Visualizzazione post con etichetta saga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta saga. Mostra tutti i post

sabato 5 aprile 2025

IL MULINO DEL PO


Riccardo Bacchelli
IL MULINO DEL PO
Mondadori
Edizione Oscar 1979
tre volumi in brossura
2100 pagine complessive

La prima domanda che si pone il lettore, esitante davanti alla prospettiva di iniziare a leggere un’opera come “Il mulino del Po”, è: ma davvero vale la pena affrontare un romanzo in tre volumi, lungo oltre 2100 pagine complessive? Se vi interessa conoscere il mio parere, quello di uno che è felicemente giunto al termine dell’impresa, la risposta è: assolutamente sì. 
 
Mentre leggevo, il paragone che più mi veniva in mente era quello di accostare Riccardo Bacchelli (1891-1985) ad Alessandro Manzoni e di considerare “Il mulino del Po” la risposta novecentesca ai “Promessi Sposi”, più moderna e dunque arricchita da protagonisti che fanno sesso, da trame coinvolgenti che si intrecciano caratterizzati da personaggi vividi e non sempre adamantini, e di opposti schieramenti ideologici i cui conflitti permettono di affrontare tematiche sociali e descrivere le dinamiche e le tensioni politiche. Certo, Bacchelli non ha i meriti manzoniani riguardo alla nascita di una lingua italiana nazionale (che lui si ritrova già confezionata e che sa sfruttare al meglio), ed è sicuramente autore meno nobile ed influente, ma quante somiglianze fra i due scrittori, entrambi alle prese con il romanzo storico di ambientazione italiana, interessati alle vicende dei più umili inserite in contesti reali ricostruiti in maniera rigorosamente documentata, ambedue a fare i conti con la Provvidenza! La fede, in Bacchelli, è vista con maggior disincanto e non ci sono santi frati e illuminati vescovi, ma non si può narrare di contadini senza mostrare la loro religiosità. 

Lo scrittore bolognese diede alle stampe il suo romanzo, ambientato sulle rive del Po presso Ferrara, a spese proprie, tra il 1938 e il 1940. Il primo volume si intitola “Dio ti salvi” (660 pagine), il secondo “La miseria viene in barca” (680 pagine), il terzo “Mondo vecchio sempre nuovo” (790 pagine). L’opera venne poi riproposta in forma unitaria e definitiva nel 1957. Si narra la saga di quattro generazioni della famiglia Scacerni, e di una folta schiera di personaggi di contorno, a partire dalla disfatta di Napoleone in Russia (1812) fino alla Prima Guerra Mondiale (1918). Comincia con la battaglia sul Don e finisce con gli scontri sul Piave, non a caso fiumi, come quello che fa da sfondo a gran parte del racconto, il Po, descritto magistralmente in centinaia di pagine che ne raffigurano la potenza delle piene, la bellezza delle rive, la forza delle correnti, il suo mutar corso e forma, il suo essere amato e temuto da chi vive sulle sponde.
 
La sola lettura dei primi capitoli, ambientati durante la tragica ritirata delle truppe napoleoniche, permette di capire quale saranno i toni e il livello drammatico degli avvenimenti successivi, quelli innescati dall’incontro fra un giovane ferrarese arruolato a forza nell’esercito imperiale francese, Lazzaro Scacerni, e un capitano giacobino a cui salva la vita. Potrebbe essere un buon test, leggere le scene ambientate in Russia, per capire se andare avanti oppure no.  Sopravvissuto alla ritirata e rientrato a Ferrara, attraverso varie traversie Lazzaro diventa mugnaio, riuscendo nell’impresa di fabbricarsi un mulino galleggiante, all’epoca numerosi lungo il corso del Po, che funzionavano grazie alla forza della corrente del fiume. Comincia così una saga famigliare che vede succedersi varie generazioni e personaggi memorabili come Coniglio Mannaro (il cui vero nome è Giuseppe Scacerni, figlio di Lazzaro), Cecilia, il Raguseo, Princivalle, Berta, Orbino, lo Smarazzacucco Luca Virginesi, il latifondista Clapasson. Seguendone le vicende assistiamo alla Restaurazione, al governo del Regno della Chiesa sulle terre ferraresi, al contrabbando con quelle dell’altra riva in mano agli austriaci, poi ai moti risorgimentali, all’unità d’Italia, alle vessazioni del nuovo regno e in particolare all’odiatissima tassa sul macinato. Ma potenti sono anche le pagine riguardanti il propagarsi delle istanze socialiste, l’indizione dei primi scioperi, il boicottaggio verso i “crumiri”. 
 
Un vero libro di storia dentro il romanzo, con l’autore che si rivolge (manzonianamente) ai suoi venticinque lettori e approfondisce le questioni che le vicende sollevano riguardo alla politica, gli affari, le tensioni sociali. Bacchelli si dimostra espertissimo riguardo al modo di condurre i campi e ai rapporti che legavano i contadini dei vari poderi ai proprietari terrieri, rapporti che si evolvono nel tempo, con l’innovazione della mezzadria che non trova tutti concordi, anzi. Ferrato è l’autore anche nella nomenclatura esatta degli attrezzi dei mugnai, degli allevatori, dei carrettieri, dei calafati, degli sterratori. Tutti, sempre e comunque, poveri, minacciati dalle carestie e dalle piene, senza istruzione, vittime di ricorrenti epidemie. Un romanzo fluviale, è stato definito, in tutti i sensi. Sai che bella serie TV in tre stagioni ne verrebbe fuori oggi.



mercoledì 8 luglio 2020

L’ULTIMO CAVALIERE






Stephen King
L’ULTIMO CAVALIERE
Sperling
2011, brossurato
230 pagine


«The man in black fled across the desert and the gunslinger followed» è uno degli incipit più ricordati fra i cultori di Stephen King, e mi accorgo sempre più di come sia diventato famoso anche tra chi non ha letto “L’ultimo cavaliere”. «L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì», traduce Tullio Dobner (per anni e anni, prima della morte, il traduttore di King di Italia). Il primo capitolo sembra quello di un romanzo western. In realtà, si tratta dell’inizio di una saga fantasy in otto parti, nota con il nome di “La Torre Nera”. Scrive King nella sua introduzione (del 2003) all’edizione definitiva, riveduta e ampliata, de “L’ultimo cavaliere”: “Più che l’ambientazione, ciò che desideravo era l’elemento epico, le dimensioni apocalittiche. Volevo scrivere non solo un libro lungo, ma il più lungo romanzo popolare della storia. Non ci sono riuscito, ma non credi di essermela cavata male; la Torre Nera, dal primo all’ultimo volume, racconta veramente una sola, grande storia che nell’edizione originale, in formato tascabile, con i primi quattro volumi supera di poco le duemila pagine. Gli ultimi tre corrispondono a oltre tremilacinquecento cartelle dattiloscritte. Se doveste chiedermi perché lo volessi fare, non vi saprei rispondere. Forse dipende in parte dall’essere cresciuto in America: costruisci l’edificio più alto, scava la buca più profonda, scrivi il libro più lungo”. In realtà, dopo aver completato la saga nel 2004, con il settimo volume, lo scrittore ha pubblicato un ottavo tomo nel 2012, destinato a rimpolpare la parte centrale (e non ad aggiungersi in fondo). King rivela di essere stato folgorato da “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, da qui la contaminazione tra western e fantasy, o perlomeno l’origine del pistolero Roland. La parte fantasy invece deriva sia dall’influsso della lettura di Tolkien, sia da quella del poema “Childe Roland alla Torre Nera giunse” (Child Roland to the Dark Tower came), di Robert Browning (1855). “L’ultimo cavaliere” risale al 1978, anno in cui venne pubblicata la prima puntata (di sei) sulla rivista “The Magazine of Fantasy and Science Fiction”. L’ultima puntata uscì nel 1981, e nel 1982 il romanzo venne raccolto per la prima volta in volume da una piccola casa editrice, per poi giungere a una più importante, che raggiunse il grande pubblico, nel 1988. Nel 2003, come abbiamo detto, arriva l’edizione definitiva, resa più coerente l’inizio della saga con la sua conclusione. “The gunslinger”, questo il titolo originale, è il romanzo più breve degli otto che compongono la saga e ne costituisce in realtà soltanto un prologo, a dire il vero un po’ sconclusionato, in quanto le caratteristiche e la struttura del lungo racconto si disveleranno soltanto il seguito. Appare tuttavia chiaro come la saga sia ambientata, più che in un universo fantasy tradizionale, in un mondo post apocalittico, o in un universo alternativo in cui una qualche apocalisse ha provocato un qualche tipo di sconquasso. La civiltà sembra regredita in un medioevo simile al Far West, l’umanità è priva di tecnologia, ci sono animali strani e piante mutanti, qualcuno sembra in grado di maneggiare la magia. Roland di Gilead, il pistolero, è l’ultimo reduce di una sorta di ordine cavalleresco e sta, per motivi sconosciuti, inseguendo uno stregone, “l’Uomo in Nero”, attraverso un deserto apparentemente senza fine, oltre il quale, però, sorge una misteriosa Torre Nera, crocevia di tutti i possibili universi. A un certo punto del suo cammino, Roland si imbatte in Jack, un ragazzo privo di memoria, che ha solo un qualche baluginare di una sua vita precedente, vissuta in un mondo che sembra essere il nostro (quello di noi lettori), prima di morire travolto da una macchina. Quindi il mondo di Roland è per lui una sorta di aldilà dove è stato proiettato? Nel finale, il confronto con l’Uomo in Nero non si risolve in un duello, ma in una serie di enigmatiche rivelazioni. Il suo nome è Walter, nella Torre ci sarebbe un Re di cui lo stregone è servo, per arrivarci occorrerà l’aiuto dei Tre, tre personaggi che compariranno in seguito. Il flusso del tempo viene sconvolto dal contatto fra il pistolero e lo stregone, e quando la conversazione ha termine Roland si scoprirà più vecchio di dieci anni.