lunedì 5 dicembre 2022

OBLIO

 



 

Stefani Bidetti
OBLIO
Onirica Edizioni
2022, brossurato
160 pagine, 12 euro


Stefano Bidetti, noto nel mondo degli appassionati di fumetti per le tante iniziative legate al fandom zagoriano e per i suoi saggi critici sulla nona arte, torna a cimentarsi con il romanzo, dopo “Il volo dell’elefante” (2018), di cui ho scritto qui: 
e dopo la raccolta di racconti brevi, anzi brevissimi, intitolata “Lo scrittore è presente” (2020). 
Se, però, la sua opera prima percorreva la strada dell’introspezione psicologica indagando sui temi dell’amore, dell’amicizia e della crescita che mette a dura prova rapporti che sembravano rodati, adesso lo vediamo alle prese con la fantascienza. “Oblio” potrebbe benissimo essere, anche per la facilità e la gradevolezza di lettura, un romanzo di “Urania”. Essendo l’autore appassionato di un personaggio come Zagor che ha la caratteristica di rappresentare, con il suo universo, un crocevia fra i generi più disparati, non meraviglia troppo cheabbia voluto anche lui cambiare scenari e tematiche, proprio come capita agli sceneggiatori e ai disegnatori dello Spirito con la Scure. 
Il romanzo di Bidetti ha un solo protagonista e, si potrebbe dire, un unico personaggio (le interazioni con gli altri avvengono solamente in retrospettiva, nelle ricostruzioni degli avvenimenti passati possibili grazie alle cronache registrate nei computer o tramite messaggi affidati agli spazi siderali). Si tratta di Akyors Crumb, unico passeggero in vita a bordo dell’astronave “Pequod III” (il cui nome cita, evidentemente, Melville). Crumb si risveglia da un sonno criogenico durato centinaia di anni, in una nave spaziale alla deriva nel cosmo e completamente deserta, senza alcuna memoria di chi sia, che cosa ci faccia lì, del perché sia solo. L’incipit ricorda quello del film “Passengers” (2016), di Morten Tyldum, con Chris Pratt che appunto si desta in una capsula da ibernazione di un’astronave in viaggio verso un mondo alieno e si sorprende di essere l’unico a essersi ridestato, solo a bordo. Ma a differenza del personaggio del film, che a un certo punto trova compagnia, Crumb deve cavarsela con le proprie forze, recuperando piano piano la memoria, cercando indizi su ciò che è accaduto al resto dell’equipaggio e dei passeggeri, e soprattutto provando a riallacciare i contatti con il pianeta Terra, da cui la nave spaziale era partita molto tempo prima. Un bel mistero da risolvere, e non manca neppure qui l’introspezione psicologica che caratterizzava “Il volo dell’elefante”. Apprezzabile anche la scelta verso la narrativa di genere, che un antico pregiudizio considerava di “serie B”. Come i fumetti, del resto.

 

domenica 27 novembre 2022

L'ALLEGRA VITA DELLA QUOTA ROSA

 

 


 

Silvia Ziche
L'ALLEGRA VITA DELLA QUOTA ROSA
Feltrinelli
brossurato, 2019
130 pagine, 16 euro

Intelligente, divertente, pungente come al solito, Silvia Ziche. Per non parlare del talento grafico. Ovvero, parliamone pure ma è sotto gli occhi di tutti, voglio dire. Però, questa volta, aggiungerei un aggettivo, sottovoce e fra parentesi: (disturbante). (Disturbante), intendo, dal mio punto di vista di maschio. Oddio, eccomi già a chiedermi se dire “maschio” sia sessista perché presuppone che ci siano delle “femmine” e non so se i due termini siano politicamente corretti. In ogni caso: “L’allegra vita delle quote rosa” è un gradevole manuale sul retaggio del patriarcato nella vita di tuti i giorni, che si rivela subdolo e invasivo più di quanto ci si aspetti o almeno, più di quanto mi aspetto io, che notoriamente ho le fette di prosciutto davanti agli occhi e mi illudo che certe cose non succedano più o non ho la percezione della gravità del problema. Ecco, Silvia Ziche solleva quelle fette nel migliore dei modi possibili, facendoci satira. Mette di fronte, per fare un solo esempio, alla verità della ingiusta scelta che molte donne sono costrette a fare fra la carriera e la maternità (mentre non c’è nessun ostacolo fra la carriera e la paternità). Gli esempi potrebbero continuare, e conforta (un pochino) constatare come la stessa Lucrezia, protagonista buffa e complessata, di fronte ai problemi dei rapporti con gli uomini si trovi in imbarazzo e veda sgretolare (al pari di certi noi maschietti, se “maschietti” si può dire) certezze e convinzioni. Insomma è un momento difficile nelle relazioni fra i due sessi, un punto di passaggio epocale, e Silvia Ziche lo racconta facendoci sorridere amaramente. Alla fine viene proposta una lista di “buoni proposito” per gli uomini di buona volontà. Si comincia con “Leggere più libri di scrittrici e saggiste”: confesso di non essermi mai posto il problema. Ho letto Agatha Christie, Isabel Allende o Elsa Morante perché interessato (interessatissimo) a ciò che scrivevano, mai per stando attento al fatto che fra le mie letture ci dovessero essere quote rosa. “Reagire alle battute sessiste, invece di ridacchiare”: non lo so, si ride di ciò che fa ridere. Se a me dicono che gli uomini hanno un solo neurone o pensano solo al calcio, sorrido senza ritenerlo sessista. Dire che le donna tengono il muso e non si sa perché, viceversa, non è uno scherzo accettabile? Ho sempre ritenuto che ci sia del bello nella libertà di potersi prendere in giro a vicenda. “Interessarsi al lavoro delle scienziate”: io leggo le “Scienze” e mi interesso di tutte le ricerche condotte da staff di uomini e donne, indifferentemente. Immagino che il buon proposito sia riferito a chi abbia dei pregiudizi, ma mi risulta difficile immaginare che persone di normale intelligenza possa averne fino al punto da non ritenere una donna capace di fare la scienziata, l’astronauta, la dottoressa. Insomma, ecco perché leggere “L’allegra vita delle quote rosa” è, oltre che divertente, stimolante: ci fa porre delle domande. Resto con un dubbio: se invito Silvia Ziche a cena, ammesso che accetti, si offende se mi offro di pagare io?

sabato 19 novembre 2022

13

 


 

Nik Guerra
13
Edizioni Di
brossurato, 2022
126 pagine


Del talento di Nik Guerra come illustratore ci siamo già occupati in questo spazio (per esempio qui: https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2015/11/amara-vervelia-e-cripzia.html ). Il suo personaggio più famoso, Magenta, protagonista di raccolte di pin up e di graphic novel glamour-erotici, è noto anche al di là dei confini nazionali, e compare in alcuni racconti di questa antologia. Perché, appunto, di una antologia di racconti si tratta, tredici per la precisione. Tanti quanti gli sceneggiatori che hanno scritto per Nik una sceneggiatura a fumetti, di genere erotico, tutte di quattro tavole, che poi lui ha illustrato da par suo. Tredici sceneggiatori, peraltro, tra cui figurano nomi insospettabili o davanti ai quali levarsi tanto di cappello (io sono solo l'ultimo fra cotanto senno). Due le donne, che cito per prime: la giallista Cristiana Astori e Cristina Simonelli che, con lo pseudonimo di You Bad Girl ha assistito Nik in tutte le altre sue produzioni. Poi undici uomini, che cito in ordine alfabetico escludendo me: Jordi Bernet, Alfredo Castelli, Marco Delizia, Paolo Di Orazio, Massimo Giacon, Mario Gomboli, Celestino Pes, Pasquale Ruju, Franco Saudelli, Enrico Teodorani. Si noterà la presenza di due illustri disegnatori, che qui figurano come autori di testo: Bernet e Saudelli, messisi in gioco al punto da tirare in ballo rispettivamente Chiara di Notte e la Bionda. Ma anche Marco Delizia e Alfredo Castelli hanno prestato a Nik Guerra due loro personaggi: Ramba e Bloody Mary (la bella tenebrosa della strip “Zio Boris”). Puro horror (come c’era da aspettarsi), il racconto di Paolo Di Orazio e thriller (come poteva essere) quello di Pasquale Ruju. Imprevedibili i finali delle storie di Giacon e Gomboli, Teodorani affida a Guerra la sua pistolera Djustine, Pes sceglie di dedicarsi a Magenta. Di che cosa mi sono occupato io, nel mio racconto “Nato con la camicia”? Diciamo dei modi alternativi di usare la cravatta. Sono partito infatti dall’idea di sfruttare il talento di Guerra non solo in campo erotico ma come fashion designer, attento a usare i capi di abbigliamento come strumenti di seduzione (qui sotto una vignetta). Lieto di far parte dei tredici.
La squadra si allarga a Marco Grasso, autore di brillanti introduzioni a ciascuno dei racconti, e a Loris Cantarelli puntuale prefatore.
 
 

 


venerdì 11 novembre 2022

L’ERA DELLA DISINFORMAZIONE

 

 


 

Autori Vari

L’ERA DELLA DISINFORMAZIONE

Le Scienze

brossurato, 2022

144 pagine

 

Un vero libro del terrore, questa raccolta di saggi allegata al n° 650 della rivista “Le Scienze”. All’inizio della travolgente ascesa dei canali di informazione digitale e dei social sembrava di poter essere ottimisti sui vantaggi che il Word Wide Web avrebbe portato, dando la possibilità a tutti di conoscere e aggiornarsi in ogni luogo del mondo, indipendentemente dal proprio grado di cultura e pressoché gratuitamente, promuovendo la democrazia e la consapevolezza. Presto, però, “è arrivata la doccia fredda”, come scrive Marco Cattaneo, direttore appunto de “Le Scienze”, nella sua prefazione. E prosegue notando come in pochi avessero previsto “che con il passare degli anni il sistema dell’informazione sarebbe entrato in una profonda crisi di contenuti. O meglio, che la libera condivisione di informazione on line avrebbe portato a una crisi del sapere condiviso come quella a cui stiamo assistendo, amplificata dalla facilità di circolazione delle notizie attraverso i social network”. Crisi dovuta al proliferare di siti che diffondono fake news, false informazioni, capitalizzando sul traffico o addirittura manipolando le opinioni e interferendo nella politica degli Stati. L’espansione dei social ha favorito la diffusione senza freni di teorie del complotto, affossando l’intelligenza collettiva e minando la sicurezza con l'incitamento all’odio, creando, per dirla con Claire Wardle, “un nuovo disordine mondiale”. Sono undici gli articoli raccolti nel volumetto, tutti pubblicati su “Le Scienze” tra i febbraio 2016 e il gennaio 2021: i saggisti, italiani e stranieri, esaminano da vari punti di vista i meccanismi attraverso i quali si diffondono le false informazioni, il modo in cui i complottisti si aggregano e autoalimentano le loro opinioni, le “camere d’eco”, il fenomeno dei cosiddetti “bot”, le responsabilità degli algoritmi, e via dicendo. Si propone, nel finale, un “attivismo per la verità” in cerca di una via di uscita. Non so dire se le soluzioni proposte possano dare frutti: personalmente sono scettico e guardo con timore al futuro, rimpiangendo l’occasione mancata. Internet avrebbe potuto migliorarci e sembra, invece, aver tirato fuori il peggio di noi. Non sempre, non dovunque, non comunque, ma i pericoli in agguato mi sembrano terribili.

 

 

 


lunedì 31 ottobre 2022

PUEBLO!

 

 


Moreno Burattini
Bane Kerac
PUEBLO!
Veseli Cetvrtak
cartonato, 2021
330 pagine

La Collana Zenith Gigante, che propone in Italia le storie inedite di Zagor, pubblicò nei primi mesi del 2019, sui numeri dal 693 al 696, una lunga avventura di 314 tavole da me sceneggiata per i disegni del serbo Bane Kerac. Si tratta di una storia alquanto insolita, sia per l'ambientazione (la regione della Monument Valley, decisamente lontana da Darkwood), sia per l'antagonista chiamata a dare del filo da torcere allo Spirito con la Scure (una donna, esperta di greco antico), sia per il fatto di tirare in ballo la figura di Ipazia (filosofa del IV secolo dopo Cristo). A distanza di due anni dall'uscita nelle edicole italiane, la Casa editrice serba che pubblica a Belgrado le avventure dell'eroe nolittiano ha dato alle stampe un volue cartonato di grande formato che raccoglie tutta la vicenda in un unico tomo, con una copertina inedita di Kerac. Naturalmente, al di là della bontà del racconto (sulla cui sceneggiatura non sta a me pronunciarmi ma che, e qui mi pronuncio, è stato magistralmente illustrato), la Veseli Cetvrtak ha voluto rendere un doveroso omaggio al disegnatore, autentica star del fumetto balcanico. Il volume è corredato da una postfazione di Vasa Pavkovic, arricchito da studi e matite preeparatorie di Kerac, e iniza con una introduzione del sottoscritto, che ricopio qui di seguito.
 

IL PUEBLO MISTERIOSO
Introduzione di Moreno Burattini

Ho incontrato per la prima volta Bane Kerac nella città di Kraguievac, in Serbia, nel luglio del 2011. In quella località viene allestita ogni estate una manifestazione fumettistica e in quell’anno io ero stato invitato per festeggiare anche alle falde dei Balcani il cinquantennale dello Spirito con la Scure. Bane, uno fra i più conosciuti e amati artisti serbi, attivo da decenni sia nella sua terra che all’estero, mi parlò della grande popolarità di gode il Re di Darkwood in tutti i Paesi della ex-Yugoslavia e mi spiegò che gli sarebbe piaciuto disegnare una storia di Zagor da pubblicare, in tiratura limitata, soltanto in Serbia, per i suoi ammiratori che da tempo gli chiedevano di cimentarsi con l’eroe di Nolitta & Ferri. Mi mostrò, fra le altre cose, le sue tavole di Tarzan, più alcuni lavori western: ne rimasi molto colpito, al punto da desiderare di fargli fare una storia zagoriana non soltanto per i serbi ma proprio per la serie italiana. Promisi che ne avrei parlato con Sergio Bonelli. Però poi, come si sa, nel settembre di quell’anno Sergio partì per un lungo viaggio, lasciandoci soli.

La seconda volta che ho visto Kerac mi trovavo, invece, in Croazia. Per la precisione, nella località balneare di Makarska, vicino a Spalato, nel maggio del 2012, sempre impegnato per una kermesse dedicata agli eroi di carta. Il rivederlo è servito a concretizzare la proposta: poiché in Italia stava prendendo forma l’idea di una nuova collana di storie autoconclusive tutte a colori, il Color Zagor, era appunto una di queste che Bane avrebbe potuto illustrare, se le sue prove fossero andate bene. Non avevo dubbi che sarebbero state perfette, avendo avuto modo, nel frattempo, di vedere quel che Kerac aveva disegnato nella sua carriera ed essermi convinto del suo grande talento. La Casa editrice si è detta d'accordo con me e, di lì a pochi mesi, gli ho spedito le prime tavole di sceneggiatura.

In seguito siamo stati entrambi ospiti in tre altre manifestazioni in cui sono state mostrate in anteprima le sue tavole zagoriane: a Herceg Novi in Montenegro nel 2014; a Riminicomix nel 2015, dove è avvenuto il suo primo, festoso incontro con i fan di Zagor italiani; in Sardegna per il rendez-vous degli Amici di Zagor, nel 2019. In più, c’é una cosa che, come abbiamo scoperto, ci univa, oltre alla passione zagoriana: la data di nascita. Tutti e due, io e lui, siamo nati il 7 settembre (lui esattamente dieci anni prima di me, nel 1952).

Lavorare con Kerac è sempre stato molto piacevole e gratificante. Bane si è costantemente mostrato disponibilissimo nell’accettare i miei suggerimenti e nel correggere qua e là qualche vignetta ma allo stesso tempo, da esperto narratore qual è, ha migliorato in alcuni passaggi il mio racconto, aggiungendo trovate delle sue sul modo di far combattere il Re di Darkwood.

Il nostro primo lavoro insieme è stato il Color Zagir “Il passato di Guitar Jim” (2015). Leggendo questa storia del Color si scopre chi  ha insegnato a Jim a suonare la chitarra, chi a sparare, perché la prima volta abbia ideato il nascondiglio della pistola nella cassa armonica del suo strumento, come mai un bravo ragazzo dalla faccia pulita come Jim sia diventato un rapinatore ricercato dalla legge. La seconda collaborazione è quella riguardante il racconto pubblicato in questo volume, “Il pueblo misterioso”, uscito in edicola, in Italia, nel 2019. Ha fatto seguito, nel 2020, un altro Color, “La missione di Drunky Duck”. Attualmente è in corso di realizzazione una quarta storia.

Riguardo la lunga avventura (3124 tavole) che vi apprestate a leggere, c’è da dire innanzitutto che si tratta di una storia ambientata nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Che ci fa lo Spirito con la Scure così lontano da casa? Chi abbia letto i tre Maxi Zagor pubblicati in Italia nel corso del 2018, sa che lo Spirito con la Scure e il fido Cico hanno compiuto un viaggio fino alla costa del Pacifico, dove hanno vissuto un trittico di avventure che li ha portati a incontrare vecchi amici e a scontrarsi con antichi nemici. Lungo la strada del ritorno, eccoli dunque attraversare la Monument Valley.
Dopo la pubblicazione del Color dedicato a "Guitar" Jim, da lui illustrato, chiesi a Bane Kerac che scenario o argomento avrebbe preferito per una successiva storia. Bane disse: "basta che ci sia un pueblo”. Temo però di aver giocato un tiro mancino al nostro Kerac, giacché per assecondarlo sul pueblo gli ho chiesto di assecondarmi nel tirare in ballo anche la Biblioteca di Alessandria e la matematica e astronoma Ipazia, esponente della filosofia neoplatonica, nata tra il 350 e il 370 dopo Cristo e morta nel marzo del 415, uccisa durante un tumulto di cristiani nemici della cultura "pagana" che lei rappresentava. Fu una donna illuminata che riuscì a ottenere rispetto e ammirazione in un contesto che certo non prevedeva "quote rose" e la si può indubbiamente considerare una martire del libero pensiero. Nel 2009 il regista Alejandro Amenábar ha girato il film "Agora" in cui Ipazia è interpretata da  Rachel Weisz. Questa pellicola mi ha fatto scaturire l'idea da cui poi è nata la storia illustrata da Bane Kerac. Secondo me, Bane se l'è cavata egregiamente anche nella realizzazione delle scene ambientante nel V secolo ad Alessandria d’Egitto. 


La vicenda è sostanzialmente western, ma contaminata da spunti mysteriosi (alla Marin Mystère, cioè) , dato che ruota attorno a una scoperta archeologica legata al viaggio di antichi navigatori che nel V secolo dopo Cristo avrebbero nascosto in America un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria. Numerosi sono i riferimenti alla filosofa greco-alessandrina Ipazia, ispiratrice del viaggio tra cui l'annotazione del perfezionamento dell'astrolabio (ideato da Ipparco di Nicea seicento anni prima) da parte appunto di Ipazia e di suo padre Teone, valente matematico. Il nome del pueblo al centro del racconto, Teon, parrebbe (questa l'ipotesi di Julia Schulz e di Angus McFly, due studiosi dell'università di Harvard) derivare proprio da quest'ultimo.
Qualche parola invece sulla  controversa figura di Julia Schulz, studiosa dell'Università di Harvard, artefice di un piano criminale e responsabile della strage dei componenti della spedizione archeologica di cui faceva parte. C'è stato persino un recensore che l'ha ritenuta dalla parte della ragione, mossa da principi condivisibili, e dunque non riusciva a considerarla una "cattiva". In effetti alla base delle azioni di miss Schulz c'è il senso di rivalsa di una donna che sente di non poter avere, proprio per la differenza di genere, le stesse possibilità di carriera dei colleghi uomini, si sente emarginata o poco tenuta in considerazione, nonostante la sua preparazione e suoi meriti, in un ambiente quasi del tutto maschile. Proprio per questo crede di poter ottenere i riconoscimenti desiderati facendo del tutto propria l'incredibile scoperta dello staff del professor Stone, di cui entra a far parte. La scoperta in questione consiste in un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria giunto in modo fortunoso, nell'antichità (nel V secolo dopo Cristo), sul continente americano.
Per quanto la battaglia per i pari diritti delle donne (cominciata da Olympe De Gouges durante la Rivoluzione Francese, e approdata negli Stati uniti negli anni Quaranta del XIX secolo, dunque in epoca zagoriana, con Elizabeth Cady Stanton) sia sacrosanta, Julia Schulz però la conduce per il proprio personale tornaconto e non facendosi scrupolo di uccidere. Inevitabilmente deve considerarsi una "cattiva". Peraltro, a giudicare dai commenti letti, una "cattiva" che ha particolarmente colpito i lettori, per merito anche della efficace caratterizzazione di Bane Kerac.


Il rischio, su cui ho riflettuto a lungo mentre pensavo e scrivevo la storia, era quello di sembrare sessista senza volerlo essere. Cioè, mi dicevo, non parrà mica che raccontano di una criminale "femminista" (anche se sono l'ambizione e il desiderio di successo a muoverla,  più che le istanze ideologiche) possa essere accusato di dipingere come "cattive" le donne che rivendicano le stesse opportunità degli uomini?
La soluzione a questo dubbio mi è parsa evidente allorché ho contrapposto a Julia un'altra, potente, figura femminile: la filosofa Ipazia. Ipazia è il contraltare di miss Schulz. Della filosofa abbiamo parlato nei precedenti articoli dedicati su questo blog alle scorse puntate della storia, e il personaggio compare in varie scene ambientate ad Alessandria d'Egitto, là dove Ipazia visse tra il 350 e il 415 dopo Cristo (a cui è stato dedicato il bel film "Agora"). Il confronto con la positiva Ipazia dimostra la negatività di Julia Schulz: la studiosa greco-alessandrina si può davvero considerare una paladina dell' emancipazione femminile, avendo dimostrato come una donna possa  dimostrarsi valente al pari e di più degli uomini; Julia cerca invece la sua emancipazione comportandosi da uomo, cioè con l'arroganza e la violenza. Dal confronto fra queste due figure femminili scaturisce la "morale" della storia, se una morale proprio ci deve essere.




 

domenica 23 ottobre 2022

STORIA DELLA PIRATERIA

 

 


 

Philip Gosse

STORIA DELLA PIRATERIA

Sansoni Editore

Prima edizione 1962

cartonato

 

Così comincia la premessa dell'autore: «Scrivere una storia della pirateria dalle sue prime origini sarebbe impresa impossibile. Equivarrebbe in sostanza a scrivere la storia marittima del mondo. Le pagine seguenti intendono mostrare quali sono state le condizioni geografiche e sociali che hanno preceduto la nascita della pirateria; intendono tracciare le fasi di sviluppo e di declino, le sue forme e le sue fortune; descriverne i rappresentanti più significativi e, infine, indicare come l'organizzazione delle nazioni, con l'aiuto della navigazione a vapore e del telegrafo, ne abbia decretata la fine (...) Una delle maggiori difficoltà che lo storico della pirateria deve superare è la diffidenza dimostrata dai suoi eroi nel render conto delle loro gesta. Per motivi di facile intuizione, il pirata favorito dalla sorte non cercava la notorietà, ma preferiva ritirarsi nell'ombra col suo bottino e ben pochi tra essi si lasciavano indurre a scrivere la propria biografia. Un'altra difficoltà consiste nel determinare chi sia pirata e chi non lo sia. In genere questo problema si presenta di facile soluzione, ma vi sono casi limite. Risulta difficile stabilire se Francis Drake, ad esempio, fosse o no pirata (...) In linea di massima, i corsari di questo tipo vanno esclusi dalla rigorosa categoria di pirata».

Come si vede, l'argomento è vastissimo, assai più vasto anche di quello che appare da queste prime righe. E per di più, oltremodo affascinante. Philip Gosse scrive un saggio di godibile lettura e ad ampio raggio, tuttavia per ovvii motivi non del tutto esaustivo (su ciascuno dei principali pirati ci sarebbero da scrivere libri più ampi di questo). Si sorvola, ed è un peccato, sui pirati dell'antichità (a loro è dedicato un capitoletto in appendice). Si comincia in pratica con i pirati barbareschi, i mori e gli arabi che infestavano il mediterraneo nel Medioevo. Il quadro che se ne dà è avvincente e terribile allo stesso tempo (credo che fossero i peggiori pirati in assoluto). Poi si passa a trattare dei pirati del Nord, vichinghi e inglesi in particolare. Quindi è la volta dei bucanieri e dei filibustieri dei Caraibi e dell'America del Nord, per arrivare ai pirati dell'Africa e dell'Oriente. Pur procedendo per sommi capi, in molte circostanze si forniscono dettagliati esempi di imprese clamorose o di impiccagioni celebri, di fughe rocambolesche e di disavventure tragicomiche o drammaticissime. Il quadro dà comunque forti sensazioni, notevoli emozioni. Io sono in possesso di una edizione del 1962 ma ne esistono di più recenti.

 

 

venerdì 21 ottobre 2022

IL LIBRO DEL CINQUECENTO

 
 
 


 
 
 
Tindaro Alessandro Guadagnini
IL LIBRO DEL CINQUECENTO
LA MALEDIZIONE
Algra Editore
Brossurato, 2020
204 pagine – 15 Euro

Tindaro Guadagnini è noto per essere l’artefice del Tempio della Nona Arte, un’opera ancora in fieri, e che probabilmente non smetterà mai di venire ampliata, come la Sagrada Familia di Antoni Gaudì a Barcellona. Per il momento si tratta di una intera casa-museo ubicata alle falde dell’Etna e riempita di scaffali contenenti decine di migliaia di fumetti a disposizione degli studiosi, ma è probabile che incrementandosi le acquisizioni e le donazioni serviranno presto spazi più ampli. Il proposito di Guadagnini è infatti quello di mettere insieme una raccolta quanto più possibile completa di tutto ciò che è stato pubblicato a fumetti da editori italiani, sia stampando materiale di casa nostra, sia scritto e disegnato da autori stranieri. Il grande impegno di Tindaro è frutto, come è facile intuire, di uno sconfinato amore per la Nona Arte (appunto quella dei comics), e di una quantità infinita di letture. Niente di strano, dunque, se a chi legge o ascolta storie viene voglia di raccontarle lui stesso, soprattutto se costui ha una buona penna ed è abituato a scrivere pubblicando articoli e saggi, com’è appunto il caso di Guadagnini. E niente di strano, men che mai, se il racconto che decide di narrare risulta intrigante come un buon fumetto horror, già pronto, si direbbe, per una trasposizione in vignette. Una volta definire un romanzo “di genere” era considerato squalificante, perché si riteneva che il fantastico, il giallo o il western fossero territori di “serie B”. Oggi, fortunatamente, non è più così. Quindi eccomi ad affermare senza il minimo timore che “Il libro del Cinquecento” e “La maledizione” sono romanzi felicemente di genere (nasce sempre della felicità quando cadono degli steccati). Il volume edito da Algra di cui ci stiamo occupando raccoglie infatti due diverse opere di Tindaro Guadagnini, che raccontano però un’unica storia (la seconda è il sequel della prima). “Il libro del Cinquecento” venne pubblicato per la prima volta nel 2016 (mi fu chiesta dall’autore una prefazione che scrissi volentieri). Poi un paio di anni dopo, ecco il seguito: appunto, “La maledizione”. Infine, nel 2020, il volume definitivo che raccoglie i due titoli. Tutto nasce dall’interesse di Guadagnini per un libro di magia, o grimorio, realmente esistente, intitolato “La clavicola di Salomone” (o “Clavis Salomonis”, dato che per “clavicola” si intende una piccola chiave: ce ne sono addirittura due versioni), indebitamente attribuito al Re biblico, ma in realtà compilato da chissà chi nel tardo Medioevo. Si dice che dia, fra le atre cose, istruzioni per evocare i demoni e ottenere da loro dei favori. Libro che nel Cinquecento venne messo all’Indice e da qui il nome con cui è noto in Sicilia “Libru du Cincucento”. Nei due romanzi di Guadagnini, una copia particolarmente potente dal punto di vista magico passa di mano in mano dopo essere stata trafugata da un monastero di Ficarra, e i successivi proprietari vedono esauditi certi loro desideri ma devono pagarne un prezzo terribile, che finisce per condurli al suicidio. Non c’è modo di liberarsi della maledizione se non cedendo il libro a qualcun altro, e dunque condannandolo (come ne “Il diavolo nella bottiglia” di Stevenson). Un incaricato dalla Santa Sede, padre Martinetti, ingaggia una lotta contro il tempo per recuperare il volume prima che semini altri morti oltre a quelle già provocate. Pare che Martinetti possa tornare in altri romanzi, e in effetti un agente segreto del Vaticano che si occupa di possessioni demoniache e casi del genere sembra un personaggio interessate. Qui di seguito potete leggere la mia introduzione al primo romanzo, che è stata riproposta anche all’inizio della raccolta delle due opere.

IL LIBRO NELLA BOTTIGLIA
di Moreno Burattini

In una sua nota alla prima edizione Bompiani, del 1941, di “Conversazione in Sicilia”, il siracusano Elio Vittorini scriveva che il luogo magico in cui è ambientato il suo romanzo era Sicilia unicamente “per avventura”. E spiegava: “solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia”. Ovvero: ogni storia è universale, e parla rivolgendosi proprio a chiunque, per caso, la trovi. Anche “Il Libro del Cinquecento” di Tindaro Alessandro Guadagnini, l’inquietante racconto che vi apprestate a leggere, racconta una storia siciliana, ma la sua Sicilia, che pure è tanto reale da indurre alcuni dei personaggi a parlare in dialetto, assume una chiara valenza fantastica quando diventa una terra incantata dove i prodigi e le maledizioni hanno piena cittadinanza. Rispetto al romanzo gotico, che si chiama così perché i suoi primi esempi settecenteschi e ottocenteschi erano spesso ambientati nel Medioevo o in antichi castelli, Guadagnini propone una versione postmoderna del soprannaturale. Vale a dire, sceglie uno scenario contemporaneo e una serie di location riconoscibili. Fa insomma quel che decise di fare Edgar Allan Poe quando avvicinò il racconto dell’orrore alla realtà dell’uomo comune, quella in cui tutti potrebbero riconoscersi. Però, al tempo stesso, la trama adattata a personaggi e luoghi che ci sono familiari (e che sono ancor più familiari ai siciliani fra noi) attinge a modelli ricorrenti, come ricorrenti sono le paure, le ansie, le angosce dell’eterno animo umano. Vittorini parlava di manoscritti ritrovati in una bottiglia: proprio "Il diavolo nella bottiglia" è il titolo di un romanzo breve di Robert Louis Stevenson, datato 1891, in cui uno spiantato, giovane hawaiano di nome Keawe incontra un giorno un ricco signore, che lo convince ad acquistare, per i pochi soldi che ha in tasca, una bottiglia scura, nella quale si agita una nebbia misteriosa, dicendogli che lì dentro vive un demone in grado di appagare ogni suo desiderio. Keawe torna a casa con la bottiglia e in breve tempo diventa ricchissimo, ma ovviamente ci sono le controindicazioni. Il finale proposto da Stevenson è diverso da quello immaginato da Guadagnini, e il suo protagonista Carmelo subisce una sorte ben differente. Ma che si tratti di Hawaii o di Sicilia, di bottiglie o di libri magici, si tratta sempre di insidie del demonio. Le cui tentazioni rimandano alla nostra eterna e umana insoddisfazione, alle pulsioni che si agitano in ciascuno di noi, ai mille desideri da realizzare e alle conseguenze da pagare. Tentazioni, insoddisfazioni, desideri in cui tutti fatalmente ci riconosciamo, ritrovando il manoscritto nel recipiente di vetro depositato ai nostri piedi dalle onde sulla battigia, anche se non reagiamo come Carmelo o come Keawe e siamo diversi da loro. O almeno ci illudiamo di esserlo, almeno finché non ci imbatteremo per caso nella diabolica bottiglia o nel Libro del Cinquecento.

venerdì 14 ottobre 2022

MARIA

 

 



Jacques Duquesne
MARIA
Corbaccio
Prima edizione ottobre 2005
cartonato – 220  pagine -  Euro 15,00


“Ritratto della donna più famosa e meno conosciuta della storia”, recita il sottotitolo in copertina. E in effetti nessuna donna più di Maria di Nazareth è stata raffigurata in quadri, mosaici, affreschi, arazzi e sculture; nessuna più di lei ha ispirato i poeti e dato il nome a chiese; nessun nome più del suo si è diffuso sul pianeta, per non parlare della devozione che la porta a essere invocata, esaltata, lodata, pregata in ogni angolo della Terra. Gli aggettivi, i titoli, le litanie si sprecano. Ma sotto la gran massa di fiori con cui è stata ricoperta, chi era davvero Maria e che cosa sappiamo di lei? Incredibilmente, non sappiamo quasi nulla. Nei quattro vangeli (e già bisognerebbe capire perché i Vangeli sono quattro e chi sono i quattro evangelisti, se davvero sono quattro soltanto – nel saggio un po’ se ne ricostruisce il quadro) le frasi attribuite a Maria sono solo sei. Negli Atti degli Apostoli le viene dedicato soltanto un rigo. Non sappiamo chi fossero i suoi genitori (Anna e Gioacchino, la cui festa pure viene festeggiata dalla Chiesa, non sono citati – fanno parte della tradizione apocrifa). Non sappiamo che fine abbia fatto (né che fine abbia fatto Giuseppe). Pare improbabile che fosse sotto la Croce sul Calvario (lo dice solo Giovanni, ma non è una testimonianza certa, essendo peraltro contraddetta dagli altri). Pare anche che non fosse in buoni rapporti con Gesù (che quando le si rivolge, in un paio di occasioni non è neppure tenero con lei). Pare che abbia avuto altri figli oltre Gesù, anzi, a sentire Duquesne è certo (e pare che neppure i fratelli fossero in buoni rapporti con Gesù). Non c’è alcun fondamento testuale sul fatto che Maria fosse stata concepita senza peccato (eppure c’è il dogma dell’Immacolata Concezione), che fosse vergine al concepimento di Gesù (eppure l’aggettivo di “Vergine” è antonomastico), che sia rimasta vergine all’atto del parto e nel resto della vita, che sia stata assunta in cielo. Peraltro, alcune cose cozzano fra loro: se la grandezza di Maria consiste nell’accettazione del suo ruolo, il fatto che sia nata senza peccato originale fa di lei una predestinata senza possibilità di scelta. La verginità poi sembra frutto dell’ignoranza degli antichi sul meccanismo della fecondazione: per secoli, fino ai tempi moderni, gli uomini hanno creduto che le donne non avessero ruolo alcuno nel concepimento, limitandosi a fare da incubatrice. Il maschio deponeva il suo seme nel ventre della donna, e il seme germogliava (frutto dunque del solo corredo genetico maschile). Ma non è così: la donna ci mette metà del patrimonio cromosomico; e se è plausibile la partenogenesi, cioè il fatto che una donna possa restare incinta senza intervento maschile, duplicando i suoi cromosomi, il figlio sarà necessariamente una figlia, cioè femmina. In realtà che la Madonna fosse Vergine, non detto nel Vangelo, è stato stabilito a tavolino almeno trecento anni dopo. Così come frutto dei sofismi dei teologi  sono l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo. Peraltro, perfino il concetto di “peccato originale” si deve a Sant’Agostino, cioè nasce alcuni secoli dopo Cristo. Ogni “aggiunta” ai meriti di Maria di Nazareth corrisponde ad altrettanti “bisogni” delle epoche storiche. Alla fine, Carl Gustav Jung nota che con il dogma dell’Assunzione in cielo siamo tornati al culto dell’Antica Dea Madre. Certe figure archetipiche dell’inconscio collettivo non possono scomparire. Il saggio di Duquesne, agile e di coinvolgente lettura, non è né polemico né blasfemo. Non tocca i capisaldi della fede né mette in dubbio che una Maria di Nazareth sia esistita né che sia stata la madre di Gesù, il quale (non lo si nega) può benissimo essere morto sulla croce e resuscitato dopo tre giorni. Il problema è tutto il catafalco di sovrastrutture senza fondamento che nei secoli la devozione (se non il fanatismo) hanno costruito sulla figura della Madonna.

domenica 9 ottobre 2022

COWBOY!

 

 

 


Don Ward
COWBOY!
Saggistica – Editoriale Cepim
Collana America
Prima edizione 1974
cartonato – 160  pagine -  lire 5.000


Che bella collana, la Collana America! Sergio Bonelli la varò agli inizi degli anni Settanta, deciso ad affiancare libri di saggistica storica alle testate a fumetti prodotte dalla sua Casa editrice, che all’epoca si chiamava Cepim (in una delle varie incarnazioni). Essendo queste testate dedicate all’avventura western, i volumi pubblicati intendevano approfondire, appunto, le tematiche della storia del West, inquadrando in un contesto reale e documentato ciò che si andava raccontando nei fumetti, come a voler fornire ai lettori di Tex, di Zagor o del Piccolo Ranger un adeguato sopporto bibliografico, e forse anche a voler in qualche modo nobilitare il proprio catalogo, forse ancora sensibile al datato pregiudizio, da cui intendeva affrancarsi, secondo il quale i fumetti significavano sottocultura o addirittura erano dannosi per la gioventù. Qualunque fossero i motivi che spinsero la Cepim a realizzare le poche decine di volumi della Collana America, il risultato fu eccezionale per qualità di grafica, rilegatura, ricchezza iconografica e interesse dei testi, la maggior parte dei quali trattava argomenti interessantissimi e poco o punto affrontati dalla saggistica precedentemente pubblicata in Italia. Questo “Cowboy!”, secondo volume della serie dopo “Gli indiani della prateria”, ne è un esempio paradigmatico. Decio Canzio curò da par suo una gradevolissima edizione italiana di un testo americano corredato da foto e illustrazioni rare che ricostruiscono, in maniera divulgativa ma non superficiale, la storia dei cowboy americani, protagonisti di mille film e fumetti ma oggetto più di mito che di effettiva conoscenza da parte dei fruitori delle pellicole e degli albi. Oltre a esaminare come le mandrie cominciarono a essere allevate negli Stati Uniti dopo essere state portate in America dai primi colonizzatori spagnoli e solo successivamente portate oltre il Rio Grande, Don Ward, autore dei testi, presenta la vita quotidiana dei cowboy e le tante difficoltà del loro mestiere irto di incognite e di rischi. Il tutto, molto piacevole da leggere e da guardare: quasi come un fumetto, appunto.

sabato 8 ottobre 2022

IL LAGO SCAFFAIOLO IERI E OGGI

 

 

 


 

Paola Foschi
IL LAGO SCAFFAIOLO IERI E OGGI
Club Alpino Italiano
Prima edizione novembre 1997
brossurato - 274 pagine -  lire 38.000


Se c'è un luogo in cui vorrei che fossero dispetse al vento le mie ceneri, è sulla cima del monte Cupolino sul lato affacciato verso il sottostante lago Scaffaiolo, il cui fascno arcano mi ha sempre stregato, là sulle montagne in cui sono nato. Del resto, lo stesso fascino lo hanno subito, per secoli, visitatori anche illustri, oltre che camminatori che ne fanno meta di escursioni e scalate. In occasione dell’inaugurazione del nuovo rifugio, il Club Alpino Italiano (e più precisamente la sezione “Mario Fantin” di Bologna) ha raccolto in un bel libro, curato da Paolo Foschi, una gran quantità di documentazione sullo Scaffaiolo. Si tratta di testi antichi e moderni in cui si ripercorre la storia delle visite al piccolo bacino da parte di uomini di tutte le epoche, umili pastori e illustri passeggiatori, fino agli studi di uomini di scienza giunti a cercare riscontro alle antiche leggende che vorrebbero il lago profondissimo. E’ una credenza diffusa e più volte riportata che gettando uno scandaglio al centro della pozza d’acqua non si riesca a trovarne il fondo. In realtà, benché manchino esperimenti recenti (che pure si promettono), due testimonianze del secolo scorso restituiscono una risultanza del tutto diversa (anche se in un caso si dichiara una profondità massima di 14 metri e in un altro di appena due metri e mezzo). Un’altra leggenda, riportata persino dal Boccaccio, vuole che non si debbano gettare sassi nell’acqua né agitarne la superficie, altrimenti il cielo si rannuvola immediatamente e si scatena la tempesta. Anche in questo caso, nessun fondamento se non l’estrema variabilità del tempo su quel particolare tratto montuoso, dove il sole può venire oscurato e la nebbia può sorgere fittissima in pochi minuti. Le testimonianze sono tutte concordi, comunque, nel definire affascinante al massimo una pozza d’acqua pur piccola come quella del lago Scaffaiolo, la cui acqua (misteriosamente priva di forme di vita benché greggi e cavalli ne bevano senza danni) sembra derivare unicamente dallo scolo nella conca delle acque piovane e delle nevi, in un punto dove la roccia è particolarmente impermeabile (non ci sono né immissari né emissari). Il libro parla anche delle montagne circostanti, anche se ci si sbilancia troppo sul versante bolognose e si trascura quasi del tutto quello toscano. Ci sono molte fotografie d’epoca.


 
 


 

 

giovedì 29 settembre 2022

CARLO V

 
 

 
 
Guido Gerosa
CARLO V
Mondadori
Collana Oscar Storia
2005, brossurato
480 pagine, 9,40 Euro

Il saggio di Guido Gerosa, giornalista fiumano classe 1933 morto a Milano nel 1999, è uscito la prima volta nel 2000 all’interno della collana mondadoriana, dei volumi cartonati de “Le scie”, è stato ristampato negli Oscar Storia nel 2002. Dietro la bella copertina (un particolare di un ritratto di Tiziano – ma peccato che poi all’interno del volume l’iconografia lasci a desiderare), Gerosa compila una avvincente biografia di Carlo V, imperatore sul cui impero non tramontava mai il sole, ma anche disegna un grande affresco della  sua epoca, il Cinquecento, che davvero si rivela affascinante e drammatica, di sicuro complessa e piena di fatti e personaggi. Carlo nacque proprio nel 1500, e visse 58 anni, segnando la storia dell’intero Occidente nella prima metà del secolo. Nato a Gand, in Borgogna, da Filippo il Bello (figlio di Anna di Borgogna e dell’austriaco Massimiliano I che l’aveva sposata quando era solo ancora arciduca) e da Giovanna La Pazza (che forse pazza non era, sfortunata figlia dei cattolicissimi sovrani spagnoli Ferdinando e Isabella), Carlo divenne re di Spagna a sedici anni, alla morte del nonno materno e del padre. A diciannove anni fu eletto imperatore, essendosi comprato il voto dei sette elettori tedeschi, e strappando (in una sorta di asta) il titolo a Francesco I di Francia, soltanto un paio di anni più anziano di lui, che ambiva alla stessa corona e che per questo (ma non solo) gli serbò rancore tutta la vita divenendo il suo più acerrimo nemico, la sua vera spina nel fianco. Morto anche il nonno paterno, Carlo si trovò padrone di tutta l’Europa, eccezion fatta per la Francia e l’Inghilterra. Non fu facile per lui gestire tanti popoli, che lui voleva riunire sotto un solo regno cristiano. A parte le continue guerre a cui lo costringeva Francesco I, Carlo dovette fronteggiare la riforma luterana (incontrò Lutero a Worms nel 1521 e fu il più accanito sostenitore della necessità del Concilio di Trento), la minaccia dei turchi e dei pirati barbareschi, le rivolte interne (comuneros, anabattisti, fiorentini), la rivalità del Papa Clemente VII. Si trovò anche a dover gestire le scoperte del Nuovo Mondo e le spedizioni dei conquistadores Cortez e Bizzarro. Venne accusato (anche se lui, forse, non ne fu davvero responsabile) di aver ordinato il Sacco di Roma del 1527 e l’assedio di Firenze nel 1530. Riuscì a catturare prigionieri, in due diverse occasioni, sia il re di Francoia che il Papa, e tutti e due liberò comportandosi cavallerescamente (senza infierire sui loro territori), come del resto si conveniva a un cavaliere del Toson d’Oro, e da tutti e due fu tradito. Alla fine della sua vita, abdicò in favore del figlio Filippo II e si ritirò in convento in Spagna (era convintamene cattolico) e morì due anni dopo. Guido Gerosa racconta in maniera brillante e ricca di aneddoti la vita del sovrano e quella dei tanti che ebbero a che vedere con lui. e ci appassiona a vicende storiche lontane nel tempo che sembrano fatti di cronaca recente.

domenica 25 settembre 2022

OMICIDIO A LERICI

 


Claudio Nizzi
OMICIDIO A LERICI
Adelmo Iaccheri Editore
brossurato, 2022
208 pagine, 16.90 euro


Ho già detto che la scrittura di Claudio Nizzi è ipnotica? No, in realtà non l’ho ancora detto (ono andato a rileggermi le altre recensioni dei suoi romanzi pubblicate su questo blog), quindi lo posso dire adesso senza timore di ripetermi. Commentando il libro precedente, “L’orrendo delitto del vicolo Babbini”, il sesto della serie dedicata al pingue maresciallo dei carabinieri Lello Caruso, avevo però scritto: “Tutti i romanzi sono divertenti e gradevoli, scritti peraltro in punta di penna, utilizzando un linguaggio elegantissimo e puntuale, con frasi brevi in cui non c'è mai una parola di troppo ma che sono in grado di restituire l'efficacia di ogni scena come se la si vedesse scorrere davanti agli occhi un una pellicola in bianco e nero, essenziale ma ficcante, di un film degli anni giovanili di Nino Manfredi o Ugo Tognazzi”. Recensendo “L’americano” (il quarto con Caruso) avevo accennato invece a un possibile paragone con Andrea Vitali, per la ricostruzione della vita quotidiana di un paese di provincia negli anni del Dopoguerra, paese che nel caso di Nizzi si chiamo Borgo Torre, località inventata ma collocata nel Frignano, sulle montagne modenesi. Adesso azzardo un paragone invece con Ed McBain, lo scrittore della serie dell’87° distretto, non tanto per l’intreccio del giallo, quanto per la bravura nello scrivere i dialoghi. Non porto oltre l’argomento, mi basterà aver fatto capire quanto apprezzi il modo di scrivere dell’autore di Fiumalbo (sì, è evidente che Borgo Torre è Fiumalbo sotto falso nome). Ogni scrittore, ovviamente, ha il proprio stile: Nizzi irretisce e intriga con il suo periodare semplice ed essenziale e una volta rimasti incantati si divora il libro quasi senza accorgersene. Nel settimo romanzo della serie, come già nel sesto, Borgo Torre però non c’è. Se ne “L’orrendo delitto di vicolo Babbini” il maresciallo Caruso era andato a indagare in trasferta a Pavullo (località del Frignano realmente esistente), questa volta lo seguiamo in vacanza a Lerici, in Liguria, impegnato, con la moglie Erminia, nel trastullo dei nipotini, in un alloggio affittato vicino alla casa dei cognati. Sennonché, nei pressi del residence “Le Colombaie” (una serie di villini disposti in cerchio attorno a un parco in comune) viene trovato morto il giovane Manlio Bonaiuti, figlio di un notaio che abita proprio in quel complesso. Il maresciallo Calicò, della locale stazione dei carabinieri, coinvolge subito nelle indagini il collega in ferie, ritenendo che l’assassino possa nascondersi proprio fra i residenti del residence. In tutto, otto famiglie, più un custode. Ben presto si scopre che almeno quattro persone, fra i vicini di casa, avrebbero avuto ottimi motivi per uccidere Manlio (anche il lettore lo trova detestabile, del resto). Nizzi tratteggia da par suo le diverse personalità del teatrino di personaggi, abile in questo quanto nel caratterizzare quelli delle sue storie di Tex (di cui è stato uno dei più prolifici sceneggiatori). La soluzione del giallo convince, ma il romanzo si fa leggere soprattutto per come viene narrato da un affabulatore gradevole mai sopra le righe.

giovedì 22 settembre 2022

L’ARTE DI ESSERE FELICI



 

Arthur Schopenhauer
L’ARTE DI ESSERE FELICI
Adelphi
brossurato - 1997
116 pagine 
 
Un breve saggio di Franco Volpi informa, molto puntualmente, di come questo breve trattato di Schopenahuer, un prezioso livre de chevet che fa da pendant con "L’Arte di Ottenere Ragione", sia, a differenza di quello, un libro mai scritto. Anzi, compare per la prima volta in Italia, senza essere stato dato alle stampe neppure in Germania. Questo perché lo si è ricavato dagli appunti sparsi e dalle note che il filosofo aveva lasciato in vari suoi quaderni con la chiara intenzione di raggruppare poi le annotazioni e farne un breve trattato di “eudemonologia”, ovvero l’arte di comportarsi saggiamente allo scopo di condurre una esistenza felice. La definizione di “esistenza felice” la si ricava dalla massima n° 49 (in tutto, il libretto si divide in 50 massime): “un’esistenza che, considerata in termini puramente oggettivi – ovvero con una riflessione saggia e matura – sarebbe decisamente da preferirsi alla non-esistenza”.  Del resto, nella massima n° 22, Schopenahuer scrive che “il principio primo dell’eudemonologia è che questa stessa espressione è un eufemismo e che ‘vivere felici’ può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente”. Nella massima n° 17, si legge: “la vita non ci è data per essere goduta, ma per essere sopportata”.
Giustamente, Franco Volpi annota quanto sia strano andare a lezione di felicità da un maestro del pessimismo come Schopnehauer. “A prima vista - scrive il Volpi – il suo radicale e disincantato pessimismo rende difficile persino associare la sua filosofia all’idea della felicità: essa gli appare una meta irraggiungibile per l’uomo e il termine stesso ‘felicità’, dal suo punto di vista è un eufemismo. Ciò non deve significare, però, deporre preventivamente le armi, cioè rinunciare a sfruttare le regole, gli espedienti e i criteri di prudenza che il nostro ingegno si suggerisce per contrastare le avversità di cui la vita abbonda”. 
L’ingegno, appunto: come nel caso dell’ "Arte di Ottenere Ragione", è questa la principale arma in dotazione di ogni individuo nella lotta contro il mondo. E del resto la massima n° 10 consiste in una citazione da Seneca: “Se vuoi assoggettare ogni cosa, assoggettati alla ragione”. La ragione suggerisce essenzialmente di limitare i castelli in aria, di almanaccare fantasie, di farsi illusioni. “Il giovane crede che il mondo sia fatto per essere goduto e sia un domicilio della felicità, la quale sfugge solo a coloro che non hanno l’abilità di cercarla; lo rafforzano in questa idea romanzi, poesie, e l’ipocrisia che il mondo continuamente e ovunque produce con la sua parvenza esterna” (massima n° 22).  “Il mezzo più sicuro per non diventare molto infelici consiste nel non chiedere di diventare molto felici” (massima n° 36). Le illusioni, per Schopenhauer, sono “alture da cui si può scendere solo cadendo” (massima n° 5). L’importante è convincersi subito, o il più presto possibile, che “il meglio che il mondo ci può offrire è un presente sopportabile, quieto e privo di dolore; se esso ci è dato sappiamo apprezzarlo, e si guardiamo bene dal guastarlo aspirando senza posa a gioie immaginarie o preoccupandoci con timore di un futuro sempre incerto che, per quanto lottiamo, rimane pur sempre, completamente nelle mani del destino” (massima n° 16). Da questo punto di vista, accontentandoci di quanto abbiamo e non coltivando aspettative che la vita difficilmente realizzerà, conviene godere dell’attimo presente senza vivere continuamente nella preoccupazione del futuro. “Coloro che, animati da una continua tensione, vivono solo nel futuro, guardano sempre avanti e corrono incontro con impazienza alle cose che sopraggiungono come alle sole che porteranno la vera felicità, lasciando intanto passare inosservato il presente senza goderne. Costoro vivono sempre solo ad interim fino alla morte. Per  non perdere la quiete di tutta la nostra vita badando a mali incerti e indeterminati, dobbiamo abituarci a considerare i primi come se non giungessero mai e i secondi come se non giungessero certo adesso” (massima n° 14). Del presente, dunque, conviene godere subito, se solo c’è da goderne. “Chi è sereno ha sempre motivo di esserlo, che è appunto il fatto di essere sereno. Niente quanto la serenità può sostituire sicuramente e in abbondanza ogni altro bene. Se si vuole giudicare la felicità di un individuo ricco, giovane, belle e onorato, ci si chieda se è anche sereno; viceversa, se è sereno, risulta indifferente se sia giovane o vecchio, povero o ricco: è felice. Dobbiamo quindi spalancare le porte alla serenità, in qualsiasi momento capiti, poiché non giunge mai inopportuna!”. Altrove il concetto viene ribadito: “Se si è sereni, non chiedere per giunta a se stessi l’autorizzazione a esserlo, stando lì a riflettere se si ha per davvero motivi di essere sereni da tutti i punti di vista” (massima n° 13).  La serenità si raggiunge anche non pensare più a quanto si è deciso dopo aver riflettuto sul da farsi, “tenendo chiuso il cassetto dei pensieri che lo riguardano e tranquillizzandosi con la convinzione che a suo tempo tutto è stato soppesato a dovere” (massima n° 7).  Guai a pensare troppo a quanto è già successo: “una volta che è capitata una sventura e non ci si può fare nulla, non concedersi nemmeno il pensiero che le cose avrebbero potuto andare diversamente” (massima n° 11).  Va coltivato, viceversa, il fatalismo: “ci si deve abituare a considerare ogni evento come necessario” (massima n° 39). Del resto, per mantenere la calma in tutte le avversità della vita bisogna considerare “il male presente come una parte minima di ciò che potrebbe capitargli” (massima n° 15), e dunque essere soddisfatti del fatto che per quanto le cose vadano male, potrebbero andare peggio. C’è, infatti, chi se la passa peggio di noi, ed è buona norma “osservare spesso quelli che stanno peggio di noi” (massima n° 27). Ed è fondamentale “evitare l’invidia” (massima n° 2). “Dobbiamo cercare di arrivare a guardare ciò che possediamo esattamente con gli stessi occhi con cui lo guarderemmo se ci fosse sottratto. Di qualunque cosa si tratti, beni, salute, amici, amata, moglie, figli, per lo più ne percepiamo il valore solo dopo averla perduta” (massima n° 25).  Nella massima n° 1 si legge: “Perché mai dovrebbe essere folle preoccuparsi sempre di godere il più possibile dell’unico, sicuro presente, se la vita intera altro non è che un frammento più grande di presente, e come tale assolutamente transeunte?”. Dunque, non farsi illusioni e godere di ciò che si ha: bisogna “limitare la propria cerchia, si offre così minor presa all’infelicità” (massima n° 8). E ancora: “la fonte del nostro scontento risiede nei nostri tentativi, continuamente rinnovantisi, per aumentare il termine costituito dalle pretese” (massima n° 4). Limitare le proprie pretese significa che “un uomo deve sapere ciò che vuole e sapere ciò che può. Una volta che siamo perfettamente consapevoli delle nostre forze e debolezze, non tenteremo neanche di dimostrare forze che non abbiamo, non giocheremo con la falsa moneta, perché tale ciurmeria finisce col fallire il suo scopo” (massima n° 3). In buona sostanza, occorre “fare di buon grado ciò che si può, e sopportare altrettanto di buon grado ciò che si deve” (massima n° 6). Per capire ciò che si può e ciò che si deve, serve “parlare il meno possibile con gli altri, moltissimo con sé stessi” (massima n° 12). In ogni caso, meglio “non manifestare grande giubilo o grande sofferenza riguardo ad alcun avvenimento” (massima n° 19), e non “lasciare trasparire l’ira o l’odio nelle parole o nelle espressioni del volto”. La massima n° 34 sottolinea come “è facile esagerare con i rimproveri contro se stessi. Il corso della nostra vita, infatti, non è opera nostra in termini così assoluti, ma è il prodotto di due fattori, vale a dire la serie degli eventi e quella delle nostre decisioni”. L’ultima massima, la cinquantesima, conclude: “la nostra felicità dipende da ciò che siamo, dalla nostra individualità, mentre per lo più si tiene conto del nostro destino e di ciò che abbiamo. Il destino può diventare migliore e la moderazione non pretende molto da esso, ma un babbeo rimane un babbeo e un ottuso gaglioffo e un ottuso gaglioffo per tutta l’eternità, fosse egli in paradiso circondato da uri. La personalità è la felicità più alta”.