Visualizzazione post con etichetta scrittori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrittori. Mostra tutti i post

martedì 16 maggio 2017

LIMONOV




Emmanuel Carrère
LIMONOV
Adeplhi
2012, 356 pagine
brossurato, 19 euro


"Eroe canaglia": questa forse la miglior definizione di Eduard Limonov che mi è capitato di leggere. Tutto sta nello stabilire le percentuali: più eroe o più canaglia? Emmanuel Carrére è stato strepitosamente abile nel non tracciare la partizione e nel lasciare che i suoi lettori giudichino da sé. Dirò la mia da ultimo. Prima, consentitemi nel dare dell'eroe a Carrére al cento per cento perché ancora una volta mi ha intrigato e lasciato a bocca aperta. Lo scrittore francese (Parigi, 1957) ha scritto la biografia del regista Werner Herzog (1982), dell'apostolo San Paolo ("Il regno", 2014, dello scrittore Philip Dick ("Io sono vivo, voi siete morti, 1995") e del criminale Jean Claude Romand ("L'avversario", 2000) con il medesimo trascinante coinvolgimento, scrivendo in realtà anche la propria vita. E' incredibile come Carrére riesca a mescolare, con assoluta naturalezza, i fatti della propria esistenza con quelli dei personaggi da lui raccontati. Eppure il confronto funziona ed è funzionale. Dunque, lo confesso, ho iniziato a leggere "Limonov" perché interessato a Carrére. Perché convinto a scatola chiusa che mi sarei appassionato anche alla vita di Limonov, qualunque fosse stata. Ed infatti, così è avvenuto. Nel finale del ponderoso saggio Carrère scrive che ha deciso di occuparsi del poeta-scrittore-politico-avventuriero russo perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». E infatti, ecco il vero motivo di interesse del libro: ripercorrere, facendo chiarezza (nei limiti del possibile, dovebdo comunque parlare d'altro, cioè del protagonista) la storia dell'Unione Sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino a oggi, ma anche quella delle guerre balcaniche, con lo sfaldamento della ex-Yugoslavia. Eduard Veniaminovich Savenko, questo il vero nome di Limonov (il soppressione gli venne dato negli anni giovanili in cui faceva parte di un ristretto gruppo di poeti di provincia), scrive ancora Carrére, «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio». Dopo le descrizioni della tristissima e opprimente vita nell'Unione Sovietica di Brezhnev, e la sua fuga un Occidente, stupisce che Limonov abbia potuto fondare un partito "nazional bolscevico" che ha per bandiera quella nazista con la falce e martello al posto della svastica, ma non è l'unica contraddizione, visto i miti di Eduard spaziano da Stalin a Benito Mussolini, dalla Banda Baader-Meinhof ai mistici orientali, da Lenin ai Sex Pistols. Se è per questo, Limonov è anche stato collaboratore de "L'idiot" a Parigi e autore-editore della rivista underground "Limonka" nella Russia post Eltsin e dunque anche un fumettista. Non si riesca a capire come uno possa essere protagonista dei cocktail party a New York e a Parigi e poi si diverta a sparare con la mitragliatrice dalle colline attorno a Sarajevo, combattente tra le file degli assedianti. Difficile conciliare l'uomo che resiste a due anni di carcere sotto Putin, dimostrando fermezza d'animo e personalità da leader, e quello che si abbrutisce con l'alcool barione in Central Park. Limonov poeta e scrittore di talento, Limonov amico di Arkhan. Limonov che difende la Duma assediata e Limonov che simpatizza per i delinquenti. A volte lo si detesta, a volte ci commuove. Innegabilmente alla base di tutto c'è il suo proposito, manifestato fin da giovanissimo, di diventare famoso, di essere un leader, di vedere il suo nome ricordato per sempre. Una volontà di potenza, di superominismo, che lo porta a contraddirsi: disprezza i ricchi perché lui non ha i loro soldi, ma cerca di farli per diventare ricco a sua volta. Non c'è modo di condensare in una sintesi efficace la biografia del protagonista scelto da Carrere, senza dubbio alla fine un "looser" nella Russia di quel Putin suo avversario ma per tanti aspetti simile a lui. Però, seguire Eduard nelle sue vicende serve a ripercorrere, oltre all'avventurosa vita di un uomo, la storia della sua terra e un po' della nostra. Più eroe o più canaglia. Più canaglia, secondo me. Almeno al settanta per cento. Individuo decisamente poco raccomandabile, che però, ed ecco una nuova contraddizione, mi piacerebbe conoscere.

venerdì 31 marzo 2017

MANUALE DI LETTURA CREATIVA



MANUALE DI LETTURA CREATIVA 
di Marcello Fois
Einaudi
2016, brossurato
170 pagine, 14 euro

Bello a partire dal titolo. Ci sono fin troppi corsi di scrittura creativa, quando per imparare a scrivere si deve cominciare imparando a leggere. Alle lezioni di Marcello Fois (Nuoro, 1960, finalista dei Premi Campiello e Strega) avrei volentieri assistito dal vivo, se ci fosse stato un ciclo di conferenze non troppo distanze da casa mia; forse l'unico difetto di questa raccolta di saggi è appunto quella di non essere organica ma di assomigliare a dialoghi con il pubblico per introdurlo o farlo interessare agli argomenti trattati, saltando qua e là senza la pretesa di un vero e proprio corso esaustivo. In realtà, la raccolta organica alla fine lo è perché si parla sempre e comunque di scrittori e delle loro opere, però in ordine sparso dato che si tratta in gran parte di testi pubblicati altrove e poi radunati con i necessari aggiustamenti. Così, dopo una introduzione che fa da manifesto programmatico (l'incipit è "Io sono un lettore compulsivo"), si passa a parlare, in capitoli brevi ma significativi, delle idee (condivisibili) dell'autore sulla lettura e sulla scrittura (non esiste "buona scrittura" senza una "buona storia", e viceversa - ma anche "essere comoplicati è facilissimo, essere semplici è difficilissimo") e sulla critica ("in generale chi giudica lo stato di salute della letteratura italiana attuale non legge abbastanza"). Fois ritiene che la letteratura dovrebbe riprendersi il diritto (che Kafka, Lovecraft e Poe si erano guadagnati) di generare inquietudine. "Siamo noi un'Arcadia?" si chiedeva De Sanctis, e si rispondeva: "No, la Scuola è vita". La letteratura deve essere vita inquieta. Quindi si esamina il giallo, come genere, e quello italiano in particolare, ritrovandone le origini ne "Il cappello del prete" di Emilio De Marchi (1888) e ne "La mano tagliata" di Matilde Serao (1912). A seguire, ed è qui che il libro di Fois scende dall'universale al particolare iniziando a trattare singoli autori in ordine sparso, elzeviri, recensioni, introduzioni e brevi commenti su Attilio Veraldi, Fred Vargas, Giancarlo De Cataldo, Edgar Allan Poe, Mario Rigoni Stern, Manuel Vasquez Montalban, Edmondo De Amicis e, in ossequio alle proprie origini, tanti (e interessanti) scrittori sardi, da Grazia Deledda a Gavino Ledda.

martedì 20 dicembre 2016

CHIEDI ALLA POLVERE



CHIEDI ALLA POLVERE
di John Fante
Einaudi
2004, 234 pagine
brossura, 13 euro

Bisognerebbe non fare il confronto fra John Fante e Joh Ernt Steinbeck, nonostante siano tutti e due scrittori americani della stessa generazione (1909 l'anno di nascita del primo, 1902 quello del secondo) e abbiano entrambi raccontato, in romanzi e racconti pubblicati negli anni Trenta e Quaranta di ambientazione californiana ("Chiedi alla polvere" di Fante è del 1939, "Pian della Tortilla" e "Uomini e topi" di Steinbeck sono rispettivamente del '35 e del '37). In tutte queste storie si narra di miseria e di disperazione, di uomini che si arrabattano per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, e dello squallore di una vita condotta in quartieri poveri da cui si possono soltanto sognare case meno fatiscenti in strade riservate a chi è riuscito a riscattarsi socialmente. Però mentre Steinbeck, americano purosangue, è scrittore da Nobel, ebbe una vita agiata e borghese e un'ottima educazione, Fante assomiglia tragicamente al suo alter ego Arturo Bandini, protagonista di molti suoi racconti, scrittore figlio di immigrati italiani stabilitisi a Boulder, nel Colorado. La famiglia Fante era originaria di Torricella Peligna, in provincia di Chieti, mentre quella della madre (il cui cognome era Capoluongo) veniva dalla Basilicata. La vita difficile e turbolenta in condizione di povertà e gli scontri con il padre portano John Fante a decidere di cercare fortuna a Los Angeles, dove spera si poter vivere vendendo racconto alle riviste letterarie (che all'epoca erano molto diffuse) e soggetti per il cinema. La stessa cosa fa Arturo Bandini, che campa mangiando arance (che si possono comprare a dozzine per pochi centesimi) in una squallida camera d'albergo di Bunker Hill di cui stenta a pagare l'affitto ed è sempre sul punto di essere cacciato fuori. Probabilmente Bandini ha quel minimo di talento che gli basta per venire occasionalmente pubblicato, e questo alimenta il suo amor proprio (si crede un grande scrittore) ma quando incassa qualche dollaro sperpera immediatamente ciò che ha guadagnato tornando quasi subito alla vita miserabile di prima, pur guardando con disprezzo i poveracci come lui. Leggendo "Chiedi alla polvere" si resta colpiti e inquietati dalla vita miserevole della Los Angeles durante la Grande Depressione, e questo è uno dei meriti del romanzo, che descrive bene, con efficacia, quel tipo di realtà. Una realtà fatta anche di razzismo nei confronti, per esempio, dei messicani considerati una razza inferiore, al pari di tanti altri stranieri di origine diversa (Bandini ci tiene però a dire che lui, nonostante il nome, è americano del Middle West). Però poi fanno davvero cadere le braccia i pensieri, i discorsi e i comportamenti assurdi, sgradevoli, stupidi, ridicoli di Arturo Bandini, personaggio antipatico quanto pochi altri. A volte si ha la voglia di gettare via il libro esclamando: "ma no! Ma questo è imbecille!". Davvero difficile arrivare in fondo senza detestare l'aspirante scrittore, descritto impietosamente da John Fante come se comunque, identificandosi con lui, volesse dare dell'idiota a se stesso. Per questo non si resta coinvolti nella storia d'amore che si snoda per tutto il libro: quella a senso unico fra Arturo e Camilla Lopez. appunto una messicana (che ama un altro, il barista Sam, da cui è disprezzata per le sue origini). Camilla, tossicodipendente e psicolabile, sì che è un bel personaggio: però quando per due o tre volte si offre di darsi ad Arturo e questi è assolutamente incapace di concludere alcunché,il lettore è tentato di bruciare il libro nel primo caminetto. La storia peraltro ha un non-finale (Camilla scompare e non si sa che fine abbia fatto). L'impotenza sessuale (di chiara origine psicologica) di Bandini si manifesta in un altro paio di occasioni, a testimonianza della sua incapacità di gestire i rapporti con le donne (così come è incapace di gestire il denaro). Più che a Steinbeck, appunto, John Fante si può accostate a Charles Bukowski, che dichiarò di considerarlo "il migliore scrittore che abbia mai letto" e "il narratore più maledetto d'America". Steinbeck, ecco, non era maledetto e nella sua visione delle cose dalla povertà e dall'abbrutimento ci si poteva redimere.

domenica 22 maggio 2016

LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER



LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER
di Björn Larsson
Iperborea
1998, cartonato
500 pagine

Che dire, se non "straordinario"? La recensione potrebbe finire qui, con un invito (nel vostro interesse) a procurarvi il libro e leggerlo prima possibile. Ma, per dovere di curatore di un blog letterario, ecco qualche annotazione in più. Scritta nel 1995 a bordo di una barca a vela (la "Rustica") da un docente universitario svedese (titolare di una cattedra in letteratura francese) che trascorre in mare tutto il tempo che può, "La vera storia del pirata Long John Silver" è una scommessa azzardata perfettamente vinta. 
L'idea che sostiene il romanzo è audace e intrigante: far raccontare in prima persona a Long John Silver la propria vita (in pratica, pubblicare la sua autobiografia) come se il pirata senza una gamba protagonista de "L'isola del tesoro" fosse davvero esistito. Del resto, lo stesso capolavoro di Robert Louis Stevenson è scritto in prima persona da Jim Hawkins, il mozzo dell'"Hispaniola", e dunque Larsson può compiere la stessa operazione facendo redigere a Silver la propria versione dei fatti. In realtà, ciò che è raccontato nel "Treasure Island" viene dato per scontato: Long John narra ciò che accaduto prima e che ciò che accade dopo. 
La difficoltà dell'operazione è duplice. Innanzitutto, bisognava ricostruire dei fatti che non contraddicessero in niente ciò che Stevenson riferisce del pirata. Dunque Silver doveva conoscere il latino e sostenere conversazioni colte, essersi sposato con una donna di colore di nome Dolores, aver perso una gamba, aver militato nelle ciurme di England (pirata realmente esistito) e di Flint (pirata inventato), dimostrarsi un valente marinaio nonostante la menomazione, manifestare talento e carisma da vendere senza essere mai diventato (o non aver mai voluto diventare) un capitano, non essere un ubriacone né uno scialacquatore di ricchezze (caso più unico che raro nella storia della pirateria), saper ingannare e dissimulare con estrema intelligenza, riuscire a manovrare gli uomini, farsi rispettare e incutere terrore ma non risultare un assassino sconsiderato, rispettare un proprio codice, avere il dono di cavarsela sempre e comunque, e via dicendo. In secondo luogo, a quale scrittore non sarebbero tremate le gambe dovendo reggere il confronto con Stevenson, nel maneggiare un personaggio del genere? 
Larsson riesce nell'impresa e ci consegna un Long John Silver memorabile, a cominciare dal linguaggio con cui si esprime: colto e tagliente, lucido e colorito, in grado di trasmetterci l'ansia di libertà, la voglia di vivere e sopravvivere e il leonino impeto di ribellione (contro le autorità e contro Dio) di un pirata consapevole (anche se non da subito, ma dopo un percorso di crescita) del significato delle sue azioni. Abile con la penna e con la spada, in grado di uccidere a mani nude e con l'inganno, assertore dell'uguaglianza degli uomini nel bene e nel male ma pronto a disprezzare moralisti, ottusi e stupidi, coraggioso e astuto in pari grado, Long John Silver è un assassino in grado di sedurci, esattamente come il pirata di Stevenson riesce a farsi perdonare da Jim Hawkins e a colpire al cuore i lettori dell' "Isola del Tesoro". Larsson, inoltre, rende credibile un pirata letterario: dopo aver studiato a fondo la storia della pirateria, imbastisce una trama che permette di avere un quadro coerente ed esaustivo della vita in mare a cavallo tra Seicento e Settecento, sconvolgendoci per le sofferenze degli equipaggi e la facilità con cui centinaia e centinaia di uomini morivano per le tempeste ma anche e soprattutto per le dure condizioni a bordo delle navi, vessati da comandanti crudeli e sottoposti a regole rigide e alla pena di morte per ogni nonnulla. Non c'è da meravigliarsi se in molti, attaccati dai pirati, passavano dalla parte degli assalitori. Pirati che crepavano come mosche a loro volta, in combattimento, impiccati dopo la cattura, per malattia o per il troppo bere (letteralmente affogati nel rum). 
Di ciò che racconta, Larsson sottolinea la verosimiglianza: giri di chiglia, esecuzioni capitali, ammutinamenti, torture, trasporto di schiavi, contrabbando, arruolamenti forzati, c'è di tutto, ed è tutta storia. Non a caso Long John incontra a Londra lo scrittore Daniel Defoe, impegnato a scrivere la sua monumentale "Storia generale dei pirati": è proprio Silver, spiega Larsson, a fornire all'autore di "Robinson Crusoe" le notizie sui "gentiluomini di ventura" a patto di essere lasciato fuori, di non comparire (nella speranza di evitare la forca il più a lungo possibile). Naturalmente viene svelato come Long John ha perso la gamba, perché venga soprannominato "Barbecue", come mai Flint abbia sepolto il suo tesoro (i pirati non erano usi a farlo), e quindi c'è la parte con Silver vecchio ritiratisi in Madagascar, dove però gli inglesi lo vanno a cercare con la tenacia di un branco di cani da caccia. Il finale lascia con il dubbio che Long John se la possa essere cavata ancora un'ultima volta, prendendo per il naso la marina britannica e tutti noi lettori.

venerdì 20 maggio 2016

L’ARPA D’ERBA



L’ARPA D’ERBA
di Truman Capote
Garzanti
Collana Gli Elefanti
1996, brossurato 
140 pagine -  lire 14.000

“Se, uscendo dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto, mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle foglie secche evocando il sospiro di una musica umana di un’arpa di voci”. Comincia così quello che in quarta di copertina viene definito “il capolavoro di Capote”. E con le parole di una delle protagoniste, Dolly, si spiega: “Senti? E’ un’arpa d’erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra storia”. 
E’ un po’ tutto qui il senso del breve romanzo: un labile spunto narrativo serve da cornice perché l’io narrante, il giovane Truman, racconti, saltando da uno all’altro, episodi di vita vissuta in una noiosa cittadina della campagna americana negli anni fra le due guerre. Il romanzo stesso, insomma, è l’arpa d’erba che sa la storia di tutta la gente della collina, e ne narra qualcuna. Orfano di padre e di madre e affidato a due biscugine, vecchie zitelle, Truman vive nella loro casa finché Dolly, una delle sorelle, litiga con l’altra, Verena, e si ritira a vivere, per ripicca, su una vecchia capanna costruita su un albero chissà da chi e chissà quanto tempo prima. Truman la segue con la governante di colore, Catherine. Al terzetto si unisce poi qualcun altro bizzarro individuo, e i rifugiati sull’albero subiscono il ripetuto intervento delle autorità costituite che vogliono farli tornare a casa. Poi Dolly muore di morte naturale e insomma, per Truman i pochi giorni trascorsi nella capanna restano il ricordo di una avventura adolescenziale. Fine della trama. Il resto sono divagazioni, elzeviri ed esercizi di stile. La noiosa cittadina è davvero noiosa.  Capote, secondo la quarta di copertina, racconta “un destino che si compone di mille frammenti: realtà e sogni infantili, pettegolezzi e  crudeltà di paese, grandi amori e tragiche passioni”. I grandi amori e le tragiche passioni in realtà non le ho viste, il resto sì, ma va bene così. E’ insomma uno di quei libri che si leggono, evidentemente, per seguire il fluire della prosa dell’autore, più che perché intrigati dalla trama.

martedì 26 aprile 2016

NON E’ SUCCESSO NIENTE



Tiziano Sclavi
NON E’ SUCCESSO NIENTE
Arnoldo Mondadori Editore
Prima edizione 1998
cartonato - 422 pagine -  lire 32000

La copertina, che vale da sola l’acquisto del libro, è una citazione da Roland Topor. A prima vista sembra solo tutta bianca, poi, guardando meglio, si capisce che riproduce la grafica di un quotidiano. In alto, al posto della testata del giornale, il nome dell’autore. Poi, come un titolo a otto colonne, “Non è successo niente”. Il resto è bianco di conseguenza, come lo sarebbe un quotidiano in un giorno in cui non ci sia niente da raccontare per mancanza di notizie. Sotto la copertina, il più corposo romanzo di Sclavi (il creatore di Dylan Dog), dalle dimensioni quasi kinghiane. Il più scorrevole, il più coinvolgente, il suo migliore. Non si capisce però perché nei risvolti di copertina si parli come se fosse un racconto brillante, divertente, quasi umoristico. Al contrario, è drammatico e disperante. Mette addosso un’angoscia indicibile. L’autore si libera delle proprie nevrosi raccontandole impietosamente, e le trasmette a chi legge. Non c’è niente da ridere. Neppure negli aforismi. “Dio c’è. Adesso si tratta solo di trovarlo e riempirlo di botte” (ma è di Sclavi o è una citazione? La domanda non è balorda): sarebbe un perfetto sottotitolo.  
Scrivere “Non è successo niente” è sicuramente servito all'autore più di una serie di sedute psicanalitiche (quelle che, dopo decenni, oggi in una intervista dice di aver interrotto perché tanto hanno lo stesso effetto degli psicofarmaci, cioè nessuno). Infatti Sclavi, nel suo romanzo, non inventa nulla, o quasi. Parla di sé stesso e di chi gli sta abitualmente vicino, come se fosse sul lettino di Freud, semplicemente cambiando i nomi, e a volte neppure quelli. Mi chiedo anche che effetto faccia la lettura di questo libro a qualcuno che non conosca l’autore, né capisca che dietro a ogni personaggio c’è una persona reale (facile da riconoscere). In questo, “Non è successo niente” rappresenta il seguito perfetto de “Le etichette delle camicie” (o forse il suo inevitabile sviluppo). Come nel romanzo precedente, Sclavi si è sdoppiato in tre (se in tre ci si può sdoppiare, e non solo in due). E’ Tiziano Sclavi, autore del seguito di “Dellamorte Dellamore” inviato in lettura a un altro sé stesso; è lo scrittore Cohan; ma è anche Tommaso Carta, autore di fumetti alcolizzato, caduto in un abisso di disperazione e ormai incapace di scrivere una riga. Tommaso Carta, abbreviato in Tom così come Tiziano, in redazione, era abbreviato in Tiz, era il protagonista de “Le etichette delle camicie” e anche lì faceva l'autore di fumetti, creatore di una serie che vendeva oltre trecentomila copie a numero,  ma caduto in crisi creativa per qualcosa che non va nella sua testa, un disagio esistenziale senza cause precise, dovuto a mille, piccole cose come le etichette delle camicie che pungono sul collo
Sembra che Sclavi abbia voluto intenzionalmente scindere nettamente l'autore di fumetti da quello dei romanzi. In ogni caso Cohan vive sugli allori di passati successi, è vittima di nevrosi, manie, fobie, non lavora, va dall’analista, non vorrebbe mai uscire di casa, convive con una donna più giovane di lui che è la sua ragione di vita ma anche l’oggetto del suo terrore che lei si stanchi e lo lasci. Anche lei, un bel campionario di follie. Sclavi racconta delle proprie manie di autodistruzione, delle sigarette spente sul proprio corpo, dei tentativi di suicidio, delle cure con l’elettroshock. Racconti allucinanti, disperati, sconvolgenti, che non fanno dormire se solo ci si sofferma a pensare. A sostenere la non-trama (del resto, non è successo niente) il “giallo” di Paride, commercialista che trama una truffa miliardaria ai danni di Carta, di Cohan, dell’editore Ravasciò, e di tutti i dipendenti di una (chissà quale) casa editrice. Eccezionali le pagine in cui si racconta della scoperta degli ammanchi e di Paride messo di fronte alle proprie responsabilità, la descrizione delle sue reazioni, del tipo d’uomo. Meno male che alla fine c’è una speranza di redenzione sia per Tom Carta e per Cohan: il primo si libera dall’alcool frequentando gli “Alcolisti Anonimi” (ma che dramma anche quelle riunioni!); il secondo sposa la sua convivente e trova la forza di uscire fuori dalle proprie fobie. Per finire, ci sono da notare gli artifici grafici mediati dal fumetto con cui si esprimono le frasi gridate o pronunciate in un certo modo: maiuscole, neretti, sottolineature. E i neologismi, tutti fantastici, fanno rimpiangere che Sclavi abbia deciso, dopo questo romanzo, di non scrivere (quasi) più.