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lunedì 4 agosto 2025

LA SARDEGNA PREISTORICA

 
 
 

 
Paolo Melis
LA SARDEGNA PREISTORICA
Carlo Delfino Editore
2022, brossura
96 pagine, 10 euro

Durante una vacanza sulle spiagge nei pressi di Oristano, vicino ai resti della città di Tharros (fondata dai Cartaginesi nel VII secolo avanti Cristo), subito dopo una visita al Museo Archeologico di Cagliari, leggo tutto d'un fiato un breve libro sulla Sardegna preistorica, saggio ricco di illustrazioni che ha però l’unico difetto di finire prima di trattare della civiltà nuragica (del resto il titolo non lo prometteva). Quel che ho letto, mi conferma nella convinzione che la Sardegna sia la regione italiana cui più di ogni altra si dovrebbe scavare e indagare archeologicamente, essendo la terra con più misteri e con le più antiche civiltà. Paolo Melis consegna ai suoi lettori un compendio sintetico e divulgativo decisamente ben fatto, nonostante il breve spazio a disposizione. Non manca però una ricca bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti, così come molto utile si rivela il glossario  (da “Absidato” a “Ziggurath”) collocato in appendice. Leggendo apprendiamo come la Sardegna cominci a essere abitata dall’uomo a partire da circa mezzo milione di anni fa, probabilmente da gruppi di Homo Erectus, giunti attraversando il Tirreno grazie a una regressione marina  causata da una glaciazione del Pleistocene Medio, che portò a unire la parte più orientale della Corsica a quelle che adesso sono isole dell’Arcipelago Toscano, all’epoca unite al continente. Una seconda ondata di arrivi avvenne, sempre per un abbassamento del livello del mare, intorno a 165.000 anni fa, e una terza e ultima immigrazione via terra portò gli Homo Sapiens e i Neanderthaliani circa 70.000 anni avanti Cristo. Da quel momento in poi le acque smisero di abbassarsi e rialzarsi, la Sardegna restò circondata dal Mediterraneo e i successivi visitatori vi arrivarono in barca, dato che gli uomini dei Neolitico avevano scoperto la navigazione. Il più antico ritrovamento di resti umani sull’isola risale a 20.000 anni fa, ma numerosi sono i reperti litici o i segni di manipolazione dell’uomo di ossa di animali risalenti a epoche precedenti. La “Venere di Macomer”, raffigurazione della dea madre, è l’unica attestazione di arte paleolitica finora rinvenuta (12.000 anni fa). Paolo Melis elenca tutta una serie di Culture (quella di Bonuighinu, 5000 anni avanti Cristo; quella di Ozieri , 4000 anni, quella di Monte Claro, 3000 anni) caratterizzate dalla produzioni di vasi, punte di frecce, attrezzi, e da un progressivo aumentare delle decorazioni artistiche. Si parla poi delle caratteristiche degli insediamenti, con la forma delle capanne ricostruita grazie alle riproduzioni nelle tombe ipogee (le “domus de janas”), si accenna ai dolmen, ai menhir, alle mura ciclopiche, allo ziggurath di Monte d’Accorddi, chiaramente un luogo sacro, agli scavi di ossidiana, oggetto di commercio con altri popoli. Con l’età del rame si conclude il saggio di Melis, per proseguire la scoperta della storia sarda non resta che cercare notizie su un altro libro che riprenda dove si interrompe questo. Per esempio, potrebbe essere utile un saggio di cui abbiamo già parlato su questo stesso blog: "Sardegna nuragica", di Giovanni Lilliu



domenica 19 maggio 2024

IL SEGRETO DEL CARILLON

 

 
Fausto Serra
IL SEGRETO DEL CARILLON
Scatole Parlanti
2024, brossura
190 pagine, 17 euro
Illustrazioni di Walter Venturi
Prefazione di Moreno Burattini
 
Gli appassionati di fumetti conoscono Fausto Serra per essere l'infaticabile organizzatore dei Rendez-Vous sardi degli Amici di Zagor. Ma Fausto è anche uno scrittore, giunto al suo secondo romanzo.
Dopo "L'eredità morale, uscito nel 2021, ecco "Il segreto del carillon".
E' la storia di un ex ergastolano, Ardito, a cui, in vecchiaia, viene concessa la grazia dopo quarant'anni di pena. Il narratore lo incontra casualmente, seduto su una panchina del parco di una casa di riposo, e intuisce di trovarsi davanti a un uomo con una storia particolare e difatti su quella panchina, che diventa il loro ritrovo abituale, Ardito racconta la sua vita: dall'infanzia al quadruplice omicidio che lo ha portato in carcere e alle drammatiche vicissitudini al suo interno. Ma c'è qualcosa che sfugge, un segreto nascosto, una verità che spiega i fatti in un altro modo. C'è da scoprire il segreto del carillon.
Qui di seguito, il testo della mia prefazione.


 

SLIDING DOORS
di Moreno Burattini

Nel romanzo precedente di Fausto Serra, “L’eredità morale” del 2021, a pagina 63 troviamo l’inizio di un capitolo intitolato “L’adozione mancata”, in cui il lettore si trova di fronte al drammatico racconto di una “sliding door” nella vita di un bambino, il piccolo Minniu. Le “sliding doors”, o “porte scorrevoli” sono quelle situazioni nelle quali qualcuno si trova di fronte a un evento, magari a cui lì per lì non dà troppa importanza, che cambia o potrebbe cambiare la sua vita. A volte ci sono “sliding door” di cui neppure ci accorgiamo: la nostra mano sceglie fra tanti un biglietto della lotteria che non dà diritto a nessun premio, ma quello accanto avrebbe potuto essere il vincente. Altre volte il caso decide per noi: Jack Dawson si imbarca sul “Titanic” vincendo al gioco il biglietto che gli permette di salire a bordo. La definizione deriva da un film del 1998, “Sliding doors”, appunto, diretto dal britannico Peter Howitt, in cui le porte scorrevoli del vagone di un treno di una linea metropolitana cambiano il destino della protagonista Helen (Gwyneth Paltrow). Hewitt aveva tratto ispirazione da un altro film che affronta il tema del fato, “Destino cieco” (1981), del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Che cosa capita a Minniu? Il bambino e i suoi fratelli più grandi erano rimasti orfani di entrambi i genitori e vivevano in estrema povertà tra le mura cadenti di una vecchia casa lungo il fiume Coghinas. Si prospetta la possibilità di una adozione. Una coppia di benestanti giunge da Sassari per conoscere Minniu, lo trovano adorabile e manifestano il più vivo interesse per adottarlo. I fratelli più grandi si consultano fra loro per decidere il da farsi: forse per non perdere i contatti con il piccolo di casa, rifiutano l’offerta. Scrive Fausto Serra: “Il bambino andò a finire nelle mani di un padrone che si chiamava Zio Pasquale, che si decise a prenderlo con sé  purché si fosse guadagnato i pasti e l’alloggio, e non come figlio adottivo. Lo attendeva un futuro da servo pastore”. Cosa sarebbe stato di Minniu se i signori di Sassari avessero potuto portarlo nella loro casa? Sembrano riflessioni oziose, ma talvolta la vita ci pone davanti a dei bivi in grado, cambiando anche solo di pochissimo le carte in tavola, di condizionare il resto della nostra esistenza. Mi è tornato in mente Minniu perché anche il destino del protagonista del secondo romanzo dello scrittore, sembra segnato da più di una “sliding door”, la cui esistenza il lettore scopre man mano, fino al colpo di scena finale, allorché viene svelato il segreto del carillon. Carillon che compare fin dalle prime pagine, riaffiorando poi qua e là nel romanzo. Siamo nel 1932, in una sperduta località che sembra essere la Gallura anche se non viene mai nominata, e Angelina, la madre di un bambino di pochi mesi, vede il marito Efisio guardarla mentre, seduta davanti al camino, con una mano dondola la culla e con l’altra tira la cordicella che aziona la melodia del carillon. Gli chiede a che cosa stia pensando. Il padre del piccolo risponde: «Al nostro bambino. È nato da pochi mesi e già mi preoccupa il suo futuro. Cosa gli potrà riservare questo posto dimenticato da Dio, se non una dura vita da pastore, isolato dal resto del mondo? Avrei desiderato per lui un futuro migliore». Quel bambino è stato chiamato Ardito a scopo beneaugurale e il romanzo di Fausto Serra ne racconta l’intera esistenza, segnata da un destino tragico che però avrebbe potuto diverso se le porte scorrevoli si fossero aperte e chiuse in altra maniera al momento giusto. “Il segreto del carillon”, apparentemente, sembra un romanzo carcerario: Ardito, appena ventenne, finisce all’ergastolo dopo aver commesso un quadruplice omicidio mosso, si direbbe, da un impulso folle e sconsiderato, per futili motivi, rovinando la sua vita e quella dei suoi genitori, oltre a privare le vittime della propria. Però, si capisce che c’è qualcosa dietro, qualcosa di cui lo stesso assassino inizialmente non si rende conto ma che piano piano emerge alla sua coscienza. Coscienza che non sembra affatto quella di un delinquente incallito o di uno spietato criminale, come dimostrano le tante avventure vissute fra le mura del penitenziario, dove è costretto a confrontarsi con il suicidio di un caro amico, la rocambolesca evasione di un altro, una rivolta di detenuti.  Si chiede a un certo punto Fausto Serra: «Senza scomodare teorie sull’esistenza di entità superiori che regolano il destino di ogni essere umano, appare chiaro che qualcosa di insondabile ci sfugge. Il percorso di un’esistenza nasce già segnato? E quale potere soprannaturale ne decide le sorti? ». Ognuno cerchi di dare la propria risposta. “Il segreto del carillon” amplia l’orizzonte dell’ “Eredità morale”, dove la narrazione ricostruiva, sulla base di fatti realmente accaduti, la storia di una famiglia (quella dello stesso autore). Adesso, con il secondo romanzo, Serra allarga la visione all’intera condizione umana, anche se lo fa prendendo a paradigma la terra da cui proviene e una realtà storica particolare, questa volta dando libero sfogo all’invenzione. Le porte scorrevoli della fantasia possono condurre dovunque.

 


venerdì 25 agosto 2023

L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI

 

 


 

Bepi Vigna
L’ESTATE DEI DISCHI VOLANTI
Condaghes
Collana Il trenino Verde
Prima edizione dicembre 1997
brossurato – 116  pagine -  lire 11.800

Bepi Vigna (Baunei, Nuoro, 1957)  noto sceneggiatore di fumetti (ma anche giornalista, saggista, organizzatore di mostre ed eventi) nel 1997 ha trasfornato in romanzo breve destinato ai ragazzi lo spunto di sua sceneggiatura originariamente scritta per Nathan Never e pubblicata su un Almanacco della Fantascienza. Naturalmente Nathan non c’è e protagonisti sono quattro giovanissimi sardi con il gusto per le camminate in montagna, che un giorno durante un’escursione scoprono le tracce dell’atterraggio di un disco volante, o almeno questo è quel che sembra. Del resto i dischi volanti vengono avvistati anche in paese, e c’è addirittura un rapimento da parte degli alieni. Tuttavia, le apparizioni delle astronavi restano in secondo piano, mentre in evidenza c’è il primo amore fra due degli adolescenti protagonisti, Dario e Vivina, un qualcosa che viene presentato come più magico degli stessi UFO, e in effetti le pulsioni sessuali, al loro primo apparire, sono oggetti non identificati per tutti i giovanissimi. A un certo punto della storia, Dario e Vivina vengono creduti morti in un incendio scoppiato sull’altipiano, appiccato da una coppia di balordi, rimasti essi stessi vittima del loro gesto. Tornano in paese proprio mentre si celebra il loro stesso funerale. Gli alieni spariscono così come sono venuti, dopo aver restituito la vittima rapita. Sparisce anche l’estate e la storia d’amore fra Dario e Vivina, che è stata un’apparizione nel cielo durata il lampo di una stagione, come un cerchio nel grano di difficile decifrazione. Quando i due si rivedranno, molti anni dopo, nulla sarà più come prima. La lettura è molto piacevole e va considerato il target.


giovedì 6 gennaio 2022

L'EREDITA' MORALE

 

 
 
Fausto Serra
L'EREDITA' MORALE
Youcanprint
2021, brossura
224 pagine, 12.90


Sono una trentina le bellissime illustrazioni di Walter Venturi che corredano e commentano questo libro di Fausto Serra. Venturi, disegnatore di punta di Zagor (oltre che di tanti altri fumetti) è legato a Fausto da una grande amicizia nata durante i "Rendez Vous" degli appassionati zagoriani che Serra ha organizzato per vari anni (e conta di organizzarne altri) a Viddalba, in Sardegna, in provincia di Sassari. Uomo dalla tempra inossidabile, impegnato su mille fronti e dotato di grande umanità, Fausto è anche molto legato alla sua terra. Lo dimostra con questo romanzo, in cui va in cerca delle proprie radici, ricostruendo la storia della propria famiglia, a partire dalla figura del nonno, Giovann'Angelo, classe 1870. Per farlo, si è messo sulle tracce dei resti del vecchio mulino dove abitava, oggi ruderi nascosti dalla vegetazione. Il racconto si concentra soprattutto su Giovanni Maria, detto Minniu, suo padre, ultimo genito di una nidiata di quattro sorelle e tre fratelli, rimasti giovanissimi orfani di entrambi i genitori. Ne viene fuori una storia, raccontata molto bene, che si rivela, da particolare che è, del tutto universale. Al tempo stesso, sa descrivere una terra e la sua gente. Ho cercato di spiegarlo nella mia prefazione, che riporto qui di seguito.

RADICI
di Moreno Burattini

Il passaggio dalla preistoria all’epoca storica è segnato da uno snodo fondamentale: la testimonianza scritta. Prima dell’invenzione della scrittura, degli eventi umani non rimaneva traccia. Certo, ci sono stati millenni di tradizioni orali. Ma tutto svanisce, se non si scrive. E’ per questo che gli uomini hanno sempre sentito il bisogno di fissare su carta (o su qualunque altro supporto) la memoria di se stessi. C’è la foto di alcuni ruderi divorati dalla vegetazione, a pagina 216 di questo libro: sono quelli del vecchio mulino dove un tempo viveva la famiglia di Fausto Serra, l’autore delle pagine che state per leggere. Ruderi che il tempo presto cancellerà per sempre, ma il cui ricordo è possibile tramandare al di là delle reminiscenze dei singoli. Fausto è andato a cercare quelle pietre, come si legge all’inizio del suo racconto, alla ricerca di un pezzo di sé stesso. Che cosa siamo, senza le nostre origini? La letteratura è memoria ed è memoria delle nostre radici, il racconto del percorso fatto attraverso cui è possibile capire dove siamo arrivati. Noi siamo la nostra memoria: chi è privo di ricordi non sa chi è. Serra, come tanti prima di lui, è andato in cerca delle proprie radici e di questa ricerca ha tratto il libro che avete fra le mani, raccontando la storia di suo padre (il quale a sua volta aveva un padre, che aveva un padre, che aveva un padre) per raccontare se stesso, per comprendersi e completarsi. Ma le radici di una pianta sono legate a una terra. Non si capisce un uomo senza capire la sua terra: quella in cui è nato, quella in cui è vissuto, magari quella da cui è fuggito (perché una terra sa anche essere matrigna), oppure quella in cui si è trapiantato. E le radici sono al plurale perché tante, ramificate, contorte, intrecciate con altre con cui formano un reticolo inestricabile. Quindi, la storia di un uomo è connessa a quelle di altri uomini, la storia di una famiglia a quella di altre famiglie. Per questo il libro che avete fra le mani non è soltanto il racconto di un nonno, dei suoi figli e dei suoi nipoti, ma assume un valore universale. C’è un vecchio mulino, o il suo corrispondente (una casa dei nonni, una antica cascina), nella storia di tutti noi, che proveniamo da un mondo, da una realtà, da una società di cui non dobbiamo perdere il ricordo, né, soprattutto, i valori.

martedì 9 novembre 2021

MAL DI PIETRE

 
 
 
 
 
 
 
Milena Agus
MAL DI PIETRE
Nottetempo
2006, 120 pagine


Mentre il film che ne è stato tratto nel 2016 dà un nome alla protagonista (Gabrielle, interpretata da Marion Cotillard), nel romanzo di Milana Agus, del 2006, si parla di lei solo come “la nonna”. Del resto, nel libro non ci sono altri nomi ma solo definizioni come “il nonno”, “il reduce”, “papà”, “la zia”. Vero è che il film non è fedele al testo ma una libera trasposizione ambientata in Francia (la pellicola è infatti francese), mentre la vicenda originaria è sarda, e sarda fino in fondo. Del resto, “Mal di pietre” (pur finalista a Stresa, al Campiello, allo Strega) non ha avuto un successo di vendite paragonabile a quello ottenuto oltralpe. Il romanzo ricostruisce la (fittizia) storia famigliare dell’anonima narratrice, nipote di quella nonna la cui vita, in pratica, fa da asse portante a tutta la narrazione, dagli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale fino ai primi del nuovo millennio. Una nonna davvero strana, forse bizzarra, sicuramente particolare. Ritenuta matta dai parenti, fin da bambina, per i suoi comportamenti sopra le righe ritenuti un disonore per una famiglia di compassati sardi, al punto da far progettare un internamento in manicomio. La nonna scriveva racconti e poesie, dipingeva, manifestava una libido vivacissima, non sapeva tenere la testa bassa e frenarsi, cercava disperatamente l’amore al di fuori delle convenzioni sociali, con il risultato di far fuggire, nonostante il bell’aspetto e le forme procaci, tutti i pretendenti, suoi e delle sorelle (che imparentarsi con una pazza non voleva nessuno). Finché giunge il nonno, un uomo taciturno e paziente, che accetta di sposarla senza amore, come per risolvere la situazione, sua (è rimasto vedovo in seguito al bombardamento di Cagliari) e di lei. Il nonno riesce a farsi volere bene, alla fine. La nonna, per ripicca alla costrizione famigliare, per un po’ rifiuta ogni rapporto sessuale, poi, incuriosita dalle visite del marito alle case chiuse, quasi per gioco si propone di imparare a fare meglio e di più ogni prestazione. Riuscendoci benissimo. Il “mal di pietre”, cioè la calcolosi renale, di cui soffre la nonna, le impedisce di avere figli: un soggiorno in una località termale del continente sembra rimettere le cose a posto, almeno per un po’, e nasce un bambino, futuro musicista (il padre della narratrice). La storia della nonna è immaginata come recuperata dalle annotazioni su un quaderno ritrovato dopo la sua morte: lì è narrata una storia d’amore e di sesso vissuta alle Terme, con un Reduce anche lui in cura presso lo stesso stabilimento. Quanto c’è di vero e quanto di sognato lo si capisce solo alla fine. E’ bello il ritratto di una donna (sensuale, complessa, arabescata) che la Agus riesce a regalarci, inserito in un contesto storico che cambia: prima la Guerra, poi la riforma agraria, l’emigrazione, il boom economico, la trasformazione della società sarda e italiana. Colpiscono le pagine in cui la nonna e il nonno vanno a trovare gli zii emigrati a Milano: li credono ricchi e felici e li scoprono in una soffitta, più poveri di loro. La felicità degli altri è sempre immaginaria.

sabato 6 marzo 2021

SARDEGNA NURAGICA

 

 
Giovanni Lilliu
SARDEGNA NURAGICA
Il Maestrale
brossurato, 2019
146 pagine, 13 euro

Giovanni Lilliu (1914-2012), archeologo di fama internazionale, è stato uno dei più illustri studiosi delle antichità sarde e uno dei primi a far conoscere, in ambito accademico e anche divulgativo, al di là delle leggende e del velo di mistero, la complessità delle civiltà che si svilupparono in Sardegna dal paleolitico fino all'età dei nuraghi. Questo agile libretto, che ha l'apparenza di una guida turistica (ricco com'è di illustrazioni), è un compendio portatile dei suoi principali scritti. Quel che colpisce il profano è la ricchezza di resti, molti ancora da studiare e chissà quanti da scoprire, che gli antichi sardi hanno lasciato: resti che non si limitano, e già sarebbe tanto, alle migliaia e migliaia di nuraghi (dal vocabolo "nur", mucchio o accumulo) che costellano la Sardegna in ogni direzione, ma comprendono anche domus de janas (case delle fate, tombe ipogee), dolmen e menhir, resti di capanne e di interi villaggi, luoghi di culto, statue colossali, tombe dei giganti (sepolcri collettive di grandi dimensioni), uno ziggurat, bronzi che raffigurano personaggi dei vari ceto sociali. Gli stessi nuraghi, il lascito più evidente degli antichi popoli, non hanno forme e strutture riconducibili a un unico modello replicato, ma dimostrano una evoluzione (e dunque raccontano una storia) lungo i secoli, tra il 1800 e il 300 avanti Cristo. Ce ne sono di più antichi e più recenti, a un solo piano, a due piani, a tre piani, isolati o al centro di un complesso di dimensioni notevoli, ma anche costruiti a forma di corridoio. Lilliu descrive le tipologie dei resti che ci sono pervenuti, facendoci stupire per la varietà e la diffusione sul territorio. Non si inoltra però nella descrizione più elaborata del popolo (o dei popoli, visti i 1500 anni di storia attraversati dai nuragici) dei nuragici, non parla degli Shardana, citati dalle fonti egizie del II millennio a.C, come facenti parte della coalizione dei popoli del Mare: la loro identificazione con gli antichi sardi è ancora oggetto di dibattito archeologico. Li cita, però, in un passaggio a pagina 94, come "Sherdanw" e dice che sono scolpiti in monumenti dell'antico Egitto. Dunque, lo studioso si tiene sul concreto: dai bronzetti sappiamo che c'erano guerrieri (molti arcieri), fedeli di divinità sotterrare che portavano offerte agli dei (ex-voto), signori con il mantello e il bastone del comando. Le torri più alte dei nuraghi erano soprattutto il simbolo di un potere, un luogo del comando attorno a cui cui stringeva per difendersi. Tutto questo finì con l'arrivo dei romani (o forse prima), e seguì l'oblio sulla più antica (incredibilmente antica) cultura italiana, della quale si parla sempre poco (incredibilmente poco), mentre ci sarebbe da studiare, scavare, indagare, per riportare alla luce non soltanto i reperti, ma la storia di un popolo che rivaleggiò con gli egizi e i fenici.

lunedì 8 febbraio 2021

IL CODICE DELLA VENDETTA

 

 
 
Pasquale Ruju
IL CODICE DELLA VENDETTA
Edizioni e/o
2021, brossurato
240 pagine, 17 euro


"Zanna e io ci facciamo compagnia da quattro anni, tre libri e più di seicento pagine. Un bel viaggio, sul serio. Talmente bello che vien voglia di ripartire." Così scrive Pasquale Ruju (sceneggiatore di fumetti, prima che scrittore di noir) nei suo ringraziamenti finali. In effetti Francesco Livio Zannargiu, in arte Franco Zanna, ha ormai all'attivo tre avventure, a partire da "Nero di mare" (2017) a cui ha fatto seguito "Stagione di cenere", prima di questo "Il codice della vendetta" (c'è un romanzo di esordio, "Un caso come gli altri", in cui Zanna non compare). Il protagonista è un fotoreporter attivo in Sardegna, sul jet set delle ville dei VIP e dei locali alla moda, ma non ha la vocazione del paparazzo. Lo fa per vivere, dopo aver cominciato come cronista di nera ma aver pestato i piedi a qualcuno di troppo, che per vendetta lo ha costretto a lasciare sul Continente la moglie e la figlia, contro cui erano state minacciate ritorsioni, e a ritirarsi a vivere una vita randagia e solitaria sull'Isola, senza poter spiegare niente neppure a loro, che per anni lo hanno considerato una sorta di disertore (i retroscena ci erano stati spiegati in "Nero di mare"). Adesso, a Zanna si offre la possibilità di riallacciare i rapporti con  la famiglia e saldare il conto a Alfio Di Girolamo, detto il Catanese, killer di mafia, uno dei responsabili della sua via crucis. La vendetta ha un preciso codice barbaricino, addirittura studiato e messo su carta negli anni Cinquanta dal giurista e filosofo Antonio Pigliaru: deve essere implacabile ma proporzionata al male subito, e riservata solo a chi davvero il male lo ha fatto, senza ombra di dubbio. Per questo Zio Gonario, parente di Franco Zanna e bandito sardo gentiluomo che vive un clandestinità, fa riflettere il nipote sull'opportunità e sulle conseguenze dei suoi propositi. Oltre a Gonario, che già conoscevamo, tornano sulla scena altri personaggi (oltre Carla e Valentina, la moglie e la figlia del fotografo) come Irene, la direttrice dell'agenzia per cui Zanna lavora, e Cosima, la barista di Porto Sabore, là dove Franco vive nella sua Catapecchia (un personaggio pure lei, volendo) in compagnia di Gatto, che però ci tiene a restare selvatico. La trama della vendetta si intreccia alle indagini di Zanna su quanto realmente accaduto durante una festa esclusiva in cui un Soggetto non precisato, pezzo grosso delle cronache mondane, è stato derubato. Come conseguenza, la sua fidanzata sudamericana, Delicia Flores, viene uccisa da dei pericolosi narcotrafficanti. Ma seguono altre due vittime, in un susseguirsi di colpi di scena, inseguimenti e agguati, mentre il Catanese, da preda designata della vendetta di Zanna, rischia di diventarne il cacciatore. Bravo Ruju a tenere alta la tensione, e a architettare una trama credibile attorno a un protagonista molto umano, senza superpoteri.

sabato 30 giugno 2018

ACCABADORA









Michela Murgia
ACCABADORA
Einaudi
2009, cartonato
164 pagine, 18 euro

In spagnolo, "acabar" vuol dire "finire". E in sardo "accabadora" è colei che finisce. Misericordiosamente, però: la donna che scivola nottetempo nella camera del moribondo e con un cuscino premuto sulla bocca allevia le sue sofferenze, chiamata dai parenti stessi, non è un'assassina. Tra le pagine più belle del libro c'è la spiegazione che delle sue azioni dà Bonaria Urrai, appunto l'accabadora, alla figlia adottiva Maria Listru: "Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto". Non si nasce da soli, e a volte c'è bisogno di qualcuno che aiuti a morire. Per quanto mi riguarda, il discorso di Bonaria Urrai andrebbe imparato a memoria, compresa la frase "Non dire mai: io di quest'acqua non ne bevo". Maria se ne rende conto quando si troverà lei nelle condizioni di dover fare la stessa cosa. La "filla de anima", Maria, è stata adottata dalla sarta Bonaria perché alla vera madre (vedove entrambe) pesavano le quattro figlie e la Urrai non aveva mai partorito figli suoi, dunque, come si usava in Sardegna (il romanzo è ambientato a Soreni, paesino immaginario dell'isola, negli anni Cinquanta) l'ultima nata viene ceduta. Maria cresce senza nulla sospettare della "dolce morte" che Bonaria concede a chi ne ha bisogno, ma quando lo scopre (la vittima è un giovane a cui è stata amputata una gamba e che non vuol più vivere) fugge sul continente decisa a troncare ogni rapporto con la madre adottiva. Quando però Bonaria si ammala gravemente, torna in Sardegna e riconosce nella donna le qualità di una vera madre. Oltre alla grande tensione che, con una prosa pulita e dialoghi taglienti, Michela Murgia sa costruire all'interno della sua storia attorno ai due straordinari personaggi di Maria e, soprattutto, Bonaria, molto efficace risulta la ricostruzione di Soreni e della arcaica società rurale sarda, legata all'ancestrale e al tacito appartenere a una comunità dove il non detto e il non scritto regolano i rapporti fra e nelle famiglie. Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2010.

domenica 24 dicembre 2017

NERO DI MARE






Pasquale Ruju
NERO DI MARE
Edizioni e/o
2017, brossurato
210 pagine, 16 euro

"Nero", ovviamente, sta per "noir". Il mare è quello della Sardegna, anche se poi c'è forse più Barbagia. Il titolo, in pratica, è una dichiarazione di intenti, anche se poi si potrebbe disquisire su quanto Franco Zanna, nome d'arte di Francesco Livio Zannargiu, il protagonista del romanzo, sia piuttosto un personaggio hard boiled. Solitario, squattrinato, mezzo alcolizzato (o quantomeno forte bevitore), taciturno, con un passato tormentato e un presente inquieto, bisogno di complicità da parte delle bariste e alle prese con femme fatali e gangster: gli ingredienti cari a Dashliet Hammett ci sono tutti. Ci sono anche gli ingredienti per un buon racconto a fumetti, dato che non mancano le scene d'azione e l'autore è un celebre sceneggiatore di eroi bonelliani. Zanna è un fotografo, o meglio, un paparazzo. E' sempre a caccia di scatti rubati alle celebrità che frequentano la Costa Smeralda. Non che lui ne vada fiero, ma quello è il mestiere che si è ritrovato a fare. E benché sia sardo, in Sardegna ci è dovuto tornare dopo aver lavorato sul Continente in seguito alla brutta storia (davvero terribile) che lo ha costretto ad abbandonare una compagna e una figlia senza poter fornire loro spiegazioni. Un servizio fotografico realizzato nel giardino della villa di un noto personaggio del mondo dello spettacolo, a un certo punto, lo mette nei guai. Una concatenazione di eventi lo porta a mettersi in guerra con un boss della malavita internazionale, proprio mentre la figlia Valentina, ormai maggiorenne, è venuta in Sardegna per cercare di capire perché suo padre, tanti anni prima, se ne è andato di casa. Il finale è sorprendente perché non tutto ciò che Zanna crede di aver capito è davvero così com'è, ma non è esattamente un giallo quello quello che Ruju ha confezionato per noi. Resta un noir. O un nero, di mare.

venerdì 31 marzo 2017

MANUALE DI LETTURA CREATIVA



MANUALE DI LETTURA CREATIVA 
di Marcello Fois
Einaudi
2016, brossurato
170 pagine, 14 euro

Bello a partire dal titolo. Ci sono fin troppi corsi di scrittura creativa, quando per imparare a scrivere si deve cominciare imparando a leggere. Alle lezioni di Marcello Fois (Nuoro, 1960, finalista dei Premi Campiello e Strega) avrei volentieri assistito dal vivo, se ci fosse stato un ciclo di conferenze non troppo distanze da casa mia; forse l'unico difetto di questa raccolta di saggi è appunto quella di non essere organica ma di assomigliare a dialoghi con il pubblico per introdurlo o farlo interessare agli argomenti trattati, saltando qua e là senza la pretesa di un vero e proprio corso esaustivo. In realtà, la raccolta organica alla fine lo è perché si parla sempre e comunque di scrittori e delle loro opere, però in ordine sparso dato che si tratta in gran parte di testi pubblicati altrove e poi radunati con i necessari aggiustamenti. Così, dopo una introduzione che fa da manifesto programmatico (l'incipit è "Io sono un lettore compulsivo"), si passa a parlare, in capitoli brevi ma significativi, delle idee (condivisibili) dell'autore sulla lettura e sulla scrittura (non esiste "buona scrittura" senza una "buona storia", e viceversa - ma anche "essere comoplicati è facilissimo, essere semplici è difficilissimo") e sulla critica ("in generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza"). Fois ritiene che la letteratura dovrebbe riprendersi il diritto (che Kafka, Lovecraft e Poe si erano guadagnati) di generare inquietudine. "Siamo noi un'Arcadia?" si chiedeva De Sanctis, e si rispondeva: "No, la Scuola è vita". La letteratura deve essere vita inquieta. Quindi si esamina il giallo, come genere, e quello italiano in particolare, ritrovandone le origini ne "Il cappello del prete" di Emilio De Marchi (1888) e ne "La mano tagliata" di Matilde Serao (1912). A seguire, ed è qui che il libro di Fois scende dall'universale al particolare iniziando a trattare singoli autori in ordine sparso, elzeviri, recensioni, introduzioni e brevi commenti su Attilio Veraldi, Fred Vargas, Giancarlo De Cataldo, Edgar Allan Poe, Mario Rigoni Stern, Manuel Vasquez Montalban, Edmondo De Amicis e, in ossequio alle proprie origini, tanti (e interessanti) scrittori sardi, da Grazia Deledda a Gavino Ledda.

lunedì 21 novembre 2016

VIAGGIO IN SARDEGNA




VIAGGIO IN SARDEGNA
di Michela Murgia
Einaudi
2008, brossurato,
200 pagne, euro 13.50

"Undici percorsi nell'isola che non si vede", spiega il sottotitolo e già chiarisce il punto di partenza: non si tratta di una raccolta di cartoline, di una guida turistica a uso dei bagnanti, di un elenco di luoghi comuni. L'autrice, Premio Campiello e sardissima a dispetto del cognome che fa venire in mente la Puglia, conduce il lettore nel cuore dell'isola, quello che dalle spiagge di certo non si scorge. E lo fa senza il provincialismo di chi vuol esaltare le bellezze di un luogo per il pur legittimo orgoglio di esserci nato, ma con la consapevolezza di chi ha coscienza del vero spirito di una terra e dell'autentico animo dei suoi abitanti e cerca di raccontarli con una scrittura chiara ma di grande respiro a chi, da lontano, ne ha una conoscenza filtrata da stereotipi, depliant di villaggi vacanze, notizie di cronaca nera del telegiornale. Si scopre subito come la cosa più interessante della Sardegna sono i sardi, misteriosi fin dalle risultanze genetiche, abituati a parlare più attraverso i silenzi che le parole, discendenti da società matriarcali di cui ancora oggi si tramanda il ricordo della grande importanza data alle donne, così marcati dal' "alterità" da sentirsi diversi non solo da quelli del "continente" ma anche dagli abitanti dei paesi vicini. E poi il mare: amico, forse, oggi, per il beneficio recato all'economia da chi va a prendere il sole sulle spiagge, ma nemico storicamente perché porta di ogni invasione. Ed ecco i nuraghi, da ciascuno dei quali un tempo se ne potevano vedere almeno altri due, e che comunicavano subito a grandi distanze, con fuochi accesi sulle sommità, se un pericolo incombeva sulle misteriose e antichissime comunità che li avevano eretti. Così bravi a difendersi, i dardi, rifugiandosi nell'interno aspro e impenetrabile della loro isola, che i romani, pur avendo pianificato la conquista e la colonizzazione della Sardegna, dovettero loro malgrado fermarsi sulle coste e chiamarono "barbare" le regioni dell'entroterra: da cui Barbagia, appunto. E quindi un popolo di contadini e di pastori, e non di naviganti e marinai, vestiti però di tutto punto, come se che invece di andare a pascolare le pecore o a zappare i campi partissero ogni mattina per una sfilata di moda, come già notava Lawrence nel suo diario di viaggio, descrivendo i pizzi e i merletti dei vestiti. La lettura della Murgia fa venire voglia di seguire gli itinerari da lei consigliati, lontani da quelli più battuti dai turisti. Ma anche senza partire, o in attesa di farlo, qualcosa in più sull'isola si riesce a capirlo.