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mercoledì 12 gennaio 2022

L’INVENZIONE DI MOREL

 
 

 
Adolfo Bioy Casares
L’INVENZIONE DI MOREL
Sur
2017, brossurato
144 pagine, 15 euro


Lo scrittore argentine Aldolf Bioy Caseres (1914-1999) condivideva con Jorge Luis Borges, di cui fu amico fraterno e collaboratore per tutta la vita, l’aspirazione a una letteratura sudamericana che non fosse imitazione di quella europea, e che spaziasse in modo proprio e originale anche all’interno dei generi, come il poliziesco o il fantascientifico. Fantascientifico si può senza dubbio definire il romanzo breve del 1940 “L’invenzione di Morel”, pieno tuttavia di echi letterari, come di metafore e simbologie, e distante dalla tradizionale science fiction americana. C’è tuttavia il ricordo, sicuramente, dell’ “Isola del dottor Moreau”, di H.G.Wells (lo si capisce già dal nome dello scienziato pazzo citato nel titolo), così come del “Castello dei Carpazi” di Jules Verne. Pur basata su una ipotesi tecnologica (un macchinario, una invenzione), il romanzo è costruito non sull'azione ma sul senso d’ansia e di straniamento del protagonista, in un contesto che sembra onirico, metafisico. L’io narrante (praticamente l’unico personaggio “reale” del racconto) è un fuggiasco senza nome che, per scampare a una condanna per motivi politici che ne fa un ricercato braccato dalla Legge, decide di rifugiarsi come naufrago volontario su un’isola della Polinesia, che sa essere disabitata. Dopo lo sbarco, il fuggitivo si rende conto come però su una altura esistano delle misteriose costruzioni: un edificio principale che lui definisce “museo”, una cappella, una piscina. Inizialmente questi luoghi sembrano abbandonati, ma dopo qualche giorno si popolano di un gruppo di persone, come se fossero sbarcati dei turisti in visita. Il fuggiasco si nasconde limitandosi a spiarne le mosse, per timore di venire scoperto, denunciato e arrestato. Ma la presenza dei visitatori si collega a misteriosi fenomeni, quali la comparsa in cielo di due soli e due lune. L’io narrante, che tiene un diario, crede di essere vittima di allucinazioni create da una malattia o da qualche avvelenamento alimentare. Così come sono venuti, i visitatori scompaiono di punto in bianco: il fuggitivo ispeziona gli edifici che li hanno ospitati e si rende conto che sono in stato di abbandono così com’erano prima del loro arrivo e nulla testimonia il loro passaggio. A distanza di poco tempo, ecco i “turisti" fare ritorno, sempre gli stessi, occupati nelle medesime discussioni, vestiti con gli stessi abiti. Il naufrago li spia più da vicino, ascolta i loro discorsi, e resta colpito da una donna, Faustina (così sente chiamarla). Se ne innamora, cerca di avvicinarsi, ma lei lo ignora, sembra non vederlo. Nessuno del suo gruppo, del resto, pare accorgersi di lui, per quanto il fuggiasco si mescoli a loro. Il mistero si infittisce, finché quello che si rivela essere l’anfitrione del gruppo, uno scienziato di nome Morel, colui che ha costruito gli edifici dopo aver acquistato l’intera isola, non tiene un discorso agli altri in cui rivela la verità. Una apparecchiatura di sua invenzione, in grado di registrare e riprodurre la realtà in ogni sua componente (visiva, sonora, tattile) ha “catturato” per una settimana ogni loro movimento, discorso, atteggiamento dell'animo e assicurato agli ospiti un simulacro di esistenza eterna: grazie alle sue maree, l’isola può garantire l’energia necessaria al funzionamento dei macchinari programmati per “proiettare” per sempre (fatti salvi i tempi per il ricaricamento) le loro forme, reali in tutto e per tutto, come se le loro stesse anime fossero state incise su disco. Precedenti esperimenti fatti da Morel hanno però causato la morte delle cavie: non si sa quale sia stata la sorte degli ospiti del “museo” dopo la registrazione, ma tutto lascia temere il peggio. Chissà dov’è la vera Faustina, il naufrago può solo amarla come simulacro: interessanti le sue reazioni alla scoperta, nel finale del racconto. Nel “Castello dei Carpazi” di Verne, alcuni macchinari ottici e fonografici ricreano ogni sera l’illusione che una cantante lirica torni in vita, l’invenzione di Morel fa di più, e anticipa i nostri tempi in cui la realtà virtuale è sempre più realtà e meno virtuale.

lunedì 5 ottobre 2015

TONY PLUMBEO E IL GIUDIZIO UNIVERSALE



TONY PLUMBEO E IL GIUDIZIO UNIVERSALE
di Lorenzo Bartoli
Play Seven edizioni
brossourato, 2012

Lorenzo Bartoli (nato nel 1966 e prematuramente scomparso nel 2014) non ha bisogno di presentazioni come geniale autore di fumetti (basterà citare John Doe, ma l'elenco delle sue opere sarebbe interminabile). Come scrittore, io lo conoscevo per "Cuori da bar", una antologia di racconti edita da BD, ma ho scoperto che è anche autore di due romanzi di fantascienza pubblicati da Fanucci negli anni Novanta con lo pseudonimo di Akira Mishima, e questi proprio mi mancano. C'è poi "Sempre sentirai le voci", un romanzo con protagonista Arthur King, un altro dei suoi personaggi a fumetti. Scrivendo "Tony Plumbeo e il giudizio universale", secondo me Bartoli si è divertito un sacco. E si divertono anche i suoi lettori, una volta capito che per farlo bisogna spogliarsi di ogni paludamento preconcettuale e lasciarsi portare in volo appesi a un ottovolante che va su e giù (giri della morte compresi) per le strade di una Roma coatta sospesa tra gli anni Settanta e i giorni nostri, in una sequela di trovate folli e esilaranti, come quella della "caccola definitiva" o della studentessa Gemma Preziosi che strappa i trenta minacciando i professori di tentato stupro in caso di voto inferiore, ma lasciandosi stuprare davvero in cambio della lode. Protagonista assoluto e il balordo Tony Plumbeo, vero mito della malavita romana negli anni di piombo, così pessimo da essere stato bocciato all'esame di ammissione nella Banda della Magliana, tanto cattivo da aver steso con una testata la levatrice che lo metteva al mondo. Ucciso in un conflitto a fuoco con poliziotti travestiti da suore in un ufficio postale, Tony (per uno gioco del destino che alla fine si rivela tutt'altro che casuale) si reincarna nel 2012 nel corpo di un professore universitario mite e inetto, Marcello Castelli, il quale si trasforma improvvisamente in un personaggio del tutto diverso, con effetti strepitosi quando gli studenti si presentano per sostenere gli esami o i vigili urbani pretendono di fargli la multa. I nonsense e le trovate grottesche sono sostenute da continue invenzioni linguistiche ma anche da un caleidoscopio di citazioni colte e argute (nel corpo di Castelli, infatti, il grezzo Plumbeo legge i libri e ascolta la musica immagazzinata nel suo cervello), e alla fine si potrebbe paragonare Bartoli sia a Andrea G. Pinketts che a Niccolò Ammaniti, quello almeno di "Branchie", pur lasciando a tutti e tre, ovviamente, la propria intoccabile originalità. Non si creda di leggere un poliziottesco o un noir: "Tony Plumbeo e il giudizio universale" (s'intende quello della Cappella Sistina) è qualcosa di felicemente delirante, di trasversale ai generi (horror, erotico, umoristico, grottesco, fantascientifico, storico, demenziale, fumettistico e chi più ne ha più ne metta), che finisce per costituire un qualcosa a parte.