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giovedì 12 novembre 2020

LA FATA CARABINA

 
 
 
 

Daniel Pennac
LA FATA CARABINA
Feltrinelli
brossurato
240 pagine, 14 euro


Più giallo/noir o più grottesco? Più teatrino di personaggi improbabili, o più poliziesco con la caccia a un serial killer? O più affresco di costume? Difficile dirlo, probabilmente bisognerebbe ricavare per i romanzi del ciclo dedicato alla Famiglia Malaussène un genere tutto suo. Se qualcuno avesse cominciato a sospettarlo con il primo libro della saga, "Il paradiso degli orchi", con questo secondo "La fata Carabina" (La Fée Carabine), del 1987, ne avrebbe avuto la conferma. Benjamin Malaussène non lavora più come capro espiatorio presso i Grandi Magazzini, ma è stato assunto presso una Casa editrice con le stesse mansioni: addossarsi tutte le colpe. A casa sua, la mamma intanto si appresta a partorire una nuova sorellina nella già affollata Famiglia: anche questa senza padre, tanto ci pensano i fratelli (Benjamin in testa) a tirarla su. La casa è però ancora più affollata del solito, perché a giornalista d'assalto Julie Corrençon, di cui Benjamin è innamorato, l'ha riempita di vecchietti da salvare, i Nonni, come vengono chiamati. Salvare dalla droga: c'è infatti in giro una organizzazione criminale che ha scoperto il business dello spaccio di stupefacenti presso gli anziani, che quindi vanno disintossicati e controllati come in una comunità di recupero.I Nonni trovano una nuova ragione di vita nel raccontare storie ai piccoli di casa Malaussène. Drogare i vecchietti serve a liberare i loro appartamenti, che l'organizzazione acquista a poco prezzo e rivende, ristrutturati, a prezzo altissimo. Julie sta preparando uno scoop con cui intende denunciare il giro, ma i trafficanti la rapiscono e poi la gettano nella Senna per farla tacere: la ragazza finisce in coma. Intanto, nel quartiere parigino di Belleville, dove vive Benjamin, si aggira un serial killer che uccide vecchie pensionate e proprio una vecchia pensionata  uccide un poliziotto con un colpo in testa. I casi si intrecciano e si ingarbugliano così che, per uno strano gioco del caso e della sorte, proprio Malaussène finisce per essere il più probabile colpevole di tutto: perfetto capro espiatorio anche al di fuori del lavoro. Protagonisti al pari  di Benjamin, i poliziotti che indagano sul caso. Soprattutto due: il giovane Pastor, che riesce misteriosamente a far confessare chiunque finisca sotto il sui interrogatorio (i suoi colleghi non capiscono come faccia) e l'anziano Thian, che si traveste da vecchietta per cercare di attirare allo scoperto il serial killer. Fra i personaggi improbabili ma suggestivi c'è il croato Stojilkovicz, un vecchio amico di Benjamin, che ogni domenica guida un pullman carico di vecchiette a fare una gita turistica, e che finisce per addestrarle all'uso delle armi per difendersi dall'assassino. Senza dubbio il registro grottesco contamina le pagine (anche le più truculente) del noir, e va riconosciuto a Pennac un grande talento di tratteggiatore di personaggi e situazioni, tanto che si crede volentieri anche alle trovate più assurde e gli si perdona l'abuso del politicamente corretto più radical chic (i poliziotti sono razzisti e pestano gli arabi, i francesi devono portare il lutto e camminare a testa bassa per il loro colonialismo, i buoni sono tutti impegnati nel sociale, eccetera).

domenica 22 luglio 2018

STORIE DELL'ANNO MILLE




Tonino Guerra
Luigi Malerba
STORIE DELL'ANNO MILLE
Bompiani
1972, 224 pagine

Peccato che questo capolavoro, scritto nel 1972 da due mostri sacri della letteratura e del cinema, Tonino Guerra e Luigi Malerba, sia stato dimenticato (perlomeno, non se ne sente più parlare): quando lo lessi per la prima volta, appunto ai tempi della scuola - nell'edizione scolastica che adesso ho recuperato e letto di nuovo - "Storie dell'Anno Mille" veniva almeno consigliato ai ragazzi delle Medie inferiori; oggi non saprei se venga ancora fatto leggere - nel caso, dovrebbe. Mi chiedo anche (e non lo so) se nelle intenzioni dei due autori, che scrivono un libro leggero e profondo al tempo stesso, il pubblico a cui rivolgersi fosse proprio quello dei più giovani (a me pare che possano fruire più consapevolmente gli adulti). In ogni caso si tratta tanti racconti cuciti insieme, che  narrano le disavventure di una sgangherata combriccola di morti di fame: Millemosche, Pannocchia e Carestia. 
Siamo nel più buio Medio Evo. I tre si incontrano dopo essere scampati a una battaglia. Millemosche, che sostiene di essere un cavaliere, aiuta gli altri due a uscire da un pozzo, e quelli si mettono a fare la sua stessa strada. L'imperativo principale è  trovare qualcosa da mangiare, e con la fame dovranno fare i conti tutti e tre per tutta la durata del racconto. All'inizio pensando di vendere lo sterco per fare soldi. Poi incontrano tre frati e rubano loro i vestiti. Incontrano il Papa che li scambia per frati veri e pretende di essere confessato da Millemosche (indimenticabile la sequenza in cui Millemosca ascolta la confessione del Papa e capisce solo "us, um, ibus, orum").  Riparano in un convento, celebre per vendere come reliquia i peli della barba di un famoso santo (peli miracolosamente inesauribili, mentre altrettanto muracolosamente ai frati del monastero non cresceva mai la barba). Costretti a lasciare il convento dopo un fallito tentativo di mangiarsi il maiale dei monaci, si arruolano in un esercito di mercenari impegnato nell'assedio di un castello. Millemosche diventa il "braccio destro" del generale, in senso reale: avendo perso l'arto in battaglia, il comandente vuole qualcuno che gli cammini legato alle spalle e usi il braccio al posto suo: ma quando Millemosche schiaffeggia incautamente il feudatario che finanzia l'assedio, è costretto alla fuga con Pannocchia e Carestia. I tre vanno a caccia di mucche e i contadini vogliono bruciarli sul rogo. Arriva un temporale che spenge il rogo, e una donna offre loro ospitalità. Si accorgono che è lebbrosa e scappono a rotta di collo. Un fiume li porta fino al mare, dove si imbattono nei pirati saraceni, e fuggono inseguiti anche da quelli. Non c'è un vero e proprio finale: ma esiste un seguito intitolato "Nuove Storie dell'Anno Mille". E' un romanzo che si legge d'un fiato, con grande divertimento. Mancano le risate più grasse, ma il sorriso largo sulle labbra è costante. Gli episodi sono brevi, cuciti insieme con grande senso del ritmo. Al di là dell'umorismo leggero e spesso surreale, è evidente l'intento degli autori di smitizzare la Storia con la S maiuscola, e farsi beffa delle Grandi Vicende del Grande Medioevo, quelle che hanno per protagonisti i Grandi Re, i Grandi Guerrieri, i Grandi Papi. Qui la storia è terra terra, fatta di fame, di povertà, di miseria, di lotte per una noce marcia e di roghi e di lebbra e di peste. Il linguaggio scelto da Guerra e Malerba è apparentemente semplice, in realtà innovativo e sperimentale, ma ricco di efficacia. Frizzanti e vivacissimi i dialoghi. "Certo che i piedi sono un disastro. Sarebbe meglio non averceli. - Giusto. Se uno non ha i piedi non ha nemmeno il mal di piedi. - A me piacerebbe di non avere la pancia, così non avrei più fame. - E la schiena? A che cosa serve? Solo per avere il mal di schiena. Anche quella sarebbe meglio non avercela - A me sono i pensieri che mi disturbano. Penso troppo e poi mi viene il mal di testa. Mi piacerebbe non averci la testa".



sabato 13 maggio 2017

PANE E TEMPESTA





Stefano Benni
PANE E TEMPESTA
Feltrinelli (2009)
Universale Economica 2011
brossurato, 250 pagine, 8.50 euro

Ci sono anche il leggendario Bar Sport e la mitica Luisona, in questo romanzo folle, delirante ed esilarante di Stefano Benni. Anzi, la mission impossible del racconto è salvare il bar, e tutto il paese che lo contiene, dalla speculazione edilizia che lo minaccia. E' proprio il paese, a fare da protagonista, giacché i suoi archetipici abitanti costituiscono un tutt'uno, come accadeva appunto nei borghi di una volta, in cui ciascuno viveva interconnesso alla comunità di appartenenza in cui tutti si conoscevano e tutto era condiviso, con la piazza (e il bar) centro di gravità permanente. 
Montelfo, questo il toponimo della località, è un paese surreale. Non si può pretendere che i suoi abitanti non lo siano, e infatti non lo sono: come le figure di "Conversazione in Sicilia" di Vittorini sono archetipi di un inconscio collettivo. Però, diversamente da Vittorini, Benni scrive il suo apologo con piglio da umorista, mescolando le storie e descrivendo situazioni grottesche fuori da ogni verosimiglianza anche se più vere del vero nella loro allusività. Rispetto a "Bar Sport" il livello di deformazione del reale è molto maggiore (e ai miei occhi questo è un difetto), tuttavia la favola è buffa da ascoltare.
Non tutti i passaggi sono ugualmente divertenti, ma quando lo sono non di rado risultano esilaranti. Ognuno, probabilmente, riderà di scene diverse. A me ha fatto sghignazzare la storia del bar finito in eredità a un parente di città del vecchio proprietario morto travasando il vino: il locale non serve più a mescita e comincia a organizzare happy hours finché i clienti scandalizzati non riescono a riportare tutto a com'era prima. E la nostalgia per "com'era prima" sembra essere la morale dell'ultima pagina, di fronte a un mondo che cambia e distrugge le vecchie comunità.