mercoledì 17 agosto 2022

LA IETTATURA

 
 
 

 

Nicola Valletta
LA IETTATURA
Libritalia
Brossurato, 1997
194 pagine, 20.000 lire


Talvolta è divertente indulgere in letture come questa, per il gusto di sentirne delle belle. E davvero gustosa si è rivelata in effetti questa riedizione della “Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura”, di Nicola Valletta (1750-1814), giurista e cattedratico presso la Regia Università degli Studi di Napoli. Per “cicalata” si intende uno sproloquio, una chiacchiera, un discorso senza pretese, ma anche una lezione burlesca su un argomento banale trattato come se fosse serio. Il “fascino” va inteso appunto, come si intendeva una volta, quale “malia”, influsso magico malefico: perfetto sinonimo del più volgare termine “jettatura”. Termine che, nel titolo più sintetico scelto dall’editore Libritalia, viene trasformato in “iettatura”, secondo la grafia moderna. L’interessante prefazione di Alberto Consiglio spiega che il breve saggio di Valletta, composto negli ultimi anni del Settecento, ebbe un grande successo presso il pubblico napoletano ma anche altrove, e arrivò a ispirare Théophile Gautier e Alexandre Dumas. Il primo ne trasse un romanzo intitolato “Jettatura” (1857), il secondo quattro capitoli del suo “Corricolo” (1841), entrambi di diretta derivazione dalla “Cicalata”. Il saggio di Valletta tratta la iettatura come materia serissima, che lo studioso ritiene di dover divulgare in modo discorsivo presso gli increduli e gli scettici. Comincia così: “Abbiate un po’ di pazienza, signori, e non correte troppo in fretta a condannare come sciocco e puerile l’argomento che imprendo sostenere! E trattenetevi dal ridere! Non sarete voi nel numero di quei giudici che decidono le cause secondo l’impulso del momento, senza ascoltare le parti?”. E così si introducono le argomentazioni: non perché l’uomo non arriva a comprendere la jettatura, questa è meno vera; l’idea della iettatura è antichissima e ci credevano greci e romani (segue profluvio di citazioni). Persino alcuni passi di San Paolo sembrano sostenerne l’esistenza, e del resto la quotidianità porta prove inoppugnabili che lo sguardo di taluni possa provocare danni e rovine. Vengono esaminate le differenze tra iettatura “patente” o “occulta” (quando sia ben chiaro chi è lo iettatore oppure non lo sia) e passati in rassegna i metodi per difendersi. Non manca un ricco campionario di aneddoti sulle conseguenze delle occhiate dei propagatori di disgrazie. Alla fine della divertente lettura resta il dubbio se Valletta credesse davvero a ciò che si propone di illustrare, oppure, dato il tono faceto, la sua “cicalata” fosse appunto solo una sorta di arringa burlesca, come “L’elogio della mosca” di Luciano di Samosata.

giovedì 11 agosto 2022

JULIA NEL PAESE DEI BURATTINI

 
 

 
 
 
Giancarlo Berardi
Maurizio Mantero
Marco Soldi
JULIA NEL PAESE DEI BURATTINI
Sergio Bonelli Editore
cartonato, 2021
146 pagine, 24 euro


Sono 126 le tavole a fumetti di questo insolito episodio di Julia uscito, anziché in edicola, come parte della sere regolare, in versione cartonata a colori destinata alla distribuzione libraria. Una veste editoriale del tutto adatta a un racconto fuori dall'ordinario, meritevole di una edizione in un volume di grande formato, corredato di apparato critico. Parlando di Julia mi riferisco, naturalmente, a Julia Kendall, la criminologa creata da Giancarlo Berardi nel 1998 (che le ha dato il volto di Audrey Hepburn) e da lui condotta fino ad oggi in una interrotta serie di avventure noir con la collaborazione degli sceneggiatori Lorenzo Calza e Maurizio Mantero (quest'ultimo già al suo fianco fin dai tempi di Ken Parker). Sarebbe limitativo però etichettare gli episodi di Julia come semplici "polizieschi", dato che la serie si caratterizza anche per l'attenzione dedicata alle dinamiche psicologiche dei personaggi, sia quelli ricorrenti che quelli di passaggio, e la serie porta avanti una continuity di relazioni fra i principali protagonisti di un variegato microcosmo che ruota attorno all'eroina. Benché le storie siano ambientate negli Stati Uniti, principalmente nella città di Garden City (immaginaria città del New Jersey), già da tempo Julia ha instaurato una corrispondenza di amorosi sensi, seppur a distanza, con Ettore Cambiaso, giovane commissario di polizia genovese, e non sono pochi gli episodi in cui i due si incontrano in Italia. Il volume “Nel paese dei burattini” vede appunto la criminologa in vacanza in Toscana in compagnia di Ettore. Una nebbia improvvisa e un inspiegabile guasto al navigatore satellitare fanno finire l’automobile dei due nei pressi di una cascina sperduta nella compagna senese, gli anziani proprietari della quale li invitano a cenare e a passare la notte a casa loro. Sul comodino della camera da letto Julia trova una vecchia edizione del “Pinocchio” di Collodi, che comincia a leggere, finendo (per sogno o per magia) per venire trasportata tra le pagine del libro, dove incontra il burattino che ne è protagonista. Il delizioso racconto che segue fornisce una versione alternativa dei principali episodi del capolavoro di Collodi, inserendo un interessate “cattivo” intenzionato a riscriverne appunto lo svolgimento. Le capacità investigative di Julia, naturalmente, vengono d’aiuto nello smascheramento del colpevole e del complotto. La sarabanda degli incontri e degli intrighi che si susseguono, in una sorta di metafumetto che ironizza anche sull’arte dell’affabulazione degli scrittori, è molto divertente e resa perfettamente dai gradevoli disegni di Marco Soldi, il cui tratto riesce a essere realistico e fiabesco al tempo stesso (lode anche ai colori di Matteo Merli). Giancarlo Berardi non è nuovo alla contaminazione fra i fumetti e la letteratura: basterà pensare alla sua versione (con Giorgio Trevisan) delle avventure di Sherlock Holmes, o all’incontro fra Ken Parker e Ambrose Bierce (ma gli esempi potrebbero continuare).

martedì 9 agosto 2022

IL DUCA

 
 

 
 
Matteo Melchiorre
IL DUCA
Einaudi
cartonato, 2022
460 pagine, 21 euro

Una scoperta sorprendente, un amore a prima vista: queste le prime impressioni da riportare nella scheda del romanzo di Matteo Melchiorre che mi accingo a compilare. Dico “amore a prima vista” perché “Il Duca” mi ha attirato fin dalla copertina scorta sul banco del libraio. E’ uno di quei libri che vedi dopo essere entrato a cercare altro, e finisce che ti rimane attaccato alle dita e lo porti a casa e cominci a leggerlo subito, capendo fin dai primi capitoli che ti toccherà divorarlo d’un fiato perché ti intriga. Sono rimasto affascinato fin dalla l’uso della lingua, con il ricorso a parole insolite ma puntualissime, perfettamente in linea con l’io narrante, l’anonimo Duca che racconta una vicenda dipanata nell’arco di un anno ma collegata a una storia famigliare lunga secoli. “Duca”, in realtà è un soprannome, vagamente ironico, datogli dagli abitati del paese di mezza montagna, Vallorgana, dove da dieci anni è venuto a ritirarsi nel maniero di famiglia. Il Duca ha realmente origini nobili, anche se il titolo che gli compete, e che non usa mai, è quello di Conte, essendo l'ultimo discendente di una antica casata, i Cimamonte, giunta con lui al termine della propria parabola. Pur essendo la trama ambientata ai giorni nostri (la tempesta di vento di cui si racconta a un certo punto sembra quella che nel 2018 ha devastato le foreste del Trentino) la figura del protagonista è indubbiamente fuori dal tempo, così come fuori dal tempo sembra la montagna che fa da scenografia al racconto, sicuramente collocabile nelle Alpi orientali (l’autore, classe 1981, è nato a Feltre, in provincia di Belluno, ed è direttore dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto). Le vicende narrate sono assolutamente realistiche, ma sembrano vissute in una bolla temporale sospesa, fiabesca, come del resto capita di avere l’impressione di trovarsi in luoghi dove il tempo si è fermato quando si raggiungono certi paesi di montagna in cui le comunità sembrano cristallizzate e scollegate dal resto del mondo. Un altro aspetto fondamentale del romanzo è anche la descrizione del progressivo abbandono della montagna, un fenomeno che sembra tristemente inarrestabile. Il Duca, erede di un immenso patrimonio di famiglia, si è reso conto di essere l’ultimo del suo casato e cerca un senso da dare alla sua condizione ricevuta in sorte. Per questo si è rifugiato nella villa di Vallorgana, circondata da campi e boschi di sua proprietà, dove vive da solo, occupandosi di far fruttare i propri possedimenti, ma dedicandosi soprattutto alla ricostruzione della storia del suo casato studiando, da uomo colto qual è, l’immenso archivio di carte e documenti di cui dispone. Vuol fare i conti con se stesso, capire chi è, quale sia il proprio destino, quanti valga il retaggio del sangue. Il Duca vive discosto, ma non da estraniato, ordinando l’ archivio di famiglia che gli permette di andare indietro nel tempo. Scandaglia i suoi avi per trovare se stesso. “Il modo giusto per liberarsi del proprio passato, non è dimenticarlo, è conoscerlo”, si legge in una frase che potrebbe essere scelta per sintetizzare il senso del romanzo. Per dieci anni, il Duca vive in tranquillità il suo eremitaggio, poi, improvvisamente, tutto cambia. Una vera e propria guerra gli viene scatenata contro da un vecchio allevatore del luogo, Mario Fastrèda, ottantenne ma dinamico e volitivo. Il motore della trama è appunto l’odio di costui, apparentemente mancante di ogni giustificazione. Il motivo viene nascosto fino alla fine del romanzo, e l’attesa della rivelazione tiene alta la suspense. Un personaggio femminile che spariglia le carte sul tavolo, Maria, appare all’improvviso nel bel mezzo del romanzo. Irrompe nella vita del Duca portandolo a confrontarsi con parti di se stesso ancora inesplorate. Un romanzo straordinario.

lunedì 8 agosto 2022

LATINISMI

 
 

 
 
Alessio Ricci
LATINISMI
Corriere della Sera
brossura, 2020
140 pagine, 7.90 euro

Ricordo che quando, studente universitario, dovetti affrontare l’esame di Storia della Lingua (uno dei più difficili, penso, del corso di Laurea in Lettere), rimasi stupito e affascinato dalla complessità della materia. Non che credessi una lingua come qualcosa di acquisito, stabilito una volta per sempre: basta leggere un romanzo ottocentesco per capire che a cento o duecento anni di distanza noi parliamo e scriviamo in modo diverso, e differentemente da noi parleranno e scriveranno i nostri discendenti. Vale anche per il latino: c’è un latino arcaico, ce n’è uno tardo. Tuttavia soltanto approfondendo la questione si scopre come sia stata avventurosa e rocambolesca la nascita dell’italiano nel corso dei secoli, quante parole abbiamo importato da lingue di tutto il mondo, direttamente o seguendo l’influenza di altre culture (per esempio, dall’indiano è entrata nel nostro dizionario la parola “giungla”, ma passando attraverso l’inglese “jungle”). Ogni secolo ha introdotto parole, stabilito nuove regole, perfezionato e unificato le grafie, cambiato il significato di certi termini, dimenticato e abbandonato vecchi vocaboli. Ogni campo del sapere, poi, ha coniato tecnicismi, alcuni rimasti nel ristretto ambito degli esperti, altri entrati nel linguaggio comune. Si calcola che siano 250.000 i lemmi dell’italiano: tanti ne registra il Gradit, il dizionario più completo dovuto all’opera di Tullio De Mauro. Soltanto 7000, però, costituiscono il lessico di base comunemente usato. Di esse, il 52% deriva dal latino. Riesce a spiegare molto bene tutto ciò Alessio Ricci, nell’agile saggio “Latinismi” distribuito all’inizio del 2020 come collaterale del “Corriere della Sera, assolutamente comprensibile anche dai profani e perciò raccomandabile. La prima cosa da spiegare, tuttavia, è appunto che cosa sono i “latinismi”: diversamente da ciò che si può credere, non si tratta di parole entrate nel nostro vocabolario per diretta discendenza dal latino (con l’inevitabile corruzione dovuta all’uso, come “nivem” diventa “neve”, attraverso fenomeni lessicali su cui sarebbe interessante soffermarci) ma parole create a tavolino e cominciate a usare in tempi moderni. Per esempio, la parola “sodalizio” è stata usata per la prima volta da Dante Alighieri in un canto del Paradiso. Prima, non esisteva. Dante la crea attingendo dal latino “sodalicium”. Galileo, molti anni dopo, dovendo dare un nome alle lune di Giove, introduce in italiano il vocabolo “satellite”, prendendo esempio da “satelles” che, ai tempi dei romani, voleva dire “guardia del corpo”. “Importante” compare nel Quattrocento e lo usa Lorenzo il Magnifico, “incombere” lo si deve al Leopardi, “velivolo” al D’Annunzio. Insomma, mentre “cattivo” deriva direttamente da “captivus” (prigionieri), e dunque si tratta di una parola ereditata direttamente, il latinismo “alluce” è addirittura novecentesco (prima attestazione: 1892). Prima si diceva “dito grosso” (così, per esempio, in una novella del Boccaccio). Ci sono persino i latinismi creati ad arte partendo da locuzioni non esistenti in latino, come “qui pro quo” e “una tantum”. Insomma, non bastandoci le parole ereditarie derivanti direttamente dal latino (per uso ininterrotto), ogni secolo (da quando esiste la letteratura in volgare, cioè in italiano) ne ha create e introdotte altre coniate sul modello della lingua di Cicerone. Dei 250.000 lemmi del Gradit, 30.000 sono latinismi. Leggendo il saggio di Alessio Ricci ci si stupisce di quanti se ne scoprono di insospettabili.

domenica 31 luglio 2022

ROSA GREZZO

 
 
 

 
Lorenzo La Neve
Matilde Simoni
ROSA GREZZO
Becco Giallo
brossurato, 2018
104 pagine, 15 euro


Lascio la parola ai due autori, che così introducono "Rosa grezzo" nella loro prefazione: "Ci siamo detti di voler fare una parodia dei fumetti rosa che tanto andavano di moda sul Web. La primissima storia è uscita un anno dopo sulla nostra pagina Facebook, e ha avuto un successo allucinante. In quei due personaggi, che nascevano solamente come parodia del ragazzo 'bello e impossibile' e della ragazza 'timida e dolce', si sono riconosciute migliaia di persone. Così abbiamo deciso di proseguire i loro quotidiani slice of life, dolci e sugnosi allo stesso tempo, e il pubblico ha continuato ad amarli sempre di più, e noi con loro. In un certo senso abbiamo iniziato a vedere il romanticismo da un nuovo punto di vista. Riassumendolo in una frase, eccola qui: 'la persona che ami davvero è quella con cui ti ammucchieresti nel cesso di una stazione per poi scriverle una poesia'. E mentre all'inizio il metodo che usavamo per fare una vignetta era 'prendiamo uno stereotipo di fumetto rosa e ficchiamoci il romano borgataro', ora è immaginare come si comporterebbe Stephanie e con lei il suo Louis in un situazione quotidiana". Stephanie e Louis sono i due giovani protagonisti: lei carina e vestita di rosa, bionda e con le guanciotte rosse come Candy Candy, lui timido ed educato, riservato e tranquillo. Sarebbero una coppia perfetta (e lo sono) se lei non parlasse come uno scaricatore di porto di Ostia, e non mandasse in frantumi ogni stereotipo di romanticismo, soprattutto quello di stampo manga. La trovata risulta divertente, anche se mi mette in crisi. Infatti non avrei mai immaginato (sia detto a mio disdoro e a conferma di quanto sia vecchio dentro, oltre che fuori) che ci fossero “fumetti rosa” che “tanto” vanno di moda sul Web (per me un fumetto è una pubblicazione di carta che si vende in edicola o in libreria). E ho imparato che pubblicando delle strip su una pagina Facebook si ottiene un “successo allucinante” (qui dovrei farmi spiegare se e come ci si può campare, ma ormai sono in attesa della pensione). Comunque, per fortuna, “Rosa Grezzo” è uscito anche su carta e l’ho potuto acquistare in fumetteria. Qualcuno pensa anche a noialtri anziani.

sabato 30 luglio 2022

LA CAUTELA DEI CRISTALLI


 

Anna Lazzarini
Alberto Ostini
LA CAUTELA DEI CRISTALLI
Sergio Bonelli Editore
Brossurato, 2022
360 pagine, 17 euro


Se stessimo parlando di un manga non saprei se definire "La cautela dei cristalli" uno “shonen” o uno “shoio” (mi perdonino i cultori della corretta traslitterazione), in quanto i primi sono fumetti per ragazzi tra i 12 e i 18 anni, i secondi per ragazze della stessa età. Per la cronaca, esistono anche i “josei” per donne sopra i 20 anni, e i “seinen” per giovani uomini fino ai 30 (a spiegarmelo è Wikipedia). Chi dovesse ritenere, però, che gli “shoio” siano fumetti d’amore o che trattino tematiche sentimentali, sbaglierebbe (mi dicono): l’equivoco nasce dal fatto che essendo destinati a un pubblico femminile vien fatto di pensare che le fanciulle siano più romantiche dei maschietti e prediligano le love story. In realtà la suddivisione non è per generi ma per fasce d’età (almeno per queste categorie). Volendo approfondire, i profani come il sottoscritto rischiano di impazzire perché le tipologie dei manga sono infinite. Comunque sia, per fortuna, “La cautela dei cristalli” non è un manga e dunque si può intendere destinato indifferentemente a un target sia femminile che maschile e, ancora più fortunatamente, di qualunque fascia d’età, esclusi forse solo i bambini delle elementari. Fortuna delle fortune, si legge alla diritta come un fumetto di casa nostra. Se dunque non è un manga, perché sono partito dagli “shonen” e dagli “shoio”? Perché, secondo me, il graphic novel di Anna Lazzarini (disegni) e Alberto Ostini (testi) strizza l’occhio a un pubblico abituato a fruire di fumetti del Sol Levante, al quale si è inteso proporre una storia italiana che, più per sensazione che per dato di fatto, assomigliasse ai prodotti giapponesi. Assomigliasse soltanto da lontano, perché poi la narrazione, volendo trovare altre assonanze, ricorda romanzi a fumetti americani, spagnoli e francesi, trovando una sintesi originale davvero godibile, sia nei testi che nei disegni. Si racconta una storia d’amore, ma molto particolare, tra un ragazzo e una ragazza molto particolari. Il diciassette Jordan, che ha perso i genitori in un incidente stradale, viene costretto dallo zio, a cui è stato affidato, a studiare in un collegio elitario del tutto distante dalla sua indole (lui vorrebbe fare il pittore), e non riesce ad adattarsi. Diciamo pure che si ribella. La misteriosa Alanis, che irrompe nella sua vita, è l’unica che lo ascolta e sembra capirlo, ma risulta enigmatica e inafferrabile. C’è qualcosa di non detto che lo lega a Jordan, e che viene rivelato soltanto nelle ultime pagine, così come solo nel finale si scopre la sua vera identità. C’è davvero bisogno di etichettare la storia per fasce d’età? No. Ma neppure per genere: parlare di love story è riduttivo. E’ una storia che tutti possono leggere, che Alberto Ostini ha sceneggiato magistralmente e Anna Lazzarini illustrato in modo magnifico, con un sapiente uso di mezzetinte e retini.

venerdì 29 luglio 2022

SEI CASI AL BARLUME

 



Marco Malvaldi
SEI CASI AL BARLUME
Sellerio
brossurato, 2016
272 pagine, 14 euro


E’ ormai tradizione, da parte della Sellerio, pubblicare stagionalmente antologie di racconti gialli inediti commissionati a scrittori di fama, invitati a confrontarsi con un tema comune indicato dalla Casa editrice. “Capodanno in giallo”, “Vacanze in giallo”, “Carnevale in giallo” sono per esempio tre raccolte da cui sono state tratte alcune delle storie brevi di Marco Malvaldi, con protagonisti i vecchietti del BarLume e il barista (o meglio “barrista”) Massimo Viviani. Le altre tre, per un totale di sei, provengono da “Un Natale in giallo”, Ferragosto in giallo”, “Regalo di Natale”, tutte uscite tra il 2011 e il 2014. Il primo romanzo ambientato al BarLume è “La briscola in cinque, del 2007”. Ne abbiamo parlato qui:

http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../la...

Il BarLume è nell’immaginario paese di Pineta, che si può essere collocato fra Pisa e Livorno, e ospiti fissi ne sono quattro arzilli vecchietti: Ampelio Viviani (nonno di Massimo), Pilade Del Tacca, Aldo Griffa e Gino Rimediotti. Com’è, come non è, ai quattro capita spesso di imbattersi in misteri da risolvere, beninteso partendo quasi sempre dalle notizie pubblicate sul giornale, che commentano (parlando in un divertente vernacolo pisano-livornese) nelle loro chiacchiere fra una briscola e l’altra, coinvolgendo Massimo che finisce per essere poi quello che praticamente rimette insieme il tutto risolvendo il caso. In questa antologia fa la sua prima apparizione Alice Martelli, commissario di polizia, giunta a sostituire il precedente commissario Vinicio Fusco, visto nei precedenti racconti. Al pari di Fusco, la Martelli capisce che il proprietario del BarLume e i suoi attempati clienti possono essere di grande aiuto alle indagini della Polizia. Tra Alice e Massino pare esserci anche simpatia e attrazione, ma nei sei casi raccolti in questa antologia tra di loro non succede nulla. Marco Malvaldi scrive una brillante introduzione in cui spiega come le esilaranti conversazioni dei vecchietti nascano dall’ascolto di discussioni colte dal vero, e che lui non si inventa niente. Non tutti i misteri riguardano delitti, il primo racconto, per esempio (“L’esperienza fa la differenza”) narra dei raid compiuti di notte da qualcuno che sventra sistematicamente i sacchetti dell’immondizia davanti alle case, mentre in “Costui da tutto il mondo” si tratta di incastrare un vigile urbano corrotto. Il più divertente è comunque “Il Capodanno del cinghiale”, dove viene uccisa una donna nel duomo di Pisa (il divertimento sta nel fatto che il colpevole deve essere identificato fra trenta frati ubriachi presenti al momento del delitto). Brillante anche “La tombola dei troiai”, dove si svela un metodo efficace per sbarazzarsi dei regali sgraditi ricevuto a Natale. Si lasciano leggere con piacere anche “Azione e reazione” e “Aria di montagna” (in questo caso i vecchietti sono in gita in Trentino e comunicano con Massimo solo via telefono). Tutto è molto gradevole anche quando il meccanismo giallo non è proprio alla Agatha Christie.

mercoledì 27 luglio 2022

IL GIORNO DELL'INVASIONE

  

 

 


 

Jacopo Rauch
Moreno Burattini
Gallieno Ferri
Gianni Sedioli
Marco Verni
 
IL GIORNO DELL'INVASIONE
 
Sergio Bonelli Editore
brossura, 2022
544 pagine, 17 euro
 


Il sesto e penultimo volume della collana "Zagor contro Hellingen" raccoglie tre avventure dello Spirito con la Scure, uscite in edicola nel 2015, divise in cinque diversi albi della serie Zenith, ma collegate fra loro in stretta continuità. La prima "Il giorno dell'invasione" è stata scritta da Jacopo Rauch e illustrata da Gallieno Ferri, disegnatore anche della seconda storia, "L'eredità di Hellingen", sceneggiata da me. Io e la coppia formata da Gianni Sedioli (matite) e Marco Verni (chine) abbiamo invece firmato la terza parte,  "Resurrezione".

I precedenti due volumi della collana dedicata all’interminabile lotta di Zagor contro la sua nemesi per antonomasia, il professor Hellingen, avevano proposto le “prove d’autore” di un paio di sceneggiatori d’eccezione, Tiziano Sclavi e Mauro Boselli. Entrambi, chiamati a confrontarsi con il mad doctor ne hanno offerte versioni non soltanto molto personali, ma anche piuttosto diverse dal modello originario, quello del creatore del personaggio, Guido Nolitta (lo pseudonimo con cui l’editore Sergio Bonelli firmava i testi delle sue storie a fumetti). L’intento era, evidentemente, duplice: da un lato realizzare un prodotto autoriale, in cui fosse riconoscibile la “calligrafia” di scrittori consci del proprio talento, dall’altro sorprendere e spiazzare i lettori portando lo scienziato pazzo verso un’evoluzione che fosse la meno prevedibile possibile. Questo volume, invece, presenta storie, di autori decisi a riportare Hellingen (pur senza rinnegare nulla degli sviluppi precedenti) a una maggiore aderenza alla nolittianità. Sia Jacopo Rauch che il sottoscritto abbiamo infatti voluto ricollegarci alle vicende narrate da Sergio Bonelli nella sua ultima storia zagoriana, “Magia senza tempo”, ripartendo esattamente dal punto in cui si concludeva quell’avventura, recuperando l’Hellingen che avevano visto scomparire in un lampo di luce all’interni di una cabina di teletrasporto. A una sorta di vero e proprio “ritorno alle origini” assisteremo nel prossimo (settimo e ultimo) appuntamento della nostra collana, ma di cui questo libro pone già tutte le premesse.

Il primo racconto di questa antologia, “Il giorno dell’invasione”, uscì nel luglio del 2015 come numero speciale tutto a colori in quanto destinato a festeggiare il seicentesimo albo di Zagor.  Rauch propone il ritorno sulla scena degli Akkroniani, gli extraterrestri che avevano stretto alleanza con il professor Hellingen (come si è visto nel terzo volume di questa collana). Lo sceneggiatore riteneva infatti, a ben ragione, non soltanto che gli alieni non avessero digerito la sconfitta subita da parte di Zagor, e quindi fossero pronti a tentare una nuova invasione, ma anche che volessero trovare delle spiegazioni a quanto era accaduto durate la precedente: com’era possibile, infatti, che la loro tecnologia avesse dovuto piegarsi di fronte alle armi magiche di un popolo primitivo, ai loro occhi, come quello dei nativi americani? La risposta la fornisce il giovane Akoto, custode del segreto del monte Naatani, quello dello scudo e delle frecce, letali per gli Akkroniani, appartenute a Rakum, l’Eroe Rosso: “Le armi sono niente, senza la mano che le impugna!”. Una frase che vale l’intero senso del racconto. Servirà comunque un breve riassunto per inquadrare meglio quanto state per leggere (o per rileggere).

Il pianeta Akkron è il sesto in ordine di distanza dalla stella gigante Betelgeuse, situata nella costellazione di Orione. Su quel lontanissimo mondo si è sviluppata una civiltà aliena che ha raggiunto un livello tecnologico incredibilmente più progredito di quello terrestre, tant’è vero che le astronavi degli Akkroniani riescono a superare le distanze siderali e a raggiungere il sistema solare. L’organismo degli esseri venuti dallo spazio ha una fisiologia del tutto diversa da quella umana: non ci sono organi interni che possono venire danneggiati dalle armi da fuoco o dalle lame, avendo i loro corpi una struttura paragonabile a quella delle piante. Tuttavia, il sangue dei terrestri serve a fornire una sorta di linfa vitale in grado di nutrire le loro cellule. E’ per questo che intendono colonizzarci, con l’aiuto del professor Hellingen, pronto a rinnegare il genere umano per il suo senso di rivalsa e la sua volontà di potenza. Prima di stringere questa alleanza, gli alieni avevano già  tentato una pima invasione, ma erano stati respinti da un eroe rosso vissuto cento anni prima, uno sciamano chiamato Rakum. Di fronte alle pistole a raggi degli alieni, nessuno dei pellerossa poteva nulla. Lo stregone nascosto sul monte Naatani, però, ebbe una apparizione mistica: “La visione di Manito mi diede alcuni suggerimenti che non esitai a mettere in atto”. Lo sciamano riesce così a fabbricare uno scudo, delle frecce e un arco magici in grado di uccidere gli alieni e di costringerli alla fuga.  Quando Zagor le ritrova grazie ad Akoto e al suo maestro Keokuk, le armi incantate sono ancora strette nelle mani della mummia di Rakum, custodita dai suoi successori, e attendono un altro eroe degno di usarle per ripetere l’impresa e ricacciare gli extraterrestri verso il mondo da cui sono venuti.

Nonostante gli spazi ristretti a sua disposizione (94 tavole sono poche, per gli standard zagoriani, e del resto l’avventura nolittiana con gli Akkroniani è lunga più di 400), Rauch recupera tutti gli elementi del precedente racconto, e congegnare un meccanismo narrativo perfetto che serve persino a spiegare perché dal pianeta Akkron non giungerà mai più alcuna minaccia. C’è soltanto un grande assente: Hellingen, che infatti, non è fra i protagonisti de “Il giorno dell’invasione”. Questo, però, non per caso o per dimenticanza: in realtà gli eventi narrati sul seicentesimo albo di Zagor servono a preparare eventi futuri, quelli narrati nella seconda e nella terza storia proposte in questa raccolta (il tutto, frutto di una serie di brainstorming fra Rauch e il sottoscritto). Ecco perciò spiegato perché, nonostante l’assenza dello scienziato pazzo, il racconto vi sia inserito.

 Il mad doctor, in realtà, non compare in senso stretto neppure nel secondo episodio, “L’eredità di Hellingen”, originariamente pubblicato sull’albo di Zagor n° 601 datato agosto 2015, con un proseguo nel successivo. Tuttavia la figura dello scienziato pazzo aleggia su tutta la storia e quanto accade prelude al terzo episodio di questo volume. Per la prima volta, dopo quasi venticinque anni spesi al servizio dello Spirito con la Scure (il mio esordio ai testi di Zagor è datato 1991), tocca a me l’onere e l’onore di prendere in mano i fili delle vicende legate a Hellingen. “L’eredità di Hellingen” è l’ultima storia disegnata da Gallieno Ferri per la collana Zenith, ovvero per la serie regolare zagoriana. In seguito ci sarebbero state solo poche decine di tavole da lui realizzate per un Color (il n° 5, “L’antica maledizione”), pubblicato postumo nel 2017, grazie al completamento del racconto da parte di Gianni Sedioli (matite) e Marco Verni (chine). I due disegnatori romagnoli (Sedioli, classe 1966, è ravennate, Verni, suo coetaneo, è forlivese) sono anche gli autori grafici del terzo episodio contenuto in questo volume. Nel momento in cui il maestro di Recco terminò “L’eredità di Hellingen” nessuno poteva immaginare che sarebbe stata l’ultima storia da lui disegnata per la serie regolare di Zagor. La qualità dei suoi disegni è sempre notevolissima nonostante la mano di un uomo di ottantaquattro anni. L'ultima tavola dell’avventura, quella con lo Spirito con la Scure a cavallo che galoppa verso il lettore, è un capolavoro realizzato da un vero e proprio Maestro del fumetto italiano.

Dopo due episodi in cui Hellingen, pur continuamente evocato e ricordato per tutta una serie di eventi che rimandano alla sua figura, è comunque assente dalle scene, eccolo finalmente comparire in carne e ossa nel terzo racconto della trilogia proposta da questo volume. Lo Spirito con la Scure si ritrova faccia a faccia con lo scienziato pazzo contro cui ha combattuto più volte, e scopre come ha fatto a tornare in vita. Le macchina degli Akkroniani lo hanno, sostanzialmente, clonato: la parola "clonazione" nella prima metà dell'Ottocento non esisteva ancora, ma la possiamo usare perché è lo stesso Hellingen a rivelare di averla inventata partendo da un etimo greco. Dunque, fra le tante invenzioni del creatore di Titan ce n'è anche qualcuna lessicale.  La vasca in cui il professore è stato rigenerato ha potuto funzionare grazie alla cabina in cui il folle è entrato nel finale di "Magia senza tempo", e che è stata da lui stesso programmata perché eseguisse una scansione di tutti i suoi atomi, facendo una sorta di back up destinato a rimanere nella memoria di una banca dati. Perciò, l'Hellingen che viene ricreato è esattamente quello di Guido Nolitta, e nulla sa di quanto è accaduto nelle storie di Tiziano Sclavi e di Mauro Boselli.

Tuttavia, proprio perché era lo scienziato pazzo nolittiano che mi premeva riportare sulla scena, mi è sembrato inevitabile cercare di indagare su alcuni elementi a cui Sergio Bonelli aveva chiaramente alluso senza mai, però, aver voluto approfondire. Mi è parso interessante cercare di capire chi fosse realmente Hellingen, quali fossero le teorie in base alle quali avrebbe voluto dominare il mondo (se Zagor non lo avesse ogni volta fermato), perché fosse stato cacciato dalla comunità scientifica, da dove provenissero le sue incredibili conoscenze. Insomma, ho voluto raccontare almeno una parte del passato del mad doctor. Nel terzo racconto di questa antologia troverete dunque rivelati alcuni episodi dei trascorsi helligeniani e scoprirete anche il suo nome di battesimo, e la nazione di provenienza della sua famiglia. In particolare, veniamo a sapere quel che è accaduto prima che Hellingen costruisse Titan (e vediamo un prototipo da lui chiamato Golem). Soprattutto, vengono mostrate al lettore quali sono le idee che animano il folle Garth: finora sapevamo che voleva conquistare e dominare il mondo, ma non era ben chiaro perché, a quale scopo. Adesso la sua follia ha un senso (sia pur delirante): precorre quella hitleriana ma, soprattutto, alla sua base c'è una sorta di teoria dell'eugenetica ante-litteram. Idee razziste e sulla purezza di sangue, tuttavia, non erano, storicamente, mai mancate neppure prima che all'eugenetica venisse dato questo nome, per cui non c'è nessuna particolare forzatura nel mettere in bocca a Hellingen discorsi come quelli che gli sentiamo pronunciare in una consesso di scienziati da cui viene cacciato in malo modo. Mi sembra degno di nota il fatto che il luminare che più di tutti si oppone a Hellingen, quando lo sente parlare di una rupe Tarpea da cui gettare gli storpi, sia uno zoppo di nome Hawking. Sono stato bene attento a dimostrare ai lettori più diffidenti come le teorie propugnate dal mad doctor fossero già leggibili fra le righe delle storie nolittiane: la prima volta che Zagor viene catturato, infatti, il professore dalla tunica nera lo vorrebbe arruolare fra i suoi uomini perché riconosce in lui una "superiorità" nel fisico e nel carattere che è quello che ci vuole per dominare invece le razze inferiori. Ho scelto di mostrare in flashback le esatte vignette  e le precise parole di Nolitta proprio per rassicurare tutti sul fatto che non ci sia stata alcuna distorsione delle caratteristiche originarie del personaggio.

Quando il mad doctor parla per la prima volta con Zagor legato per i polsi alla parete del suo laboratorio, non si scaglia contro di lui promettendogli una morte fra mille tormenti ma, al contrario, apprezzandone le doti fisiche e di combattente, gli propone di arruolarsi fra i suoi uomini! E gli dice così: “Ho bisogno di uomini che sappiano imporsi, che sappiano comandare e farsi rispettare… uomini come voi! In poche parole vi sto chiedendo di unirvi a noi. Avrete il privilegio di essere uno dei miei uomini di fiducia e di marciare alla testa del mio esercito di automi che, da questa piccola isola, si propagheranno per tutta la nazione e poi per tutto il continente!”. Poco prima, riferendosi alla tribù degli Ottawa, aveva definito i pellerossa “quel branco di selvaggi che vive sulla riva del lago”.

Nonostante l’intento del sottoscritto fosse quello (come ho dichiarato) di riportare Hellingen esattamente là dove Nolitta lo aveva lasciato, rinunciando dunque agli elementi magici e fantastici che avevano caratterizzato la versione del personaggio data da Mauro Boselli, con quella versione ho dovuto comunque fare i conti e, dunque, anche nel mio racconto compare (pur se in una sola pagina) il demone chiamato Wendigo, che ha imprigionato in una sorta di proprio “inferno” (in una dimensione parallela) il professore originario. Il modo in cui il Wendigo uscirà definitivamente di scena lo scopriremo nel settimo volume. Un altro elemento ereditato dalla storia di Mauro Boselli è la Base di Altrove. Dopo l'avventura boselliana sarebbe stato difficile non collegare il mad doctor con la base ideata da Castelli. Infatti, ritroveremo Altrove anche nel prossimo volume.