Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

giovedì 14 aprile 2022

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO



 

Fabio Volo

E’ UNA VITA CHE TI ASPETTO

Mondadori

brossurato, 2003

180  pagine -  Euro 13,00

Non è proprio un romanzo. Insomma, perché un libro sia un romanzo dovrebbe avere una trama. Dovrebbe succedere qualcosa. Qui invece non succede niente. Se si dovesse giudicare Fabio Volo come scrittore partendo dalla sua capacità di tessere un intreccio, un plot, una fabula, occorrerebbe astenersi, perché non è che la trama non stia in piedi, semplicemente è assente. Non ci sono personaggi (almeno, non ce ne sono che abbiano uno spessore, se non l’io narrante), non ci sono fatti, non ci sono dialoghi. A dire il vero, un minimo di riassunto degli eventi è possibile farlo: Francesco, single milanese affitto da sindrome di Peter Pan, incapace di innamorarsi e  di avere un rapporto vero con gli altri, decide improvvisamente, non si sa bene perché (in seguito a quale trauma o evento epocale, intendo: in realtà solo per un consiglio buttato lì dal suo medico) di cambiare vita e di crescere. Messosi alla ricerca di se stesso, si isola sempre di più per leggersi dentro e capirsi, passa dal tempo pieno al part time, e conosce una ragazza, Ilaria, che senza difficoltà (guarda caso è libera come l’aria e disponibilissima) si innamora di lui e lo fa innamorare. E tutti vissero felici e contenti. In realtà, il libro di Fabio Volo è migliore di quanto possa sembrare giudicando solo dalla quantità di colpi di scena che pure sarebbe bene aspettarsi da ogni romanzo. E’ migliore perché Volo sa scrivere abbastanza bene, è brillante, gradevole, spiritoso. Il suo Francesco  che va alla ricerca di se stesso passa in realtà in rassegna una quantità di situazioni quotidiane in cui tanti, in varia misura, modo e maniera, possono riconoscersi. Niente di particolarmente problematico, per carità, ma è appunto questo che l’autore intende ricercare: la levità di una condizione umana non necessariamente drammatica, eppure fonte di infelicità. Perché il punto è proprio questo: l’infelicità sempre in agguato, anche nella vita di chi non ha figli da mantenere, alimenti da pagare, affitti da saldare, problemi per trovare da scopare, angosce da lavori saltuari o da sottoccupazione. La soluzione proposta da Fabio Volo è essenzialmente new age: cambiare vita facendo un viaggio dentro se stessi, non farsi coinvolgere dallo stordimento a tutti i costi di una esistenza sotto stress, riassaporare la gioia delle piccole cose, scoprire continuamente nuove sorprese nella vita di tutti i giorni. Il tutto ricorda un po’, e scommetterei che Fabio Volo l’ha letto, il romanzo “Dio su una Harley”, in cui si racconta di una infermiera (americana) che, stressata e sull’orlo di una crisi di nervi, ugualmente (incontrando Dio e non il medico di famiglia) decide di ritrovarsi e resettare la propria vita, scoprendo infine la definitiva salvezza in una improvvisa e imprevista storia d’amore. Ci sarebbe molto da obiettare a questa visione edulcorata del mondo, basterebbe chiedere a Fabio Volo di provare a scrivere lo stesso libro con protagonista un Francesco quarantenne con tre figli, un mutuo da pagare e la casa affidata da un giudice alla moglie e al suo nuovo amante. Tuttavia, l’autore è brillante, e, intelligentemente, troverebbe il modo di evitare di impelagarsi in una simile prova.

 

venerdì 21 febbraio 2020

LA CASA DEL SONNO





Jonathan Coe
LA CASA DEL SONNO
Feltrinelli
brossurato, 312 pagine


Psichedelico. Potrebbe essere questo l’aggettivo che meglio qualifica “La casa del sonno” dello scrittore britannico Jonathan Coe (1961). Il quale potrebbe essere definito, d’altro canto, come poliedrico. Difatti spazia fra musica, poesia, teatro, umorismo, sociologia, dramma e inquietudine. Ho letto che Daniel Pennac, in una sua conferenza, abbia giudicato il romanzo di Coe come “uno dei più belli dell’ultimo decennio del Novecento”. Pubblicato per la prima volta nel 1997 e ambientato in Inghilterra nell’arco della quindicina d’anni che va dall’inizio degli Ottanta alla metà dei Novanta, il romanzo alterna di continuo il passato e il presente di un piccolo microcosmo di personaggi che hanno avuto tutti a che fare con Ashdown, un secolare ed austero edificio in pietra vicino a una università in cui un tempo alloggiavano gli studenti e che poi uno di loro, Gregory Dudden, ha trasformato in una clinica privata dove si curano i disturbi del sonno. E di disturbi del sonno soffrono per l’appunto almeno due degli universitari ospitati ad Ashdown, Sarah Tudor e Terry Worth, la prima narcolettica e non in grado di distinguere i sogni dalla realtà, il secondo, famoso critico cinematografico, che sembra non dormire mai. La clinica del professor Dudden nasconde nel sottosuolo dei laboratori in cui lo psichiatra conduce esperimenti inquietanti sulla privazione del sonno, su cavie animali ma anche su volontari umani, uno dei quali ne rimane vittima. Nonostante questi laboratori lascino nel lettore un latente senso d’ansia, mai il romanzo si trasforma in horror, neppure nel finale quando Dudden impazzisce e finisce per sottoporre se stesso alla sperimentazione. L’inquietudine accompagna la lettura anche riguardo alla sorte di Robert, personaggio decisamente border line innamorato di Sarah, la quale lo considera il suo miglior amico ma non può sceglierlo come compagno perché lesbica. Scopre di esserlo proprio alla fine di una relazione da incubo con Gregory, pieno di manie, allorché si mette con Veronica, attivista politica destinata a rinnegare i propri ideali e a divenire una yuppie e ad andare incontro a un tragico destino. I destini di tutti i personaggi si intrecciano fra loro, in un perfetto gioco a incastri, nonostante tutti abbiano preso strade diverse, fino alla soluzione del mistero di chi sia in realtà la dottoressa Madison, la principale assistente di Dudden. La scrittura di Coe non è mai sopra le righe nonostante la matassa inquieta da dipanare e in certe pagine indulge perfino all’umorismo, come nel pezzo di bravura di una recensione cinematografica di Terry il cui senso viene completamente travisato (con risultati esilaranti) dal “salto” di una nota a fondo pagina.

venerdì 24 maggio 2019

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE





Milan Kundera
L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE
La Biblioteca di Repubblica
2002, cartonato, 260 pagine

Si può ben capire perché questo romanzo, scritto nel 1982 e pubblicato in Francia nel 1984, non abbia potuto uscire subito anche in Cecoslovacchia, patria dell'autore (nato a Brno nel 1929): si parla della Primavera di Praga del 1968e della repressione sovietica che ne seguì, e quindi i toni sono anticomunisti. Del resto Kundera fuggì a Parigi proprio in seguito all'invasione dei carri armati russi e si stabilì in Francia, dove ha insegnato all'università di Rennes. Stupisce casomai il fatto che, anche dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 siano passati diciassette anni prima che ci fosse una edizione praghese. "L'insostenibile leggerezza dell'essere" si sviluppa in lungo arco narrativo che abbraccia più decenni. E' una lettura quasi obbligatoria, nel senso che dopo averne sentito parlare per ogni dove, e non aver mai visto passare di moda il nome (per carità, degno di ogni lode) dell'autore, uno si convince che fra un libro di Stephen King e l'altro sia cosa buona e giusta non farsi cogliere impreparati e annoverare fra i titoli di cui saper disquisire anche il capolavoro di Milan Kundera. Ecco, a libro chiuso dopo l'ultima pagina mi vien da pensare che anche questo, come in altri casi mi sono trovato a dover dire, è uno di quei romanzi di cui non si capisce fino in fondo il motivo di tanto entusiasmo. Libro gradevole, ma di certo non uno di quelli che illuminano la vita (almeno, non la mia). E' chiara l'eco delle "Affinità elettive" di Goethe, con la doppia coppia alla base di un complicato gioco di relazioni incrociate, ma per il resto si tratta del racconto di una storia d'amore fra Tomáš (un medico), la sua compagna Tereza (una fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di Sabina, Franz (un professore universitario). Tomáš non riesce a essere fedele, Tereza finge di non vedere i tradimenti di lui ma si tribola nella gelosia. Lui è materialista, legato alla fisicità delle relazioni, lei sentimentale, legata alle ragioni dell'anima: il confronto fra queste diverse indoli anima il dipanarsi dei capitoli, privi tuttavia di accadimenti clamorosi, con la noia sempre in agguato, per fortuna leggera e dunque sostenibile.

martedì 4 settembre 2018

SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?



Stephen Webb
SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI, DOVE SONO TUTTI QUANTI?
Sironi
2018, 494 pagine
brossura, 25 euro 

La domanda è quella del cosiddetto “paradosso di Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e  inserito nella collana “I saggi di Focus”. Adesso viene ripreso, in edizione ampliata da Sironi. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni? Webb fornisce decine di possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov, che all'argomento dedicò il suo saggio "Civiltà extraterrestri",  la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

domenica 26 agosto 2018

DIMMI CHE CREDI AL DESTINO



Luca Bianchini
DIMMI CHE CREDI AL DESTINO
Mondadori Oscar absolute
2016, 256 pagine

brossura, 13.50 euro

E' difficile, per me, recensire un libro come questo, perché è impossibile parlarne male ma, allo stesso tempo, è impossibile consigliarne la lettura. Non si può neppure ritenerlo senza infamia e senza lode perché se è piaciuto in giro così tanto da divenire un bestseller qualche merito ce l'avrà e, del resto, è scritto in modo così carino che fa tenerezza, come si fa a infamarlo? Mi rifugio nella banalità: non è il mio genere. E' quel tipo di romanzo che magari piace ai fruitori di soap opera e di sitcom, con una Londra da telefilm (o da film con Hugh Grant) in cui gli immigrati italiani invece di lavorare da sguatteri senza tutele e garanzie (come descritto in un altro libro i cui ci siamo occupati, "108 metri") gestiscono un "Italian bookshop" o fanno i barbieri liberi di aprire e chiudere a piacimento per chiacchierare con la fioraia del negozio accanto o dare una mano, appunto, alla libreria di fronte. Ornella, la libraia, ha il tempo di passeggiare amabilmente per i parchi e sedersi sulla panchina a conversare della vita con il vecchio mister George che, guarda caso, passa il tempo leggendo Italo Calvino in lingua originale. I personaggi sono tutti ilari, leggeri, e anche se vivono i loro drammi il tono non diventa mai davvero drammatico. Persino le comunità di recupero per tossicodipendenti e la morte di un marito per droga sono raccontate all'acqua di rosa: si dà più importanza alla Patti innamorata di un giardiniere della comunità che all'incubo sicuramente vissuto da chi in quella comunità cerca di disintossicarsi. Ansie e angosce restano appena accennati, i personaggi vivono di aperitivi, birre al pub, chiacchiere con i vicini, corteggiamenti impacciati, messaggini telefonici, pettegolezzi: un teatrino di cui fa parte Diego, napoletano emigrato senza problemi se non quello di decidersi ad accettare la propria omosessualità (la accetta a Londra dove può dedicarsi alla libera caccia, mica a Napoli dove sarebbe stato più problematico). Il destino della libreria minacciata di chiusura, la storia d'amore di Ornella con il dirimpettaio Bernard, l'eredità attesa alla Patti, le pulsioni erotiche di Diego, sono tutti elementi di una commediola che a tratti può risultare anche divertente, ma che alla fine lascia con la fastidiosa sensazione di aver assistito a una rappresentazione inutile perché falsa: la vita non è così, Londra non è così, gli amori non sono così. Mancano i figli, il sesso, la miseria, il dolore, i litigi, le malattie, le violenze domestiche, il rancore, la cattiveria. Tutto è colorato di rosa, semplice, fru fru. Sarò cinico, ma del destino di nessun personaggio mi è importato nulla, dall'inizio alla fine.

venerdì 6 luglio 2018

IO E LEI



Edoardo Boncinelli
IO E LEI
Guanda
brossurato, 2017
192 pagine, 14 euro

Lui è Edoardo Boncinelli, classe 1941, genetista, uno dei più famosi e importanti biologi italiani, titolare di una rubrica fissa sul mensile "Le Scienze". Lei è la morte. "Io sono la mia coscienza", scrive lo scienziato, convinto pertanto che lui e la morte realmente non si incontreranno mai perché giungendo lei, lui se ne andrà. "Nella mia mente la morte non c'è, mentre c'è tanta, troppa vita. Questo non mi impedisce di meditarci sopra, anzi me lo facilita", dice Boncinelli. Ed eccolo dunque a proporci le sue riflessioni di uomo e di scienziato non credente: "Non ho mai creduto neppure un po', fin da quando mi ricordo, in n nessuna forma di religiosità. L'uomo si è costruito la religione immaginando l'esatto opposto della realtà, per compensarne i gravissimi difetti. Agli esordi della mia avventura intellettuale, il primo problema che mi venne in mente fu: perché mai Dio ci ha creati? La risposta del catechismo era, allora, che ci ha fatto per amore. Amore di che e di chi, per Lui che è l'Essere prefettissimo? Io Lo immaginavo superiore, onnisciente e onnipotente; non poteva avere quindi un di più o un di meno di amore. E poi chi lo autorizzava a pensare che le sue creature ne sarebbero state contente? Io certo non lo ero e comunque dubitavo che lo fossero anche altri, che infatti non facevano che lamentarsi. Che lo avesse fatto per bisogno di amore mi riusciva difficile da pensare. Come può aver bisogno di amore un ente perfetto e compiuto in se?". Altrettante perplessità suscitano in Boncinelli l'idea di onniscienza e onnipotenza (come può Dio voler fare una cosa e non farla nell'attimo stesso in cui la vuole e dunque volendo in un certo momento qualcosa che prima non voleva?) ma anche il concetto di Dio personale. Analizzando i propri dubbi, le riflessioni portano lo scienziato a scartare l'idea di una vita dopo la morte. Seguono poi pagine sulla definizione di vita dal punto di vista biologico (interessantissime quelle su gli esseri viventi che vivono lottando quotidianamente contro l'entropia a cui tende l'universo, "espellendo disordine" da se stessi, pompando "informazione"). Altrettanto interessanti le parti sulla spiegazione scientifica della morte: la natura è interessata unicamente a tenerci in vita, sani e robusti, fino all'età della riproduzione (dai 15 ai 30 anni), dopo non siamo programmati per resistere oltre. Se ci riusciamo, è tutto grasso che cola. Non mancano le riflessioni sull'etica, il comportamento e la morale. Boncinelli è convinto che il "comportarsi bene" non sia affatto conseguente alle regole dettate dalla religione. "Che merito ci sarebbe a comportarsi bene solamente per paura di una punizione di natura superiore? Anzi, se Dio non c'è ci corre l'obbligo di occuparci noi delle cose del mondo, come individui e come società. E' nella vita che si manifesta e si realizza la nostra idea della vita, e in niente altro".

martedì 29 maggio 2018

BIOGRAFIA DEL SILENZIO





Pablo d'Ors
BIOGRAFIA DEL SILENZIO
Vita e Pensiero
2014, cartonato
100 pagine

Ogni tanto, per non sembrare del tutto privo di spiritualità e senso della trascendenza, e anzi, per cercare di essere spirituale e trascendente come tutti gli altri e sentirmi dunque meno alieno nel mio freddo razionalismo, leggo libri come questo. "Un giorno riuscirò anch'io a meditare sul senso della vita", mi dico, "o a percepire l'afflato della mia anima". Tutte le volte che mi sforzo di meditare, però, vengo distratto da un prurito in un punto irraggiungibile della schiena o dal rumore del camion della spazzatura per strada. Tuttavia, magari quando sarò in pensione e avrò più tempo per impegnarmi come si deve, avrò imparato come si fa per essere finalmente sereno e spirituale come il resto del mondo che pratica la meditazione. Per il momento, raccolgo la documentazione. Non nego che questo testo di Pablo d'Ors (spagnolo di Madrid classe 1963) sia pieno di buoni spunti. Anzi, me ne sono appuntati diversi. Peraltro, nonostante l'autore sia un sacerdote, ha il pregio di non affrontare nessun argomento religioso. Non che io sia allergico alla religione (avrei accettato di buon grado qualunque discorso sensato anche riguardante Dio e il suo amore per noi), ma evidentemente d'Ors ha scelto di rivolgere il suo discorso a un pubblico più ampio di quello dei credenti, puntando sull'elogio della meditazione (e della ricerca interiore basata sul silenzio) come strumento in grado di migliorare la vita di tutti. Stranamente, parla più di buddismo che di cristianesimo, più di filosofia orientale che di dottrina cattolica. Secondo Pablo d'Ors, e sono pronto a sottoscrivere, la situazione, qualunque sia, non è il problema. Il problema è la nostra idea su di essa. "Appena dimetto l'idea, il problema scompare. Basta non avere idee sulle cose o sulle situazioni per vivere completamente felice. La formula è prendere le cose come sono, non come ci piacerebbero che fossero. Non si deve nuotare contro la corrente della vita, bensì a suo favore. Non bisogna nemmeno nuotare. Basta aprire le braccia e lasciarsi trasportare". Più avanti si legge: "Quasi tutti i frutti della meditazione si percepiscono fuori dalla meditazione. Alcuni frutti sono, ad esempio, una maggiore accettazione della vita così com'è, un'assunzione più completa dei propri limiti e dei propri acciacchi o dolori, una maggiore benevolenza verso i propri simili, un'attenzione più scrupolosa alle necessità altrui, un apprezzamento superiore verso gli animali e la natura, una visione del mondo più globale e meno analitica". Infine: "Si può vivere senza lottare contro la vita". Tutto bello, tutto giusto, tutto vero. Leggo di continuo di gente (anche laicissima, come Emmanuel Carrere) che dice la stessa cosa. Però, al di là del fatto che prima di accettare acciacchi e dolori attraverso la meditazione cerco di farmeli passare con un analgesico, tutto resta troppo poco pratico per i miei gusti. 
Pablo d'Ors indubbiamente ci convince che meditare è bello, che meditare è buono, che meditare cambia la vita. Ottimo. Ma praticamente come si fa? L'autore dice, a un certo punto, che meditare costa anche del sacrificio e che inizialmente ci si deve far forza per mantenersi costanti nel buon proposito di farlo. Questo anche perché, per esempio, la posizione è scomoda e si sentono dei dolori alle giunture. Ecco: ma qual è questa posizione in cui ci si deve mettere? "Nei primi mesi meditavo male, malissimo; tenere la schiena eretta e le ginocchia piegate non mi riusciva per nulla facile": schiena eretta e ginocchia piegate, come? Se magari ce lo avesse spiegato noi potremmo evitare di meditare male o malissimo nei primi mesi. E una volta che ci siamo messi in qualche posizione e si vuole meditare, di preciso a che si deve pensare? Ho visto che esiste un libro intitolato "Meditazione per negati", dovrò leggermi anche quello. Poi vi saprò dire.

venerdì 13 aprile 2018

ARTICOLO PER ALDA MERINI




Per colpa della scuola, soltanto a sentir dire la parola “poesia”, l’istinto è quello di darsela a gambe. Però, dài, mi sembra che almeno qui, su questo blog, l’argomento sia sempre stato trattato in modo accattivante (almeno, me ne illudo). Comunque sia, mi è tornata voglia di parlare di poesia perché per caso ho messo un CD nello stereo (ascolto ancora i CD e non la musica scaricata ebbene sì), ed era “Canzoni e cicogne” di Roberto Vecchioni: un doppio album live. Tra i brani, ce ne sono addirittura due dedicati ad altrettanti poeti (ma per me è un poeta anche lui, il cantautore), vale a dire “A.R.” (iniziali di Arthur Rimbaud) e “Canzone per Alda Merini”.

Addirittura, durante il concerto registrato nel disco, Vecchioni canta il suo pezzo e poi dice: “Signori, Alda Merini”. Al che l’anziana poetessa compare sul palco e legge due sue poesie. Applausi a scena aperta, perché le poesie, secondo me, sono fatte per essere ascoltate, prima che per essere lette. E se sono recitate bene, entrano nel cuore a tutti. Facciamo che di Rimbaud e della sua gamba ne parliamo un’altra volta e adesso provo a dire qualcosa sulla Merini. Giusto per inquadrare cronologicamente il personaggio, basterà dire che la poetessa è nata a Milano nel 1931 (il 21 marzo, per la precisione, vale a dire lo stesso giorno di Gallieno Ferri, quello che segna l’inizio della primavera), e sempre a Milano è morta nel novembre del 2009. Magari però che la storia della sua vita ve la leggete su Wikipedia.

Settantotto anni di esistenza, dunque, di cui alcuni passati in manicomio, alcuni accanto a Giorgio Manganelli, altri insieme a vari compagni che hanno tutti lasciato un segno su di lei e sulla sua poesia, oltre che ad averle dato diversi figli. La sua autobiografia si intitola "Reato di vita", ed è edita da Melusine. Nell'introduzione, la Merini ci viene descritta così: "Non ha telefono, Alda Merini, per trovarla bisogna fare una sorta di pellegrinaggio nei mille possibili luoghi sui Navigli che poeticamente abita col sui quotidiano errabondare tra vecchie librerie, fumose osterie, botteghe di artisti, cenciaioli, accattoni". 

Ecco l'idea della Merini sulla Poesia. 

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi
l'insetto è alacre e insonne
scalpita dentro la rete
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

(Da "Poesie per Charles")


Su  "Reato di vita",si legge questo brano: "Io sono vissuta in un'altra epoca, quando si educava una donna a essere una madre, una moglie. D'Annunzio disse: 'la mano che regge la culla, è la mano che regge il mondo'. Credo che per ogni donna il fine erotico dell'amore è sempre il figlio. Non è una donazione sterile, è la passione corporea che però diventa materia, diventa possibilità di un figlio. Ci sono diversi tempi nell'amore, nella passione, ma la richiesta è quella di un figlio. Poi nasce la difficoltà, la divisione stressante in madre e amante così come quella del marito in padre". Ecco, queste parole mi sembrano il miglior corollario possibile a un’altra sua breve poesia che mi va di proporvi. E' meravigliosa, secondo me. Si intitola "Genesi" . E’ proprio una delle due che l’autrice legge al concerto di Vecchioni pubblicato su "Canzoni e cicogne".


Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.

Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d'ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall'amore
ha il desiderio di mondarsi vivo.

E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.

(da"Fiore di Poesia", Einaudi Tascabili)

Alda Merini è stata ricoverata per anni in manicomio perché stava male, soffriva di sindrome bipolare, la stessa patologia che ha afflitto altri grandi della letteratura, come Virginia WoolfCharles Baudelaire o Lord Byron. La poetessa ha sempre detto di non essersi sentita perseguitata, e le si deve credere. Semmai si lamentava che  i medici non le spiegassero meglio cosa le stava accadendo. Comunque bisognerebbe prima intendersi su che cosa sia una patologia e capire quali patologie si possono curare con il ricovero in una clinica psichiatrica e quali no. Per alcuni è una patologia l'ansia di libertà. Sotto tutti i regimi lo è, i manicomi degli stati totalitari sono pieni di pazzi che sono pazzi soltanto perché combattono il dittatore di turno. Per altri è patologia l'omosessualità. Per altri ancora, è pazzia l'arte. La Merini ha vissuto a lungo in povertà, prima che, nei suoi ultimi anni, un certo successo mediatico la risollevasse dallo stato di bisogno. Tra i suoi amori, va ricordato il pittore Charles, uno degli uomini che nel corso della sua vita ha amato disperatamente e perdutamente. Ecco una poesia per Charles: "Il canto dello sposo".

Forse tu hai dentro il tuo corpo
un seme di grande ragione,
ma le tue labbra gaudenti
che sanno di tanta ironia
hanno morso più baci
di quanto ne voglia il Signore
come si morde una mela
al colmo della pienezza.
E le tue mani roventi
nude, di maschio deciso
hanno dato più abbracci
di quanto ne valga una messe,
eppure il mio cuore ti canta,
o sposo novello
eppure in me è la sorpresa
di averti accanto a morire
dopo che un fiume di vita
ti ha spinto all'argine pieno.


(da "Vuoto d'amore", Einaudi, p. 60)

Sono molte le poesie straordinarie scritte dalla Merini per Charles. Un’altra che giudico stupenda è quella parla dei rumori dell'amore. Fatemela copiare, dopodiché potete andarvene, ve lo concedo.

La casa non geme più
sotto lo scricchiolio dei tuoi passi,
la casa non geme più
e datemi dei rumori
dei rumori pesanti
datemi i rumori di Charles;
datemi il suo pensiero
e il suo lento fuggire.
Ridatemi i rumori
della sua carne perfetta.

martedì 6 marzo 2018

ELEGIE DUINESI




Rainer Maria Rilke
ELEGIE DUINESI
Crocetti Editore
1999, brossurato
90 pagine, 22.000 lire


Le Duineser Elegien, ovvero “Le elegie duinesi”, sono una raccolta lirica di Rainer Maria Rilke, poeta e drammaturgo boemo di lingua tedesca (nato a Praga nel 1875, morto in Svizzera nel 1926) . Le dieci composizioni furono iniziate nel 1912 durante un soggiorno di Rilke a Duino (nei pressi di Trieste), ma dopo un fulmineo impeto creativo che portò alla composizione di un primo nucleo, l’opera fu portata a compimento soltanto dieci anni dopo. In una sua introduzione a una edizione del 2006, il critico Michele Ranchetti scrive: “Ogni Elegia deve considerarsi come come una tesi che Rilke illustra in una serie di ragionamenti in poesia. Alcuni passi sono oscuri». In che conforta chi, affrontando la lettura delle liriche, resti turbato e spiazzato dalla loro bellezza quanto dalla loro oscurità. 
Tuttavia, cimentandosi nell’interpretazione, sia o non sia quella che gli voleva dare Rilke, c’è di che rimanere affascinati. Si può partire dalla constatazione di come il poeta, nato e cresciuto in un ambiente cattolico e borghese, e istintivamente portato verso una naturale religiosità, si sia progressivamente distaccato dal tradizionale modo di intendere la spiritualità e di rapportarsi a Dio. Si potrebbe dire che entra in crisi, anche perché si sente senza patria e vive in nel clima del decadentismo artistico di fine Ottocento e di inizio Novecento. Perde le certezze basilari della vita e ne cerca altre, influenzato anche dai suoi contemporanei Kafka, Freud e Nietzsche e dal precedente Schopenhauer. Rilke osserva il mondo, fa indagini sullo spirito e sulla natura, si interroga filosoficamente sull’esistenza e sulla morte. Da questo tumultuare di riflessioni, nascono le domande delle Elegie. “Essere qui è stupendo”, dice il poeta in un passaggio della settima Elegia, dove si inneggia alla vita contro il destino della morte. Nell settima il concetto è ribadito: l’uomo è fragile, ma “essere qui è tanto”, al punto che, sia pure apparentemente, “ogni cosa qui ha bisogno di noi, noi più fragili di tutto”. L’esistenza è resa più preziosa dal fatto che viviamo una sola volta: “una volta e mai più. Mai più”. Non che “essere stati di questa terra” conti qualcosa per le stelle. A loro, nulla importa. Loro sono “indicibili”. Ma conta per noi, per poter “dire”. “Dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutta, finestra – al più colonna, torre… ma per dire, capisci, oh, per dire così come le cose stesse non hanno mai veramente creduto di essere”. Conta il nostro dolore, la nostra fatica, la nostra “esperienza d’amore”, la nostra testimonianza. “Qui è il tempo del dicibile, qui la sua patria”, contrapposta alle dimensioni indicibili. “Vedi, io vivo. Vita sovrabbondante mi zampilla nel cuore”. Questi versi mi ricordano, e chissà se c’è davvero un collegamento, quelli di una canzone di Roberto Vecchioni, “La stazione di Zima”, in cui l’uomo parla a Dio sentendosi estraneo alla sua grandezza e orgoglioso della sua dimensione umana. La dimensione divina, del resto, che Rilke racchiude nel concetto degli Angeli a cui fa costante riferimento, è inarrivabile. E’ ciò che esprime il famoso incipit della prima Elegia: “E chi allora, se gridassi mi sentirebbe, degli ordini angelici?”. La risposta è scontata: nessuno. Ma se anche uno degli Angeli scendesse a stringerci, che sarebbe di noi? “Morirei della sua più forte essenza. Perché la bellezza non è altro che l’inizio del tremendo, che appena riusciamo a sopportare, e ci fa tanta meraviglia perché, tranquillo, disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo”. Un verso magnifico, questo. Non a caso la triestina Susanna Tamaro ha intitolato proprio “Ogni angelo è tremendo” la propria autobiografia. La cosa più vicina a Dio che un uomo può provare è l’amore, soprattutto quello doloroso, non contraccambiato. Gli innamorati sono le creature più vicine agli Angeli, che comunque li ignorano. 
Un simbolo ricorrente è quello dell’albero, che dalla terra nella quale ha le radici protende i suoi rami, come braccia disperate, verso il cielo. Tra le altre tematiche delle Elegie Duinesi ci sono anche la maternità, la paternità, l’infanzia, gli eroi, la memoria, la caducità della vita sublimata però dalla creazione artistica, la paura della morte. Nell’ottava Elegia si confronta il diverso destino degli uomini e degli animali: entrambi abbiamo, come creature dal tempo limitato, la morte che ci segue. Però loro guardano davanti, noi guardiamo indietro. La morte la vediamo soltanto noi. “L’animale, libero, ha la sua morte sempre dietro di sé e Dio davanti, e quando se ne va, allora va in eterno, come scorrono le fontane. Noi non abbiamo mai davanti, neanche per un sol giorno, il puro spazio nel quale i fiori sbocciano in continuazione”. Nella decima Elegia si affronta il tema della felicità. Secondo Rilke, la felicità è come una pioggia “che cade a primavera sulla terra nera”. Piove quando vuole lei, non quando vogliamo noi. Se lo capissimo, “noi che pensiamo alla felicità come a qualcosa che sale, sentiremmo l’emozione, che quasi ci sgomenta, di quando una cosa felice cade”.

sabato 1 luglio 2017

L'ALBERO




Shel Silverstein
L'ALBERO
Salani
cartonato, 2000
60 pagine, 14.90 euro

C'è tutto un mondo, nella produzione libraria per bambini, da scoprire ed esplorare. Cinquant'anni fa, avevamo soltanto le favole dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen, ma anche del precursore Gianni Rodari, da cui passavamo ai romanzi per ragazzi, partendo da Collodi e da Vamba, magari, per arrivare a Verne e Salgari, e a tutti quei classici scritti per gli adulti ma che in versione rimaneggiata venivano fatti passare come romanzi per la giovane età (le opere di Dumas, Dickens, la Alcott, London, Defoe). Da molto tempo le cose sono cambiate e fin dalla più tenera infanzia i pargoli hanno a disposizione testi di grandi autori (scrittori e illustratori) considerati talvolta dei maestri nel loro campo, come Leo Lionni con il suo "Piccolo Blu e Piccolo Giallo" (tanto per fare un esempio). Anche Shel Silverstein (scomparso nel 1999) viene considerato un punto di riferimento nel settore dei libri illustrati per l'infanzia (da lui scritti e disegnato). La cosa singolare è che è stato anche vignettista di "Playboy" (oltre che poeta, musicista, autore di canzoni e di colonne sonore). "L'albero", uno dei suoi libri più pubblicati in tutto il mondo, colpisce anche gli adulti per la sua amarezza di fondo: non è una favola a lieto fine, e forse non è neppure una favola. I bambini forse riescono a vederci qualcosa di rasserenante, io fossi in loro mi spaventerei. La storia è quella di un melo che fa amicizia con un bambino venuto a giocare sotto i suoi rami. Poi il fanciullo cresce, e quando torna (prima da adolescente, poi da uomo maturo, poi da vecchio) non lo fa con lo spirito spensierato che aveva nell'infanzia: è tormentato da mille problemi. L'albero invece è sempre lo stesso e si offre in dono per aiutare l'amico: prima si lascia depredare dei frutti, poi dei rami, poi del tronco, che servono all'inquieto essere umano per fare soldi, costruirsi una casa, partire per mare. Alla fine il bambino è diventato vecchio: il melo, ridotto a ceppo, si offre per fargli da sedia. Metafora della donazione gratuita, ma anche dei cambiamenti e della volubilità umana, del tempo che passa e della morte che arriva. Poetico ma anche, ai miei occhi, terribile.


venerdì 3 marzo 2017

IL SENSO DI UNA FINE



IL SENSO DI UNA FINE
di Julian Barnes
Einaudi
2012, cartonato
160 pagine, 17.50 euro

Chi l'ha detto che un romanzo di introspezione psicologica, di recupero della memoria, di ricordo della propria formazione, sul fluire del tempo e sulla vita che passa, ma anche sulla filosofia e sull'amicizia, debba essere noioso? Non lo è affatto "Il senso di una fine", dell'inglese Julian Barnes (classe 1946) che anzi tiene fino in fondo con la curiosità di scoprire che cosa sia realmente accaduto trent'anni prima dal momento in cui il protagonista, Anthony Webster, comincia a raccontare la propria storia. Un uomo nella media, per non dire mediocre, sia ai tempi della scuola, che nella sua maturità. Nessuna particolare qualità che risplenda in lui, nonostante i buoni studi e la professione che gli ha consentito una vita borghese e dignitosa: meno brillante, tuttavia, di quella sognata all'inizio degli anni Sessanta, insieme ai suoi compagni di studi, con cui andava compiendo la sua maturazione. Amici che si indagavano sul senso della vita, perfino poetiche e impelagandosi in discussioni filosofiche in cui spiccavano le riflessioni di uno di loro, Adrian Finn, il più intelligente e controcorrente del gruppo. Con Adrian, però, Tony rompe i rapporti quando una sua fidanzata, Veronica Ford, ragazza di buone letture e di gusti sofisticati, al termine di una relazione immatura durata un anno, si mette proprio con lui, attratta dal fascino ribelle del giovane Finn. Le vite degli amici di un tempo prendono strade diverse. Al ritorno da un lungo viaggio in America scopre però che Adrian si è suicidato, nel fiore degli anni, tagliandosi le vene nella vasca da bagno. Tony ci resta di stucco, e ricorda le discussioni avute con il compagno di studi anche a proposito del suicidio, come estrema forma di autodeterminazione. Che Adrian si sia ucciso seguendo le proprie riflessioni filosofiche e e perfino poetiche sul senso della vita? La domanda resta senza risposta, anche in mancanza di contatti con il gruppo di un tempo. 
Webster si laurea, si sposa, ha una figlia, divorzia, va in pensione e poi, improvvisamente, il passato fa irruzione nel suo presente. Una misteriosa eredità lo costringe a ricordare, a indagare, a cercare risposte: la madre di Veronica, una donna da lui a malapena conosciuta durante i mesi del suo fidanzamento con la figlia, gli lascia il diario di Adrian, dove evidentemente c'è qualcosa che lo riguarda. Ma che cosa? Impossibile saperlo, dato che l'oggetto è stato sottratto da Veronica stessa, di cui Tony non sa più niente. Qual è il segreto che voi è celato? Ripercorrendo la trama dei ricordi, Webster recupera ricordi che aveva rimosso, e lentamente si avvicina alla verità, che nelle ultime pagine si rivela letteralmente sconvolgente. Il senso della fine di Adrian Finn non è quello che si poteva immaginare. Non c'entrano la filosofia, la poesia, le elucubrazioni sul significato dell'esistenza. Alla fine anche il più brillante degli amici può scontrarsi con la vita come il più indifeso dei mediocri. Si resta con il fiato sospeso, condotti da una scrittura alta, precisa, puntuale, impeccabile, piena di echi letterari.

martedì 23 agosto 2016

IL POSTO



IL POSTO
di Annie Ernaux
L'Orma
2014, brossurato,
120 pagine, 10 euro

Leggo nel risvolto di copertina: "'Il posto' è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell'intento più ambizioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l'esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi". Non si potrebbe commentare meglio il senso di questo libro, se non forse, ricorrendo, non senza forzatura, al verbo "sublimare", inteso nel senso di trasformare un qualcosa di umile in qualcosa di nobile, e nobile, in questo caso, perché in grado di rappresentare l'essenza della nostra vita e della nostra storia. Annie Ernaux, nata a Lillebonne (Francia) nel 1940, che con "Il posto" ha vinto il Prix Renaudot nel 1984 (è una sorta di Premio Strega d'Oltralpe, assegnato fin dagli anni Venti), parte raccontando la morte di suo padre, avvenuta all'età di sessantasette anni, nel 1982. L'uomo, di cui non si fa mai il nome, gestiva con la moglie (la madre dell'autrice) un piccolo bar con annessa rivendita di generi alimentari in un paesino della Senna Marittima. I periodi della narrazione sono brevi, le parole essenziali, le frasi taglienti come rasoi. La commozione (pur evidente) della Ernaux non le impedisce di essere gelida, chirurgica, nella descrizione dei gesti e degli ambienti poveri e dignitosi nella sua casa di origine. La vestizione del cadavere, la visita dei parenti, il funerale. E poi i ricordi, che suggeriscono all'autrice un libro sulla vita del defunto. Quindi, la convinzione che scrivere un vero e proprio romanzo sia impossibile. "Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell'arte, né di provare a far qualcosa di 'appassionante' o di 'commovente'. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un'esistenza che ho condiviso anch'io. Nessuna poesia del ricordo. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali". Fatta questa dichiarazione di intenti, la Ernaux comincia "qualche mese prima del Novecento, in un paese nel Pays de Caux, a venticinque chilometri dal mare". Lì viveva suo nonno, che lavorava in una fattoria come carrettiere: "ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione come cominciava sempre con 'non sapeva né leggere né scrivere". Quindi, la vita del papà di Annie comincia nella più nera miseria, e il resto è un percorso di lento affrancamento che corrisponde a quello di un'intera società. L'uomo prima fa il contadino, poi l'operaio. Sa quali sono i suoi doveri, qual è il suo posto. Lavora per migliorare la propria condizione e quella della propria famiglia, d'accordo con la moglie, con cui battibecca senza litigare mai, in uno sforzo costante di conservare comunque rispetto e decoro nonostante la povertà di mezzi e di istruzione. Riesce, primo fra tutti nella sua famiglia di origine, a divenire proprietario della casa in cui vive, per quanto misera, e quindi apre un esercizio commerciale, sempre a rischio di chiusura per la concorrenza di quelli "più grossi" protetti, a suo dire, dal governo. Intanto passano le stagioni delle epidemie (la difterite si porta via a sette anni la prima figlia), della guerra e dei bombardamenti (l'uomo si dà da fare nel vettovagliamento dei civili), della ricostruzione (che permette l'apertura di negozi più belli e moderni in centro, con il conseguente ridimensionamento delle vecchie drogherie di periferia). Ci sono poi gli studi di Annie, che diventa una insegnante: il padre ne percepisce la diversità, la figlia è diventata colta e letterata, altro da lui che legge poco e non sa di che cosa parlarle. Quando lei porta a casa il fidanzato, anche lui istruito, il padre si preoccupa di non far fare brutta figura alla figlia per le sue umili origini. Quindi i primi segni di vecchiaia, le fatiche degli anni, la senilità. Non c'è niente, nella vita di quest'uomo, su cui scrivere un romanzo: nessuna impresa su cui farci un film. Eppure la si segue riconoscendo la vita dei nostri padri e dei nostri nonni, e ci si commuove anche se niente è stato scritto per far scorrere una lacrima.

giovedì 23 giugno 2016

IL MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE




MIEI MARTEDI' COL PROFESSORE
di Mitch Albom
Rizzoli-BUR
1998, brossura, 
200 pagine, 7.50 euro

L'impressione che ne ho ricavato è di trovarmi di fronte alla versione riassunta, edulcorata e buonista di "La mia fine è il mio inizio", il libro che Folco Terzani ha ricavato dalle sue conversazioni con il padre Tiziano arrivato alla fine dei suoi giorni nell'eremo dell'Orsigna. Qui il protagonista è un vecchio professore di non è ben chiaro che cosa (psicologia? Sociologia?) di una università del Massachusetts, Morrie Schwartz (realmente esistito al pari di Terzani, beninteso, nonostante l'erronea dicitura "romanzo" leggibile in copertina). Il narratore è invece Mitch Albom, giornalista, scrittore e sceneggiatore cianematografico con all'attivo "Le cinque persone che incontri in cielo" e "Un giorno ancora", che "hanno conquistato milioni di lettori in tutto il mondo" - ma di cui confesso di non aver mai sentito parlare. Albom è stato allievo di Schwartz nei suoi corsi universitari, e ne ha conservato il ricordo di una persona meravigliosa, il migliore dei suoi insegnanti. Così, quando a distanza di anni sente dire che il vecchio professore sta per morire, colpito da una malattia neurodegenerativa, la sclerosi laterale amiotrofica, decide di andarlo a trovare. Non solo: comincia a fare ogni martedì un lungo viaggio per trascorrere con lui mezza giornata, e seguire una sorta di ultimo corso di cui egli è l'unico studente, durante il quale, man mano che la SLA fa il suo sporco lavoro, Schwartz gli impartisce lezioni di vita e, direi soprattutto, di morte. I consigli di Morrie sono pacati e di buon senso, frutto di una pace e di una serenità interiore che non si crede facile da raggiungere di fronte alla sofferenza e alla prospettiva dell'addio. Invece il vecchio professore si rallegra di poter avere il tempo, dato il lento incalzare del male, di prepararsi alla morte e accomiatarsi da tutti. Colpisce, di nuovo, il parallelo con Terzani: anche il giornalista fiorentino diceva di essere ormai pronto a lasciare questa vita, distaccato dal mondo. In ambedue i casi mi sono domandato perché nessuno dei due abbia fatto una razionale previsione o ipotesi sull'aldilà, che è la cosa che più mi interesserebbe sapere da chi si dice sereno di fronte alla prospettiva di attraversare il tunnel. Tuttavia, sarà soddisfatto se anch'io, riuscirò a essere pronto, il giorno fatidico. Quanto al resto, Schwartz riflette sulla stupidità della paura di invecchiare o di invidiare i più giovani, sulla famiglia, sull'amore, sul matrimonio, sul perdono, sulle amicizie. Non fa rivelazioni epocali, si limita a snocciolare i convincimenti che ha maturato sulla base della sua esperienza di uomo circondato (indiscutibilmente per sui merito) da persone che gli vogliono bene. Il tutto argomentato con pacatezza e buon senso. Il che rasserena. Non rasserena vedere l'incalzare della SLA, e sono abbastanza certo che io, nelle stesse circostanze, farei un viaggio, senza ritorno, in Svizzera.

giovedì 26 maggio 2016

CUORE DI MAMMA



CUORE DI MAMMA
di Rosa Matteucci
Adelphi
2006, brossurato
140 pagine, 10 euro

Romanzo vincitore del Premio Grinzate Cavour 2007, è il terzo libro di Rosa Matteucci (Orvieto, 1960). Nel 1998 la scrittrice aveva vinto il Premio Bagutta con "Lourdes". Con stile ipnotico e coinvolgente, fatto di periodi lunghissimi ma perfettamente articolati e in grado di fotografare la realtà di una scena che scorre vivida davanti ai nostri occhi come in un piano sequenza, la Matteucci racconta il dramma (comune e quotidiano) di Luce, donna quarantenne da poco divorziata, fortunatamente senza figli ma con l'incubo di una madre anziana da accudire. Dopo una settimana di lavoro in banca, Luce deve lasciare la città per raggiungere il paesello dove, nella vecchia casa di famiglia, la mamma Ada va accudita perché non è più in grado di bastare a se stessa, ma non vuole mettersi in casa una badante (e non è detto che una badante voglia prendersi cura di un soggetto così difficile da gestire, anche caratterialmente). Luce si rende conto che trascorrere i weekend dalla madre significa rinunciare a nuove relazioni sentimentali che possano rimetterla in gioco e dare un senso alla sua vita, e finisce per detestare sempre più quei viaggi e le manie della genitrice. Il doversi prendere cura di lei si è trasformato in una sorta di discesa negli inferi. Però, proprio nel paesello, ecco che a Luce sembra di scorgere dell'interesse da parte di un vecchio compagno delle elementari, anche lui separato, Gianluca. Nella donna si riaccende una speranza, quella di recuperare gioie credute perdute per sempre. Sennonché Gianluca, lo scoprirà con delusione, non la cerca per amore o almeno attrazione, ma perché lei è in grado, come vicedirettrice di banca, di aiutarlo con i debiti che ha accumulato. E intanto, Ada finisce inferma in ospedale. La vita di Luce sembra andare a rotoli. Ma è l'incontro con un fornaio, e ciò che l'uomo le dice sulle difficoltà che tutti devono affrontare nella vita (alcune molto più dure di quelle provocate da una vecchia madre malata e fuori di testa), ad aprire gli occhi della protagonista: "sopporterà ogni prova e se cadrà si rialzerà, ora e sempre", sono le ultime parole del romanzo.