sabato 26 novembre 2016

GESU' MESSIA DI ISRAELE




GESU' MESSIA DI ISRAELE
di David Donnini
Uno Editori
2015, brossurato
180 pagine, 13.90 euro

Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore (anche se non accademico), estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture aliene o di fantarcheologia della Bibbia (come il sempre meno credibile Mauro Biglino) ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha di recente potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnine non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio".
Fin qui Donnini. Personalmente non credo che sia blasfemo o eretico il ritenere i Vangeli frutto dell'opera di quattro (o più, com'è probabile) evangelisti e di secoli e secoli di copiature di amanuensi, in grado di aggiungere ed emendare parole o interi brani come capita in tutti i testi dell'antichità scritti a mano per migliaia di anni prima dell'invenzione della stampa. Non si mette in dubbio la storicità della figura del Cristo, né la grandezza del suo messaggio arrivato più o meno filtrato fino a noi, né la carismaticità della sua persona. Si tratta di capire cosa realmente successe in Palestina negli anni della sua predicazione, in quale contesto socio-politico essa avvenne, e come questi fatti possano essere stati raccontati nei secoli successivi dagli uomini che ne scrissero (nessuno dei quali testimone diretto). Ora, io non so se Bart D. Ehrman o David Donnini (come cento altri loro colleghi del medesimo avviso, più o meno sfumato) abbiano ragione: mi limito a prendere atto che esistono tesi diverse da quelle che mi hanno insegnato a catechismo. Per esempio, a me venne detto che Gesù non aveva fratelli, non era sposato, era originario di Nazareth e venne crocifisso dagli ebrei. Un sempre maggior numero di studiosi, a torto o a ragione, crede che invece avesse moglie, fratelli e figli, che possa essere nato e cresciuto a Gamala (Nazareth neppure esisteva), e che i responsabili della sua morte fossero, sic et sempliceter, i romani, i cui metodi spicci erano tali da portare al patibolo le teste calde fra gli ebrei (popolo ribelle quant'altro mai) con una frequenza e una facilità da far impressione. La versione secondo la quale, al contrario, Gesù fu vittima delle trame dei capi del suo stesso popolo e del voltafaccia degli ebrei (sui quali il suo sangue era destinato a ricadere) rientra, in questa logica, in un tentativo (iniziato da San Paolo, "inventore" del Cristianesimo) di separare i destini dei seguaci di Gesù da quelli degli Ebrei che, nel 70 dopo Cristo, vennero praticamente sterminati dai romani per chiudere con la loro guerriglia irriducibile. Se Gesù fosse stato visto come un ribelle giudeo, il Cristianesimo non avrebbe potuto diffondersi a Roma. Mi scuserà Donnini se banalizzo e riassumo in così poche frasi le articolate argomentazioni sa lui usate per compendiare studi ancora più complessi di una schiera di storici e biblisti.

lunedì 21 novembre 2016

VIAGGIO IN SARDEGNA




VIAGGIO IN SARDEGNA
di Michela Murgia
Einaudi
2008, brossurato,
200 pagne, euro 13.50

"Undici percorsi nell'isola che non si vede", spiega il sottotitolo e già chiarisce il punto di partenza: non si tratta di una raccolta di cartoline, di una guida turistica a uso dei bagnanti, di un elenco di luoghi comuni. L'autrice, Premio Campiello e sardissima a dispetto del cognome che fa venire in mente la Puglia, conduce il lettore nel cuore dell'isola, quello che dalle spiagge di certo non si scorge. E lo fa senza il provincialismo di chi vuol esaltare le bellezze di un luogo per il pur legittimo orgoglio di esserci nato, ma con la consapevolezza di chi ha coscienza del vero spirito di una terra e dell'autentico animo dei suoi abitanti e cerca di raccontarli con una scrittura chiara ma di grande respiro a chi, da lontano, ne ha una conoscenza filtrata da stereotipi, depliant di villaggi vacanze, notizie di cronaca nera del telegiornale. Si scopre subito come la cosa più interessante della Sardegna sono i sardi, misteriosi fin dalle risultanze genetiche, abituati a parlare più attraverso i silenzi che le parole, discendenti da società matriarcali di cui ancora oggi si tramanda il ricordo della grande importanza data alle donne, così marcati dal' "alterità" da sentirsi diversi non solo da quelli del "continente" ma anche dagli abitanti dei paesi vicini. E poi il mare: amico, forse, oggi, per il beneficio recato all'economia da chi va a prendere il sole sulle spiagge, ma nemico storicamente perché porta di ogni invasione. Ed ecco i nuraghi, da ciascuno dei quali un tempo se ne potevano vedere almeno altri due, e che comunicavano subito a grandi distanze, con fuochi accesi sulle sommità, se un pericolo incombeva sulle misteriose e antichissime comunità che li avevano eretti. Così bravi a difendersi, i dardi, rifugiandosi nell'interno aspro e impenetrabile della loro isola, che i romani, pur avendo pianificato la conquista e la colonizzazione della Sardegna, dovettero loro malgrado fermarsi sulle coste e chiamarono "barbare" le regioni dell'entroterra: da cui Barbagia, appunto. E quindi un popolo di contadini e di pastori, e non di naviganti e marinai, vestiti però di tutto punto, come se che invece di andare a pascolare le pecore o a zappare i campi partissero ogni mattina per una sfilata di moda, come già notava Lawrence nel suo diario di viaggio, descrivendo i pizzi e i merletti dei vestiti. La lettura della Murgia fa venire voglia di seguire gli itinerari da lei consigliati, lontani da quelli più battuti dai turisti. Ma anche senza partire, o in attesa di farlo, qualcosa in più sull'isola si riesce a capirlo.

domenica 20 novembre 2016

LA SOVRANA LETTRICE




LA SOVRANA LETTRICE
di Alan Bennett
Sellerio
2007, brossurato
95 pagine, 13.50 euro

E' difficile giudicare questo agile romanzo sull'amore verso i libri e su come la lettura possa cambiare la vita. Difficile perché se i libri davvero si amano e si è fatta esperienza di quanto possano arricchirci l'esistenza (e farci vedere le cose secondo scale di valori diverse da prima) si è portati a volerne dire bene: come non essere d'accordo con Bennett e condividere il suo intento? Però, poi, a conti fatti, ci si rende conto (almeno, io mi sono reso conto) di quanto sia ininfluente che la lettrice protagonista del racconto sia Elisabetta II regina del Regno Unito, piuttosto che un personaggio di fantasia, e di come, anzi, questa scelta sia dannosa in quanto disturbante e implausibile. Perché mai l'Inquilina du Buckingham Palace dovrebbe scoprire la lettura per caso solo in tarda età? Nel romanzo succede grazie a un pulmino che porta in giro una piccola biblioteca ambulante, in cui Elizebeth si imbatte per combinazione dopo essere uscita dal palazzo con i suoi cani. E possibile che in pochi mesi la sovrana riesca a leggere di tutto con una consapevolezza e una lucidità di giudizio da critico letterario professionista? E possibile che un suo assistente di nome Norman abbia letto e legga ancora di più, risultando in grado di dare consigli e scambiare pareri come il più informato dei competenti? Insomma, la faccenda disturba più di quanto affascini. Bisogna fare un bello sforzo per superare l'incredulità e accettare che la regina cominci a mettere in difficoltà (per il suo troppo leggere e il voler sempre parlare di libri) il suo entourage, la security, i diplomatici, e i ministri. I servizi segreti arrivano perfino ad allontanare Norman, e alla fine la sovrana sembra pronta al grande passo: diventare scrittrice a sua volta. Interessante il passaggio in cui la regina invita a cena intellettuali e scrittori, scoprendoli più piccoli dei loro libri. Tuttavia, quando si citano libri e autori che i lettori magari non conoscono, si dovrebbe cercare di far capire meglio a tutti di chi e che cosa su sta parlando, senza far sentire in colpa nessuno per la propria ignoranza in proposito ma anzi stimolando il desiderio di saperne di più. In generale ho trovato il libro interessante per lo spunto, ma a tratti uggioso. Un'occasione mancata, e dispiace.

venerdì 18 novembre 2016

LA REGOLA DELL'EQUILIBRIO



LE REGOLA DELL'EQUILIBRIO
di Gianrico Carofiglio
Einaudi
2014, brossurato
282 pagine, 19 euro

Mi è sempre sembrato di poter avvicinare l'avvocato Guido Guerrieri, il personaggio protagonista di questo e altri cinque romanzi di Carfiglio editi da Sellerio, al Matthew Hope di Ed McBain, avvocato anche lui, che compare invece in tredici libri dello scrittore americano. Sarà che McBain, noto soprattutto per la sua serie dell'87° Distretto, è uno dei padri fondatori del "procedural", ovvero del giallo che rispetta, con competenza, le vere procedure delle indagini di polizia, e anche Carofiglio è uno che ne capisce, visti i suoi trascorsi da magistrato. Peraltro capirne di procedure non statunitensi ma italiane (un labirinto di storture e di cunicoli per sotterfugi) è sicuramente un punto di merito a cui fare tanto di cappello, così come non si può non restare ammirati davanti all'abilità con cui l'autore pugliese riesce a spiegare a far comprendere anche ai non iniziati i risvolti della legge e a guidare i suoi lettori nei meandri delle consuetudini dei tribunali del Bel Paese. Si potrebbe etichettare "La regola dell'equilibrio" come un legal thriller o come un giallo giudiziario, se non fosse che di thriller non c'è niente e di giallo, tutto sommato, ancor meno. Guido Guerrieri è uno straordinario personaggio a dispetto della sua antipatia (sempre pronto a sottolineare quanto lui abbia letto gli autori che contano, mica i romanzetti che comprano tutti, e ascolti la musica migliore parlando con una certa spocchia dei gusti degli altri, per non parlare delle paturnie etico-politiche che lo elevano sopra il livello dei comuni mortali, per cui pare provare un certo disgusto radical chic), tormentato dalla sua solitudine seguita a un divorzio che ha subito, in preda ad astratti furori che sfoga sul suo sacco da boxe. E' interessante e coinvolgente seguirlo nei suoi casi personali, nelle sue visite in libreria, nelle sue fermate al bar, nei suoi problemi di salute, nei giri per le strade di Bari (esplorata in tutti i quartieri). Carofiglio non ha bisogno di una vera e propria storia gialla per farsi leggere. Anzi, i casi che racconta tutto sommato sono probabili più che plausibili, a differenza di quelli dei delitti delle camere chiuse, e riguardano sempre personaggi verosimiglianti, che sembrano tolti di peso dall'osservazione attenta della realtà. Per di più, per fortuna, non è un poliziotto e questo ci risparmia l'ennesimo Commissario. Inoltre, punto di merito non da poco, benché Carofiglio provenga dalla magistratura, sposa il punto di vista di chi difende gli imputati: caso encomiabile in un paese di giustiziasti e di processi in piazza. In passato, però, le indagini dell'avvocato Guerrieri erano state un tantino più elaborate: si arrivava alla verità lungo un percorso di avvicinamento. Ne "La regola dell'equilibrio", invece, la verità viene semplicemente servita sul piatto d'argento da Carmelo Tancredi, amico di lungo corso dell'avvocato, che a un certo punto gli rivela come stanno le cose. Il poco che c'è da indagare (la raccolta di confidenze nel tribunale di Lecce che indaga su un magistrato garantista di Bari, Pierluigi Larocca) viene indagato da Annapaola Doria una investigatrice privata, che gira con una mazza da baseball in borsa e che, come Lisbeth Salander, gira in moto, ed è androgina e bisex. Il bello del romanzo (che è, appunto, bello) consiste non tanto nell'indagine quanto nei problemi di coscienza che un conflitto di interessi interiore ma anche legale e pratico pone a Guido Guerrieri nel maneggiare un caso molto ma molto delicato, e benissimo raccontato. Mi offro comunque all'autore per spiegargli con una dotta conferenza il senso del testo di "Ti amo" di Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi, su cui si ironizza a metà racconto, a patto che lui mi spieghi quello di altre canzoni americane che, essendo in inglese, meno si prestano a venir prese in giro ma volendo ce ne sarebbe, oh se ce ne sarebbe.

giovedì 17 novembre 2016

IL NOSTRO GALLIENO FERRI


IL NOSTRO GALLIENO FERRI
a cura di Stefano Bidetti e Francesco Pasquali
Edizioni forum SCLS
2016, 120 pagine
brossurato, 5 euro

Non si può sfogliare questo libro senza commuoversi, a partire dalla dedica: "AAAHYAAAKK Gallieno, con te se ne va l'ultimo degli autori che hanno fatto grande la storia del fumetto italiano. Grazie per 55 anni di emozione, i tuoi figli zagoriani". Seguono decine e decine di testimonianze e di ricordi di Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor scomparso nell'aprile 2016, di autori ma anche e soprattutto di lettori, tutti elencati in stretto ordine alfabetico, e dunque con i disegni dedicati a Ferri da artisti come Paolo Bacilieri o Sergio Tisselli (solo per indicarne due a caso) che si alternano ai messaggi degli appassionati. Alcuni disegnatori, su testi di Stefano Bidetti, hanno realizzato delle vere e proprie tavole con brevi e ben riusciti racconti a fumetti di quattro vignette in cui Zagor incontra il suo autore. Leggere gli scritti e guardare gli omaggi grafici fa capire quanto Gallieno sia stato amato come uomo e come illustratore di sogni. Valutando la quantità di saggi (biografie, photobook, portfolios, numeri speciali) sono stati dedicati alla sua arte soprattutto nell'ultima parte della sua vota, si percepisce anche la sua importanza artistica. Fra i tanti partecipanti al volume c'è anche il mio nome. Con sorpresa ho scoperto che, oltre al testo interno, una mia frase è stata estrapolata in quarta di copertina, quasi a sintetizzare il senso del libro: "Si dice sempre che non bisognerebbe conoscere i propri miti, perché si rischia di restarne delusi: tu invece eri ancora migliore della pur bella immagine che di te avevano i lettori". Tutto il materiale contenuto nel volume (che brilla per cura editoriale e qualità di carta e di stampa) è stato reso disponibile anche in Rete e chi ha acquistato l'edizione cartacea ha soltanto rimborsato i realizzatori (Stefano Bidetti e Francesco Pasquali) delle spese di stampa.

mercoledì 16 novembre 2016

IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA






IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA
di Robert Louis Stevenson
Prìncipi & Princìpi
2011, cartonato
45 pagine, 12 euro

Al mare, sotto l'ombrellone, sulla spiaggia.
"Babbo, che cosa stai leggendo?"
"Un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, l'autore de 'L'isola del Tesoro'. Oppure, se preferisci, un suo racconto lungo, Alice".
"Come si intitola?"
"'Il diavolo nella bottiglia'".
"E' bello?"
"Straordinariamente bello. Un gioiello. Pagine in cui non c'è una parola in più, né una di meno di quelle che ci devono essere".
"A me non sembra tanto lungo".
"In effetti, no. Potresti leggerlo qui sotto l'ombrellone, iniziandolo adesso e finendolo prima che sia ora di andare a mangiare".
"Perché non lo leggi tu a voce alta?"
"Va bene. Te lo leggo. Dimmi tu se ti stanchi e non vuoi più sentire il seguito".
Comincio a leggere. La storia de "Il diavolo nella bottiglia" è ipnotica: una volta capito il diabolico (è il caso di dirlo) meccanismo, non c'è modo di staccare gli occhi dal libro, curiosi di sapere come va a finire.
In poche parole, il succo è questo (spero che Stevenson non si rivolti nella tomba per come banalizzo la sua storia e la faccio breve).

Un giovane hawaiano senza troppi mezzi, di nome Keawe, il cui sogno più grande è vivere in una bella casa, incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Però, perché ciò si avveri, gli devono essere chiare tre regole: 1) se lui morirà possedendo quella bottiglia, finirà all'inferno perché in cambio dei suoi servìgi il diavolo pretende un'anima; 2) per evitare di finire all'inferno, dovrà cercare di vendere la bottiglia a qualcun altro, però a un prezzo inferiore a quello da lui pagato (se lo si vende a un prezzo superiore o uguale la bottiglia torna indietro); 3) la vendita deve essere fatta senza nascondere all'acquirente il patto che si sottintende accettato con l'acquisto (chi compra, deve conoscere le regole del gioco, insomma, e non può essere truffato non dicendogliele).

Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, così da potersi permettere la villa dei suoi sogni. Non solo: poiché conosce una ragazza bellissima, Kokua, che lei si innamori di lui.
A questo punto, Keawe si impaurisce: ha tutto ciò che desidera, ma se gli capitasse di morire perderebbe l'anima. Il prezzo che lui ha pagato per comprarla è già molto basso, e più l'oggetto incantato passa di mano, più è difficile trovare il modo di farlo pagare di meno, dato che chi compra dovrà poi convincere un altro che egli sarà in grado di fare altrettanto. Si avvicina insomma il momento in cui la bottiglia resterà fatalmente in mano a qualcuno. Riesce però a vendere la bottiglia a un amico che sogna di possedere una nave: gli spiega che può averla, e riesce a liberarsi del demone.
Ma, dopo qualche anno, Keawe scopre di essere malato di una terribile malattia incurabile, che comporterà non solo la sua morte, ma lo strazio della bella Kokua che lo ama follemente. Per guarire, l'unico modo è cercare di ricomprare la bottiglia. Ma dove sarà finita? Ripercorrendo tutti i passaggi di mano, Keawe trova chi la possiede attualmente, il quale è ben lieto di vendergliela, ma... ormai il prezzo è così basso che, se lui la ricompra, non troverà più nessuno a cui cederla. Che fare, dunque?

Arrivato a questo punto, mi accorgo che non soltanto Alice non ha chiesto che smettessi di leggere e mi ascolta incantata, ma che tutte le persone sedute sotto gli ombrelloni attorno sono zitte a sentirmi a leggere, e aspettano che finisca il racconto.
 Però, guardo l'orologio.
"Ehi, ma è l'ora di andare a mangiare! ...Basta così, siamo già in ritardo! ...Il racconto lo finiremo stasera a casa".

lunedì 7 novembre 2016

IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE



IL NUOVO TESTAMENTO: UNA INTRODUZIONE
di Bart D. Ehrman
Carocci
2015, 570 pagine, 
brossurato, 35 euro

Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: non è un trattato di teologia. Almeno, non nell'accezione confessionale del termine. Non è un libro religioso, o almeno non si rivolge a credenti di una fede piuttosto che di un'altra. Ai fini della lettura è assolutamente indifferente credere o non credere in Dio e ritenere o non ritenere Gesù Cristo suo figlio morto sulla croce per i nostri peccati. Di che cosa parla, allora, questo corposo e affascinante tomo? Semplice: esamina il Nuovo Testamento (ventisette libri scritti in lingua greca da quindici o sedici autori diversi tra il 50 e il 120 della nostra era) dal punto di vista filologico e storico, trattando cioè i testi che per molti sono sacri come testi suscettibili di studi tecnici e scientifici. Si valuta cioè una possibile datazione, ci si interroga sull'identità degli estensori, si inseriscono gli scritti in un contesto e in un genere letterario paragonandoli ad altri simili che non fanno parte della Bibbia o che appartengono a letterature diverse da quella giudaica. Bart D. Ehrman, insegnante presso l'Università della North Carolina è un grande esperto di studi biblici e di letteratura cristiana antica, e autore di molti saggi sulla figura storica di Cristo e sui vangeli apocrifi. Di lui, ho letto già molto: quanto basta, almeno, per essere certo della sua affidabilità di studioso. Del resto, Ehrman non propugna tesi rivoluzionarie ma riferisce, con rigore, i risultati delle ricerche più recenti presentando ciò che la maggior parte degli esperti ritiene ma tenendo conto anche del parere, magari opposto, di altri. Il livello del saggio è scientifico ma il tono divulgativo, con una gran quantità di box riassuntivi e sezioni di approfondimento degli argomenti che facilitano l'approccio ai non iniziati. Prima di ogni analisi, l'autore spiega anche il metodo seguito che può variare a seconda del tipo di testo che si esamina. Chiunque voglia capire davvero in che cosa consista il Nuovo Testamento, al di là di ciò che viene poi presentato nei catechismi o nelle letture domenicali in chiesa, troverà interessante e scoprirà verità insospettabili, come per esempio quella della datazione dei Vangeli, scritti fra i 35 e i 65 anni dopo la morte di Gesù da autori anonimi che in nessun caso dicono di essere stati testimoni dei fatti raccontati. Più recenti sono invece alcune Lettere di San Paolo, che pur comparendo dopo nell'ordine canonico dei testi, sono fra i primi a essere stati scritti. Del resto anche i Vangeli non sono in ordine. Quello di Marco, il Vangelo più antico, viene presentato come secondo dopo Matteo (perché Marco non contiene accenni all'infanzia di Gesù). Non sappiamo naturalmente chi sia Marco né chi sia Matteo (di sicuro non due Apostoli), ma del resto non sappiamo neppure chi abbia scritto molte delle Lettere di San Paolo, dato che è certo come non siano tutte opere del fulminato sulla via di Damasco. Di ogni testo si esaminano la struttura, lo stile, la lingua, la cultura dell'autore, i suoi intenti, il pubblico a cui si rivolgeva, il contesto storico, le differenze nelle varie versioni che ci sono giunte. Insomma, lasciando perdere ogni discussione sull'ispirazione divina degli scritti, questi vengono dissezionati come se fossero oggetti da sottoporre a ogni sorta di indagine tecnica e scientifica. Il risultato è quello di assistere a una spettacolare visita guidata nei sotterranei di una chiesa di solito chiusi al pubblico.

venerdì 21 ottobre 2016

CHI PERDE PAGA





CHI PERDE PAGA
di Stephen King
Sperling & Kupfer
2015, cartonato
470 pagine, 19.90 euro

Di nuovo un romanzo di King fuori dal suo classico solco horror-soprannaturale. Qui la paura è tutta terrena: si tratta di un poliziesco, o meglio di un thriller. Genere in cui il Re se la cava benissimo, peraltro, anche se non rifulge come nel guardino di casa sua. In ogni caso, un aggancio con un altro thriller non soprannaturale c'è: qualcosa nello spunto che mette in moto la vicenda ricorda "Misery". Infatti, si parte da uno scrittore ucciso da un suo fan fuori di testa dopo la pubblicazione del terzo romanzo di una trilogia che, a parere del folle, avrebbe rovinato tutto. Il folle si chiama Morris Bellamy, lo scrittore (in cui si può riconoscere un vago riferimenti a Salinger) John Rothstein, celebre per il suo personaggio di Jimmy Gold. Nel 1978, Bellamy uccide Rothstein e gli sottrae, oltre al denaro contante chiuso in cassaforte, una voluminosa massa di taccuini su cui sono stati scritti a mano i romanzi non pubblicati dello scrittore, che si è ritirato dalle scene. Un altro crimine commesso dall'assassino (uno stupro) lo fa però finire in prigione per trent'anni, dopo che ha nascosto il bottino in un baule sepolto in un campo. Un ragazzo, Pete Saubers, trova per caso la refurtiva. Utilizza i soldi per aiutare, di nascosto, la sua famiglia in difficoltà (il padre è rimasto invalido nella strage compiuta da Mr. Mercedes in un precedente romanzo di King) e nasconde i taccuini, finché si rende conto che rivendendoli potrebbe rimediare altri soldi. Ma nel frattempo Bellamy è uscito di prigione e rivuole quello che ritiene suo... gli elementi per una storia di brividi e tensione ci sono tutti e King li maneggia da par suo (anche se "Misery" resta inarrivabile). Insolito è il fatto che oltre al padre di Pete, Tom, compaia nel romanzo anche il poliziotto in pensione Bill Hodges, lo stesso che in "Mr. Mercedes" catturò il serial killer un attimo prima che facesse esplodere una bomba allo stadio. Il serial killer in questione, Brady Hartsfield, è in coma in un letto di ospedale, e Hodges lo va a trovare regolarmente per controllare che non abbia riacquistato conoscenza e la sua capacità di uccidere. Nel finale di "Chi perde paga" sorgono i dubbi che l'assassino possa risvegliarsi: si sa infatti che Stephen King ha in serbo un terzo capitolo di una trilogia di cui "Finders Keepers" (cioè il thriller di cui stiamo parlando) è il secondo.

martedì 27 settembre 2016

DARIO E DIO



DARIO E DIO
di Dario Fo e Giuseppina Manin
Guanda
2016, brussurato
180 pagine, 15 euro

"Esiste?" "No che non esiste". "Sicuro?" "Non c'è, non esiste, non ci credo. Però..." "Però cosa?" "Che invenzione! Come diceva Voltaire, Dio è la più grande invenzione della storia". Questo è l'inizio del libro-intervista di Giuseppina Manin in cui l'autrice colloquia con Dario Fo a proposito di Dio, della Bibbia, della Chiesa, delle religioni e della spiritualità in genere. Dario Fo non è, in questo caso, né blasfemo né dissacrante. Anzi, ammette persino di sentire attorno a sé la presenza di Franca Rame e di sua madre, che lo aiuterebbero a prendere le decisioni giuste. Tuttavia, conduce con acutezza una analisi critica e scettica su quanto ci propone il catechismo, tessendo però le lodi di Papa Francesco e di Don Gallo. Le parti più uggiose sono quelle in cui Fo va fuori tema tirando fuori, per esempio, gli anni delle sue proteste con le basi americane in Italia. Invece, quando tratta di vangeli apocrifi e di antiche tradizioni e leggende, anche di altri popoli e culture, il testo è assolutamente interessante e godibile. Va detto che le ironie sulle contraddizioni e le assurdità della Bibbia sono fin troppo facili: è chiaro che di fronte a Dio che chiede a Abramo di sacrificare Isacco non si può credere che le cose siano andate davvero così e c'è da immaginare che quello sia il modo con cui gli ebrei decisero che non si dovevano fare immolazioni umane alle divinità al contrario di quanto facevano popoli vicini. Però la Bibbia presa alla lettera è davvero assurda (come l'idea che un Dio si possa stancare dopo sei giorni di creazione e debba riposarsi il settimo). La conversazione con Dario Fo è stimolante e gradevole, si legge con piacere.

martedì 20 settembre 2016

DIAVOLO D'UN SANTO!



DIAVOLO D'UN SANTO! 
Il fantastico mondo di Padre P.
di Bruno Magno
Memori
2011, brossurato, 
130 pagine, 10 euro

Benché non se ne citi mai il nome per esteso (non si sa mai), è chiaro che il Padre P. a cui allude il sottotitolo è un cappuccino con le stigmate recentemente salito agli onori degli altari per volere di un certo Papa che, dando un giudizio diametralmente opposto a  quello di un suo predecessore, ha ritenuto santo quello che altri giudicavano un ciarlatano. Ora, siccome sono stati fatti santi sia Padre P. che il Papa predecessore in questione, chissà in Paradiso come avranno risolto la questione. In ogni caso, Bruno Magno se la cava in modo egregio perché non mette in dubbio nessun evento prodigioso riguardante il cappuccino: anzi, ne propugna l'assoluta verità. Con l'aria del più pio dei devoti, racconta fatti incredibili (tutti ritenuti veri dagli agiografi del santo) ottenendo effetti esilaranti. Margherita Hack (autrice della prefazione) dice di aver fatto delle belle risate, e Sergio Staino, autore di alcune vignette che illustrano il testo, non è da meno. Di sicuro è divertente il miracolo di Padre P. che compare in visione al generale Cadorna, responsabile di una disfatta militare costata la vita a migliaia di soldati, e ne evita il suicidio: i soldati superstiti che ci speravano (nel suicidio) si profondono in ringraziamenti biascicati tra i denti. Per non parlare delle tentazioni notturne operate dal demonio in grado di assumere le forme più varie entrando nella cella del futuro santo, tra cui quelle femminili. "Bis in hebdomanda copulabat cum muliebre", "fornicava con una donna due volte alla settimana", scrissero gli inviati delle alte gerarchie della Chiesa. Giustamente Bruno Magno nota: "Solo lo zampino del diavolo può spiegare il successo arriso a una tale immonda campagna contro un uomo che in tutta la vita ha coltivato la virtù della purezza". C'è poi il miracolo del frate volante visto da un pilota di un bombardiere intenzionato a scaricare i suoi ordigni sulla zona del convento: Padre P. lo distoglie dal farlo, e le bombe colpiscono e fanno vittime altrove, ma non dove vive il santo. Insomma, una agiografia scritta dalla parte di Padre P. raccontando fatti così veri da non crederci.

domenica 11 settembre 2016

COMPLOTTI, BUFALE E LEGGENDE METROPOLITANE



COMPLOTTI, BUFALE E LEGGENDE METROPOLITANE
UN'INDAGINE SCIENTIFICA
a cura di Massimo Polidoro
Focus
2013, brossurato
210 pagine

Nella sua prefazione, Piero Angela racconta un divertente aneddoto. Durante la presentazione del suo libro "Viaggio nel mondo del paranormale" (1977), un signore lo accostò e gli disse; "Io so perché lei parla solo in modo negativo della parapsicologia: perché durante la sua inchiesta lei ha scoperto che queste cose sono vere e i Centri di Potere (che si servono segretamente di queste energie) l'hanno ora obbligato a dire che non c'è niente di vero, per impedire che la gente venga a sapere la Verità". E nella sua postfazione, Umberto Eco scrive: "La sindrome del complotto è antica quanto il mondo. Quanto la credenza, cioè, in divinità i cui capricci o voleri reggono ogni cosa. Le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano e spesso non ci soddisfano perché ci fa male accettarle. Dietro a ogni falso complotto, si cela sempre il complotto di qualcuno che ha interesse a presentarcelo come vero". Se è vero, come si dice, che dietro praticamente a tutto c’è la mano di un invisibile manovratore intento a tessere trame, a manipolare le informazioni e a controllare il corso degli eventi, allora il Cospiratore per eccellenza è Dio, il “grande vecchio” per antonomasia, artefice di quel colossale complotto cosmico che è la Creazione. Oppure è il Diavolo, l’Ingannatore supremo, il cui inganno più grande è quello di far dubitare della sua stessa esistenza. Anche senza voler portare alle estreme conseguenze la convinzione comune che qualcuno stia tramando contro di noi, i paradossi con cui abbiamo esordito dimostrano quanto sia facile sublimare in qualcosa di universale e di trascendente la figura del complottista, di cui da sempre l’uomo sente l’alito sul collo. Per qualcuno, dietro a tutto ci sono gli alieni (sarebbero stati loro a portare la vita sulla Terra per compiere un esperimento scientifico), per altri i servizi segreti americani (i quali si sarebbero addirittura buttati giù da soli le Torri Gemelle), per altri ancora gli Uomini in Nero che cercano di non far divulgare le notizie su Atlantide. Poi ovviamente ci sono i persuasori occulti televisivi, le logge massoniche, i priorati di Sion e l’Opus Dei, mentre è scontato che la morte di John Fitzgerald Kennedy e papa Luciani nascondano segreti irrivelabili (rivelati però da libri e film di grande successo). Per chi crede alle Teorie del Complotto, la Storia non è mai andata così come la raccontano i libri di scuola, e i fatti di cronaca non sono quelli che ci fanno credere i telegiornali. C’è sempre qualcuno, dietro, che manipola la realtà. Manzoni ci insegna che per spiegare le epidemie di peste, nel Seicento si dava la caccia agli “untori” (artefici di una cospirazione di cui comunque sfugge il senso). Nel 1964 lo storico Richard Hofstadter, scrisse un saggio intitolato "The Paranoid Style in American Politics", in cui sosteneva che la convinzione dell'esistenza di complotti ha caratterizzato la storia degli Stati Uniti fin dalla rivoluzione americana. 

Uno dei libri più interessanti sulla Teoria del Complotto è però opera proprio di Umberto Eco. Si tratta de “Il pendolo di Foucault”, romanzo del 1988 che racconta il progressivo scivolare verso la follia di tre membri del piccolo staff di una casa editrice che, volendo varare una collana di libri sull’occulto, finiscono per trovare le prove, apparentemente inconfutabili, di una cospirazione, da loro definita “il Piano” (con la maiuscola), che attraverserebbe tutta la storia dell’umanità. Le tracce del grande complotto vengono dapprima scovate in un misterioso documento che parla dei Templari, ma poi, vorticosamente, tutto finisce per venire compreso in un gioco di strabilianti rimandi alla cabala, ai Rosacroce, ai culti dell’Antico Egitto, che servono per spiegare anche la cronaca più recente. Le prospettive interpretative aperte dal “Piano” sono così vertiginose da far impazzire coloro che ci credono. Scrive Eco: “L'umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull'autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli”. L’uomo è fatalmente attratto dalla paraidolia, cioè la tendenza a vedere qualcosa che abbia un senso anche in quello che non ne ha: per esempio, il riconoscere delle figure nel caos delle nubi. Così, finiamo per spiegare il male con un Cattivo (o un Antico Nemico) che cospira contro di noi. Arrivati in fondo, si scopre che tutto è sorprendentemente molto più semplice: non c’è nessuna grande cospirazione, per la delusione di chi è convinto che l’impresa dell’Apollo 11 sia stata inventata della NASA e che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. 

Massimo Polidoro, brillante scrittore ed esponente del CICAP (un comitato che ha come scopo quello di "smontare" le bufale pseudoscientifiche), raccoglie in questo libro una trentina di articoli scritti da esperti di varie discipline che smentiscono le più comuni ipotesi di complotto, dal caso Kennedy al segreto di Rennes-le-Chateau, passando per le scie chimiche e le Torri Gemelle. In appendice, il kit per difendersi da soli dalle bufale, chiedendosi sempre qual è la fonte delle affermazioni, come sono state controllate, se ci sono secondi fini, e via dicendo. Liberi tutti di credere alla profezia di San Malachia piuttosto che all'origine aliena dei cerchi nel grano: tuttavia, volendo sentire qualche campana di segno opposto, questo libro è agile e stimolante. 

Nel caso foste interessati, anche io sul mio blog "Freddo cane in questa palude" mi sono cimentato in disquisizioni sull'argomento. Di seguito alcuni link.

sabato 10 settembre 2016

UGO FOSCOLO INDAGATORE DELL’INCUBO




UGO FOSCOLO INDAGATORE DELL’INCUBO
di Davide La Rosa
Saldapress
2015, brossurato
160 pagine, 10,90 euro

Davide La Rosa (Como, 1980) nasce come autore nel 2005 grazie a delle strisce pubblicate sul suo blog, poi si autoproduce e quindi arriva ai libri. Si devono a lui, e ne pagherà il fio prima o poi, gli Zombie gay in Vaticano e le Suore Ninja che hanno spopolato a Lucca, in giro per fiere, in fumetteria e in generale tra i lettori di nuova generazione. Quanto a questo "Ugo Foscolo Indagatore dell'Incubo", folle e delirante, la prima impressione è che sia disegnato con i piedi (vien da dire: saprei fare di meglio persino io). Ma si tratta, appunto, soltanto di una impressione. In realtà La Rosa è il fondatore, con Emiliano Mattioli, della rivista "Fumetti Disegnati Male" (2004) che propugna l'ideologia del "disegnomalismo", nella cui messa in pratica indubbiamente eccelle. Però, dopo il primo sconcerto, ci si accorge che gli scarabocchi di Davide fanno sorridere. Poi, che fanno ridere. Quindi, che l'autore non è scemo, e poi che c’è perfino un po’ di cultura. Infine ci si deve arrendere di fronte alla sua intelligenza. Gli scarabocchi sono funzionali al suo umorismo dissacrante e tutt'altro che demenziale in quanto demenziale all'ennesima potenza. Parodia, satira, citazionismo, multimedialità e metafumetto sono soltanto alcuni degli elementi di un racconto che cambia sotto i nostri occhi divertiti da tanta assurdità che però così assurda alla fie non è. La cosa più divertente, però, alla fine, è quel che è capitato a me (lettore fra tanti): ho trovato la mia copia in una libreria Feltrinelli nello scaffale della critica letteraria. Il titolo, in effetti, è fuorviante.

venerdì 9 settembre 2016

ANIMA



ANIMA
di Paolo Eleuteri Serpieri
Lo Scarabeo
2016, cartonato, 80 pagine

Una procace ragazza bionda che vive in un mondo diverso dal nostro, si sveglia nella sua capanna e salita a cavalcioni di un grottesco mostro volante esplora la foresta sottostante la sua rupe. Atterrando per rinfrescarsi, va incontro a un susseguirsi di avventure fantastiche (erotiche, drammatiche, divertenti, orrorifiche, oniriche). Il tutto, raccontato dall'autore senza neppure un balloon. Il Serpieri "verboso" dei precedenti volumi di Druuna qui sceglie di narrare senza ricorrere alle parole e si fa comunque capire benissimo, incantando come sempre i suoi lettori. Già, ma che c'entra, appunto, Druuna? In copertina compare infatti la dicitura "Druuna Zero". Quindi dovremmo essere di fronte a una sorta di prequel. In effetti è proprio così, ma per scoprire come stanno realmente le cose dobbiamo aspettare il sorprendente finale. L'autore e l'editore hanno chiesto al sottoscritto una prefazione, che è stata tradotta in apertura di volume in tedesco, inglese e spagnolo. Nella mia introduzione, intitolata "Storie a forma d'elefante", collego quest'opera di Paolo Eleuteri Servirei con la “rivoluzione umanoide” propugnata a partire dal 1975 sulle pagine della rivista “Métal Hurlant”. Les Humanoides Associés, ovvero Gli Umanoidi Associati, erano un gruppo di autori francesi nato nel 1974 e costituito da Jean Giraud (alias Moebius), Philippe Druillet, Jean-Pierre Dionnet e Bernard Farkas, divenuti editori di se stessi. Dichiarò Moebius: «Non c’è alcuna ragione perchè una storia sia come una casa con una porta per entrare, delle finestre per guardare gli alberi e un camino per il fumo. Si può benissimo immaginare una storia a forma di elefante, di campo di grano, o di fiammella accesa». Insieme a Moebius, Druillet e gli altri inventano un nuovo modo di fare fumetto, i cui capisaldi vengono elencati in un celebre manifesto, dove l'estro grafico prevale sulle istanze della sceneggiatura e cominciano a sperimentare nuovi modi per fare fumetto, basati sulla dissoluzione dell’intreccio, della verosimiglianza e della struttura logica. Si dissolvono anche i confini tra i generi. E’ a questo tipo di poetica che Paolo Eleuteri Serpieri si richiama realizzando “Anima”, ovviamente rielaborando le esperienze altrui attraverso il proprio, originale e personale estro artistico e creativo. Il tutto senza bisogno di parole, contando sulla forza (talvolta, sulla potenza) delle sole illustrazioni. I disegni di Serpieri, per quanto ricchissimi al punto da dare l’illusione che niente sia lasciato all’immaginazione del lettore, in realtà sono massimamemte evocativi: catturano a tal punto da trascinarci nelle pagine e farci sentire suoni, odori, sapori, sensazioni tattili. Per di più, alla fine non mancherà la sorpresa di vedere chiudere un cerchio di cui non sospettavamo neppure l’esistenza (un vero gioco di prestigio), perché se si è in grado di creare un universo, si può anche, con lo stesso potere, chiudere quell’universo dentro un altro.

martedì 23 agosto 2016

IL POSTO



IL POSTO
di Annie Ernaux
L'Orma
2014, brossurato,
120 pagine, 10 euro

Leggo nel risvolto di copertina: "'Il posto' è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell'intento più ambizioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l'esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi". Non si potrebbe commentare meglio il senso di questo libro, se non forse, ricorrendo, non senza forzatura, al verbo "sublimare", inteso nel senso di trasformare un qualcosa di umile in qualcosa di nobile, e nobile, in questo caso, perché in grado di rappresentare l'essenza della nostra vita e della nostra storia. Annie Ernaux, nata a Lillebonne (Francia) nel 1940, che con "Il posto" ha vinto il Prix Renaudot nel 1984 (è una sorta di Premio Strega d'Oltralpe, assegnato fin dagli anni Venti), parte raccontando la morte di suo padre, avvenuta all'età di sessantasette anni, nel 1982. L'uomo, di cui non si fa mai il nome, gestiva con la moglie (la madre dell'autrice) un piccolo bar con annessa rivendita di generi alimentari in un paesino della Senna Marittima. I periodi della narrazione sono brevi, le parole essenziali, le frasi taglienti come rasoi. La commozione (pur evidente) della Ernaux non le impedisce di essere gelida, chirurgica, nella descrizione dei gesti e degli ambienti poveri e dignitosi nella sua casa di origine. La vestizione del cadavere, la visita dei parenti, il funerale. E poi i ricordi, che suggeriscono all'autrice un libro sulla vita del defunto. Quindi, la convinzione che scrivere un vero e proprio romanzo sia impossibile. "Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell'arte, né di provare a far qualcosa di 'appassionante' o di 'commovente'. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un'esistenza che ho condiviso anch'io. Nessuna poesia del ricordo. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali". Fatta questa dichiarazione di intenti, la Ernaux comincia "qualche mese prima del Novecento, in un paese nel Pays de Caux, a venticinque chilometri dal mare". Lì viveva suo nonno, che lavorava in una fattoria come carrettiere: "ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione come cominciava sempre con 'non sapeva né leggere né scrivere". Quindi, la vita del papà di Annie comincia nella più nera miseria, e il resto è un percorso di lento affrancamento che corrisponde a quello di un'intera società. L'uomo prima fa il contadino, poi l'operaio. Sa quali sono i suoi doveri, qual è il suo posto. Lavora per migliorare la propria condizione e quella della propria famiglia, d'accordo con la moglie, con cui battibecca senza litigare mai, in uno sforzo costante di conservare comunque rispetto e decoro nonostante la povertà di mezzi e di istruzione. Riesce, primo fra tutti nella sua famiglia di origine, a divenire proprietario della casa in cui vive, per quanto misera, e quindi apre un esercizio commerciale, sempre a rischio di chiusura per la concorrenza di quelli "più grossi" protetti, a suo dire, dal governo. Intanto passano le stagioni delle epidemie (la difterite si porta via a sette anni la prima figlia), della guerra e dei bombardamenti (l'uomo si dà da fare nel vettovagliamento dei civili), della ricostruzione (che permette l'apertura di negozi più belli e moderni in centro, con il conseguente ridimensionamento delle vecchie drogherie di periferia). Ci sono poi gli studi di Annie, che diventa una insegnante: il padre ne percepisce la diversità, la figlia è diventata colta e letterata, altro da lui che legge poco e non sa di che cosa parlarle. Quando lei porta a casa il fidanzato, anche lui istruito, il padre si preoccupa di non far fare brutta figura alla figlia per le sue umili origini. Quindi i primi segni di vecchiaia, le fatiche degli anni, la senilità. Non c'è niente, nella vita di quest'uomo, su cui scrivere un romanzo: nessuna impresa su cui farci un film. Eppure la si segue riconoscendo la vita dei nostri padri e dei nostri nonni, e ci si commuove anche se niente è stato scritto per far scorrere una lacrima.

domenica 14 agosto 2016

PORCO GIUDA!



PORCO GIUDA!
di Giampaolo Merciai
La Lettera Scarlatta Edizioni
2016, brossurato, 
360 pagine, 17.50 euro

Probabilmente il titolo non consente di capire bene subito di che tipo di romanzo si tratti. Parlandone con l'autore, la spiegazione che vien fuori è questa: da un lato, "porco giuda!" è una delle esclamazioni che si ripetono, in bocca al protagonista Gianrico; dall'altro, si allude al tradimento che è per l'appunto uno dei temi su cui si sviluppa la trama (e Giuda, si sa, è il traditore per antonomasia). Il primo paragone che viene in mente procedendo con la lettura, per lo più avvincente, è con Dan Brown. Una sacra reliquia, un monaco, un mistero religioso, un morto in apertura di storia che lascia un messaggio cifrato, una sorta di caccia al tesoro in giro per il mondo. Tuttavia, se la comparazione serve a dare un'idea del genere di thriller imbastito da Merciai, sarebbe sbagliato ritenere il suo romanzo una imitazione del "Codice da Vinci". Diciamo che l'accostamento serve a delimitare un ambito. Merciai, classe 1944, pratese purosangue (nato dentro le mura, come lui ci tiene a dire), parte proprio da Prato e mette al centro del suo racconto il "Sacro Cingolo", ovvero la cintura della Madonna che, secondo la leggenda, prima della sua assunzione in cielo, la Vergine avrebbe consegnato a San Tommaso. Nel XII secolo, grazie a Michele Dagomari, mercante uso a viaggiare in Medio Oriente per commercio, la cinta arriva da Gerusalemme fino a Prato, dov'è conservata nel Duomo. Ai nostri giorni, uno dei discendenti di Michele, Alfredo Dagomari, viene ucciso nel centro della città e prima di morire fa in tempo a spedire al figlio Gianrico un biglietto su cui ha vergato un enigmatico messaggio. Gianrico, che vive a Napoli, non parla più con suo padre da quasi vent'anni, dopo che Alfredo, fotografo di guerra, lasciò la moglie gravemente ammalata per andare in Serbia e dunque non le fu vicino quando lei avrebbe avuto bisogni di lui e nel momento della morte. Dunque, c'è un conflitto padre-figlio che movimenta tutto il romanzo. Però, dato l'accaduto, Gianrico torna a Prato e comincia a indagare: sembra che qualcuno voglia impossessarsi del Sacro Cingolo e sia pronto a uccidere per questo. Seguono la scoperta di società segrete, intrighi internazionali, viaggi in città affascinanti di mezzo mondo (Belgrado, Sanpietroburgo, Shangai) in un intreccio di interazioni fra personaggi ben caratterizzati, tra cui alcune donne molto intriganti. Donne che sembrano apprezzare Giambico ma a cui però lui non cede, per colpa di una recente delusione amorosa che gli ha lasciato il segno. Di ciascuna di queste figure (il barbone Pietro, la bella serba Dunja, la poliziotta Lavinia, il feroce Stevan) ci si chiede se davvero siano quello che dicono di essere, perché Merciai cerca di seminare il dubbio a ogni pie' sospinto, e la trama prende più volte direzioni diverse, fino all'inaspettato finale. Il tutto piacerà agli amanti del genere. Le descrizioni di Prato sono elaborate e realistiche, al pari di quelle delle altre città che l'autore ha davvero visitato negli anni in cui, da buon pratese, aveva una azienda tessile e girava per affari. Dal 2003, dopo essersi ritirato dal mondo per lavoro, Merciai vive sulla montagna pistoiese e si dedica alla poesia, al teatro e alla scrittura. "Porco Giuda!" è il suo terzo romanzo.

sabato 13 agosto 2016

DIONEA E ALTRE STORIE FANTASTICHE



DIONEA E ALTRE STORIE FANTASTICHE
di Vernon Lee
Sellerio
2001, brossurato
120 pagine, 15000 lire

Violet Paget, in arte Vernon Lee, scrittrice inglese ma nata in Francia nel 1856 e morta a Firenze nel 1935, ha vissuto in Italia per quasi tutta la vita. Dalla sua villa fiorentina, dove riceveva personalità della cultura e coltivava le sue passioni artistiche e letterarie, scriveva per il periodico inglese "The London Mercury" corrispondenze dal Bel Paese. L'agile libretto pubblicato sa Sellerio nel 2001 raccoglie alcuni dei suoi racconti di genere fantastico, legati al soprannaturale, in cui si cimentò in alternanza ai saggi sull'arte e sull'estetica che costituiscono la sua principale produzione. Le storie di Vernon Lee sono di ambientazione italiana, a testimonianza della suggestione che la nostra terra esercitava sull'autrice, e legate quasi sempre alla mitologia e a reminiscenze romantiche. "Dionea", il racconto che dà il titolo alla raccolta, affascinante e ipnotico, racconta di una fanciulla giunta neonata dal mare, come piccola naufraga senza nome strappata alle onde, e allevata come trovatella in un borgo della Liguria. Fanciulla bellissima e maledetta, dal carattere impossibile, che irretisce gli uomini e porta alla pazzia un artista che cerca di imprigionarne la bellezza in una scultura. Dionea ha in sé la forza selvaggia della natura che si oppone alla civiltà e alla cultura, che non si può incasellare nelle regole del vivere sociale. Seguono altri racconti più brevi, tra cui "L'orecchio di Marsia", in cui si narra di una immagine in pietra trovata su una spiaggia dopo un naufragio e creduta raffigurare il Cristo, staccato dalla croce andata persa. Viene esposta in una Chiesa dove si susseguono fatti inquietanti finché si scopre che a essere raffigurato è un satiro pagano.

venerdì 12 agosto 2016

FUMETTO ITALIANO - CINQUANT'ANNI DI ROMANZI DISEGNATI




FUMETTO ITALIANO - CINQUANT'ANNI DI ROMANZI DISEGNATI
a cura di Paolo Barcucci e Silvano Mezzavilla
Skira
2016, cartonato
300 pagine, 40 euro

Si tratta del bel catalogo di una mostra, inaugurata a Roma e poi visibile in giro per l'Italia, dedicata ai graphic novel di casa nostra. Dopo una decina di interessanti e brevi saggi firmati da nomi illustri quali Daniele Barbieri, Sergio Brancato, Giulio Giorello e Luca Raffaelli (solo per citarne alcuni), seguono quaranta estratti da altrettanti romanzo grafici italiani disposti in ordine cronologico, da "Una ballata del mare salato" di Hugo Pratt del 1967, fino a un inedito di Gipi del 2016. Gli autori rappresentati hanno stili diversissimi (si va da Magnus, con "Lo sconosciuto", fino a Zericalcare con "Dimentica il mio nome", passando per Dino Battaglia, Filippo Scozzasti, Sergio Toppi, Manuel Fior, ma anche Leo Ortolani), come del resto possono essere diversi gli stili di quaranta scrittori di narrativa. Tutti sono comunque accomunati dalla capacità di rendere il fumetto "opera" oltre che "narrazione", qualcosa i cui segni costituiscono essi stessi il racconto e lo fanno attraverso la forte personalità dell'artista che li ha realizzati.
Quando qualcuno usa il termine “fumetto” con una accezione spregiativa, per denigrare un’ opera narrativa o cinematografica dal contenuto sciocco o assurdo, forse non se ne rende conto ma dice una sciocchezza, o un’assurdità. Chi giudica una trama superficiale o dei dialoghi banali etichettandoli come “da fumetto”, dimostra di non aver affatto compreso che cosa effettivamente sia il fumetto. Per chi crede che i fumetti siano roba per bambini o abbiano smesso di uscire da quando lui non li compra più, le sorprese rischiano di essere molte, e alcune addirittura stupefacenti. Innanzitutto, balza agli occhi la sorprendente capacità del racconto per immagini disegnate di veicolare emozioni di ogni tipo, senza nessun tipo di sudditanza verso altre tecniche di comunicazione quali il cinema, la musica o la letteratura. Il fumetto non è figlio di una musa minore rispetto ad altre arti. Può contare su un proprio codice espressivo che si caratterizza non solo per efficacia ma anche come perfetto punto d’incontro e contaminazione fra tutti i generi e le forme espressive, “una zona di libero scambio”, per usare un’espressione di Antonio Faeti, “un grande crocevia in cui si determinano incroci imprevedibili”. Un altro aspetto da mettere in risalto è la ricchezza di piani di lettura di temi, di target, di formati, di tecniche e di linguaggi offerti dalla produzione fumettistica mondiale. "Fumetto italiano" dimostra, in maniera inoppugnabile anche agli occhi degli scettici, non solo che i fumetti possono essere (e sono) letture assolutamente mature, in molti casi colte e perfino sofisticate,
Nel 1978, fu "A contract with God", di Will Eisner, uno dei massimi disegnatori americani, il primo libro a recare in copertina la dicitura “graphic novel”, romanzo a fumetti. Fu una rivoluzione, perché in precedenza, in America,i fumetti erano per lo più seriali (con protagonisti ricorrenti), pubblicati su comic book (albi spillati di piccolo formato), distribuiti nei chioschi o nei supermercati, ed erano in genere umoristici o di avventura. Con Eisner prima, e con il successo di autori come Art Spiegelman e Frank Miller dopo, i fumetti cominciarono a essere concepiti e proposti come veri e propri libri e, soprattutto, ci si abituò all’idea che potessero raccontare qualunque cosa, anche le angosce nevrotiche o il minimalismo quotidiano, la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio o la guerra a Sarajevo, e farlo in modo tutt’altro che banale. In Italia (già, perché gli autori di fumetti italiani non hanno niente da invidiare a quelli del resto del mondo, anzi costituiscono una delle scuole più folte e talentuose), già nel 1968 usciva “Una ballata del mare salato” di Hugo Pratt, vera e propria “graphic novel” ante litteram anche se inizialmente pubblicata a puntate su rivista. Nel 1969 lo scrittore Dino Buzzati, peraltro apprezzato anche come pittore (e stranamente ignorato nel catalogo), riproponeva in un suo libro il mito di Orfeo ed Euridice attraverso un adattamento fantastico in chiave moderna intitolato "Poema a Fumetti", vero e proprio romanzo realizzato non in prosa ma secondo il codice fumettistico.