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sabato 17 luglio 2021

YOGA

 

 
 
Emmanuel Carrère
YOGA
Adelphi
brossurato, 2021
318 pagine, 20 euro


Carrére è ipnotico. Potrebbe raccontare a modo suo l'elenco del telefono e si starebbe a leggerlo incantati per ore e ore. Per di più, lo scrittore francese racconta sempre la propria vita: anche quando ha pubblicato le (straordinarie) biografie di San Paolo e di Limonov, in realtà ha trovato il modo di parlare di se stesso. Stavolta parla proprio di se stesso, e ugualmente si resta ipnotizzati, non c'era da dubitarne. Il periodo preso in esame, cioè dal 2015 al 2019, coincide con quello di una terribile depressione e una diagnsi di disturbo bipolare che lo porta quasi al punto di non ritorno, di cui fa la cronaca, e quindi l'argomento è ostico. Carrère lo affronta partendo dal momento in cui si ritira in una tenuta in campagna dove un gruppo di iniziati alla meditazione Vipassana ha organizzato una sorta di ritiro spirituale di una decina di giorni per praticanti intenzionati a perfezionarsi. Lo scrittore, che pratica meditazione, yoga e tai chi da molti anni, decide di prendervi parte perché è intenzionato a scrivere un libro proprio su questo tipo di argomento. Il corso, che prevede un isolamento totale e, viene detto, può provocare effetti collaterali a livello psicologico. Non è ben chiaro (almeno io non l'ho capito) se proprio il corso scatena dei disturbi psichici già latenti in Carrère (lo scrittore dce di averne già sofferto, in forma più lieve, in passato), che comunque non porta a termine la prova costretto a lasciare il gruppo in seguito alla strage di Charlie Hebdo (un suo amico è fra le vittime, e lui stesso potrebbe essere un bersaglio, per una recensione positiva al libro di Houellebecq "Sottomissione", che parla di Islam). Fatto sta che poco dopo, nonostante Carrère  fosse convinto di attraversare un periodo felice e fortunato della propria vita, cade in un incubo che sembra senza fine, in un abisso che sembra senza fondo, al punto che, come extrema ratio, subisce più volte l'elettroshock. Gli viene diagnostica una patologica psichiatrica, è sottoposto a una terapia a base di litio. Miracolosamente le cure funzionano, e il ritorno al lavoro (prima in Iraq come inviato di un giornale, poi in un campo profughi in Grecia) gli salva la vota. Carrère racconta, come sa fare lui, un aneddoto dopo l'altro (storie d'amore, storie di sesso, storie di viaggi, storie di incontri), in brevi capitoli che narrano fatti intriganti del presente e del passato, ed è gradevole da seguire. Peccato però per il troppo buonismo (neppure contro gli attentatori che gli hanno ucciso un amico riesce a scagliarsi) e per il troppo minestrone di yoga, meditazione, filosofia orientale che, sinceramente, finisce per annoiare un po', chi, come me, è alieno dalle cineserie. Chissà poi se tutti gli aneddoti raccontati sono del tutto veri: l'ex moglie, per esempio (dopo il recente divorzio e l'accordo fatto con l'ex marito perché di lei non si parlasse), sostiene in un'intervista che Emmanuel si è inventato più di qualcosa (ad esempio, nel campo profughi ci sarebbe rimasto solo pochi giorni e non dei mesi). Ma questo importa ben poco: se un aneddoto è raccontato bene, non importa se è vero a metà.

domenica 16 maggio 2021

LE PERSIANE VERDI

 
 

 
Georges Simenon
LE PERSIANE VERDI
Adelphi
2018, brossurato
224 pagine, 19 euro


«Tu non hai mai sognato una casa con le persiane verdi?».
«Non mi pare. No».
«Neanche quando eri piccolo?».
Lui preferì non rispondere.
«Già, ma tu sei del tutto privo di sensibilità. Non hai mai desiderato nemmeno una donna dolce con cui avere dei figli».

In questo dialogo, la chiave del titolo. A sognare la casa con le persiane è Yvonne Delobel, attrice (immaginaria) considerata in Francia una sorta di nuova Sarah Bernhardt, che, di quindici anni più anziana, ha sposato il giovane attore Emile Maugin quando ancora era un semplice comico di varietà. Proprio agli ultimi mesi di vita di Maugin è dedicato il romanzo, scritto da Simenon nel 1950 durante un soggiorno negli Stati Uniti. Yvonne era stata la prima moglie di Maugin, che quanto il racconto comincia è sposato con la terza, Alice, giovanissima e madre di una bambina a cui Emile ha accettato di fare da padre, perché lui è fatto anche così, di generosità che a tratti sembra folle in quanto contrasta con un atteggiamento burbero di fondo. Maugin ha 59 anni ed è un attore all’apice del successo. Acclamato in teatro, furoreggia sugli schermi al ritmo di cinque film l’anno. Tutto ciò che ha se lo è conquistato da solo, dopo essere nato da una famiglia poverissima e disgraziata della Vandea e aver fatto a lenti passi tutta la gavetta. Un consulto medico lo mette però di fronte a una ineludibile verità: il suo cuore, spossato dall’alcol, da una vita di strapazzi e dal superlavoro, è quello di un settantenne, non reggerà a lungo. Così, Emile comincia a fare i bilancio della propria vita. Ha paura della morte, ma deva farci i conti. La casa con la persiane verdi è il simbolo di una vita serena, di un focolare domestico: qualcosa del genere lo avrebbe fatto vivere meno inquieto? Perché Maugin è davvero uno spirito agitato in cerca di una felicità che non è in grado di dargli neppure il denaro, di cui pure dispone in quantità. Né il pubblico, né il teatro, né il sesso, né la parvenza di famiglia che si è creata (una sposa bambina e una figlia non sua) lo rendono felice. Per questo beve, perseguitato sia dai ricordi dell’infanzia da indigente che da quelli della miseria dei suoi inizi, sia dalla percezione del tempo che sfugge fra le dita e di un’ansia da cui non c’è riparo. Simenon scava anche in se stesso: pure a lui, negli anni Quaranta, come narra in “Memorie intime”, la propria autobiografia, era accaduto di subire una visita medica che gli aveva dato poco tempo da vivere, ma si era trattato di una diagnosi errata. Scava, però, nell’angoscia di ogni uomo inquieto che vede la morte come destino ineluttabile e si accorge di non aver saputo godere della propria vita. Chissà se una casa con le persiane verdi avrebbe cambiato il destino di Maugin. Destino che si compie per caso e all’improvviso, in quella Costa Azzurra dove, all’improvviso, per sfuggire all’ansia, Emile si trasferisce con Alice e la figlia e dove la piccola ferita di un amo in un piede basta a scatenare la più drammatica delle conseguenze. Non più drammatica, a dire il vero, della vita stessa: la morte sa essere anche una liberazione.

venerdì 1 giugno 2018

HO FREDDO








HO FREDDO

di Gianfranco Manfredi
Gargoyle Books

2008, cartonato
552, 16 euro

L'autore è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.

giovedì 26 aprile 2018

OH DIO MIO!


Anat Gov
OH DIO MIO!
Giuntina
2016, brossurato,
100 pagine, 10 euro

Scritto come un testo teatrale ma sicuramente da leggersi anche e soprattutto come un testo letterario (del resto i testi teatrali fanno parte a pieno titolo della letteratura), "Oh Dio mio!" è un piccolo capolavoro di umorismo yiddish ma certamente non si può etichettare come scritto comico. Anzi, il drammatico prevale, visti i temi trattati. L'autrice, israeliana di Tiberiade (1953-2012), mette in scena l'incontro impossibile tra un psicoterapeuta, Ella, madre di un ragazzo autistico di dodici anni anni, Lior, e un insolito paziente venuto a farsi psicanalizzare, che si rivela essere Dio. Il Creatore fa un po' di fatica a convincere Ella che si tratta proprio di Lui, ma poi, di fronte all'evidenza di tante cose di lei che solo Colui Che E' può sapere, la psicologa accetta il dato di fatto e, con grande professionalità comincia il suo lavoro. Dio sembra vittima di una sindrome depressiva, dato che le cose, con l'Uomo, non sono andate per il verso giusto. Ella scava con metodo freudiano cercando di capire se alla base del mal di vivere divino ci siano i genitori assenti, e provoca con veri e propri colpi ai fianchi la reazione del paziente, messo sotto accusa. Tanto per cominciare, perché il Creatore ha voluto creare? Si sentiva solo? "Cerchi di ricordare il momento prima della decisione". E poi, possibile che creato l'Uomo, al primo sgarro sia stato così brutalmente punito e abbandonato? E i dieci comandamenti? Perché il primo non è "non uccidere" ma "non avrai altro Dio all'infuori di me"? Paura dell'abbandono? E che dire dell'odio verso le donne, fatte partorire con dolore? Gelosia perché Adamo preferiva Eva a Lui? Dio finisce quasi per perdere le staffe. Alla base della depressione divina sembra esserci il pasticciaccio brutto accaduto con Giobbe. Prima di quel fatto, Dio interveniva, parlava, era presente; dopo, quasi scompare dalla Bibbia. Non parla più. Che accadde, veramente? Alla fine, però, anche Ella si rende conto di venire psicanalizzata da Dio, per il dramma che vive con il figlio autistico. E sembra che il confronto sia terapeutico per entrambi. Dio non può fare a meno dell'uomo e l'uomo non può fare a meno di Dio?

venerdì 23 febbraio 2018

MORTALITA'





MORTALITA'
di Christopher Hitchens
Piemme, 
2012, 100 pagine
cartonato, 12 euro

"Tra le più lucide e illuminanti pagine sulla condizione umana": così il New York Times ha recensito questo aureo libretto che raccoglie gli ultimi scritti di Hitchens, giornalista, polemista, intellettuale e conferenziere. Di lui, Richard Dawkins ha detto: "era il più grande oratore del nostro tempo", per la sua capacità di catturare e infiammare le platee. Ne abbiamo parlato, qui e sul blog, a proposito del libro "Processo a Dio", che raccoglie la discussione svoltasi durante un celebre dibattito televisivo dello scrittore con Tony Blair a proposito della religione, e ancora dopo parlando del saggio "La posizione della missionaria" in cui Hitchens puntava l'indice contro Madre Teresa di Calcutta (potete ritrovare tutte e due le mie recensioni da qualche parte nel mare magnum di "Freddo cane in questa palude"). Ma, soprattutto, Hitchens è l'autore del fondamentale "Dio non è grande" (fondamentale anche per chi crede, perché non si può prescindere dal considerare le idee dello scrittore, e nel caso replicare). Nel giugno 2009, mentre era impegnato nel tour promozionale della sua autobiografia "Hitch 22" (anch'essa imperdibile, edita in Italia da Einaudi), al giornalista viene diagnosticato un tumore all'esofago andato in metastasi. Nei successivi diciotto mesi, Hitchens racconta su "Vanity Fair" tutte le fasi della lotta contro il male (anche se scrive: "non sono io che combatto il cancro, è il cancro che combatte contro di me"), mettendo per scritto in modo lucido e impietoso sia le descrizioni delle sofferenze sia il dipanarsi delle sue riflessioni sulla vita e sulla morte. Gli articoli sono stati appunto raccolti in questo libro, e non smentiscono in nulla il grande talento dell'autore sia come polemista (formidabili le sue risposte a chi sosteneva che la sua malattia fosse una punizione divina e ne gioiva) sia come indagatore in campo letterario, filosofico, sociologico, politico. Commoventi gli ultimi appunti rimasti incompleti, raccolti nel capitolo conclusivo, tra cui questo aforisma che racconta tutto di lui: "Se mi converto sarà perché è meglio che muoia un credente che un ateo". Hitchens è morto nel dicembre 2011.


martedì 2 gennaio 2018

MOSTRI





Tiziano Sclavi
MOSTRI
romanzo Camunia
Collana Fantasia & Memoria
Settembre 1994
brossura - lire 20.000

Pubblicato in una prima versione più breve nel 1985 (all’interno di una antologia di raccointi italiani intitolata “Il bel Paese”), questo romanzo giovanile di Tiziano Sclavi (classe 1953), trova una definitiva edizione rivista e corretta nel 1994, grazie anche allo straordinario successo di Dylan Dog, il personaggio a fumetti a cui soprattutto si deve la popolarità dell’autore, straordinario sceneggiatore di comics oltre che scrittore. “Mostri” vinse il Premio Scerbanenco 1994 (pur non essendo né un giallo né un noir), e nel 2010 Federico Maggioni ne ha tratto una versione graphic novel edita da BD. La lettura è piacevole, lo stile scorrevole, il linguaggio pulito. I capitoli, non numerati nè contrassegnati, sono insolitamente brevi: due, tre paginette al massimo, talvolta una sola. Le vicende si seguono con gradevolezza e facilità. Pochi aggettivi, pochi tocchi di colore, bastano a rendere l'idea dei personaggi e delle atmosfere.  Questa leggerezza di tratto trova corrispondenza anche in una estrema levità della trama, che in pratica non esiste, risolvendosi tutto in tre personaggi e una ambientazione. Sclavi ci parla di tre freak internati nel reparto "speciale" di uno strano ospedale. Si tratta di Ciccio, un nano, Sam, un uomo senza arti, e Gnaghi, un handicappato mentale. I tre dividono la stessa camera, accanto alla quale ce ne sono altre, tutte occupate da scherzi di natura come loro. Ciccio, l'unico dei tre che può muoversi liberamente, si affaccia di tanto in tanto a sbirciare nei locali adiacente, scoprendo di volta in volta mostri sempre diversi del cui destino però non ci viene detto niente. Assai poco ci viene svelato anche del passato e del futuro dei tre protagonisti. Di Ciccio sappiamo solo che fino a poco prima aveva lavorato in un circo, e che si illude di poter essere dimesso in poco tempo: è sempre in attesa dei risultati di certe sue analisi, che la burocrazia ospedaliera, però, rimanda sempre nel tempo. Quando finalmente riesce a ottenerli, li strappa e li getta nel water come se restare in ospedale, a un certo punto, sia la soluzione migliore. Questo l'unico accenno di trama. Per il resto, gli unici accadimenti sono le visite delle infermiere che passano per le corsie portando minestrine e medicinali, o la stitichezza di Ciccio che si protrae per tutto il romanzo e si risolve solo alla fine. Le stesse infermiere, ora streghe ora fate a seconda dell'indole di ciascuna (che i ricoverati hanno imparato a riconoscere), sono quasi anonime, senza spessore, assolutamente lievi, eteree, inconsistenti, pura apparenza. Quella che piace a Ciccio si ammala di tumore e viene ricoverata nello stesso ospedale, nel reparto Oncologia. E' inevitabile leggere in queste pagine una metafora della vita (la solita, tanto cara a Sclavi): siamo tutti mostri, ciascuno con particolari mostruosità che ci distinguono dagli altri; condividiamo con altri freak una stanzetta dell'esistenza, e accanto alla nostra ce ne sono di simili occupate da mostri che riusciamo solo sbirciare senza sapere niente di loro. Vivere significa dormire, mangiare, andare al cesso; attendere qualcosa che non arriva mai (come i risultati delle analisi) ed illudersi che raggiungere questo qualcosa ci libererà, ci farà felici. Ma quando otteniamo ciò che vogliamo, siamo ugualmente insoddisfatti: lo buttiamo nel water, finiscono le nostre illusioni.

Ma c’è dell'altro: la sensibilità dei personaggi, che esiste al disopra dell'apparente aberrazione delle loro forme. Il mondo "normale" è portato a considerarli diversi. Li rinchiude in un ambiente "protetto" lontano da occhi che potrebbero essere turbati dalla visione di tanta mostruosità. E invece si scopre che anche loro hanno emozioni e sentimenti, e sanno perfino scherzare sulla loro immensa disgrazia e interagire con il mondo.

domenica 11 dicembre 2016

LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA





LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA
TEORIA E PRATICA DI MADRE TERESA
di Christopher Hitchens 

Minimun Fax

II edizione riveduta e ampliata
2003, brossura
134 pagine, 8,50 euro


Spero di riuscire a parlare di questo libro senza scatenare travasi di bile soltanto nell'accennare all'argomento, e assicuro che lo farò senza sposare la tesi dell'autore, ma soltanto per illustrarla, per far sapere che esiste, poi ognuno giudicherà da sé. Io, personalmente, dubito delle "icone" così come dubito di Hitchens, per cui non ho problemi ad affiancare al "santino" ufficiale di Madre Teresa il parere opposto di un testimone che l'ha conosciuta di persona e che, soprattutto, ne ha studiato il "fenomeno" (un parere espresso, va detto, in modo mai sguaiato o volgare e sempre sorretto quanto meno da un ragionamento logico e lineare, anche se non sempre esercitato su circostanze davvero clamorose). Questa premessa va fatta, dato che qualcuno ha reagito commentando così: "Se esiste un inferno, Hitchens ci andrà per questo libro. E anche i suoi editori". Peraltro, trovo più grave la seconda delle due maledizioni (anche se chi crede all'inferno dovrebbe sapere che è soltanto Dio a decidere chi ci debba finire e non ci si può arrogare il diritto di stabilirlo in vece sua). Di Hitchens sono celebri il saggio "Dio non è grande" e il libro "Processo a Dio", scritto con Tony Blair: il celebre giornalista e polemista inglese sé è comunque scomparso (per cui il suo destino oltretombale, qualunque sia stato, si è già compiuto). Va anche detto, preliminarmente, che Hitchens ha esercitato la sua vena iconoclasta anche con un libro su Lady Diana e dunque non sia nuovo nella pratica di mettere in crisi i ritratti preconfezionati delle icone venerate praticamente da tutti. Prima di leggere "La posizione della missionaria", non avrei mai creduto che si potesse scrivere qualcosa del genere su un personaggio come Madre Teresa, da tutti portato in palmo di mano (in effetti, un po' troppo portato e un po' troppo da tutti). E appunto per questo ho comprato il libro e l'ho letto nel giro di poche ore, per cercare di capire che cosa potesse contenere. 


Devo dire che, in realtà, il fatto che perfino sull'operato di Madre Teresa si possano esprimere delle riserve, mi sembra scontato già che non sono propenso ai tabù. Nel libro-intervista a Paolo Villaggio "Non mi fido dei santi",  il comico genovese ricorda un suo soggiorno in Algeria per le riprese di "Brancaleone", e dice: "Nella località dove era stato allestito il set, un giorno incontro una signora belga che stava attraversando il deserto in pullman. Era stata l'assistente di Albert Schweitzer, quel medico che fece il famoso ospedale a Lambarenè, in Gabon. Io, incuriosito da questo personaggio molto famoso le chiedo: 'Com'era lui?'. Risposta: 'Non lo dica in giro, ma Schweitzer era cattivissimo'. Ma ne racconto un'altra. Vado a Calcutta con mia moglie. Il console onorario italiano ci porta, su mia richiesta, a vedere l'ospedale di Madre Teresa. Durante questa visita, dove tutto è ordinato e pulito, chiedo a suor Angela, una italiana che ci fa vedere il lebbrosario: 'Mi dica la verità, com'è Madre Teresa?'. La suora si guarda attorno e sottovoce mi dice: 'La verità? Una carogna!'. Madre Teresa ha ottenuto una delle più rapide beatificazioni mai viste. Non mi fido dei santi". Sul caratteraccio di Madre Teresa esistono comunque altre testimonianze (ma certo sono tanti i santi dai modi bruschi e magari qualcuno avrà pure avuto ragione). In TV, poi,  ho visto un documentario (realizzato da Roberto Giacobbo) in cui si accennava alla lunga crisi di fede della religiosa confidata al padre spirituale e di cui si è saputo di recente, grazie alla pubblicazione delle sue lettere. Madre Teresa, pare, era disperata di fronte al silenzio di Dio, al fatto che non riusciva più a sentirlo. Lavorava ugualmente esortando gli ammalati ad avere fede, ma lei questa fede non l'aveva più. La si può capire: di fronte al dolore non è facile convincersi che lassù qualcuno ci ama, e anche i deportati di Auschwitz si chiedevano dove fosse Dio in quel momento. 

Chiusa la parentesi, torniamo a Hitchens. Abbiamo accennato al rapidissimo processo di beatificazione di Madre Teresa, poi sfociato alla gloria degli altari quando è stata fatta santa. Ecco, il giornalista inglese vi ha preso parte. E' stato infatti convocato dal Vaticano per fare, in qualche modo, l' "avvocato del diavolo" e testimoniare contro la candidata agli altari. Il che dimostra come sia legittimo anche in questi casi, e anzi, soprattutto in questi casi, cercare di appurare la fondatezza delle voci contrarie alla canonizzazione. Dunque, proprio la Chiesa ha ritenuto Hitchens un testimone abbastanza attendibile da mettere a verbale la sua testimonianza, avendo il polemista conosciuto personalmente la futura santa e realizzato su di lei un documentario, oltre che scritto molti articoli, riassunti poi ne "La posizione della missionaria", i cui argomenti sono basati sul proposito dell'autore di voler giudicare Madre Teresa dai fatti e non sulla base dell'immagine propagandata acriticamente dai media. Quali sono, in buona sostanza, le accuse di Hitchens? La principale è quella di non voler lenire il dolore o sconfiggere la povertà, ma soltanto voler convincere i malati e i poveri a sopportare la loro condizione in nome di un fondamentalismo cattolico ultraconservatore. Negli ospedali di Madre Teresa sarebbero banditi macchinari e strutture mediche moderne, analgesici e terapia del dolore e perfino i letti comodi, al punto che interi edifici avuti in donazione sono stati spogliati delle suppellettili (gettate per strada a partire dal linoleum, con meraviglia di tutti) per puro disprezzo di ogni parvenza di comodità, scambiata per "lusso". Alcune suore che avevano fatto della conserva con i pomodori ricevuti in dono furono maltrattate perché bisognava aver fiducia nella Provvidenza e non mettere da parte niente per il futuro. In molti aneddoti (sempre rigorosamente documentati) si intravede in effetti un po' di fanatismo. Scrive il giornalista, facendo un esempio riguardante una struttura chiamata 'La Casa dei Moribondi': "Le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim'ordine nel Bengala. La decisione di non farlo, e di gestire invece un centro improvvisato e inefficiente che rischierebbe denunce e proteste se fosse diretto da qualsiasi branca della professione medica, è deliberata. Lo scopo non è quello di dare un'onesta assistenza ai sofferenti, bensì di promulgare un culto basato sulla morte, la sofferenza e la sottomissione". Non sfugge all'analisi di Hitchens il discorso pronunciato dalla futura santa durante la cerimonia della consegna del Nobel per la Pace (l'autore, peraltro, si chiede che cosa, in effetti e praticamente, abbia fatto Madre Teresa per la pace): prendendo la parola, la religiosa paragonò lo sterminio per fame all'aborto, ritenendo anzi l'aborto e la contraccezione i principali mali del mondo. Dunque, colpevolizzando in primo luogo le donne che, spesso, ad abortire sono costrette dalla necessità (e lo fanno con dolore) e non rendendosi conto che una politica di controllo delle nascite limiterebbe di molto lo sterminio per fame. 


Inoltre, è interessante l'analisi che Hitchens fa sui rapporti di Madre Teresa con dittatori, truffatori, criminali di mezzo mondo, tutti fotografati con lei e da cui lei mai avrebbe preso le distanze. Ovviamente, quando la religiosa è stata invitata a restituire ai legittimi proprietari donazioni avute in dono da gente che le ha dato denaro rubato, lei non lo ha fatto (e del resto, sulla sorte di milioni e milioni di dollari ricevuti in anni e anni di apostolato, non è mai stata fatta chiarezza e non si sa come i fondi vengano utilizzati). Così come colpisce la si disamina del giornalista su come la fama della futura santa sia stata costruita con un sapiente uso dei media, a partire dalla pubblicità data a dei miracoli che le sono stati attribuiti e che in realtà non sono mai avvenuti. Un'altra accusa è quella di non fornire un'assistenza umanitaria disinteressata, ma finalizzata al proselitismo, e ci sono anche testimonianze precise di battesimi impartiti in punto di morte su indù e musulmani, prendendo come un assenso la risposta "sì" data alla domanda: "vuoi andare in Paradiso?". Per finire, è significativo un aneddoto: un povero sta per morire straziato dal cancro, rantola e si contorce ripreso da una telecamera; Madre Teresa gli dice: "Stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando". E il moribondo: "Allora, per favore, digli di smettere di baciarmi".

martedì 5 luglio 2016

IL LIBRO CUORE (FORSE)



Federico M. Sardelli

IL LIBRO CUORE (FORSE)
Mario Cardinali Editore
Collana I Grandi Autori del Vernacoliere
Prima edizione dicembre 1998
brossurato - 108 pagine -  lire 12.000

Il fatto stesso che esista (cioè che qualcuno lo scriva, e qualcun altro lo pubblichi) un libro così politicamente scorretto  dà una soddisfazione che supera quasi il grande divertimento che si prova nell’esilarante lettura. Le risate sgorgano irrefrenabili ma a danno di poveri focomelici, di ciechini, di bambini con le gambe morte, di bidelli monchi, di maestri epilettici, di reduci di guerra ridotti a camminare sulle gengive, della più assoluta mancanza di pietà verso la sofferenza altrui. Federico Sardelli, uno dei massimi esperti e interpreti dell'opera di Vivaldi, noto flautista e direttore di musica barocca, è una persona colta e si vede. Anche nel pescare nel triviale lo fa con consapevolezza. Scrive in perfetto stile De Amicis, costruendo una parodia di straordinaria vis comica di Cuore, anzi del “libro Cuore”, come si usava dire una volta dando per scontato che si trattasse del libro per antonomasia. Quel che stupisce leggendo l’originale deamicisiano è appunto l’abbondanza di disgrazie, tragedie e handicappati che affollano quelle pagine. Nella dotta prefazione, Carlo Lapucci cita uno studio effettuato sui giornali torinesi degli anni di Cuore da cui risulta che effettivamente gli incidenti sul lavoro e le malattie gravi erano all’ordine del giorno. In ogni caso, la lettura di De Amicis è angosciante. Proprio su queste angosce gioca Sardelli, caricandole a tal punto da provocare valanghe di risate liberatorie. Al divertimento del testo si aggiunga quello delle foto d’epoca ritoccate dallo stesso autore (che è pure un valente disegnatore). Qui di seguito un estratto dal libro. Cercate di non soffocarvi dalle risate, se vi riesce.

L’anno è appena iniziato, ed ecco subito una cattiva notizia. Stamane, quando si fece sull’uscio cogli occhi gonfi di pianto il nostro buon bidello Mallio — quel poveraccio che perse due gambe e l’unghia lunghissima del mignolo nella battaglia di Lupino — tutti sussultammo. Recava con sé una circolare tutta inzuppa di lagrime e pinot grigio in cui s’annunziava che il nostro buon direttore era molto malato e non sarebbe venuto a scuola pei prossimi tre mesi.
Il nostro amato maestro colitico serrò le mascelle, si terse coll’indice l’angolo dell’occhio di sotto all’occhialetto e poi disse col suo vocione da basso tuba: — Oggi è un giorno di grande mestizia per la scuola intiera. E’ come se vostro padre fosse improvvisamente mancato, escluso naturalmente il Panicchi che tanto gli è già stiantato il babbo tre mesi fa. Quel grand’uomo del vostro direttore, buono e dal cuore nobile, che ogni mattina sollecito e premuroso bada che tutti voi entriate in classe e svolgiate con diligenza il vostro compito, da oggi non potrà più essere qui a vegliar su di voi. — E qui il Soffioni esplose in un pianto dirotto che trascinò tutta la classe in singulti ed ululati. — Egli, pensate — continuò il nostro buon maestro poliomelitico — è stato còlto dal un morbo maligno che ora lo rode; e pur negli spasmi del dolore il suo pensiero è comunque rivolto a voi fanciulli, che con le vostre bizze e intemperanze l’avete condotto a quello stato pietoso; egli s’è finalmente ammalato dopo aver speso tutto sé stesso per il vostro bene, razza di carogne ingrate, ed ora giace sur un lettuccio di dolore a combattere contro un male che non gli dà tregua, ma lo fa comunque pensando a voi, merdoni assassini che l’avete sulla coscienza. —



giovedì 23 giugno 2016

IL MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE




MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE
di Mitch Albom
Rizzoli-BUR
1998, brossura, 
200 pagine, 7.50 euro

L'impressione che ne ho ricavato è di trovarmi di fronte alla versione riassunta, edulcorata e buonista di "La mia fine è il mio inizio", il libro che Folco Terzani ha ricavato dalle sue conversazioni con il padre Tiziano arrivato alla fine dei suoi giorni nell'eremo dell'Orsigna. Qui il protagonista è un vecchio professore di non è ben chiaro che cosa (psicologia? Sociologia?) di una università del Massachusetts, Morrie Schwartz (realmente esistito al pari di Terzani, beninteso, nonostante l'erronea dicitura "romanzo" leggibile in copertina). Il narratore è invece Mitch Albom, giornalista, scrittore e sceneggiatore cianematografico con all'attivo "Le cinque persone che incontri in cielo" e "Un giorno ancora", che "hanno conquistato milioni di lettori in tutto il mondo" - ma di cui confesso di non aver mai sentito parlare. Albom è stato allievo di Schwartz nei suoi corsi universitari, e ne ha conservato il ricordo di una persona meravigliosa, il migliore dei suoi insegnanti. Così, quando a distanza di anni sente dire che il vecchio professore sta per morire, colpito da una malattia neurodegenerativa, la sclerosi laterale amiotrofica, decide di andarlo a trovare. Non solo: comincia a fare ogni martedì un lungo viaggio per trascorrere con lui mezza giornata, e seguire una sorta di ultimo corso di cui egli è l'unico studente, durante il quale, man mano che la SLA fa il suo sporco lavoro, Schwartz gli impartisce lezioni di vita e, direi soprattutto, di morte. I consigli di Morrie sono pacati e di buon senso, frutto di una pace e di una serenità interiore che non si crede facile da raggiungere di fronte alla sofferenza e alla prospettiva dell'addio. Invece il vecchio professore si rallegra di poter avere il tempo, dato il lento incalzare del male, di prepararsi alla morte e accomiatarsi da tutti. Colpisce, di nuovo, il parallelo con Terzani: anche il giornalista fiorentino diceva di essere ormai pronto a lasciare questa vita, distaccato dal mondo. In ambedue i casi mi sono domandato perché nessuno dei due abbia fatto una razionale previsione o ipotesi sull'aldilà, che è la cosa che più mi interesserebbe sapere da chi si dice sereno di fronte alla prospettiva di attraversare il tunnel. Tuttavia, sarà soddisfatto se anch'io, riuscirò a essere pronto, il giorno fatidico. Quanto al resto, Schwartz riflette sulla stupidità della paura di invecchiare o di invidiare i più giovani, sulla famiglia, sull'amore, sul matrimonio, sul perdono, sulle amicizie. Non fa rivelazioni epocali, si limita a snocciolare i convincimenti che ha maturato sulla base della sua esperienza di uomo circondato (indiscutibilmente per sui merito) da persone che gli vogliono bene. Il tutto argomentato con pacatezza e buon senso. Il che rasserena. Non rasserena vedere l'incalzare della SLA, e sono abbastanza certo che io, nelle stesse circostanze, farei un viaggio, senza ritorno, in Svizzera.

lunedì 18 aprile 2016

LETTERA AL DOTTOR HYDE



LETTERA AL DOTTOR HYDE
di Robert Louis Stevenson
Sellerio
1994, brossura, 
70 pagine, 10.000 lire

Attenzione a non cadere in inganno: la lettera non è a Mister Hyde, personaggio immaginario nato dalla penna dello stesso Stevenson, ma a un omonimo Dottore, realmente esistente. Ma anche pensando che lo scrittore abbia voluto indirizzare una missiva, come gioco letterario, a una delle sue più celebri invenzioni, non si resta delusi scoprendo la verità sul caso (reale e non strano) e le circostanze concrete dell'invio di una lettera autentica come quella pubblicata da Sellerio. L'esaustiva introduzione di Athos Bigongiali serve e capire tutto. Innanzitutto siamo nel 1888, nell'ultimo periodo della vita di Stevenson, quando l'autore, per guarire dalla malattia che lo minava, aveva investito gran parte dei suoi averi nel noleggio di un panfilo con cui viaggiare, il più a lungo possibile, nei Mari del Sud. L'aria balsamica delle isole del Pacifico si rivelò in effetti un toccasana: lo scrittore riuscì a vivere fino 1894, portando con sé la famiglia che gli rimase vicina per tutto il tempo. Durante questo periodo visse alcuni mesi alle Hawaii, dove scrisse molti dei suoi più bei racconti brevi, e volle andare a visitare l'isola lebbrosario di Molokai. Lo fece a suo rischio e pericolo, imbarcandosi sulla nave che portava suore, medici e ammalati, convinto di dover vedere personalmente quel luogo di dolore, sinceramente colpito da quanti vi lavoravano per assistere gli sfortunati che vi erano confinati, oltre che dalle sofferenze delle vittime del male che, all'epoca, era ancora incurabile. Recandosi sul posto conobbe la storia di un missionario, Padre Damiano, che aveva lasciato il segno nei cuori di tutti. Costui era riuscito, con metodi talvolta non ortodossi, a ottenere aiuti per i suoi assistiti, a costruire ricoveri, a migliorarne le condizioni, condividendone la vita e poi morendo anche lui contagiato. Tuttavia, le invidie e le maldicenze, nate anche per il carattere poco accomodante che Padre Damiano manifestava nei confronti delle autorità, avevano dato vita a una campagna di discredito. Per esempio, si diceva che il missionario si era ammalato perché aveva rapporti sessuali con una indigena infetta. A Stevenson capitò di leggere un articolo pieno di queste dicerie scritte dal dottor Charles McEwen Hyde, direttore di una scuola di teologia che istruiva i giovani hawaiani al ministero protestante. Era noto per i suoi sermoni severi e castigati e sferzava il lassismo e la promiscuità degli indigeni. Proprio il contrario dell'atteggiamento di Padre Damiano, con cui era entrato in conflitto, al punto da imbastire una crociata contro di lui, da fare della distruzione della sua memoria una sorta di scopo della vita. E' dunque contro Hyde che Stevenson si scaglia nella sua lettera scritta in difesa di Damiano, argomentando punto per punto e smontando tutte le accuse. "Voi probabilmente non sapete neppure dove si trovi Molokai sulla carta", scrive Stevenson dando prova di scrittura potente e di arte oratoria degna del miglior avvocato. Straordinaria lettura, la difesa del missionario "sporco e rozzo", che si rimboccava le maniche e aiutava i malati, contro il teologo dandy e schifiltoso, moralista e bigotto. Da inserire tra i migliori scritti di Robert Luis.

domenica 28 febbraio 2016

TEMPO DI UCCIDERE


TEMPO DI UCCIDERE
di Ennio Flaiano 
Edizione Mondolibri Mondadori 
su licenza Longanesi 
1968, cartonato
276 pagine

E' l'unico romanzo di Ennio Flaiano, brillante giornalista, critico letterario e cinematografico, sceneggiatore di film, autore di fulminanti aforismi, spirito libero e sagace (pescarese, classe 1910, morto nel 1972). Uscito nel 1947, vinse la prima edizione del Premio Strega, battendo inaspettatamente scrittori molto più illustri. E meritatamente, essendo "Tempo di uccidere" un libro imperdibile. Incredibilmente moderno, per stile, tematiche, ritmo, nonostante la data di uscita e le caratteristiche della narrativa dell'epoca. Accattivante e drammatico al tempo stesso, ugualmente al tempo stesso intriso di italianità e di universalità, è ambientato durante la Guerra d'Etiopia, durante il fascismo, un'esperienza a cui l'autore parecipò davvero, e di cui scrisse su invito di Leo Longanesi, che poi gli pubblicò il romanzo. Protagonista ne è un giovane tenente italiano, che rimane anonimo, il quale, per una serie di vicissitudini, si smarrisce nella boscaglia africana e lì si imbatte in una donna di colore che fa il bagno, nuda, in una pozza d'acqua. Un po' per forza, un po' rassegnazione, un po' anche per complicità, l'etiope cede alle pressioni del militare che consuma con lei un rapporto sessuale. Dopodiché, però, sembra non volerlo lasciare andare, come se lei intendesse instaurato fra loro due un qualche tipo di legame. L'uomo non sa come comportarsi, e per un paio di giorni si intrattiene con lei, che si chiama Mariam, tra gli alberi, l'ombra dei quali diventa la loro alcova. Ma, una notte, accade un incidente: spaventato dai movimenti di grossi animali, forse leoni, nei dintorni del bivacco, il tenente spara verso l'oscurità e uno dei proiettili, rimbalzando, colpisce l'addome della ragazza, ferendola gravemente. Angosciato, senza sapere che fare, dove andare, temendo conseguenze, preoccupato anche dalle sofferenze della donna, l'ufficiale decide di finirla con un colpo in testa. E quindi la seppellisce sotto un cumulo di pietre. Tornato al reparto, il militare crede di poter chiudere l'accaduto in un cofano della memoria e buttar via la chiave. Invece, una strana piaga che si crea su una mano lo convince di essere stato contagiato dalla lebbra: in effetti la donna viveva isolata, come era usanza presso le tribù africane. Il tenente si vede perduto, crede finito il suo matrimonio (ha una moglie in Italia), teme di finire in un ospedale per il resto dei suoi giorni, e si convince anche che il suo delitto finirà per essere scoperto: anzi, un vecchio etiope e un bambino di colore, gli unici sfuggiti a una strage che ha coinvolto il villaggio di Mariam, sembrano perseguitarlo, pur senza minacciarlo, come se sapessero ciò che ha fatto. Convinto di venire denunciato da un medico a cui ha mostrato la piaga, l'ufficiale approfitta di quaranta giorni di licenza per fuggire nella boscaglia, e si rifugia proprio presso il vecchio, con cui convive per più di un mese, tormentato dal rimorso e dalla convinzione di essere già braccato dai carabinieri che lo cercano. Alla fine, quando ha scoperto che il vecchio è il padre di Mariam e che sa tutto della sorte di lei, fra i due si è creato un legame: l'uomo esamina la ferita dell'assassino della figlia. Non è lebbra: basterà un suo impiastro per curarla. Il tenente torna al suo reparto: poiché era in licenza, nessuno lo cerca, nessuno vuole arrestarlo, nessuno lo accusa di niente. Anzi, è previsto un ritiro delle truppe e il ritorno a casa, in Italia. Un meraviglioso apologo sulla colpa, sul senso di colpa, sull'elaborazione della colpa, sul percorso da fare per uscirne fuori, sul perdono. Ma anche sulla percezione della realtà e su come i nostri atti, tutti, abbiano conseguenze imprevedibili. Una storia allucinata ma realistica al tempo stesso. Non c'è bisogno di abbandonare gli agganci al reale per proporre delle metafore. La realtà è la metafora di se stessa.