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martedì 10 giugno 2025

SOLO BAGAGLIO A MANO

 

 
Gabriele Romagnoli
SOLO BAGAGLIO A MANO
Feltrinelli
2017, brossurato
90 pagine, 9 euro

Più che leggere il libro (peraltro molto breve) sembra di ascoltare una conferenza, quella di un viaggiatore che ha viaggiato in 75 paesi di quattro continenti e vissuto in otto diverse città del mondo. Una conferenza sicuramente affascinante ma certamente non un saggio di psicologia basato su studi clinici o un manuale strutturato lungo un percorso compiuto. Il giornalista Gabriele Romagnoli (1960) salta di palo in frasca incuriosendo i suoi lettori raccontando aneddoti, ricordando avvenimenti, citando letture. L’intento, esposto nel primo capitolo, è questo: “trarrò qui alcune conclusioni dai miei viaggi e traslochi dandone per certa una e basta: cercate di portare soltanto il bagaglio a mano”. Del resto, viene citato un proverbio napoletano secondo il quale “l’ultimo vestito è senza tasche”. Viaggiare leggeri è una scelta di vita che impone di decidere quali sono le cose davvero importanti, e quali inutili zavorra. Il grande viaggiatore è quello con il piccolo bagaglio. Il consiglio è quello di sfrondare e ridurre all’essenziale persino la rubrica dei numeri salvati sul telefonino. Un esempio del vantaggio del resettare, liberare spazio, non accumulare il superfluo è dato dall’incubo che rappresenta per tutti l’esperienza di un trasloco: “il peggior trauma dopo un lutto”. Un trauma liberatorio, perché fa scoprire la quantità di cose inutili da cui siamo appesantiti. Possedere significa in realtà essere posseduti. Accumulare, secondo l’autore, è una malattia socialmente pericolosa. Persino riguardo ai ricordi: ricordare tutto fa male. A un certo punto Romagnoli arriva a paragonare il vantaggio dell’essere “maneggevole e veloce” alla necessità di rappresentare un bersaglio mobile sotto il tiro dei cecchini. Chi è più lento viene ucciso. Conta che nessuno e niente ci ancori. “Perché accettare situazioni o rapporti che ti impongono di essere ciò che non sei? Di un oggetto di valore, facile da reimmettere sul mercato, si dice: è un assegno circolare. Circolare, muoversi, scambiare, cambiare. Ne hai il diritto. Oggi se questo, sei qui. Domani potresti voler provare a essere un altro e altrove. Portando con te chi conta e quel che conta. O facendoti portare da loro, giacché tu per primo non devi essere una zavorra”. Del bagaglio a mano, però, deve far parte quello che Romagnoli chiama “Piano B”. Qualcosa che prevede una via d’uscita in caso di necessità. Fin qui, ho cercato di riferire il senso di “Solo bagaglio a mano” riducendo la valigia rappresentata dalla dissertazione a un borsellino per gli spiccioli, però credo che potrei scrivere un pamphlet lungo, ovviamente, il doppio in difesa della consolazione rappresentata dagli oggetti, dalle abitudini, dalle persone, dai libri che ci somigliano e di cui perciò tanti di noi si circondano. E’ vero che l’ultimo vestito è senza tasche, ma che bello averne tante in tutti quelli precedenti, da riempire di sassi e legnetti, figurine e spaghi.


domenica 15 settembre 2019

ALLA RICERCA DELLE COCCOLE PERDUTE




Giulio Cesare Giacobbe
ALLA RICERCA DELLE COCCOLE PERDUTE
Ponte alle Grazie
2004, brossurato
220 pagine, 12.50 euro

I libri dello psicologo e psicoterapeuta (con devianze buddiste) Giulio Cesare Giacobbe (Genova, 1941) sono sempre di gradevole lettura anche quando affrontano temi seri come le nevrosi e la sofferenza psichica, e se ne possono ricavare buoni consigli pratici pure quando il tono si fa così scherzoso da spingerci a chiederci cosa ne pensino i suoi colleghi dal tono più paludato. Tuttavia i manuali di Giacobbe, a partire "Come smettersi di farsi le seghe mentali e godersi la vita", pur mancando di propositi accademici, riescono a farci riflettere sulle dinamiche mentali comuni a tutti quanti (chi per un verso, chi per un altro). Soprattutto, sono estremamente chiari, al limite della brutalità (pur stemperata da una ironia disarmante). Trovo questo "Alla ricerca delle coccole perdute" il migliore della serie (almeno, quella dei cinque o sei titoli che ho letto). L'assunto di fondo è che ciascuno di noi può essere inserito in una di queste tre tipologie: il Bambino, che ha sempre bisogno di qualcuno a fargli le coccole; l'Adulto, che si fa le coccole da solo; il Genitore, che è l'unico in grado di fare le coccole agli altri. In un normale sviluppo della personalità, si attraversano, crescendo, tutte e tre le tipologie. I problemi sorgono quando non si è in grado di passare dall'una all'altra a seconda delle circostanze, ma si resta pietrificati in una soltanto. E i problemi si complicano quando due pietrificati in una tipologia soltanto fanno coppia fra di loro. Nascono nevrosi di tutti i tipi. La coppia sana è quella formata da due persone che sanno essere, fra di loro e nei rapporti con gli altri, Bambini in certi momenti, Adulti in altri, Genitori in altri ancora.

giovedì 20 giugno 2019

COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE




Giulio Cesare Giacobbe
COME DIVENTARE UN BUDDHA IN CINQUE SETTIMANE
Ponte alle Grazie
brossurato, 2005
140 pagine, 12 euro

Comincio col dire che Giulio Cesare Giacobbe è persona divertente e con il dono della sintesi e della chiarezza, per cui qualunque cosa scriva si legge con interesse e con piacere. Psicologo, psicoterapeuta, docente universitario a Genova, è autore di una serie di manuali di consigli pratici per l'automedicazione psicologica, tutti gradevoli ed efficaci. Partendo da"Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita (2003) passando per "Alla ricerca delle coccole perdute" (2004) e ad altre divagazioni e approfondimenti sul tema, sono giunto (volentieri) a questo "Come diventare un Buddha in cinque settimane" (2005). Fortunatamente non si tratta di un catechismo buddhista. L'autore, che pure sembra condividere anche il messaggio trascendente, o religioso, ricavato (da altri) dagli insegnamenti del primo Buddha, ovvero Siddhrta Gautama Sekyamuni (563-491 avanti Cristo), propone un metodo psicologico alla portata di tutti per aiutare il lettore a liberarsi della sofferenza psichica. Un metodo basato appunto sulla pratica di meditazione e di comportamento insegnata da da Siddhartha. "Diventare un buddha" significa semplicemente diventare un "risvegliato", uno che è uscito dal sonno dell'incoscienza. Per comodità potremmo dire "illuminato".  "Buddha" infatti è un aggettivo, non un nome proprio. Vero è che parlando di Buddha si pensa al primo che raggiunse il risveglio o l'illuminazione (riguardo il quale vengono fornite notizie biografiche e aneddotiche) , ma chiunque ci arrivi diventa un buddha. Secondo Giacobbe, il mondo è pieno di buddha (lui compreso) e anche noi potremmo diventarlo, lungo un percorso di cinque settimane. Si parte dalle Quattro Verità e si percorrono gli Otto Sentieri. I consigli sono pratici e di buon senso, si parte dal capire come la sofferenza psichica nasca dai nostri stessi pensieri e non dalla realtà. Il problema è avere la costanza e la convinzione per arrivare in fondo. Ma se ne ricava comunque del bene.

venerdì 29 marzo 2019

NON PERDERTI IN UN BICCHIER D'ACQUA



Richard Carlson
NON PERDERTI IN UN BICCHIERE D'ACQUA
Bompiani
2000, brossurato
260 pagine, 6.97 euro

Esiste un filone praticamente inesauribile di manuali per "vivere meglio". Motivazionali, si potrebbe dire. Guide al training autogeno, talvolta, in altri casi saggi di psicoterapia fai da te o semplici elenchi di consigli per imparare ad affrontare le difficoltà della vita. Il primo che lessi, molti anni fa, è diventato un classico: "Le vostre zone erronee", di Wayne W. Dyer, del 1976. Mi colpì moltissimo, devo ammettere. Era un vademecum per liberarsi dai sensi si colpa e dalla dipendenza del giudizio altrui. Scoprii poi che altri americani avevano seguito la falsariga di Dyer dandosi alla stesura di prontuari di tecniche per liberarsi dall'ansia, dallo stress, dalla depressione, dal vittimismo, e da nevrosi di vario tipo. In seguito sono arrivati anche "mental coach" italiani. Non sono un cultore del genere, ma a volte si sente il bisogno di farsi suggerire qualcosa per uscire da qualche vicolo cieco, e in genere questi manuali sono gradevoli da leggere, ricchi di aneddoti e se ne ricava sempre qualcosa. L'importante è non leggerne troppi, altrimenti servirà un manuale per liberarsi dalla dipendenza dalla lettura dei manuali. Le "cento regole per imparare a vivere meglio" (cito il sottotitolo) di Richard Carlson, connettere in "Non perderti in un bicchier d'acqua" (1997) sono semplici suggerimenti di buon senso, del tutto condivisibili. Non prendersela per delle piccolezze; mettersi nei panni degli altri; imparare a vivere nel presente; portare pazienza; fare la pace; accettare la vita com'è; sorridere; non voler avere ragione a tutti i costi; non credersi pieni di difetti; non criticare; scegliere cinque punti su cui essere irremovibile e ammorbidirsi sul resto; rilassarsi; non essere aggressivi; essere flessibili nel cambiamento dei programmi; ignorare i pensieri negativi; essere felici di essere dove si è; essere solidali; accettarsi come si è. Tutti consigli sensati, persino banali, a cui ci si arriverebbe anche da soli, se non ci si perdesse così spesso in un bicchiere d'acqua. 





venerdì 3 marzo 2017

IL SENSO DI UNA FINE



IL SENSO DI UNA FINE
di Julian Barnes
Einaudi
2012, cartonato
160 pagine, 17.50 euro

Chi l'ha detto che un romanzo di introspezione psicologica, di recupero della memoria, di ricordo della propria formazione, sul fluire del tempo e sulla vita che passa, ma anche sulla filosofia e sull'amicizia, debba essere noioso? Non lo è affatto "Il senso di una fine", dell'inglese Julian Barnes (classe 1946) che anzi tiene fino in fondo con la curiosità di scoprire che cosa sia realmente accaduto trent'anni prima dal momento in cui il protagonista, Anthony Webster, comincia a raccontare la propria storia. Un uomo nella media, per non dire mediocre, sia ai tempi della scuola, che nella sua maturità. Nessuna particolare qualità che risplenda in lui, nonostante i buoni studi e la professione che gli ha consentito una vita borghese e dignitosa: meno brillante, tuttavia, di quella sognata all'inizio degli anni Sessanta, insieme ai suoi compagni di studi, con cui andava compiendo la sua maturazione. Amici che si indagavano sul senso della vita, perfino poetiche e impelagandosi in discussioni filosofiche in cui spiccavano le riflessioni di uno di loro, Adrian Finn, il più intelligente e controcorrente del gruppo. Con Adrian, però, Tony rompe i rapporti quando una sua fidanzata, Veronica Ford, ragazza di buone letture e di gusti sofisticati, al termine di una relazione immatura durata un anno, si mette proprio con lui, attratta dal fascino ribelle del giovane Finn. Le vite degli amici di un tempo prendono strade diverse. Al ritorno da un lungo viaggio in America scopre però che Adrian si è suicidato, nel fiore degli anni, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Tony ci resta di stucco, e ricorda le discussioni avute con il compagno di studi anche a proposito del suicidio, come estrema forma di autodeterminazione. Che Adrian si sia ucciso seguendo le proprie riflessioni filosofiche e e perfino poetiche sul senso della vita? La domanda resta senza risposta, anche in mancanza di contatti con il gruppo di un tempo. 
Webster si laurea, si sposa, ha una figlia, divorzia, va in pensione e poi, improvvisamente, il passato fa irruzione nel suo presente. Una misteriosa eredità lo costringe a ricordare, a indagare, a cercare risposte: la madre di Veronica, una donna da lui a malapena conosciuta durante i mesi del suo fidanzamento con la figlia, gli lascia il diario di Adrian, dove evidentemente c'è qualcosa che lo riguarda. Ma che cosa? Impossibile saperlo, dato che l'oggetto è stato sottratto da Veronica stessa, di cui Tony non sa più niente. Qual è il segreto che voi è celato? Ripercorrendo la trama dei ricordi, Webster recupera ricordi che aveva rimosso, e lentamente si avvicina alla verità, che nelle ultime pagine si rivela letteralmente sconvolgente. Il senso della fine di Adrian Finn non è quello che si poteva immaginare. Non c'entrano la filosofia, la poesia, le elucubrazioni sul significato dell'esistenza. Alla fine anche il più brillante degli amici può scontrarsi con la vita come il più indifeso dei mediocri. Si resta con il fiato sospeso, condotti da una scrittura alta, precisa, puntuale, impeccabile, piena di echi letterari.

martedì 3 maggio 2016

FOLLIA



Patrick McGrath
FOLLIA
Adelphi
Diciottesima edizione novembre 1999
brossurato - 304 pagine
lire 32.000

"Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca".  Queste sono le parole con cui comincia il romanzo di Patrick McGrath, con pratogonista appunto Stella, moglie del vicedirettore di un manicomio, Max, uomo fondamentalmente inetto, tanto preso dalle sue ambizioni professionali e di carriera quanto succube di una madre ricca e altezzosa quanto, soprattutto, distratto nei confronti della consorte. “Stella era una donna profondamente frustrata, che subì le prevedibili conseguenze di una lunga negazione e crollò di fronte a una tentazione improvvisa e soverchiante – scrive Mc Grath nei panni dell’io narrante, l’anziano psichiatra Peter Cleave - Come se non  bastasse, era una romantica. Traspose la sua esperienza con Edgar Stark sul piano del molodramma, facendone la storia di due amanti maledetti che sfidano il disprezzo del mondo in nome di una grande passione”.  Stella Raphael, vivendo con il marito all’interno del manicomio dove questi lavora, conosce uno dei pazienti lì ricoverati, che sta abbastanza bene da poter godere di una certa libertà fra le mura dell’ospedale e viene addirittura impiegato dal marito Max per restaurare una vecchia serra del giardino, visto che l’uomo, Edgar Stark, è un artista. Egdar è dentro per aver ucciso la moglie, vittima della sua folle gelosia. E’ attraente e interessante, e Stella ne subisce il fascino. Fra i due nasce una storia d’amore e di passione, ma dai risvolti indubbiamente patologici. Il pazzo, ché di pazzo si tratta, evade dal manicomio e di lì a poco Stella lo raggiunge, fugge dal marito e dal figlio e comincia a vivere una vita abbrutita nei sobborghi più squallidi di Londra, senza alcuna prospettiva e senza alcuna attesa per il futuro, paga solo del rapporto totalizzante con lui, in un drammatico crescendo di degrado fisico e psichico. Edgar peraltro, pur riprendendo a esprimersi da grande artista qual è, comincia a manifestare di nuovo i segni del suo squilibrio, al punto che Stella se ne spaventa e alla fine fugge, senza però riuscire al troncare un legame psichico deviato. Quando Stella torna da Max, la cui carriera è rovinata, per un intero inverno vive con lui, che cerca inutilmente di recuperarla alla “normalità” della sua mediocrità, in stato quasi catatonico, finché una tragedia la porta a essere internata a sua volta nel manicomio di Peter Cleave: il figlio Charlie cade in uno stagno e lei non fa nulla per salvarlo. Le cure di Peter sembrano recuperarla all’equilibrio mentale, e il vecchio amico pensa addirittura di prenderla a vivere con sé, ma solo quando è ormai troppo tardi si rende conto che la donna sta fingendo la sua guarigione, mentre in realtà è ancora Stark che vagheggia, e non potendolo riavere (Edgar è stato riacciuffato ed chiuso a sua volta nello stesso manicomio) preferisce suicidarsi. Il romanzo è molto coinvolgente e a tratti inquietante (l’unico punto debole è, a mio avviso, il proposito di Cleave di sposare Stella) e serve a gettare una luce sinistra sull’aspetto “patologico” dell’amore, dimostrando come l’innamoramento non sia sempre (anzi, secondo alcuni psicologi non lo è mai) segno di salute e di gioia, ma anzi possa assumere a volte (anzi, secondo alcuni sempre) le valenze della follia e dell’insania.

martedì 26 aprile 2016

NON E’ SUCCESSO NIENTE



Tiziano Sclavi
NON E’ SUCCESSO NIENTE
Arnoldo Mondadori Editore
Prima edizione 1998
cartonato - 422 pagine -  lire 32000

La copertina, che vale da sola l’acquisto del libro, è una citazione da Roland Topor. A prima vista sembra solo tutta bianca, poi, guardando meglio, si capisce che riproduce la grafica di un quotidiano. In alto, al posto della testata del giornale, il nome dell’autore. Poi, come un titolo a otto colonne, “Non è successo niente”. Il resto è bianco di conseguenza, come lo sarebbe un quotidiano in un giorno in cui non ci sia niente da raccontare per mancanza di notizie. Sotto la copertina, il più corposo romanzo di Sclavi (il creatore di Dylan Dog), dalle dimensioni quasi kinghiane. Il più scorrevole, il più coinvolgente, il suo migliore. Non si capisce però perché nei risvolti di copertina si parli come se fosse un racconto brillante, divertente, quasi umoristico. Al contrario, è drammatico e disperante. Mette addosso un’angoscia indicibile. L’autore si libera delle proprie nevrosi raccontandole impietosamente, e le trasmette a chi legge. Non c’è niente da ridere. Neppure negli aforismi. “Dio c’è. Adesso si tratta solo di trovarlo e riempirlo di botte” (ma è di Sclavi o è una citazione? La domanda non è balorda): sarebbe un perfetto sottotitolo.  
Scrivere “Non è successo niente” è sicuramente servito all'autore più di una serie di sedute psicanalitiche (quelle che, dopo decenni, oggi in una intervista dice di aver interrotto perché tanto hanno lo stesso effetto degli psicofarmaci, cioè nessuno). Infatti Sclavi, nel suo romanzo, non inventa nulla, o quasi. Parla di sé stesso e di chi gli sta abitualmente vicino, come se fosse sul lettino di Freud, semplicemente cambiando i nomi, e a volte neppure quelli. Mi chiedo anche che effetto faccia la lettura di questo libro a qualcuno che non conosca l’autore, né capisca che dietro a ogni personaggio c’è una persona reale (facile da riconoscere). In questo, “Non è successo niente” rappresenta il seguito perfetto de “Le etichette delle camicie” (o forse il suo inevitabile sviluppo). Come nel romanzo precedente, Sclavi si è sdoppiato in tre (se in tre ci si può sdoppiare, e non solo in due). E’ Tiziano Sclavi, autore del seguito di “Dellamorte Dellamore” inviato in lettura a un altro sé stesso; è lo scrittore Cohan; ma è anche Tommaso Carta, autore di fumetti alcolizzato, caduto in un abisso di disperazione e ormai incapace di scrivere una riga. Tommaso Carta, abbreviato in Tom così come Tiziano, in redazione, era abbreviato in Tiz, era il protagonista de “Le etichette delle camicie” e anche lì faceva l'autore di fumetti, creatore di una serie che vendeva oltre trecentomila copie a numero,  ma caduto in crisi creativa per qualcosa che non va nella sua testa, un disagio esistenziale senza cause precise, dovuto a mille, piccole cose come le etichette delle camicie che pungono sul collo
Sembra che Sclavi abbia voluto intenzionalmente scindere nettamente l'autore di fumetti da quello dei romanzi. In ogni caso Cohan vive sugli allori di passati successi, è vittima di nevrosi, manie, fobie, non lavora, va dall’analista, non vorrebbe mai uscire di casa, convive con una donna più giovane di lui che è la sua ragione di vita ma anche l’oggetto del suo terrore che lei si stanchi e lo lasci. Anche lei, un bel campionario di follie. Sclavi racconta delle proprie manie di autodistruzione, delle sigarette spente sul proprio corpo, dei tentativi di suicidio, delle cure con l’elettroshock. Racconti allucinanti, disperati, sconvolgenti, che non fanno dormire se solo ci si sofferma a pensare. A sostenere la non-trama (del resto, non è successo niente) il “giallo” di Paride, commercialista che trama una truffa miliardaria ai danni di Carta, di Cohan, dell’editore Ravasciò, e di tutti i dipendenti di una (chissà quale) casa editrice. Eccezionali le pagine in cui si racconta della scoperta degli ammanchi e di Paride messo di fronte alle proprie responsabilità, la descrizione delle sue reazioni, del tipo d’uomo. Meno male che alla fine c’è una speranza di redenzione sia per Tom Carta e per Cohan: il primo si libera dall’alcool frequentando gli “Alcolisti Anonimi” (ma che dramma anche quelle riunioni!); il secondo sposa la sua convivente e trova la forza di uscire fuori dalle proprie fobie. Per finire, ci sono da notare gli artifici grafici mediati dal fumetto con cui si esprimono le frasi gridate o pronunciate in un certo modo: maiuscole, neretti, sottolineature. E i neologismi, tutti fantastici, fanno rimpiangere che Sclavi abbia deciso, dopo questo romanzo, di non scrivere (quasi) più.

lunedì 7 dicembre 2015

BIGLIETTI, PREGO




BIGLIETTI, PREGO
di David Herbert Lawrence
Edizioni Corriere della Sera
2012, brossurato
100 pagine, 2.80 euro

Più del racconto (che pure è gradevole) è interessante parlare della collana in cui è inserito, quella delle "Twin Stories" che uscivano in allegato con il "Corriere della Sera", al costo di 2,80 euro più il prezzo del quotidiano. "Piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese", dice lo slogan che presenta la collezione di agili libretti (cento pagine in tutto): questo perché a fronte del testo tradotto in italiano c'è quello in lingua originale, corredato da annotazioni linguistiche e stilistiche. Della collana fanno parte racconti dei più grandi scrittori inglesi e americano, da Scott Fitzgerald a Jack London. Nel caso di Lawrence, i racconti sono due: "Tickets, please" e il brevissimo "Sorriso", scritti poco prima degli anni Venti. Lawrence è l'autore del celebre romanzo "L'amante di Lady Chatterley": uno scrittore inquieto, che soffriva l'ansia dei suoi tempi in cui l'industrializzazione, la modernizzazione, la ricerca del profitto, il ritmo frenetico della vita sociale, la civilizzazione stessa gli sembravano opprimere la naturale vita emotiva, interiore, dell'uomo, e interrompere il flusso vitale fra la sua anima e quella del cosmo. Di umili origini (suo padre era minatore), morì giovane, a 45 anni, nel 1930, e la sua breve vita fu segnata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, a cui non partecipò per le sue condizioni di salute (era tubercolotico) ma che influì sulla sua percezione della società come qualcosa di più ammalata di lui.

La guerra ha qualcosa a che vedere anche con "Biglietti, prego": la storia si svolge tra i dipendenti delle ferrovie britanniche, dove lavorano anche molte donne, con l'incarico di bigliettaie, dato che molti uomini sono al fronte. Per Lawrence, ciò rappresenta un abbrutimento, anziché una conquista: lo si capisce anche dall'insistenza con cui descrive la bruttezza dei paesaggi industriali delle Midlands inglesi in cui il treno compie il suo tragitto. Un conducente del convoglio, John Thomas Raynor, forte di essere uno dei pochi maschi disponibili, seduce una per una tutte le colleghe, finché una di esse, abbandonata dopo essersi innamorata, convince le altre vittime a organizzare una vendetta collettiva, un po' come fanno "Le ragazze di San Frediano" nel romanzo di Pratolini (che è del 1949) nei confronti di Bob. La trama è semplicissima, la narrazione essenziale, la lettura in inglese è molto gradevole. 

In aggiunta al primo racconto ce n'è un secondo. "Smile", "Sorriso": un testo che avrebbe fatto la gioia di Freud, e che, appunto per questo, a me ha ricordato i racconti di "Piccola borghesia" di Elio Vittorini, freudiani quant'altri mai. Matthew giunge all'ospedale poco dopo che la moglie Ofelia è morta e, benché ne sia addolorato, viene percorso anche da un senso di liberazione al pensiero della sua nuova vita senza di lei. Perciò, anziché piangere, gli viene da sorridere. Ma subito subentra il senso di colpa e si deve sforzare per assumere l'atteggiamento più consono alle circostanze, quello che tutti si aspettano da lui. "Never was a man more utterly smiless", conclude Lawrence: mai vi fu un uomo più totalmente privo di sorriso.