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lunedì 21 luglio 2025

IVANHOE

 
 


Walter Scott
IVANHOE
Rizzoli
1988, brossurato
544 pagine, 10.500 lire

Si dice che Walter Scott (1771-1832) sia stato il primo autore di bestseller appositamente costruiti per raggiungere il più vasto pubblico possibile. Benedetto Croce addirittura scrive che “nel trattare dello Scott conviene, in primo luogo, aver l’occhio all’ufficio sociale che egli ha adempiuto: ufficio che fu semplicemente quello di un produttore industriale, intento a fornire il mercato di oggetti dei quali era altrettanto viva la richiesta quanto legittimo il bisogno. Egli ebbe il genio dell’intrapresa industriale a ciò corrispondente”. “Intrapresa” che fu coronata da una straordinaria fortuna. Personalmente, nel giudizio crociano non ci vedo niente che svilisca l’autore, anzi, viva gli autori che scrivono per il loro pubblico. Si dice anche che Walter Scott abbia inventato, o perlomeno portato in auge, il romanzo storico, che, come nota il Carducci, “non ha nulla a che fare col romanzo cavalleresco e col poema romanzesco”. “Ivanhoe” (1819), la sua opera di maggior successo (ma si potrebbe citare anche “Rob Roy”) non ha per ambientazione un medioevo fantastico, ma si cala nella realtà dell’Inghilterra attorno al 1194, avendo per sfondo luoghi riconoscibili e per protagonisti alcuni personaggi storici (come Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni). Non solo: Scott sceglie di affrontare un argomento spinoso come l’invasione dell’Inghilterra da parte dei Normanni che sottomettono i Sassoni. Lo fa, peraltro, cercando di documentare minuziosamente la sua ricostruzione delle usanze, degli abiti, degli stati d’animo dell’epoca, occupandosi anche di mettere a confronto le rivendicazioni degli sconfitti e le strategie politiche dei colonizzatori, ma anche gli scontri politici attorno alla rivendicazione della corona, rendendo parte del racconto anche le crociate. Prima di “Ivanhoe” lo scrittore, nato a Edimburgo, aveva scritto soltanto di cose scozzesi, e forti furono i suoi dubbi e i suoi timori allargandosi anche a quelle inglesi, al punto he inizialmente pubblicò la sua opera sotto lo pseudonimo di Laurence Templeton. Un’altra cosa ripetuta è che Alessandro Manzoni trasse proprio da Walter Scott la determinazione di scrivere anche lui un romanzo calato nella realtà storica, quella lombarda dei Seicento, “I promessi sposi”. Il Manzoni lo fa in modo diverso, più sofisticato e con intenti pedagogici, ma di certo dello scrittore scozzese dice: “il mondo aspettava ansiosamente e divorava avidamente i romanzi di Scott”, riconoscendogli anch’egli una valenza letteraria e culturale di primo piano, quella che si deve inevitabilmente a ogni autore che abbia la fortuna di essere ascoltato e avere influenza sui suoi lettori.  Tre cose che mi hanno colpito: la prima, rappresentazione (che non pare condivisa dal narratore) di un odioso antisemitismo, che si ritrova, per fare un esempio, anche nelle pagine di Dickens, ambientate nella Londra della prima metà dell’Ottocento, segno che il pregiudizio cristiano contro gli ebrei ha attraversato i secoli. La seconda: la presenza, fondamentale e tutt’altro che accessoria, di Robin Hood e della sua banda (Frate Tuc compreso), anche se all’arciere viene cambiato il nome in Locksley. Infine: “Ivanhoe” viene a torto considerato come un romanzo per ragazzi, forse per la componente avventurosa, le scene di battaglia, gli assalti al castello, i tornei cavallereschi, il mistero che circonda la figura il Cavaliere Nero che alla fine (spoiler) si rivela essere Riccardo Cuor di Leone tornato dalla Crociata. Tuttavia molti aspetti e contenuti del romanzo sono tutt’altro che destinati a lettori particolarmente giovani: i riferimenti storici e politici, la discriminazione verso gli ebrei e soprattutto verso la sfortunata Rebecca, l’odio fra Sassoni e Normanni che vede alla fine una possibilità di fusione tra i due popoli con il matrimonio (spoiler) fra Ivanhoe e Rowena e via dicendo. Il linguaggio di Walter Scott, anche nella versione integrale, resta piacevole da leggere nonostante certe prolissità dovute soprattutto alla minuzia delle descrizioni. Indimenticabili e ottimamente caratterizzati certi personaggi come il buffone Wamba, il servo Gurth, il castellano Cedric, lo sbruffone principe Giovanni, l’Eremita (Frate Tuc), l’usuraio Isaac, la vecchia e folle Urfrida, e i cattivi De Bracy, Bois-Guilbert e Front-de-Boeuf. “Ivanhoe” non sarà “I promessi sposi” ma ci si diverte a leggerlo.



sabato 22 giugno 2024

LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST

 


 
 
Charles Dickens
LE AVVENTURE DI OLIVER TWIST
Rizzoli
brossurato, 1981
482 pagine, 5000 lire

Ci sono romanzi che si leggono da ragazzi e che poi, rileggendoli da adulti, sembrano tutt’altra cosa. “Le avventure di Oliver Twist” (o più propriamente “Oliver Twist”, dato che questo fu il titolo originario) è uno di questi. La prima impressione che ho ricavato dalla rilettura è che non si tratti in nessun modo di un libro per ragazzi. Perché accidenti mi venne dato in mano mentre frequentavo le elementari? Con ogni probabilità lo ebbi in regalo in una edizione purgata ed edulcorata, resta il fatto che veniva ritenuto un classico della letteratura per giovanissimi, al pari di “Pattini d’argento”, “Pel di Carota” e “Pollyanna”. A scanso di ogni equivoco, Charles Dickens si rivolgeva a un pubblico adulto. 
In secondo luogo, mi sono meravigliato di come Oliver Twist, il ragazzino il cui nome dà il titolo al romanzo, non ne sia il personaggio principale. Anzi, fra tutte le figure vividamente descritte e caratterizzate dall’autore, Oliver è la più sbiadita e insignificante. A pensarci bene, è addirittura la meno probabile: come può un bambino cresciuto in un orfanotrofio fra digiuni e percosse, restare incorrotto e incorruttibile, nutrire solo buoni sentimenti, dimostrare tutte le doti del figlio perfetto, proporsi come creatura adorabile? Se c’è un motivo per cui Oliver può attraversare l’inferno senza coprirsi di fuliggine, Dickens non ce lo spiega: non partecipiamo mai davvero ai pensieri del ragazzo, che sembra solo messo lì a dimostrare la cattiveria altrui. Vero è, tuttavia, che Oliver Twist è il primo bambino protagonista di un romanzo in lingua inglese. 
Ciò detto, il romanzo dello scrittore britannico, uscito a puntate mensili tra il 1837 e il 1939 sulla rivista “Bentley’s Miscellany” (e subito raccolto in volume), è ricchissimo di personaggi memorabili che sviluppano una trama non soltanto avvincente ma anche pregna di denunce sociali. L’affresco della Londra della prima metà dell’Ottocento è sconvolgente e drammatico, soprattutto antiromantico e contro ogni retorica celebrativa. La vita quotidiana per le strade sporche affollate di poveri, orfani, ammalati e criminali, affollate di una umanità disperata e abbrutita è descritta senza edulcorazioni, se non quelle riservate al sesso (prostituzione, promiscuità) a cui si allude senza esplicitare ciò che è comunque immediatamente chiaro. Lo stesso Oliver nasce da una relazione extraconiugale. Ci sono pagine crudelissime, come quella dell’uccisione di Nancy da parte di Bill Sikes, la morte dello stesso Sikes, l’impiccagione di Fagin, ma anche, nelle pagine iniziali, la fine di stenti di una giovane donna la cui madre anziana si chiede perché sia morta la figlia e non lei. 
Un’altra caratteristica del romanzo che mi è balzata agli occhi rileggendolo è il ricorso da parte dell’autore, assai più frequente di quanto si possa immaginare, al sarcasmo e all’ironia nel farsi beffe dell’ipocrisia della società dell’epoca, del suo sistema assistenziale ed educativo, ma anche di quello giudiziario. 
Personaggi memorabili, si diceva, e già ne abbiamo citati tre: il crudele Sikes, ladro e assassino; Nancy, la prostituta uccisa perché voleva redimersi; Fagin, il reclutatore di ragazzini da avviare sulla strada del crimine. Ma possiamo aggiungerci l’Artful Dodger, tradotto a volte maldestramente come “Trappolone” o più congruamente “l’Astuto Briccone” in altre occasioni; Monks, che trama perché il passato della madre di Oliver (Agnes Fleming, morta nel partorirlo) non venga mai scoperto; mister Bumble e sua moglie, la signora Corney, squallidi e corrotti nonostante la loro apparenza di persone per bene e i loro incarichi pubblici. Si sono discusse e studiate le fonti di ispirazione da cui Dickens attinse (per Fagin è stato citato lo Shylock di Shakespeare), resta il fatto che la rielaborazione dell’autore dà frutti originali. E poi i “buoni”(fin troppo buoni, in verità) mister Brownlow, che alla fine adotta Oliver, e miss Rose Maylie, che si rivela essere sua zia per una serie di acrobazie dell’intreccio da feuilleton. Senza che Dickens faccia professione di fede, ci si vede lo zampino della Provvidenza e alla fine i buoni ottengono la loro giusta ricompensa e i cattivi la sacrosanta punizione. In questo, l’ l’autore (di cui “Oliver Twist” è un’opera giovanile, essendo stata scritta a venticinque anni di età, lui nato nel 1812) rivela sua concezione, tutto sommato vittoriana, del bene destinato alla vittoria sul male attraverso una faticosa redenzione. 
Ho usato la parola “feuilleton”: non va infatti dimenticata la formula della pubblicazione a puntate, che creò (sarebbe accaduto anche in seguito per altre opere di Dickens) una forte attesa da parte dei lettori, con tentativi da parte di alcuni di scrivere finali alternativi prima che uscisse quello ufficiale, e critiche da parte di detrattori (mi ricorda qualcosa) a cui lo scrittore cercava di rispondere e che gli davano un feedback immediato in corso d’opera. Chissà se Dickens ne fu influenzato.


sabato 30 dicembre 2023

TRE UOMINI IN BARCA

 


 
Jerome Kapkla Jerome
TRE UOMINI IN BARCA
(PER NON PARLAR DEL CANE)
Feltrinelli
Universale Economica
Brossura, 2013
210 pagine, 8.50 euro


E’ dal 1889 che Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) fa ridere il mondo (almeno quello occidentale, poi può darsi che arabi, cinesi o polinesiani ridano di cose loro), e io non credo di aver mai letto nulla di più divertente. Sicuramente l’umorista inglese Jerome Kapkla Jerome, (Kapkla è una errata trascrizione anagrafica per Clapp) va considerato tra i benefattori dell’umanità. Nato nel 1859, scomparso nel 1927, in gioventù passò da un impiego all’altro facendo anche l’attore teatrale prima di lavorare come giornalista. Nel 1888 sposò Georgina Stanley Marris (da lui chiamata Ettie), strappandola a un precedente marito (evidentemente meno simpatico di lui), e la portò in una romantica luna di miele lungo il Tamigi risalendo e costeggiando il fiume per alcuni giorni a bordo di una barca a remi. Al ritorno, gli venne l’idea di scrivere una guida turistica per chi avesse voluto fare altrettanto, e propose al suo editore un manuale intitolato “La storia del Tamigi”. Per rendere più accattivanti le descrizioni storico e geografiche, Jerome cominciò però a intervallarle con aneddoti umoristici. L’editore ne fu così divertito che impose all’autore di ridurre al minimo la parte didascalica e dar spazio alla comicità quanto più possibile. “Tre uomini in barca”, insomma, nacque per caso. I tre uomini sono lo stesso Jerome (che narra in prima persona), più due suoi amici, Harris e George, e un fox terrier chiamato Montmorency, protagonista come gli altri a pieno titolo. Tutti e tre gli uomini in barca sono esistiti veramente, così come vengono descritti e caratterizzati: Harris si chiamava in realtà Carl Hentschel, George faceva di cognome Wingrave ed era davvero un impiegato di banca, per qualche tempo coinquilino di Jerome. L’equipaggio parte per una gita in barca risalendo il Tamigi, nonostante nessuno di loro sappia manovrare l’imbarcazione. Alla narrazione dei vari incidenti di percorso si unisce quella di episodi che tornano in mente all’autore, e che costellano il romanzo come divagazioni ricorrenti ed esilaranti. Indimenticabili l’episodio dello zio Podger che appende un quadro, quello dei formaggi trasportati in treno, quello della trota di gesso, quello della canzone comica tedesca. Ma chi potrebbe dimenticare l’incipit del romanzo, con Jerome che, leggendo una enciclopedia medica, scopre di avere, stando ai sintomi, tutte le malattie elencate tranne il ginocchio della lavandaia? L’umorismo di “Tre uomini in barca” non nasce da intrecci farseschi, ma dall'osservazione delle situazioni più comuni e quotidiane. Si può ridere, oggi, di ciò che faceva ridere nel 1889? Sì, perché Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) è un’opera senza tempo. Il successo fu immediate, tanto che soltanto in Gran Bretagna il libro vendette un milione e mezzo di copie. Nel 1900 Jerome pubblicò un sequel, “Tre uomini a zonzo” (Three Men on the Bummel), in cui si narra di un’altra vacanza del terzetto che aveva risalito in Tamigi, questa volta però in bicicletta (senza il cane) in giro per la Germania.

domenica 9 gennaio 2022

UN SEMPLICE CASO DI INFEDELTA'

 

 
 
Jacqueline Winspear
UN SEMPLICE CASO DI INFEDELTA'
Neri Pozza
brossurato, 2021
304 pagine, 18 euro


Un romanzo davvero singolare, che potrebbe spiazzare chi si fidi degli "strilli" in copertina. Leggiamo infatti in quarta: "il fascino intramontabile del grande romanzo giallo". Poi, si cita la recensione dell'Ellery Queen Mistery Magazine: "Uno dei romanzi crime più belli e influenti del secolo". Sulla cover, poi, c'è la scritta: "Le inchieste di Maisie Dobbs", e il personaggio viene presentato così: "geniale e intuitiva come Sherlock Holmes, decisa e determinata come Lisbeth Salander". Parrebbe proprio di trovarsi di fronte a hard boiled (dato che la protagonista è una investigatrice privata), o quanto meno a una detective story. Alcune indagini in effetti vengono svolte, a proposito di una sospetta infedeltà coniugale (quella a cui allude il titolo), sennonché la moglie di cui si dubita si rivela subito innocente: le sue "scappatelle" sono solo visite a un cimitero, dove giace un vecchio fidanzato morto dieci anni prima. L'ambientazione è inglese, siano nel 1929, il defunto, Vincent, era un soldato della prima Guerra Mondiale, tornato in patria con il volto sfigurato da una esplosione al fronte, ritiratosi in una sorta di casa di riposo per reduci con gravi mutilazioni. E' appunto questa scoperta che porta Maise Dobbs, insolita private-eye in gonnella, a voler sapere di più sulle circostanze della morte, avvenuta in circostanze poco chiare proprio all'interno della struttura. Tuttavia, l'interesse di Maise non è soltanto, diciamo così, professionale (una investigatrice deve necessariamente essere curiosa), ma personale: lei, infatti, dieci anni prima si era arruolata come infermiera e aveva prestato servizio negli ospedali da campo in Francia, offrendo le prime cure ai feriti, che spesso giungevano davanti a lei in condizioni disperate. 
Ecco, gran parte del romanzo racconta appunto la vita di Maise, ragazza povera e orfana di madre, che viene assunta come cameriera nella villa di Lady Rowan Compton. Lì, la padrona di casa (attiva come suffragetta e quindi attivista in favore dell'emancipazione femminile) non tarda ad accorgersi delle rare doti intellettive della fanciulla: lei e suo marito fanno in modo che possa studiare, fino ad arrivare ad essere ammessa al college di Cambridge. Seguono gli anni della guerra, durate la quale nasce l'amore fra la giovane infermiera e un medico militare, Simon, che le chiede di sposarlo. Lei promette di rispondere a eventi bellici conclusi. Il flashback si interrompe senza rivelare la sorte di Simon: sappiano solo che nel 1929 non sembra essere nei paraggi. Che gli è successo? La risposta nelle ultime pagine. Così come la soluzione del mistero della morte di Vincent. Ma, ripeto, la parte gialla del romanzo è minoritaria rispetto al racconto, che parte dickensiano, della faticosa vita di Maise priva di mezzi che riesce ad entrare a Cambridge e poi alla storia di guerra e d'amore. Gradevolissima la narrazione, coinvolgente la ricostruzione storica degli eventi bellici, drammatiche le scene con i feriti al fronte. Però, niente Sherlock Holmes, niente Lisbeth Salander. Un personaggio diverso, di cui sarà interessante leggere altre avventure (e vedere come si evolve): creato nel 2003, ci sono altri quindici romanzi (l'ultimo, "The consequence of fear", è del 2021). "Maise Dobbs", questo il titolo originale di "Un semplice caso di infedeltà", è il primo di una lunga serie ambientata negli anni Venti e Trenta.

lunedì 19 luglio 2021

LA COLONIA PERDUTA

 
 
 

Giles Milton

LA COLONIA PERDUTA
Rizzoli
cartonato, 2000
420 pagine


Se la colonizzazione delle Indie Occidentali e la conquista del Messico da parte degli spagnoli, nei decenni successivi la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo sono costellate di figure ed eventi passati allo storia e alla leggenda, di cui si sono molto occupati romanzieri e cineasti, meno noti sono i fatti, per quanto drammatici, legati alle colonie inglesi in America del Nord. Eppure si tratta di vicende appassionanti e talvolta sconvolgenti, che prendono il via dal primo tentativo di insediamento di coloni sull'isola di Roanoke in quella terra che venne chiamata Virginia in onore di Elisabetta I, l'ultima dei Tudor, detta "la regina vergine", in quanto nubile e senza figli. Nel 1536, ancora sotto il regno di Enrico VIII (padre di Elisabetta), un mercante di pelli abituato a navigare tra Londra e le Canarie, Richard Hore, organizzò una spedizione verso le coste settentrionali del continente americano, convinto di potervi installare facilmente un posto di commercio. Il tentativo si rivelò un disastro, con i marinai che, male equipaggiati e senza viveri, e incapaci di procurarsi altrimenti del cibo finirono per darsi al cannibalismo. Tutte le spedizioni successive, per quasi un secolo, dovettero fare i conti con navi non ancora adatte alle traversate oceaniche, con il clima, con i nativi, con la scarsità di viveri in rapporto alle comunità di coloni che si volevano insediare, con gli approvvigionamenti di metalli, sementi, attrezzi, armi che dipendevano dalla madrepatria e non arrivavano mai puntuali. L'avventuriero Sir Hunfrey Gilbert fu il secondo a tentare (nel 1583) la fondazione di una colonia nelle terre non ancora occupate dagli spagnoli (con cui gli inglesi erano in guerra perenne, combattuta o sopita) ma, abilissimo nel trovare finanziatori, non fu altrettanto bravo nel valutare le difficoltà. In effetti i tentativi che si succedettero furono tutti una lenta approssimazione verso migliori organizzazioni successive che facevano tesoro degli insuccessi precedenti, in un susseguirsi di tragedie e di catastrofi. Se, già a Seicento inoltrato, le prime colonie riuscirono ad attecchire, molto si dovette all'instancabile opera di Sir Walter Releigh, favorito dalla regina ma poi inviso al di lei successore Giacomo I di Scozia. Una figura, quella di Releigh, davvero affascinante e sicuramente, per i canoni dell'epoca, illuminata. Lui soprattutto è il protagonista del saggio di Giles Milton. Benché non abbia mai guidato personalmente la colonizzazione sul territorio, la pianificò per anni da Londra, raccogliendo fondi e dando direttive, come quella di instaurare rapporti pacifici con i nativi americani (in questo, venendo spesso disatteso). Scelse collaboratori e capitani, organizzò le spedizioni, riuscì a ottenere finanziamenti privati e la sponsorizzazione della regina (non cui riuscì invece con Giacomo I, il cui nome venne dato a Jamestown nonostante il disinteresse del sovrano). Non si trattava soltanto di sbarcare dei coloni, ma riuscire a rendere stabile e autosufficiente una colonia, impresa tutt'altro che facile, e difenderla dagli attacchi degli indigeni così come dalla caccia degli spagnoli (che la cercavano per distruggerla, ritenendo tutta l'America terra loro). Nel 1584, un nativo americani di nome Manteo, catturato in un viaggio esplorativo, permise agli inglesi di imparare la lingua degli indigeni (e lui si rivelò abile mediatore). Nel 1585 salpò la prima spedizione organizzata da Raleigh, a cui avrebbero seguito numerose altre, ostacolate anche dalla guerra sul mare fra Spagna e Inghilterra. Proprio questa guerra portò al completo abbandono, fra il 1586 e il 1590, dei contatti fra la colonia posta sull'isola di Roanoke e la madre patria: quando gli inglesi tornarono a cercarla, la trovarono completamente abbandonata (da qui, un mistero che ha fornito materiale per romanzi, film e fumetti). In ogni caso, i britannici ci riprovarono, in un susseguirsi di battaglie e barbare uccisioni (anche i nativi fecero la loro parte), di epidemie e naufragi, fino all'episodio di Pocahontas, principessa pellerossa resa celebre dal film della Walt Disney (il suo matrimonio con John Rolfe è del 1614), che Giles Milton racconta nei dettagli (almeno quelli che è possibile ricostruire sulla base dei documenti storici). Il saggio si conclude con l'esecuzione sul patibolo di Walter Raleigh, accusato falsamente di tradimento, da parte di Giacomo I Stuart. Raleigh volle farsi decapitare con la testa voltata verso Ovest, là dove c'erano le sue colonie. Oltre a fare l'accurata cronistoria dei primi tentativi di colonizzazione in terra americana, Milton ben descrive anche la realtà londinese, quella della corte di Elisabetta I e quella dei suburbi trasudanti malattie e miseria in cui la vita era più dura e a rischio di quella nelle colonie

giovedì 2 maggio 2019

E' TROPPO FACILE

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Agatha Christie
E' TROPPO FACILE
Mondadori
1985, brossurato
210 pagine, lire 10.000


Non tutti i gialli di Agatha Christie hanno come protagonisti Hercule Poirot o Miss Marple. Per esempio, in questo "E' troppo facile" (1939) l'investigatore è Luke Fitzwilliam, funzionario di polizia in pensione. Al quale capita di sbagliarsi ber ben due volte, convincendosi (e convincendo il lettore) della colpevolezza di due sospettati prima di arrivare alla vera soluzione, che si rivela essere del tutto diversa. Peraltro, a Fitzwilliam, nel corso della storia, capita anche di innamorarsi di una donna già impegnata, di vedersi rifiutato, e poi alla fine di riuscire invece a coronare il suo sogno d'amore. Il risvolto romantico non sembrerà strano a chi abbia letto i romanzi rosa che la Christie pubblicò con lo pseudonimo di Mary Westmacott. "E' troppo facile" parte da uno spunto particolarmente intrigante: Luke riceve in treno le confidenze di una vecchietta, Lavinia Pinkerton, convinta che nel suo piccolo paese, Wychwood, sia stata commessa una serie di delitti mascherati da incidenti. La donna ritene di aver capito chi sia l'assassino e si sta recando a Londra per denunciarlo a Scotland Yard. Lì per lì Fitzwilliam la crede un po' svitata, ma quando legge sul giornale che la Pinkerton è stata travolta da un'automobile prima che potesse sporgere la sua denuncia, comincia a chiedersi se non avesse ragione. Così, decide di recarsi a Wychwood a indagare, spacciandosi per uno scrittore in cerca di documentazione per un libro sulle superstizioni popolari. In effetti ci sono state cinque morti sospette nei mesi precedenti, ma tutte rubricabili (e rubricate) come frutto del caso o della malasorte. Le vittime non sembrano aver nessun rapporto fra di loro, e i possibili sospetti per ciascuna delle morti non paiono avere moventi per le altre. La soluzione finale, ovviamente, spiega tutto. La Christie è sempre la Christie, anche nei gialli "minori".

martedì 23 aprile 2019

RAGIONE E SENTIMENTO





Jane Austen
RAGIONE E SENTIMENTO
Einaudi
2015, brossura
450 pagine, 11 euro


Parlando di Jane Austen, il primo pensiero che mi viene in mente è quanto sia incredibile che nel Regno Unito (come accadeva del resto anche in Francia e negli USA) già nella seconda metà del Settecento ci fossero scrittori (nel caso della Austen, ancora più eclatante, scrittrici) in grado di pubblicare trascinanti romanzi, ancora oggi godibilissimi, mentre in Italia si continuava a vivere in Arcadia e per trovare una via italiana alla letteratura in prosa ci toccò aspettare la “quarantana” dei Promessi Sposi (1842) e poi, per un bel po’, non ci fu niente altro di altrettanto leggibile (non lo sono più, purtroppo, né i romanzi del D’Azeglio né quelli del Guerrazzi). Né Jane Austen, in quanto donna, rappresenta un unicum, dato che basterà pensare alle sorelle Brontë per trovarne altre tre. Ma se “Jane Eyre” e “Cime tempestose” (dovute rispettivamente a Charlotte ed Emily Brontë) sono sicuramente letture da raccomandare, “Orgoglio e pregiudizio” della Austen è decisamente imperdibile. Letto quello, non si può fare a meno di desiderare di continuare con qualcos’altro della medesima autrice, e dunque basta un salto indietro di qualche anno per lasciarsi appassionare da “Ragione e sentimento”. “Sense and Sensibility”, questo il titolo originale, venne scritto fra il 1795 e il 1810, e pubblicato nel 1811. L’autrice, nel 1795, aveva venticinque anni (era nata nel 1775 e sarebbe morta nel 1817). Per l’epoca, venticinque anni era già un’età matura: colpisce, infatti, come anche nel romanzo venga considerata vecchia la signora Dashwood, madre delle due protagoniste Elinor e Marianne, appena quarantenne, e attempato il Colonnello Brandon, trentacinquenne. Le vicende di “Ragione e Sentimento”, come già quelle di “Orgoglio e Pregiudizio”, riguardano personaggi della media e alta borghesia: uomini d’affari, ricchi possidenti terrieri, ereditieri che vivono di rendita, ufficiali in congedo e compagnia bella. Sono esclusi i ceti sociali più bassi, e vi si accenna solo come servitori, stallieri, cocchieri ma non c’è alcuna interazione tra loro e gli altolocati. Ugualmente escluso è il sesso: per quanto personaggi maschili e femminili si innamorino, si fidanzino, tessano tresche, si appartino, mai si scambiano neppure un bacio e si danno rigorosamente del “voi”. A dire la verità, in “Sense and Sensibility” compare un personaggio definito “libertino”, John Willoughby, di cui si racconta (è uno dei colpi di scena) come in passato abbia sedotto e abbandonato una fanciulla (che si ritrova prima incinta e poi ragazza madre e finisce per essere emarginata dal consesso sociale dei benpensanti), ma a tutto ciò si allude soltanto di sfuggita e mai la poveretta compare sulla scena. “Orgoglio e pregiudizio” comincia con una celebre frase che potrebbe fare da incipit anche a “Ragione e sentimento”: “E’ una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un buon patrimonio debba essere in cerca di una moglie”. Difatti pare che la principale preoccupazione di ogni genitore (soprattutto delle madri) sia di combinare prima possibile un buon matrimonio per i figli (soprattutto per le figlie), intendendo per “buon matrimonio” una unione con qualcuno di famiglia molto ricca, e le trame dei due romanzi si dipanano appunto su questo tipo di scenario. Tutto ciò potrebbe sembrare scoraggiante per il lettore moderno. Invece, si tratta semplicemente di un retaggio culturale inevitabile per la scrittrice, che non poteva certo, all’epoca, trovare editori e lettori disposti ad accettare qualcosa di diverso. Ma una volta compresi i limiti entro i quali Jane Austen è costretta a muoversi, ci si accorge subito di quanto, per altri versi, sia da considerarsi trasgressiva. Innanzitutto l’autrice descrive una società inamidata e formalista molto attenta all’aspetto economico di ogni relazione: la scrittrice propone però eroine al femminile che contestano questo tipo di atteggiamento e mettono in ridicolo (facendone una forte critica) l’ipocrisia di chi appunto mette l’interesse pecuniario di fronte a tutto. La Elinor di “Sense and Sensibility”, in un passaggio del romanzo, ironizza persino (oggi ci sembra scontato, ma nel 1795 non lo era) sull’idea corrente che alla ragazza per la quale la famiglia trovi un buon partito non debba essere chiesto il parere, o che per costei sia tutto sommato indifferente sposare uno o l’altro di due fratelli ugualmente ricchi. Insomma, la Austen rivendica la voce in capitolo delle donne. Del resto, la sua scrittura è molto “al femminile” per come descrive i moti d’animo delle sue protagoniste, per il modo con cui dà ragione delle speranza e delle ambizioni di Elinor e di Marianne (Elinor è la Ragione, Marianne il Sentimento), entrambe caratterizzate benissimo. Moderna (dal punto di vista dello stile, dell’empatia suscitata, della capacità di intrigare chi legge) è poi la scrittura chiara e pulita, ma mai sciatta e banale. Modernissimi i vari colpi di scena che si susseguono. Insomma, l’autrice sapeva, più di duecento anni fa, come irretire il suo pubblico, e le sue opere irretiscono anche i lettori di oggi. Chi sposeranno Elinor e Marianne, ragazze con poche sostanze a loro disposizione (per colpa del loro fratellastro e dell’odiosa di lui moglie), dopo essere state entrambe, in modo diverso, illuse da due gentiluomini che hanno loro infranto il cuore? Vi assicuro che entrando nel romanzo non potrete più uscirne finché non conoscerete la risposta.

sabato 26 gennaio 2019

IL MISTERO DEI TRE QUARTI




Sophie Hannah
IL MISTERO DEI TRE QUARTI
Mondadori
2018, cartonato,
300 pagine, 19.50 euro


Stavolta, pollice verso. Ho seguito volentieri Sophie Hannah nel suo temerario tentativo di proseguire, d'accordo con la famiglia Christie, la serie dei romanzi gialli con Hercule Poirot. Il primo da lei firmato, "Tre stanze per un delitto" (2014) mi ha convinto: la Hannah non era la Christie ma le faceva bene il verso. Il secondo, "La cassa aperta" (2016), scricchiolava e non convinceva del tutto, ma insomma ci si poteva stare. Il terzo, "Il mistero dei tre quarti" (2018) fa scuotere la testa. Eppure, si era partiti bene. Quattro persone ricevono una lettera apparentemente firmata da Poirot in cui il detective le esorta a confessare di aver ucciso un certo Barnabas Pandy, prima sia Poirot stesso a recarsi dai giudici con le prove inoppugnabili. Sennonché Poirot dichiara di non aver mai scritto quelle lettere e di non sapere chi sia Pandy. Anche un paio di destinatari ignorano completamente quel nome, gli altri due riferiscono che Barnabas era un ricco vecchietto verso la novantina, morto sì ma per cause naturali, nella sua vasca da bagno. Nessuno ha mai avuto dubbi sul suo decesso, avvenuto peraltro in circostanze tali da non poter lasciare pensare a un omicidio. I personaggi del coinvolti sono tanti e variegati, ben descritti dall'io narrante Edward Catchpool, ispettore di Scotland Yard, amico di Poirot. Non mancano caratteristi divertenti, come la ristoratrice Fee Spring, che chiede al detective belga di indagare sul furto di una sua ricetta segreta, e la zelante segretaria del giudice McCrodden, miss Mason. Le indagini interessano a tutto tondo la famiglia di Barnabas Pandy, figlie e nipoti, e altri dell'entourage. Peccato che, a un certo punto, la trama perda di vitalità, vengano a mancare i motivi di interesse, l'intreccio si complichi in modo artificioso, le psicologie si intornicino e, soprattutto, le spiegazioni finali non risultino né convincerti né sorprendenti.

sabato 17 novembre 2018

C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA



Agatha Christie
C’E’ UN CADAVERE IN BIBLIOTECA
Arnoldo Mondadori Editore
Oscar Gialli aprile 1990
Titolo originale: “The body in the library”
Traduzione di Alberto Tedeschi
brossurato - 204 pagine

Lo spunto iniziale, per certi versi addirittura divertente, è, in fondo, la cosa migliore di questo romanzo che, pur essendo di buon livello, non può essere certo annoverato fra i capolavori della Christie. Una ricca coppia di agiati e anziani signorotti di campagna, il colonnello Bantry e sua moglie Dolly, si sveglia una mattina nella loro austera dimora e trova il cadavere di una ragazza, mai vista prima, nella biblioteca di casa. Dolly Bantry convoca subito una cara amica di famiglia, l’attempata miss Marple, una vecchietta che già in precedenza ha dimostrato, oltre che una certa conoscenza dell’animo umano, anche una notevole propensione per decifrare i casi polizieschi all’apparenza più incomprensibili. Così, miss Marple si trova a seguire, sia pure standone ai margini, le indagini del capo della polizia della contea del Glenshire, Melchett, e dei suoi uomini. La vittima viene identificata come quello di Ruby Keene, ballerina dell’Hotel Majestic, un albergo a diverse decine di chilometri dalla magione dei Bantry. La cugina di Ruby, Josie Turner, riconosce immediatamente la platinata congiunta, misteriosamente sparita  la sera prima dall’Hotel, dove anch’ella lavora. Melchett ricostruisce le ultime ore di vita della vittima, che pareva essere molto in intimità con uno degli ospiti dell’albergo, Conway Jefferson, un ricco e anziano invalido costretto su una sedia a rotella, il quale, apprezzando le doti umane della ragazza, intendeva addirittura adottarla come figlia. Il proposito del vecchio Jefferson va contro gli interessi di Adelaide, suo nuora, e di Mark Gaskell, suo genero, entrambi i suoi unici congiunti in vita, dato che il figlio e la figlia di Conway sono morti con la loro madre in un tragico incidente. Adelaide e Mark, che sarebbero gli unici eredi della fortuna di Jefferson, si vedrebbero portare via quasi tutto dalla presenza di una nuova figlia. Tutti e due, proprio per non contrariare Conway, hanno avuto storie d’amore successive alla morte dei coniugi, figli del vecchio, ma le hanno tenute segrete appunto per evitare che Jefferson li diseredasse (non sentendoli più legati a lui, mancando dei nipoti). Altri possibili sospetti sono George Bartlett, un corteggiatore di Ruby con scarsa fortuna, Raymond Starr, ballerino partner di Ruby negli spettacoli al Majestic e probabilmente indispettito del fatto che la ragazza civettasse con il vecchio come una cacciatrice di dote, e Basil Blake, un dongiovanni libertino che lavora nel cinema e frequenta il jetset. Tuttavia, poiché il medico legale sostiene che la vittima è stata uccisa non dopo la mezzanotte, e Ruby è stata vista ancora viva subito dopo un numero di danza eseguito alle dieci, Adelaide e Mark Gaskell hanno alibi di ferro essendo stati impegnati in una partita a bridge con il vecchio Jefferson in presenza di numerosi testimoni. Né ci sono elementi che incastrino altri, tutti con alibi verificabili. Il punto di svolta alle indagini viene data dal ritrovamento di un secondo cadavere femminile. carbonizzato dentro l’automobile (scomparsa dall’albergo) di George Bartlett. La nuova vittima viene identificato, da un bottone e da una scarpa sfuggite al rogo, come Pamela Reeves, una studentessa anch’essa scomparsa il giorno precedente. E’ Miss Marple che, condendo le sue conclusioni con abbondanti dosi di ciniche – ma ineccepibili – considerazioni sul fatto che non si debba mai credere a nessuno, svela l’enigma. Il meccanismo è un po’ cervellotico, ma funziona e alla fine sorprende. Però manca la brillantezza di altri gialli della Christie. E miss Marple, tutto sommato, si vede ben poco, così come i personaggi non sono tutti ben approfonditi nelle loro personalità (salvo il vecchio Jefferson, riguardo al quale si indaga abbastanza per giustificare il suo proposito di adottare Ruby). In conclusione, una lettura gradevole ma inoffensiva.

lunedì 13 agosto 2018

108 METRI





Alberto Prunetti
108 METRI
Editori Laterza
2018, brossurato
140 pagine, 15 euro



108 metri è la lunghezza delle singole rotaie ferroviarie prodotte dalle acciaierie di Piombino, in provincia di Livorno. Un altoforno affidato a manodopera specializzata in grado di realizzare le migliori colate del mondo, destinate a produrre, non per caso ma per straordinaria professionalità, l'acciaio più resistente e indeformabile. Alberto, partito dalla costa livornese in cerca di esperienze e di fortuna verso l'Inghilterra, se ne vanta con i suoi colleghi che condividono con lui gli squallidi lavori che gli immigrati (italiani e non) sono costretti a fare nel Regno Unito. "Io vengo da un posto che fa 108 metri d'acciaio. Binari lisci come cosce e senza smagliature. Le hanno imbullonate nelle ferrovie di tutta Europa, anche qui da voi, cari sguatteri. E sapere chi c'è a fare la manutenzione di questa acciaieria che non ha rivali nel continente? Il mi' babbo". Il babbo Renato, veterocomunista sempre in lotta con i padroni, aveva preparato un futuro per metalmeccanico anche per il figlio, che invece voleva studiare, addirittura fare il classico. Roba da far venire l'orticaria al padre solo a sentirlo dire: il classico è la scuola di quelli che poi faranno i leccaculo dei capitalisti. La mediazione porta allo scientifico, e quindi alla partenza di Alberto verso la Gran Bretagna, a Bristol per la precisione. E qui comincia l'inferno. Lavori umilianti, malpagati, senza diritti, alienanti, quelli destinati a working class senza speranze. La descrizione tragicomica di Prumetti, per metà scritta in vernacolo livornese, della disperata umanità degli immigrati, italiani in prima linea, sfruttati in Inghilterra è terrificante. Finché Alberto manda tutti a fanculo e torna a Piombino. Dove però trova spento l'altoforno dell'acciaieria. "Ma non è possibile, è stato acceso un secolo". "lo dici a me che l'ho tenuto in funzione?" gli risponde un vecchio operaio, "Gli ho dato da mangiare coke come fosse un figlio. Chi ho lavorato trent'anni là dentro. Dovevi vede' che artisti erano i fonditori. Dovevi vede' come lavoravano la colata. E questi dicono chiudete tutto, comprate le rotaie in Cina e mandate i vostri figlioli a fare i camerieri all'estero. Di che cosa camperà Piombino e tutto il circondario? Delle briciole di quelli che vanno in vacanza all'Elba? La mi' figliola è partita per Berlino, e io bevo guardando i binari che ho fatto con queste mani, 108 metri d'acciaio per farla scappare". Ecco, se è disperante la descrizione del lavori svilente in Inghilterra, lo è ancora di più la parte con il ritorno a una Piombino senza futuro, là dove gli operai, sempre in lotta contro i padroni, erano però orgogliosi del loro lavoro in altoforno.

giovedì 2 agosto 2018

LA GRANDE RAPINA AL TRENO





Michael Crichton
LA GRANDE RAPINA AL TRENO
romanzo - Garzanti Editore
Collana Gli Elefanti
Prima edizione -  1995
brossurato - 240 pagine -  lire 16.000


Alla fine dell'avvincente lettura, un solo dubbio: ma è tutto vero oppure no? La domanda non è peregrina perché il romanzo di Michael Crichton si ispira a un fatto di cronaca ottocentesco. Nel 1855 l'Inghilterra manda al suo esercito impegnato in Crimea lingotti d'oro costuditi in casseforti a prova di bomba: caricate su un treno sorvegliatissimo, le paghe per i soldati dovrebbero giungere a Parigi ma una delle spedizioni si volatilizza durante il viaggio. Il clamoroso furto sollevò un tale clamore nel bel mezzo dell' epoca vittoriana, che il suo eco è arrivato fino a noi, e se c'è una "grande rapina al treno" per antonomasia, è di quella che si parla. Ed è proprio di questa che ci racconta lo scrittore americano, futuro autore di "Jurassic Park": lo fa con sapienza e ironia, descrivendo non solo le manovre e i colpi di genio di Edward Price per procurarsi copia delle chiavi necessarie a introdursi nel vagone adibito al trasporto dei valori, ma anche fornendo un ritratto accattivante e convincente della realtà sociale e culturale dell'epoca. Le mosse di Price vengono seguite facendo costante riferimento alle dichiarazioni rese durante il processo che gli fu intentato dopo la cattura: dunque, l' impressione è che Crichton scriva essendosi attentamente documentato, nulla o quasi lasciando all'invenzione e alla fiction. Però i colpi di scena, le difficoltà da superare, gli imprevisti, le azioni mozzafiato sono tali e tante, e il romanzo è così ben congegnato da far credere che lo scrittore ci abbia messo un bel po' del suo. E' così oppure no? Catturato per la soffiata della donna di uno dei suoi copplici, Price (rapinatore geniale al punto che perfino la regina Vittoria espresse il desiderio di vederlo) fu condannato all'ergastolo ma riuscì a evadere prima di essere rinchiuso nel penitenziario. Il bottino non fu mai recuperato e tutto lascia credere che l'artista del furto abbia potuto goderselo. Meritatamente, verrebbe da dire. Ed è questo il fatto strano: Crichton ci parla di una rapina e di un rapinatore, però vien fatto di tifare per lui anziché per la polizia. Perché? Innanzitutto perché l'intelligenza che contraddistingue il personaggio non può non affascinare; in secondo luogo perché a venire rapinati non sono i risparmi di un privato, ma il denaro dello Stato usato per finanziare una guerra odiosa; terzo, perché Price agisce in un'epoca romantica in cui c'è ancora spazio per l'homo faber fortuna suae, in tempi in cui le regole del gioco erano molto diverse dalle attuali. "Lei è accusato di un odioso crimine" dice un giudice al rapinatore. E Price risponde, riferendosi a lord Cardigan, quello che guidò al massacro la "Carica dei Seicento": "Io non ho ucciso nessuno; ma se avessi ammazzato cinquecento inglesi per la mia totale stupidità, mi avrebbero subito impiccato". Dal romanzo di Crichton è stato tratto il film “1855 - La prima grande rapina al treno” (1979), diretto da Michael Crichton, interpretato da Sean Connery, Donald Sutherland e Lesley-Anne Down. Personalmente, dalla lettura del libro ho preso ispirazione per un racconto di Zagor intitolato “Colpo da maestro” e Price è diventato il mio Mortimer.