domenica 12 agosto 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA





Jack London
IL RICHIAMO DELLA FORESTA
Edizioni Piemme
traduzione di Enrica Zacchetti
Collana Piemme Junior
I Classici Battello a Vapore

cartonato - 130 pagine - lire 32000


"The call of the wild" è forse il capolavoro di Jack London, qui valorizzato al massimo da una edizione che più bella non si può. Le edizioni Piemme hanno infatti pubblicato in Italia una versione della francese Gallimard in cui ogni singola pagina del romanzo è corredata da illustrazioni. O quelle inerenti al testo realizzate dal bravissimo Philippe Munch, o foto e disegni riguardanti comunque, in senso lato, l'argomento del romanzo, con didascalie che spiegano e approfondiscono il periodo storico, in questo caso quello della corsa all'oro in Alaska. Il racconto di Jack London parla del progressivo ritorno allo stato selvaggio di un cane domestico, nato da un San Bernardo e una collie. Il cane si chiama Buck, e nasce nella California del Sud, vivendo una prima parte delle sua vita in una villa signorile. Poi viene rapito da un servitore infedele, e rivenduto al Nord, dove c'è un gran bisogno di cani per trainare le slitte. Buck diviene un eccezionale capo muta e un feroce combattente. Passa di mano in mano, comprato e rivendito, subendo varie traversie e avendo padroni bravi e padroni meno bravi, rischiando più volte di morire. Progressivamente, si fa sempre più forte in lui il richiamo ancestrale della foresta, del "wild", e si allontana il mondo degli uomini. Quando gli indiani uccidono il suo ultimo padrone, a cui era affezionatissimo, Buck rompe i ponti e si unisce a un branco di lupi, divenendone il capo. La storia è narrata quasi tutta dal punto di vista del cane, ed è bellissima.vista del cane, ed è bellissima, soprattutto quabdo parla dei richiami ancestrali che il cane sente dentro di sé: "Era più vecchio dei giorni che aveva vissuto e dei respiri che aveva respirato".

sabato 4 agosto 2018

CATERINA SFORZA




Natale Graziani 
Gabriella Venturelli 
CATERINA SFORZA 
Dall'Oglio Editore 
1987, cartonato 380 pagine 

Se visitate i castelli della Romagna fra Imola e Forlì, in ognuno troverete un pozzo in cui, vi dirà la guida, Caterina Sforza faceva gettare i suoi amanti dopo esserseli portati a letto (o dove avesse avuto voglia di portarseli). Leggende e dicerie, indubbiamente, ma che Caterina fosse discretamente lussuriosa è vero, come è vero che facesse frustare o gettare per qualche tempo in prigione chi, fra i suoi sudditi, osasse malignare sui suoi appetiti sessuali spettegolando su questo e su quello. Del resto, da perfetta e astuta donna di potere (questo è un caso in cui "donna" equivale perfettamente a "uomo"), aveva una fitta rete di spie e di informatori che intercettavano subito i discorsi delle lingue lunghe. Che fosse machiavellica non ci sono dubbi. Peraltro, Niccolò Machiavelli stesso, mandato da lei dai fiorentini per ambascerie, nel rimase colpito, e ne scrisse, per quanto era abile nei giochi politici con gli altri potenti, ferrea nel governo delle sue terre, spietata conto i nemici. Machiavelli racconta anche, e dunque l'episodio lo diamo per certo, di cosa successe quando una congiura di palazzo gli uccise il primo marito, Girolamo Riario, nipote del papa Sisto IV Della Rovere, sposando il quale aveva ricevuto con lui la signoria di Forlì. I congiurati avevano fatto prigioniera la contessa e la portarono davanti a un castello perché ordinasse a chi lo difendeva di aprire il portone e arrendersi. Caterina finse di entrare per dare disposizioni in tal senso e invece si barricò dentro con i difensori. I congiurati portarono sotto le mura i figli della contessa minacciando di tagliar loro la gola se non si fosse arresa. Caterina salì sulle mura, si alzò il vestito mostrando i genitali e disse: uccideteli pure, ho lo stampo per farne degli altri. La congiura fallì e i figli furono salvi, ma la scena fu epica. "Tygra", la definirono una volta: la Tigre. Ebbe tre mariti e un grande amore, quello per Giacomo Feo, un popolano di cui si innamorò al punto che alcuni dei suoi sudditi glielo uccisero convinti che la contessa ne fosse succube e che fosse diventato lui, il Feo, il vero signore di Forlì, pronto anzi a uccidere il legittimo erede, Ottaviano, ancora ragazzetto. Che Caterina potesse essere succube di qualcuno non è dato di crederlo. I congiurati che credevano di farle del bene, furono tutti torturati e squartati. L'ultimo dei suoi mariti, Giovanni il Popolano dei Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, la incontrò perché anche lui venne mandato da Firenze a Forlì per una ambasciata, e fu sedotto dalla bellezza di Caterina da poco rimasta vedova per la seconda volta. Lo stesso anno in cui nacque il loro figlio Ludovico, Giovanni morì (di malattia) e a Ludovico venne cambiato nome, diventando il celebre Giovanni Delle Bande Nere. Che Caterina fosse bella e prosperosa è detto a tutti, ci manca però un suo ritratto, abbiamo delle monete in cui tanto bella non è avendo il nasone degli Sforza. Del resto era figlia illegittima (nata a Milano nel 1463) di duca Galezza Maria e della cortigiana Lucrezia Landriani, ma era stata cresciuta con il resto della prole sforzesca, prima di venire offerta, a nove anni, sposa bambina a Girolamo Riario, in ragione di giochi politici troppo lunghi da raccontare. Se volete saperne di più, compresi gli aneddoti sugli "experimenta" da lei condotti per tutta la vita sui cosmetici e gli afrodisiaci (pare che avesse un rimedio per le disfunzioni erettili maschili che il Viagra levati), questo libro, serio e documentatissimo a dispetto di questa ilare recensione, fa decisamente al caso vostro.

giovedì 2 agosto 2018

LA GRANDE RAPINA AL TRENO





Michael Crichton
LA GRANDE RAPINA AL TRENO
romanzo - Garzanti Editore
Collana Gli Elefanti
Prima edizione -  1995
brossurato - 240 pagine -  lire 16.000


Alla fine dell'avvincente lettura, un solo dubbio: ma è tutto vero oppure no? La domanda non è peregrina perché il romanzo di Michael Crichton si ispira a un fatto di cronaca ottocentesco. Nel 1855 l'Inghilterra manda al suo esercito impegnato in Crimea lingotti d'oro costuditi in casseforti a prova di bomba: caricate su un treno sorvegliatissimo, le paghe per i soldati dovrebbero giungere a Parigi ma una delle spedizioni si volatilizza durante il viaggio. Il clamoroso furto sollevò un tale clamore nel bel mezzo dell' epoca vittoriana, che il suo eco è arrivato fino a noi, e se c'è una "grande rapina al treno" per antonomasia, è di quella che si parla. Ed è proprio di questa che ci racconta lo scrittore americano, futuro autore di "Jurassic Park": lo fa con sapienza e ironia, descrivendo non solo le manovre e i colpi di genio di Edward Price per procurarsi copia delle chiavi necessarie a introdursi nel vagone adibito al trasporto dei valori, ma anche fornendo un ritratto accattivante e convincente della realtà sociale e culturale dell'epoca. Le mosse di Price vengono seguite facendo costante riferimento alle dichiarazioni rese durante il processo che gli fu intentato dopo la cattura: dunque, l' impressione è che Crichton scriva essendosi attentamente documentato, nulla o quasi lasciando all'invenzione e alla fiction. Però i colpi di scena, le difficoltà da superare, gli imprevisti, le azioni mozzafiato sono tali e tante, e il romanzo è così ben congegnato da far credere che lo scrittore ci abbia messo un bel po' del suo. E' così oppure no? Catturato per la soffiata della donna di uno dei suoi copplici, Price (rapinatore geniale al punto che perfino la regina Vittoria espresse il desiderio di vederlo) fu condannato all'ergastolo ma riuscì a evadere prima di essere rinchiuso nel penitenziario. Il bottino non fu mai recuperato e tutto lascia credere che l'artista del furto abbia potuto goderselo. Meritatamente, verrebbe da dire. Ed è questo il fatto strano: Crichton ci parla di una rapina e di un rapinatore, però vien fatto di tifare per lui anziché per la polizia. Perché? Innanzitutto perché l'intelligenza che contraddistingue il personaggio non può non affascinare; in secondo luogo perché a venire rapinati non sono i risparmi di un privato, ma il denaro dello Stato usato per finanziare una guerra odiosa; terzo, perché Price agisce in un'epoca romantica in cui c'è ancora spazio per l'homo faber fortuna suae, in tempi in cui le regole del gioco erano molto diverse dalle attuali. "Lei è accusato di un odioso crimine" dice un giudice al rapinatore. E Price risponde, riferendosi a lord Cardigan, quello che guidò al massacro la "Carica dei Seicento": "Io non ho ucciso nessuno; ma se avessi ammazzato cinquecento inglesi per la mia totale stupidità, mi avrebbero subito impiccato". Dal romanzo di Crichton è stato tratto il film “1855 - La prima grande rapina al treno” (1979), diretto da Michael Crichton, interpretato da Sean Connery, Donald Sutherland e Lesley-Anne Down. Personalmente, dalla lettura del libro ho preso ispirazione per un racconto di Zagor intitolato “Colpo da maestro” e Price è diventato il mio Mortimer.

mercoledì 1 agosto 2018

INFERNO DEI VIVI




Gallieno Ferri
Guido Nolitta
L'INFERNO DEI VIVI
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
210 pagine, 24 euro


Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) ha immaginato la serie di Zagor come un crocevia di generi e Darkwood come la terra della loro contaminazione. Eccolo perciò a sperimentare, in una storia uscita per la prima volta nel 1965, il genere carcerario: fa infatti rinchiudere il Re di Darkwood in una prigione di massima sicurezza, il sinistro carcere di Hellgate, detto “L’Inferno dei vivi”. L'avventura, fra le più celebri dell'intera saga, viene raccolta in un volume cartonato targato Bonelli che contiene anche il racconto immediatamente collegato, "Lo stregone scomparso, in cui si risolve il mistero legato all'esilio in una grotta dello sciamano Tawar, che salva la vita allo Spirito con la Scure all'inizio della vicenda. "L'inferno dei vivi" contiene tutti gli elementi che caratterizzano le storie ambientate dietro le sbarre, dove ogni uomo si trova a dover fare i conti con una realtà alienante e violenta in cui è facile perdere, prima della vita, la propria dignità e il proprio equilibrio mentale, abbrutendosi, soprattutto per chi è, o si ritiene, innocente e vittima di una ingiusta detenzione. Non ci sono dubbi che l’ansia di libertà sia uno degli istinti primari di ogni individuo, e dunque è particolarmente coinvolgente e angosciante assistere alla lotta disperata e talvolta eroica per non farsi annichilire e oltrepassare mura e reticolati, talvolta anche solo con lo spirito, come capita a certi illustri pensatori condannati da regimi illiberali, come testimoniano, per esempio, le lettere dal carcere di Antonio Gramsci (1891-1937) o la vicenda di Alexandros Panagulis (1939-1976) narrata da Oriana Fallaci in “Un uomo”. Del più celebre scritto di Silvio Pellico, “Le mie prigioni” (pubblicato nel 1832), si disse che costò all’Austria come aver perso una battaglia, in termini di propaganda ostile per il trattamento subito dal patriota italiano nel carcere asburgico dello Spielberg, in cui fu imprigionato tra il 1820 e il 1830. Di una tematica così forte era inevitabile che si impossessassero la letteratura, prima, e il cinema, poi. "L'infermo dei vivi" è anche ispirato, com'è consuetudine nolittiana, a film di argomento carcerario, quali “Carcere” (1930) e “Io sono un evaso” (1932) per citare soltanto un paio di pellicole che sicuramente hanno appassionato il cinefilo Sergio Bonelli. Ma alla base della storia ci sono anche, ovviamente, i tanti libri in cui si descrivono i trattamenti inumani a cui sono sottoposti i detenuti, da “I miserabili” di Victor Hugo a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Letterario è, del resto, il trucco con il quale lo Spirito con la Scure riesce a fuggire dal penitenziario in cui è stato ingiustamente recluso: è lo stesso, infatti, con cui Dumas fa evadere il Conte di Montecristo dalla Fortezza di If e Salgari favorisce la fuga di Sandokan dalla nave di James Brook ne “Le tigri di Mompracem”. Sono numerosi i personaggi degni di nota in questa classica avventura rimasta nel cuore di tutti i lettori, dal colonnello Dillon al capitano Grayson, dal galeotto Johnny Mackett al dottor Hogan, colui cioè che aiuta lo Spirito con la Scure, convinto della sua innocenza. Proprio questo personaggio è destinato a far ritorno, insieme alla fortezza di Hellgate, in una storia del 1999 intitolata “La vendetta di Mortimer”. Si diceva di Tawar, lo stregone dei Tunican che salva Zagor da morte certa e che lo Spirito con la Scure aiuta nella seconda storia raccolta in questo volume, strettamente collegata con la prima. Anche in questo caso Nolitta cerca di cogliere di sorpresa i suoi lettori mescolando le carte e immaginando un incredibile personaggio quale il capo degli stessi Tunican, che ha cacciato Tawar della tribù e che si fa chiamare Mister-Mister. Il motivo per cui il nuovo capo dei Tunican ha rinunciato al suo vecchio nome indiano, Muso di Tamburo, in favore di un nuovo appellativo, è presto spiegato: “Se tutti gli uomini bianchi, che non valgono nulla, si chiamano Mister, – ha ragionato il sakem – io che valgo il doppio d ciascuno di loro, mi chiamerò Mister-Mister”. Il bizzarro personaggio, con un concetto tutto suo del modo con cui i pellerossa devono interagire con i bianchi, rientra perfettamente nella tipologia nolittiana e nel teatrino di personaggi insoliti che lo sceneggiatore va costruendo. E’ persino difficile etichettare la figura di Mister-Mister: è tragica o umoristica? Le maschere del dramma e della commedia, del resto, sono spesso interscambiabili, e Sergio Bonelli sembra volercelo dimostrare una volta di più. Il sakem dei Tunican ritiene che per contrastare il predominio dei bianchi, il popolo rosso debba assimilare gli usi e i costumi degli invasori: ma il suo tentativo, pur basato su un ragionamento non del tutto insensato, si riduce in uno scimmiottamento degli aspetti più deleteri della nostra “civiltà” e al rinnegamento dell’identità e delle tradizioni dei nativi. La lucida follia dell’ex Muso di Tamburo, deciso a eliminare gli oppositori, spiega anche il forzato esilio dello stregone Tawar nella gola in cui Zagor lo ha incontrato. Lo Spirito con la Scure aiuta Tawar a riprendere il suo posto a capo della propria gente, mentre Mister-Mister paga con la vita lo sbaglio essersi fatto irretire da una banda di imbroglioni bianchi. Il trentacinquenne Gallieno Ferri non è ancora al suo top ma ci sta rapidamente arrivando: colpisce la sua capacità di destreggiarsi fra i generi alternando il registro drammatico a quello comico (le gag di Cico si susseguono a ripetizione), e la meraviglia la maestria nel regalare emozioni con i cupi scenari della gola in cui Zagor cade ferito, l'attacco dei lupi, la drammatica evasione.
Due annotazioni. Qualcuno ha contestato il fatto che nella copertina Zagor abbia la scure che mancava nella copertina di Ferri originaria (aggiunta peraltro già anni fa nell'edizione di TuttoZagor, non inserita appositamente per questa). Il senso della contestazione è: se Zagor sta evadendo dal carcere non può avere la scure. Se per questo, nella copertina di Ferri l'eroe aveva la pistola. A rigor di logica non potrebbe avere neppure quella. M se è per questo non ha neppure la divisa da carcerato, segno che non sta evadendo. Questa scena non è tratta dalla storia ma è evocativa: l'eroe è riconoscibile dai suoi simboli (armi e costume) mentre cerca di compiere una missione in un carcere (o in una fortezza). Tutto qui. Se fosse stata una evasione avrebbe avuto la casacca a strisce. 
Un'altra contestazione è questa: il colore è quello dell'edizione della Collezione Storica di Repubblica, non è stata fatta una colorazione nuova. Ma in questo tipo di volumi non si fa mai la colorazione nuova. Si parte da una pubblicazione esistente e la si propone "nobilitata" in cartonato. E' questo il senso dell'operazione. Se fosse stata in bianco e nero sarebbe stato il bianco e nero dell'edizione da edicola. Qual è il problema? La contestazione avrebbe senso che ci fosse stato scritto: nuova colorazione. Ma non c'è scritto. L'appetibilità del prodotto (per chi lo apprezza) è nel formato e nella rilegatura da libreria. 


martedì 31 luglio 2018

ARRIVANO I BONELLI KIDS




Tino Adamo
Luca Bertelé
Alfredo Castelli
Sergio Masperi
ARRIVANO I BONELLI KIDS
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
100 pagine, 12 euro

Ancora! Ancora! Ancora! Cento pagine sono decisamente poche se devono essere condivise da un affollatissimo gruppo di protagonisti come i Bonelli Kids, con in più le irruzioni di Alf, il bambino più vecchio del mondo. Perciò, vogliamo altre strisce (che poi in realtà sono mezze tavole quadrate), altre gags, altri mini-eroi (già, dove sono Tex e Dylan Dog?). Ufficialmente, e questo è l'escamotage di partenza, i Bonelli Kids sono dei ragazzini che si vestono come i loro eroi dei fumetti preferiti, in pratica dei cosplayers - con la differenza che la maggior parte dei cosplayers non legge i fumetti dei personaggi da cui si travestono, ma al massimo ne hanno visto qualche cartone animato. I Bonelli Kids invece si identificano in tutto e per tutto in Zagor, Mister No, Dampyr, Morgan Lost, Martin Mystére, Cico, Java, Kurjak, Ringo, Nathan Never, più l'altra parte del cielo: Tesla, Diana, Angie, Sam. Però, escamotage a parte, i Bonelli Kids finiscono per essere dei personaggi a fumetti pure loro, adorabili nella loro esserlo in maniera metafumettistica. I personaggini, senza dubbio, sono la parodia dei loro modelli bonelliani, ma altrettanto indubbiamente vivono di vita propria riuscendo a essere godibili e fruibili anche se non si ha ben presente chi sia e che cosa faccia il personaggio originario. Qualcuno si è chiesto a chi siano indirizzate queste storielle: ai bambini? Ai ragazzi? Agli adolescenti? Ai giovani? Ai grandi? Ai vecchi? Mi sembra una domanda oziosa: sono felicemente intergenerazionali. Quel che più conta, le battute fanno ridere. Dunque una gran bella (e riuscita) alchimia a cui sicuramente hanno giovato la sapienza comica e l'esperienza fumettistica di Alfredo Castelli, giustamente finito tra i Kids pure lui, catalizzatore delle energie positive di Tino Adamo e Sergio Gasperi (autori di fumetti in proprio ma anche grafici in forza alla Sergio Bonelli Editore). Un plauso finale e particolare va al genio e alla sintesi dei disegni di Luca Bertelé. Vedere per credere. Poi, dopo che si è visto, attenti però. Vien voglia di leggerne ancora, magari prima in Rete, come è successo per questa prima ottantina di tavole, poi in volume.

domenica 29 luglio 2018

VIVIANE L'INFERMIERA



Filippo Pieri
Cryx
VIVIANE L'INFERMIERA
Sbam!Libri
2018, brossura
64 pagine, 9.50

Anche se certi ammiccamenti ai manga, nei disegni di Cristiano Corsani (in arte Cryx), indubbiamente ci sono, più Ruko Tatase la procace Viviane l'Infermiera rimanda a Gloria Guida o a Edwige Fenech, che evidentemente sono invece nell'immaginario di Filippo Pieri insieme a tutta la casistica cine-comica e fumetto-comica degli arzilli vecchietti della Casa di Riposo (a partire da quelli, appunto, di Villa Arzilla, sia-com televisiva degli anni Novanta). Ruko Tatase, per capirci, è l’infermiera assistente del dottor Sawaru Ogekurie nella “Clinica dell’Amore”, serie a fumetti creata dal giapponese Haruka Inui nel 1987. Da noi ormai non ci sono più i sexy fumetti, viva il Giappone dove ancora ci sono. In Italia sono persino sparite ai cinema le commedie erotiche, come “L’infermiera di notte” (1979) dove il dottor Nicola Pischella (Lino Banfi) assume per fare da badante notturna al vecchio zio Saverio (Mario Carotenuto) la bella Angela (Gloria Guida). Risate e strip tease erano garantiti, bei tempi che furono. Fuori dai cinema si potevano anche esporre quei manifesti un po’ scollacciati che oggi causerebbero l’intervento della buoncostume allertata dall’Associazione Genitori e dall’Esercito della Salvezza. Con evidente sprezzo del pericolo, Filippo Pieri e Cryx propongono oggi la loro versione di quel tipo di commedia sexy che ha fatto la storia del cinema italiano quando ancora i film incassavano qualche spicciolo. Ovviamente partono da una infermiera, oggetto da sempre di fantasie erotiche maschili. Ruko Tatase incontra Banfi e Carotenuto: come non esserne contenti? Viviane tuttavia non è maliziosa, né tantomeno lasciva e perversa, ma beatamente serafica nella naturale e istintiva ostentazione delle proprie forme. Fra gli influssi ci metterei anche quelli de “Il Vernacoliere”, e viene in mente Luana, la baby sitter di Daniele Caluri, “portatrice sana di topa” (per dirla con Mario Cardinali) e felicemente svampita e inconsapevole (o disinteressata alla cosa) dei ferormoni femminili dalle lei emanati e delle reazioni testosteroniche altrui. Come nelle disavventure di Caluri, anche in quelle di Pieri e Cryx si ride con trovate scatologiche, si possono vedere vomiti e rigurgiti, erezioni sotto i pantaloni, viva la libertà della frittatona di cipolle, birra ghiacciata e del rutto libero. A Casa Nova si può perfino vedere uccidere a pistolettate un pappagallo senza che accorra Edoardo Stoppa. Che liberazione, quella dal politicamente corretto e dal perbenismo imperante. Perbenismo di cui, per loro fortuna, possono essere esentati i vari Principe, Macao e Jesus, gli arzilli e impenitenti ottuagenari di Casa Nova, toscanamente simili ai vecchietti pisani del Bar Lume di Marco Malvaldi (Pilade, Amelio, Emo) ma anche e forse soprattutto ai Mascetti, Melandri, Necchi e Sassaroli, i protagonisti di Amici Miei – Atto III (1985), il film di Nanni Loy in cui i goliardi di Monicelli si ritirano tutti in un ospizio senza perdere la voglia di fare le loro zingarate. Alla fine la serie a fumetti di Pieri e Cryx, a dispetto del titolo, finisce per avere come protagonista non tanto la procace infermiera Viviana, quanto il teatrino di personaggi: il mafioso Don, la cinica e avida direttrice Gabriella Kaputt, l’inserviente di colore Paco, il focoso Raulo e il per nulla focoso dottor Noè. Tanti character che interagiscono dando vita a divertenti episodi di due pagine. Onore al merito al coraggioso editore che investe nell'humor su carta. Per la cronaca, la prefazione al libro è mia.

sabato 28 luglio 2018

IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI


Raffaele Crovi
IL LUNGO VIAGGIO DI VITTORINI
Biografia – Marsilio
Collana Gli Specchi
Prima edizione 1998
brossurato - 484 pagine -  lire 32.000

Si legge come un romanzo, benché sia una “biografia critica” molto rigorosa e nonostante i temi trattati non siano acqua fresca: letteratura, cultura, politica, società, storia. Merito della penna di Raffaele Crovi, che conobbe Vittorini in gioventù e fu suo assistente negli ultimi giorni del maestro. E se c’è un difetto del libro, è proprio quello di non dare abbastanza spazio ai rapporti fra Crovi e Vittorini, come se per pudore l’autore della biografia non abbia voluto descriverli meglio, limitandosi ad accennarvi. La figura di Elio Vittorini è senza dubbio importantissima e la sua vita, o meglio, il suo “lungo viaggio” è costellato di tappe davvero importanti, degne di nota, piene di ammaestramenti in nuce. L’amicizia con Malaparte, la collaborazione con riviste fasciste, poi il passaggio sul fronte comunista dopo lo scoppiare della Guerra di Spagna, la vita clandestina durante la Resistenza, il periodo del dopoguerra con la creazione del Politecnico e la rottura con Togliatti che voleva manovrare la rivista e pretendeva di omologare tutti gli intellettuali (Vittorini si sottrasse), quindi la direzione di varie collane di libri, di riviste (una su tutte, il "Politecnico") e l’attività da talent-scout. Il tutto intessuto con la scrittura di romanzi e racconti (il suo capolavoro, secondo me, è "Conversazione in Sicilia")  con tanti progetti realizzati quanti quelli abortiti, ma anche quelli realizzati pieni di riscritture e ripensamenti; e poi la vita privata, le vacanze al mare, la prima moglie, poi il divorzio, la seconda moglie, i vari figli, la morte drammatica del primogenito; e anche le difficoltà economiche, la ricerca delle collaborazioni negli anni precedenti la Guerra. E gli amici, i rapporti epistolari con intellettuali italiani e stranieri. Un intellettuale vero, uno di cui si sente la mancanza. Quante cose da dire, da ricostruire, da scrivere. Raffaele Crovi lo fa con grande abilità di narratore: il biografo che tutti vorremmo avere, perché per incuriosire non ricorre ai pettegolezzi. Anche di lui si sente la mancanza.


mercoledì 25 luglio 2018

SESSANTOTTO E DINTORNI



Davide Barzi
Oskar
SESSANTOTTO E DINTORNI
Cut-Up
2018, cartonato
64 pagine, 18.90 euro

A partire dal 2004, Davide Barzi (sceneggiatore) e Oscar Scalco in arte Oskar (disegnatore) hanno collaborato a lungo (quando si dice le eccellenze italiane all'estero) con la casa editrice belga P&T Production / Joker Editions, realizzando (in perfetto stile franco-belga) numerose tavole a fumetti pubblicati su volumi antologici. Nel 2008 venne loro proposto di pubblicare un libro tutto da soli, e furono così raccolte in quarantotto pagine le disavventure di Hubert e Leopoldine, e dei loro quattro figli, cioè della famiglia protagonista del volume "Les Sixties", ovvero "Sessantotto e dintorni" finalmente (nel 2018) arrivato anche in Italia, con dieci tavole in più, inedite presso i cugini d'Oltralpe. Le vicende raccontate, con gag lunghe ciascuna una tavola di quattro strisce in perfetto stile bedé, percorrono, stagione dopo stagione, i dieci anni cruciali dell'evoluzione della società europea che vanno dal 1959 al 1969. Avrebbe dovuto esserci una seconda serie intitolata "Les Seventies" che poi non si fece ma che appunto con le tavole inedite è accennata nel libro italiano. Ogni sketch gioca su un qualche elemento legato alla storia o alla cronaca (soprattutto riguardo il costume) degli anni Sessanta: si comincia con il trasferimento dalla campagna in città della famiglia di Hubert, per poi passare a raccontare, vicenda dopo vicenda, attraverso l'arrivo degli elettrodomestici, delle minigonne, dei capelli lunghi, dell'uomo sulla Luna. Le gag sono simpatiche e ci si affeziona ai personaggi (ce ne sono altri, oltre a quelli già citati, come la padrona di casa e il disastroso figlio). A rendere più divertenti le storielle ci pensano i disegni di Oskar, deliziosamente francesi al servizio appunto della committenza ma anche della godibilità del racconto (ah, che nostalgia di fumetti così).

lunedì 23 luglio 2018

FRANKENSTEIN ILLUSTRATO






Alfredo Castelli
FRANKENSTEIN ILLUSTRATO
AC Press Edizioni
2018, brossurato
100 pagine, 9.90 euro

In occasione dei duecento anni dalla prima edizione del "Frankenstein" di Mary Shelley, Alfredo Castelli conclude e manda in stampa un saggio, intitolato "Frankenstein illustrato", da lui progettato (e iniziato a realizzare) nel 1970. All'epoca, il giovanissimo Zio Alfy (non ancora Buon Vecchio) aveva proposto la pubblicazione a Gino Sansoni, con il quale collaborava e per il quale aveva appena realizzato con Giorgio Montorio una versione a strisce proprio del romanzo della Shelley, per la collana "I classici a fumetti", primo adattamento disegnato uscito nel nostro Paese (riproposto oggi nel volume). "Per varie ragioni" (che Castelli non elenca dunque suscitando sospetti), il libro all'epoca non si fece, ma ecco che a distanza di 48 anni riesce a trovare la strada della libreria. Il progetto originario prevedeva una disamina completa su tutte le versioni letterarie (romanzi e racconti apocrifi), film, cartoni animati, parodie, adattamenti teatrali e quant'altro si potesse accostare a Frankenstein. Il saggio finalmente completato si limita invece alle versioni per lo schermo, dal 1910 a oggi. Del resto, "Frankenstein illustrato" è uscito in occasione di Etna Comics 2018 a corredo e complementi di un ricchissimo catalogo curato da Marco Grasso relativo a una mostra per i duecento anni del mito, catalogo in cui si elencano i millesima fumetti ispirati alla Creatura per antonomasia, tra cui Molok, avversario di Zagor in una storia scritta proprio da Castelli. Fra le curiosità che si scoprono leggendo "Frankenstein illustrato", oltre alla puntuale segnalazione dei film porno frankensteiniani, è come la terza pellicola della storia ispirato all'opera della Shelley, "Il mostro di Frankenstein", del 1921, sia italiano (regia di Eugenio Testa): la sorpresa consiste nel fatto che all'epoca il romanzo da cui fu tratti non era conosciuto nel nostro Paese, essendo la prima traduzione datata 1944. Il motivo per cui un capolavoro della letteratura inglese del 1818 sia rimasto inedito in Italia per più di cento anni è un vero mistero. Castelli come sempre è un maestro nel compilare cronologie e schedature e nel raccontare aneddoti.

domenica 22 luglio 2018

STORIE DELL'ANNO MILLE




Tonino Guerra
Luigi Malerba
STORIE DELL'ANNO MILLE
Bompiani
1972, 224 pagine

Peccato che questo capolavoro, scritto nel 1972 da due mostri sacri della letteratura e del cinema, Tonino Guerra e Luigi Malerba, sia stato dimenticato (perlomeno, non se ne sente più parlare): quando lo lessi per la prima volta, appunto ai tempi della scuola - nell'edizione scolastica che adesso ho recuperato e letto di nuovo - "Storie dell'Anno Mille" veniva almeno consigliato ai ragazzi delle Medie inferiori; oggi non saprei se venga ancora fatto leggere - nel caso, dovrebbe. Mi chiedo anche (e non lo so) se nelle intenzioni dei due autori, che scrivono un libro leggero e profondo al tempo stesso, il pubblico a cui rivolgersi fosse proprio quello dei più giovani (a me pare che possano fruire più consapevolmente gli adulti). In ogni caso si tratta tanti racconti cuciti insieme, che  narrano le disavventure di una sgangherata combriccola di morti di fame: Millemosche, Pannocchia e Carestia. 
Siamo nel più buio Medio Evo. I tre si incontrano dopo essere scampati a una battaglia. Millemosche, che sostiene di essere un cavaliere, aiuta gli altri due a uscire da un pozzo, e quelli si mettono a fare la sua stessa strada. L'imperativo principale è  trovare qualcosa da mangiare, e con la fame dovranno fare i conti tutti e tre per tutta la durata del racconto. All'inizio pensando di vendere lo sterco per fare soldi. Poi incontrano tre frati e rubano loro i vestiti. Incontrano il Papa che li scambia per frati veri e pretende di essere confessato da Millemosche (indimenticabile la sequenza in cui Millemosca ascolta la confessione del Papa e capisce solo "us, um, ibus, orum").  Riparano in un convento, celebre per vendere come reliquia i peli della barba di un famoso santo (peli miracolosamente inesauribili, mentre altrettanto muracolosamente ai frati del monastero non cresceva mai la barba). Costretti a lasciare il convento dopo un fallito tentativo di mangiarsi il maiale dei monaci, si arruolano in un esercito di mercenari impegnato nell'assedio di un castello. Millemosche diventa il "braccio destro" del generale, in senso reale: avendo perso l'arto in battaglia, il comandente vuole qualcuno che gli cammini legato alle spalle e usi il braccio al posto suo: ma quando Millemosche schiaffeggia incautamente il feudatario che finanzia l'assedio, è costretto alla fuga con Pannocchia e Carestia. I tre vanno a caccia di mucche e i contadini vogliono bruciarli sul rogo. Arriva un temporale che spenge il rogo, e una donna offre loro ospitalità. Si accorgono che è lebbrosa e scappono a rotta di collo. Un fiume li porta fino al mare, dove si imbattono nei pirati saraceni, e fuggono inseguiti anche da quelli. Non c'è un vero e proprio finale: ma esiste un seguito intitolato "Nuove Storie dell'Anno Mille". E' un romanzo che si legge d'un fiato, con grande divertimento. Mancano le risate più grasse, ma il sorriso largo sulle labbra è costante. Gli episodi sono brevi, cuciti insieme con grande senso del ritmo. Al di là dell'umorismo leggero e spesso surreale, è evidente l'intento degli autori di smitizzare la Storia con la S maiuscola, e farsi beffa delle Grandi Vicende del Grande Medioevo, quelle che hanno per protagonisti i Grandi Re, i Grandi Guerrieri, i Grandi Papi. Qui la storia è terra terra, fatta di fame, di povertà, di miseria, di lotte per una noce marcia e di roghi e di lebbra e di peste. Il linguaggio scelto da Guerra e Malerba è apparentemente semplice, in realtà innovativo e sperimentale, ma ricco di efficacia. Frizzanti e vivacissimi i dialoghi. "Certo che i piedi sono un disastro. Sarebbe meglio non averceli. - Giusto. Se uno non ha i piedi non ha nemmeno il mal di piedi. - A me piacerebbe di non avere la pancia, così non avrei più fame. - E la schiena? A che cosa serve? Solo per avere il mal di schiena. Anche quella sarebbe meglio non avercela - A me sono i pensieri che mi disturbano. Penso troppo e poi mi viene il mal di testa. Mi piacerebbe non averci la testa".



mercoledì 18 luglio 2018

GAVINANA



Gabriele Strufaldi
GAVINANA
Associazione Domenico Achilli
2018, brossurato
150 pagine, p.n.i.

La cosa che colpisce leggendo libri quale questo di Gabriele Strufaldi, è come si sia persa la memoria della storia locale mancando documenti e certezza di testimonianze e come questa evanescenza di ricordi riguardi anche anni insospettabilmente recenti. Peraltro, mancano spesso anche indagini archeologiche condotte sul posto e, soprattutto, nel posto giusto. Perciò ecco che, allo stato attuale delle conoscenze, risulta persino difficile stabilire a quando risalga il campanile di Gavinana,  borgo sulla Montagna Pistoiese dove, nel 1530, si combatté la celebre battaglia in cui perse la vita il capitano fiorentino Francesco Ferrucci e con lui finì la Repubblica nata a Firenze dopo la cacciata dei Medici del 1527. Una località, dunque, di importanza storica riguardo la quale ci si aspetterebbe una conoscenza approfondita. Invece risulta impossibile stabilire persino l'aspetto che il paese ai tempi della battaglia. Gabriele Strufaldi, che in passato è stato anche sindaco di San Marcello (il comune nel cui territorio si trova Gavinana) confronta fra di loro tutte le testimonianze note e le risultanze di scavi sporadici eseguiti in passato, valuta le ipotesi fatte o che si possono fare, e arriva a porre più dubbi di quanti giunga a risolverne: il che si rivela utile e costruttivo perché indica in quali direzioni indagare. L'autore formula però almeno una teoria di cui si dice ragionevolmente sicuro, argomentandola in modo ineccepibile (pur in mancanza di riscontri definitivi e certi): il nucleo originale del paese non si sarebbe trovato né nell'attuale zona chiamata Castello, né avrebbe circondato la pieve romanica (datata attorno al 1100), vale a dire le due tesi prevalenti in passato, ma si può forse circoscrivere in quella parte di Gavinana che oggi si identifica con il Collecchio, attorno all'attuale Palazzo Achilli. Personalmente, lette le motivazioni, mi trovo d'accordo. Accanto a questa ricostruzione storica, Strufaldi traccia le vicende della donazione (o meglio, dell'eredità) di Domenico Achilli alla comunità gavinanese, depredata da consorterie e da infedeli amministratori, e anche del Teatro, vanto degli abitanti, costruito su base volontaria da muratori e operai del paese all'inizio del Novecento, e di recente abbattuto dopo un lungo abbandono. Il saggio è destinato soprattutto ai paesani e resterà come un importante testo che fa il punto della situazione in attesa di una ripartenza degli studi e delle indagini: non a caso l'edizione è curata da una (benemerita) associazione locale. Una maggiore chiarezza a vantaggio dei non gavinanesi e una più ampia parte iconografica avrebbe favorito la diffusione anche al di fuori della cerchia delle mura del borgo, dovunque in passato si siano effettivamente trovate. 

lunedì 16 luglio 2018

GHIGO LO SFIGO




Laura Pipimpa Stroppi
GHIGO LO SFIGO
Sbam!Libri
brossurato, 2018,
64 pagine, 9.50 euro

Leggo Ghigo dal 1996, da quando cioè Laura Stroppi ha cominciato a disegnarlo, e continuo a ridere. Se accettate un consiglio, non perdetevi questa ultima raccolta, pubblicata dalla benemerita Sbam!Libri. Come scrivo nella mia introduzione (già, dato che l'introduzione è mia) tutto comincia con con cento lettere tutte uguali che la giovanissima Laura vergò di suo pugno e spedì appunto a Guido Silvestri, già celebre autore ed editore di Lupo Alberto. Nelle lettere c’era scritto, più o meno: “voglio fare la fumettista”. Seguivano poi suppliche e implorazioni per essere presa come sguattera di bottega presso Macchia Nera, la Casa editrice che stampava gli albi con i personaggi della Fattoria McKenzie. E fu appunto lì che io la conobbi, una volta che mi recai in via Ferruccio a Milano, per portare a Silver le mie sceneggiature di Cattivik (solo in seguito ne avrei scritte anche del Lupo). Già, perché la diciottenne Laura aveva fatto breccia nel cuore tenero di Guido e lavorava appunto come sguattera, preparando caffè e dando lo straccio per terra. Fra una lustrata al pavimento e una spolverata ai mobili, credo che Silver le desse anche da squadrare qualche foglio, da ripassare qualche inchiostro e da applicare qualche retino Ma del resto bisogna pure far gavetta, mica c’era Internet che oggi rende tutti famosi fin dal primo scarabocchio e basta scrivere “pio” in una vignetta che si hanno un milione di “mi piace”. A quei tempi c’era da disegnare con il lapis, il pennino e la china, e poi stampare le copie e cercare di venderle in edicola. C’erano ancora, le edicole. Lo so che i più giovani ne hanno soltanto sentito parlare, ma sono esistite. Insomma, la nostra Stroppi impara il mestiere. In effetti, continuando la fanciulla a fare gli occhioni lacrimosi, le vennero date delle storie di Lupo Alberto da realizzare. Ma già in quegli anni già aveva il suo personaggio nel cassetto, Ghigo lo Sfigo. Anzi, tirato fuori dal cassetto molto presto perché insieme ad altri ardimentosi giovani autori diede vita a una rivistina chiamata “L’isola che non c’è” su cui Ghigo era il piatto forte. Purtroppo, come era facilmente prevedibile “L’isola che non c’è” non la trovava nessuno e per se uno soprannominato lo Sfigo le cose sono più difficili che per gli altri. Tuttavia Laura non si è mai persa d’animo ed è riuscita a trovare ogni genere di contenitore e supporto per continuare a proporre il suo stralunato eroe ai lettori, fino ad arrivare al volume che stringete fra le mani. E, a nome di tutti quei lettori che si sono divertiti fin dagli esordi (gli esperti li datano nel 1996), lasciatemi ringraziarla per non essersi mai data per vinta e aver insistito nel deliziarci. Negli anni, Ghigo è cresciuto. Inizialmente era uno studentello caratterizzato da alcune mosche che gli volavano attorno. Pare che Laura avesse davvero, negli anni della scuola, un compagno così: allupato dalle ragazze e propenso a innamorarsi follemente, talvolta cinico ma sprovvisto di malizia, come chi non si rende conto della cattiveria che sta dicendo, svampito e privo di senso pratico. Poi è diventato un personaggio senza età, conservando la sua ilare leggerezza. Fu addirittura Bonvi a suggerirle di trasformare la caricatura di un amico in un personaggio a fumetti che avrebbe potuto vivere di vita propria (e scusate se è poco). L’autrice dice di vederlo con un suo alter ego: “è come se parlassi di me (e io non amo parlare di me)”, dice. Quindi Ghigo è una specie di confessione a fumetti, una valvola di sfogo: “sicuramente è un modo, molto efficace, di reinterpretare il mio vissuto quotidiano con il senso dell’umorismo. Mi piace vederlo come una mia versione pupazzata”. Originariamente lo Sfigo era protagonista di storielle di varie pagine, poi Laura ne ha sintetizzate la vicende in due, tre vignette ciascuna: “Ho cominciato a pensare a Ghigo in versione striscia per due motivi principali. Primo, io adoro la sintesi, sia nel disegno che nel testo. La strip mi corrisponde di più e rende il mio lavoro più facile e divertente. Sono poi dell’opinione che l’umoristico funzioni meglio con dei tempi narrativi brevi”, spiega la Pipimpa (così la nostra si fa chiamare su Facebook). “Pipimpa” in effetti potrebbe suonare stonato, vista la laurea in archeologia della nostra, le sue prestigiose collaborazioni, le tante illustrazioni, i volumi pubblicati e i premi vinti. E vista, soprattutto, la maturità della sua sintesi grafica: tanto di cappello. Dal 2010 Ghigo appare anche sulla rivista Skorpio, dove viene pubblicata anche un’altra striscia, realizzata in coppia con Giorgio Sommacal, “Rapa e Nui” (su testi di Giorgio Rasori), raccolta in volume sempre da Snam!Libri (guarda caso, con una mia introduzione).