Confesso di aver acquistato il libro solo perché attirato dal titolo, “Delitto in una camera chiusa”, senza nulla sapere dell’autore e della trama (non ho neppure letto i risvolti di copertina). Sono infatti un cultore e collezionista del genere “camera chiusa”. Wikipedia ben spiega che “con la locuzione enigma della camera chiusa o mistero della camera chiusa viene indicata una particolare varietà di romanzo o racconto poliziesco in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili come quello scoperto in una camera chiusa dall'interno”. Ciò significa che non è tanto importante chi sia il colpevole e perché qualcuno abbia commesso l’omicidio (elementi comunque che fanno la differenza, quanto a risultato e qualità del racconto), quanto il “come” ci sia riuscito. Il maestro indiscusso di questo tipo di giallo è, come sapete (dato che in questo spazio se ne è parlato più volte), John Dickson Carr, ma naturalmente anche altri autori si sono cimentati nell’impresa di fornire spiegazioni convincenti (e nel mio piccolissimo anch’io ci ho provato in un racconto di Zagor). Anche Michel Crombie (pseudonimo di James Ronald, 1905-1972), giallista scozzese, di Glasgow, a lungo vissuto negli Stati Uniti ma poi tornato in patria sul finire dei suoi anni, amava giocare con i “misteri impossibili” e nei suoi quaranta romanzi ne propose diversi. Tuttavia, in “Delitto in una camera chiusa”, il delitto in una camera chiusa viene scoperto soltanto a pagina 178 (sulle 199 dell’edizione italiana), e quindi l’enigma di come sia stato possibile assassinare una vecchia signora (testimone di un altro omicidio) nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno è soltanto un tassello marginale di un poliziesco che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un altro titolo. La storia racconta di uno zio criminale, Godfrey Winter, tutore di due nipoti, Eric e Patricia, che uccide il primo e tenta di far fuori anche la seconda, senza riuscirsi solo per un caso fortunato (per lei, che viene presa sotto tutela dal fidanzato Alan). Non faccio spoiler perché che il cattivo sia Godfrey lo si scopre già a pagina 15 e il giallo consiste soprattutto nel seguire le indagini di un coraggioso giornalista, Larry Milner, per vedere come, inizialmente non creduto e anzi licenziato dal suo stesso giornale, riesca a incastrare il colpevole della morte di Eric (e dell’eliminazione successiva di due testimoni scomodi). Eric e Patricia devono morire, nei piani dello zio, perché lui possa ereditare le loro sostanze, lasciate ai due dai genitori prematuramente scomparsi. Il romanzo è movimentato e divertente come un film poliziesco degli anni Quaranta (“The Sealed Room Murder” è del 1934), con molta azione e vari colpi di scena. Quando Milner si trova di fronte alla camera chiusa praticamente siamo agli sgoccioli della storia. Buffo che, per risolvere l’enigma, il giornalista si rivolga a tutti gli scrittori di gialli di sua conoscenza (giustamente, i delitti nelle camere chiuse non avvengono mai nella realtà e sono i giallisti i massimi esperti). La soluzione gli viene però suggerita da un prestigiatore, che quando fa sparire le persone dopo averle chiuse in una scatola con quattro solide pareti, ci riesce perché una delle pareti non è poi così solida.
domenica 26 novembre 2023
DELITTO IN UNA CAMERA CHIUSA
Confesso di aver acquistato il libro solo perché attirato dal titolo, “Delitto in una camera chiusa”, senza nulla sapere dell’autore e della trama (non ho neppure letto i risvolti di copertina). Sono infatti un cultore e collezionista del genere “camera chiusa”. Wikipedia ben spiega che “con la locuzione enigma della camera chiusa o mistero della camera chiusa viene indicata una particolare varietà di romanzo o racconto poliziesco in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili come quello scoperto in una camera chiusa dall'interno”. Ciò significa che non è tanto importante chi sia il colpevole e perché qualcuno abbia commesso l’omicidio (elementi comunque che fanno la differenza, quanto a risultato e qualità del racconto), quanto il “come” ci sia riuscito. Il maestro indiscusso di questo tipo di giallo è, come sapete (dato che in questo spazio se ne è parlato più volte), John Dickson Carr, ma naturalmente anche altri autori si sono cimentati nell’impresa di fornire spiegazioni convincenti (e nel mio piccolissimo anch’io ci ho provato in un racconto di Zagor). Anche Michel Crombie (pseudonimo di James Ronald, 1905-1972), giallista scozzese, di Glasgow, a lungo vissuto negli Stati Uniti ma poi tornato in patria sul finire dei suoi anni, amava giocare con i “misteri impossibili” e nei suoi quaranta romanzi ne propose diversi. Tuttavia, in “Delitto in una camera chiusa”, il delitto in una camera chiusa viene scoperto soltanto a pagina 178 (sulle 199 dell’edizione italiana), e quindi l’enigma di come sia stato possibile assassinare una vecchia signora (testimone di un altro omicidio) nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno è soltanto un tassello marginale di un poliziesco che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un altro titolo. La storia racconta di uno zio criminale, Godfrey Winter, tutore di due nipoti, Eric e Patricia, che uccide il primo e tenta di far fuori anche la seconda, senza riuscirsi solo per un caso fortunato (per lei, che viene presa sotto tutela dal fidanzato Alan). Non faccio spoiler perché che il cattivo sia Godfrey lo si scopre già a pagina 15 e il giallo consiste soprattutto nel seguire le indagini di un coraggioso giornalista, Larry Milner, per vedere come, inizialmente non creduto e anzi licenziato dal suo stesso giornale, riesca a incastrare il colpevole della morte di Eric (e dell’eliminazione successiva di due testimoni scomodi). Eric e Patricia devono morire, nei piani dello zio, perché lui possa ereditare le loro sostanze, lasciate ai due dai genitori prematuramente scomparsi. Il romanzo è movimentato e divertente come un film poliziesco degli anni Quaranta (“The Sealed Room Murder” è del 1934), con molta azione e vari colpi di scena. Quando Milner si trova di fronte alla camera chiusa praticamente siamo agli sgoccioli della storia. Buffo che, per risolvere l’enigma, il giornalista si rivolga a tutti gli scrittori di gialli di sua conoscenza (giustamente, i delitti nelle camere chiuse non avvengono mai nella realtà e sono i giallisti i massimi esperti). La soluzione gli viene però suggerita da un prestigiatore, che quando fa sparire le persone dopo averle chiuse in una scatola con quattro solide pareti, ci riesce perché una delle pareti non è poi così solida.
domenica 5 novembre 2023
LA SCALA A CHIOCCIOLA (SOME MUST WATCH)
LA SCALA A CHIOCCIOLA
(SOME MUST WATCH)
Monadori
I Classici del giallo
Brossurato – 1981
256 pagine, 2000 lire
Vi racconto com’è andata. Durante l’estate 2023 trovo in vendita su una bancarella di libri usati (offerto a un euro) un romanzo dal titolo “La scala a chiocciola”, scritto nel 1908 da Mary Roberts Rinehart. Ho un flash, e ricordo un film in bianco e nero visto una volta da ragazzo (se non da ragazzino) in televisione, intitolato proprio così e che mi è rimasto impresso nella memoria come paurosissimo. Non credo di averlo mai visto più di una volta, ma tanto è bastato per farmi ricordare, oltre a titolo, certe scene e certe inquadrature. Con il tempo, mi sono convinto che il regista fosse nientemeno che Alfred Hitchcock, senza motivo - se non per la tensione creata dalla regia e dalla fotografia, oltre che per il tipo di trama. Tanto “La scala a chiocciola” segnò e turbò i miei ricordi che, molti anni dopo, nello sceneggiare “L’abbazia del mistero”, la mia seconda storia di Zagor, inserii il personaggio di una ragazza diventata muta dopo un shock, che recupera la voce in conseguenza di una nuova emozione vivissima, come capita appunto ad Helen, la protagonista del film, interpretata da Dorothy McGuire. Torniamo alla bancarella di libri usati. Compro il romanzo della Roberts Rinehart e lo leggo. Delusione! Non che sia un brutto giallo, ma è chiaro che NON è quello che ha ispirato il film omonimo. La trama è del tutto diversa. Faccio le dovute ricerche e scopro che The Spiral Staircase è un film del 1946, diretto da Robert Siodmak (e non da Alfred Hitchcock), che recupero anche in Rete, guardandolo dunque per la seconda volta ma senza ricavarne particolari brividi (pellicola apprezzabile ma non entusiasmante, soprattutto non terrorizzante secondo gli standard più recenti). Scopro anche che la pellicola è tratta da un romanzo del 1933 di Ethel Lina White (1876-1944), dal titolo Some Must Watch. Quindi, “La scala a chiocciola” di Mary Roberts Rinehart non c’entra nulla. Scrivo comunque la mia recensione, che potete leggere qui.
https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/11/la-scala-chiocciola.html
A questo punto devo assolutamente rintracciare “Some Must Watch”, che la Mondadori ha pubblicato nel 1981 nei suoi Classici del Giallo - dandogli il titolo del film, appunto “La scala a chiocciola”. Ecco perché in cima alla recensione trovate indicato il titolo originale. Lo trovo su eBay e questa volta è il romanzo giusto. Tuttavia, ci sono alcune differenze tra il film e il romanzo della White. Per esempio, essendo la scrittrice gallese e il film americano, la pellicola è ambientata negli Stati Uniti invece che in Inghilterra. Ma soprattutto la protagonista Helen Capel nel libro non è affatto muta, anzi, è una ragazza dai capelli rossi molto vivace e intraprendente (diversamente dal personaggio interpretato dalla McGuire, cupo e angosciato). Inoltre il movente del serial killer che colpisce sullo schermo cinematografico è quello di uccidere donne segnate da un handicap (nella prima scena lo vediamo assassinare una zoppa), cosa che rende Helen una possibile vittima in quanto priva di voce; nel romanzo il maniaco dà la caccia semplicemente a ragazze che entrano nel suo raggio d’azione. Ci sono anche differenze nella composizione della famiglia Warren nella cui dimora la giovane donna presta servizio, e nelle dinamiche con cui interagiscono fra loro, ma nel complesso la storia è la medesima: in una notte da tregenda, in cui piove a dirotto, mentre si sa che l’assassino è nei paraggi, Helen rimane man mano sempre più sola nella villa (chi si allontana per un litigio, chi va in cerca dell’ossigeno necessario all’anziana inferma che giace nella Camera Blu, chi si ubriaca, chi prende troppo sonnifero…) finché alla fine chiaro che Helen non ha nessuno in grado di difenderla dal maniaco penetrato nella grande casa. Come si dice spesso, “è meglio il libro”: per quanto si tratti di un giallo d’altri tempi, il romanzo è un thriller assolutamente coinvolgente e alcuni personaggi (la vecchia moribonda, l’infermiera bisbetica che Helen sospetta di essere un uomo) sono decisamente inquietanti. Ho una parziale scusa (tirata per i capelli) anche per aver sospettato che “La scala a chiocciola” fosse un film di Hitchcock. Eccola: Ethel Line White è autrice di altri romanzi di successo, tra cui “Il mistero della signora scomparsa” (The Wheel Spins, del 1936), da cui proprio Alfred Hitchcock trasse, nel 1938, il film “La signora scompare” (The Lady Vanishes).
mercoledì 2 giugno 2021
FÉLICIE
Georges Simenon
FÉLICIE
Adelphi
2001, brossura
140 pagine, 9.50 euro
“E allora lui la rivedeva, sottile, con i suoi vestiti chiassosi, i grandi occhi color nontiscordardimé, il naso impertinente, e il cappello poi, quel terrificante cappellino rosso piazzato in cima alla testa con una lunga penna verde cangiante infilzata come una freccia”: così, all’inizio del romanzo, Simenon fa il ritratto di Félicie, la ragazza coprotaginista, con Maigret, del ventiquattresimo poliziesco della serie dedicata al commissario parigino, scritto nel 1942 e pubblicato nel 1944. Commissario alquanto burbero ma che, a dire il vero, questa volta sembra intenerirsi, quasi sedotto dal carattere impossibile e dagli atteggiamenti imprevedibili di una giovane donna impertinente, da cui sembra difficilissimo riuscire a cavare qualunque informazione sull’omicidio del vecchio a cui fa da cameriera, Jules Lepie, detto “Gambadilegno”. Omicidio su cui sa indubbiamente molto più di quel che dice, ma come farglielo dire? Uno dei titoli con cui è strato tradotto in italiano il titolo originale francese “Félicie est là” è “La ragazza di Maigret”, molto efficace nel far dubitare se il commissario non sia sul punto di perdere la testa per la fanciulla, dato che, contro ogni previsione, sceglie di condurre le indagini restandole appiccicato addosso, in un paesino di campagna, invece che gestirle da Parigi. E che dire del suo rimandare il ritorno dalla moglie, comprare una aragosta per cenare con lei, pretendere di trascorrere la notte in casa sua e spiarla di notte mentre dorme, addirittura farle trovare la colazione pronta. “Io la detesto”, dice Fèlicie più volte a Maigret, salvo poi tenerlo sottobraccio e chiederle di proteggerla. “Io invece la adoro”, risponde il commissario che, dopo essersi più volte indispettito per dei brutti tiri che lei gli ha giocato, ha finito per esserne irretito. Fino a certo punto, perché poi si scopre che Maigret ha avuto ragione nel restarle accanto nottetempo, e che nonostante tutti i tentativi di sviare le indagini ha capito perfettamente cosa si nasconde nel cuore della ragazza. Già: chi protegge Fèlicie? Perché non vuol dire ciò che sa, anche quando evidente che l’omicidio di Lepie l’ha trascinata suo malgrado in un gioco più grande di lei? Fèlicie vive in un mondo tutto suo, si aggrappa a storie che nascono nel suo cervello per farle compagnia, sogna in grande e vive in piccolo… e anche noi, come Maigret, finiamo per adorarla.
