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domenica 3 novembre 2024

V13

 

Emmanuel Carrère
V13
Adelphi
2023, brossurato
272 pagine, 20 euro


“Niente opinioni, ma lavoro sul campo”. Questa la dichiarazione di intenti con cui Emmanuel Carrére ha proposto a Jérome Garcin, responsabile delle pagine culturali dell’ “Obs” (un settimanale francese) la propria collaborazione per raccontare, per un anno intero, il processo ai responsabili rimasti in vita degli attentati terroristici del 13 novembre 2015, quelli che causarono a Parigi 130 morti e oltre 350 feriti in tre diversi punti della città, tra cui il teatro del Bataclan, dove si contarono novanta vittime. Il dibattimento si è svolto in una apposita struttura allestita sull’ Ile de la Cité tra il settembre 2021 e il giugno 2022. Migliaia di testimoni, centinaia di avvocati, quattordici imputati. V13 è il nome dato alla sala del processo e al processo stesso, e fa riferimento al “venerdì 13”, giorno delle stragi. 
Ogni reportage dalle udienze doveva essere lungo circa ottomila battute, da consegnarsi tutti i lunedì mattina: un impegno a cui Carrère non è mai venuto meno. I suoi articoli, oltre che su due pagine dell’ “Obs”, sono regolarmente apparsi su “Repubblica” in Italia, sul “Paìs” in Spagna, e su Temps” in Svizzera. Nel raccoglierli in un libro (quello di cui stiamo parlando), Carrère li ha ritoccati un po’, spiega, aggiungendo: “soprattutto, ho incorporato qualche brano che non aveva trovato posto nella mia rubrica settimanale. Ecco perché il libro è più lungo di un terzo rispetto a quanto è uscito sui giornali”. 
Ora, chiunque abbia letto qualche precedente scritto di Emmanuel Carrére (da “Limonov” a “Il Regno”, ma soprattutto “L’Avversario”) sa quanto la sua capacità di affabulatore sovrasti l’argomento trattato: è uno che riuscirebbe a rendere interessante la spiegazione dei venti fogli di clausole e di liberatorie della privacy e del trattamento dati in un ufficio pubblico. Scrive maledettamente bene, e il “maledettamente” fa riferimento al fatto che non si riesce a smettere di leggerlo. Una capacità assoluta di raccontare, peraltro parlando in prima persona: le sue esperienze diventano le nostre. Però, mi chiedo: è davvero possibile parlare della strage del Bataclan “senza opinioni”, ma facendo solo “lavoro sul campo”? Inutile dire che io non avrei retto due giorni, nell’aula del V13, ascoltando le vittime (i parenti degli uccisi, e i sopravvissuti) raccontare della poltiglia di sangue e brandelli umani su cui camminarono per uscire dal locale coloro che si salvarono. O di come l’incontro con gli amici ai tavolini di un caffè si sia trasformato in una carneficina. Carrére ci riesce (facendoci comunque stare male), perché racconta le storie delle vittime e quelle degli attentatori, ricostruendo gli anni in cui famiglie intere di radicalizzati partivano per la Siria, con l’intenzione di popolare uno “stato islamico” e poi chi se ne pentiva non riusciva più a tornare indietro, e chi tornava indietro spesso era per compiere attentati. Alcuni felici di farlo, ma anche alcuni pieni di dubbi e pronti a disertare, come nel caso di almeno un paio del commando parigino del 13 novembre. “Non sono nato con un mitra in mano”, dice uno degli imputati. E allora, com’è accaduto che lo ha impugnato? Carrère, con la pacatezza di cui io non sarei capace, indaga in cerca di una risposta. E si finiscono per vedere mille sfumature che da lontano non si distinguono. Non si assolve nessuno, ma si riportano i punti di vista di tutti. Però è certo che il punto di vista di chi dichiara che non si tratta di stupri, ma di programma di ripopolamento è qualcosa che a me disturba, come disturba sentir dire che la strage del Bataclan fu colpa del presidente Holland. A me disturba peraltro anche chi difende gli assassini della strage di “Charlie Hebdo": quelli di “Charlie Hebdo” se la sarebbero cercata, le loro vignette erano offensive. Se qualcuno si ritiene offeso, prenda la matita e satireggi pure lui, se ne è capace. Oppure se ne lagni, tenga il muso, scriva lettere di protesta. Nei casi estremi, se proprio è stata infranta una legge, si rivolga alla magistratura per far pagare una multa agli umoristi. Ma se prendi il mitra e macelli chi ha soltanto disegnato, è evidente che hai perso la ragione. Le idee si combattono con le idee. Se le combatti con le armi, vuol dire che le tue idee sono più deboli. Il fatto che Charb o Wolinski o chiunque altro disegnassero vignette che qualcuno non facevano ridere o che qualcun altro indignavano, non ha nessuna importanza rispetto al principio che quegli autori avessero il diritto (e perfino il dovere) di pubblicarle. In ogni caso, Carrére è molto onesto nel riferire, nel distinguere, nell’empatizzare, prendendo le difese per esempio di tre imputati a piede libero (che poi infatti a piede libero sono rimasti) che con ogni evidenza hanno avuto un ruolo inconsapevole o marginale, al netto della taqiyya (non sono in grado di spiegare bene con Carrére che cosa sia esattamente, ma grazie a lui l’ho capito). Ua figura simbolo di “V13” è sicuramente Nadia Mondeguerre, da sempre impegnata nelle relazioni con il mondo musulmano, studiosa di Islam, in grado di parlare arabo, la cui figlia Lamia figura tra le vittime delle stragi, ma che nel 2018 è tornata al Cairo, dov’è nata, e dove un egiziano, ascoltata la sua storia, le ha detto: “tua figlia e gli altri sono shuhada, martiri”. Loro, non gli assassini che li hanno uccisi.

lunedì 22 aprile 2019

UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA



Arminius Vambery
UN FALSO DERVISCIO A SAMARCANDA
Touring Club Italiano
1997, brossurato
152 pagine, 20.000 lire
La Biblioteca del Touring Club recupera un classico della letteratura di viaggio, riproducendone la traduzione della prima edizione italiana datata 1873, uscita per i tipi dell'editore Treves. Si tratta di affascinante quanto drammatico resoconto di un'impresa compiuta una decina di anni prima da Arminius Vambery, uno studioso ungherese appassionato linguista e interessato ad approfondire le affinità tra la lingua magiara e quelle dell'Asia Centrale. Purtroppo, il Turkestan e l'emirato di Buchara (dove sorgeva la mitica Samarcanda) erano all'epoca praticamente irraggiungibili dagli occidentali, sistematicamente e barbaramente uccisi in quanto infedeli. In realtà, anche gli stessi musulmani rischiavano la pelle o la schiavitù attraversando le terre dei Turcomanni, predoni feroci. Anche per questo, agli occhi di Vambery quelle terre rappresentavano una irresistibile attrazione, la stessa che promana per un esploratore da una terra inesplorata. Così, perfettamente padrone dell'arabo, del turco e del persiano, partito alla volta di Costantinopoli e poi della Persia, l'ungherese si traveste da derviscio (un monaco mendicante musulmano) e si unisce a una carovana di pellegrini di ritorno da La Mecca nel natio Turkestan. Durante ogni tappa del lungo viaggio Vambery si trova a rischiare la testa, attirando i sospetti di chi giudica troppo chiaro il colore della sua pelle o di chi, più semplicemente, diffida degli stranieri. Il suo gruppo deve di volta in volta informarsi sulle mosse e gli spostamenti dei predoni per evitare di incontrarli, preferendo piuttosto percorrere vie attraverso deserti o paludi invece di piste più brevi e agevoli infestate dai briganti. Innumerevoli volte teme di morire di sete, o deve sventare intrighi a suo danno. Assiste a supplizi terribili imposti dalla rigida osservanza dei dettami islamici, si commuove per la sorte tragica di schiavi persiani o russi catturati dai Turcomanni, incontra il ferocissimo khan di Khiva abituato a mettere a morte qualcuno ogni giorno solo per l'alzata di un sopracciglio. Ma alla fine, riesce a raggiungere Samarcanda. Rientrato in Europa, scrive il suo reportage che è avventuroso come un romanzo di Emilio Salgari. E la traduzione ottocentesca proprio di Salgari ha il sapore.