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lunedì 19 agosto 2024

L’ALBERGO DEI FANTASMI



Wilkie Collins
L’ALBERGO DEI FANTASMI
I Classici del Giallo Mondadori
1990, brossura
176 pagine, 5000 lire

Confesso la mia passione per i giallisti d’epoca. Non disdegno i moderni e i conremporanei, ma prediligo quelli attivi nella prima metà del secolo scorso. Wilkie Collins è ancora più datato. Nato nel 1824 e morto nel 1889, fu addirittura grande amico e collaboratore di Charles Dickens.  “L’albergo dei fantasmi”, noto anche come “L’albergo stregato” (The Hounted Hotel), è del 1879. Ma c’è  qualcosa per cui Collins viene soprattutto ricordato, ed è il tenebroso romanzo (di grandissimo successo) “La pietra della luna”, del 1868, che secondo T. S. Eliot è stato “Il primo e il più grande romanzo poliziesco inglese, un genere scoperto da Collins, non da Poe”. G. K. Chesterton, del resto, lo definì “il miglior romanzo poliziesco mai scritto” (almeno fino a quel momento). Comunque sia, un caposaldo. Proprio in ragione della fama dell’autore (la cui biografia riserva non poche sorprese), ho recuperato una vecchia edizione nei Classici del Giallo Mondadori de “L’albergo dei fantasmi” e non sono rimasto deluso. La narrazione, ambientata nel 1860, si svolge in parte a Londra e in parte a Venezia, là dove sorge, appunto, l’Hotel Palace, da poco inaugurato dopo una ristrutturazione tesa a recuperare un antico palazzo fatiscente che era stato pochi mesi prima teatro di una misteriosa scomparsa (quella di un accompagnatore turistico) e di una strana morte (quella del nobile inglese, Herbert Westwick, che lo aveva preso in affitto). Una delle stanze dell’albergo sembra infestata da oscure presenze che si manifestano con spettrali apparizioni, incubi e malesseri che colpiscono chi vi trascorre la notte, esalazioni di cattivi odori. La trama gialla (che fine ha fatto la persona scomparsa? Davvero il nobile che questi accompagnava è morto per malattia? Che senso hanno i suoi strani comportamenti di Herbert Wickwick precedenti al trapasso?) si intreccia con una storia d’amore che sembra uscita da un romanzo di Jane Austen (con una rigida suddivisione in classi della società) o di Charles Dickens. Non c’è un investigatore, ma due forti protagoniste femminili ben caratterizzate, Agnes Lockwood e la contessa Narona.


domenica 23 giugno 2024

TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO


 

Benjamin Stevenson
TUTTI NELLA MIA FAMIGLIA HANNO UCCISO QUALCUNO
Feltrinelli
2022, brossurato
384 pagine, 19 euro

I gialli che preferisco sono quelli in cui l’autore gioca a carte con il lettore. Quelli, cioè, in cui chi legge alla fine ha a disposizione tutti gli indizi per scoprire la verità anticipando di un soffio la soluzione del mistero. Naturalmente, come in ogni partita a carte, a chi siede al tavolo con noi è richiesto di non barare. Sono ammessi, però, i giochi di prestigio sotto i nostri occhi. Lo so bene (benissimo) che il poliziesco ha tanti sottogeneri (dal legal thriller al police procedural passando per l’hard boiled), tante declinazioni, tante frecce nella propria faretra e che può servire a rappresentare realtà più sfaccettate e credibili di quelle dei romanzi con i delitti della camera chiusa. Sono consapevole che ci sono noir che svolgono persino funzioni di denuncia sociale o gialli contaminati con l’horror, il western, il romanzo storico o la fantascienza. Però, che ci volete fare, a me fa impazzire Ellery Queen che riunisce tutti i  possibili colpevoli in un salotto e spiega per filo e per segno perché l’assassino è il meno prevedibile. Se poi lo scrittore riesce a non limitare il senso e il succo del racconto al “whodunit” (o alla scoperta di “chi è stato”), e quindi a imbastire una buona trama con dei buoni personaggi, tanto meglio. Benjamin Stevenson, brillante autore australiano che ha spopolato in mezzo mondo con questo suo primo giallo, evidentemente la pensa come me e premette al romanzo le dieci regole del “Decalogo del giallo perfetto” scritte nel 1929 da Ronald Knox, ma esiste un elenco di venti stabilite l’anno prima da S.S.Van Dine nell’articolo “Twenty Rules for Writing Detective Stories” apparso su “The American Magazine” nel 1928 (esistono comunque altri elenchi del genere). Stevenson non le cita ma il succo è lo stesso: il colpevole deve essere un personaggio già noto al lettore, sono esclusi interventi soprannaturali e occulti, il detective non può arrivare alla soluzione per caso, lo scrittore non può celare indizi noti a chi conduce le indagini, il Watson della situazione deve essere meno intelligente del lettore medio. E così via (è tutto molto interessante, sia nel decalogo di Konox che della lista di Van Dine). Stabilite queste premesse, l’io narrante di “Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno”, che coincide con il personaggio a cui è assegnato il ruolo di detective, Ernest Cunningham, si rivolge direttamente al lettore come un attore che sfonda la quarta parete e, per tutto il romanzo, gioca a carte con lui o, meglio, si comporta come un prestigiatore che invita il pubblico a controllare come non abbia assi nella manica o come un certo lucchetto sia davvero chiuso. Anticipa all’inizio le pagine in cui ci saranno dei morti, addirittura. Chi scrive e chi legge sono insomma perfettamente consapevoli di stare narrando e ascoltando un giallo e veniamo costantemente rassicurati sul fatto che le regole vengono rispettate. Ciò detto, il romanzo si legge con curiosità e divertimento: una riunione di famiglia in un albergo montano che resta isolato nella neve (come accade in “Trappola per topi” di Agatha Christie) mette a confronto madri, figli, zii, cognati, fratelli e sorelle, tutti con qualcosa da nascondere, e dà il via a una serie di misteriosi omicidi. “Everyone in my family has killed someone” è un titolo che dice il vero, ma che va anche interpretato, caso per caso, fino alla soluzione piuttosto macchinosa, ma rigorosamente onesta. Ci si diverte molto, senza che ci sia nulla di comico: ad Agatha Christie sarebbe piaciuto.
 

domenica 26 novembre 2023

DELITTO IN UNA CAMERA CHIUSA

 


Michael Crombie
DELITTO IN UNA CAMERA CHIUSA
Polillo Editore
Brossurato, 2021
208 pagine, 16 euro
 
Confesso di aver acquistato il libro solo perché attirato dal titolo, “Delitto in una camera chiusa”, senza nulla sapere dell’autore e della trama (non ho neppure letto i risvolti di copertina). Sono infatti un cultore e collezionista del genere “camera chiusa”. Wikipedia ben spiega che “con la locuzione enigma della camera chiusa o mistero della camera chiusa viene indicata una particolare varietà di romanzo o racconto poliziesco in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili come quello scoperto in una camera chiusa dall'interno”. Ciò significa che non è tanto importante chi sia il colpevole e perché qualcuno abbia commesso l’omicidio (elementi comunque che fanno la differenza, quanto a risultato e qualità del racconto), quanto il “come” ci sia riuscito. Il maestro indiscusso di questo tipo di giallo è, come sapete (dato che in questo spazio se ne è parlato più volte), John Dickson Carr, ma naturalmente anche altri autori si sono cimentati nell’impresa di fornire spiegazioni convincenti (e nel mio piccolissimo anch’io ci ho provato in un racconto di Zagor). Anche Michel Crombie (pseudonimo di James Ronald, 1905-1972), giallista scozzese, di Glasgow, a lungo vissuto negli Stati Uniti ma poi tornato in patria sul finire dei suoi anni, amava giocare con i “misteri impossibili” e nei suoi quaranta romanzi ne propose diversi. Tuttavia, in “Delitto in una camera chiusa”, il delitto in una camera chiusa viene scoperto soltanto a pagina 178 (sulle 199 dell’edizione italiana), e quindi l’enigma di come sia stato possibile assassinare una vecchia signora (testimone di un altro omicidio) nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno è soltanto un tassello marginale di un poliziesco che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un altro titolo. La storia racconta di uno zio criminale, Godfrey Winter, tutore di due nipoti, Eric e Patricia, che uccide il primo e tenta di far fuori anche la seconda, senza riuscirsi solo per un caso fortunato (per lei, che viene presa sotto tutela dal fidanzato Alan). Non faccio spoiler perché che il cattivo sia Godfrey lo si scopre già a pagina 15 e il giallo consiste soprattutto nel seguire le indagini di un coraggioso giornalista, Larry Milner, per vedere come, inizialmente non creduto e anzi licenziato dal suo stesso giornale, riesca a incastrare il colpevole della morte di Eric (e dell’eliminazione successiva di due testimoni scomodi). Eric e Patricia devono morire, nei piani dello zio, perché lui possa ereditare le loro sostanze, lasciate ai due dai genitori prematuramente scomparsi. Il romanzo è movimentato e divertente come un film poliziesco degli anni Quaranta (“The Sealed Room Murder” è del 1934), con molta azione e vari colpi di scena. Quando Milner si trova di fronte alla camera chiusa praticamente siamo agli sgoccioli della storia. Buffo che, per risolvere l’enigma, il giornalista si rivolga a tutti gli scrittori di gialli di sua conoscenza (giustamente, i delitti nelle camere chiuse non avvengono mai nella realtà e sono i giallisti i massimi esperti). La soluzione gli viene però suggerita da un prestigiatore, che quando fa sparire le persone dopo averle chiuse in una scatola con quattro solide pareti, ci riesce perché una delle pareti non è poi così solida.

domenica 5 novembre 2023

LA SCALA A CHIOCCIOLA (SOME MUST WATCH)

 
 
 
Ethel Lina White
LA SCALA A CHIOCCIOLA
(SOME MUST WATCH)
Monadori
I Classici del giallo
Brossurato – 1981
256 pagine, 2000 lire


Vi racconto com’è andata. Durante l’estate 2023 trovo in vendita su una bancarella di libri usati (offerto a un euro) un romanzo dal titolo “La scala a chiocciola”, scritto nel 1908 da Mary Roberts Rinehart. Ho un flash, e ricordo un film in bianco e nero visto una volta da ragazzo (se non da ragazzino) in televisione, intitolato proprio così e che mi è rimasto impresso nella memoria come paurosissimo. Non credo di averlo mai visto più di una volta, ma tanto è bastato per farmi ricordare, oltre a titolo, certe scene e certe inquadrature. Con il tempo, mi sono convinto che il regista fosse nientemeno che Alfred Hitchcock, senza motivo - se non per la tensione creata dalla regia e dalla fotografia, oltre che per il tipo di trama. Tanto “La scala a chiocciola” segnò e turbò i miei ricordi che, molti anni dopo, nello sceneggiare “L’abbazia del mistero”, la mia seconda storia di Zagor, inserii il personaggio di una ragazza diventata muta dopo un shock, che recupera la voce in conseguenza di una nuova emozione vivissima, come capita appunto ad Helen, la protagonista del film, interpretata da Dorothy McGuire. Torniamo alla bancarella di libri usati. Compro il romanzo della Roberts Rinehart e lo leggo. Delusione! Non che sia un brutto giallo, ma è chiaro che NON è quello che ha ispirato il film omonimo. La trama è del tutto diversa. Faccio le dovute ricerche e scopro che The Spiral Staircase è un film del 1946, diretto da Robert Siodmak (e non da Alfred Hitchcock), che recupero anche in Rete, guardandolo dunque per la seconda volta ma senza ricavarne particolari brividi (pellicola apprezzabile ma non entusiasmante, soprattutto non terrorizzante secondo gli standard più recenti). Scopro anche che la pellicola è tratta da un romanzo del 1933 di Ethel Lina White (1876-1944), dal titolo Some Must Watch. Quindi, “La scala a chiocciola” di Mary Roberts Rinehart non c’entra nulla. Scrivo comunque la mia recensione, che potete leggere qui.

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2023/11/la-scala-chiocciola.html

A questo punto devo assolutamente rintracciare “Some Must Watch”, che la Mondadori ha pubblicato nel 1981 nei suoi Classici del Giallo - dandogli il titolo del film, appunto “La scala a chiocciola”. Ecco perché in cima alla recensione trovate indicato il titolo originale. Lo trovo su eBay e questa volta è il romanzo giusto. Tuttavia, ci sono alcune differenze tra il film e il romanzo della White. Per esempio, essendo la scrittrice gallese e il film americano, la pellicola è ambientata negli Stati Uniti invece che in Inghilterra. Ma soprattutto la protagonista Helen Capel nel libro non è affatto muta, anzi, è una ragazza dai capelli rossi molto vivace e intraprendente (diversamente dal personaggio interpretato dalla McGuire, cupo e angosciato). Inoltre il movente del serial killer che colpisce sullo schermo cinematografico è quello di uccidere donne segnate da un handicap (nella prima scena lo vediamo assassinare una zoppa), cosa che rende Helen una possibile vittima in quanto priva di voce; nel romanzo il maniaco dà la caccia semplicemente a ragazze che entrano nel suo raggio d’azione. Ci sono anche differenze nella composizione della famiglia Warren nella cui dimora la giovane donna presta servizio, e nelle dinamiche con cui interagiscono fra loro, ma nel complesso la storia è la medesima: in una notte da tregenda, in cui piove a dirotto, mentre si sa che l’assassino è nei paraggi, Helen rimane man mano sempre più sola nella villa (chi si allontana per un litigio, chi va in cerca dell’ossigeno necessario all’anziana inferma che giace nella Camera Blu, chi si ubriaca, chi prende troppo sonnifero…) finché alla fine chiaro che Helen non ha nessuno in grado di difenderla dal maniaco penetrato nella grande casa. Come si dice spesso, “è meglio il libro”: per quanto si tratti di un giallo d’altri tempi, il romanzo è un thriller assolutamente coinvolgente e alcuni personaggi (la vecchia moribonda, l’infermiera bisbetica che Helen sospetta di essere un uomo) sono decisamente inquietanti. Ho una parziale scusa (tirata per i capelli) anche per aver sospettato che “La scala a chiocciola” fosse un film di Hitchcock. Eccola: Ethel Line White è autrice di altri romanzi di successo, tra cui “Il mistero della signora scomparsa” (The Wheel Spins, del 1936), da cui proprio Alfred Hitchcock trasse, nel 1938, il film “La signora scompare” (The Lady Vanishes).

sabato 4 novembre 2023

LA SCALA A CHIOCCIOLA

 

 
Mary Roberts Rinehart
LA SCALA A CHIOCCIOLA
Corriere della Sera – Polillo Editore
Brossurato, 2008
280 pagine, 6.90 euro

L’americana Mary Roberts Rinehart (1876-1958) è stata una delle più prolifiche autrici di gialli della storia. Esordì nel 1903, quando aveva 27 anni spinta a scrivere dall’estremo bisogno di guadagnare denaro per risollevare le sorti della propria famiglia, disastrata economicamente da investimenti azionari sbagliati. Il primo racconto, acquistato dalla rivista “Munsey’s”, le fruttò 34 dollari. Nel giro di pochi mesi, Mary riuscì a vedere una cinquantina di testi, guadagnando quasi duemila dollari e l’adorazione di una folta schiera di lettori. Perciò le fu chiesto di passare dai racconti ai romanzi, il primo dei quali fu il celebre “L’uomo della cuccetta n° 10” (1907). “La scala a chiocciola (1908) fu il secondo. In quasi mezzo secolo di attività, la Rinehart scrisse oltre quaranta romanzi, centinaia di racconti, commedie, poesie e articoli (persino come corrispondente di guerra in Europa). I gialli dell’autrice non sono quasi mai polizieschi veri e propri, e di certo non lo è “La scala a chiocciola”, dove le indagini della polizia, che pure vengono effettuate dopo un omicidio avvenuto in una villa di campagna da poco data in affitto per l’estate a una anziana signora cittadina desiderosa di fresco, restano sullo sfondo. E’ proprio Rachel, l’affittuaria, a raccontare la vicenda in prima persona: quasi sempre i romanzi della Rinehart hanno infatti protagoniste femminili. Non polizieschi in senso stretto, dunque, ma “mistery”, tracciando la strada che poi avrebbe seguito, a modo suo, anche John Dickson Carr. Storie in cui si descrivono ambienti, mentalità e costumi della società del tempo, in cui hanno un ruolo anche sottotrame amorose e dove non manca un certo senso dell’humor nella descrizione dei personaggi (deliziosi, per esempio, ne “La scala a chiocciola”, i siparietti tra Rachel e la sua domestica Liddy). La trama di “The circular straircase” è intricata, movimentata, affollata di personaggi, e i colpi di scena si susseguono: ogni capitolo si interrompe appunto nel momento esatto in cui se ne è verificato uno. “Astuta ideatrice di trame”, è del resto stata definita l’autrice dal critico inglese H.R.Keating. I misteri che si intrecciano a Sunnyside (questo il nome della tenuta che fa da perfetto e pressoché unico set del romanzo) coinvolgono due nipoti dell’anziana narratrice, Halsey e Gertrude, la ragazza e il giovane di cui sono rispettivamente innamorati (ma si tratta di amori contrastati e problematici), la famiglia Armstrong proprietaria della villa, i domestici, un paio di medici del luogo, i frequentatori di un vicino golf club. Alla base di tutto c’è l’improvviso crack di una banca, e una stanza segreta celata proprio a Sunnyside dove qualcuno ha nascosto il bottino sottratto. Niente di particolarmente stupefacente, ma la lettura è gradevole. Per dirla tutta: molto meglio, quanto a suspense, il film dallo stesso titolo “La scala a chiocciola”, del 1946, diretto da Robert Siodmak, tratto dal romanzo "Some Must Watch" di Ethel Lina White (1933), che ovviamente non c’entra nulla con l’opera di Mary Roberts Rinehart.

venerdì 9 giugno 2023

IL TERRORE CHE MORMORA



 

John Dickson Carr
IL TERRORE CHE MORMORA
Polillo Editore
2013, brossurato
302 pagine, 16.90 euro

John Dickson Carr (1906-1977) amava talmente l’intreccio giallo classico di impronta inglese (quello alla Agatha Christie, per intenderci), che nel 1932 si trasferì dagli Stati Uniti, dove era nato, in Inghilterra, luogo che riteneva più congeniale per architettare le sue trame, sempre complesse e misteriose, distanti dal comune poliziesco d'azione, e ambientate spesso in antichi manieri, se possibile in mezzo alla nebbia. I suoi ispiratori furono Arthur Conan Doyle (a cui dedicò una biografia) e Gilbert Keith Chesterton (sulla cui figura modellò il criminologo protagonista di molti suoi romanzi, il professor Gideon Fell). Straordinariamente prolifico (al punto da pubblicare opere anche sotto pseudonimo), il suo nome è legato ai delitti della “camera chiusa”, quelli in cui si scopre un cadavere assassinato in una stanza bloccata dall’interno, dalla quale non è potuto uscire nessuno, ma dove si trova soltanto la vittima e non c’è traccia dell’uccisore. Anche questo “He Who Whispers”, del 1946, prevede un meccanismo del genere anche se non proprio: immaginatevi una vecchia torre rotonda affacciata su un precipizio, di cui restano soltanto le mura circolari, completamente vuota all’interno, con una serie di scalini di pietra che salgono fino al camminamento in alto. Figuratevi adesso che alcuni testimoni abbiano lasciato il ricco Howard Brooke lassù in cima, ancora vivo, e siano scesi facendolo restare solo. Dopodiché, ponete che ci sia la certezza che nessuno è più risalito sugli spalti: tuttavia, Howard non discende e viene ritrovato ucciso da una lunga lama, quella del suo bastone animato che portava sempre con sé. Com’è possibile? Naturalmente c’è tutto un teatrino di personaggi che rendono vivace e talora inquietante la trama (si parla persino di una vampira a cui potrebbe essere imputato l’assassino), e c’è Gideon Fell che indaga. La spiegazione del caso, come al solito, è impeccabile - anche se bisogna stare al gioco guidato da Dickson Carr, che non propone soluzioni plausibili ma possibili. Cioè, il caso può darsi, anche se non è esattamente la cosa più facile che possa accadere. Del resto, spiega lo stesso autore nel suo capolavoro, “Le tre bare”, nessuno chiede a un giallista che l’assassino si riveli il personaggio più probabile, ma il più insospettabile, per quanto strano sia. Due parole infine sulla collana “I bassotti” della della benemerita Polillo Editore: Marco Polillo (1949-2019), giallista a sua volta, ha pubblicato in agili volumi dall’inconfondibile copertina color arancio, a partire dal 2002, le migliori detective stories della produzione più classica, recuperando titoli di autori anche dimenticati o poco noti, ma di straordinario valore.

domenica 7 maggio 2023

L’AUTOMA

  
 

 
John Dickson Carr
L’AUTOMA
Il Giallo Mondadori
2023, brossurato
272 pagine, 6.90 euro

John Dickson Carr (1906-1971) scrittore statunitense ma dalle atmosfere inglesi, è uno dei maestri indiscussi del giallo “classico”, quello cioè in cui i delitti su cui si indaga avvengono in dimore signorili, in ambienti borghesi, e il colpevole va ricercato tra una ristretta cerchia di persone. Rispetto ad Agatha Christie, Dickson Carr si caratterizza per un minor realismo nelle sue trame ingegnose e diabolicamente architettate, e perciò per la costruzione di intrecci pieni di sorprese e di inquietanti misteri (non di rado si tirano in ballo una strega, il diavolo, un fantasma, salvo svelare che non c’è nulla di magico). Si susseguono trovate spiazzanti volte a meravigliare e a incuriosire il lettore giocando con lui sul filo del rasoio della credibilità. Credibilità che viene sempre rispettata, anche se le spiegazioni finali spesso scoprono appunto che di gioco intellettuale o perfino enigmistico si tratta. Del resto, lui stesso, nel suo romanzo più celebre, “Le tre bare”, spiega: "A me piace che i miei delitti siano sanguinosi e grotteschi, che le mie trame sprizzino vividezza di colore e fantasia, poiché non riesco a trovare affascinante una storia che si basi soltanto sul fatto che possa sembrare realmente accaduta. Mi sembra ragionevole sottolineare che la parola 'improbabile' è l'ultima che dovrebbe essere usata per condannare il romanzo poliziesco. Tutta la questione sta nella domanda: può questa cosa essere fatta? Se sì, non importa che sia 'probabile'". In effetti, fa notare Dickson Carr, se il colpevole di un delitto fosse la persona più "probabile" i lettori si sentirebbero delusi. E l'assassino de "Le tre bare" è in effetti il meno probabile che possa venire in mente, ma il meccanismo del giallo, una volta spiegato, è del tutto possibile, per quanto macchinoso. Non a caso Dickson Carr è considerato il genio dei delitti nelle “camere chiuse”. Ne “L’automa” (romanzo del 1938) non ci sono stanze chiuse dall’interno in cui è stato ucciso qualcuno, ma la vittima cade morta con la gola tagliata mentre si trova in bella vista in uno spazio aperto in giardino, sotto gli occhi di vari testimoni. Tutto nasce da una trovata davvero intrigante: la pretesa di uno sconosciuto di essere il vero Sir John Farnleigh, un sopravvissuto al naufragio del Titanic, che racconta di uno scambio di persona avvenuto appunto perché il pretendente e l’attuale Sir erano stati dati per dispersi. Colui che, a distanza di anni, è tornato a ereditare i possedimenti di famiglia, non sarebbe il vero erede. Ci sono buone ragioni per credere alle versioni dei fatti di entrambe le parti in causa, ma prima che si scopra la verità grazie a un testimone e alla prova delle impronte digitali, avviene un sorprendente delitto (no, a morire non è il testimone). A indagare sul caso giunge il corpulento criminologo Gideon Fell, l’investigatore più ricorrente nei romanzi di Dickson Carr. L’automa del titolo è un macchinario dalla forma umana e pieno di ingranaggi, risalente a vari secoli prima, che una volta si muoveva per il divertimento degli antichi proprietari, ma che adesso nessuno sa più come far funzionare. Non è lui l’assassino, però un piccolo ruolo nella soluzione ce l’ha.

lunedì 23 novembre 2020

CAMERA CHIUSA n° 13

 
Rufus King
CAMERA CHIUSA n° 13
I Classici del Giallo Mondadori
brossura, 1979
210 pagine, 1000 lire


Mai sottovalutare i buoni, vecchi Classici del Giallo Mondadori. Questo romanzo di Rufus King (1893-1966), del 1946 è una autentica chicca, non a caso scelta da Fritz Lang per girare, nel 1947, il film "Dietro la porta chiusa". La caratteristica principale di "Camera chiusa" n°13 è che manca del tutto di scene di violenza, e persino di cadaveri. Non c'è neppure un caso su cui indagare. La protagonista, Lily Constable, ha sposato il vedovo Earl Rumney, ma il sospetto che la prima moglie Eleanor possa essere stata da lui assassinata per impossessarsi dei suoi beni non viene tirato in ballo se non molto avanti nella narrazione. Tuttavia anche Lily è ricca e del suo denaro Earl sembra aver bisogno per sostenere il giornale di cui è proprietario. Possibile che mister Rumney sia una sorta di Barbablu che uccide le proprie mogli? Lily è forse in pericolo? Il sospetto si fa sempre più concreto allorché la nuova consorte si decide ad aprire una misteriosa stanza chiusa, a cui il marito le ha vietato l'ingresso. Ci sono del resto molte altre stranezze nel maniero dei Romney, abitato da altri membri della famiglia (il figlio, la sorella, il cognato, una strana segretaria, un bizzarro musicista). E stranissima è la passione per i delitti più cruenti della cronaca nera che anima Earl, al punto da spingerlo a ricostruirne gli ambienti in una insolita collezione di "stanze del delitto". Ma, ripeto, nessuno muore fino alle pagine finali. Solo che non va come ci si aspetta... la tensione è palpabile pagina dopo pagina.


giovedì 5 novembre 2020

ELLERY QUEEN NON SBAGLIA

 

 
Ellery Queen
ELLERY QUEEN NON SBAGLIA
A cura di Marco Polillo
Mondadori
cartonato, 510 pagine
1980, 9500 lire


Ellery Queen figura come autore dei gialli che hanno Ellery Queen come protagonista, ma dove Ellery Queen non racconta in prima persona ma viene raccontato in terza. Ellery Queen personaggio non esiste, essendo d'invenzione, ma neppure Ellery Queen scrittore esiste, essendo lo pseudonimo utilizzato da due cugini, i newyorkesi Frederick Dannay (1905-1982) e Manfred Bennington Lee (1905-1971), nell'arco di tempo che va dal 1929 al 1972. La coppia ha firmato circa quaranta romanzi e svariati racconti, da "La poltrona n° 30",  a "La prova del nove", postumo a Lee - morto alcuni mesi prima. Dopo la scomparsa del cugino, Dannay non volle più proseguire con la serie.
Ellery è uno scrittore di gialli, come Jessica Fletcher, e come lei investigatore dilettante (chiaramente è la Fletcher a venire dopo). Suo padre, Richard Queen, è un ispettore della Squadra Omicidi della polizia di New York. In alcuni casi Ellery indaga da solo, in altri affianca il padre.
Il personaggio divenne così famoso da consentire la nascita di una rivista, l' "Ellery Queen's Mystery Magazine", destinata a fare scuola e a lanciare decine di giovani giallista.
"La poltrona n° 30", il primo romanzo della serie, è quello d'apertura in questa antologia, che ne contiene anche un altro, "Il paese del maleficio", più quattro racconti di lunghezza variabile. Davvero una lettura accattivante, perché Dannay e Lee scrivono in maniera chiara, persuasiva, efficace, gradevole. Il loro è stato definito "il romanzo-enigma", in cui l'autore mette davanti al lettore tutti gli indizi e gli chiede di risolvere il caso, se ne è capace. Di solito, i sospetti sono un numero ristretto di persone, tra cui scegliere.    Se il meccanismo sembra facile da gestire, Ellery Queen in realtà propone soluzioni non banali, convincenti, logiche. Tra le storie del volume curato da Marco Polillo, a me è piaciuta molto la seconda, "Il paese del maleficio", del 1942, con Ellery che quasi si innamora e ha un caso di avvelenamento da risolvere.

domenica 1 novembre 2020

LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL

 
 

 
John Dickson Carr
LO SPETTRO E IL DOTTOR FELL
Classici del Giallo Mondadori
brossurato, 1995
210 pagine, 6500 lire


Del giallista americano John Dickson Carr (1906-1977) è noto lo straordinario talento nel congegnare soluzioni per i delitti nelle camere chiuse, vale a dire quegli assassinii commessi in una stanza il cui accesso è bloccato dall'interno e dove, una volta aperta la porta, si trova solo un cadavere senza che l'uccisore abbia potuto, almeno apparentemente, fuggire. In moltissimi dei suoi romanzi e racconti si ritrovano casi del genere. Nel suo capolavoro nell'ambito di questo sottogenere del giallo, "Le tre bare" (già recensito in questo spazio), lo scrittore non solo enumera tutte i possibili escamotage che giustifichino quel che in fin dei conti è un gioco di prestigio, ma si rivolge anche in prima persona al lettore mettendo le mani avanti contro chi volesse contestare l'elaborata complessità dei suoi meccanismi: se qualcuno vuole casi polizieschi in cui le vittime muoiano come di solito si legge nelle pagine di cronaca nera dei giornali, legga quelle. Lui intende proporre casi eccezionali, in cui gli assassini architettano piani mefistofelici, perché la letteratura è finzione e il genere in cui Dickson Carr si applica è una sorta di partita a scacchi con il lettore. Non importa che la soluzione sia probabile, basta che sia possibile. Anche "The House at Satans Elbow" (tradotto con "Lo spettro e il dottor Fell" dai curatori del Giallo Mondadori che hanno voluto mettere nel titolo il nome del più famoso tra gli investigatori del giallista) propone una camera chiusa, in cui però viene commesso soltanto un tentativo di omicidio: non c'è, in realtà, nessuna morte su cui indagare, soltanto un (pur grave) ferimento. Il romanzo è del 1965, e colpisce un insolito indugiare sui risvolti sessuali di alcune relazioni amorose, cosa che sarebbe stato difficile trovare negli scritti degli anni precedenti. Pur essendo americano, Dickson Carr è un maestro del cosiddetto "giallo all'inglese", non solo per la tipologia dei casi ma anche per il set delle sue storie, ed è inglese anche Gideon Fell, criminologo in pensione (protagonista di oltre venti romanzi) ideato sulle sembianze di Gilbert Keith Chesterton (lo scrittore dei racconti di Padre Brown) che, a sentire l'autore, lo ispiro. Perciò, la vicenda si svolge in una villa inglese, dove ha luogo una riunione di famiglia che deve decidere a proposito di una discussa eredità lasciata dal vecchio Clovis Barclay, padre di tre figli (Nicholas, Pennington ed Estelle), destinata però a un nipote, Nick (figlio di Nicholas, che è morto a sua volta tempo prima). Nick vorrebbe rinunciare all'eredità del nonno, e ristabilire buoni rapporti con gli zii che si sentono traditi dal burbero e imprevedibile padre.  Tutto bene, dunque, se non che qualcuno, a famiglia riunita, tenta per ben due volte di assassinare il bizzarro zio Pen, uomo dall'animo d'artista, facilmente preda di forti emozioni. Il secondo tentativo avviene quando Pennington si trova solo in una stanza in cui si sta cambiando d'abito e che dunque ha chiuso a chiave dall'interno. Udito uno sparo, gli altri famigliari riescono a entrare forzando la porta e trovano Pen disteso a terra in fin di vita, accanto alla pistola ancora fumante, colpito da un proiettile esploso a bruciapelo, come testimoniano le bruciature di polvere da sparo. Nella stanza, però, non c'è nessuno. Si potrebbe pensare a un tentativo di suicidio, ma Gideon Fell (accorso sul luogo quasi per caso) ritiene che invece qualcun altro abbia premuto il grilletto di quell'arma. La soluzione del giallo è possibile, nel senso che effettivamente quel che viene proposto può accadere (non ci sono magie, solo giochi di prestigio), certamente bisogna stare al gioco e non attendersi che tutte le circostanze si possano comunemente verificare una dopo l'altra nella vita di tutti i giorni. Si tratta di un caso singolare e come tale eccezionale e se volete qualcosa di più credibile Dickson Carr vi manderebbe al diavolo consigliandovi di leggere la cronaca nera sui giornali. Vero è che tutto teso a creare il suo meccanismo, il giallista non ha l'eleganza della Christie, che rende le sue storie molto più credibili. Dickson Carr va a nozze con i personaggi da feuilleton, con i tipi bizzarri, con le ambientazioni cupe. E, purtroppo, anche Gideon Fell (pur avendone l'intuito) non ha lo spessore di Hercule Poirot.

domenica 5 luglio 2020

GLI OMICIDI DI BEACON HILL





Roger Scarlett
GLI OMICIDI DI BEACON HILL
Polillo Editore
brossurato, 2019
240 pagine, 16.40 euro


I gialli, o meglio, gli arancioni (visto il colore di copertina che li caratterizza), della collana "I bassotti" della Polillo Editore sono una garanzia, per gli appassionati (come il sottoscritto) del classico classico anglo-americano. Quello, per intenderci, con i delitti commessi nelle ville e nei castelli, negli anni Venti o Trenta, quando non c'erano ancora CSI e RIS, e le soluzioni dei misteri si rivelavano sorprendenti e basate su meccanismi logici ineccepibili. Gialli alla Agatha Christie o alla John Dickson Carr, di cui esiste una sterminata produzione proposta anche da autori non altrettanto famosi ma non di rado di ottimo livello. Roger Scarlett, a cui si deve "Gli omicidi di Beacon Hill", è un autore del tutto particolare perché si tratta di uno pseudonimo che nasconde due donne: le americane Dorothy Blair (1903-1976) ed Evelyn Page (1902-1977), che insieme firmarono cinque gialli con protagonista l'ispettore Norton Kane, specializzato in "delitti impossibili". Nel caso di quelli commessi nella villa di Beacon Hill, di proprietà diede ricco mister Sutton, si tratta di due misteri apparentemente insolubili: il padrone di casa viene trovato ucciso con un colpo di pistola in una stanza nella quale c'è solo una sua amica, Mrs Anceney, trovata seduta davanti a lui, la quale dichiara di non aver sparato, nonostante l'arma del delitto rinvenuta su tavolo accanto a lei; portata in una stanza adiacente e messa sotto sorveglianza di un poliziotto in attesa dei primi rilievi sul luogo del delitto, la donna viene a sua volta uccisa da qualcuno che non si sa come abbia potuto entrare e uscire. Il giallo è intrigante, e soprattutto è ben scritto: mantiene alti la tensione e l'interesse con continui colpi di scena. Si arrivava alla fine convinti che le autrici abbiano avuto ragione su tutto, a parte il fatto che il colpevole risulta essere proprio uno dei sospetti. A pensarci bene, se tutti sospettano di un insospettabile, puntare su uno dei sospetti potrebbe perfino sorprendere il lettore.

venerdì 24 aprile 2020

IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA






Gaston Leroux
IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA
Garzanti
brossurato, 1967
240 pagine, 350 lire

Se lo scrittore francese Gaston Leroux (1868-1927) è noto soprattutto per il suo celebre “Il fantasma dell’Opera”, al secondo posto va sicuramente ricordato uno dei più famosi romanzi polizieschi della storia, “Il mistero della camera gialla”, datato 1907. Si tratta, come si può capire anche dal titolo, di uno dei primi “gialli della camera chiusa”, ovvero di quei misteri legato a un crimine commesso da qualcuno all’interno di una stanza da cui non si può fuggire, e che tuttavia all’apertura viene trovata vuota. Il primo giallo della letteratura è, come si sa, “I delitti della Rue Morgue”(1841), di Edgar Allan Poe, ed è appunto anch’esso un “giallo della camera chiusa”. Al racconto di Poe si fa riferimento nel romanzo di Leroux, così come si cita Sherlock Holmes. In seguito sarebbero stati tanti i giallisti che si sono voluti cimentare con questo genere di rompicapo, e tra questi anche Agatha Christie e l’indiscusso specialista John Dickson Carr. Proprio Dickson Carr giudicò il romanzo di Leroux come “uno dei più bei romanzi polizieschi mai pubblicati”. C’è da dire, però, che nel 1907 la prosa, lo stile, il gusto letterario di Leroux risentiva ancora fortemente del feuilleton, e perciò “Il mistero della camera gialla” ha tutte le tinte fosche e gli effettacci sensazionalistici dei romanzi d’appendice. La Christie o Simenon, con i loro Poirot e Maigret, certamente ci consegnano opere più strutturate psicologicamente, e senz’altro più credibili. Arrivano però anche alcuni decenni dopo. L’indagatore inventato da Leroux si chiama Rouletabille, soprannome con cui è conosciuto il giornalista Joseph Josephin, protagonista di una serie di romanzi. Il caso su cui Rouletabille si trova a condurre una inchiesta giornalistica, con l’aiuto dell’avvocato Sainclair che funge da Watson della situazione, non è neppure quello di un omicidio, ma di un tentato omicidio (tentativo ripetuto più volte). La figlia di un celebre scienziato, Mathilde Stangerson, assistente del padre, viene sentita urlare disperatamente nella sua stanza da letto, chiusa dall’interno. Quando la porta della camera viene sfondata, la donna viene trovata ferita gravemente alla testa da un corpo contundente, e con addosso i segni di una brutale violenza, ma con lei non c’è nessuno, né pare esserci alcuna via di fuga che possa essere servita al suo aggressore per allontanarsi. L’ispettore Larsan, ritenuto una vera volpe, sospetta subito del fidanzato di Mathilde, Robert Darzac, che la donna aveva però piantato in asso, di punto in bianco, per motivi misteriosi, un paio di giorni prima. Nel corso delle intricatissime indagini, in cui si sottolineano a più riprese gli aspetti che rendono il caso irrisolvibile, si verificano altri episodi “impossibili”, come quello di quattro uomini che si gettano addosso al criminale in fuga, ciascuno convinto di agguantarlo, ma stringendo le mani su di lui l’uomo sembra scomparire e i quattro si accorgono di essersi afferrati a vicenda. Per meglio far capire come si svolgano i fatti, Leroux fornisce ai lettori piantine dei luoghi. Alla fine, tutto si chiarisce, anche se con una certa ferraginosità. L’assassino è un insospettabile (anche se Van Dine avrebbe qualcosa da ridire), che però Rouletabille, incredibile ma vero, lascia fuggire perché proprio la fuga dimostra la sua colpevolezza.

venerdì 16 agosto 2019

LA MACCHINA PENSANTE



Jacques Futrelle
LA MACCHINA PENSANTE
I gialli economici Mondadori
1950, brossurato,
72 pagine, 100 lire

E’ davvero singolare la sorte dello scrittore statunitense Jacques Futrelle. Singolare, perché morì nel naufragio del Titanic, nel 1912, all’età di soli trentasette anni; ma anche perché la morte gli impedì di dimostrarsi un autore di gialli ancor più talentuoso di quello che, con soli sette romanzi all’attivo, si era già dimostrato. Leggendo le avventure del suo personaggio detto “La macchina pensante”, ovvero il professor Augustus Van Dusen, si resta affascinati dalla capacità di ragionamento logico che questi applica nell’esame di uno minimo dettaglio dei casi su cui si trova a indagare, riuscendo a risolverli in poco tempo mentre la polizia brancola nel buio. Polizia rappresentata dal borioso ispettore Mallory, ironicamente soprannominato “il Genio Superiore”, mentre è chiaramente superiore soltanto in incapacità. Jacques Futrelle, che aveva iniziato la carriera come giornalista per poi dedicarsi solo alla narrativa, si era imbarcato con la moglie Lily May Peel (anche lei scrittrice) nel viaggio inaugurale del Titanic. Al momento del naufragio, si accertò che la consorte fosse salita su una scialuppa e poi rimase a fumare l’ultima sigaretta in compagnia del magnate John Jacob Astor IV. Augustus Van Dusen compare per la prima volta nel romanzo “The Case of the Golden Plate”, del 1906, pubblicato in Italia con il titolo di “La macchina pensante”. Si tratta di un romanzo breve, in cui peraltro si dà la caccia a un ladro e non a un assassino. La storia è brillante e ben congegnata, ciò che ci viene fatto credere non è ciò che sembra, Van Dusen compare solo nella seconda metà ma, in poche pagine, viene rapidamente a capo di un problema apparentemente insolubile. Seguendo il suo ragionamento, quando egli stesso ce lo spiega, si resta affascinati. Peccato non avere a disposizione più racconti con la Macchina Pensante.

giovedì 2 maggio 2019

E' TROPPO FACILE

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Agatha Christie
E' TROPPO FACILE
Mondadori
1985, brossurato
210 pagine, lire 10.000


Non tutti i gialli di Agatha Christie hanno come protagonisti Hercule Poirot o Miss Marple. Per esempio, in questo "E' troppo facile" (1939) l'investigatore è Luke Fitzwilliam, funzionario di polizia in pensione. Al quale capita di sbagliarsi ber ben due volte, convincendosi (e convincendo il lettore) della colpevolezza di due sospettati prima di arrivare alla vera soluzione, che si rivela essere del tutto diversa. Peraltro, a Fitzwilliam, nel corso della storia, capita anche di innamorarsi di una donna già impegnata, di vedersi rifiutato, e poi alla fine di riuscire invece a coronare il suo sogno d'amore. Il risvolto romantico non sembrerà strano a chi abbia letto i romanzi rosa che la Christie pubblicò con lo pseudonimo di Mary Westmacott. "E' troppo facile" parte da uno spunto particolarmente intrigante: Luke riceve in treno le confidenze di una vecchietta, Lavinia Pinkerton, convinta che nel suo piccolo paese, Wychwood, sia stata commessa una serie di delitti mascherati da incidenti. La donna ritene di aver capito chi sia l'assassino e si sta recando a Londra per denunciarlo a Scotland Yard. Lì per lì Fitzwilliam la crede un po' svitata, ma quando legge sul giornale che la Pinkerton è stata travolta da un'automobile prima che potesse sporgere la sua denuncia, comincia a chiedersi se non avesse ragione. Così, decide di recarsi a Wychwood a indagare, spacciandosi per uno scrittore in cerca di documentazione per un libro sulle superstizioni popolari. In effetti ci sono state cinque morti sospette nei mesi precedenti, ma tutte rubricabili (e rubricate) come frutto del caso o della malasorte. Le vittime non sembrano aver nessun rapporto fra di loro, e i possibili sospetti per ciascuna delle morti non paiono avere moventi per le altre. La soluzione finale, ovviamente, spiega tutto. La Christie è sempre la Christie, anche nei gialli "minori".