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domenica 24 marzo 2024

BREVE STORIA DELLA CHIMICA



Isaac Asimov
BREVE STORIA DELLA CHIMICA
Zanichelli
2019, brossurato
202 pagine, 26.40 euro

Da grande appassionato di qualunque cosa abbia scritto Isaac Asimov (le cui opere occupano tre ripiani in tripla fila nella mia libreria in salotto) colleziono non soltanto i suoi romanzi e le sue antologie di racconti (fantascienza e giallo, soprattutto) ma anche tutta la sua sterminata produzione saggistica (saggi, raccolte di articoli). Proprio i suoi articoli di divulgazione scientifica hanno fondato le basi della mia curiosità sulla fisica, l’astronomia, la chimica, la biologia ma anche le mie prime conoscenze sulla storia della scienza e le mie convinzioni sulla necessità della lotta alle superstizioni e all’oscurantismo. Da quel grande narratore che era, Asimov (1920-1992) si è dimostrato anche uno straordinario divulgatore. Era chimico e biochimico e, con il titolo di Ph.D, ha insegnato alla Columbia University e alla Boston University School of Medicine, ma sapeva spaziare in ogni campo, compreso quello filosofico e letterario. Il suo saggio “Breve storia della chimica” è del 1965, e tratta della nascita e dell’evoluzione delle conoscenze dell’uomo in campo chimico, dalla preistoria fino agli studi sugli elementi transuranici: il saggio si ferma con l’annuncio dei fisici sovietici, nel 1964, della scoperta dell’elemento 104, da loro chiamato “kurchatovium” (ma dal 1969 il nome divenne rutherfordio). Da allora siamo arrivati all’elemento 118, ma non per questo il resoconto di Asimov può dirsi superato perché, si tratta di una cronistoria dei progressi sempre più rapidi dell’umanità e non dell’esposizione delle più recenti novità. La parte più affascinante, secondo me, è quella che va dall’età della pietra fino al XVII secolo, quando i chimici smisero di essere alchimisti, più o meno ai tempi di Robert Boyle, e quando le scoperte cominciarono a succedersi a rotta di collo. Per quanto entusiasmanti possano essere stati i successi del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento, niente mi ha emozionato di più le supposizioni di Asimov su come gli uomini primitivi abbiano imparato ad accendere il fuoco prima e a fondere il rame poi. Per quanto l’argomento vada sempre più complicandosi per la necessità di spiegare fenomeni chimici anche molto complessi, è ammirevole la capacità del “good doctor” di esporre tutto con chiarezza estrema. Due parole sul volume Zanichelli del 2019 che ho in mano nella foto allegata: non si tratta di una nuova edizione del testo uscito in Italia nel 1968, ma di una sorta di ristampa anastatica ottenuta, si direbbe, scansionando un po’ alla meno peggio il libro originale.


domenica 12 novembre 2023

GOLD

 


Isaac Asimov
GOLD
Prima edizione 1995
cartonato 
380 pagine -  lire  32.000

Gold: The Final Science Fiction Collection: ecco  un libro di Issac Asimov che Asimov non ha mai scritto, e che forse non avrebbe mai voluto scrivere. Contiene infatti gli ultimi racconti egli ultimi articoli pubblicati su rivista poco prima della sua morte. La lettura dà un senso di tristezza perché, se da una parte il Buon Dottore è sempre se stesso, inconfondibile nella piacevolezza stile e nella maniera di argomentare, dall'altra è innegabile che si tratta di un Asimov minore e ormai in disarmo. La sensazione è che, pubblicando questa antologia postuma, si sia raschiato il fondo del barile. Inoltre, chi ha curato l'antologia non ha fornito alcuna spiegazione sugli intenti dell'opera e sulla provenienza dei singoli scritti. Chi sa quanto fossero gradevoli, invece, i testi di commento e di introduzione dello stesso Asimov ai propri racconti e articoli, non può che rimpiangere una simile mancanza. Mancanza che poi provoca degli scompensi, perché leggendo questo o quell'articolo si capisce che si tratta di prefazioni a volumi e presentazioni di antologie o romanzi altrui e si fa riferimento al libro che dovrebbe seguire e che invece non segue, o si parla di "questa rivista" senza che venga spiegato di che rivista si tratta.  Nonostante il vecchio leone Asimov non abbia graffiato e ruggito come sapeva fare, questi scritti non possono comunque mancare nella collezione di nessun appassionati della sua sterminata produzione. Solo che i curatori dell'antologia potevano risparmiarsi la scritta in copertina: "la fantascienza allo stato puro" e  "un altro capolavoro del padre fondatore della fantascienza". Chi non abbia letto nient'altro del grande Isaac e decida di cominciare da questi scritti crepuscolari, resterà deluso. Se questi sono i capolavori, chissà il resto. Invece, il resto c'è, eccome. Ed è da quello che si deve cominciare, per arrivare a "Gold" con grande rimpianto
"Gold" è diviso in tre parti. Nella prima, intitolata "Ultimi racconti", vengono presentate quindici storie brevi scritte poco prima della morte, avvenuta nel 1992 a soli 72 anni. Si tratta insomma di opere di narrativa. La seconda parte, "Sulla fantascienza", raccoglie diciotto articoli scritti come introduzione ad altrettante antologie tematiche di science fiction. La terza parte, "Come si scrive un libro di fantascienza", mette insieme venti editoriali della rivista IASFM, molti dei quali tesi a rispondere a obiezioni o domande di lettori del magazine.
I racconti della prima parte sono stati scritti tra il 1986 e il 1991, pubblicati su Analog e su altre riviste, ma mai antologizzate prima, anche perché considerate, in qualche caso, non all’altezza della fama dell’autore. Cominciamo però a parlare delle cose migliori, perché ci sono delle eccezioni. Almeno una delle storie è al livello di quelle della golden age: "Il fratellino" (1990), guarda caso un racconto di robot. Racconta di una coppia che per dare un compagno di giochi al proprio figlio, nell'impossibilità di procreargli un fratello naturale, gliene comprano uno robot, programmato per essere uno stupendo compagno di giochi e un figlio ideale. Tanto ideale che è migliore del figlio vero, appunto perché le sue reazioni sono state impostate apposta per dimostrare buon carattere, bello spirito, affettuosità. Così, il bimbo robot conquista il cuore della mamma, al punto che quando scoppia un incendio e la donna si trova ad avere il tempo per salvare soltanto uno dei due fratellini, non ha dubbi sulla scelta da fare. Salva il robot. Eccezionale, davvero. Ne "Il sorriso del chipper" (1988), un robot viene scelto al posto di un altro sulla base di un impercettibile sorriso durante una situazione creata per metterlo alla prova, il che testimonia una sua maggiore intelligenza e attitudine all'incarico che si intende affidargli.
Anche "Cal" (1991) , il racconto che apre la serie, narra di un robot: un androide al servizio di uno scrittore, che vuole diventare scrittore a sua volta. Il proprietario lo asseconda e gli insegna i trucchi del mestiere, finché il robot non diventa più bravo di lui. Trent’anni prima di Chat GPT, niente male come profezia.
Sempre basato sui robot e la scrittura è un altro racconto non del tutto negativo: "A prova d'errore" (1990). Il punto di partenza sono le sempre maggiori potenzialità dei word processor, capaci di compiere la correzione ortografica del testo e di imparare a non segnalare come errori certe caratteristiche stilistiche dell'autore. Asimov immagina che un word processor mal costruito diventi in grado di tener conto a tal punto dello stile del proprietario da continuare lui stesso i suoi testi scrivendoli esattamente come li avrebbe scritti lui. C'è, evidentemente, in questi due racconti, il ricordo de "Il correttore di bozze" (Galley Slave), un celebre testo del 1957 pubblicato prima sulla rivista Galaxy e incluso in seguito nel "Secondo libro dei Robot", di cui Asimov ha voluto evidentemente comporre delle variazioni su tema.
Un computer è alla base di "Frustrazione" (1991), in cui si vuole affidare a un calcolatore la decisione di iniziare o meno una guerra nel momento di maggiori opportunità e massimo vantaggio: il programmatore a cui la macchina è affidata è soddisfatto perché sa che il suo computer non farà mai cominciare nessuna guerra. La guerra è illogica e per la razionalità estrema di un calcolatore non ci saranno mai né vantaggi né opportunità. Solo il cervello umano può decidere di scatenare una guerra, un computer se guarderà bene. In "Instabilità" (1989), una macchina del tempo viene spedita nel futuro per studiare le stelle e involontariamente innesca un big-bang da cui nasce un nuovo universo. "Da sinistra a destra" (1987), "Inno di battaglia" (postumo, 1995) e "Feghoot e la giustizia" (1986) sono tre shaggy-dog, come vengono definiti i racconti basati su giochi di parole (in genere intraducibili in italiano). Asimov ha da sempre una grande passione per questo tipo di divertissement ("Ritengo il gioco di parole la forma più nobile di umorismo", scrisse una volta), ma le tre storie in questione mi sembra alquanto insulse.
Così come insulsa è "Nazioni nello spazio" (postuma 1995), una storia piuttosto debole, scritta come fosse un appunto in lavorazione e impostata come una sorta di parabola futuribile con tanto di morale finale, pubblicata peraltro postuma proprio nel 1995. La caratteristica di sembrare testi non finiti, abbozzi di racconti futuri da sviluppare meglio, caratterizza anche "Il divino Alessandro" (1985), "Nel Canyon" (1990), "Addio alla Terra" (1989) e soprattutto "Allucinazioni" (1985), che sembra la prova generale del romanzo "Nemesis". Molto collegato a un altro romanzo di Asimov è anche "Gold" (1991), in cui un regista di una nuova forma di comunicazione audiovisiva, il compudramma, mette in scena la parte centrale di "Neanche gli dei". “Gold” ha vinto nel 1992 il Premio Hugo, anche se probabilmente come ultimo omaggio allo scrittore.


lunedì 8 novembre 2021

SECONDA FONDAZIONE

 
 
 
Isaac Asimov
SECONDA FONDAZIONE
Mondadori

“Second Foundation”, uno dei caposaldi della fantascienza, è il terzo romanzo del ciclo della Fondazione in ordine di pubblicazione, e il quinto se si considerano i due prequel posti in un secondo momento da Isaac Asimov. Esistono anche due sequel aggiunti in seguito, per cui la saga risulta composta da sette titoli. Per lungo tempo, però, è stata una trilogia, nota come “Trilogia Galattica”, e “Seconda Fondazione” ne rappresentava l’epilogo. Per anni venne intitolata “L’altra faccia della spirale”, prima che venisse adottato un titolo più simile all’originale. Di “Fondazione”, il primo romanzo a venire pubblicato, (nel 1951) abbiamo già parlato qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../fondazio...

Di “Fondazione e impero” (1952), il secondo, si è trattato invece qua:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../fondazio...

Dei due prequel, “Preludio alla Fondazione” e “Fondazione Anno Zero” potete leggere qua

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../preludio...

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../fondazion...

“Seconda fondazione” uscì in volume nel 1953, raccogliendo due racconti lunghi pubblicati originariamente sulla rivista “Astounding” nel 1948 e nel 1949, intitolati, con scelta felice, “Now you see it” e “And Now You Don't”. Anche i precedenti volumi della saga era composti da racconti accorpati (ed è mio parere che Asimov sia insuperabile proprio nella breve/media distanza, più che nei romanzi). Le vicende narrate nella prima parte si riallacciano esattamente a dove si era interrotta la narrazione alla fine del volume precedente, e cioè con il Mulo deciso a scovare la Seconda Fondazione, unico ostacolo al suo dominio assoluto sulla galassia, dopo la sconfitta della Prima Fondazione 
Così Asimov riassume quanto narrato nel primo volume, all’inizio di “Fondazione e Impero”: “L’impero galattico stava crollando. Era un’istituzione colossale che comprendeva milioni di mondi da un capo all’altro dell’immensa doppia spirale chiamata Via Lattea, e data la sua vastità la rovina era tanto imponente quanto lenta a compiersi. La caduta era iniziata da secoli, prima che qualcuno se ne rendesse conto. Questo qualcuno fu Hari Seldon, che rappresentava l’unica scintilla creativa in un mondo intellettualmente inaridito. Fu Seldon a sviluppare la scienza della psicostoria fino al più alto grado. La psicostoria studia le reazioni non del singolo uomo ma dell’uomo in quanto massa. Una massa formata da milioni di esseri umani. Con l’applicazione di questa scienza si possono prevedere con precisione assoluta le reazioni delle masse a determinati stimoli. Hari Seldon studiò i fattori sociologici ed economici dei suoi tempi, ne vagliò gli sviluppi, previde l’inarrestabile decadenza della civiltà e il conseguente periodo di trentamila anni di caos prima che un nuovo impero potesse nascere dalle rovine del precedente. Era troppo tardi per arrestarne la caduta, ma non troppo per ridurre il periodo di barbarie.” 
Nasce dunque il “piano Seldon”, che prevede la costituzione di due Fondazioni, una nota e una segreta (nascosta non si sa dove), con lo scopo di limitare il caos a un periodo di mille anni. La prima Fondazione viene collocata di un piccolo pianeta periferico, Terminus. Pochi conoscono i veri scopi degli scienziati che prendono possesso di Terminus per ordine dello stesso imperatore, che Seldon ha convinto a finanziare la compilazione di una “Enciclopedia Galattica” destinata a raccogliere e tramandare tutto il sapere umano: un lavoro, questo, di copertura. Ma gli stessi enciclopedisti, pur consapevoli di far parte di un piano, nulla sanno di ciò che gli aspetta. I membri della Seconda Fondazione, dovunque siano, conoscono invece qualcosa di più e sono chiamati a controllare che tutto proceda secondo le previsioni.
In “Fondazione e Impero”, però, irrompe sulla scena un elemento imprevisto che sembra mandare a monte il Piano Seldon: l’avvento, appunto imprevedibile, di un mutante, detto il Mulo, in grado di conquistare, grazie ai propri poteri mentali, l’intera galassia. Il Mulo è infatti in grado di plasmare le menti, assoggettando chiunque ai propri voleri e portando dalla propria parte gli stessi generali degli eserciti avversari. Preso il controllo di Terminus, il pianeta periferico su cui Seldon aveva collocato la Prima Fondazione, il Mulo può dominare i resti dell’Impero. Ma la Seconda Fondazione agisce nell’ombra per riportare il Piano sui binari previsti dalla psicostoria.
In “Now you see it” Asimov mostra come gli uomini della Seconda Fondazione riescono a sconfiggere il Mulo attirandolo in una trappola: con una perfetta pianificazione degli eventi gli fanno credere di aver individuato la loro base, ma si tratta di un inganno. Scopriamo che anche gli agenti della Seconda Fondazione hanno maturato, con gli anni e il costante esercizio, la capacità di controllare le menti. La trappola predisposta contro il Mulo è geniale e perfetta, non meno di quella messa in atto subito dopo contro la rediviva Prima Fondazione. Già, perché su Terminus, ritornata la sede del potere, non si è disposti ad accettare di venire eterodiretti da misteriosi individui nascosti chissà dove, che condizionano di nascosto le loro facoltà intellettive. Assistiamo quindi allo scontro fra Prima e Seconda Fondazione in “And Now You Don't”. Ma dov’è nascosta, la Seconda Fondazione? Seldon aveva detto che si trova “sul lato opposto della galassia”. Un indizio molto labile, che aveva portato il Mulo a ritenere possibile che si trattasse del pianeta Tazenda, periferico come Terminus ma, appunto, in posizione opposta. Ma la sezione della spirale galattica è un disco ovale, e indicando un punto sul bordo e facendo il giro, si torna dove siamo partiti. Quindi all’opposto di Terminus c’è Terminus stesso. E’ sul pianeta della Prima Fondazione che gli ex-enciclopedisti credono di individuare la Seconda, i cui agenti sarebbero stati da sempre mescolati fra loro. Ma è davvero così? I colpi di scena si susseguono fino alla sorprendente rivelazione finale, con la prospettiva che il Piano Seldon sia tornato, dopo cinquecento anni, sui binari previsti dalla psicostoria. Proprio il fluire dei secoli è uno degli elementi più affascinanti della saga della Fondazione. Si resta di tanto in tanto perplessi dal fatto che Asimov parli ancora di giornali di carta, di banconote e persino di sigarette, ma è chiaro che non gli importa di questi particolari. Se è per questo non ci sono neppure alieni e robot. I protagonisti sono uomini, con le loro dinamiche mentali. Immaginando la psicostoria, in realtà, lo scrittore ha anticipato l’uso dei Big Data che già oggi forniscono ai matematici modelli in grado di prevedere il futuro.

domenica 19 settembre 2021

FONDAZIONE E IMPERO

 
 

 
 
Isaac Asimov
FONDAZIONE E IMPERO
Mondadori


Costituito da due racconti indipendenti, originariamente pubblicati nel 1945 sulla rivista Astounding Stories e poi raccolti in unico volume nel 1952, “Fondazione e Impero” è il secondo volume della cosiddetta “trilogia galattica” di Isaac Asimov, poi ampliata dall’autore (negli anni Ottanta) fino a contare sette titoli (più, se vogliamo, quelli del ciclo dei Robot a cui la narrazione, a un certo punto, si salda). Rimanendo sulla terzina iniziale, “Fondazione e Impero” fa seguito a “Fondazione” e precede “Seconda fondazione”. Per anni, in Italia abbiamo conosciuto questo romanzo come “Il crollo della galassia centrale”. Di “Fondazione”, il primo dei tre, delle fonti di ispirazione e dell’impalcatura complessiva della saga abbiamo già parlato in questo spazio: potete leggere quanto già scritto cliccando qui:

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Così Asimov riassume quanto narrato nel primo volume, all’inizio di “Fondazione e Impero”: “L’impero galattico stava crollando. Era un’istituzione colossale che comprendeva milioni di mondi da un capo all’altro dell’immensa doppia spirale chiamata Via Lattea, e data la sua vastità la rovina era tanto imponente quanto lenta a compiersi. La caduta era iniziata da secoli, prima che qualcuno se ne rendesse conto. Questo qualcuno fu Hari Seldon, che rappresentava l’unica scintilla creativa in un mondo intellettualmente inaridito. Fu Seldon a sviluppare la scienza della psicostoria fino al più alto grado. La psicostoria studia le reazioni non del singolo uomo ma dell’uomo in quanto massa. Una massa formata da milioni di esseri umani. Con l’applicazione di questa scienza si possono prevedere con precisione assoluta le reazioni delle masse a determinati stimoli. Hari Seldon studiò i fattori sociologici ed economici dei suoi tempi, ne vagliò gli sviluppi, previde l’inarrestabile decadenza della civiltà e il conseguente periodo di trentamila anni di caos prima che un nuovo impero potesse nascere dalle rovine del precedente. Era troppo tardi per arrestarne la caduta, ma non troppo per ridurre il periodo di barbarie.” Nasce così il “piano Seldon”, che prevede la costituzione di due Fondazioni, una nota e una segreta (nascosta non si sa dove), con lo scopo di limitare il caos a un periodo di mille anni. La prima Fondazione viene collocata di un piccolo pianeta periferico, Terminus. Pochi conoscono i veri scopi degli scienziati che prendono possesso di Terminus per ordine dello stesso imperatore, che Seldon ha convinto a finanziare la compilazione di una “Enciclopedia Galattica” destinata a raccogliere e tramandare tutto il sapere umano: un lavoro, questo, di copertura. Ma gli stessi enciclopedisti, pur consapevoli di far parte di un piano, nulla sanno di ciò che gli aspetta. I membri della Seconda Fondazione, dovunque siano, conoscono invece qualcosa di più e sono chiamati a controllare che tutto proceda secondo le previsioni. Continua a riassumere Asimov: “A mano a mano che l’impero si disintegrava, le regioni esterne si trasformarono in regni indipendenti. La Fondazione ne fu minacciata. Tuttavia, manovrando questi regni gli uni contro gli altri sotto la guida del suo primo sindaco, Salvor Hardin, la Fondazione riuscì a mantenere una precaria indipendenza. Dopo duecento anni la Fondazione era lo stato più potente della Galassia, a eccezione di quanto rimaneva dell’impero stesso. Sembrava inevitabile che il prossimo pericolo che la Fondazione avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato il colpo di coda dell’impero morente”. E’ appunto quello che succede in “Fondazione e Impero”. “Foundation” è dunque un susseguirsi di momenti di crisi (dette “crisi Seldon”, dato che sembrano essere state previste dal matematico, il quale compare periodicamente come ologramma a confermare che il suo piano si sta svolgendo regolarmente a dispetto dei pericoli che sembrano incombere), superate non senza angosce.
Della prima delle due parti da cui è costituito il romanzo, “The general”, il protagonista è appunto è appunto un giovane e ambizioso generale dell’Impero, Bel Riose, ansioso di accrescere la propria fama dopo essere stato mandato a ripristinare il potere imperiale sui pianeti periferici progressivamente sfuggiti al controllo centrale (esattamente come la psicostoria aveva previsto). Tra questi pianeti c’è anche Terminus, sede della Prima Fondazione. Venuto a conoscenza del piano Seldon, Riose se ne fa beffe e crede di potersi far grande agli occhi dell’Imperatore Cleon II assoggettando il mondo degli enciclopedisti. Ma non fa i conti con la necessità storica che rende inevitabile il tracollo dell’Impero: nessun Imperatore che intenda conservare il trono può tollerare che un suo generale divenga troppo potente, e magari ambire alla corona imperiale.
La seconda parte del romanzo, “The Mule”, inserisce invece nella trama un imprevisto che sembra mandare a monte il piano Seldon: l’avvento, appunto imprevedibile, di un mutante, detto il Mulo, in grado di conquistare, grazie ai propri poteri mentali, l’intera galassia. Il Mulo è infatti in grado di plasmare le menti, assoggettando chiunque ai propri voleri e portando dalla propria parte gli stessi generali degli eserciti avversari. Poco tempo dopo l’avvento del mutante, Terminus cade sotto il suo controllo, proprio mentre sta per scatenarsi uno scontro tra i governo, divenuto autoritario e burocratico, della Fondazione, e i mercanti indipendenti protagonisti dello sviluppo nei decenni precedenti. La rivolta dei mercati viene appunto bloccata dall’irruzione sulla scena del Mulo, e appare chiaro (da un messaggio registrato di Hari Seldon) che la psicostoria aveva previsto la guerra civile ma non la conquista da parte del mutante. Ma chi è il Mulo? Nessuno lo ha visto, e la stessa narrazione lo tiene lontano dalla scena, raccontata dal punto di vista dei conquistati e, in particolare, da quella di un piccolo gruppo che cerca di portare in salvo il buffone di corte del Mulo stesso, un uomo deforme ironicamente soprannominato Magnifico, sfuggito al mutante e da questi ricercato ovunque. Toran, Bayta ed Ebling Mis portano con loro Magnifico mettendosi alla ricerca della Seconda Fondazione, i cui misteriosi componenti sono gli unici, forse, in grado di contrastare l’ascesa del mutante e di ripristinare il piano Seldon. In un clamoroso colpo di scena finale, il Mulo si rivela proprio mentre Ebling Mis sta per dire ai compagni dove si trovi la Seconda Fondazione: Bayta non esita a ucciderlo per impedire che l’informazione giunga al mutante. Non resta che leggere il volume successivo della saga, per scoprire gli sviluppi.

venerdì 13 agosto 2021

FONDAZIONE



Isaac Asimov
FONDAZIONE
Mondadori
200 pagine
C’era una volta la Trilogia Galattica. Erano tre romanzi di una saga, quella della Fondazione, che nel 1966 valse a Isaac Asimov il Premio Hugo quale miglior ciclo fantascientifico. In Italia li conoscevamo con i titoli di “Cronache della Galassia”, “Il crollo della galassia centrale” e “L’altra faccia della spirale”. I titoli americani erano molto diversi: “Foundation”, “Foundation and Empire” e “Second Fundation”. Edizioni italiane successive hanno ripristinato l’aderenza alle denominazioni originali.
Il primo romanzo, “Fondazione” è datato 1951 (prima pubblicazione italiana: 1963). In realtà, si tratta della raccolta di quattro racconti uniti da un unico filo conduttore, comparsi tra il 1942 e il 1944 sulla rivista “Astounding Science-Fiction”, preceduti da un prologo scritto appositamente per l’edizione in volume. La Trilogia Galattica diventò una tetralogia quando, nel 1982, Isaac Asimov si convinse che c’erano i margini per un sequel: “L’orlo della Fondazione”, a cui fece seguito nel 1986 un quinto romanzo, “Fondazione e Terra”. A questo punto l’autore decise di tornare indietro e aggiungere alla pentalogia due prequel, “Preludio alla Fondazione” (1988) e “Fondazione Anno Zer” (1993, uscito postumo). Quindi, il ciclo della Fondazione è composto da sette romanzi. Che diventano undici, se si considerano anche i quattro titoli del ciclo dei robot, che Asimov ha collegato, con due romanzi del 1983 (“I robot dell’alba”) e del 1985 (“I robot e l’Impero”) alle vicende di “Foundation”.
Ma veniamo appunto a “Fondazione”, il primo libro. Benché compaia, di persona, soltanto nelle pagine iniziali, protagonista imprescindibile ne è Hari Seldon, matematico del pianeta Helicon trasferitosi su Trantor, capitale dell'Impero, dove per lunghi anni ha messo a punto di una nuova scienza, la psicostoria, in grado di prevedere, sulla base probabilistica ma in modo del tutto attendibile, il futuro dell'umanità. Ai suoi occhi, appare evidente che l'Impero entrerà in crisi e seguiranno millenni di barbarie. L'ispirazione venne ad Asimov, alla fine degli anni Quaranta, leggendo l’opera monumentale di Edward Gibbon, "Declino e Caduta dell’Impero Romano". Il fatto che gli sviluppi delle dinamiche sociali possano essere preveniste da una sorta di determinismo storico ha fatto paragonare le idee di Seldon a quelle di Karl Marx, filosofo ed economista che vedeva come ineluttabili certi sviluppi della storia. In realtà, l'approccio di Seldon è diverso: è matematico, scientifico. A distanza di settanta anni, oggi vediamo come lo studio dei cosiddetti "Big Data" già permetta, nei fatti, la previsione esatta del comportamento della massa dei consumatori o degli utenti dei social (mai del singolo, solo dell'insieme). Asimov ci ha azzeccato, dunque. Il fascino di “Fondazione” non si basa su battaglie spaziali o su inseguimenti tra astronavi: l’avventura c’è ma, tutto sommato, non è né mozzafiato né fondamentale: il racconto è condotto principalmente attraverso dialoghi che analizzano la situazione su base politica, economica e sociologica, e dimostrano come questa situazione cambi lungo un fluire di decenni e di secoli. Così lo scrittore riassume le basi di “Fondazione” all’inizio di “Fondazione e Impero”, il secondo dei romanzi della Trilogia originaria: “L’impero galattico stava crollando. Era un’istituzione colossale che comprendeva milioni di mondi da un capo all’altro dell’immensa doppia spirale chiamata Via Lattea, e data la sua vastità la rovina era tanto imponente quanto lenta a compiersi. La caduta era iniziata da secoli, prima che qualcuno se ne rendesse conto. Questo qualcuno fu Hari Seldon, che rappresentava l’unica scintilla creativa in un mondo intellettualmente inaridito. Fu Seldon a sviluppare la scienza della psicostoria fino al più alto grado. La psicostoria studia le reazioni non del singolo uomo ma dell’uomo in quanto massa. Una massa formata da milioni di esseri umani. Con l’applicazione di questa scienza si possono prevedere con precisione assoluta le reazioni delle masse a determinati stimoli. Hari Seldon studiò i fattori sociologici ed economici dei suoi tempi, ne vagliò gli sviluppi, previde l’inarrestabile decadenza della civiltà e il conseguente periodo di trentamila anni di caos prima che un nuovo impero potesse nascere dalle rovine del precedente. Era troppo tardi per arrestarne la caduta, ma non troppo per ridurre il periodo di barbarie.” Nasce così il “piano Seldon”, che prevede la costituzione di due Fondazioni, una nota e una segreta (nascosta non si sa dove), con lo scopo di limitare il caos a un periodo di mille anni. La prima Fondazione viene collocata di un piccolo pianeta periferico, Terminus. Pochi conoscono i veri scopi degli scienziati che prendono possesso di Terminus per ordine dello stesso imperatore, che Seldon ha convinto a finanziare la compilazione di una “Enciclopedia Galattica” destinata a raccogliere e tramandare tutto il sapere umano: un lavoro, questo, di copertura. Ma gli stessi enciclopedisti, pur consapevoli di far parte di un piano, nulla sanno di ciò che gli aspetta. I membri della Seconda Fondazione, dovunque siano, conoscono invece qualcosa di più e sono chiamati a controllare che tutto proceda secondo le previsioni. Continua a riassumere Asimov: “A mano a mano che l’impero si disintegrava, le regioni esterne si trasformarono in regni indipendenti. La Fondazione ne fu minacciata. Tuttavia, manovrando questi regni gli uni contro gli altri sotto la guida del suo primo sindaco, Salvor Hardin, la Fondazione riuscì a mantenere una precaria indipendenza.” Qui si può notare come la psicostoria, in grado di prevedere il comportamento delle masse, non possa però fare a meno dell’opera di singoli dotati di intelligenza, talento, abilità politica, capacità di comando, carisma, come Hardin, appunto, e come Hober Marlow, primo dei principi mercanti della Fondazione. Tuttavia, c'è una sorta di "necessità storica" a cui non è possibile (pare) sfuggire. Grazie a Hardin, la Fondazione riesce a imporsi sui regni vicini per il suo livello tecnologico in un contesto di arretramento scientifico, fino al punto da dar vita a una religione che garantisce a Terminus un potere spirituale. In seguito, Marlow fa prosperare la Fondazione, mentre tutto va a catafascio, con l’egemonia economica. Spiega infine Asimov: “Dopo duecento anni la Fondazione era lo stato più potente della Galassia, a eccezione di quanto rimaneva dell’impero stesso. Sembrava inevitabile che il prossimo pericolo che la Fondazione avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato il colpo di coda dell’impero morente”. E’ appunto quello che succede in “Fondazione e Impero”. “Foundation” è dunque un susseguirsi di momenti di crisi (dette “crisi Seldon”, dato che sembrano essere state previste dal matematico, il quale compare periodicamente come ologramma a confermare che il suo piano si sta svolgendo regolarmente a dispetto dei pericoli che sembrano incombere), superate non senza angosce. Si riconosce, nel crollo del potere di Trantor (la capitale dell’impero), quello del potere di Roma dal V secolo in poi, dovuto a fattori interni ed esterni: geniale Asimov nel trasferire le dinamiche della storia passata in quelle del futuro.

domenica 25 aprile 2021

FONDAZIONE ANNO ZERO

 
 
 
 

 
 
Isaac Asimov
FONDAZIONE ANNO ZERO
Mondadori
cartonato, 1993


Commuove pensare che "Fondazione Anno Zero" sia uscito postumo, nel 1993 un anno dopo la morte di Isaac Asimov, e che la descrizione del funerale del matematico Hari Seldon, il padre della psicostoria, che viene sepolto nello spazio, possa essere paragonata a quella delle stesse esequie dello scrittore, così come l'Epilogo del romanzo in cui lo stesso Seldon ottantenne parla in prima persona come dettando un testamento spirituale, sembra un discorso di commiato del Good Doctor ai suoi lettori. Il robot Daneel, che nei panni do Eto Demerzel,partecipa al funerale dello scienziato, fa venire in mente che qualche androide possa davvero essere stato presente all'addio dell'autore di "Io, robot".  Il primo (e il migliore) dei cinque racconti da cui è costruito "Fondazione Anno Zero" (separati, seppur collegati fra loro cronologicamente, come accade in altri volumi della saga ddi Fondazione, a partire da quello scritto per primo nel 1951) è inseribile a pieno titolo in una delle antologie asimoviane dedicate ai robot: vi si narra di come Eto/Daneel smonti l'accusa di essere un androide ridendo dell'accusa stessa (come gli suggerisce Seldon): un robot, infatti, non può ridere. 
"Fondazione Anno Zero" è il sequel di "Preludio alla Fondazione" (1988), ma è al tempo stesso il prequel di "Fondazione", il capolavoro di Isaac Asimov (primo libro di quella "Trilogia Galattica" che poi sarebbe diventata una eptalogia). Hari Seldon, matematico del pianeta Helicon trasferitosi su Trantor, capitale dell'Impero, sta lavorando alla messa a punto di una nuova scienza, la psicostoria, in grado di prevedere, sulla base probabilistica ma in modo del tutto attendibile, il futuro dell'umanità. Ai suoi occhi, appare evidente che l'Impero entrerà in crisi e seguiranno millenni di barbarie. L'ispirazione venne ad Asimov, alla fine degli anni Quaranta, leggendo l’opera monumentale di Edward Gibbon, "Declino e Caduta dell’Impero Romano". Il fatto che gli sviluppi delle dinamiche sociali possano essere preveniste da una sorta di determinismo storico ha fatto paragonare le idee di Seldon a quelle di Karl Marx, filosofo ed economista che vedeva come ineluttabili certi sviluppi della storia. In realtà, l'approccio di Seldon è diverso: è matematico, scientifico. A distanza di settanta anni, oggi vediamo come lo studio dei cosiddetti "Big Data" già permetta, nei fatti, la previsione esatta del comportamento della massa dei consumatori o degli utenti dei social (mai del singolo, dell'insieme). Asimov ci ha azzeccato, dunque. Non si può dire lo stesso riguardo alla medicina o alla tecnologia, nel senso che i personaggi di Fondazione vivono quanto quelli del XX secolo (a sessanta anni, Seldon si sente già vecchio), frequentano università e biblioteche simili ai campus statunitensi frequentati da Asimov, hanno costumi castigati, e tutto sommato non pare che in migliaia di anni la vita quotidiana venga immaginata troppo diversa da quella del 1950. Ma non è questo, evidentemente, che interessa all'autore. 
Come già "Preludio alla Fondazione", questo secondo romanzo di antefatti manca quasi del tutto degli elementi cari alla fantascienza spaziale: lo scenario è sempre quello di Trantor (per quanto il pianeta capitale sia diviso in variegati settori). L'avventura è sostituita dalle idee discusse dai personaggi. Ci si dedica soprattutto a costruire una biografia di Hari Seldon, attraverso i suoi rapporti con i personaggi di contorno, dal figlio adottivo (che poi gli darò dei nipoti) alla moglie Dors (di cui si scopre la vera identità) ai colleghi e collaboratori (come Yugo). Cinque parti, non tutte brillati allo stesso modo, qualche volta deludenti (il giallo della "limonata", legato a un complotto per uccidere Seldon, sembra un racconto dei Vedovi Neri, tanto si basa su un gioco di parole intraducibile in italiano e, sinceramente, tirato per i capelli): decisamente il peggiore dei sette libri del Ciclo della Fondazione, scritto da un Asimov visibilmente stanco. Tuttavia, l'estro del grande scrittore ancora si vede.

venerdì 9 aprile 2021

PRELUDIO ALLA FONDAZIONE

 
 

 
Isaac Asimov
PRELUDIO ALLA FONDAZIONE
Mondadori
cartonato, 1989
410 pagine


C'era una volta la Trilogia Galattica di Isaac Asimov, che tutti i boomers appassionati di fantascienza amavano a dismisura grazie a Urania e agli Oscar Mondadori. Il primo dei tre volumi, "Fondazione" ("Foundation", del 1951), tutti però lo conoscevano come "Cronache della Galassia". Il secondo, "Fondazione e Impero" ("Foundation ad Empire", 1952) era noto come "il crollo della Galassia Centrale". Il terzo, Seconda Fondazione ("Second Foundation, 1953), credevamo si intitolasse "L'altra faccia della spirale". Una lettura fondamentale nella mia vita. Poi, a sorpresa, nel 1982 Asimov pubblicò "Foundation's Edge", "L'Orlo della Fondazione", il quarto volume. Fu un grande successo, che lo convinse a scrivere "Foundation and Earth" (1986), "Fondazione e Terra". La storia non si concludeva, perché restavano in sospeso molte domande. Però il Buon Dottore pensò che, prima di proseguire, bisognasse integrare la pentalogia con due antefatti, "Prelude to Foundation" (1988), "Preludio alla Fondazione", e "Forward the Foundation", "Fondazione Anno Zero", del 1993. Quest'ultimo romanzo uscì postumo, essendo Asimov morto nel 1992 (a soli settantadue anni). La Trilogia Galattica era diventata una eptalogia, ma tronca del finale. Tuttavia, sia "Fondazione e Terra" che i due prequel servono a collegare il ciclo di Fondazione con quello dei robot, costituito da quattro romanzi, in particolare con il terzo, "The Robots of Dawn", ovvero "I robot dell'alba" (1983), e il quarto, "I Robot e l'Impero" (1985), "I robot e l'impero" ("Robots and Empire"). Così, considerando i robot, sono in tutto undici romanzi. Secondo me, la Trilogia Galattica, cioè i tre romanzi scritti per primi, restano insuperabili. Tuttavia ci si godono anche i due seguiti, mentre sono superflui i due prologhi. Tuttavia, anche "Preludio alla Fondazione", che è il più debole dell'intero ciclo, si legge con piacere. E se, durante le lettura, si resta un po' perplessi di fronte a certe scelte dell'autore e dei suoi personaggi, il finale sorprendente (un vero pezzo di bravura degno di un eccellente giallista, quale Asimov era) fa fare pace con tutto il romanzo. Le perplessità nascono dal fatto che per essere un romanzo di fantascienza, manca quasi del tutto l'azione (predominano le idee); e gli scenari non sembrano poi così futuribili quanto ci si potrebbe aspettare: l'unico combattimento a cui assistiamo è fatto con i coltelli. Ci viene parlato di ricette di cucina, dell'uso di elettrodomestici e accessori per la stanza da bagno, ci si sposta con mezzi pubblici simili a autobus e metropolitane, ci si veste con abiti simili ai nostri, ci si imbarazza per una mano su una coscia o per un seno nudo, tutte cose insomma che di "galattico" hanno ben poco. Tuttavia, il romanzo è volutamente minimalista, dal punto di vista tecnologico, perché presenta la vita quotidiana su un pianeta, Trantor, composto da settori molto diversi non solo quanto a tecnologia, ma a cultura, costumi, usanze, mentalità. Alcune zone sono molto arretrate, in certe si discriminano le donne, in altre si è razzisti. Nel tentativo di sfuggire alla caccia (o presunta tale) dell'Imperatore Cleon e del suo braccio destro Eto Demerzel, il giovane matematico Hari Seldon fugge da un settore all'altro con l'aiuto di una donna, la studiosa di storia Dors Venabili, e di un giornalista, Chetter Hummin. Hari Seldon, proprio lui, il futuro padre della Psicostoria. In "Foundation" lo incontravamo anziano, qui lo si presenta nei suoi anni verdi. La Psicostoria ancora non esiste, tuttavia Seldon ha dimostrato matematicamente che, in linea teorica, è possibile prevedere il futuro. Nel 1951, quando uscì il primo romanzo del ciclo, non c'erano ancora i "big data", quelli grazie al quale oggi sappiamo (lo dicono gli esperti) che benché il comportamento del singolo sia imprevedibile, quello delle masse si può proiettare nel breve periodo con sempre maggior precisione. Proprio la fuga attraverso i vari settori di Trantor convince Seldon che studiare la storia e le dinamiche sociali del pianeta capitale dell'Impero Galattico è il punto di partenza per gettare le basi della Psicostoria. Nel finale giunge inaspettata la rivelazione della vera identità di Chetter Hummin. Meno inaspettato, il bacio con Dors Venabili.

domenica 14 marzo 2021

LA FINE DELL'ETERNITA'


 
 
Isaac Asimov
LA FINE DELL'ETERNITA'
Libra Editrice
1975, cartonato
310 pagine, 4200 lire


"Il romanzo sul Tempo che pone fine ai romanzi sul Tempo", scrive Ugo Malaguti, traduttore e autore della postfazione. Il quale, scrittore di fantascienza a sua volta, notoriamente non simpatizzante verso Asimov, non manca di ribadire i motivi delle sue critiche al"Buon Dottore ma deve ammettere che "La fine dell'Eternità" è il suo "romanzo più complesso e stimolante". Le critiche sono, poi, quelle di una eccessiva cerebralità e freddezza della narrazione, solitamente poco attenta ai sentimenti umani preferendo condurre le storie sul piano delle idee: "certamente Asimov possiede la lucidità e la forza dell'autentico scienziato, e le sue trame sono spesso veri e propri teoremi, lucide dimostrazioni di un assunto, esercitazioni di logica, senza alcun punto debole". Non è un caso, conclude Malaguti, i personaggi dello scrittore americano che suscitano più empatia sono i robot. Elementi che, per quanto mi riguarda, sono positivi; apprezzo senza riserve il cerebralismo asimoviano. Tuttavia, ne "La fine delll'Eternità" i sentimenti sono il motore dell'azione, dati che proprio l'innamoramento di Andrew Harlan, Tecnico dell'Eternità, nei confronti di Noys, donna Temporale, scatena tutto l'ambaradan che dà vita al romanzo. Romanzo che si inserisce nel gruppo di opere del Good Doctor "libere" rispetto ai cicli dei Robot e della Fondazione (che negli ultimi anni della sua vita lo scrittore poi ridusse a uno solo, unificando le due saghe). In realtà il gruppetto delle opere al di fuori dei filoni principali viene definito a sua volta come ciclo dell'Impero, ma il collegamento è blando, se non ricavabile a posteriori. Anche ne "La fine dell'Eternità" si può trovare un riferimento all'Impero Galattico, nel senso che l'Impero non c'è ma nella pagina finale se ne gettano le indispensabili premesse. Pagina finale a cui si giunge dopo un susseguirsi di colpi di scena, con anche la rivelazione di un insospettabile retroscena che Asimov prepara con l'abilità di un consumato giallista (del resto, questo suo talento per il giallo è ben noto e sperimentato). L'Eternità è una struttura di controllo della Storia (ritorna la concezione determinista di una Storia che si può indirizzare verso sbocchi più desiderabili di altri, come in "Fondazione"), che si trova fuori dal Tempo. I suoi membri, organizzati secondo una rigida e algida struttura tecnico-burocratica, intervengono sulla Realtà operando quei cambiamenti che possono, a loro avviso, migliorare le condizioni generali dell'umanità nello scorrere dei secoli e dei millenni, evitando guerre, epidemie, sofferenze. Una volta che il cambiamento è operato, la Storia si adegua mutando il suo corso, in maniera indolore per chi vive nel Tempo: per ciascun individuo sarà come se le cose fossero sempre andate così come gli Eterni hanno voluto, a fin di bene. Tuttavia ci sono alcune cose che non si possono cambiare: gli eventi del Primitivo, cioè dei secoli precedenti alla nascita dell'Eternità (avvenuta attorno all'anno 2400), e quelli del più remoto futuro, là dove l'umanità sembra scomparsa, al termine dei misteriosi Secoli Bui in cui neppure gli Eterni possono aver accesso. Singolarmente, tutto ruota attorno al pianeta Terra, perché ogni tentativo di colonizzazione spaziale da parte degli umani è sempre fallito mancando la possibilità di compiere i viaggi interstellari a velocità superiori a quelli della luce (quei viaggi che nel ciclo della Fondazione vengono chiamati "balzi nell'iperspazio"). Date queste premesse è chiaro come il romanzo sia complessissimo dal punto di vista delle implicazioni filosofiche, scientifiche, antropologiche. Ogni aspetto viene analizzato e sviscerato, compreso, per esempio, quello della fine dell'evoluzione darwiniana della specie umana, che a un certo punto rimane geneticamente sempre la stessa perché l'Eternità crea i presupposti ideali per uno status quo ottimale, eliminando, con i suoi interventi, tutte le mutazioni che portino lo sviluppo in altre direzioni da quelle stabilite. Ma, a un certo punto, Andrew Harlan si rende conto di essere stato manovrato, perché c'è qualcuno che vuole la fine dell'Eternità, cioè la libertà di evoluzione della Storia, che dovrebbe essere scevra da quei condizionamenti che eliminano, apparentemente, qualunque cosa sia ritenuta dannosa, ma che tarpano quelle ali incitate al volo dall'imprevisto. Proprio l'eccesso di controllo sulla Storia provoca la scomparsa dell'umanità nel remoto futuro, ma la libertà garantirebbe invece la scoperta del modo di viaggiare nello spazio e di colonizzare la galassia. C'è di che rimanere concettualmente storditi. Grande Asimov.