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mercoledì 18 luglio 2018

GAVINANA



Gabriele Strufaldi
GAVINANA
Associazione Domenico Achilli
2018, brossurato
150 pagine, p.n.i.

La cosa che colpisce leggendo libri quale questo di Gabriele Strufaldi, è come si sia persa la memoria della storia locale mancando documenti e certezza di testimonianze e come questa evanescenza di ricordi riguardi anche anni insospettabilmente recenti. Peraltro, mancano spesso anche indagini archeologiche condotte sul posto e, soprattutto, nel posto giusto. Perciò ecco che, allo stato attuale delle conoscenze, risulta persino difficile stabilire a quando risalga il campanile di Gavinana,  borgo sulla Montagna Pistoiese dove, nel 1530, si combatté la celebre battaglia in cui perse la vita il capitano fiorentino Francesco Ferrucci e con lui finì la Repubblica nata a Firenze dopo la cacciata dei Medici del 1527. Una località, dunque, di importanza storica riguardo la quale ci si aspetterebbe una conoscenza approfondita. Invece risulta impossibile stabilire persino l'aspetto che il paese ai tempi della battaglia. Gabriele Strufaldi, che in passato è stato anche sindaco di San Marcello (il comune nel cui territorio si trova Gavinana) confronta fra di loro tutte le testimonianze note e le risultanze di scavi sporadici eseguiti in passato, valuta le ipotesi fatte o che si possono fare, e arriva a porre più dubbi di quanti giunga a risolverne: il che si rivela utile e costruttivo perché indica in quali direzioni indagare. L'autore formula però almeno una teoria di cui si dice ragionevolmente sicuro, argomentandola in modo ineccepibile (pur in mancanza di riscontri definitivi e certi): il nucleo originale del paese non si sarebbe trovato né nell'attuale zona chiamata Castello, né avrebbe circondato la pieve romanica (datata attorno al 1100), vale a dire le due tesi prevalenti in passato, ma si può forse circoscrivere in quella parte di Gavinana che oggi si identifica con il Collecchio, attorno all'attuale Palazzo Achilli. Personalmente, lette le motivazioni, mi trovo d'accordo. Accanto a questa ricostruzione storica, Strufaldi traccia le vicende della donazione (o meglio, dell'eredità) di Domenico Achilli alla comunità gavinanese, depredata da consorterie e da infedeli amministratori, e anche del Teatro, vanto degli abitanti, costruito su base volontaria da muratori e operai del paese all'inizio del Novecento, e di recente abbattuto dopo un lungo abbandono. Il saggio è destinato soprattutto ai paesani e resterà come un importante testo che fa il punto della situazione in attesa di una ripartenza degli studi e delle indagini: non a caso l'edizione è curata da una (benemerita) associazione locale. Una maggiore chiarezza a vantaggio dei non gavinanesi e una più ampia parte iconografica avrebbe favorito la diffusione anche al di fuori della cerchia delle mura del borgo, dovunque in passato si siano effettivamente trovate. 

domenica 23 agosto 2015

UNA VACANZA SAMMARCELLINA NEI DIPINTI DI LUIGI PIRANDELLO



Daniela Fratoni
Renata Marsili Antonetti
Vittoria Nesi

UNA VACANZA SAMMARCELLINA 
NEI DIPINTI DI LUIGI PIRANDELLO

Comune di San Marcello Pistoiese
2001, spillato
40 pagine, p.n.i.

Ho l'abitudine, su questo spazio (che del resto è personale) di segnalare anche i testi che riguardano le montagne dove sono nato, tuttavia la pubblicazione su cui dirò qualche parola potrebbe indubbiamente interessare più persone di quanto ci si può aspettare da opuscoli di argomento locale. Infatti, protagonista delle pagine di questo spillato è Luigi Pirandello, il quale trascorse l'estate del 1914 in villeggiatura a San Marcello Pistoiese (mio luogo natale). Renata Marsili Antonietti, nipote dello scrittore, spiega in un suo saggio che brilla per sintesi e chiarezza, com'è che Pirandello giunse proprio in quel luogo: suo fratello Giovanni aveva sposato una ragazza di Cutigliano, un borgo vicino. Trattandosi di località fresche ed amene, ecco il commediografo giungerci in vacanza con un discreto numero di parenti. Il soggiorno è proficuo: Pirandello dipinge alcuni quadri a olio (tutti riprodotti nella pubblicazione), che rendono ragione di un suo certo talento anche come pittore e testimoniano l'aspetto di San Marcello all'inizio del Novecento, ma non solo, scrive anche una novella, "La Rosa", che sembra ambientata proprio sulla montagna pistoiese. Daniela Fratoni e Vittoria Nesi analizzano infatti il testo del racconto (pubblicato su "La lettura" nel novembre del 1914) e trovano puntuali corrispondenze di luoghi descritti e di nomi di persona con la realtà sammarcellina di quegli anni. Naturalmente la novella è pubblicata insieme alla disamina e a molte foto del borgo montano scattate proprio all'epoca della visita di Pirandello.  Due dei mie nonni della vicina Gavinana, seppur bambini o giovanissimi, avrebbero potuto persino aver incontrato l'illustrate villeggiante.

martedì 18 agosto 2015

POESIE RITROVATE



Giovedì 6 agosto, a Gavinana (PT), ho presentato, in una affollata piazzetta sotto il campanile delle pieve,  un mio nuovo libro: la raccolta commentata di oltre cento “poesie ritrovate” del poeta Giuseppe Geri. A questo autore, che si firmava “Geri di Gavinana”, avevo già dedicato un altro lavoro, "Il poeta delle piccole cose"). Le liriche sono state lette dall’attore Bruno Santini, applauditissimo dal pubblico. Della serata, Marco Ferrari ha fatto un esaustivo resoconto sulla rivista on line “Linee Future”, e ovviamente ne hanno parlato i giornali e le TV locali.

Il titolo “Poesie Ritrovate” fa riferimento al fortunato caso che ha messo a mia disposizione, e a disposizione di tutti, tre grossi quaderni contenenti alcune centinaia di composizioni inedite del cantore montanino. Si tratta di un tesoro di poesia ma anche e soprattutto di umanità, di sentimenti, di emozioni e di memorie. Memorie di un uomo ma anche di un territorio, di un’epoca, di una identità culturale. Per quanto le opere del Geri siano note soprattutto in ambito locale, non soltanto sulla montagna pistoiese ma anche in Garfagnana dove visse a lungo, lo spessore letterario e artistico della sua produzione trascende di gran lunga i limiti in cui si è diffusa e raggiunge valore universale. 

Giuseppe Geri nacque a Gavinana (nel come di San Marcello, in provincia di Pistoia) il giorno di Ognissanti del 1889. Frequentò soltanto la terza elementare, per il resto fu completamente autodidatta. Fu un “poeta operaio” e poi un “poeta pensionato”. Lavorò nelle officine di Limestre fino agli anni Trenta, poi per motivi aziendali fu costretto a trasferirsi a Fornaci di Barga, in provincia di Lucca. Fece spesso ritorno a Gavinana, quando il lavoro glielo permetteva, e anche a Fornaci non mancò di conquistare la simpatia degli abitanti del luogo, continuando a poetare nella sua nuova casa. Nel suo paese d’adozione fu così stimato e considerato che gli è stata dedicata persino una via.

Geri non si sposò mai, e scrisse di considerare la “musa” come una moglie e i suoi sonetti come dei figli. Morì nel 1975, e come aveva chiesto tornò a Gavinana per esservi sepolto.  Dotato di un innato senso metrico e di fresca inventiva poetica, durante tutta la vita scrisse poesie, rispondendo a un bisogno insopprimibile del suo animo. In una composizione dedicata al romano Trilussa, il pistoiese scrive: 

E pure sento anch’io, signor Trilussa,
quest’arte come un impeto divino
che tante volte all’anima mi bussa.


Luigi Russo

Alcune di queste composizioni vennero fatte leggere, all’inizio degli anni Venti, al critico letterario siciliano Luigi Russo (1892-1961), noto per i suoi studi sul Metastasio, professore universitario a Firenze e poi direttore della Scuola Normale di Pisa. Al Russo, che trascorreva sulla montagna pistoiese molti dei suoi momenti di vacanza, non sfuggirono del doti del poeta illetterato e si impegnò per promuovere la pubblicazione delle sue composizioni in una silloge intitolata “Fiori di bosco”, edita da Vallecchi nel 1929. In seguito, quando il professore compilò alcune sue antologie di poeti italiani a uso degli studenti delle scuole medie e superiori, non mancò di inserire qualche lirica del gavinanese. Commentando la propria presenza accanto a quella di figure quali Pascoli o D’Annunzio nel florilegio intitolato “L’ora mattutina”, Giuseppe Geri scrive:

Fra tutti quei colossi
io qui ci rappresento
come se non ci fossi
o edera aggrappata a un monumento.


Dopo “Fiori di bosco”, le poesie del cantore montanino comparvero su varie riviste e furono anche diffuse attraverso un intenso carteggio con letterati di tutta Italia. Sarebbero auspicabili studi accademici che approfondissero questi aspetti. Instancabile, comunque e soprattutto, fino al giorno della morte del poeta, la sua distribuzione di testi consegnati a mano a tutti quanti lo circondavano, a Gavinana come in Garfagnana. Una caratteristica del tutto singolare del modus operandi del Geri era, appunto, quello di scarabocchiare poesie improvvisate su foglietti di carta volanti, che poi il poeta regalava agli amici e, talvolta, anche agli sconosciuti. Alcuni venivano recuperati, e ci fu chi cominciò a raccoglierli e a batterli a macchina. Laura Tonietti, a cui si deve rendere merito per aver svolto questa attività, mise insieme circa 150 manoscritti. Proprio grazie alla raccolta dei foglietti affidati “al vento”, nel 1994 è uscito un libro postumo, a cura del Moto Club di Fornaci di Barga e di Milvio Sainati in particolare. “80 anni di poesia”, questo il titolo, si fregia anche di una prefazione di Gian Luigi Ruggio, all’epoca conservatore di Casa Pascoli a Castelnuovo. Nel 2012 è toccato al sottoscritto l’onore e l’onere di raccogliere una selezione delle cose migliori (almeno a mio giudizio) pubblicate nei due libri precedenti, in una antologia edita dall’Associazione Achilli di Gavinana e intitolata “Il poeta delle piccole cose”, corredato da un saggio critico a mia firma. Adesso, giunge il nuovo volumetto e che si deve, appunto, al ritrovamento di numerose altre composizioni inedite. 

Così riferisce l’accaduto Marco Ferrari, autore di un articolo uscito nel luglio 2015 sulla già citata rivista online “Linee Future”, che si occupa di cronaca pistoiese: “Sono emersi dal passato e si sono materializzati quasi per magia fra le mani di Roberto Geri, nipote di quel Geri di Gavinana conosciuto e ricordato da tutti in paese come il Poeta. Si tratta di tre manoscritti contenenti poesie per lo più inedite. Quaderni vergati a mano di cui si era persa la memoria e si ignorava l’esistenza. Grande è stata quindi l’emozione provata dal nipote Roberto nello sfogliare e leggere, non senza incredulità e commozione, le poesie dello zio risalenti a più di ottanta anni fa, e nel realizzare l’importanza del ritrovamento fatto”. 

Roberto Geri, dal canto suo, racconta: “Nell’aprile dello scorso anno, nel corso di lavori fatti nella casa di Gavinana, mi sono trovato nella necessità di spostare il baule dei ricordi dello zio, in cui tuttora sono custoditi gelosamente i libri a lui appartenuti. Un baule pesante. Per spostarlo si è reso necessario aprirlo e svuotarlo. Un’operazione fatta altre volte nel passato, ma questa volta è stato diverso. Il caso, il destino, o forse lo zio, di cui ricorrono i quaranta anni della dipartita, ha voluto che il mio sguardo si posasse, prima su uno, poi sul secondo e infine sul terzo, di quelli che a prima vista sembravano degli anonimi registri contabili, adagiati sul fondo del baule. Li ho tolti, impilati uno sopra l’altro, e posati sulla pila di libri che nel frattempo si era formata sul pavimento. Uno di questi, inavvertitamente è caduto e aprendosi, ha mostrato il suo contenuto. Se non mi fosse scivolato dalle mani, sicuramente non sarebbe mai stato aperto. Nell’atto di raccoglierlo e di chiuderlo, l’occhio si è posato sulla pagina aperta. Ho indugiato, la vista a quest’età è quella che è. Ho cercato di mettere a fuoco la scritta e ho letto, cosa strana, e forse non del tutto casuale, il titolo di una poesia: Il destino. Ho iniziato, distrattamente a sfogliare il libro dei conti, ma non c’erano numeri, né somme o sottrazioni, ma parole, versi, rime e poesie. Una dopo l’altra, pagina dopo pagina. La voce mi si è increspata e la vista mi si è fatta ancora più annebbiata. Ho chiamato mia moglie perché mi portasse gli occhiali da lettura”.

Roberto Geri
A questo punto Roberto Geri si rende conto che i tre quaderni sono pieni di poesie scritte a mano dallo zio Giuseppe, in gran parte materiale inedito. Si tratta di tre grossi manoscritti rilegati, grossomodo formato protocollo, ciascuno contenente circa cento composizioni. Sulla copertina dei primi si legge, scritto a mano:

Poesie di Giuseppe Geri
Gavinana
1925 (1)

Geri di Gavinana
Malinconie
1932 (2)

Sulla copertina del terzo non c’è alcuna scritta, ma subito all’interno leggiamo:

1943 (4)
e nella pagina successiva:
Geri di Gavinana
I canti di un montanino (titolo cancellato)
Sulle rive del Serchio (titolo definitivo)

Sembra evidente che manchi un volume (3). Non resta che sperare in un successivo ritrovamento.

L'annotazione con il numero (4) sul terzo volume



Alcuni mesi di lavoro hanno permesso a chi scrive (a cui sono stati affidati in prestito i quaderni) di selezionare le composizioni contenute in questa antologia, essendo necessaria una scelta per motivi di spazio. Il criterio seguito è stato quello di non pubblicare le composizioni già note, anche quando se ne riscontrano versioni alternative con varianti più o meno notevoli (soprattutto nel primo quaderno ci sono molte poesie finite poi in “Fiori di bosco”, ma con versi diversi rispetto a quelli conosciuti). Tolto il materiale già edito, si sono scartate le poesie con riferimenti a persone e a fatti contingenti della vita privata del Geri, non immediatamente comprensibili, così come le tante “lettere in rima” con cui il gavinanese era uso scrivere ai suoi amici o corrispondenti, contenenti spesso ringraziamenti per favori o regali ricevuti o inviti a incontri conviviali. In presenza di opere di argomento molto simile (come l’alternarsi delle stagioni o il rimpianto della gioventù perduta) ho scelto di selezionare il componimento più rappresentativo. Sono stati privilegiati i testi più attuali e universali, quelli che possono parlare ancora oggi a tutti noi (il Geri, comunque, non ha perso niente della sua freschezza). Qualora l’interesse dei lettori lo richiedesse, esiste materiale sufficiente per riempire sicuramente altri libri come questo. 

Mi sento in dovere di segnalare che, trattandosi di testi manoscritti compilati in modo evidentemente frettoloso, pieni anche di cancellature e correzioni, ho ritenuto di dover intervenire qua e là per restituire ai versi la punteggiatura mancante o la sillaba sfuggita. Del resto, la presenza di versioni alternative (presumibilmente precedenti) di testi già noti fa ipotizzare che prima della pubblicazione a stampa di “Fiori di bosco” il poeta abbia rivisto e perfezionato i suoi lavori, forse indirizzato dallo stesso Luigi Russo. Dunque lo stesso tipo di ripulitura e di aggiustamento si è reso necessario anche per la raccolta che state per leggere. I quaderni del Geri restano comunque a disposizione, custoditi da Roberto Geri, per chiunque voglia studiarli o curarne una migliore e più completa edizione.


L’esame dei manoscritti permette di ricostruire un quadro più vivido e completo della vita del poeta, rispetto alle informazioni già note. Ci sono per esempio annotazioni dell’autore riguardo a certe composizioni da lui lette personalmente in alcune circostanze pubbliche (per esempio è rintracciabile una poesia dedicata alla località di Maresca, recitata dallo stesso autore nel teatro di quel paese), oppure relative alla pubblicazione di alcuni versi su quella o quell’altra rivista. Interessanti i testi che testimoniano avvenimenti storici o fatti di cronaca, come l’imperversare della “spagnola”, gli scontri fra “rossi e fascisti” o il primo avvento della radio.

"Una riconciliazione tra rossi e fascisti"
Le opere radunare in questo volume confermano quel che sappiamo su un aspetto importante della personalità dell’autore: il doppio registro della sua produzione, basata sull’alternarsi del comico e del malinconico. L’arguzia e l’umorismo di molte composizioni non devono far pensare al Geri come a un personaggio ilare, ma mascherano in realtà il suo eterno male di vivere (il che lo rende ancora più attuale e contemporaneo). Tuttavia il suo naturale sense of humor stempera l’amarezza della sua inquietudine.

In alcune poesie il poeta fa riferimento ai libri contenuti nella sua biblioteca e di cui lui amava leggere qualche pagina ogni sera, almeno finché gli occhi gli restavano aperti. Nonostante non mancasse mai di sottolineare il fatto di essere “senza scuola” e di non poter competere con i più colti di lui, tuttavia elenca gli autori di cui conosce le opere, come il Pascoli (ammette in un verso di sentirsi “pascoliano”), il Prati, il Tasso, Trilussa, il Fusinato.

Testimonia il Russo: «Ebbe amicizie con villeggianti di un qualche nome o fama, Cadorna, Michelangelo Billia, Carlo Delcroix, a cui prestò devozione di compagnia». Scrive ancora il critico: «L’autore è un operaio di Gavinana, che lavora nelle officine di Limestre, laggiù vicino a San Marcello Pistoiese. Se andate a Gavinana, insieme col Crocicchio, Pian de’ Termini, Rio Apiciano, Ferruccio, il Monumento, dopo i primi giorni che siete arrivato lassù, sentirete discorrere del Poeta. “Quello è il Poeta!” vi diranno premurosi i paesani, a stuzzicare e come a secondare la vostra curiosità di uomini libreschi. E vi indicano un giovane, che sale verso la quarantina, asciutto, con le mascelle serrate, con la fronte stempiata e lucida e bruna di sole, e con l’aria un po’ raccolta e un po’ trasognata, propria ai taciturni camminatori di questi monti. Vi provate a discorrerci: grande timidezza, brevità e imbarazzo di parole, che pure escono all’aria, sfiorate da un lieve palpito di arguzia. Si avverte subito la spiritualità e sincerità dell’uomo».



Se volete procurarvi il libro (costa 10 euro), scrivete o telefonate all'Associazione Musicale e Culturale Domenico Achilli – Piazzetta Aiale, 24 – 51028 Gavinana (PT) – Tel: 0573 66057 – Email: associazione.achilli@gmail.com

Quella che segue è un una brevissima scelta di alcune delle opere ritrovate del Geri.


Geri di Gavinana
POESIE RITROVATE

A una nuvola

Nuvola pellegrina
che vai raminga nell’oscurità,
dimmi: che porti? Quale novità?
Porti tempesta, grandine o la brina?
Dimmi, vieni dal mare?
Porti la pioggia o vento?
O nuvoletta, tu mi fai spavento,
cammina su nel ciel non ti fermare.
O forse cerchi l’altre tue sorelle?
Volete far vendetta?
O nuvoletta, vai, cammina in fretta,
cammina su nel ciel che c’è le stelle.



Un lutto

Vidi mia madre in lutto,
vidi mia madre in pianto,
ed io compresi tutto
del suo dolor, del pianto.

Mandò l’ultimo canto
la rondinella a sera,
vidi mia madre in pianto,
vidi una bara nera.



Le due sorelle

Io avevo due sorelle,
una bionda e l’altra mora,
tutte e due leggiadre e belle
e gentil come l’aurora.
Ma la bionda mi è sparita,
se ne è andata all’altra vita.
Mi hanno detto che lassù
più risplende il suo bel viso
dove è gioia ed è sorriso
ma non tornerà mai più.
E la mora sta lontana,
nella terra pascoliana.
Colgo e bacio il primo fiore:
il pensier quel bacio porta
su la viva e su la morta,
tutte e due lo stesso amore.

Giuseppe Geri di fronte alla sua casa

Nell’orto

Un noce, dei peri, un fiore appassito,
patate, fagioli adornano l’orto.
Non sono felice, ma pur mi conforto
all’ombra silente d’un pesco fiorito.
Mia madre mi guarda, sorride, ma mesta,
nel verde profondo del monte rimira,
mi chiama per nome, solleva la testa,
poi guarda nel cielo e sospira sospira…


Giuseppe Geri con i fratello Guido nel 1916


Il mio nome

Mi sento dir che son ricco d’ingegno,
che presto il nome mio verrà immortale:
non ci trovo fin qui nulla di male,
ma chi lo dice non darà nel segno!

Mi avessero provato nel disegno,
qualcosa avessi fatto di speciale…
per salir in alto, ci vorrebbe l’ale
e non la testa come me, di legno.

Forse perché dirò qualche strambotto
e scrivo qualche volta in poesia,
m’avranno preso per un uomo dotto.

Ma vi assicuro sulla fede mia
Appena so contar quattr’e quattr’otto.
Se questo basta, allora così sia…



Birichinate

Ero un ragazzo come tutti gli altri,
pieno di vita e pieno di clamore,
facevo per le strade anch'io rumore
come fan tutti i ragazzotti scaltri.

Tiravo sassi sulla banderuola,
azzoppavo ogni tanto una gallina,
saltavo volentieri la dottrina
e tante volte non andavo a scuola.

Andavo a nidi o pure a chiappar grilli,
(eran le cose a me più preferite),
mi arrampicavo sulla vecchia vite,
mandavo in casa dei sonori strilli.

Rompevo qualche pentola in cucina,
tribbiavo scarpe e non lavavo piatti,
mi divertivo a strapazzare i gatti
con tutta l'aria mia più birichina.

Poi mi ricordo quando la mia nonna
restava tutto il giorno a gola aperta
a chiamar “Peppe!” ed era cosa certa:
la facevo dannar, povera donna.





La radio

Si sente proprio gli uomini cantare,
tossire, bisbigliar, ripigliar fiato,
che vien per forza voglia di guardare
se dentro c’è qualcuno rimpiattato.
Chi parla dista più di mille miglia,
è cosa da destare meraviglia.

Pensar che con due fili e una cassetta
si sente quel che dicono a Milano:
se c'è al Teatro il ballo o l'operetta,
se parla in piazza qualche ciarlatano;
non da Milano sol, da mezzo mondo
si sente uno quando gira al tondo.

Io tante volte mi sbattezzerei
e dico: se si va di questo passo
un giorno o l’altro, ci scommetterei,
persino i morti si rivede a spasso.
Beati quelli che morranno allora,
che lo faranno sol per qualche ora.



Nostalgie paesane

Penso sovente alla mia casetta,
ai miei morti, lassù nel cimitero;
penso al crocicchio dall'aguzza vetta
dove salivo un dì gagliardo e fiero.
Penso agli amici con malinconia,
sento di Gavinana nostalgia.

È vero che non son tanto lontano,
ma non so quando potrò tornare.
Maturerà nei campi il biondo grano,
quant'acqua ancora scenderà nel mare!
Ritornerà la rondine alla gronda,
quando sarà per me l'ora gioconda?

Vorrei sentir cantare l'usignolo
nei boschi silenziosi di Batoni;
dove la sera tante volte solo
meditai versi per le mie canzoni;
vorrei vedere nella bella valle
ancora svolazzare le farfalle.

E queste grandi e piccole cosette
che per altri non hanno alcun valore,
io le conservo fra le mie dilette,
fra le memorie care del mio cuore;
mi lasciano nell'animo un rimpianto
e sgorga questo mio povero canto.




La bilancia

Perché venire al mondo,
perché restar tanti anni?
Chi mai chiese di nascere,
se non ci son che inganni?
Capisco che la vita
non è che una missione,
ma la bilancia pende
e senza paragone.

L'autografo de "Il gatto ne cassettone"


Il gatto nel cassettone

L'altra notte mi successe un fatto
che voglio raccontar, care persone.
Tutte le notti il mio signore gatto
se ne andava a dormir nel cassettone.

E io poggiai la sveglia sopra un piatto
ci misi un soldo per precauzione,
ché quando fosse l'ora dello scatto
facesse più solenne confusione.

Difatti all'ora che suonò la sveglia
il piatto, il soldo... fu un acciottolìo,
che il gatto, che dormiva, mi si sveglia

con la paura e fece un tal fottìo
per scappar fuori, che nel dormiveglia
ebbi paura più del gatto anch'io.

Fornaci di Barga


Novità?

Nulla di nuovo c'è qui nel paese,
se piove un giorno quasi sembra un mese,
se un giorno è bello poi quell'altro piove
quaggiù a Fornaci non ci son nuove.

La settimana dura quanto un anno,
ma gli anni son veloci e se ne vanno,
l'ore son lunghe e non passan mai
ma i giorni volan e questi son guai.

Così pian, piano, via di questo passo,
senza profitto, senza fare chiasso,
ti annoi, sbadigli, fai la tua partita
e come un lampo passa anche la vita.

Mi pare un sogno, e mi sembra ieri,
che aveo vent'anni ed eran giorni fieri,
ma già di tempo ne è passato tanto;
e sempre avanti, via, con questo canto,
si arriva al giorno della dipartenza:
per tutti passerà la diligenza.

Sei giovani gavinanesi negli anni Venti. Giuseppe Geri è in alto al centro con i baffi.


Il destino

Ognuno segue del proprio destino
tutta la strada che in terra ci addita,
così trascorre tutta questa vita,
sino a quel giorno che viene il becchino

Non si sa se sia lontano o sia vicino
e quando è l'ora di farla finita,
ma per giocare l'estrema partita
ci vorrebbe di fare l'indovino.

C'è chi cammina, chi sempre in vettura,
c'è chi va a piedi per pestarsi i calli,
chi ha la testa grossa e chi l'ha dura.

Ma viaggiare a piedi e sui cavalli
quando vien quella che ci fa paura
finiscono poi tutti i suoni e i balli.



Perché?

Perché la notte nel buio profondo
sono le stelle chiare e lucenti?
E l'usignolo canta giocondo
nei più soavi, gentili accenti?

Perché del pero, fra il verde e il biondo,
lenti i suoi rami muovono lenti?
E sul cipresso dal ciuffo tondo
tanti uccelletti stanno contenti?

E perché il cane dorme tranquillo,
guardia fedele vicino all'aia,
e perché l'eco senti di squillo?

Perché il gallo canta e il cane abbaia,
se stride forte nel prato il grillo
o suona il passo della massaia?

Giuseppe Geri negli ultimi anni della sua vita


Acqua passata

Or della gioventù perdo l' impronte
e crescono gli affanni coi pensieri,
ma quattro rime sono sempre pronte,
o bene o male spesso e volentieri.

Prima mi alzavo al limpido orizzonte
e camminavo i taciti sentieri
quando trovavo qualche fresca fonte
bevevo sempre senza usar bicchieri.

Ora per quelle vie più non cammino
mi sento stanco e poi ci vedo poco
e foro ogni momento e vo pianino.

Ma un giorno o l'altro cambierò loco,
farò amicizia stretta col becchino,
e finirà per sempre questo gioco.

Pasqua 30 marzo 1975
(ultima poesia nota)


sabato 1 agosto 2015

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE

GUIDA LETTERARIA DELLA MONTAGNA PISTOIESE
di Giovanni Capecchi
Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia
2008, cartonato
220 pagine, p.n.i.

Da buon nativo di San Marcello Pistoiese (e più precisamente originario del borgo medievale di Gavinana) vado da anni raccogliendo tutti i libri che, in un modo o nell'altro, parlano della mia terra. Con il tempo ho messo insieme una discreta biblioteca, comprendente anche tomi ottocenteschi ed edizioni abbastanza rare. Al di là dell' evidente interesse personale per questa collezione, mi sembra che possa trattarsi di una passione degna di essere coltivata da chiunque, ciascuno relativamente al proprio territorio del cuore. Ci si diverte, si imparano tante cose e ci si accorge che poi quello che si è imparato ha, in realtà, valore universale. 


Giovanni Capecchi, pistoiese di nascita ma docente presso l'Università di Perugia, ha compilato una singolare guida "letteraria" di quel versante dell' Appennino Tosco Emiliano proteso verso il passo dell'Abetone, scegliendo di elencare una per una tutte le località (anche le più piccole) in ordine alfabetico e segnalando per ognuna i passaggi che la riguardano contenuti nei libri di scrittori, poeti e letterati dall'antichità a più o meno i giorni nostri. Si scopre così che Giovanni Boccaccio cita il Lago Scaffaiolo, Vittorio Alfieri scrive un sonetto su San Marcello, Aldo Palazzeschi villeggia a Pracchia, Massimo D'Azeglio va a Gavinana in cerca della tomba del Ferrucci fino ad arrivare a Tiziano Terzani che fa dell'orsogna il suo eremo. I nomi sono davvero tanti e c'è da restarne sorpresi, tanti gli aneddoti e le curiosità. Peccato manchi (salvo una mia svista) la citazione di Cardarelli che scrisse anche lui una poesia intitolata "Sera di Gavinana". 

Il volume è corredato da decine di immagini d'epoca che lo arricchiscono e lo rendono ancora più interessante. Un appunto personalissimo: si cita il romanzo "I delitti del Mondo Nuovo" di Leonardo Gori, ambientato lungo la strada granducale che da Pistoia saliva all'Abetone, proprio negli anni della costruzione: in quel libro l'autore (un caro amico) non solo mi ringrazia per la consulenza fornita, ma mi inserisce come personaggio (sia pure di sfuggita, citato in un passaggio).


giovedì 23 luglio 2015

IL POETA DELLE PICCOLE COSE





Non sono un critico letterario di professione, men che mai uno che scrive abitualmente recensioni di opere poetiche. Tuttavia, nel corso dei miei studi,  mi sono occupato spesso di versificatori e ho sempre coltivato una privata passione per un certo tipo di composizioni, quelle maggiormente collegate ai ritmi e agli accenti, che collego anche alla musica, e alle canzoni della produzione italiana, i cui testi, come ho scritto più volte, rappresentano un aspetto importantissimo della poesia italiana e, anzi, a livello di penetrazione, diffusione ed efficacia nella cultura di massa hanno sostituito quella che una volta era la versificazione tramandata oralmente anche presso coloro che non sapevano né leggere né scrivere. 

Ci sono stati, fino a pochi decenni fa, contadini o pastori che pur non avendo mai letto la “Divina Commedia” erano in grado di citarne a memoria interi canti. Esiste anche un filone di poeti illetterati in grado, grazie a uno spontaneo senso della metrica, e a una altrettanto innata ispirazione lirica, di improvvisare sonetti o cantare in ottava rima. I moderni cantautori hanno raccolto l’eredità degli antichi trovatori provenzali (le cui composizioni erano musicate, anche se ci sono state tramandate soltanto come testi, senza spartiti), e da quei trovatori, come sappiamo, nasce la poesia italiana, all’inizio del Duecento.


Sulla montagna pistoiese, la mia terra d’origine, così come in tante altre parti d’Italia, ci sono numerosi esempi di poeti “di paese”, quelli di cui, purtroppo, pare essersi perso lo stampo. Un nome fra i più famosi è di una donna, quello di Beatrice Bugelli, detta Beatrice di Pian degli Ontani (1803-1885), di cui si interessò persino Niccolò Tommaseo, che volle trascrivere su carta i versi che la donna, una pastora che portava al pascolo le pecore sulle cime tra Cutigliano e l’Abetone, cantava improvvisando in ottave, pur senza essere mai andata a scuola.
Ecco come Beatrice parla della sua educazione:

Non vi meravigliate giovinotti
se non sapessi troppo ben cantare
in casa mia non c'è stato maestri
e manco a scuola son ita a imparare.
Se voi volete intender la mia scuola:
su questi poggi all'acqua e alla gragnola!
Se voi volete intender il mio imparare:
andar per legna e starmene a zappare!

Proprio sulla montagna pistoiese, a Gavinana, giovedì 16 agosto 2012 , si è svolta infatti la presentazione del libro, da me curato, "Il poeta delle piccole cose", un saggio dedicato a un altro poeta illetterato della zona, che si firmava "Geri di Gavinana" ed era in grado di scrivere versi di una immediatezza rara. La conferenza ha avuto luogo in notturna, dopo cena, all'aperto, sotto il campanile della bellissima pieve romanica, e ha visto il sottoscritto parlare del Geri e l'attore Bruno Santini leggere, da par suo, i versi del poeta, divertenti come non mai in bocca a un dicitore così brillante. Gli organizzatori avevano predisposto cento sedie, contando di occuparne almeno cinquanta. Risultato: tutti i posti esauriti, e gente in piedi tutt'intorno, anche fuori dei cancelli, ad ascoltare (e guardare le immagini proiettate su un maxi schermo). Il libro, che è stato venduto in alcune centinaia di copie nel giro di quindici giorno (un risultato sbalorditivo per un testo di poesia), contiene non solo il mio saggio, ma una selezione, fatta da me) delle migliori opere del poeta. 

Quello che segue è un breve estratto del mio scritto, più una brevissima scelta di alcune delle opere del Geri. Se volete divertirvi, emozionarvi, ridere e commuovervi, saltate pure il mio testo e correte a leggervi il Geri. Se poi volete procurarvi il libro (costa 10 euro, tutti devoluti alle attività a vantaggio della comunità), scrivete o telefonate all'Associazione Musicale e Culturale Domenico Achilli – Piazzetta Aiale, 24 – 51028 Gavinana (PT) – Tel: 0573 66057 – Email: associazione.achilli@gmail.com


POESIE COME FIORI
Di Moreno Burattini

Giuseppe Geri, da tutti e per tutta la vita, detto “il Poeta”, nacque a Gavinana il giorno di Ognissanti, il primo di Novembre, del 1889. E a Gavinana, dove però non visse tutti i suoi anni (avendone trascorsi parecchi anche in Garfagnana), morì nel settembre del 1975. Nel piccolo cimitero del suo paese natale può capitare che lo sguardo del visitatore cada su una tomba, niente affatto vistosa,  simile a tante altre tranne che per una particolarità: sulla lapide, la scritta dice semplicemente: “Geri di Gavinana – Poeta”.
Geri di Gavinana: è questo, infatti, il nome con cui firmava le sue poesie, e quello che compare sulla copertina e sul frontespizio di un volumetto di poesie edito da Vallecchi del 1929, intitolato "Fiori di Bosco". L'autore si firma senza nessun accenno al nome di battesimo, ma sottolineando il luogo d’origine, come se l'essere nato a Gavinana fosse più importante del fatto di chiamarsi Giuseppe. 


In quegli anni, il Geri (nella foto qui accanto, datata 1916, lo vedete con il fratello Guido)  era un giovane che saliva verso la quarantina e che lavora nelle Officine di Limestre:  il fatto che un operaio, un semplice operaio  non un dirigente o un capo ufficio, in anni in cui i meno abbienti non andavano a scuola e non leggevano libri, scrivesse poesie, era sicuramente qualcosa di insolito. Infatti, il Geri frequentò soltanto fino alla terza elementare: per il resto, fu completamente autodidatta. Chi gli insegnò a scrivere in versi? A sentire lui, nella poesia "La mia scuola" soltanto la natura: 

ci fanno scuola i piccoli animali,
le stelle, il cielo, il mar, la terra, i fiori,
i nostri sensi deboli e mortali.

Sono senza cultura, dice il poeta. Sembra appartenere a quella schiera  dei poeti illetterati che si sfidavano a disturne cantando in ottave, e che sapevano improvvisare strofe semplicemente ripetendo come verso iniziale quello finale di chi li aveva preceduti.

Guglielmo Lera, in un suo scritto dedicato al Geri, dice: «Se a questa tradizione di poesia popolare, se all'improvvisatore di rime dolci e bizzarre dovessi dare un volto, se di una Beatrice di Pian degli Ontani dovessi cercare le ragioni del suo continuo rivolgersi al canto, oggi, a tanti anni di distanza, e in un mondo così mutato, andrei a cercare del Geri». Il Geri, però, rispetto alla Bugelli aveva qualche marcia in più. Non si limitava all'ottava rima, ma ricamava sonetti e canzoni, alternando i metri, modellando su poeti come il Pascoli e il Carducci la sua ispirazione spontanea. 

Il confronto fra le ottave di Beatrice di Pian degli Ontani e composizioni di “Fiori di bosco” fa capire che il Geri, benché autodidatta e dalla "testa dura", come lui dice, fosse un uomo di migliori letture. Poche, forse, ma buone.  Luigi Russo testimonia che "ha letto qualche poeta moderno, Giusti, Leopardi, Carducci, Pascoli, ma così a tratti, senza impegnarsi in uno studio e in una passione letteraria per la loro opera".

"La mia casa", per esempio, è una poesia composta di quartine di endecasillabi. Un metro usato da Pascoli ne "I Canti di Castelvecchio", per esempio nella poesia "Il ritratto”. Si tratta di un metro eminentemente narrativo, adatto per rievocare ricordi. Il Pascoli lo usa appunto per questo, e il Geri legge, impara, e lo fa proprio: sarà pure un cantore istintivo, ma conosce la metrica. Gli viene bene a orecchio, ma se la studia anche sui libri di poesia. Scrive il Russo: «La poesia del Geri, è arguta e fresca. Senza pretese, poesia elementare del popolo, ma merita accoglienza dal lettore proprio per quel principio d'arte che la trasfigura. Se nel Geri non c'è elaborazione letteraria, c'è pure una capacità di elaborazione artistica. E se egli vi giunge non per curriculo di studi, questo non importa, vi giunge per assidua meditazione, e per affinamento interiore. Anzi, i poeti, per giungere all'arte, non conoscono altra via che questa».

I versi del poeta affrontano i temi dei sentimenti universali, del trascorrere del tempo, dei misteri della vita e della morte, ma anche propongono scherzi e strambotti. Il modo d'approccio del Geri alla materia del suo canto è sempre limpido, cristallino, felicemente ingenuo, naif nella più pura e migliore accezione del termine. Da montanino, appunto, non inteso come uomo grezzo, incolto, ma come spirito semplice ma profondamente spirituale, che giunge all'essenza delle cose grazie a una illuminazione istintiva, non tramite la mediazione delle sovrastrutture culturali e filosofiche.

Come in molta produzione pascoliana, e sicuramente come in “Myricae” ne “I canti di Castelvecchio”, il Geri scriveva liriche sui fatti quotidiani. La poesia per lui non è canto dell'immaginifico, ma della piccola realtà di tutti i giorni. Descritta, per di più, in estrema sintesi. Le "piccole cose" sono anche gli spiritosi bozzetti di vita vissuta.

A Pascoli soprattutto Giuseppe Geri cerca di avvicinarsi nell'uso della rima e della metrica, oltre che delle tematiche. Pascoliana è, nel Geri, anche l’ossessione ricorrente verso il ricordo dei morti, o il pensiero che corre alle dolorose memorie famigliari che cementano il rapporto con il “nido” casalingo. Ma  mentre il Pascoli, coltissimo e letterato, anche quando parla della cavallina storna pensa in realtà a Xanto, il cavallo parlante di Achille nell'Iliade di Omero, il Geri no. Lui, quando parla del suo cane Leo, scomparso nel bosco e mai più tornato, pensa davvero a Leo, e la commozione che traspare dai suoi versi è sincera e comunicativa, si trasmette a chi legge anche se non tutti gli accenti sono giusti, anche se l'andamento è discontinuo.  Se il Geri perde sul versante tecnico, della ricerca e della sperimentazione, delle sottigliezze dell'arte della versificazione, nei dattili e negli spondei insomma, guadagna in immediatezza, in sincerità, in comunicatività. 

Una delle prime raccolte poetiche di Giovanni Pascoli si intitola “Myricae”. Le myricae sono arbusti bassi, umili, detti anche “cesti” o “stipe”. Sarà un caso che il Geri scelga come titolo per il suo libro proprio “Fiori di bosco”, accostando, volontariamente o meno, la sua raccolta a quella pascoliana?
Si potrebbe accostare il Geri a Trilussa: ma Trilussa popolareggiava per scelta stilistica, il Geri era davvero popolaresco. Gli animali del Geri, come Leo o il gallo re del pollaio, sono veri animali, quelli del Trilussa sputano sentenze.

Spesso la poesia del Geri è poesia della memoria, e di nuovo viene in mente il Pascoli, che sosteneva come la poesia "non è se non ricordo", recupero delle emozioni perdute. La poesia è nelle cose, e il poeta ha il dono magico di una vista a raggi X che la sa cogliere. Ci sia concesso un altro paragone pascoliano, breve ma molto significativo. Nella raccolta pascoliana "Myricae” è contenuta una ballata piccola di endecasillabi intitolata "Il tuono".  Sono solo sette versi che dicono così:






E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla.





Si noti come il verso "rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo" faccia il verso al rumore del tuono. C'è un uso onomatopeico delle parole. Una sapienza letteraria. Notiamo anche il fatto che dopo il tuono, il ritorno alla tranquillità è testimoniato dal canto di una mamma al suo bambino svegliato dal fragore del temporale. Ed ecco ora il Geri, ne “Il temporale”:

Scroscia sui vetri con rombo sonoro
la grandine e il vento sconquassa le gronde.

Anche in questo caso l’onomatopea è evidente: “scroscia sui vetri” riproduce efficacemente il rumore della pioggia sulle finestre, e “rombo sonoro” fa il verso al tuono tanto quanto “sconquassa le gronde” lo fa al vento. Ma ecco che il temporale si placa:

Cessata è la pioggia; un vecchio per mano
tenendo un fanciullo che appena cammina,
nel fango melmoso ne vanno pian piano
mirando nel cielo una striscia turchina.

La recuperata serenità, che per il Pascoli è significata dall’immagine della madre che canta la ninna nanna per far riaddormentare chi giace nella culla, per il Geri è rappresentata dal nonno che porta a spasso tenendolo per mano “un fanciullo che appena cammina”. Le similitudini sono evidenti. Nel poeta dei “Fiori di Bosco”, però, non ci sono arditezze letterarie, c'è solo sapienza descrittiva e spontaneità di immagini. Ma l'immagine del ritorno alla tranquillità, il richiamo ai bambini, alle "piccole cose", agli affetti, è un tratto comune alla sensibilità dei due poeti. Viene quasi da chiedersi che razza di versi avrebbe scritto Giuseppe Geri se solo avesse studiato quanto il Pascoli. 

Il poeta lavorò come operaio nelle officine di Limestre fino agli Anni Trenta, poi per motivi di lavoro fu costretto a trasferirsi a Fornaci di Barga (nella foto qui accanto), insieme ad altri del paese. Il Geri ci rimase male, visse la cosa come una ingiustizia. Se ne lamentò. Però partì. Per un uomo attaccato quant'altri mai al suo paese natale fu indubbiamente uno strappo lacerante. Tuttavia egli fece spesso ritorno a Gavinana, quando il lavoro glielo permetteva, e anche a Fornaci di Barga non mancò di conquistare la simpatia degli abitanti del luogo, continuando a poetare nella sua nuova casa.

Ne pubblicò alcune su riviste e su giornali, ma non compilò più nessun libro. Nel 1994 ne è uscito uno postumo, a cura di Milvio Sainati. “80 anni di poesia”, questo il titolo, si fregia anche di una prefazione di Gian Luigi Ruggio, all’epoca conservatore di Casa Pascoli a Castelnuovo. Una caratteristica del tutto singolare del modus operandi del Geri era, soprattutto negli anni trascorsi in Garfagnana, quello di scarabocchiare poesie improvvisate su foglietti di carta volanti, che poi il poeta regalava agli amici e, talvolta, anche agli sconosciuti. Alcuni venivano recuperati, e ci fu chi cominciò a raccoglierli e a batterli a macchina. Laura Tonietti, a cui si deve rendere merito per aver svolto questa attività, regalò poi gli originali del Geri a Milvio Sainati, che mise insieme circa 150 manoscritti. Ma chissà quanti ce ne sono in giro. 

Per tutta la vita, Giuseppe Geri fu afflitto dal “mal di vivere”. Ne “La mia preghiera” sono efficacissimi i due versi con cui, rivolgendosi a Dio, lo descrive.

Spengi dal petto mio questa fornace,
che lenta mi divora.


E spessissimo tornano alla ribalta i temi dell’amarezza, dell’angoscia, della vita resa intollerabile dal peso dei pensieri, dei dolori, della disperazione. Da questo punto di vista, come interpretare invece il Geri comico, il Geri dello strambotto e della facezia?  L’arguzia è, per il poeta gavinanese,  una difesa contro il male oscuro, un modo per esorcizzare la depressione. Spesso, quando si accorgeva che una poesia faceva commuovere, se ne usciva con una battuta o un’immagine divertente per spezzarne l'amarezza. La sia ironia non è però mai caustica, mai satirica e soprattutto mai politica. 

E’ bonaria, da uomo saggio che conosce il mondo ma che il mondo guarda da lontano, come spettatore disilluso:

E guardo questo mondo un po’ in cagnesco
che mi sembra sia tutta una finzione.

Il Geri è in fondo un uomo segnato dal destino perché per lui il poetare è come una "condanna", ciò che lo rende diverso dagli altri.  E’ un poeta semplice, ma non semplicione. Sapeva essere originale, interveniva con tocchi di inaspettata genialità.  La tristezza e le difficoltà della vita aumentano con l’età. Il Geri è un poeta vero, un poeta nato, ma anche un uomo comune, toccato dai nostri stessi problemi: le tasse, il carovita. E' il poeta del quotidiano. Ma anche capace di esprimere e rappresentare con estrema e drammatica efficacia la vita di un pensionato che vive solo, privo di illusioni.  





Giuseppe Geri morì nel 1975, e come aveva chiesto nelle sue poesie tornò a Gavinana per esservi sepolto. Ma lasciò un testamento, un testamento spirituale: la sua opera poetica, quella di un uomo che non ha nulla da lasciare agli altri se non la testimonianza di una vita spesa nella modestia e nella poesia.



GERI DI GAVINANA 
POESIE


AI MIEI LETTORI

Se scrivo comico mi chiaman matto,
se scrivo serio son pessimista;
c'è pure chi mi tien per un artista,
c'è chi mi dice che non valgo affatto.

Io, per uscire da quell'imbroglio,
scrivo quando mi pare e come voglio.




EPIGRAMMA

Se qualcuno a tempo perso
pur leggessi qualche verso
che distrattamente ho fatto,
certamente e con ragione
gli farebbe l'impressione
che nel mondo fossi un matto.
Ma di questo mi consolo,
che di matti non son solo.




LA MIA SCUOLA

Nel mondo non studiai che la natura,
dove mi posi tanto a meditare,
dove conobbi nel fatale andare
sorrisi, le speranze e la sciagura.

Non ebbi scuola e son senza cultura,
non feci che la terza elementare,
ma tante cose pur potei imparare
per quanto avessi assai la testa dura.

S'impara più e più si schiude i cuori
a contemplar le cose naturali,
che a intisichire in mezzo ai professori.

Ci fanno scuola i piccoli animali,
le stelle, il cielo, il mar, la terra, i fiori,
i nostri sensi deboli e mortali.



AUTORITRATTO

Non sono bello, non sono brutto,
di color pallido, di viso asciutto,
non porto baffi, la fronte alta
tra la calvizie che più risalta.

Ho il naso grosso, labbro sottile,
l'animo acceso da fiele e bile,
ho i denti radi, franche mascelle,
statura media, di forme snelle.

Son taciturno, camminatore,
dormo pochissimo, conto le ore
son mezzo astemio, mezzo poeta.

Indifferente per la moneta,
sorriso mite, lo sguardo ratto:
è questo identico il mio ritratto.



IO COI FINIMENTI NUOVI

Oggi mi son vestito a tutta festa:
le scarpe bianche, basse col ghettino,
stirato a duro e lucido il solino,
e sulle ventitré cappello in testa.

Ho la giubba alla moda e ben si presta,
i calzon con la piega, il cravattino,
e frullo un elegante bastoncino
passeggiando per via tutto alla lesta.

Ma preferisco i finimenti vecchi:
il mio giubbone lungo e rattoppato
e il cappellaccio a gronda su gli orecchi.

Ma preferisco starmene isolato
in mezzo ai monti, come i saltabecchi,
che vivere così tutto legato.



LA MENDICA

Venne, povera vecchia, alla mia porta,
scalza, tutta lacera e piangente:
chiese la carità... non ebbe niente.
Ed or mi pento; troppo tardi, è morta.
Batteva la campana a lenti tocchi
ed io pentito mi asciugavo gli occhi.


Giuseppe Geri con il cane Leo nel 1920


A LEO

Più non ti vedo, o mio fedele cane,
e sono privo della tua carezza,
manca all'affetto mio quella dolcezza
che sempre viva dentro al cuor rimane.

Quando la coda dimenavi lento,
gli occhi volgevi a me tutto commosso
e, feste e prilli, mi saltavi addosso,
mugolando così tutto contento.

Povero Leo, una mattina scialba
tu mi partisti e più non sei tornato:
invano t'aspettai, e t'ho cercato
su questi monti nella prima alba.

E col tuo nome in cuore e sulla bocca,
confuso errai allor di valle in valle,
tra lo scherno e le beffe della sciocca
gente, che mi ridea dietro le spalle.

E col sorriso della delusione
tornavo a casa sconsolato e stanco,
pensando sempre a te: gentile e bianco,
amico sol fedel del tuo padrone.


LA TASSA SUI CELIBI 

La tassa sul celibato fu istituita il 13 febbraio 1927 dal regime fascista, e interessava i celibi di età compresa fra i 25 e i 65 anni.

Bisogna dare un calcio al celibato
e pigliar moglie anche chi non vuole;
ed ognuno farà quello che puole,
si tratta d’una legge dello Stato.

E chi non piglia moglie vien tassato,
questi sono fatti veri e non parole,
fanno per limitar la tanta prole
che non ha babbo sopra il lastricato.

Una volta la tassa era sui cani,
ma ora si comincia a far progresso,
e l’hanno messa ai poveri cristiani.

Ma io vi parlo chiaro e vi confesso:
a pigliar moglie aspetterò domani,
pagò la tassa, e camperò lo stesso.





LE NOVELLE DELLA NONNA

Al piccolo chiaror d'un lume a mano,
la nonna raccontava le novelle,
un tempo che passò molto lontano;
e noi, seduti intorno alle gonnelle,
attenti si ascoltava a capo chino
sotto la vecchia cappa del camino.
Sotto la vecchia cappa, la fiammella
del lume a mano ci parea una stella.

Morì la nonna, e noi siam fatti grandi:
la cappa del camino nera nera
ferma al suo posto ancor par che domandi
le liete novellucce della sera:
il foco manda ancor qualche favilla,
ma il lumicino a mano più non brilla.
Non brilla più la piccola fiammella,
che a me nel buio mi parea una stella.

Ed or la nonna è morta da tant'anni,
dorme con tanti morti al cimitero,
che sol tra i morti non si trova inganni.
Ah, buona nonna! Ancora nel pensiero
conservo le novelle tue d'un giorno,
che presto volò via senza ritorno!
E ancor vorrei tornar piccol bambino
presso le tue gonnelle e il tuo lumino.



L'ULTIMO CANTO DEL GALLO

Canta gallo, canto a festa
che sarà l'ultimo canto:
domattina la tua cresta
nel tegame bollirà.

Nel pollaio sarà il pianto
tra le tenere galline
nel saper la brutta fine
che il suo gallo subirà.

Canta, gallo mattiniero
che ci svegli ogni mattina,
a cui limpido il pensiero
corre, al canto tuo gentil!

Ma vederti domattina
con la testa penzoloni,
senza penne e senza sproni,
è una cosa troppo vil.

Quante volte, al fido canto,
sono sceso giù dal letto
e, indossato il vecchio manto,
son venuto giù da te!

Ti trovavo ritto in petto
tra le fide tue galline,
tutte vispe a te vicine
che sembravi proprio un re.

Mangerò senza rimorso
le tue cosce saporite,
dove dietro berrò un sorso
del buon frutto della vite.

Ma nel gàrrulo pollaio
sarà morta l'allegria,
del tuo canto arzillo e gaio
sentirò la nostalgia.



Giuseppe Geri davanti alla sua casa, a Gavinana


LA MIA CASA

E' una stamberga stonacata e nera,
dal tetto rosso e piccole finestre,
dove fiorisce intorno le ginestre
sembrandoci un'eterna primavera.

Sorride lieta la gàrrula cicala,
sopra il cipresso canta l'usignolo,
batte l'accetta e canta il boscaiolo
e s'arrampica ognor sopra la scala.

Dove la sera trovo la diletta
madre, al focolare, mesta, assisa,
che sonnecchia, che pensa e che m'aspetta
la poca cena misera e divisa.

Ma quanti affetti alla stamberga nera,
alla casetta vecchia e stonacata
che mi ricorda dell'età passata,
il primo sogno e l'ultima preghiera.

Che mi ricorda quando ancor fanciullo
sul focolar, seduto dopo cena,
mi tingevo le mani alla catena
e questo era per me quasi un trastullo.

Dove studiavo, nelle lunghe sere,
la noiosa dottrina del piovano:
oh, quante volte avrò pregato invano!
Dove saranno queste mie preghiere?

Allor sentivo raccontar novelle
di streghe e maghi, di regine e fate,
restavo con le braccia spalancate,
prestavo fede a stupide storielle.

Che ingenuo fui! Poco più d'ora,
che streghe e maghi allor tutto credei,
le cose che ora vedo agli occhi miei
sono abisso infernal che mi divora.

Ah! Bei giorni davver lieti e giocondi
che ancor conserva la casetta nera,
e ancor ti vedo maestosa e altera
e ancora più di prima mi confondi.



NATALE

Raccontava una nonna ai nipotini
mentre faceva a lor la ninna nanna:
oggi nacque Gesù nella capanna,
oggi è Natale, festa dei bambini.

Oh, non sentite voi quel dolce suono
che al cuore porta la felicità?
Oggi è Natale, quel Natale buono
che il piccolo Gesù benedirà.

Così gli raccontava la vecchietta
ai bimbi che teneva sui ginocchi,
e li baciava in una forte stretta,
quando una lacrima cadde dai suoi occhi.

Quella lacrima sua, cosa voleva
dire ai suoi nipotini, non lo so.
Forse pensava, forse in cuor tesseva
tutti gli anni migliori che passò?

Forse pensava a quest'altro Natale
che essendo vecchia, non ci sarà più:
posò la mano scarna sul grembiale
e ripeteva ancor: nato è Gesù...



LA CACCIA AL RAGNO

Madonna benedetta del Castagno,
quanto lavoro e quanta confusione
per dar la caccia a un disgraziato ragno!
C'era, niente di meno, sei persone.

Chi con le molle, e chi con la paletta,
chi col martello e l'altro la granata,
armati tutti peggio d'una armata,
ci mancava fucile e baionetta.

Esce dal buco, busse forte dài,
scappa di sotto, vai di là, sfrucòna!
E tutti intorno al fuoco, a far corona
con l'armi alzate: dove sarà mai?

E il ragno, impaurito, su pel muro
tra un colpo e l'altro si salvò in soffitta:
e tutta quella gente restò ritta
con un tanto di naso, e a muso duro.



UN TEMPORALE

Scroscia sui vetri con rombo sonoro
la grandine e il vento sconquassa le gronde
dei tetti, nei campi confonde
il grano tra l'erba, e gàrrulo un coro
di uccelli di sente, nascosti sul tetto
tra un tegolo e l'altro vicini al camino:
di sotto la chioccia si affaccia un pulcino
e il trillo si sente di qualche galletto.
Il tempo minaccia più forte e fatale,
e l'aria più nera, più turbina il vento:
tra tuoni e tra lampi che fanno spavento
sembra che sia il diluvio universale.
E l'acqua dei campi si allarga alle strade,
più torbida scende con cupo rumore.

La pioggia rallenta, rallenta il terrore:
le nuvole tornan più chiare, più rade.
Cessata è la pioggia; un vecchio per mano
tenendo un fanciullo che appena cammina,
nel fango melmoso ne vanno pian piano
mirando nel cielo una striscia turchina.

ILLUSIONI

Quando siam giovani
quante illusioni
di questa vita
che ci si fa!
Poi non ci restano
che delusioni,
quando con gli anni
più si va in là.
Io che sognavo nella mia mente
tutta una vita color di rosa,
or di quel sogno non resta niente
neppur la minima, piccola cosa.
E' sempre il cielo bello e sereno,
come a quei tempi, senza cambiar:
ma c'è del fango sopra il terreno,
ma c'è del fango da calpestar.



LA FONTANA DELL'AMORE

La bella fontanina dell'amore
che butta l'acqua tutto il giorno, fresca,
la gente che ci va, vattelo a pesca,
ci va con tutti a rinfrescare il cuore.

Le belle coppiettine innamorate
vanno alla fontanina nell'estate
e con la scusa, poi, della fontana
giù sopra l'erba, nella tramontana.

Se quella fontanina poi parlasse
quante cose avrebbe da narrare:
direbbe cose grandi come il mare

e ne direbbe tante molto grasse.
Ma la fontana, anche se trabocca,
guarda, sorride e tiene l'acqua in bocca.



UN FATTO COMICO

Mentre un signore stava lì seduto
a prendere il caffè dall'Aladino,
un cane, poverino,
viene di fuori e subito dà il fiuto.
Forse sognando qualche cagna bella
alza la cianca e fa una pisciatella.

E gliela fece sopra i pantaloni,
sopra le scarpe, sopra anche l'ombrello,
e un altro cane, subito anche quello,
era già pronto a far le sue funzioni:
ma non fa in tempo a fare la pisciata
che subito gli arriva un'ombrellata.

E' stato un fatto comico un po' strano
proprio degno di fare una risata,
poiché nel dare al cane l'ombrellata,
l'ombrello rotto gli rimane in mano
e quel signore si trovò ridotto
coi piedi molli e con l'ombrello rotto.




COME PASSO LA VITA

Tutte le sere all'otto vado a letto,
ma con questo non sono un dormiglione:
passo nottate sveglio sul saccone
che a volte perdo il ben dell'intelletto.

E fo castelli più di un architetto
ma tutti in aria, senza conclusione;
a volte, sogno d'essere un riccone...
ma mi risveglio sempre poveretto.

Mi par mill'anni di arrivare al giorno
perché finisca quella tiritera
e allora m'alzo, e via, si fa ritorno.

Si spera sempre: chi non muore, spera.
Ma i muriccioli che sono qui intorno,
li frusto tutti, da mattina a sera.



COMPLEANNO

Il primo di novembre sono nato
dell'anno mille e ottocento ottantanove:
quanto di sotto i ponti è già passato
e quante cose vecchie e quante nuove!

Quante illusioni morte nei tramonti
come l'acqua che passa sotto i ponti,
come fosse qualcosa di giocondo
e avessi chiesto di venire al mondo.
Ma quando uno c'è, bisogna che ci stia:
e faccia la sua parte e tiri via.

Poi se dovessi far tutta la storia
dei miei volati compleanni
mi ci vorrebbe buona la memoria
ora che sono un mezzo barbagianni.
Anche se qualche volta mi ci impegno,
sembro lo smemorato di Collegno.

Quando si marcia verso l'ottantina
ogni giorno che va si ruba a Cristo
e sempre quando m'alzo la mattina
dico: "Anche per oggi mi son visto".
Ma un qualche giorno non mi vedo più,
poi, dove vado, lo saprà Gesù.



NECROLOGIO

Vidi un giorno sul giornale
che tra i morti un certo tale
non soltanto aveva il nome
ma lo stesso mio cognome,
proprio uguale come il mio:
ma però non ero io!

Nel veder Giuseppe Geri
in caratteri ben neri
c'è mancato poco o niente
mi prendesse un accidente.
Si capisce, lì per lì:
poi la cosa si chiarì.

Vidi subito che un altro,
fosse più o meno scaltro,
fatto più o meno tondo,
era andato all'altro mondo.

Quel che penso è che di là
se non guardano l'età,
faran certo confusione
nel registro di ammissione.

Tante volte non vorrei,
ripensando ai fatti miei,
di trovar, quando chiamato,
il mio posto già occupato!


UN BUON CONSIGLIO

Diceva un vecchio prete a un contadino:
"Perché tanti figlioli hai messo al mondo?
Il primo, dopo subito il secondo,
il terzo, il quarto, che ti par pochino?

Il quinto e il sesto... fai come il molino:
piano, figliolo mio, gira un po' al tondo!
Io ci scommetto quando sarai in fondo
non avrai posto intorno al tavolino.

"Mi compatisca, sa, signor Priore,
lo vede, vengan giù fatti col pennello:
la volontà di Dio non è un errore!"

"Lo so" rispose il prete, "in quanto a quello
anche l'acqua la manda giù il Signore
ma la gente però porta l'ombrello!"



TESTAMENTO


Lascio per mio ricordo a chi li vuole
il mare, i monti, il canto degli uccelli.
Vi lascio un pizzicotto di capelli,
insieme a quelli che non batte il sole.
Vi lascio, se volete, anche il diritto
di tutte le fregnacce che io ho scritto.

Non vi credete di trovar quattrini,
son pensionato della previdenza:
abituato come sono a fare senza
si fischia sempre come i cardellini.
Quei pochi che mi danno li consumo
a mangiare un boccone, e un po' di fumo.

Lascio di cuore tutti i miei bagagli,
scatole tutte rotte, libreria,
casse, cassetti pieni di ritagli,
fogli strappati da buttarsi via.
Qualche vestito pieno di tignole
e scarpe vecchie fin che se ne vuole.

Poi lascerò al becchino le mie ossa
e lui potrà far quello che gli pare;
così se torna a spalancar la fossa
perché ci ha qualcuno ancor da accomodare,
dopo dieci anni prenderà il bastone:
"Vai fuori che non paghi la pigione!"




DISTRAZIONI


D’ora in poi rovini il mondo
io non me la prendo più:
resterò sempre giocondo
quanto è ver che c'è Gesù.

Che m'importa a me se Tizio
l'han portato all'ospedale,
e se Caio per indizio
l'hanno messo in tribunale?

Se quell'altro è già in prigione
qualche volta sortirà:
per un povero minchione
non si muove la pietà.

Tanto vedo che la gente
non si scrolla mai per me:
se mi prende un accidente
me ne mandano anche tre.

D’ ora in poi rovini il mondo
io non me la prendo più:
quando trovo un sasso tondo
mi ci fermo a seder su,

o mi appoggio al campanile
senza rischio di cascar,
quando in corpo ho della bile
voglio ridere e cantar.