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sabato 30 marzo 2024

L' ARTE DI GOVERNARE LA CARTA

 

Ambrogio Borsani
L'ARTE DI GOVERNARE LA CARTA
Editrice Bibliografica
2017, brossurato
152 pagine, 20 euro

“Follia e disciplina nelle biblioteche di casa”, spiega il sottotitolo dando una più precisa idea del contenuto, già comunque ben resa dal titolo stesso. Il senso del volumetto, però, è ancor meglio rappresentato in una citazione da Anatole France che fa da preambolo: “Non passo quasi mai davanti alle bancarelle senza scovare qualche libro che mi mancava e che non sospettavo minimamente di non avere. Al rientro, devo affrontare le grida della governante, che mi accusa di riempire la casa di cartacce fatte apposta per attirare i topi”. Chi di noi bibliofili non si riconosce nel quadretto? E ancor di più ci si riconosce nella trattazione dei vari aspetti della sindrome da bibliofilia data da Ambrogio Borsani, affetto anche lui dalla stessa patologia e che quindi, dopo aver raccontato la storia del libro (nato dai rotoli manoscritti) elenca con cognizione di causa le problematiche: la mancanza di spazio, la collocazione negli scaffali, la classificazione delle collezioni (si cita la Dewey, si sconsiglia l’ordine alfabetico per autore, ci suggerisce la divisione per nazioni), i danni alle strutture stesse delle case, il pericolo di crolli degli scaffali. L’aneddotica è ricca.  
 
Mentre leggevo, con piacere, il manuale di Borsani, mi sono reso conto di aver scritto anch’io, ancora prima di lui (nel 2011), un articolo pubblicato sul mio blog “Freddo cane in questa palude”, intitolato “C’è posto per te”. Siccome le mie considerazioni e le soluzioni proposte non sono troppo diverse, ho pensato di selezionare alcuni passaggi, che trovate qui di seguito.
 

C'E' POSTO PER TE
di Moreno Burattini
 
Mi gongolo di soddisfazione tutte le volte che miro e rimiro le mie scaffalature piene di libri, volumi, albi e fascicoli, perfettamente disposti per serie, per argomento, per tipologia, per colore delle costoline. Non c’è nessuna comodità da digitalizzazione che possa ripagare la soddisfazione di vedere delle librerie colme di carta. Stante questa sacrosanta verità, resta da capire come accidenti fare quando le librerie sono fin troppo colme e non c’è più spazio per infilare tra un volume e l’altro neppure una cartolina. Nella mia pluridecennale esperienza di stivaggio (arte in cui mi considero ormai un genio – riconosciuto peraltro da tutto il parentado), la prima cosa che mio viene da dire è questa: non è vero. Segnatevi questa verità fondamentale: quando le apparenze vi fanno credere che lo spazio sia esaurito, le apparenze ingannano. Si tratta soltanto di disporre meglio gli albi. Magari invece che in un’unica fila orizzontale si possono fare tante pile verticali, una affiancata all’altra. C’è sempre dello spazio in più, se ci si pensa bene e si studia il problema con attenzione.
Ma procediamo con ordine. Innanzitutto, regola numero uno: mai rinunciare all’acquisto di un libro o di un fumetto “perché in casa non c’è più posto”. Si deve sempre partire dal presupposto che il posto c’è. Se non c’è, si trova. Per esempio, si compra una casa nuova. Sembra una battuta ma è un’affermazione seria. Se in una famiglia i figli crescono di numero e in età, non si pensa forse a un trasloco in una dimora più larga e accogliente? Non c’è niente di scandaloso nel fatto che un collezionista possa scegliere un appartamento con una stanza in più pensando a un luogo dove conservare le sue collezioni. Chi ha la moto non si compra forse una casa con un garage o uno scantinato? Chi ha il pollice verde non la sceglie con un giardino o con una ampia terrazza? Bene, chi legge fumetti si fa mettere in progetto un salottino da lettura. Se proprio una casa nuova è fuori discussione, restano comunque delle alternative. Il garage e la soffitta, per esempio. Che ci fanno tutte quelle cianfrusaglie inutili in solaio? Fuori! Una bella scaffalatura e il sottotetto diventa una biblioteca. E la casa dei genitori, dove la mettiamo? Quando qualcuno si sposa o va a vivere da solo, di solito lascia libera la propria cameretta. Quella ci appartiene di diritto. E’ nostra. Ci siamo cresciuti. E adesso la riempiamo con i nostri albi. Le mamme non possono che essere contente. I figli tornano a salutarle con frequenza settimanale o bisettimanale. Le salutano di passaggio, ovviamente, andando a posare o riprendere i loro fumetti, ma intanto le salutano. Esiste anche la possibilità di prendere in affitto una piccola stanza da un vicino, o un monolocale.
Ma facciamo l’ipotesi peggiore: c’è soltanto una casa. La prima cosa da fare è razionalizzare lo spazio. Il motivo per cui di solito si dice che non c’è più posto è che si sono riempiti tutti gli scaffali della libreria del salotto o dello studio. Al che, la prima considerazione da fare è la seguente: quanta parete libera si vede, in giro per la casa?
C’è da scommettere che l’arredamento della prima ora abbia lasciato muri bianchi grandi come schermi cinematografici, con al centro magari un paio di quadretti di pessimo gusto comprati durante le vacanze a Maiorca perché li faceva un artista di strada. La regola numero due è: non ci devono essere pareti libere. Dove c’è una parete libera, ci si mette davanti una libreria. Tanto i muri bianchi ingialliscono, i bambini li scarabocchiano, ci vengono spiaccicate le zanzare, ci vanno gli schizzi di olio e di vino, ci fanno la cacca le mosche. Una bella libreria invece arreda in modo leggiadro e isola anche acusticamente e termicamente. Mogli e fidanzate tenteranno in tutti i modi di riempire gli scaffali di soprammobili. Deve essere loro impedito a costo di ricorrere allo scudiscio. Regola numero tre: i soprammobili sono vietati. Che poi non è il soprammobile in sé che dà noia, è il fatto che si pretenda che attorno al soprammobile ci sia il vuoto.
Ma il punto fondamentale che distingue il collezionista di genio dal dilettante allo sbaraglio è la misura dello spazio vuoto tra un ripiano e l’altro. Gli sciocchi di solito comprano una libreria così com’è: ammettiamo che la vendano con tre ripiani distanti fra loro trenta centimetri (che creano quattro diversi spazi). Ergo, se io dentro ci metto una fila di fumetti alti venti centimetri, avanzano dieci centimetri. Moltiplicati per quattro spazi, sono quaranta centimetri! In pratica, nello stesso scaffale ci starebbero altre due file degli stessi fumetti. Basterebbe mettere due ripiani in più, calcolati sulla base delle altezze degli albi. E vogliamo parlare di quanto spazio libero c’è fra la fine della libreria e il soffitto? Di solito, almeno un metro! Quanta carta stampata ci potrebbe stare in quel vuoto assurdo! Perciò, regola numero quattro: farsi fare delle librerie su misura, che occupino tutto lo spazio sfruttabile, con i ripiani calcolati alla giusta distanza fra loro sulla base del materiale collezionato.
Ma non è finita. Ammettiamo che delle scaffalature perfette riempiano lo spazio domestico in modo impeccabile. Volete raddoppiare la disponibilità con uno schioccar delle dita? Basterà accertarsi che la larghezza degli scaffali consenta di poter mettere gli albi in doppia fila. Perciò, niente Billy per i fumetti Bonelli! Ci sta una fila sola. Bisogna comprare modelli più larghi, capaci di ospitare una fila davanti e una fila dietro. In certi casi le file possono perfino essere tre. Il mio sogno, quello di cui parlo sempre con la persona amata quando ci sdraiamo insieme sull’erba del prato a guardare le stelle, è non solo di avere una sola grande stanza in un’unica casa in cui conservare tutti i miei libri e i miei fumetti divisi in almeno quattro case diverse, ma (ed ecco la vera libidine) con tutte le costoline disposte in singola fila. E’, naturalmente, un sogno irrealizzabile. Appunto per questo, in mancanza di meglio, vada per la doppia fila.


venerdì 12 aprile 2019

IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI



Edward Wilson-Lee
IL CATALOGO DEI LIBRI NAUFRAGATI
Bollati Boringhieri
2019, cartonato
350 pagine, 30 euro


Un libro meraviglioso. Meraviglioso per tutti, credo, ma assolutamente fantastico per chi i libri li ama, li colleziona, li custodisce, se ne circonda. A una prima occhiata, magari distratta, si può pensare che si tratti di una biografia: quella di Fernando Colombo, secondo figlio (illegittimo) di Cristoforo, il navigatore. Se il padre, a cui si deve la scoperta dell'America, è unanimemente riconosciuto come figura storica degna di ogni studio, si potrebbe dubitare che ci siano sufficienti motivi per dedicare una qualche attenzione anche al suo secondogenito. Invece, Fernando Colombo di rivela un personaggio straordinario (molto di più del fratello Diego, il primo figlio di Cristoforo). La prima parte del libro è avvincente come un romanzo d'avventura: si racconta dei primi viaggi di Colombo padre verso il Nuovo Mondo, poi si giunge al quarto, quello in cui Cristoforo portò con sé anche il giovanissimo Fernando, e che fu caratterizzato da ogni genere di traversie, le cui cronache potrebbero sembrare tratte da un romanzo di Salgari. Fernando acquisì però, a fianco del padre competenze marinaresche, cartografiche e da astronomo. Cristoforo, a cui il figlio fu sempre devoto, da quanto ci dice Edward Wilson-Lee risulta tuttavia un personaggio venato di follia, visionario, in preda a vaneggiamenti mistici. Dopo la morte del padre, ai figli Diego e Fernando vennero dati incarichi e rendite (non facili da riscuotere e sempre a rischio). In ogni caso i due fratelli, fin da piccoli, avevano bazzicato la Corte reale prima e Imperiale. Gran parte delle entrate di Fernando finirono ben presto per venire dedicate all'acquisto di libri, di cui il giovane Colombo divenne non solo un collezionista, ma un un cultore. Erano gli anni (la prima metà del Cinquecento) in cui cominciava a prendere campo la stampa tipografica: Fernando ne capì la portata rivoluzionaria e raccolse soprattutto libri stampati, addirittura comprendendo nelle sue raccolte gli opuscoli più miseri e popolari. I viaggi al seguito di Carlo V e i soggiorni per vari motivi in tutte le principali città d'Europa (a partire da una permanenza a Roma durata alcuni anni), gli permisero di acquistare migliaia e migliaia di volumi, fino a fargli mettere insieme la più grande biblioteca privata del mondo. Nacque l'esigenza di catalogare tutti quei libri, troppi perché a memoria se ne potesse rintracciare uno, se richiesto: Fernando stilò elenchi e riassunti, guide per parole chiave, codici mnemonici in grado di contraddistinguere ogni volume e renderlo disponibile per le ricerche. Concetti modernissimi che all'epoca furono sperimentati proprio da Colombo per la prima volta. Seguendo Fernando nella sua ricerca della "biblioteca universale", Wilson-Lee ci dipinge anche uno straordinario affresco della realtà storica dell'epoca, delle nuove idee che circolavano, dell'impatto delle scoperte geografiche sulla società europea. Quando morì, Fernando lasciò una biblioteca di oltre ventimila volumi. Oggi ne rimangono solo quattromila. Gli altri si sono dispersi in altre biblioteche o sono andati perduti.

venerdì 2 dicembre 2016

LA STANZA DEI LIBRI





LA STANZA DEI LIBRI

di Giampiero Mughini

Bompiani

2016, brossurato

160 pagine, 14 euro




Di fronte a un libro così bello, c'è da chiedersi come abbiano potuto, quelli della Bompiani, aggiungere in copertina un sottotitolo così inutile e fuorviante quale "Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers". Sembra che, ormai, se un libro non ha agganci, sia pure in negativo, con i social non possa attirare l'attenzione del pubblico. Dunque sappiate che di Facebook o di Twitter Mughini non parla, se non, forse, in un inciso o due. Parla, meno male, di libri di carta. Del suo amore per i libri di carta. Della sua passione per i libri di carta. Di altri come lui bulimici verso l'acquisto, il possesso, il collezionismo di libri di carta. 

Parla di cataloghi di librerie antiquarie, di prime edizioni, di copie rare, rarissime, uniche. Racconta di dediche sui frontespizi, di biblioteche che crescono come figli, di collezioni messe in vendita e libri appartenuti a qualcuno che passano in mano di altri. E poi ci sono le recriminazioni per come in Italia la bibliofilia, il gusto per le edizioni d'arte, la ricerca di volumi usciti con la prima tiratura non abbia che un piccolo seguito rispetto a quanto accade all'estero, e anche nelle case di intellettuali benestanti non ci siano (lo dice lui che ne ha viste tante) spazi per i libri di valore. Mughini spiega anche perché sia importante invece questo tipo di collezionismo, come si possano ricostruire le varie epoche proprio esaminando la rilegatura, la carta, la stampa, le illustrazioni dei libri. E poi, l'autore ci parla delle sue collezioni, partendo da zero, dai primissimi libri messi in fila nella sua cameretta di studente a Catania. 

Due soprattutto sono i capitoli importanti ne "La stanza dei libri", che valgono l'acquisto e la lettura anche solamente per quelli: "Pagine che grondano sangue" e "Futuristi, addio". Il primo dei due, drammatico e inquietante al limite dell'intollerabilità (io che leggo King come bere camomilla ho dovuto interrompere la lettura più volte, riflettendo sul fatto che si trattava di avvenimenti veri) è dedicato agli anni di piombo, e in particolare alle Brigate Rosse. Mughini, raccoglitore di saggi ideologici sul comunismo fin dall'adolescenza, ha messo insieme anche una sterminata collezione di opuscoli, libretti e volantini distribuiti dai brigatisti, e libri di memorie compilati in carcere o dopo la condanna dai terroristi stessi. Sentirne parlare fa molta impressione. L'altro capitolo racconta invece di come l'autore abbia messo insieme una formidabile raccolta di volumi del futurismo italiano, e abbia a un certo punto deciso di venderla, non senza difficoltà visto il disinteresse proprio in Italia (mentre si sono fatte avanti biblioteche di mezzo mondo). 

Molto belle e condivisibili anche le pagine dedicate ai fumetti e all'erotismo, campi d'interesse che anch'io condivido e riguardo ai quali ho le stesse idee di Mughini, in special modo riguardo la distinzione babbea fra erotismo e pornografia. L'unica distinzione possibile è fra qualcosa di fatto bene e qualcosa di fatto male. Che idiozia poi l'accusa della mancanza di "trama" nei fumetti o film pornografici, come se la trama fosse necessaria: è necessario il dettaglio, il particolare, la situazione, lo sguardo, l'espressione, la posa. Ovviamente, secondo me, ma fa bene Mughini a ribadirlo da par suo. E onore al merito di aver mescolato i futuristi con Corto Maltese e la pornoattrice Lola Reve (che è anche una delle mie preferite).


domenica 20 novembre 2016

LA SOVRANA LETTRICE




LA SOVRANA LETTRICE
di Alan Bennett
Sellerio
2007, brossurato
95 pagine, 13.50 euro

E' difficile giudicare questo agile romanzo sull'amore verso i libri e su come la lettura possa cambiare la vita. Difficile perché se i libri davvero si amano e si è fatta esperienza di quanto possano arricchirci l'esistenza (e farci vedere le cose secondo scale di valori diverse da prima) si è portati a volerne dire bene: come non essere d'accordo con Bennett e condividere il suo intento? Però, poi, a conti fatti, ci si rende conto (almeno, io mi sono reso conto) di quanto sia ininfluente che la lettrice protagonista del racconto sia Elisabetta II regina del Regno Unito, piuttosto che un personaggio di fantasia, e di come, anzi, questa scelta sia dannosa in quanto disturbante e implausibile. Perché mai l'Inquilina du Buckingham Palace dovrebbe scoprire la lettura per caso solo in tarda età? Nel romanzo succede grazie a un pulmino che porta in giro una piccola biblioteca ambulante, in cui Elizebeth si imbatte per combinazione dopo essere uscita dal palazzo con i suoi cani. E possibile che in pochi mesi la sovrana riesca a leggere di tutto con una consapevolezza e una lucidità di giudizio da critico letterario professionista? E possibile che un suo assistente di nome Norman abbia letto e legga ancora di più, risultando in grado di dare consigli e scambiare pareri come il più informato dei competenti? Insomma, la faccenda disturba più di quanto affascini. Bisogna fare un bello sforzo per superare l'incredulità e accettare che la regina cominci a mettere in difficoltà (per il suo troppo leggere e il voler sempre parlare di libri) il suo entourage, la security, i diplomatici, e i ministri. I servizi segreti arrivano perfino ad allontanare Norman, e alla fine la sovrana sembra pronta al grande passo: diventare scrittrice a sua volta. Interessante il passaggio in cui la regina invita a cena intellettuali e scrittori, scoprendoli più piccoli dei loro libri. Tuttavia, quando si citano libri e autori che i lettori magari non conoscono, si dovrebbe cercare di far capire meglio a tutti di chi e che cosa su sta parlando, senza far sentire in colpa nessuno per la propria ignoranza in proposito ma anzi stimolando il desiderio di saperne di più. In generale ho trovato il libro interessante per lo spunto, ma a tratti uggioso. Un'occasione mancata, e dispiace.

domenica 30 agosto 2015

L'AFFARE VIVALDI




L'AFFARE VIVALDI
di Federico Maria Sardelli
Sellerio
2015, brossurato
304 pagine, 14 euro.

"La storia della riscoperta dei manoscritti di Vivaldi è davvero andata così. Diversamente da quanto scrivono di solito i romanzieri alla fine del loro lavoro ('i personaggi narrati sono frutto della mia fantasia' o formule simili), io devo invece assicurare il lettore che i fatti narrati sono, in grandissima parte, realmente accaduti, e solo in pochi casi ho dovuto inventare personaggi o situazioni allo scopo di riempire il vuoto lasciato dai documenti". 

Così scrive Federico Maria Sardelli nelle sue esaustive "Note sulle fonti" in calce al libro. Documenti, si badi bene, che Sardelli ben conosce non soltanto per dovere di romanziere tenuto a informarsi sulla materia di cui intende scrivere, ma perché si tratta di uno dei massimi esperti dell'opera vivaldiana in quanto membro del comitato scientifico dell'Istituto italiano Antonio Vivaldi e responsabile del suo Catalago. Inoltre è direttore d'orchestra di fama internazionale con all'attivo numerose prime incisioni ed esecuzioni musicali. Il fatto che, a tempo perso, sia anche uno dei più geniali disegnatori e scrittori satirici de "Il vernacoliere" di Livorno non inficia, ma anzi accresce, i suoi meriti. Sembra quasi incredibile che un musicista del suo calibro sia anche l'autore di "Le più belle cartoline dal mondo" o de "I miracoli di Padre Pio" (due fra i più esilaranti titoli a sua forma) e io non ci volevo credere prima di aver avuto la fortuna di conoscerlo di persona, ma assicuro che è così. Sembra anche incredibile quello che Sardelli racconta nel suo romanzo a proposito dei manoscritti vivaldiani, contenenti centinaia di composizioni inedite rimaste sconosciute per oltre un secolo e mezzo, dopo la morte in povertà del "Prete rosso" (Vivaldi era un religioso e aveva i capelli color carota). Ciò che meraviglia non è tanto che il fratello del musicista, Francesco, abbia svenduto l'archivio del defunto Antonio per pagare i debiti, ma che di mano in mano un simile tesoro sia stato misconosciuto e ignorato per tanti anni e abbia addirittura rischiato di finire perduto per sempre, se non fosse stato per l'opera di alcuni benemeriti (tra cui spiccano Luigi Torri e Alberto Gentili), che, negli Anni Venti e nei due decenni successivi, invece di venire ricoperti di onori vennero addirittura perseguitati dal fascismo. 

Alcune pagine fanno male: quelle sulle leggi razziali, certo, ma anche quelle sul lascito da parte del bibliofilo Marcello Durazzo dei volumi vivaldiani ai padri salesiani del Collegio San Carlo a Borgo San Martino. Durazzo sperava di lasciare in eredità i suoi preziosi libri a qualcuno che sapesse valorizzarli e custodirli e i religiosi furono quasi infastiditi di dover ricevere una massa di carta invece di denaro e terreni e lasciarono tutto a marcire. Il racconto di Sardelli alterna avvenimenti di anni diversi passando dal Settecento al Novecento all'Ottocento assecondando un estro romanzesco supportato dalla citazione di testuali documenti. Nonostante l'autore non sia un romanziere di professione (e dunque gli manchi il mestiere di un John Grisham o di un Ken Follett che da questa materia avrebbero tratto un best seller), il libro si legge con il fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina.

lunedì 17 agosto 2015

S. - LA NAVE DI TESEO



J. J. Abrams e Doug Dorst
S. - LA NAVE DI TESEO
Rizzoli Lizard
2014, cartonato
472 pagine, 35 euro


Su “S.”, ovvero “La nave di Teseo”, si è scritto di tutto e il contrario di tutto. Leggendo le recensioni in Rete c’è di che divertirsi: i pareri sono opposti, tra chi grida al capolavoro e chi ne lamenta la noia mortale. Personalmente, sono del parere che di fronte a un’opera del genere siano secondarie le trame delle due storie parallele che si sviluppano dentro e fuori (o ai margini) del romanzo scritto dall’immaginario V. M. Straka. Sono più che convinto che sia il falso libro del 1949 (perfettamente riprodotto come oggetto d’antiquariato e proposto al lettore tale e quale ci si aspetta sia un volume ingiallito rubato da una biblioteca) sia le annotazioni ai margini scritte a penna, pennarello e lapis da due diverse mani, offrano indizi degni di approfondimenti in grado di portare a piani di lettura ancora diversi da quelli che appaiono a una prima lettura, e ci sarà chi vorrà studiare ogni dettaglio scoprendo che tutto può essere interpretato come un tassello di un puzzle da ricomporre senza avere sottomano il disegno complessivo. Tuttavia, qualunque sia o possa essere il gigantesco gioco a più livelli che gli autori ci sfidano a scovare, per quanto mi riguarda mi ritengo più che soddisfatto dal miracolo dell’oggetto in sé. 



Un prodigio di cartotecnica che appaga il bibliofilo che ama il libro in quanto tale, ovvero qualcosa da toccare, da palpeggiare, da sfogliare, da restituire più vissuto di quando lo si è ricevuto. “S. – La Nave di Teseo” è il libro perfetto: con le impronte digitali di chi lo ha posseduto, con le annotazioni scritte a mano, con i foglietti di appunti dimenticati fra le pagine e le cartoline usate come segnalibri. J. J. Abrams ha affermato che "il punto è proprio possederlo fisicamente”, e la mia soddisfazione nello sfogliarlo e risfogliarlo consiste anche nel gongolare pensando che non può esisterne una copia digitale. E’ vero che ne esiste una versione e-book ma, per ammissione degli stessi autori, l’esperienza che se ne ricava è del tutto diversa da quella dell’avere tra le mani un tomo dalle cui pagine può cadere a terra di tutto, perché è in questo che consiste la trovata geniale di chi lo ha realizzato: fornire ai lettori un falso perfetto di un vero libro su cui altre dita prima delle nostre hanno passato i loro polpastrelli vergando note e lasciando tracce. 



Ovviamente non è tutto qui: il romanzo che è alla base di tutto, “La nave di Teseo”, si può leggere come un racconto a sé stante, con tanto di introduzione che cerca di fare il punto sul suo enigmatico presunto autore, V. M. Straka. Allo stesso modo si può ignorare il testo principale e concentrarci solo sulle annotazioni a mergine delle pagine: quelle di due studenti universitari, Jennifer ed Eric, che si passano il volume fra di loro, inizialmente senza conoscersi né incontrarsi, e che si innamorano così. Però i due finiscono anche per scoprire un complotto riguardante appunto la vera identità di Straka, e il gioco in cui si invischiano si rivela pericoloso. Insomma, c’è di che divertirsi. Indubbiamente non è facile seguire i diversi piani di lettura e c’è da confondersi. Però, siccome la cosa è intrigante, ci si riesce abbastanza presto, con un po’ di allenamento, e si finisce per appassionarsi. Stupisce, certo, il fatto di seguire lo sviluppo di un libro in un modo tanto insolito. Alla fine, sia la trama del romanzo stampato (“La nave di Teseo”), che parla di uno uomo senza memoria che si imbarca su un vascello il cui equipaggio è quanto mai inquietante, sia l’indagine dei due studenti (lui cacciato dall’Università, in realtà, e in guerra con un professore, Moody, che conduce la sia stessa indagine su Straka) non si risolvono in modo chiaro e netto. Il che lascia un po’ perplessi, ma non delusi, viste le emozioni con cui siamo arrivati fin lì. Del resto, ideatore dell’operazione è proprio quell’Abrams a cui si deve (almeno in buona parte) la serie di “Lost”, un altro racconto innovativo con un finale che ha fatto discutere. C’è lo zampino di Abrams anche nel rilancio della saga di Star Wars: insomma, un nome da cui ci si aspettano idee in grado di stupire. Dal punto di vista pratico, poi, il lavoro è stato affidato a Doug Dost, al quale non si può che fare tanto di cappello. La confezione dell’oggetto è costituito da una sorta di scatola contenitore con i nomi dei veri autori e le indicazioni per la lettura, dentro alla quale c’è il finto libro d’antiquariato stampato con carta ingiallita e imbottito di documenti, lettere, giornali, fotografie, cartoline, biglietti, tutti del tutto credibili come veri e perfetti in ogni dettaglio (fare attenzione nel maneggiarlo).