sabato 31 marzo 2018

L'ANATOMISTA



Federico Andahazi
L'ANATOMISTA
Frassinelli
1998, cartonato,
220 pagine
Matteo Realdo Colombo fu un anatomista e fisiologo cremonese, ma operante a soprattutto Padova nella prima metà del Cinquecento. Fu autore di un fondamentale trattato medico chiamato "De Re Anatomica", uscito postumo nel 1559, anno della sua morte. Scoprì il funzionamento della circolazione del sangue, smentendo teorie aristoteliche e descrivendo per la prima volta in modo corretto il meccanismo dell'ossigenazione. Il suo maestro fu Andrea Vesalio, medico belga, che insegnò a Pisa, Pavia e Bologna, medico di corte di Carlo V e Filippo II, considerato il fondatore della moderna Anatomia. Anche se pochi lo sanno, fu proprio Matteo Colombo a studiare il clitoride e a descriverlo come "l'organo che governa l'amore delle donne". Nel "De Re Anatomica" lo chiama "Amor Veneris". Clitoride (termine che si può usare sia al maschile che al femminile) è un nome che deriva dal greco, e significa "punto del solletico". Colombo ne descrisse la struttura e le funzioni, stabilendone la finalità non riproduttive. Ciò gli valse l'arresto da parte dell'Inquisizione, che lo sottopose a un processo in cui rischiò seriamente di venire condannato al rogo. Le autorità ecclesiastiche non potevano permettere che si divulgasse la notizia che le donne hanno un organo creato da Dio solo per provare piacere e non finalizzato alla procreazione. Realdo Colombo, essendo medico personale di Paolo III (Alessandro Farnese), a cui aveva salvato la vita, se la cavò con la promessa di non divulgare le sue ricerche (ma provvide affinché la divulgazione avvenisse postuma immediatamente dopo la sua morte). "L'anatomista" è un libro di Federico Andahazi, psicanalista argentino, che racconta in modo romanzesco il processo padovano a Realdo Colombo (stranamente chiamato "Renaldo"), offrendo ai lettori una credibile ricostruzione delle tesi dell'accusa e dell'autodifesa dello scienziato. Dal punto di vista narrativo, Andahazi non brilla come romanziere; tuttavia è estremamente intetessante l'argomento. Dalla documentazione proposta ho tratto spunto per il soggetto di una mia storia a fumetti (illustrata da Davide Perconti e in via di pubblicazione) intitolata "Fra le labbra".

venerdì 30 marzo 2018

QUANDO I SOCIAL NON ESISTEVANO



Gianluca Zaccarelli
QUANDO I SOCIAL NON ESISTEVANO
Storia della "Postaaa!" di Zagor
ZTN
brossura, 2018

330 pagine, 28 euro


Le associazioni di appassionati di fumetti regalano spesso delle chicche inaspettate. Gianluca Zaccarelli, in arte "Zacca", confeziona sotto l'egida del forum ZTN un libro assolutamente originale dedicato alla rubrica "Postaaa!" pubblicata sugli albi di Zagor tra il giugno del 1987 e l'ottobre del 2011, firmata di mese in mese per ventiquattro anni da Sergio Bonelli. Di ogni singola puntata il curatore fornisce la puntuale scansione, con il corredo della copertina dell'albo corrispondente. C'è una introduzione del sottoscritto, e non mancano altri brevi testi a corredo e a commento. Soltanto apparentemente l'iniziativa è riservata ai super-appassionati, perché Sergio Bonelli, nelle sue rubriche, parlava di fumetti, di libri, di film (quelli che gli piacevano) ma anche narrava aneddoti della sua vita. In altre parole, raccontava di sé. In qualche misura, "Quando i social non esistevano" è una sorta di autobiografia mai scritta, ricca non solo di notizie ma anche di immagini: spesso Sergio corredava la rubrica con illustrazioni inedite o comunque pescava nel suo archivio disegni o foto in grado di suscitare la curiosità del lettore. A volte sceneggiava persino gag e vignette scritte di suo pugno. "Postaaa!" non fu la prima rubrica di corrispondenza dedicata a Zagor, perché prima venne inaugurata “Darkwood Fermo Posta” apparsa su "Tutto Zagor" l'anno precedente. Con il numero 263 (Zenith 314) del giugno 1987, anche la testata madre inaugura uno spazio simile. In realtà, non è che Sergio Bonelli rispondesse in queste rubriche a tutte le lettere e che in ogni puntata ne fossero ospitate quante più possibili. E’ facile constatare come spesso un piccolo passaggio di una missiva offrisse a Sergio il pretesto per trattare un argomento che all’editore piaceva affrontare o che riteneva potessero interessare il pubblico. Le lettere, erano, insomma, comunque un pretesto e non venivano riportate per esteso. Quando c’era da segnalare una iniziativa editoriale legata allo Spirito con la Scure lo faceva: per esempio, diede molto spazio allo Speciale Zagor della fanzine “Collezionare” confezionato dal sottoscritto con Francesco Manetti e Alessandro Monti (1990). Nel novembre del 2011, con lo Zenith n° 607, la rubrica "Postaaa!" è stata sostituita da "I tamburi di Darkwood". Nuova intestazione, nuova grafica, nuovo estensore. Il sottoscritto, chiamato da Mauro Marcheselli a prendere il posto, nella cura dei testi di pagina 4 della collana Zenith, di Sergio Bonelli. Il quale era purtroppo scomparso, come si sa, nel settembre precedente.

domenica 18 marzo 2018

IL SENSO DEL DOLORE



Maurizio De Giovanni
IL SENSO DEL DOLORE
Einaudi
2012, brossurato
216 pagine, € 12,00


Questo primo romanzo con protagonista il commissario Ricciardi venne pubblicato nel 2006 con il titolo "Le lacrime del pagliaccio" da Graus Editore, per poi venire di nuovo proposto l'anno successivo da Fandango con il titolo attuale. In seguito, visto il riscontro di pubblico le edizioni si sono succedute con il passaggio alla Einaudi fino alla versione a fumetti del 2017 realizzata dalla Bonelli. Sia la qualifica di commissario, sia l'ambientazione negli anni Trenta, sia il metodo di indagine "psicologico", sia il carattere burbero fanno di Ricciardi una sorta di Maigret in salsa napoletana, anche se sono evidenti gli elementi originali: la convivenza forzata e non indolore con il fascismo, i riferimenti a una realtà partenopea particolarmente documentata, ma soprattutto la caratteristica tutta ricciardiana dei fantasmi dei morti ammazzati che il poliziotto di De Giovanni ha il dono (o, per meglio dire, la maledizione) di vedere. Proprio il fantasma della vittima di turno sulla cui morte Ricciardi indaga ne "Il senso del dolore", quello del tenore Arnaldo Vezzi (ucciso nel uo camerino all'interno del teatro San Carlo prima di una rappresentazione de "I pagliacci"), fornisce al commissario uno degli indizi che lo portano a risolvere il caso. Il cantante, benché dotato di straordinario talento, si rivela un fetente di prima categoria e vien fatto di tifare per chiunque l'abbia ammazzato. Alla fine, infatti, lo stesso Ricciardi cerca di proteggere, per quanto possibile, il reo confesso - dimostrando una dose di umanità che gli fa onore (anche in questo c'è una somiglianza con Maigret). Del resto il commissario di De Giovanni ha appunto quel "senso del dolore" a cui allude il titolo: proprio la condanna della continua visione dei fantasmi lo porta a sentire su di sé il peso della sofferenza altrui, e lo incupisce trasformando il suo volto in una maschera impassibile dietro la quale cerca di difendersi, a costo di sembrare antipatico a tutti (a volte anche al lettore) trame che al fedele brigadiere Maione. Anche se per vie traverse, le indagini conducono  alla scoperta della verità e alla fine i perché e i percome sono convincenti e drammatici. Si uccide per fame o per amore, dice Ricciardi più volte nel corso del romanzo, e risulta aver ragione.

giovedì 15 marzo 2018

IL NEGROMANTE E ALTRI INCUBI


Si intitola "Il negromante e altri incubi". L'editore è Cut-Up. Gli autori sono Stefano Andreucci e il sottoscritto. Cartonato, 56 pagine, in bianco e nero, formato 21x30 cm, 14.00 euro. Si tratta del mio terzo libro con Cut-Up dopo "Dall'altra parte" e "Facezie", ma è il primo a fumetti. Raccoglie cinque storie di horror medievale pubblicate tra il 1990 e il 1991 sulla rivista "Mostri", che rappresentano i primi passi della mia carriera di sceneggiatore. Insieme a me compiva i suoi anche Stefano Andreucci, destinato a diventare uno dei migliori disegnatori del mondo (lo dico senza timore di venire smentito). Se siete curiosi di scoprire com'eravamo ai blocchi di partenza, non avete che da procurarvi il volume. Sono abbastanza certo che anche i cinque racconti siano divertenti, perché questo è il parere che continua a venirmi riferito, a distanza di quasi trent'anni, da tanti che li hanno letti. Il volume è preceduto da una (breve) prefazione di Paolo Di Orazio, protagonista della stagione di "Splatter" e delle pubblicazioni di quella gioiosa macchina da guerra che fu l'Acme di Francesco Coniglio e Silver, e da una (lunga) introduzione mia.  Da quattro delle cinque storie illustrate da Andreucci ho tratto altrettanti racconti in prosa contenuti nell’antologia horror “Dall’altra parte”, una quinta è stata pubblicata negli Stati Uniti dalla rivista Brian Yuzna's Horrorama.


Nel 1990, mentre cercavo di entrare nel mondo del fumetto come sceneggiatore dopo aver coltivato fin dall'infanzia una grande passione verso gli eroi di carta nel ruolo di lettore, attendevo speranzoso gli esiti di un tentativo in corso con lo Spirito con la Scure.  Ero però tutt’altro che certo di riuscire a portare a termine l’impresa con un risultato soddisfacente e niente garantiva che dopo il primo Zagor che Ferri stava disegnando avrei potuto scriverne altri. Incoraggiato dal riscontro positivo in casa Bonelli, decisi di tentare qualche altro colpo. A uno come me, abituato a recarsi tutti i giorni in edicola e non uscire prima di aver passato ai raggi X tutti gli scaffali, non era certo sfuggita la nascita di una nuova casa editrice chiamata ACME che aveva cominciato a mandare in edicola due testate horror in formato comic book, “Splatter” e “Mostri”, che non si limitavano a cavalcare l’onda del successo di Dylan Dog ma proponevano giovani autori di ottimo livello quali Stefano Andreucci, Bruno Brindisi, Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi e tanti altri. Perciò inviai all’indirizzo romano della redazione alcuni miei soggetti, incrociando le dita. 

Non passò una settimana che ricevetti una telefonata. “Sono Francesco Coniglio”, disse il mio interlocutore. Non avevo mai visto Francesco di persona, ma il suo nome era una sorta di mito presso i fanzinari, dato che era stato, con Luca Raffaelli, uno degli artefici di una fanzine storica del comicdom italiano, “L’Urlo”, passata alla storia per certe contestazioni durante l’edizione di Lucca Comics del 1978. Che io conoscessi Coniglio di fama, dunque, era nell’ordine naturale delle cose. Che lui conoscesse me, invece, no. Eppure era così: Francesco disse di essere un fedele lettore di “Collezionare”, la rivista amatoriale che io dirigevo, e di essere sobbalzato nel leggere il mio nome quale autore delle proposte che gli avevo inviato, dato che apprezzava il mio lavoro ed era proprio in cerca di gente come me.  Mi  spiegò che l'ACME era sua e di Silver (il celebre autore di Lupo Alberto), che mi conosceva di fama per Collezionare, che sapeva tutto di me perché anche all'epoca era un personaggio attentissimo, con le mani in pasta dappertutto. Mi invitò a raggiungerlo a Roma nel più breve tempo possibile. Nel giro di pochi giorni, saltai sul treno e feci la sua conoscenza nella redazione dell’Acme. Mi trovai di fronte una persona straordinaria, sulla mia stessa lunghezza d’onda: grande appassionato di Zagor, pieno d’entusiasmo e di idee, rapidissimo nel prendere decisioni e nel mettere in campo progetti. Scoprii che non si era improvvisato editore con “Mostri” e “Splatter” ma che da tempo si occupava di fumetti erotici con la sigla EPP , curando comunque numerosissime altre iniziative editoriali. Mi disse che i soggetti che avevo inviato gli erano piaciuti e mi rimandò al responsabile delle sceneggiature che le avrebbe valutate nel concreto e che era Roberto Dal Prà: per me anche lui era un mito, lo sceneggiatore de "L'uomo di Mosca", di Jan Karta e di Anastasia Brown, di cui leggevo le storie sulla rivista Comic Art. Andammo a pranzo insieme io, lui e Roberto Dal Prà. Roberto mi approvò un soggetto, che io sceneggiai. Si trattava del primo di cinque racconti che poi furono disegnati da Stefano Andreucci e che uscirono sulla rivista Mostri. Racconti apparsi su numeri molto ravvicinati tra di loro: nel giro di sette-otto mesi uscirono tutti, come fosse una miniserie. Di Stefano all’epoca non sapevo nulla, scoprii solo a cose fatte chi aveva illustrato le mie storie. Anche lui, come me, era alle prime esperienze: si tratta dei nostri primi lavori. Si vedeva già però qualcosa in controluce.


Tornai molte altre volte a Roma, incontrando personaggi incredibili come Greg (della coppia Greg & Lillo) che all’epoca lavorava come redattore della Acme e disegnava un esilarante fumetto dal titolo “I sottotitolati”. Ogni volta che vedevo Coniglio, tornavo a casa carico di cose su cui lavorare, avendo respirato l’aria effervescente di una redazione in cui si inventavano testate che erano proprio come quelle che io avrei voluto trovare in edicola: Torpedo, Cattivik, Lupo Alberto, Hard Comic Album, Animal Comic, Hey Rock, Ciacci, Zio Tibia. Alcuni progetti non arrivarono mai in porto, ma ci lavorammo. Qualche mese dopo, quando il nostro rapporto di collaborazione si fu consolidato, Francesco mi propose di trasferirmi a Roma a lavorare da lui. Lo ascoltai incredulo: si trattava di una vera e propria offerta di assunzione per fare il redattore della Acme. Fu in pratica il primo a convincersi che avevo la stoffa per essere utile in una Casa editrice. Era il lavoro che avevo sempre sognato. Chiesi quanto fosse lo stipendio. Era il normale stipendio per quel lavoro, né più né meno. Io però, a Firenze, avevo già un impiego e guadagnavo un po' meglio. Inoltre, trasferendomi a Roma avrei dovuto trovare un appartamento in affitto. Facendo due calcoli, capii che togliendo le spese per l’alloggio non mi sarebbe avanzato molto. Così rifiutai. Però sono sempre stato grato a Coniglio per quella dimostrazione di stima. Quando poi anni dopo mi proposero l'assunzione in Bonelli dissi di sì, e lasciai la Società Autostrade, ma questa è un'altra storia (che vi ho già raccontato). Però evidentemente era ormai nell'aria il fatto che io dovessi lavorare nel fumetto sul serio e Francesco aveva già intuito che sarei diventato un animale da redazione. Purtroppo, troppo presto, l'ACME chiuse, come varie altre Case editrici fatte e disfatte dal loro inventore, in un incredibile ottovolante di successi e fallimenti. C'erano trionfi, come quello  mensili di Lupo Alberto o dei Simpson, poi tracolli come quelli di Torpedo. Sergio Bonelli divenne socio di Coniglio e Silver dado vita al marchio Macchia Nera, che sostituì quello dell'Acme e che aveva sede a Milano in Via Ferruccio 15, la vecchia sede dell’Audace. Coniglio mi chiedeva prefazioni per certe sue pubblicazioni, oppure di curarne alcune (come il volume della collana Acme Comics dedicato alle Sturmtruppen o la raccolta delle comiche di Cico & Trampy di Nolitta & Ferri). Fu lui a chiedermi di curare la Posta e le rubriche umoristiche di Cattivik, cosa che feci per lungo tempo con lo pseudonimo di Gustavo La Fogna.  Poi io Francesco abbiamo preso strade diverse, ma siamo sempre rimasti in contatto. 

Mentre presentavo i racconti per Mostri, provai anche a presentare dei soggetti per Splatter, che furono tutti bocciati. L’ACME però pubblicava anche Cattivik e chiesi se potevo proporre qualcosa anche per quel personaggio. Risposero subito “Eccome!”. Erano ben contenti, perché gli serviva gente spiritosa in grado di scrivere storie per il Genio del Male. Presentai primi soggetti, e in quel caso fu Vincenzo Perrone l’editor che mi guidò inizialmente. In breve cominciai a scrivere storie di Cattivik a tambur battente. A un certo punto Silver in persona mi chiese perché non cominciassi a scrivere anche qualche storia di Lupo Alberto. Non avevo osato chiederlo. Alla fine ho fatto 40 storie di Cattivik e poi ne ho fatte 40 di Lupo Alberto. Poi a un certo punto io stesso smisi, perché, dovevo occuparmi di Zagor. Io avevo da fare, loro avevano anche altri collaboratori e a un certo punto, in modo naturale, la cosa si è esaurita. Dopo tanti anni, il volume con Cut-Up mi ha permesso di recuperare le emozioni di quei giorni. Spero che capiti anche a voi.

domenica 11 marzo 2018

GIUSTIZIA A CORPUS CHRISTI



Mauro Boselli
Corrado Mastantuono
GIUSTIZIA A CORPUS CHRISTI
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato

52 pagine, 8.90 euro


Un cartonato "alla francese" più bello di molti volumi francesi. Qui i disegni potrebbe essere pubblicati anche in bianco e nero senza perdere grinta e non è il (pur ottimo) colore a sostenerli. Magistrale, Mastantuono. La storia è asciutta e drammatica come ogni western ambientato nel Sud Ovest dovrebbe essere. Il prezzo, rispetto ai volumi cartonati con le medesime caratteristiche, è assolutamente concorrenziale. Perciò che cosa si può pretendere di più? La recensione potrebbe finire qua. Tuttavia, per amor di cronaca, aggiungerò che si tratta di un nuovo tassello alla ricostruzione condotta da Mauro Boselli del passato di Tex, e portata avanti sia sulla collana dei Maxi, sia sugli albi Giganti, sia su questa serie cartonata che giunge a fregiarsi in copertina del marchio dei settanta anni di Aquila della Notte. In particolare, "Giustizia a Corpus Christi" prosegue il precedente "Il vendicatore " (disegnato da Stefano Andreucci). Tex ha scoperto che gli assassini di suo padre Ken, uccisi in una storia scritta in passato da Giovanni Luigi Bonelli (ai tempi in cui c'erano ancora le serie a strisce), facevano parte di una assai più ampia organizzazione di razziatori. Sgominare la banda, che gode di agganci insospettabili e di numerose complicità, porta il giovane Willer a finire nella lista dei ricercati. Dalla sua parte, però, Tex ha un ranger, Jim Callahan, e suo fratello Sam.

martedì 6 marzo 2018

ELEGIE DUINESI




Rainer Maria Rilke
ELEGIE DUINESI
Crocetti Editore
1999, brossurato
90 pagine, 22.000 lire


Le Duineser Elegien, ovvero “Le elegie duinesi”, sono una raccolta lirica di Rainer Maria Rilke, poeta e drammaturgo boemo di lingua tedesca (nato a Praga nel 1875, morto in Svizzera nel 1926) . Le dieci composizioni furono iniziate nel 1912 durante un soggiorno di Rilke a Duino (nei pressi di Trieste), ma dopo un fulmineo impeto creativo che portò alla composizione di un primo nucleo, l’opera fu portata a compimento soltanto dieci anni dopo. In una sua introduzione a una edizione del 2006, il critico Michele Ranchetti scrive: “Ogni Elegia deve considerarsi come come una tesi che Rilke illustra in una serie di ragionamenti in poesia. Alcuni passi sono oscuri». In che conforta chi, affrontando la lettura delle liriche, resti turbato e spiazzato dalla loro bellezza quanto dalla loro oscurità. 
Tuttavia, cimentandosi nell’interpretazione, sia o non sia quella che gli voleva dare Rilke, c’è di che rimanere affascinati. Si può partire dalla constatazione di come il poeta, nato e cresciuto in un ambiente cattolico e borghese, e istintivamente portato verso una naturale religiosità, si sia progressivamente distaccato dal tradizionale modo di intendere la spiritualità e di rapportarsi a Dio. Si potrebbe dire che entra in crisi, anche perché si sente senza patria e vive in nel clima del decadentismo artistico di fine Ottocento e di inizio Novecento. Perde le certezze basilari della vita e ne cerca altre, influenzato anche dai suoi contemporanei Kafka, Freud e Nietzsche e dal precedente Schopenhauer. Rilke osserva il mondo, fa indagini sullo spirito e sulla natura, si interroga filosoficamente sull’esistenza e sulla morte. Da questo tumultuare di riflessioni, nascono le domande delle Elegie. “Essere qui è stupendo”, dice il poeta in un passaggio della settima Elegia, dove si inneggia alla vita contro il destino della morte. Nell settima il concetto è ribadito: l’uomo è fragile, ma “essere qui è tanto”, al punto che, sia pure apparentemente, “ogni cosa qui ha bisogno di noi, noi più fragili di tutto”. L’esistenza è resa più preziosa dal fatto che viviamo una sola volta: “una volta e mai più. Mai più”. Non che “essere stati di questa terra” conti qualcosa per le stelle. A loro, nulla importa. Loro sono “indicibili”. Ma conta per noi, per poter “dire”. “Dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutta, finestra – al più colonna, torre… ma per dire, capisci, oh, per dire così come le cose stesse non hanno mai veramente creduto di essere”. Conta il nostro dolore, la nostra fatica, la nostra “esperienza d’amore”, la nostra testimonianza. “Qui è il tempo del dicibile, qui la sua patria”, contrapposta alle dimensioni indicibili. “Vedi, io vivo. Vita sovrabbondante mi zampilla nel cuore”. Questi versi mi ricordano, e chissà se c’è davvero un collegamento, quelli di una canzone di Roberto Vecchioni, “La stazione di Zima”, in cui l’uomo parla a Dio sentendosi estraneo alla sua grandezza e orgoglioso della sua dimensione umana. La dimensione divina, del resto, che Rilke racchiude nel concetto degli Angeli a cui fa costante riferimento, è inarrivabile. E’ ciò che esprime il famoso incipit della prima Elegia: “E chi allora, se gridassi mi sentirebbe, degli ordini angelici?”. La risposta è scontata: nessuno. Ma se anche uno degli Angeli scendesse a stringerci, che sarebbe di noi? “Morirei della sua più forte essenza. Perché la bellezza non è altro che l’inizio del tremendo, che appena riusciamo a sopportare, e ci fa tanta meraviglia perché, tranquillo, disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo”. Un verso magnifico, questo. Non a caso la triestina Susanna Tamaro ha intitolato proprio “Ogni angelo è tremendo” la propria autobiografia. La cosa più vicina a Dio che un uomo può provare è l’amore, soprattutto quello doloroso, non contraccambiato. Gli innamorati sono le creature più vicine agli Angeli, che comunque li ignorano. 
Un simbolo ricorrente è quello dell’albero, che dalla terra nella quale ha le radici protende i suoi rami, come braccia disperate, verso il cielo. Tra le altre tematiche delle Elegie Duinesi ci sono anche la maternità, la paternità, l’infanzia, gli eroi, la memoria, la caducità della vita sublimata però dalla creazione artistica, la paura della morte. Nell’ottava Elegia si confronta il diverso destino degli uomini e degli animali: entrambi abbiamo, come creature dal tempo limitato, la morte che ci segue. Però loro guardano davanti, noi guardiamo indietro. La morte la vediamo soltanto noi. “L’animale, libero, ha la sua morte sempre dietro di sé e Dio davanti, e quando se ne va, allora va in eterno, come scorrono le fontane. Noi non abbiamo mai davanti, neanche per un sol giorno, il puro spazio nel quale i fiori sbocciano in continuazione”. Nella decima Elegia si affronta il tema della felicità. Secondo Rilke, la felicità è come una pioggia “che cade a primavera sulla terra nera”. Piove quando vuole lei, non quando vogliamo noi. Se lo capissimo, “noi che pensiamo alla felicità come a qualcosa che sale, sentiremmo l’emozione, che quasi ci sgomenta, di quando una cosa felice cade”.

venerdì 2 marzo 2018

FINE TURNO





Stephen King
FINE TURNO
Sperling & Kupfer
2016, cartonato
480 pagine, 19.90 euro


Ed ecco il terzo e ultimo capitolo della trilogia cominciata con "Mr. Mercedes" e proseguita con "Chi perde paga". Con "Fine turno" Stephen King ritorna a occuparsi del serial killer (ma è un po' riduttivo definirlo così) Brady Hartsfield, psicopatico con il pallino delle stragi e dell'induzione al suicidio altrui. Il filo conduttore dei tre romanzi è un poliziotto in pensione, Bill Hodges, che compare in ognuna delle storie, mentre Hartsfield nel secondo libro è solo una figura di contorno (giace in ospedale apparentemente in coma). Che il pazzo criminale si risvegliasse, un po' ce lo aspettavamo tutti, ma King ci stupisce con il come avviene il risveglio. Dopo due romanzi sostanzialmente "gialli", o thriller, o noir, adesso ecco fare irruzione il paranormale, scatenato dai farmaci sperimentali che un medico decide di testare su Hartsfield. Farmaci che gli donano il potere di prendere possesso con la mente dei corpi altrui e di agire anche attraverso un mortale videogioco con cui riesce a spingere le sue vittime al suicidio, riprendendo la vecchia passione. Nella sua nota finale King scrive: "'Fine turno' è un'opera di narrativa ma l'alto tasso di suicidi è una triste realtà". King accenna anche al pericolo dell'emulazione tra i giovani: ogni suicidio finito sui social provoca altri dieci tentativi, due dei quali riescono. A complicare e rendere più drammatica la vicenda c'è il tumore al pancreas di Brady, quello che segna, appunto, il suo "fine turno". Non è il miglior romanzo di King, ma si lascia leggere con qualche brivido.

sabato 24 febbraio 2018

IL RAGAZZO SENZA STORIA





IL RAGAZZO SENZA STORIA
di Ross Macdonald
Polillo Editore
2012, 265 pagine
brossura, 14.90 euro

La Polillo benemerita per la sua collana "I bassotti", di cui ho recensito qualche titolo, dedicata ai gialli classici di scuola inglese, ha al suo attivo una seconda serie, "I mastini", riservata invece alle crime stories americane. Ross Macdonald (1915-1983), californiano, è considerato un maestro del genere insieme a Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Il suo vero nome era Kenneth Millar,  nato in California ma cresciuto in Canada. Il principale personaggio di Macdonald, non a caso, è un detective privato, Lew Archer che è stato per varie volte interpretato sul grande schermo da Paul Newman (noi lo conosciamo come Harper, e il film più famoso è "Detective Harper: acqua alla gola"). Archer non è un duro, non spara, non picchia la gente. Però sa indagare. Ha fiuto per le piste, sa interrogare le persone facendo le giuste domande, non si lascia facilmente infinocchiare. Seguirlo mentre indaga è divertente e intrigante. In questo romanzo ("The Galton Case", l'ottavo della serie), datato 1959, i colpi di scena sono continui e tutto quel che sembra di aver capito viene smontato dalle scoperte fatte nel capitolo successivo. Che si deve chiedere di più a un poliziesco? Archer viene ingaggiato da una vecchia e ricca signora, l'eccentrica Maria Galton, perché ritrovi suo figlio Anthony, scomparso da vent'anni, quando se ne è andato di casa, volontariamente, senza più dare notizie, dopo una serie di scontri con la madre causati dal suo matrimonio con una ragazza di bassa estrazione sociale, dalla quale aspettava un figlio. S distanza di così tanti anni il caso sembra di difficile soluzione (Antohonyu ha fatto di tutto per non farsi ritrovare, come pare subito evidente)  ma il detective rintraccia il nipote, figlio dello scomparso, che, morto il padre, risulta essere l'unico erede delle sostanze della nonna. Ma davvero il ragazzo è chi dice di essere? La signora Galton è convinta di sé, e accoglie il giovane come se fosse suo figlio. Il medico di famiglia August Howell, invece, lo ritiene un impostore e resta sconvolto quando la sua stessa figlia, Sheila, si innamora del ragazzo. Intende smascherarlo! La soluzione è assolutamente sorprendente, e ribalta ogni attesa come in un gioco di specchi. La trama è complessa ma la storia scorre secondo la logica ferrea che, secondo me, tutti i gialli dovrebbero avere (e purtroppo non tutti hanno). Alla base c'è il meccanismo dell' agnizione tipo di molte tragedie greche, cioè quello del riconoscimento dio una persona data per persa o scomparsa, al suo ritorno a casa, ed è proprio a questo che Macdonald, che considerava questo romanzo il suo migliore, dice di essersi rifatto.


venerdì 23 febbraio 2018

MORTALITA'





MORTALITA'
di Christopher Hitchens
Piemme, 
2012, 100 pagine
cartonato, 12 euro

"Tra le più lucide e illuminanti pagine sulla condizione umana": così il New York Times ha recensito questo aureo libretto che raccoglie gli ultimi scritti di Hitchens, giornalista, polemista, intellettuale e conferenziere. Di lui, Richard Dawkins ha detto: "era il più grande oratore del nostro tempo", per la sua capacità di catturare e infiammare le platee. Ne abbiamo parlato, qui e sul blog, a proposito del libro "Processo a Dio", che raccoglie la discussione svoltasi durante un celebre dibattito televisivo dello scrittore con Tony Blair a proposito della religione, e ancora dopo parlando del saggio "La posizione della missionaria" in cui Hitchens puntava l'indice contro Madre Teresa di Calcutta (potete ritrovare tutte e due le mie recensioni da qualche parte nel mare magnum di "Freddo cane in questa palude"). Ma, soprattutto, Hitchens è l'autore del fondamentale "Dio non è grande" (fondamentale anche per chi crede, perché non si può prescindere dal considerare le idee dello scrittore, e nel caso replicare). Nel giugno 2009, mentre era impegnato nel tour promozionale della sua autobiografia "Hitch 22" (anch'essa imperdibile, edita in Italia da Einaudi), al giornalista viene diagnosticato un tumore all'esofago andato in metastasi. Nei successivi diciotto mesi, Hitchens racconta su "Vanity Fair" tutte le fasi della lotta contro il male (anche se scrive: "non sono io che combatto il cancro, è il cancro che combatte contro di me"), mettendo per scritto in modo lucido e impietoso sia le descrizioni delle sofferenze sia il dipanarsi delle sue riflessioni sulla vita e sulla morte. Gli articoli sono stati appunto raccolti in questo libro, e non smentiscono in nulla il grande talento dell'autore sia come polemista (formidabili le sue risposte a chi sosteneva che la sua malattia fosse una punizione divina e ne gioiva) sia come indagatore in campo letterario, filosofico, sociologico, politico. Commoventi gli ultimi appunti rimasti incompleti, raccolti nel capitolo conclusivo, tra cui questo aforisma che racconta tutto di lui: "Se mi converto sarà perché è meglio che muoia un credente che un ateo". Hitchens è morto nel dicembre 2011.


venerdì 16 febbraio 2018

LETTERA AL MIO GIUDICE



Georges Simenon
LETTERA AL MIO GIUDICE
Adelphi
2003, brossurato
206 pagine, 13.50 euro


Mi è parso di riconoscere gran parte delle tematiche de "L'uomo che guardava passare i treni", che Simenon scrisse nel 1938, in questa "Lettera al mio giudice" che invece è del 1946. In ambedue i romanzi il protagonista è un uomo dalla vita tranquilla che improvvisamente si ribella alle convenzioni sociali e sceglie di essere se stesso. O meglio, per usare una metafora contenuta nella "Lettera", di ritrovare la propria ombra. Charles Alavoine, medico di campagna, per due volte si sposa (la seconda dopo essere rimasto vedovo della prima moglie morta di parto) in ossequio a ciò che tutti si aspettano da un uomo come lui: che abbia un lavoro dignitoso, una consorte, dei figli. E lui si adatta, pur essendo insoddisfatto della propria vita. Non è che non veda vie di fuga: non considera l'ipotesi che le cose possano andare diversamente. Però si accorge sempre di più che gli manca l'ombra, come se la sua esistenza fosse senza sostanza, non vera. Finché non scatta una molla che cambia le cose. Charles conosce per caso una ragazza, Martine, di cui si innamora follemente, al punto da non concepire più come possibile la vita senza di lei. La cosa manda a monte il suo matrimonio con la borghesissima seconda moglie Armande, con cui da tempo non ha più neppure rapporto sessuali, che pure si dice disposta a tollerare che il marito sfoghi i propri bisogni con l'altra a patto che ciò avvenga discretamente e occasionalmente al di fuori delle mura domestiche, in modo da salvare le apparenze. Armande non ha capito che per Charles non si tratta di quello: si tratta della propria vita, del diritto di essere felice. Ci sono pagine molto belle che esprimono il concetto di una esistenza che deve assomigliare a chi la vive, e che spiegano cos'è l'amore. "Il bisogno di una presenza, anzitutto. Il bisogno necessario, assoluto, vitale come un bisogno fisico. Poi la smania di spiegarsi, a noi stessi e all'alto, perché siamo così estasiati, così consapevoli di essere di fronte a un miracolo. Abbiamo tanta paura di perdere quella cosa in cui non avevamo mai sperato, che il destino non ci doveva, che forse ci è stata donata per caso, da sentire continuamente il bisogno di rassicurarci e, per rassicurarci, capire". Purtroppo la forza dirompente della scoperta di come l'amore possa cambiare la vita, porta a degli scompensi in Charles. Il crollo delle precedenti certezze, che pure lui rifiuta con piena consapevolezza, è destabilizzante. Martine è una ragazza dal passato torbido. Probabilmente gli anni in cui il romanzo fu scritto non permisero a Simenon di essere più esplicito, o è lo stesso Charles, nel scrivere la sua Lettera al giudice (tutto il romanzo è costruito come una missiva scritta dal carcere), a essere reticente, ma si accenna di continuo all' "altra Martine", quella della vita prima del suo incontro con il medico. Ragazza dolce, docile, facile, che attira gli uomini da cui veniva sfruttata, manipolata, lusingata, e a cui piaceva trarre rassicurazioni dai desideri altrui, Martine forse è stata una prostituta, comunque è passata attraverso esperienze promiscue non meglio specificate. Dal momento in cui Charles se ne innamora, lui la vuole solo per sé. L'idea del suo passato lo manda un bestia e il medico diventa preda di una furia incontenibile - che porterà alla sua perdizione, e a quella della ragazza, che pure accetta il suo destino perché anche lei trova in quell'amore folle una catarsi desiderata. Drammatico e disturbante, soprattutto nel finale. Simenon sempre magistrale. Da questo romanzo è stato tratto il film "Il frutto proibito" (1952), di Henry Verneuil.

domenica 11 febbraio 2018

SILENZI




Emily Dickinson
SILENZI
Poesia - Feltrinelli
2016 - brossurato
212 pagine -  9.50 euro

Barbara Lanati, traduttrice e selezionatrice delle circa 140 poesie raccolte in questa antologia (delle oltre 1700 scritte dalla Dickinson), è anche l'autrice di un saggio introduttivo molto interessante, che serve a illuminare l'opera della schiva poetessa americana, nata ad Amherst (Massachussetts) nel 1830 e lì morta nel 1886, praticamente senza mai essersene allontanata. "Io non mi spingo oltre il giardino di mio padre, non vado a casa di nessuno, non vado in nessun'altra città", scrive la stessa Dickinson in una lettera del 1869 a Thomas Higginson, redattore di una rivista a cui aveva sottoposto in visione alcune sue poesie. Emily fu sempre timida, introversa, impaurita. La sua vita trascorse nell'attesa di un qualcosa o di un qualcuno che non arrivò mai, ritirata in una stanza, consumata nella lettura, nell'introspezione, nel silenzio dei pomeriggi spesi a lavorare a quelle brevi poesie che solo a quattro anni dalla morte lo stesso Higginson avrebbe dato alle stampe. Dopo averle, beninteso, edulcorate e corrette in nome di una considerazione della poesia femminile come composta e controllata. Cosa che i versi della Dickinson non sempre erano, e non solo l'atteggiamento equivoco di Emily nei confronti della religione ("Non mi sentirò a casa, lo so / nei cieli lulinosi. / Il Paradiso non mi piace / perché è domenica tutti i giorni / e l'intervallo non arriva mai" - poesia 413). C'è di più. Scorrendo i brevi componimenti raccolti in questa antologia ci si accorge subito di come la "vergine di Amherst" espliciti nei suoi versi un grande fermento, una grande passione, addirittura una grande sensualità. "Notti selvagge! Notti selvagge! / Fossi io con te / notti selvagge sarebbero / la nostra passione": così recita la poesia 249. E c'è da notare che il verso finale, tradotto fin troppo castigatamente dalla Lanati (che ha tolto anche il punto eclamativo), in inglese suona: "Our luxury!".  Ed ecco la 162: "Il mio fiume scorre verso di te / Azzurro Mare! Mi accoglierai? / Il mio fiume aspetta una risposta / Oh Mare, siimi benevolo / ti porterò ruscelli da angoli lontani / Ehi Mare, prendimi!". (Bellissima in inglese: "My Rivers runs to thee / Blue Sea! Wilt welcome me? / My Rivers waits reply / Oh Sea - look graciously / I'll fetch thee Brooks / From spotted nooks / Say - Sea - Take Me!").  Scrive la Lanati: "La poesia della Dickinson trascrive l'esperienza di una donna che seppe abbracciare la condizione della solitudine e farne un provocatorio strumento di conoscenza e avvicinamento all'uomo, una donna che visse nell'ostinata interrogazione del silenzio e a quel silenzio riuscì a dare un corpo: la parola poetica". Dunque, vita ritirata e schiva, ma grande impeto interiore sfogato unicamente nella poesia. Poesia che comunque, parla soltanto di lei stessa, è soggettiva, chiusa nel suo piccolo. L'introspezione della poesia dickinsoniana porta talvolta Emily a una scriuttura allusiva e astratta, verrebbe da dire comprensibile solo a lei stessa. Tuttavia, al contrario di molti altri poeti volutamente criptici, anche le poesie più ostiche suonano affascinanti e inquietanti allo stesso tempo. E c'è da notare come la Dickinson nell'originale inglese sia comunque sempre più chiara e più immediata della sua traduzione italiana. "I'm Nobody! Who are you? / Are you Nobody too? / Then there's a pair of us!" ("Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu? / Allora siamo in due!").


domenica 4 febbraio 2018

LOLITA



Vladimir Nabokov
LOLITA
Adelphi
2005, brossurato
400 pagine, 8.50 euro

Un consiglio: meglio leggerlo prima che lo censurino o finisca all'Indice. Una raccomandazione: meglio leggerlo perché è una esperienza che lascia il segno. Una constatazione: è disturbante ma scritto da una dio della scrittura. Una avvertenza: non c'è niente (ma proprio niente) di erotico. Per quante siano state (e furono tante) le difficoltà che ebbe Vladimir Nabokov (1899-1977) nel pubblicare "Lolita" a Parigi nel 1955, quasi certamente oggi l'autore ne incontrerebbe di più. Tuttavia, fin dalla immaginaria prefazione del fantomatico psicologo John Ray (che racconta di come il diario di un detenuto in attesa di giudizio morto in carcere nel 1952 fosse giunto nelle sue mani), la vicenda di Humbert Humbert, letterato europeo (di nazionalità svizzera) trapiantato negli Stati Uniti, viene considerata quella di un caso clinico. Non c'è nessuna indulgenza o simpatia da parte dell'autore verso il suo personaggio, nonostante questi narri in prima persona, e lo stesso H. H. considera se stesso come un malato, in qualche modo vittima del suo modo di essere. Dunque Nabokov non si compiace morbosamente di quel che racconta ma indaga l'animo umano e ne descrive una perversione che tutte le statistiche definiscono tutt'altro che insolita (viene citato uno studio che sostiene una incidenza del 12% tra i maschi americani). Nel 1956 Nabokov scrisse una postfazione ("Note su un libro chiamato Lolita"), allegata a ogni edizione del romanzo in cui ne spiega la genesi e le vicissitudini precedenti la pubblicazione prendendo garbatamente in giro i censori e facendo interessanti riferimenti anche alla propria madrelingua, il russo, abbandonata nel 1940 quando emigrò negli Stati Uniti, dove venne naturalizzato: sarebbe appunto questa il trauma che avrebbe segnato la sua vita e non certo alcun tipo di esperienza pedofila. In questo testo l'autore scrive di essere quel tipo di scrittore che "quando comincia a lavorare a un libro non ha altro intento se non quello di liberarsi del libro medesimo". "Lolita" si può dividere in due parti: nella prima (stranamente quella che disturba di più nonostante non vi sia descritta alcuna violenza ai danni di minori), Humbert Humbert descrive la propria ossessione per le "ninfette" e le sue strategie per tenerla a bada, prima in Europa e poi negli Stati Uniti in cui si trasferisce. Quando va ad alloggiare come pensionante nella casa di Charlotte Haze e vede sua figlia dodicenne, Dolores, ne resta folgorato. Lolita (così viene chiamata la bambina) è naturalmente maliziosa (è questo che trasforma, spiega Humbert, una bambina in una ninfetta) e l'io narrante (che scrive il suo diario in prigione, come viene fin dall'inizio dichiarato) studia infinite strategie per poterla guardare, sfiorare, toccare senza dare scandalo. Nella seconda parte del libro, quando Charlotte, che l'uomo ha finito per sposare, muore in un incidente stradale e Humbert diventa in qualche modo il tutore dell'orfana, le cose cambiano. Il pedofilo comincia ad avere rapporti sessuali con Lolita ma si scopre che la ragazzina già ne aveva avuti molti con i suoi coetanei ed è (per quanto si possa esserlo alla sua età) consenziente in cambio di regali. Humbert gira l'America con lei viziandola in ogni modo, sinceramente innamorato perso (per quanto possa esserlo un pedofilo) della bambina. Bambina che si rivela capricciosa, superficiale, svogliata, perfino stupida quando sceglie di cambiare pedofilo abbandonando Humbert e finendo dall'altro abbandonata in mezzo alla strada. Ci sono poi i risvolti noir della vicenda, perché prima il protagonista vorrebbe uccidere la moglie Charlotte per poter restare solo con Lolita (il destino lo previene), poi va a caccia, armato di pistola, dell'uomo che gli ha portato via la ragazzina, roso dalla gelosia e dalla passione. Humbert, per quanto perverso e consapevole della propria malattia, è uomo colto e intelligente e sa descrivere se stesso, gli altri, la società e gli avvenimenti alla luce di un filtro letterario che illumina tutto in modo anticonformistico e dissacrante. Dal romanzo di Nabokov Stanley Kubrick ha tratto un film nel 1962.

sabato 3 febbraio 2018

SENZANIMA



Luca Enoch - Stefano Vietti - Mario Alberti
SENZANIMA
Sergio Bonelli Editore
2027, cartonato,
80 pagine, 16 euro


Prima ancora che la miniserie "Senzanima" (dedicata alle avventure giovanili di Ian Aranill narrate con un linguaggio più crudo e "adulto" della originaria serie a fumetti di Dragonero) giunga in edicola, il primo episodio è stato pubblicato in un volume cartonato destinato al circuito librario. Dragonero è un personaggio legato a un genere, il fantasy (o più precisamente l'heroic fantasy), che ha i suoi cultori e che risponde a regole precise, per cui va sempre valutato tenendo conto dei codici letterari a cui risponde. Il recente successo di alcune serie TV che si inseriscono nel filone del "Signore degli Anelli" ha reso molto popolari (anche, appunto, grazie al successo dei film di Peter Jackson) gli stilemi e gli ingredienti di questo tipo di storie. "Senzanima", tuttavia, condisce di realistica asprezza le consuetudini del genere, nei dialoghi, nella scansione delle sequenze e nella trama, e dunque seleziona un pubblico più scafato. Qualcuno, tra il tradizionale pubblico bonelliano, potrebbe persino essere infastidito da certe tavole e da certi balloon. Siamo però al di fuori della collana regolare di Dragonero, e la miniserie che farà seguito al volume avrà un marchio editoriale diverso. Le prime sessanta tavole (tanto sono lunghi gli episodi, compreso questo d'esordio) raccontano di un giovane e ribelle Ian che fugge dal castello di famiglia dopo un litigio con i genitori e si arruola nella compagnia mercenaria dei Senzanima ("brutti soggetti, quelli.."), che prende il nome dal capitano Greevo Senz'anima che la comanda. I vari ceffi che compongono la compagnia sono tutti caratterizzati da poco piacevoli singolarità (ci sono cannibali e resuscitati dalla tomba), ma nel complesso il gruppo è coeso quanto temuto e disprezzato da amici e nemici. Ian resterà (già lo sappiamo) due anni con i Senzanima, prima che il nonno Herion lo rintracci e lo riporti a casa. L'avventura proposta in volume ha una trama esile che serve però a mettere sul tavolo ciò che serve in vista del successivo proseguo: ci viene spiegato anche il perché del naso rotto di Dragonero. Eccellenti gli sceneggiatori (che sono poi i due creatori del personaggio). I disegni sono affidati al grande Mario Alberti, che non sembra però neppure un lontano parente dello strepitoso illustratore della graphic novel di Tex realizzata prima di questa. Intendiamoci: bravissimo comunque. Ma lo stile è del tutto diverso: aspro, spigoloso, caotico come la storia che viene raccontata.

venerdì 2 febbraio 2018

AMORE A PRIMA VISTA





Wislawa Szymborska
AMORE A PRIMA VISTA
Adelphi
2017, brossurato
110 pagine, 10 euro

Ventisei poesie in tutto, con testo polacco a fronte (che a prima vista potrebbe sembrare cosa inutile, se non fosse che darci un'occhiata permette di fare ipotesi su come funzioni la metrica e il gioco delle rime nella musicalità originale). Wislawa Szymborska (1923-2012), Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è una delle poetesse più lette al mondo, a dispetto del nome impronunciabile (come nota il suo traduttore italiano Pietro Marchesani) e nonostante una sua celebre affermazione secondo la quale la poesia piace a due persone su mille. Secondo me, il problema non è nel piacere ma nel farla giungere (letta in un certo modo, insegnata in un certo modo, proposta in un certo modo). Ci sono poi i poeti criptici che nuocciono alla causa, non tanto perché non ci debbano essere (che ci siano pure, per i cultori e gli adepti, va benissimo) ma perché tendono a venire identificati con i poeti tout-court per cui si diffiderà sempre della poesia se si crederà che sia scritta in una lingua straniera. Wislawa Szymborska non appartiene alla categoria, come Emily Dickinson o Alda Merini, ma anche come Daria Menicanti o Patrizia Valduga, per attenerci alle poetesse. Parla e la capiamo. In tutto, l'autrice polacca pare abbia scritto non più di trecento liriche. E solo una piccola parte, una trentina, sono poesie d'amore: quasi tutte raccolte in questa silloge. Il motivo per cui la Szymborska non fa dell'amore il tema preponderante della sua poesia è spiegato nella prima composizione: "La musa in collera". "Perché scrivo canti d'amore / così raramente?", esordisce l'autrice. "Taccio / solo per timore / che il mio canto in futuro mi dia dolore, / che verrà giorno e d'un tratto / smentirà le parole, / resteranno ritmi e rime, / se ne andrà l'amore, / e sarà inafferrabile / come l'ombra di un ramo". L'approccio della poetessa verso la materia amorosa è, come si vede, insolito e insoliti sono i punti di vista di tutte le sue composizioni sull'argomento. In una, l'amore è paragonato a una chiave che, una volta smarrita, non apre più nessuna altra porta anche se qualcuno la raccoglie: un oggetto inutile buono solo per la ruggine. Però c'è anche l'amore ilare dei momenti gioiosi, quando lo sguardo dell'amato rende più bella l'amata, al punto da farla diventare immaginaria, come una visione provocata dall'ebbrezza. E che dire dello scandalo di un amore felice? "Chi non conosce l'amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire".

martedì 30 gennaio 2018

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?




Andrea Muzzi
Bruno Santini
SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?
Sarnus
2017, brossurato

100 pagine, 7 euro


Andrea Muzzi e Bruno Santini, entrambi attori e conduttori radiofonici, hanno dato a questo loro divertente zibaldone il titolo di una loro altrettanto divertente trasmissione in onda su Radio Fiesole da diversi anni. "Traumi del passato e del presente, dal fotoromanzo al selfie", spiega il sottotitolo. In effetti la carrellata di aneddoti e di ricordi proposti dagli autori non si limita a far leva sulla nostalgia (ah, bei tempi quando si giocava alla campana tracciata con il gesso nel cortile di cada e si pagava pegno con "dire fare baciare lettera testamento") ma anche nel verificare che cosa abbia sostituito, ai giorni nostri, i divertimenti di un tempo. E il confronto, per quanto mi riguarda, è impietoso: decisamente si stava meglio quando si stava peggio. I capitoli sono brevi e brillanti, spesso si ride di gusto come quando, trattando dei canali tematici dedicati a ogni sport possibile e immaginabile al posto del solo calcio della TV di una volta, si parla di quelli dedicati alla caccia e alla pesca e si cita una trasmissione dal titolo "Oggi non abboccano" in cui, per tutta la puntata, si vede un pescatore che non pesca nulla. Noi che abbiamo giocato ai cowboy con i cinturoni giocattolo, collezionato figurine, giocato a flipper, messi cento lire nei juke-box, spedito cartoline e visto i musicarelli non potremo mai entusiasmarci per i social e i selfie.

lunedì 29 gennaio 2018

IL MISTERO DEL SACRO GRAAL



Graham Hancock
IL MISTERO DEL SACRO GRAAL
Piemme
Tredicesima edizione 1996
cartonato - 590  pagine -  lire 45000

Il vero mistero di questo libro è il titolo italiano (non quello originale, "The Sign and the Seal", che é corretto): cioè, del Sacro Graal proprio non si parla. Ovvero, se ne accenna di sfuggita alludendo alla possibilità che sia identificabile con l'Arca dell'Alleanza. Ed è proprio quest'ultima l'oggetto pressoché esclusivo degli interessi dell'autore, e solo di quella in pratica si parla in questo affascinante saggio del 1992. Ora, la cosiddetta "fantarcheologia" di solito viene guardata con ironia se non sbeffeggiata, e a ragione, dagli studiosi che si basano su metodi scientifici. Non si può tuttavia negare come, in certi casi, la divulgazione presso il grande pubblico dei temi legati agli enigmi della storia delle antiche civiltà sia condotta con perizia didascalica da alcuni autori che dimostrano anche di conoscere abbastanza bene la materia che maneggiano, anche se lo fanno in modo non ortodosso.    Solitamente, le ricostruzioni di certi saggisti che si cimentano nelle indagini sui grandi misteri della storia sono accettabili finché si tracciano i contorni del problema, poi diventano insostenibili al momento di fornire una spiegazione o tirare le somme. Graham Hancock fa la cronistoria di una caccia durata diversi anni seguendo le tracce dell'Arca perduta, fino a una soluzione data per certa, con l'indicazione esatta del luogo dove si trova adesso, anche se poi, materialmente, lui non l'ha vista. L'autore sa accattivarsi l'interesse del lettore e offre continuamente prove di credibilità citando fonti precise e documentando fino alla minuzia ogni sua affermazione; inoltre dimostra una notevole cultura e conoscenza di testi; personaggi, luoghi. Non si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un ciarlatano, anzi, si vorrebbe che molti scritti di storici o divulgatori paludati e acclamati portassero così tanti riscontri quanto lui e visitassero i luoghi di cui parlano conducendo le loro indagini.  Tanto sforzo documentativo non infogna il testo nella cloaca della pedanteria o della noia, al contrario lo stile è brillante come quello di una inchiesta giornalistica e seguire lo svolgimento delle argomentazioni capitolo dopo capitolo è divertente come partecipare a una caccia al tesoro. Il lettore, dopo oltre 500 pagine di suggestiva ricostruzione un percorso, può perfino arrivare a credere che le ipotesi di Hancock siano da prendere un considerazione. Ci si chiede anzi perché gli storici e gli archeologi  non si affrettino a dargli conferma oppure a smentirlo. In fondo dovrebbe essere facile andare là dove viene indicato e vedere se l'Arca c'è o non c'è, visto che Hanckock non ha potuto vederla solo perché si è trovato di fronte all'insormontabile veto di Gebra Mikail, il monaco etiopico che ne é il custode. Quel che ad Hancock è stato vietato perché privato cittadino, sarà pure consentito a uno stuolo di scienziati muniti di tutte le necessarie autorizzazioni. La tesi dell'autore è che l'Arca sia stata portata via da Tempio di Gerusalemme in un periodo in cui, dopo il regno di Salomone, i re del popolo di Israele non furono altrettanto saggi e illuminati, e uno in particolare incoraggiò addirittura il culto degli idoli. I sacerdoti la nascosero altrove, per la precisione in Egitto, sull'isola Elefantina posta nel Nilo, dove effettivamente ci sono i resti di un tempio ebraico. Nel frattempo in Israele le cose peggiorarono e ci furono invasioni e deportazioni ripetute, i secoli passarono e l'Arca non fu più riportata. Anzi, fu trasferita in Etiopia, dove esisteva (ed esiste tutt'oggi) una comunità ebraica locale, detta dei falasha. E nella città di Axum, in un monastero chiuso al mondo e dimenticato da tutti, ancora oggi si conserva l'oggetto più misterioso della storia.  Dove Hancock è meno credibile, anche se il suo racconto non è privo di suggestione, è quando parla di quello che potrebbe essere effettivamente l'Arca, e dell'origine dei suoi poteri. La Bibbia è piena di testimonianze di come l'Arca potesse portare la morte se maneggiata incautamente, ed emettere fuoco  radiazioni mortali a danno di chi, anche con buone intenzioni, gli si avvicinasse senza precauzioni. Hancock fa risalire questi poteri alla tecnologia atlantidea, e collega la figura di Mosé, "salvato dalle acque", a quella degli scienziati di Atlantide scampati all'inabissamento della loro terra. Insomma, si va a cadere nel terreno della fantarcheologia, quella secondo la quale le stesse piramidi non possono essere frutto delle conoscenze scientifiche degli antichi egiziani e che ci devono essere state influenze da parte di una scienza più avanzata. E questo è appunto l'argento di successivi libri di Hancock, come "Impronte degli dei".

domenica 28 gennaio 2018

IL MESTIERE DI SCRIVERE


Raymond Carver
IL MESTIERE DI SCRIVERE
Einaudi
Tascabili Stile Libero
maggio 1997
A cura di William L. Stull e Riccardo Duranti
brossurato - 178 pagine -  lire 13.000

Questa breve ma aurea antologia di scritti carveriani non offre testi letterari dello scrittore americano Raymond Carber (Clatskanie, 25 maggio 1938 – Port Angeles, 2 agosto 1988), ma solo suoi articoli o brevi saggi autobiografici e autocritici, più alcune testimonianze. Però la lettura del libro basta e avanza per capire quale sia il talento dell’autore e la sua levatura letteraria. Lo stile dei suoi saggi è già testimonianza dello stile dei suoi racconti, giacché uno che scrive in maniera così chiara eppure così musicale e poetica non può che essere un grande artista della penna. Di Carver, del resto, si dice che scrivesse racconti come se scrivesse poesie, e poesie come se scrivesse racconti. Maniacale la sua attenzione alla cura dell’espressione, alla scelta delle parole e perfino della punteggiatura. Citando Isaac Babel, dice: “Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto”. Scrive Carver: “Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio siano quelle giuste”. E ancora: “Se non si riesce, dico io, a rendere quel che si scrive al meglio delle nostre possibilità, allora che si scrive a fare?”. La parte autobiografica dell’antologia ci racconta di un uomo che si è fatto da solo, incarnazione letteraria del sogno americano: nato povero, maturato attraverso grande difficoltà, segnato dall'alcolismo, con una famiglia da mantenere, autodidatta e infine scrittore di racconti e poesie di grande successo. Raymond Curver tenne a lungo anche dei corsi di scrittura creativa, che inizialmente costituirono, certamente, anche un modo per guadagnarsi da vivere, ma poi diventarono un esercizio alla disciplina anche per lui e rappresentarono un suo modo di essere: si dice che le sue lezioni fossero memorabili. Carver era consapevole del suo "mestiere" e rifletteva sul senso del narrare confrontandosi con grandi scrittori suoi maestri (da Cechov a Hemingway) in particolare sulla forma della short-story, quella a lui più congeniale. Curato dal biografo americano di Carver e da uno dei suoi traduttori, "Il mestiere di scrivere" raccoglie brevi saggi, note e articoli che hanno come tema la letteratura e il suo insegnamento. C'è anche un prezioso inedito: la trascrizione della registrazione di un’intera lezione di scrittura nella quale l’autore, in modo  colloquiale, esamina  i racconti dei suoi allievi. Per Carver il lavoro dello scrittore consiste nella capacità di liberarsi del superfluo. Detestava i "trucchi" letterari, anche quelli ben riusciti: "Niente trucchi da quattro soldi - consigli per scrivere onestamente" è infatti il titolo di un altro suo celebre saggio. Si legge in quarta di copertina: «Il rispetto e l’amore per la nitidezza, la precisione, l’attenzione al dettaglio che cerca di comunicare ai suoi studenti sono il frutto di una ricerca letteraria che non è possibile separare – e questo libro, così intimo e personale, ne è una testimonianza – dalla vita dello scrittore. Completa il volume una sezione di “cinquanta esercizi di scrittura creativa” con l’indicazione dei racconti nei quali Carver “svolge” il tema proposto nell’esercizio».

lunedì 22 gennaio 2018

MR. LAUREL & MR. HARDY





John McCabe
MR. LAUREL & MR. HARDY
Sagoma Editore
2017, brossurato
300 pagine, 18 euro


"L'unica biografia autorizzata di Stanlio e Ollio", recita il sottotitolo. Non vuol dire che non sia veritiera o che taccia chissà che, ma che fu scritta nel 1961 quando Stan Laurel era ancora in vita (morì nel 1965, mentre Oliver Hardy era scomparso nel 1957), ed è basata sul suo fondamentale contributo. Quasi in ogni capitolo vengono riferiti i lucidi ricordi di prima mano del grande comico inglese, che fu la mente del duo. McCabe, critico teatrale specializzato nella produzione shakespeariana, era riuscito, in realtà, a intervistare anche Babe Hardy (Babe era il nomignolo con cui tutti chiamavano Ollio al di fuori del set) nel 1954, ma questi se la cavò dicendo che per raccontare la sua vita ci sarebbe voluto poco tempo: c'era poco da scrivere su di lui. E spiegava: "Stan potrebbe parlarle di tutto il materiale comico che abbiamo realizzato nei film, e per quanto riguarda la mia vita non è stata molto interessante: io non ho fatto altro che recitare un sacco di gag davanti a una cinepresa e giocare a golf nel tempo che rimaneva". Non è così, naturalmente: anche Norvell Hardy (Oliver era il nome di suo padre) fu protagonista di una vicenda umana piena di avvenimenti. Fu giocatore di football (il migliore della squadra), arbitro sportivo, tenore in grado di esibirsi in do di petto che strappavano gli applausi degli ascoltatori e come tale cantante in una compagna di musicanti della Georgia (dov'era nato nel 1892), proprietario di cinema, attore specializzato nelle parti del cattivo in decine di film prima di cominciare a far coppia con Laurel, perfezionista sul set e dotato di una memoria prodigiosa nell'imparare i copioni. Tuttavia è vero che dopo aver girato un film tornava a occuparsi dei suoi hobby mentre Stan, che già si era occupato del copione, restava a seguire il montaggio. Il vero cognome di Stanlio era Jefferson: decise di cambiarselo quando si accorse che il nome Stan Jefferson era composto da tredici lettere (gli attori di teatro, com'era lui, sono sempre scaramantici). Scelse "Laurel" solo perché suonava bene. Era nato a Ulverston, bei pressi di Glasgow, nel 1890. Suo padre era un attore, e anche il figlio volle seguirne le orme, entrando a far parte di compagnie di vaudeville, allo stesso modo del quasi coetaneo Charlie Chaplin (più vecchio di lui di un solo anno), con cui si trovò a lungo a recitare e di cui, anzi, fu spesso in sostituto sulle scene. I due viaggiarono insieme verso l'America, per una turnee che poi li avrebbe visti restare nel Nuovo Mondo e quindi lavorare in California nella nascente industria cinematografica. Cresciuto alla scuola del teatro comico e dell'avanspettacolo, Stan era uno straordinario gagman: fu principalmente per scrivere gag che il produttore Hal Roach (quello che Mack Sennett riteneva il suo unico vero concorrente nel realizzare comiche) lo scritturò, così come, in separata sede, aveva scritturato Oliver Hardy. Il saggio di John McCabe ripercorre tutte le tappe dell'avvicinamento di Stan e Oliver, fino al loro casuale esordio in coppia in una comica qualunque, "Get 'Em Young", del 1926. Roach capì che quei due non avrebbero più dovuto venire divisi. Il resto è storia del cinema, e storia di tutti noi spettatori che con Stanlio E Ollio abbiamo riso fino alle lacrime, in barba a tutti i critici paludati che li hanno snobbati (i due hanno vinto un solo Oscar, nel 1932, per il miglio cortometraggio: "The Music Box"). Infinite sono state le loro invenzioni visive e sonore (Laurel e Hardy seppero intuire le potenzialità comiche del rumori, oltre che delle loro buffe voci), ma soprattutto straordinaria è la loro poetica. McCabe dimostra come le gag non fossero banali ma frutto di studi, prove, calcolo del tempi sulla base delle risate previste. Per lungo tempo Stan e Oliver non si resero conto di quanto fossero diventati popolari: solo quando, dopo una decina di anni dal loro primo film, fecero un viaggio insieme in Europa per quella che doveva essere una vacanza, scoprirono di non poter muovere un passo senza essere assediati da masse di ammiratori. E la cosa è durata anche dopo il passaggio dai cortometraggi ai film lunghi e dopo la fine della collaborazione con Hal Roach (fu Stan a litigarci) e la negativa esperienza con la 20h Century Fox. Nell'ultima parte della loro carriera girarono il mondo con dei tour teatrali che fecero ovunque il tutto esaurito: sembrava che avessero smesso di fare film il giorno prima. Le loro comiche venivano trasmesse in TV e Stan si lamentava della pubblicità che le interrompeva: ci aveva sudato sette camicie per fare un certo ritmo al montaggio e tutto quel lavoro veniva sciupato così. Stan e Oliver erano tutto l'opposto, nella vita reale, di quel che appariva sullo schermo: Ollio che fa il gradasso e il so-tuto-io in realtà era un signore timido e riservato, un marito dolce e fedele; Stanlio stupidello piagnucoloso era un lavoratore instancabile in grado di tener testa a registi e produttori e di vivere travolgenti storie d'amore passando da un matrimonio all'altro. Una cosa però li accomunava e assomigliava ai loro personaggi: la bontà d'animo e la gentilezza verso chiunque. Furono inoltre veri amici, sempre. Non è vero che morirono poveri, anche se non hanno mai visto un cent dello sfruttamento economico pluridecennale dei loro film. Pagati una volta, pagati per sempre. Però seppero investire i loro guadagni e morirono da benestanti. Il libro di McCabe si apre con l'orazione funebre letta da Dick Van Dyke al funerale di Stan, che si conclude con una poesia composta da Stan stesso: "Dio benedica i clown".