziato e variegato nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Donnini propone (spesso integralmente) i testi di cui parla. La tesi dell’autore, basata sugli studi di biblisti di cui si fa divulgatore, è che, a partire dalla predicazione di San Paolo (ma anche, successivamente, con i quattro Vangeli canonici), si siano voluti separare il messaggio e le opere di Gesù dal giudaismo a cui appartenevano, trasferendo la responsabilità della sua uccisione dai romani agli ebrei (da qui, secoli di persecuzioni antisemite). La Chiesa propone una teologia soterica ellenistica che, scrive Donnini, “fa a pugni con la mentalità ebraica e nega praticamente tutto di ciò che Gesù era stato, facendolo diventare un Dio incarnato”. E la fede? Conclude a questo proposito l’autore: “Il lettore non prevenuto ha compreso benissimo che da parte mia non esiste alcuna intenzione di colpire il principio della fede. Al contrario, il mio impegno è stato quello di affrancare la fede dalla dottrina – e ancor più dal dogma – perché solo nella libertà di coscienza può svilupparsi una spiritualità autentica e crescere una fede degna di tal nome”. Personalmente, io incamero dati e punti di vista, appassionato più dagli studi filologici e storici che da quelli teologici e catechistici. Noto però che il catechismo, a me da lungo frequentato da bambino, ragazzo e adolescente, continua a sollevare in me domande, dubbi, ma anche speranze. Come dico sempre: non sono ateo, sono difficile da convincere

domenica 5 febbraio 2023

IL LIBRO DEI LIBRI

 
 

 

John Barton
IL LIBRO DEI LIBRI
Garzanti
cartonato, 2021
670 pagine, 28 euro


Monumentale e chiarissimo al tempo stesso, questo saggio sulla Bibbia di John Barton, biblista inglese insegnante ad Oxford, è davvero una guida preziosa per chiunque voglia capire meglio di che cosa stiamo parlando quando parliamo di Antico e Nuovo Testamento. Barton non si limita a ricostruire (dando ragione delle varie ipotesi, a volte contrapposte, avanzate dagli studiosi) il contesto storico in cui i Libri che compongono le Sacre Scritture vennero scritti (sicuramente non tutti nell’ordine in cui li leggiamo oggi), ma anche di come si è arrivati a stabilire un canone e di come i vari testi sono stati letti e interpretati dagli esegeti e vissuti dai credenti di fede ebraica e da quelli di religione cristiana (a loro volta divisi fra cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e via dicendo). Ogni argomento è approfondito con dovizia di rimandi a una ricca bibliografia, come si conviene a ogni testo scientifico, ma l’esposizione è fatta anche a beneficio di cui non sia necessariamente già esperto della materia, ma se ne interessi con curiosità. Barton affronta anche la complessa storia delle traduzioni nel corso dei secoli, a partire dalla versione dei Settanta, dall’ebraico al greco, realizzata in Egitto nel III secolo avanti Cristo. Mi ha colpito l’annotazione secondo la quale la Bibbia andrebbe tradotta libro per libro con uno stile diverso per rendere la diversità di linguaggio che li contraddistingue, rendendo alcuni testi più sgrammaticati e altri più sublimi, dato che la traduzione omogenea trasmette una impressione di uniformità di scrittura che in realtà i testi biblici non hanno. Le Scritture vengono esaminate con approccio filologico, trattate con il rispetto dovuto a testi ereditati da un lontano passato (anche se non tanto lontano quanto si tende a credere), spiegando anche le difficoltà di trasmissione dei codici trascritti a mano (nessuno più antico del II secolo prima dell’età cristiana, come nel caso nei rotoli del Mar Morto, ma in generale medievali). Stupisce, in ogni caso, quante poche certezze si abbiamo su molte questioni, non ultima quella dell’attribuzione dei testi a un autore. Nella maggior parte dei casi, anzi, si sa con certezza soltanto che è stato indicato dalla tradizione quale estensore di un certo libro in realtà non è chi si crede, e spesso ci sono stati interventi di più mani in epoche diverse (non è stato Mosè a scrivere il Pentauteco, alcune Lettere di San Paolo sono apocrife). Non sappiamo neppure chi fossero i quattro Evangelisti (nessuno di loro si firma e l’attribuzione è convenzionale ma di sicuro non si tratta di Apostoli). Si discute sui luoghi di composizione dei testi. Molto interessante la disamina del rapporto fra la Bibbia e le due grandi religioni che considerano Sacre le Scritture in essa contenute: in realtà sia l’ebraismo che il cristianesimo non si basano soltanto su quanto scritto nell’Antico o nel Nuovo Testamento, anche in ragione delle numerose contraddizioni che vi sono le contenute (difficili da conciliare con quanto viene predicato) ma anche sulla tradizione e il magistero sedimentati nel corso dei secoli, che offrono interpretazioni del testo tese a cercare di superarne le vere o presunte aporie. Barton esamina anche le idee dei primi esegeti e commentatori (da Origene a Sant’Agostino fino a Spinoza), e le diverse tesi scismatiche o eretiche (Ario, Lutero, Calvino). Alla fine si affronta anche la problematica dell’ispirazione divina (per taluni, vera e propria dettatura), cercando di dare un quadro di come viene spiegata dai credenti, a dispetto degli errori e delle evidenti non corrispondenza (per esempio) con le scoperte scientifiche. Lo studioso non prende posizione (pur essendo sacerdote della Chiesa d’Inghilterra), e il suo saggio resta fondamentalmente laico.

giovedì 29 dicembre 2022

APOCALISSE

 

 
Alfredo Castelli
Corrado Roi
APOCALISSE
Sergio Bonelli Editore
2019, cartonato
114 pagine, 20 euro


Davanti a un libro così, la prima domanda che sorge spontanea è: ma come è potuto saltargli in mente, ad Alfredo Castelli e Corrado Roi, di cimentarsi in una versione a fumetti addirittura dell’Apocalisse? Se si trattava di una sfida, indubbiamente è stata vinta. In precedenza, non sono mai riuscito a leggerlo fino alla fine, l’ultimo libro della Bibbia. Come spiega Castelli nella sua postfazione: “I testi dell’Apocalisse sono contorti, prolissi, ripetitivi, tanto che la maggior parte degli esegeti sostiene che il loro estensore e Giovanni evangelista, capace di una scrittura più elegante, non fossero la stessa persona”. Invece, la versione castelliana si segue con interesse e passione dalla prima all’ultima pagina, aiutati anche dalla chiara introduzione. Ovviamente, leggere il testo originale è un’altra cosa. Tuttavia la semplificazione inevitabile rende comprensibile (per quel che è possibile) tutto il dipanarsi delle visioni di San Giovanni o di chi per lui, scritte all’inizio del II secolo dopo Cristo per essere divulgate presso le “sette chiese” (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea). Ci si fa, insomma, un’idea del contenuto, il racconto della fine del mondo, inquadrandolo nel contesto di una ricca letteratura definita apocalittica iniziata già dai tempi del profeta Daniele (in sostituzione appunto della letteratura profetica). Fra i tanti testi, solo l’Apocalisse di Giovanni è stata accolta nel 419 (Concilio di Cartagine), non senza discussioni, nel canone della Bibbia – ma ce ne sono altre (come ci sono altri Vangeli che sono rimasti, a torto o a ragione, esclusi). Si sono tentate infinite interpretazioni per ognuno dei simboli proposti dal testo, identificando per esempio la Grande Prostituta con la città di Roma o incarnando il numero della Bestia, il 666, in Nerone (solo per citare alcune ipotesi), qualcuna convincente, molte no. Castelli propone, grazie alle immaginifiche tavole di Corrado Roi (a cui va un plauso ammirato), non soltanto una visualizzazione del testo giovanneo, ridotto all’essenza con molto rispetto, ma anche lo chiosa mostrando lo stesso Giovanni mentre lo scrive, e inserendo tre intermezzi in cui altrettanti commentatori illustri, che in epoche diverse effettivamente si sono interessati all’Apocalisse, dialogano appunto a proposito di essa. Si tratta di Isaac Newton, Aleister Crowley e Jorge Luis Borges. Il finale è a sorpresa. Citando (ma argomentando molto bene) una delle più recenti interpretazioni del numero 666, Castelli propone che il simbolo numerico corrisponda a uno alfabetico, quello delle tre W. Il che significa che i tempi sono vicini. Il libro è uscito nel 2019, e sappiamo tutti che cosa è accaduto e sta accadendo a partire dal 2020, nel mondo e anche in Rete. Ohibò. Si sappia che in ogni caso, secondo Giovanni, coloro che si salveranno saranno soltanto 144.000.

venerdì 14 ottobre 2022

MARIA

 

 



Jacques Duquesne
MARIA
Corbaccio
Prima edizione ottobre 2005
cartonato – 220  pagine -  Euro 15,00


“Ritratto della donna più famosa e meno conosciuta della storia”, recita il sottotitolo in copertina. E in effetti nessuna donna più di Maria di Nazareth è stata raffigurata in quadri, mosaici, affreschi, arazzi e sculture; nessuna più di lei ha ispirato i poeti e dato il nome a chiese; nessun nome più del suo si è diffuso sul pianeta, per non parlare della devozione che la porta a essere invocata, esaltata, lodata, pregata in ogni angolo della Terra. Gli aggettivi, i titoli, le litanie si sprecano. Ma sotto la gran massa di fiori con cui è stata ricoperta, chi era davvero Maria e che cosa sappiamo di lei? Incredibilmente, non sappiamo quasi nulla. Nei quattro vangeli (e già bisognerebbe capire perché i Vangeli sono quattro e chi sono i quattro evangelisti, se davvero sono quattro soltanto – nel saggio un po’ se ne ricostruisce il quadro) le frasi attribuite a Maria sono solo sei. Negli Atti degli Apostoli le viene dedicato soltanto un rigo. Non sappiamo chi fossero i suoi genitori (Anna e Gioacchino, la cui festa pure viene festeggiata dalla Chiesa, non sono citati – fanno parte della tradizione apocrifa). Non sappiamo che fine abbia fatto (né che fine abbia fatto Giuseppe). Pare improbabile che fosse sotto la Croce sul Calvario (lo dice solo Giovanni, ma non è una testimonianza certa, essendo peraltro contraddetta dagli altri). Pare anche che non fosse in buoni rapporti con Gesù (che quando le si rivolge, in un paio di occasioni non è neppure tenero con lei). Pare che abbia avuto altri figli oltre Gesù, anzi, a sentire Duquesne è certo (e pare che neppure i fratelli fossero in buoni rapporti con Gesù). Non c’è alcun fondamento testuale sul fatto che Maria fosse stata concepita senza peccato (eppure c’è il dogma dell’Immacolata Concezione), che fosse vergine al concepimento di Gesù (eppure l’aggettivo di “Vergine” è antonomastico), che sia rimasta vergine all’atto del parto e nel resto della vita, che sia stata assunta in cielo. Peraltro, alcune cose cozzano fra loro: se la grandezza di Maria consiste nell’accettazione del suo ruolo, il fatto che sia nata senza peccato originale fa di lei una predestinata senza possibilità di scelta. La verginità poi sembra frutto dell’ignoranza degli antichi sul meccanismo della fecondazione: per secoli, fino ai tempi moderni, gli uomini hanno creduto che le donne non avessero ruolo alcuno nel concepimento, limitandosi a fare da incubatrice. Il maschio deponeva il suo seme nel ventre della donna, e il seme germogliava (frutto dunque del solo corredo genetico maschile). Ma non è così: la donna ci mette metà del patrimonio cromosomico; e se è plausibile la partenogenesi, cioè il fatto che una donna possa restare incinta senza intervento maschile, duplicando i suoi cromosomi, il figlio sarà necessariamente una figlia, cioè femmina. In realtà che la Madonna fosse Vergine, non detto nel Vangelo, è stato stabilito a tavolino almeno trecento anni dopo. Così come frutto dei sofismi dei teologi  sono l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo. Peraltro, perfino il concetto di “peccato originale” si deve a Sant’Agostino, cioè nasce alcuni secoli dopo Cristo. Ogni “aggiunta” ai meriti di Maria di Nazareth corrisponde ad altrettanti “bisogni” delle epoche storiche. Alla fine, Carl Gustav Jung nota che con il dogma dell’Assunzione in cielo siamo tornati al culto dell’Antica Dea Madre. Certe figure archetipiche dell’inconscio collettivo non possono scomparire. Il saggio di Duquesne, agile e di coinvolgente lettura, non è né polemico né blasfemo. Non tocca i capisaldi della fede né mette in dubbio che una Maria di Nazareth sia esistita né che sia stata la madre di Gesù, il quale (non lo si nega) può benissimo essere morto sulla croce e resuscitato dopo tre giorni. Il problema è tutto il catafalco di sovrastrutture senza fondamento che nei secoli la devozione (se non il fanatismo) hanno costruito sulla figura della Madonna.

domenica 27 giugno 2021

INFERNO E PARADISO

 

 
 
 
Bart D. Ehrman
INFERNO E PARADISO
Carocci
brossurato, 2020
290 pagine, 23 euro


Per cultura e tradizione siamo abituati a ragionare dell'aldilà, almeno chi ci crede, in termini di inferno e paradiso (magari anche di purgatorio). Cioè in quelli di un premio e di una punizione eterni, per colpe limitate nel tempo, dopo un giudizio (per carità, giusto e indiscutibile) davanti al tribunale divino. Santi, teologi e poeti si sono sbizzarriti nel prevedere le più terribili pene (stranamente, corporali) per le anime (invece spirituali) che vengano dannate, anche se sono molto più vaghe le previsioni, almeno in campo cristiano (a noi non spettano le vergini promesse ad altri), rispetto alla beatitudine paradisiaca. Ci si potrebbe però chiedere se il concetto della punizione eterna post mortem, o quello della resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale, o quello del purgatorio per i credenti meno meritevoli (sarebbe ingiusto infatti un premio uguale per tutti, se ci sono quelli più freddi), facciano parte da sempre delle convinzioni dell'umanità, se si siano imposti a partire da un certo momento, se si tratti di dogmi immutabili o se abbiano subito evoluzioni. Bart D. Ehrman, che insegna presso l'Università della North Carolina ed è un esperto di studi biblici (di lui ci siano occupati anche di recedente, quando ho recensito un suo saggio sull'Antico Testamento), traccia una sorprendente "storia dell'Aldilà" (come recita il sottotitolo). La sorpresa nasce dal fatto che, contrariamente a quanto si può immaginare, "nella Bibbia ebraica non è possibile identificare le nozioni di inferno e paradiso, non troviamo alcun giudizio né punizione per i peccatori, né alcuna ricompensa per i giusti". Cito fra virgolette una frase di Alan Segal, studioso dell'ebraismo, a sua volta citato da Ehrman. Per gli antichi ebrei il regno dei morti era un regno di vaghe ombre, una zona del crepuscolo non dissimile da quella visitata da Ulisse nell'Odissea di Omero. Fino al libro di Daniele (uno dei più tardi) non si parla di resurrezione dei morti alla fine dei tempi. Ma la prospettiva è quella della eventuale "distruzione" dei malvagi, annientati da Dio, non puniti con una pena eterna. L'idea di un premio post mortem deriva dalla concezione dualistica dell'uomo (corpo e anima) tipico della filosofia di Platone, le cui idee erano giunte in Palestina in seguito all'ellenizzazione successiva alla conquista di Alessandro Magno. Le stesse idee che avevano ispirato a Virgilio, una diversa visione, rispetto ad Omero, vari secoli dopo l'Odissea, dell'aldilà visitato da Enea.
Anche le idee del Gesù storico (lasciando perdere quello leggendario, a cui vengono attribuite affermazioni sicuramente frutto di rielaborazioni fatte nei secoli successivi) non corrispondono alla visione di un aldilà di stampo, diciamo così, dantesco. Gesù era un profeta apocalittico (come altri predicatori suoi contemporanei) e prevedeva una fine del mondo molto vicina, con la quale sarebbero state distrutte le forze del male a cui si attribuivano il disordine e le ingiustizie del mondo, e si sarebbe instaurato un regno del bene. Con l'avvento di questo regno, i malvagi sarebbero stati distrutti, cessando di esistere. "Era questa certamente la visione del Gesù storico e dei suoi primi seguaci", scrive Ehrman, "essi non credevano che al momento della morte l'anima di un uomo andasse all'inferno o in paradiso. Al contrario, credevano che alla fine dei tempi - che sarebbe stata imminente - Dio avrebbe giudicato questo mondo, distrutto le forse del male e risuscitato i corpi, alcuni destinati a entrare in quell'utopia che è il regno di Dio qui sulla terra, altri a perire senza possibilità alcuna di ritorno". Neppure la predicazione di Paolo coincide con i dogmi stabiliti in seguito dalla Chiesa, dato che anche l'apostolo in un primo momento si trovò ad annunciare l'imminente fine del mondo e poi, visto che non arrivava, nella necessità di tranquillizzare i propri seguaci, attraverso le Lettere, sul destino di coloro che morivano prima che la fine fosse giunta, aggiustando il tiro e dovendo a ogni piè sospinto risolvere i legittimi dubbi che continuamente si sollevavano, soprattutto sulla questione della resurrezione della carne, destinata ad attraversare i secoli e a dividere i teologi (segno che la faccenda non era molto chiara nelle Scritture). Anche nell'Apocalisse non si parla di punizione eterna ma di sconfitta (e distruzione) dei malvagi, che vengono annientati una volta per tutte. Tutta l'impalcatura delle credenze riguardanti inferno, purgatorio e paradiso è stata costruita a tavolino, nei secoli successivi, dai padri della Chiesa. Fra essi, ci sono stati a lungo pareri discordanti, di tutti Ehrman dà conto e ragione (così come si citano i miti e le credenze di altre religioni, i cui influssi hanno orientato certe riflessioni cristiane). Si esaminano in dettaglio scritti come gli atti di Tecla, il Vangelo di Tommaso, la Passione di Perpetua e Felicita così come tante castabasi (discesa negli inferi) raccontate ancor prima di Dante (che non inventò certo per primo il tema del viaggio nel'Aldilà). Più che i dubbi crescevano, più la teologia cercava soluzioni, a volte anche astruse, tenendo conto anche del cambiamento dei tempi (diverse le concezioni al tempo dei martiri e delle persecuzioni, da quelle successive con il cristianesimo trionfante). Ci consoliamo con Origene di Alessandria (II secolo) che riteneva gli uomini destinati comunque tutti alla salvezza, dopo un periodo più o meno lungo di purificazione.

venerdì 21 maggio 2021

L'ANTICO TESTAMENTO

 

 
 
 
Bart D. Ehrman
L'ANTICO TESTAMENTO
Carrocci editore
2018, brossurato
348 pagine, 29 euro

Con la sua consueta chiarezza (con tanto da specchietti riassuntivi di ogni capitolo e box di approfondimento ad arricchire il testo) il biblista Bart D. Ehrman ci introduce alla lettura dell'Antico Testamento ("Un'introduzione" è infatti il sottotitolo), facendo il punto sullo stato degli studi degli esperti su ognuno dei libri che lo compongono. Libri che, peraltro, sono diversi nella Bibbia ebraica rispetto a quella cattolica, a quella protestante e a quella ortodossa, sia perché alcuni testi sono accorpati (i due libri di Samuele della Bibbia cattolica sono uno solo in quella ebraica) sia perché alcune confessioni includono testi che altri considerano apocrifi. L'Antico Testamento è stato scritto da molti autori diversi (quasi tutti sconosciuti, nel senso che non sappiamo chi realmente siano gli autori, al di là dell'attribuzione data dalla tradizione) nell'arco di seicento anni (da quelli dei profeti Amos e Isaia, che risalgono all'VIII secolo avanti Cristo, a quello di Daniele, vissuto nel II secolo avanti Cristo). La Genesi, il primo testo in cui ci si imbatte, è nato dall'unione di leggende diverse che uno scriba del VI secolo ha cercato di raccordare in un'unica narrazione, non riuscendo tuttavia a dar vita a un racconto univoco. Tutto il Pentateuco, attribuito a Mosé ma chiaramente non realmente da lui scritto, deriva del resto da quattro diverse fonti (denominate J, E, D, P) ricucite fra loro ma chiaramente riconoscibili (la fonte P é, per esempio, è quella da cui derivano i passi legati alle norme rituali sacerdotali e alle sterminate genealogie). Ehrman, conscio di maneggiare argomenti scottanti, visto che tre americani su dieci sono convinti di dover prendere alla lettera il testo biblico, fa ogni sforzo per convincere come gran parte dei racconti siano leggendari, anche se alludono a importanti messaggi e contengono illuminanti insegnamenti. Tuttavia le contraddizioni del testo sono evidenti, al pari dei debiti verso miti e letterature di altri popoli, così come il fatto che i libri appartengono a epoche diverse, contesti storici differenti, generi letterari disparati e ognuno debba essere studiato in relazione all'humus e al background che li ha generati. Oltre ad analizzare caratteristiche e contenuti di ogni libro, Ehrman esamina l'Antico Testamento dal punto di vista filologico: scopriamo così come i testi che noi conosciamo derivano essenzialmente da un unico manoscritto, il Codex Leningradensis, che risale più o meno all'anno 1000, dunque si tratta di una copia redatta 1800 anni dopo la prima trascrizione di un rotolo di Isaia o di Amos, con tutti i deterioramenti che ci possono essere stati in mezzo (ovviamente il problema viene analizzato nel dettaglio). Tutto sommato, al termine della lettura, vien fatto di pensare che Dio, dalla Genesi fino alle storie dei Patriarchi, dell'Esodo, dei Giudici, dei Re, dei Profeti, non ci faccia bella figura, dato che gran parte della Bibbia contiene il resoconto di minacce e di vendette. Un esempio, scelto fra tanti per la brevità, è questo passo del libro di Naum: "Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, pieno di collera. Il Signore si vendica degli avversari e serba rancore verso i nemici". La divinità pretende dal suo popolo il totale annientamento degli abitanti delle città nemiche (herem), non solo uccidendo tutti gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini, ma anche tutti i loro animali. Va detto che stermini di questo genere erano consuetudine di tutti i popoli più di mille anni avanti Cristo (la chiamata di Abramo si data nel 1750 prima dell'era volgare), ma appunto per questo il testo biblico va contestualizzato e risulta molto lontano dal nostro modo di concepire la divinità. In realtà, la collera celeste serve per giustificare il dolore, la malattia, le guerre, le sconfitte: Dio ci punisce perché ce lo meritiamo, perché gli siamo infedeli. Interessante da questo punto di vista il libro di Giobbe, scritto in realtà da due autori diversi, con due stili opposti, che sostengono tesi differenti, ma che cercano entrambi di giustificare la teodicea, il problema del male nel mondo. Ci sono poi testi che ci si chiede perché siano finiti nella Bibbia, come il Cantico dei Cantici (un poemetto erotico), i Proverbi, o il Qòelet, dove si sostiene che, essendo la vita breve ed effimera, è difficile comprenderne il senso, e ciascuno dovrebbe cercare di godersela come può. Probabilmente sono questi i libri più belli, anche se tutta la Bibbia, sia nelle parti in prosa che in quelle in poesia, resta una testimonianza letteraria di incommensurebile valore.

domenica 23 febbraio 2020

DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO





Richard Dawkins
DIVENTARE PIU' GRANDI DI DIO
Mondadori
cartonato, 2019
250 pagine, 21 euro


"Una guida all'ateismo per principianti", recita il sottotitolo. In effetti, il volume si configura come una sorta di guida in breve che riassume, in modo chiaro, quanto già esposto dall'autore in un altro suo celebre libro, "L'illusione di Dio", del 2007. Chi abbia già letto il precedente saggio non troverà grandi novità se non, appunto, una argomentazione più veloce, accattivante e sintetica. Grande divulgatore com'è, e come ha dimostrato in classici della biologia evolutiva spiegata ai non iniziati quali "Il gene egoista" e "L'orologiaio cieco", Dawkins si ascolta sempre volentieri comunque la si pensi. Il suo è un argomentare misurato, logico, razionale e consequenziale, che personalmente trovo affascinante e che credo possano trovare affascinante anche i credenti che vogliano confrontarsi con i motivi dello scetticismo altrui verso il trascendente di atei e agnostici. Sarebbe anzi interessante poter leggere altrettante esposizioni di buon senso, da parte di chi, invece, vuole spiegare i motivi della propria fede. Dawkins illustra come, secondo lui, i libri sacri di ogni religione che vengono ritenuti dettati da Dio siano in realtà scritti dagli uomini, come non ci sia necessità di essere credenti per stabilire cos'è il bene e cos'è il male e comportarsi di conseguenza, come l'evoluzione spieghi la vita sulla Terra senza bisogno di ricorrere a un creatore, ad Adamo e a Eva. Lo scienziato argomenta il suo parere, ciascuno poi ne trarrà le conclusioni che più ritiene giuste.

domenica 28 ottobre 2018

JESHUA E GESU'





Claudio Saporetti
JESHUA E GESU'
Sellerio
2000, brossurato

200 pagine, 15000 lire

L'autore è un orientalista, docente di Assirologia all'Università di Pisa, epigrafista e archeologo, e dunque conosce molto bene la realtà dell'Antico Medio Oriente e le lingue che vi si parlavano, a partire dall'ebraico e dall'aramaico, fino ad arrivare al greco. Conosce bene anche i testi biblici e i Vangeli, come dimostra nel saggio di cui stiamo parlando, in cui usa, volutamente, le grafie più giuste per i nomi dei personaggi (appunto Jeshûa al posto di Gesù, per dirne uno). Il sottotitolo del libro avverte: "Appunti interrotti sui Vangeli canonici", e fra poco spiegherò perché "interrotti". Il proposito dell'autore era di rileggere i Vangeli con l'occhio disincantato del laico "che non si fa deviare da pregiudizi fideistici". Ma anche, spiegare ai meno esperti delle fisime mediorientali tutto il substrato di tradizioni semite costrette a fare i conti con quelle indoeuropee. Perché il cristianesimo è su questo compromesso che si basa, pare. Dunque, l'ipotesi di lavoro era questa: esaminare ogni racconto evangelico, per lo più contraddittorio nelle diverse versioni date dai quattro evangelisti, cercando di dedurre come potessero essere andati storicamente e logicamente i fatti narrati, escludendo i miracoli. Si comincia con l'Annunciazione, spiegata in modo affascinante, e si procede in un crescendo di rivelazioni. Personalmente trovo plausibilissima, per esempio, l'ipotesi che l'episodio di Gesù dodicenne fra i dottori sia avvenuto quando Giuseppe e Maria sono andati a riprendere il ragazzo affidato, per la sua educazione, al parente Zaccaria, sacerdote del Tempio. La lettura è davvero accattivante, dotta e informata senza essere ostica e specialistica. Sennonché, arrivati al commento delle Beatitudini, e cioè a pagina 154, Saporetti interrompe bruscamente il suo libro così promettente. E cambia di colpo registro. "Mi è successa una disgrazia", spiega, "e questa disgrazia ha coinciso con la fine del mio tentativo. Non scriverò più niente sui Vangeli". All'autore è morta la moglie. Al che, distrutto, ha cominciato a interrogarsi sulla possibilità di una vita oltre la morte, sulla possibilità di un contatto. "All'idea dell'annichilimento totale di una persona adorata mi sono ribellato, e sono ricorso anch'io all'oppio dei popoli, alla speranza che, in qualche modo, la vita perduta in realtà non fosse perduta, ma da qualche parte vivesse". Pur senza abbracciare la fede cristiana, Saporetti comincia a disquisire sull'argomento, facendo le più varie (e anche ragionevoli) ipotesi. Però, il tema originale viene abbandonato. E questo squalifica il libro, che poteva essere pubblicato senza l'aggiunta finale; oppure le riflessioni sulla vita e sulla morte potevano essere ampliate e pubblicate a parte. Un libro interrotto, insomma. Come un giallo in cui l'autore non ci rivela chi è l'assassino.

venerdì 19 ottobre 2018

VITA DI SALOMONE



Alberto Jori
VITA DI SALOMONE
Editrice Ave
1994, brossura,
80 pagine, 10.000 lire

Un testo agile, brillante, ben illustrato e non confessionale: si parla di Salomone come personaggio storico. Storico, ovviamente, sulla base soprattutto di quello che la Bibbia racconta, in special modo nel Primo Libro dei Re, anche se poi si parla di lui anche nel libro di Samuele e nel Siracide. Nella Bibbia sono anche contenuti oltre tremila proverbi a lui attribuiti, poi chissà se saranno davvero suoi: fatto sta che è diventata proverbiale anche la sua saggezza. Va detto che il nostro modo di dire "sentenza salomonica" intendendo un giudizio che viene incontro a entrambe le parti, accontentandole o scontentandole tutte e due, è sbagliato. La locuzione si riferisce al famoso episodio narrato nel terzo capitolo del Libro dei Re in cui si presentano a Salomone due prostitute in lite per un figlioletto: ciascuna diceva che era suo (convivevano, avevano un bambino ciascuna, ma a una era morto il proprio e aveva sostituito il morto con l'altro vivo). Le testimonianze erano discordi, così il Re deliberò di far tagliare il piccolo in due parti con la spada. La vera mamma proruppe in pianti dicendo che allora no, non era suo, era dell'altra: così Salomone seppe che quella era la madre, quella che piangeva, e le restituì il figlio. Come si vede non è un giudizio equidistante, è un giudizio che accontenta una delle parti, quella che ha ragione. A me colpisce il fatto che una questione del genere possa essere stata portata di fronte al Re, come se non ci fossero a Gerusalemme dei giudici per l'ordinaria amministrazione, ma tant'è, le leggende sono leggende. Del resto c'è molto di leggendario, riguardo a Salomone: non solo la sua saggezza, ma anche la sua ricchezza, il suo potere, la costruzione del Tempio, la visita della Regina di Saba (leggendaria a sua volta), il numero spropositato di amanti e concubine (il che dimostra che forse tanto saggio non era). Tutto sfuma nella leggenda perché stando ai fatti regnò per quarant'anni tra il 970 e il 930 avanti Cristo. Che sia stato un abile politico è fuor di discussione: seppe sgominare diversi complotti, mantenne il potere quasi senza guerre, dotò il suo popolo (un popolo di pastori, essenzialmente) di una flotta, di un esercito di carri, di una rete commerciale, di edifici pubblici. Arricchì immensamente Gerusalemme, grazie a una efficiente organizzazione carovaniera. Fu aperto alle altre culture e consentì il culto ad altri dei (le sue concubine, giunte da terre lontane, sembra che sacrificassero regolarmente alle loro divinità nel Palazzo reale stesso), il che sollevò  dei malumori. In vecchiaia perse il senno e pare che si sia lasciato andare. Il regno, dopo la sua morte, comunque si sfaldò per colpa del figlio: segno che anche l'uomo più saggio nulla può contro la stupidaggine altrui.

giovedì 26 aprile 2018

OH DIO MIO!


Anat Gov
OH DIO MIO!
Giuntina
2016, brossurato,
100 pagine, 10 euro

Scritto come un testo teatrale ma sicuramente da leggersi anche e soprattutto come un testo letterario (del resto i testi teatrali fanno parte a pieno titolo della letteratura), "Oh Dio mio!" è un piccolo capolavoro di umorismo yiddish ma certamente non si può etichettare come scritto comico. Anzi, il drammatico prevale, visti i temi trattati. L'autrice, israeliana di Tiberiade (1953-2012), mette in scena l'incontro impossibile tra un psicoterapeuta, Ella, madre di un ragazzo autistico di dodici anni anni, Lior, e un insolito paziente venuto a farsi psicanalizzare, che si rivela essere Dio. Il Creatore fa un po' di fatica a convincere Ella che si tratta proprio di Lui, ma poi, di fronte all'evidenza di tante cose di lei che solo Colui Che E' può sapere, la psicologa accetta il dato di fatto e, con grande professionalità comincia il suo lavoro. Dio sembra vittima di una sindrome depressiva, dato che le cose, con l'Uomo, non sono andate per il verso giusto. Ella scava con metodo freudiano cercando di capire se alla base del mal di vivere divino ci siano i genitori assenti, e provoca con veri e propri colpi ai fianchi la reazione del paziente, messo sotto accusa. Tanto per cominciare, perché il Creatore ha voluto creare? Si sentiva solo? "Cerchi di ricordare il momento prima della decisione". E poi, possibile che creato l'Uomo, al primo sgarro sia stato così brutalmente punito e abbandonato? E i dieci comandamenti? Perché il primo non è "non uccidere" ma "non avrai altro Dio all'infuori di me"? Paura dell'abbandono? E che dire dell'odio verso le donne, fatte partorire con dolore? Gelosia perché Adamo preferiva Eva a Lui? Dio finisce quasi per perdere le staffe. Alla base della depressione divina sembra esserci il pasticciaccio brutto accaduto con Giobbe. Prima di quel fatto, Dio interveniva, parlava, era presente; dopo, quasi scompare dalla Bibbia. Non parla più. Che accadde, veramente? Alla fine, però, anche Ella si rende conto di venire psicanalizzata da Dio, per il dramma che vive con il figlio autistico. E sembra che il confronto sia terapeutico per entrambi. Dio non può fare a meno dell'uomo e l'uomo non può fare a meno di Dio?