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sabato 17 febbraio 2024

49 STORIE BREVI

 

 
Alfredo Castelli
49 STORIE BREVI
Allagalla
Cartonato, 2023
320 pagine, 45 euro

Come giustamente fanno notare Matteo Pollone  e Roberto Guarino nella loro introduzione al volume, “quando, nel 1982, comincia a uscire Martin Mystère, Alfredo Castelli ha trentacinque anni e alle spalle un numero di sceneggiature e di collaborazioni editoriali che da sole varrebbero un’intera carriera”. L’autore aveva infatti iniziato a pubblicare le sue storie fin dal 1965, appena diciottenne (facendo partire il conto da quelle realizzate professionalmente), essendo lui nato nel 1947. Nel momento di dare alle stampe il primo albo del suo Detective dell’Impossibile, Castelli poteva fregiarsi di un curriculum in cui figuravano fumetti dei generi più diversi realizzati per Diabolik, il Monello, Topolino, Horror, il Giornalino, il Corriere dei Piccoli, il Corriere dei Ragazzi, SuperGulp, ma anche per testate straniere. Per non parlare degli articoli e dei saggi scritti, delle esperienze come inventore di fanzine e di riviste o di redattore fac-totum in varie Case editrici. Per Sergio Bonelli aveva scritto vari episodi di Zagor e un volume della collana “Un uomo, un’avventura”. Anche dopo il varo di Martin Mystère, tuttavia l’iperattività castelliana non avrebbe trovato sosta, né la sua vulcanicità creativa sarebbe venuta meno. Il volume edito da Allagalla “49 storie brevi”, curato dallo stesso Castelli (che commenta ogni singolo racconto), raccoglie una selezione di una cinquantina di short stories apparse tra il 1971 e 1978 sul Giornalino, il Corriere dei Ragazzi e SuperGulp. Tutte  (tranne una, la prima) rappresentano esempi di graphic journalism, genere in voga sulle riviste per ragazzi dell’epoca, e sono basate su episodi storici (soprattutto quelle scritte per Il Giornalino) o fatti di cronaca (soprattutto quelle scritte per il Corriere dei Ragazzi). Si tratta dunque di racconti liberi, realizzati da Castelli mentre portava avanti anche serie con personaggi fissi, come “Gli aristocratici” o “L’Ombra”. C'è, evidentemente, un fine didattico o divulgativo dietro ogni storia, ma l'intento non inficia l'approccio accattivante e contagiosamente curioso dell'autore all'argomento affrontato. Stupisce il gran numero di illustratori che affiancano lo sceneggiatore: disegnatori di ottimo, se non straordinario livello, come Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Aldo Di Gennaro, Franco Caprioli, Ruggero Giovannini, Alarico Gattia, Sergio Zaniboni, Mario Uggeri. Ma ci sono anche i nomi di alcuni che Castelli avrebbe portato con sé nello staff di Martin Mystère, come Giancarlo Alessandrini, Franco Devescovi, Sergio Tuis, Paolo Ongaro. Il disegnatore più sorprendente, rappresentato con ben cinque racconti, è sicuramente Bonvi.


sabato 20 febbraio 2021

53 STORIE BREVI

 

 


 

Claudio Nizzi
53 STORIE BREVI
Allagalla
cartonato, 2020
410 pagine, 45 euro


Un vero tomo enciclopedico, questo, di grande formato, come si conviene del resto non soltanto al nome dell'autore che spicca in copertina, Claudio Nizzi, ma anche a quelli dei tredici disegnatori delle cinquantatré storie brevi contenute nel volume. Tredici nomi tra cui brillano delle autentiche stelle (ognuno scelga i preferiti): Carlo Boscarato, Alessandro Chiarolla, Santo d'Amico, Pietro Gamba, Ruggero Giovannini, Sandro Lobalzo, Attilio Micheluzzi, Nino Musio, Renato Polese, Nadir Quinto, Antonio Sciotti, Sergio Zaniboni, Nevio Zeccara. La raccolta raduna racconti di cinque o sei tavole ciascuno, con eccezioni di poco più lunghe, ogni tavola però di una decina di vignette, pubblicati sul settimanale "Il giornalino", delle Edizioni Paoline, tra il 1969 e il 1972 (con tre casi invece più recenti (degli anni Ottanta e Novanta). Spiega Claudio Nizzi, che nella sceneggiatura di storie per "Il Giornalino" è stato prolifico tanto quanto in quelle di Tex: "Quando, nel 1966, chiuse i battenti 'Il Vittorioso', smisi di scrivere fumetti e per i successivi tre anni collaborai con racconti e romanzetti a riviste femminili. Nel 1969 il direttore de 'Il Giornalino' (settimanale per il quale in passato avevo scritto novelle e servizi tipo 'Il mistero dei salmoni' o 'La vita dei castori') mi comunicò che la rivista si trasferiva da Roma a Milano - rinnovata nel formato e nei contenuti - e che gli servivano storie a fumetti molto brevi. Lasciai le riviste femminili e accettai l'offerta del 'Giornalino'. Sul tipo di storie avevo libertà completa: potevano essere d'ambientazione storica (che ho sempre evitato) o moderna, avventurosa, western, poliziesche, di fantascienza (sempre evitata). Unica condizione, rispettare i canoni educativi di una rivista destinata ai ragazzi, per di più cattolica". Claudio Nizzi, con grande professionalità, riesce a giostrarsi bene nel limiti delle poche tavole a disposizione, dimostrandosi perfettamente capace di caratterizzare personaggi e presentare situazioni sempre diverse nonostante la brevità dei racconti. I disegnatori, ognuno con il proprio stile, lo assecondano abilmente, anche loro riuscendo a trarre il massimo dalle vignette concesse. Sfogliando il volume, si viene colti dalla nostalgia per questo tipo di fumetti, per le riviste dove venivano pubblicati, per la libertà di spaziare concessa agli autori.

venerdì 20 novembre 2020

HORROR

 

 
 
Alfredo Castelli
HORROR
TUTTI I RACCONTI SCRITTI DA ALFREDO CASTELLI
Nona Arte
cartonato, 2019
230 pagine, 34.90 euro

In occasione del cinquantesimo anniversario della prima uscita di una importante rivista del panorama fumettistico italiano, "Horror" (durata soltanto tre anni, ma destinata a lasciare il segno), Nona Arte pubblica un volume celebrativo davvero bello da leggersi, sfogliarsi, guardarsi. Lo fa scegliendo di selezionare tutti i racconti a fumetti scritti per quella testata da Alfredo Castelli  che, con Pier Carpi, ne fu uno degli ideatori e realizzatori. Proprio lo stesso Castelli redige una lunga e illustratissima prefazione, "L'esperiento del dottor S.",titolo in cui la S. allude all'editore Gino Sansoni, che Alfredo aveva conosciuto già dal 1965 grazie ad Angela Giussani, creatrice di Diabolik, che ne era la moglie, Castelli infatti collaborava con le sorelle Giussani (l'altra, sorella della prima, era Luciana) con Scheletrino, personaggio umoristico che compariva in appendice alle avventure del Re del Terrore. Il nome per intero di Pier Carpi era Arnaldo Piero Carpi, dal 1961 direttore editoriale delle numerose case editrici che facevano capo al "Dottore", fanatico di esoterismo e tipo decisamente bizzarro (stando a quanto racconta Castelli, che ne fa uno straordinario ritratto affettuoso e critico al tempo stesso).  "Carpi era un appassionato cultore e studioso di tutto quanto riguarda la magia: all'epoca aveva già scritto parecchio materiale sull'argomento - scrive Alfredo Castelli ricordando il varo di quell'iniziativa editoriale - Per quanto mi riguarda ero un avido spettatore di film horror; leggevo regolarmente le riviste Creepy, Eerie e Famous Monsters e, spendendo un mucchio di soldi, ero riuscito a procurarmi alcuni numeri dei famosi EC Comics degli Anni '50; assieme a Marco Baratelli avevo già sceneggiato per Sansoni alcuni 'Classici a Fumetti' dedicati all'orrore: un Dracula disegnato da Sciotti, un Frankenstein disegnato da Montorio, una serie di racconti inediti sull'Uomo Lupo disegnati da Dauro".
I due, insieme, convinsero Sansoni a investire in una rivista a fumetti di "terrore, magia, incubo, mistero", e nel dicembre del 1969 apparve in edicola il primo numero di "Horror".
Si trattò di un azzardo, per diversi motivi: innanzitutto per il formato, in quanto fu scelto quello "di prestigio" del Linus di allora; poi per il prezzo: 300 lire che all'epoca era una somma abbastanza alta confrontata con la media delle altre pubblicazioni; poi per il tipo di approccio all'orrore proposto, di un certo livello e senza troppe concessioni all'effetto splatter gratuito e al macabro fine a sé stesso; infine, per la fiducia accordata a giovani autori italiani, dato che il materiale pubblicato veniva prodotto dall'editore e non acquistato all'estero. Non esistevano garanzie di sorta che il target di lettori interessati a una rivista del genere potesse essere abbastanza vasto da garantirne il successo economico.
Pier Carpi così scriveva nell’editoriale del primo numero: "Accadrà che il lettore si trovi di fronte a evasioni oniriche, spazi satirici, riproposte di temi classici. Non una strada, quindi, ma tutte le strade della fantasia. A cavallo tra una mitologia che ci pesa ancora sulle spalle e una mitologia che andiamo costruendo giorno per giorno senza accorgercene, le storie di Horror tentano di fare il solletico all'intelligenza. E non hanno limiti, tranne quelli infiniti degli autori. Non crediamo di dover aggiungere altro, per presentarci, se non le pagine che seguono. In ognuna di esse è ripetuta l'enigmatica domanda della Sfinge: chi siamo? Non lo vogliamo sapere".
I racconti proposti su Horror furono sempre di buona fattura: vi trovavano posto storie con protagonisti tolti di peso dalla letteratura dell'orrore (vampiri, licantropi e compagnia bella), e riduzioni a fumetti di racconti di Poe o Lovecraft, ma accanto a questi classici ecco dissacranti parodie e umoristiche smitizzazioni. Furono tentate per di più anche alcune ardite sperimentazioni nell'impostazione delle tavole, nell'uso del colore, nella tecnica narrativa.  Oltre  Castelli e Carpi, che furono autori di un gran numero di articoli e sceneggiature, collaborarono con Horror anche Marco Rostagno (una "scoperta" di Carpi, autore fra l'altro di tutte le copertine), Sergio Zaniboni (il più celebre disegnatore di Diabolik), Giovanni Cianti (che abbiamo poi rivisto all'opera su Ken Parker), Carlo Peroni (autore di storie umoristiche fra cui l'immarcescibile Zio Boris), Leone Cimpellin, Mario Uggeri, Giorgio Montorio e tanti altri. Oltre sessanta, a volerli contare tutti. Non solo: apparvero su Horror anche nomi del calibro di Albertarelli, Battaglia, Crepax, Bonvi, Magnus.
Horror partì con ventimila copie di venduto, che oggi farebbero fare i salti di gioia a qualunque editore. Ma per allora erano poche: la rivista era costosa e occorreva arrivare almeno a quota trentamila  per raggiungere il pareggio. Horror si assestò invece intorno alle venticinquemila copie. Forse Carpi e Castelli erano davvero in anticipo sui tempi:  l'orrore non era popolare come lo sarebbe divenuto in seguito e suscitava sospetto nei benpensanti. Il fumetto di qualità interessava pochi appassionati e i diritti per le vendite all' estero non bastavano a far quadrare il bilancio. Racconta Castelli: “Horror era pubblicato in Francia, Spagna e Germania, e James Warren aveva comprato delle storie per Creepy che però, per oscure ragioni, non pubblicò”.
La rivista chiuse i battenti con il numero 9/10 della seconda serie, datato ottobre 1972, e risorse per breve tempo con il nome di Supervip nel marzo dell'anno successivo chiudendo dopo soli 8 numeri nell'ottobre immediatamente seguente. Fino al 1974 ebbe vita la collana Horror Pocket che ripropose in volumi tascabili antologie delle migliori storie. Uno dei motivi della chiusura fu anche l'abbandono di Castelli, avvenuto nel 1971,che così spiega la sua scelta: "Lasciai Horror per incompatibilità di carattere con Pier Carpi. Lui era un uomo davvero geniale e molti suoi lavori dovrebbero essere recuperati. Professionalmente lo ammiravo molto, ma poi ho cominciato a non condividere gran parte delle sue idee politiche. A un certo momento il suo interesse per l'esoterismo era divenuto maniacale. Evocava vendette di Cagliostro contro chi non la pensava come lui". Il volume della Nona Arte è da divorare e le storie sceneggiate da Castelli sono tutti, per un verso o per l'altro, dei piccoli capolavori, perfino di una modernità sconcertante. Già in passato, agli inizi degli anni Novanta, la Acme aveva pubblicato una sua raccolta dal titolo "Dacci il nostro delitto quotidiano", ma si trattava di un brossurato (pur ben fatto) mentre questa è decisamente l'edizione definitiva.

sabato 30 dicembre 2017

PETRA CHERIE

 

Attilio Micheluzzi
PETRA CHERIE
Milano Libri
1982, cartonato

Un libro cartonato dalla bellissima grafica di copertina, una rilegatura e una stampa come quelle che non si vedono più per i fumetti, una storia intrigante e ben raccontata. Tutti elementi che fanno di "Petra Chérie" un volume di pregio da conservare con cura.  L’edizione della Milano Libri, uscita nel 1982 in contemporanea con l’ultima avventura del personaggio, è la prima. Di recente Comma 22 ha riproposto una curatissima raccolta di tutte le puntate. Petra Cherie nasce nel 1977 sul settimanale “Il Giornalino”. Dal gennaio 1982 si trasferisce su “Alter Alter” dove chiude però improvvisamente la sua corsa con il racconto “Aurora! Aurora!”. Originariamente Petra avrebbe dovuto essere un personaggio maschile, Rupert de Karlowitz, soprannominato “il Vicario”. Alfredo Barberis, all’epoca direttore del “Corriere dei Ragazzi”, convinse però Micheluzzi a trasformarlo in una donna per evitare confronti con Corto Maltese, con cui qualcuno avrebbe potuto far notare delle somiglianze, anche solo per l’epoca storica (il 1917) se non per gli scenari o lo spirito avventuroso del protagonista. Micheluzzi si accorse delle potenzialità offerte da un personaggio femminile e accettò il consiglio. Anzi, anticipando i tempi, rese la sua eroina protagonista anche della narrazione in prima persona degli avvenimenti, sperimentando persino una forma di interazione di Petra con il suo stesso autore e i lettori. Il volto dell’eroina prende spunto da quello di Mary Louise Brooks, la stessa che ha ispirato la Valentina di Guido Crepax. I disegni, autoriali e caratterizzati da uno stile proprio e personale che però non perde mai il contatto con l’efficacia richiesta dalla narrazione avventurosa, sono strepitosi pur se realizzarti, com’era uso da parte dell’artefice, in tempi brevissimi. Come suo solito, l’autore ci narra una avventura nella Storia, e come sempre sceglie un periodo di guerra (del resto la sua storia di istriano di Umago dovuto fuggire dalla sua terra per trasferirsi prima a Napoli poi in Libia per dover tornare di nuovo in Italia in seguito alla rivoluzione di Gheddaffi, lo hanno messo spesso di fronte a fatti epocali del ventesimo secolo). Documentatissimo, interessante nelle sue ambientazioni a noi vicine ma insolite, l'autore ci racconta le avventure di una giovane donna austriaca, Petra De Karlowitz, che guida un aereo sugli scenari della Prima Guerra Mondiale e abbatte gli aerei del Kaiser meglio del Barone Rosso. Perché lo fa? Perché crede in ideali di libertà? Perché ha un indomabile spirito d'avventura? Perché è una delle due o tre donne con il brevetto di volo e vuole dimostrare agli uomini di non essere da meno? Chi lo sa, forse questo e altro. E' una donna libera, capace di pensare, padrona del suo destino, dotata di spessore. Il fatto è che non risulta inquadrata in un nessun corpo militare, è come Zorro: colpisce e fugge, da sola. A un certo punto, però, il suo aereo viene abbattuto in mare. La ripescano a Triste degli italiani, che la nascondono dalla caccia dei tedeschi, pagando però con la vita la loro generosità. Fuggendo per mare, Petra finisce per essere recuperata da un sommergibile crucco, e si spaccia per una di loro. Il sommergibile è diretto in Grecia, e il comandante non intende tornare indietro a riportare la passeggera a Trieste, Petra tornerà in nave. Ma lungo il viaggio il sommergibile viene attaccato dalle bombe di profondità di una fregata italiana. Petra rischia di morire sotto il cosiddetto "fuoco amico". Riesce a salvare il sommergibile, e si ritrova a terra in territorio Yugoslavo. Viene fatta salire su un treno che la riporti a nord, ma il convoglio è attaccato da dei ribelli serbi che la fanno prigioniera fra le montagne innevate dei Balcani. Finché non riesce a fuggire e si ritrova a Costantinopoli. Anche lì si va a impelagare in un tentativo di sabotaggio contro una nave da guerra tedesca, e fugge ancora in automobile attraverso la Turchia e poi il Medio Oriente fino alla Siria.  


venerdì 29 dicembre 2017

PLAYBOY TUTTI I PAGINONI CENTRALI



Hugh M. Hefner
PLAYBOY
TUTTI I PAGINONI CENTRALI
Rizzoli
2017, cartonato
850 pagine

Un libro che comincia con la famosa foto di Marilyn Monroe scattata da Tom Kelley nel 1953 e prosegue con dodici playmate per ogni anno fino al 2016 non può che essere un oggetto e al tempo stesso un simbolo del desiderio. Il ponderoso volume pubblicato dalla Rizzoli in una elegante edizione grade formato raccoglie tutte le pagine centrali (i celebri miniposter apribili) ospitati dalla rivista "Playboy" fondata a Chicago da Hugh Marston Hefner (1926-2017). Proprio Hefner scrive una prefazione introduttiva in cui si legge: "Le donne meravigliose celebrate in queste pagine sono fatte della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Aspetto ancor più significativo, nella loro scelta semplice e perentoria di posare nude, queste donne di sono fatte portabandiera di una rivoluzione sociale cominciata più di cinquant'anni fa e che continua - sebbene con alti e bassi - ancora oggi. Il mondo ha fatto molta strada a partire dalle repressioni degli anni Cinquanta, ma agli americani capita ancora di avere sentimenti contrastanti nei confronti dei propri impulsi sessuali (forse è meglio dite: nei confronti degli impulsi sessuali dei propri vicini)". La scelta di spogliarsi è un atto di libertà della donna, per millenni costretta dagli usi e costumi e dalle religioni a coprire le proprie forme e celare il proprio aspetto, oppresse dagli uomini - liberi invece di denudarsi a piacere. Dispiace che dopo aver conquistato un sacrosanto diritto di mostrarsi per come sono, un malinteso femminismo oggi tenda di nuovo a negarlo alle donne vedendo in ogni nudo femminile uno sfruttamento del corpo invece che di una naturale esaltazione della bellezza, in questo assecondando quelle religioni che impongono cappe e mantelli. Dave Hickey, nella sua introduzione, riporta le parole ironiche con cui Mark Twain descrive la sua visita agli Uffizi, raccontando quando si venne a trovare davanti alla Venere di Tiziano. Dice lo scrittore americano: "Se tentassi di descriverla provocherei schiamazzi, ma eccola là a disposizione di chiunque voglia divorarla con gli occhi". E descrive, invece, da par suo, le espressioni dei visitatori del museo, uomini e donne. Il nudo viene contrabbandato dall'arte fin dall'antichità. Con la scusa di mostrare dee, eroine mitologiche e persino sante, pittori e scultori hanno soddisfatto il desiderio degli ammiratori delle loro opere, che potevano far scorrere gli occhi sulle forme e sulle curve femminili con l'alibi di aver di fronte un cimelio artistico. Le libere e gioiose modelle di "Playboy" (tutte con la loro firma a dedica della propria foto) liberano finalmente il mondo dall'obbligo di cercare degli alibi: si sono spogliate per loro, prima, e per noi, poi, siamo tutti d'accordi e non c'è bisogno di scuse. Peraltro, le posture sono tutto sommato caste e non inducono in eccessi: non ci sono genitali in mostra in pose ginecologiche, non si accennano masturbazioni o inviti con la lingua. Sono semplicemente belle donne, serene e sorridenti, che si concedono liberamente ai nostri occhi ossequiosi, non di rado velate, fotografate da artisti della macchina fotografica. La carrellata lungo gli anni e i decenni mostra anche l'evolversi del gusto estetico nel culto e nella raffigurazione della bellezza muliebre, di cui è indicatore persino la lunghezza del pelo pubico (non sempre mostrato). Ogni decennio è commentato da introduzioni di intellettuali, scrittori e giornalisti, a testimonianza di come "Playboy" abbia segnato in modo indelebile la cultura della nostra società.

lunedì 15 maggio 2017

CORTI E CRUDI


Anna Brandoli 
Renato Queirolo
CORTI E CRUDI
Comicout
2016, 62 pagine
brossurato, 16.90 euro

C'erano una volta le riviste d'autore. A fumetti, cioè. "Alter", "Orient Express", "Comic Art", "Metal Hurlant". E c'erano gli Autori che le riempivano di racconti. A puntate, oppure brevi, autoconclusivi. Erano una gioia per gli occhi, anche se io (personalmente) consideravo d'autore anche "Il Monello", "L'Intrepido" e "Skorpio", dato che c'erano autori anche lì (la "a" minuscola non mi è mai sembrata offensiva e a dire il vero non ho neppure ben capito la differenza). Comunque sia, le riviste c'erano e si distinguevano per le caratteristiche diverse dei prodotti offerti, per me intriganti comunque. Anna Brandoli (disegni) e Renato Queirolo (testi) hanno realizzato in coppia alcuni dei graphic novel più belli del fumetto italiano di quegli anni (fine Settanta, inizio Ottanta), come "La strega", "Rebecca", "Alias". Queirolo, nato a Milano nel 1944, esordisce come sceneggiatore nel 1978 pubblicando sulle pagine di “Alter” appunto “La strega”, illustrata da Anna Brandoli. Tra il 1979 e il 1980 lo troviamo attivo, sempre con la medesima illustratrice, sul “Corriere dei Piccoli” con “Fata Colorina” e “Il Mago di Oz”, poi, nel 1981 eccolo rinnovare il tandem con la Brandoli pubblicando “Rebecca” su “Linus”. Sia “La Strega” che “Rebecca” sono due fumetti dal taglio autoriale: il primo, ambientato nel Delta del Danubio, collega le leggende dell’Orda d’Oro mongola intrecciandole con le vicende dell’inquisizione europea nel più cupo dei medioevi (siamo negli anni Settanta del XIII secolo); il secondo ha come protagonista una zingara, detta “la Lupa” in fuga dal suo clan nella Lombardia di fine Quattrocento, con il sogno di raggiungere le Indie. Oltre a questi romanzi a fumetti, però, Queirolo e la Brandoli hanno realizzato, pubblicandoli su rivista, alcuni suggestivi e inquietanti racconti brevi, tra cui quelli raccolti in volume adesso da Comicout. "Lupo Mannaro" e "A Natale si torna bambini" i miei preferiti, ma notevoli anche gli altri. I disegni di Anna Brandoli sono evocativi e affascinanti, e fa piacere leggere che è in arrivo il seguito di "Rebecca".