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lunedì 4 agosto 2025

LA SARDEGNA PREISTORICA

 
 
 

 
Paolo Melis
LA SARDEGNA PREISTORICA
Carlo Delfino Editore
2022, brossura
96 pagine, 10 euro

Durante una vacanza sulle spiagge nei pressi di Oristano, vicino ai resti della città di Tharros (fondata dai Cartaginesi nel VII secolo avanti Cristo), subito dopo una visita al Museo Archeologico di Cagliari, leggo tutto d'un fiato un breve libro sulla Sardegna preistorica, saggio ricco di illustrazioni che ha però l’unico difetto di finire prima di trattare della civiltà nuragica (del resto il titolo non lo prometteva). Quel che ho letto, mi conferma nella convinzione che la Sardegna sia la regione italiana cui più di ogni altra si dovrebbe scavare e indagare archeologicamente, essendo la terra con più misteri e con le più antiche civiltà. Paolo Melis consegna ai suoi lettori un compendio sintetico e divulgativo decisamente ben fatto, nonostante il breve spazio a disposizione. Non manca però una ricca bibliografia per chi volesse approfondire gli argomenti, così come molto utile si rivela il glossario  (da “Absidato” a “Ziggurath”) collocato in appendice. Leggendo apprendiamo come la Sardegna cominci a essere abitata dall’uomo a partire da circa mezzo milione di anni fa, probabilmente da gruppi di Homo Erectus, giunti attraversando il Tirreno grazie a una regressione marina  causata da una glaciazione del Pleistocene Medio, che portò a unire la parte più orientale della Corsica a quelle che adesso sono isole dell’Arcipelago Toscano, all’epoca unite al continente. Una seconda ondata di arrivi avvenne, sempre per un abbassamento del livello del mare, intorno a 165.000 anni fa, e una terza e ultima immigrazione via terra portò gli Homo Sapiens e i Neanderthaliani circa 70.000 anni avanti Cristo. Da quel momento in poi le acque smisero di abbassarsi e rialzarsi, la Sardegna restò circondata dal Mediterraneo e i successivi visitatori vi arrivarono in barca, dato che gli uomini dei Neolitico avevano scoperto la navigazione. Il più antico ritrovamento di resti umani sull’isola risale a 20.000 anni fa, ma numerosi sono i reperti litici o i segni di manipolazione dell’uomo di ossa di animali risalenti a epoche precedenti. La “Venere di Macomer”, raffigurazione della dea madre, è l’unica attestazione di arte paleolitica finora rinvenuta (12.000 anni fa). Paolo Melis elenca tutta una serie di Culture (quella di Bonuighinu, 5000 anni avanti Cristo; quella di Ozieri , 4000 anni, quella di Monte Claro, 3000 anni) caratterizzate dalla produzioni di vasi, punte di frecce, attrezzi, e da un progressivo aumentare delle decorazioni artistiche. Si parla poi delle caratteristiche degli insediamenti, con la forma delle capanne ricostruita grazie alle riproduzioni nelle tombe ipogee (le “domus de janas”), si accenna ai dolmen, ai menhir, alle mura ciclopiche, allo ziggurath di Monte d’Accorddi, chiaramente un luogo sacro, agli scavi di ossidiana, oggetto di commercio con altri popoli. Con l’età del rame si conclude il saggio di Melis, per proseguire la scoperta della storia sarda non resta che cercare notizie su un altro libro che riprenda dove si interrompe questo. Per esempio, potrebbe essere utile un saggio di cui abbiamo già parlato su questo stesso blog: "Sardegna nuragica", di Giovanni Lilliu



venerdì 2 maggio 2025

M. LA FINE E IL PRINCIPIO

 


 
 
Antonio Scurati
M.
LA FINE E IL PRINCIPIO
Bompiani
2025, brossurato
410 pagine, 24 euro

Si conclude con questo quinto volume la sconvolgente biografia di Benito Mussolini narrata da Antonio Scurati (1969) in forma di “romanzo documentario” (la definizione è dell’autore). Sconvolgente perché non si può non rimanere turbati da una narrazione asettica come una autopsia, che suscita sdegno ed emozioni proprio per la sua fredda esposizione di fatti non soltanto reali (alla fine di ogni capitolo c’è un corredo di documenti storici a supporto di quanto appena raccontato), ma anche incredibilmente vicini nel tempo e nell’eredità che hanno lasciato. 
Scurati ha iniziato la sua impresa nel 2018, con il primo volume della pentalogia, intitolato “M. Il figlio del secolo” (Premio Strega 201). Di Mussolini, nel primo tomo, si racconta l’ascesa al potere in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1924, più o meno dalla fondazione dei “Fasci di combattimento” fino all’ omicidio di Giacomo Matteotti. Non è solo del Duce che si parla ma, attraverso di lui, si descrivono le figure di molti altri personaggi: Matteotti, appunto, ma anche Gabriele D’Annunzio, Filippo Turati, Italo Balbo, Amerigo Dùmini, Nicola Bombacci. 
Nel 2020 esce il secondo volume, “M. L’uomo della Provvidenza”, che narra gli avvenimenti dal 1924 al 1932. Vi si racconta il consolidamento del regime attraverso la progressiva soppressione delle più elementari regole democratiche e l’accentramento del potete nelle sole mani del Duce, che arriva a sottrarsi addirittura dal controllo del Partito Fascista, il cui Consiglio diventa un mero esecutore della volontà di autocrate, mentre sotto di lui si assiste a una guerra fra fazioni (Farinacci contro Giampaoli e Belloni, Arnaldo Mussolini contro Achille Starace).
Nel 2022 esce la terza parte della biografia. “M. Gli ultimi giorni dell’Europa” racconta avvenimenti accaduti tra il 3 maggio 1938 (inizio della visita di Adolf Hitler in Italia con il suo arrivo a Roma) e il 10 giugno 1940 (data infausta dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco del nazisti).  Per quanto fosse evidente ciò a cui si andava incontro, così come erano evidenti la follia di Hitler e la perdita di lucidità del Duce, nessuno di coloro che potevano fare qualcosa per evitare l’entrata in guerra, lo fece. Sgomento e incredulità anche di fronte alle ignobili leggi razziali, di fronte alle quali troppi furono complici. Tanti i personaggi sulla scena, da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri privo di spessore, a Claretta Petacci, cresciuta nel mito di Mussolini e divenuta la sua ultima fiamma, dall’ambasciatore a Berlino Bernardo Attolico (a cui si deve uno degli ultimi tentativi di scongiurare in coinvolgimento italiano nel conflitto) a Edda, figlia del Duce, fervente filonazista.
Ed ecco, nel 2024, il quarto volume,“M. L’ora del destino” che racconta gli avvenimenti che vanno dal giugno 1940 al luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo, con l’appoggio del Re, esautora Mussolini e proclama Primo Ministro Pietro Badoglio, il quale, parlando via radio, dichiara: “la guerra continua”. 
Cliccando sui titoli potete leggere le recensioni pubblicate su questo blog.
Le oltre quattrocento pagine di questo  ultimo tomo sono, forse, per quanto strano possa sembrare, le meno potenti, rispetto a quelle dei volumi precedenti, non soltanto perché i fatti (quelli che vanno dall’estate del 1943 al 29 aprile 1945, con dissolvenza su Piazzale Loreto) sono in gran parte molto noti, a differenza di quelli, per esempio, del volume iniziale, ma anche perché manca il protagonista. Mussolini non c’è più, se non in effige. Imprigionato dal nuovo governo italiano (quello di Badoglio), liberato dai tedeschi e praticamente da loro tenuto in ostaggio, il Duce non è più lui. E’ invecchiato di vent’anni, testimonia chi lo vede. E’ depresso, fiacco, impotente. Per quanto gli ultimi fascisti lo incitino a mettersi di nuovo alla loro testa, e magari guidarli nel ridotto della Valtellina, dove in molti reduci delle camicie nere vogliono cercare la “bella morte”, l’uomo temporeggia, non decide, non si scuote, finisce per fare la fine del topo. Molta più tempra sembra avere Claretta Petacci, che lo segue ovunque fino a condividerne il destino. Per quanto Scurati documenti con minuzia evento dopo evento, non ci mostra la fucilazione dei due. Forse perché non è ancora ben chiaro come andò, forse perché bastano i fatti di piazzale Loreto,  riguardo ai quali l’autore non dimostra compiacimento. Utile appendice, la sezione intitolata “Le morti”, in cui si ritrovano i protagonisti di venticinque anni di storia italiana, da Alessandro Pavolini a Margherita Sarfatti (che personaggio, lei), tracciandone il destino. Fulminante la dedica iniziale: “A tutti quelli che ancora credono nella democrazia. Si Preparino a lottare”. E fulminante la frase finale: “Il cadavere tornerà, io tornerò, perché i morti non pesano soltanto, i morti sopravvivono”.



mercoledì 17 agosto 2022

LA IETTATURA

 
 
 

 

Nicola Valletta
LA IETTATURA
Libritalia
Brossurato, 1997
194 pagine, 20.000 lire


Talvolta è divertente indulgere in letture come questa, per il gusto di sentirne delle belle. E davvero gustosa si è rivelata in effetti questa riedizione della “Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura”, di Nicola Valletta (1750-1814), giurista e cattedratico presso la Regia Università degli Studi di Napoli. Per “cicalata” si intende uno sproloquio, una chiacchiera, un discorso senza pretese, ma anche una lezione burlesca su un argomento banale trattato come se fosse serio. Il “fascino” va inteso appunto, come si intendeva una volta, quale “malia”, influsso magico malefico: perfetto sinonimo del più volgare termine “jettatura”. Termine che, nel titolo più sintetico scelto dall’editore Libritalia, viene trasformato in “iettatura”, secondo la grafia moderna. L’interessante prefazione di Alberto Consiglio spiega che il breve saggio di Valletta, composto negli ultimi anni del Settecento, ebbe un grande successo presso il pubblico napoletano ma anche altrove, e arrivò a ispirare Théophile Gautier e Alexandre Dumas. Il primo ne trasse un romanzo intitolato “Jettatura” (1857), il secondo quattro capitoli del suo “Corricolo” (1841), entrambi di diretta derivazione dalla “Cicalata”. Il saggio di Valletta tratta la iettatura come materia serissima, che lo studioso ritiene di dover divulgare in modo discorsivo presso gli increduli e gli scettici. Comincia così: “Abbiate un po’ di pazienza, signori, e non correte troppo in fretta a condannare come sciocco e puerile l’argomento che imprendo sostenere! E trattenetevi dal ridere! Non sarete voi nel numero di quei giudici che decidono le cause secondo l’impulso del momento, senza ascoltare le parti?”. E così si introducono le argomentazioni: non perché l’uomo non arriva a comprendere la jettatura, questa è meno vera; l’idea della iettatura è antichissima e ci credevano greci e romani (segue profluvio di citazioni). Persino alcuni passi di San Paolo sembrano sostenerne l’esistenza, e del resto la quotidianità porta prove inoppugnabili che lo sguardo di taluni possa provocare danni e rovine. Vengono esaminate le differenze tra iettatura “patente” o “occulta” (quando sia ben chiaro chi è lo iettatore oppure non lo sia) e passati in rassegna i metodi per difendersi. Non manca un ricco campionario di aneddoti sulle conseguenze delle occhiate dei propagatori di disgrazie. Alla fine della divertente lettura resta il dubbio se Valletta credesse davvero a ciò che si propone di illustrare, oppure, dato il tono faceto, la sua “cicalata” fosse appunto solo una sorta di arringa burlesca, come “L’elogio della mosca” di Luciano di Samosata.

lunedì 19 luglio 2021

LA COLONIA PERDUTA

 
 
 

Giles Milton

LA COLONIA PERDUTA
Rizzoli
cartonato, 2000
420 pagine


Se la colonizzazione delle Indie Occidentali e la conquista del Messico da parte degli spagnoli, nei decenni successivi la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo sono costellate di figure ed eventi passati allo storia e alla leggenda, di cui si sono molto occupati romanzieri e cineasti, meno noti sono i fatti, per quanto drammatici, legati alle colonie inglesi in America del Nord. Eppure si tratta di vicende appassionanti e talvolta sconvolgenti, che prendono il via dal primo tentativo di insediamento di coloni sull'isola di Roanoke in quella terra che venne chiamata Virginia in onore di Elisabetta I, l'ultima dei Tudor, detta "la regina vergine", in quanto nubile e senza figli. Nel 1536, ancora sotto il regno di Enrico VIII (padre di Elisabetta), un mercante di pelli abituato a navigare tra Londra e le Canarie, Richard Hore, organizzò una spedizione verso le coste settentrionali del continente americano, convinto di potervi installare facilmente un posto di commercio. Il tentativo si rivelò un disastro, con i marinai che, male equipaggiati e senza viveri, e incapaci di procurarsi altrimenti del cibo finirono per darsi al cannibalismo. Tutte le spedizioni successive, per quasi un secolo, dovettero fare i conti con navi non ancora adatte alle traversate oceaniche, con il clima, con i nativi, con la scarsità di viveri in rapporto alle comunità di coloni che si volevano insediare, con gli approvvigionamenti di metalli, sementi, attrezzi, armi che dipendevano dalla madrepatria e non arrivavano mai puntuali. L'avventuriero Sir Hunfrey Gilbert fu il secondo a tentare (nel 1583) la fondazione di una colonia nelle terre non ancora occupate dagli spagnoli (con cui gli inglesi erano in guerra perenne, combattuta o sopita) ma, abilissimo nel trovare finanziatori, non fu altrettanto bravo nel valutare le difficoltà. In effetti i tentativi che si succedettero furono tutti una lenta approssimazione verso migliori organizzazioni successive che facevano tesoro degli insuccessi precedenti, in un susseguirsi di tragedie e di catastrofi. Se, già a Seicento inoltrato, le prime colonie riuscirono ad attecchire, molto si dovette all'instancabile opera di Sir Walter Releigh, favorito dalla regina ma poi inviso al di lei successore Giacomo I di Scozia. Una figura, quella di Releigh, davvero affascinante e sicuramente, per i canoni dell'epoca, illuminata. Lui soprattutto è il protagonista del saggio di Giles Milton. Benché non abbia mai guidato personalmente la colonizzazione sul territorio, la pianificò per anni da Londra, raccogliendo fondi e dando direttive, come quella di instaurare rapporti pacifici con i nativi americani (in questo, venendo spesso disatteso). Scelse collaboratori e capitani, organizzò le spedizioni, riuscì a ottenere finanziamenti privati e la sponsorizzazione della regina (non cui riuscì invece con Giacomo I, il cui nome venne dato a Jamestown nonostante il disinteresse del sovrano). Non si trattava soltanto di sbarcare dei coloni, ma riuscire a rendere stabile e autosufficiente una colonia, impresa tutt'altro che facile, e difenderla dagli attacchi degli indigeni così come dalla caccia degli spagnoli (che la cercavano per distruggerla, ritenendo tutta l'America terra loro). Nel 1584, un nativo americani di nome Manteo, catturato in un viaggio esplorativo, permise agli inglesi di imparare la lingua degli indigeni (e lui si rivelò abile mediatore). Nel 1585 salpò la prima spedizione organizzata da Raleigh, a cui avrebbero seguito numerose altre, ostacolate anche dalla guerra sul mare fra Spagna e Inghilterra. Proprio questa guerra portò al completo abbandono, fra il 1586 e il 1590, dei contatti fra la colonia posta sull'isola di Roanoke e la madre patria: quando gli inglesi tornarono a cercarla, la trovarono completamente abbandonata (da qui, un mistero che ha fornito materiale per romanzi, film e fumetti). In ogni caso, i britannici ci riprovarono, in un susseguirsi di battaglie e barbare uccisioni (anche i nativi fecero la loro parte), di epidemie e naufragi, fino all'episodio di Pocahontas, principessa pellerossa resa celebre dal film della Walt Disney (il suo matrimonio con John Rolfe è del 1614), che Giles Milton racconta nei dettagli (almeno quelli che è possibile ricostruire sulla base dei documenti storici). Il saggio si conclude con l'esecuzione sul patibolo di Walter Raleigh, accusato falsamente di tradimento, da parte di Giacomo I Stuart. Raleigh volle farsi decapitare con la testa voltata verso Ovest, là dove c'erano le sue colonie. Oltre a fare l'accurata cronistoria dei primi tentativi di colonizzazione in terra americana, Milton ben descrive anche la realtà londinese, quella della corte di Elisabetta I e quella dei suburbi trasudanti malattie e miseria in cui la vita era più dura e a rischio di quella nelle colonie

venerdì 14 maggio 2021

L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH

 


 
Fernando Bermejo-Rubio
L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH
Bollati Boringhieri
2021, brossurato
704 pagine, 32 euro
 
Un saggio di spessore, non soltanto per il gran numero di pagine (oltre settecento) ma per documentazione e ponderatezza di analisi. Ogni affermazione è supportata da una nota che rimanda alla fonte, così che duecento sono le pagine destinate alle note in appendice, e più di trenta quelle di bibliografie. Ogni saggio, anche il più divulgativo, dovrebbe avere questo approccio scientifico alla materia trattata. Fernando Bermejo-Rubio, docente di Storia antica all'università di Madrid, esordisce così: "La constatazione che l'approccio verso Gesù di Nazareth come soggetto storico è tuttora pervaso di elementi fittizi, non solo nell'immaginario popolare ma anche in ambito accademico, costituisce il punto di partenza di questo libro", che infatti ha per sottotitolo "storia e finzione", riguardo alla narrazione che ci è stata tramandata. Bermejo-Rubio non dubita che Cristo sia una figura storica, ma constata come la sua memoria sia stata radicalmente trasformata mediante un complesso processo di sedimentazione leggendaria. Comincia perciò a tirare le somme di quanto da molti anni si è andato, fra gli esperti di molte discipline, discutendo su ogni testimonianza, per cercare di distinguere appunto la realtà storica dalla finzione, considerando quanto è stato rielaborato, nel corso dei secoli, in funzione di una esaltazione religiosa i cui fenomeni, anche psicologici, sono ben ricostruibili. Bermejo-Rubio stabilisce in apertura dei rigidi criteri metodologici e si propone di considerare la materia oggetto del suo interesse (la biografia tramandata di un personaggio storico) come materia di studio scientifico al di là delle sovrastrutture religiose, spesso basate su frasi mai dette o su fatti mai verificatisi. Una volta stabilito il poco che si può accettare come storico, lo studioso esamina come sia stato costruito il resto. Ne risulta la figura carismatica di un ebreo millenarista, a capo di un movimento nazionalista come altri nel suo tempo (Teuda, Giuda il Galileo, Gesù ben Anania, Giovanni Battista), crocifisso dai romani quale ribelle. Successivamente, un processo di destoricizzazione, depoliticizzazione, degiudaizzazione, divinizzazione, singolarizzazione, universalizzazione ha rimosso tutto ciò che lo legava al suo tempo e alle sue radici. Fonti, contraddizioni, filologia dei testi, testimonianze, manomissioni, tutto viene passato al setaccio. La lettura resta comunque alla portata anche dei non specialisti

lunedì 16 novembre 2020

ZOMBIE WALK




Gianmaria Contro
ZOMBIE WALK
Odoya
brossurato, 2018
300 pagine, 18 euro


Se chiedete a Gianmaria Contro, tanto esperto di zombi da aver scritto questo saggio, un parere su "The walking dead", vi risponderà che si tratta di un epifenomeno. Vale a dire, più o meno, una manifestazione accessoria, che nulla aggiunge al fenomeno di cui si parla. In effetti, la serie TV si limita (pur nella complessità dei suoi intrecci) a riproporre la figura dello zombi della tradizione romeriana, accettandola senza modificarla. Ma il mito dei morti redivivi e assassini ha radici antiche, sia nelle leggende e nelle tradizioni dell'antichità, sia nelle credenze religiose di epoca medievale e moderna (al punto che perfino le figure di alcuni santi potrebbero esservi paragonate), sia nella letteratura e nelle arti figurative, fino ad arrivare al cinema. Riguardo alla filmografia zombesca, Contro premette subito la sua intenzione di non fornire una schedatura di film, tentando di farne un elenco completo cosa che si può rintracciare in centinaia (se non migliaia) di saggi e siti dedicati. Tuttavia fornisce numerose indicazioni. Per esempio, scopriamo che alla base della moderna concezione degli zombi c'è un libro del 1929, scritto da William Bueller Seabrook, intitolato "The Magic Island" e dedicato al voodoo haitiano. Non a caso anche una storia di Mister No ambientata ad Haiti ha per titolo "L'isola della magia", aggiungo io, notando che lo sceneggiatore di quel fumetto, Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) aveva già dimostrato di conoscere a fondo l'argomento nell'albo di Zagor "Zombi!", avendo molto probabilmente letto il saggio di Seabrook (lo dimostrerebbe anche il fatto che il capitano della nave che trasporta lo Spirito con la Scure nelle Antille si chiama appunto Seabrook). "The Magic Island" racconta della tradizione haitiana secondo la quale i sacerdoti del voodoo sarebbero in grado di risvegliare i morti e usarli come schiavi al loro servizio: gli zombi, appunto.C'è chi ritiene che si tratti di finte morti, in realtà, e quindi di finti risvegli, ottenuti grazie all'uso di droghe (come certe tossine estratte dai pesci palla). Il saggio di Seabrook ispira comunque un film, "White Zombie", del 1932, interpretato da Bela Lugosi (celebre vampiro dello schermo, e anche nel caso dei vampiri si parla di non-morti, per combinazione). Da qui in poi, gli zombi cominciano a imperversare, fino a George Romero che li rende come noi siamo abituati a riconoscerli. Gianmaria Contro, però, spazia attraverso tutte le forme e le manifestazioni del mito, con voli pindarici e caleidoscopici attraverso i secoli, le latitudini, i media, i folklori. E ci racconta anche gustosi aneddoti, come quello del crollo di una piattaforma durante le riprese di un film, con i soccorritori che non erano in grado di riconoscere i veri feriti tra i figuranti truccati da zombi che ne furono travolti.

sabato 4 maggio 2019

DIECI MILIARDI







Stephen Emmott 
DIECI MILIARDI
 Feltrinelli
2013, 210 pagine

brossurato, 16 euro

"Diecimila anni fa la Terra ospitava un milione di uomini. Nel 1800, un miliardo. Nel 1960, tre miliardi. Alla fine di questo secolo, supereremo i dieci miliardi. Quello che penso è che siamo fottuti". Questo, in sintesi (la citazione è un mio montaggio di frasi dell'autore), il succo del libro. La cui lettura è assolutamente angosciante, com'è ovvio. Tanto per dare un'idea ecco come si conclude: "Ho chiesto a uno dei più razionali, brillanti scienziati che conosco: se esistesse una singola cosa che tu potessi fare riguardo alla situazione che abbiamo di fronte, che cosa faresti? La sua risposta? Insegnerei a mio figlio a sparare". Poche pagine prima, si può leggere: "Se l'attuale tasso di riproduzione dovesse mantenersi costante, entro la fine di questo secolo non saremo dieci miliardi. Saremo ventotto miliardi". Il dato dei dieci è stato previsto ottimisticamente ipotizzando un calo della crescita. Nel 2012, Stephen Emmott che insegna Scienze Computazionali all'Univesità di Oxford, ha trasformato le sue idee riguardo la sovrappopolazione in un monologo teatrale messo in scena a Londra, che ha avuto un enorme successo. Il testo, intitolato "10 Billions", è poi divenuto il libro pubblicato in Italia da Feltrinelli. Va detto che, trattandosi di un lavoro non solo divulgativo, ma anche destinato a venire recitato a voce, non è un saggio scientifico vero e proprio (con riferimenti ad altri saggi o alle fonti esatte delle informazioni), ma di una coinvolgente sequenza di frasi a effetto. Il desiderio sarebbe appunto quello di poter leggere invece un testo più argomentato, che approfondisca meglio l'argomento, senza dubbio interessante (anche Dan Brown ha incentrato il suo "Inferno" su questo tema, il che vuol dire che la questione è in grado di catalizzare l'attenzione). Tra i vari spunti offerti da Emmott alla nostra riflessione, alcuni riguardano il livello di inquinamento, altri i cambiamenti climatici, altri il depauperamento delle risorse, altri il problema delle fonti di energia o dello sfruttamento del suolo, per arrivare all'estinzione delle specie private degli habitat sottratte loro dagli uomini o alle guerre per l'acqua o per il cibo che si prevedono per il prossimo futuro. Di solito io sono un ecologista scettico, per cui gli allarmismi mi lasciano sempre perplesso: credo che i progressi della scienza o il mutare delle condizioni invalidino la maggior parte delle teorie catastrofiste (il "Medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca, per dirne una, è stato rimandato a data da destinarsi). Tuttavia, la sovrappopolazione è qualcosa che mi ha sempre spaventato. E' uno dei motivi per cui mi sembrerà giusto togliermi dai piedi al momento opportuno.