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giovedì 6 novembre 2025

UFO 78

 



Wu Ming
UFO 78
Einaudi
2022, brossurato
520 pagine, 21 euro

La prima volta che mi imbattei nei Wu Ming si firmavano ancora Luther Blissett, era il 1999 e si trattava di un romanzo storico ambientato nel Cinquecento (il più affascinane dei secoli dell’epoca moderna) e intitolato enigmaticamente “Q”. Lo pseudonimo celava (senza nasconderlo) un gruppo di scrittori bolognesi, che nel corso degli anni hanno variato di numero, tra i cinque e i tre. Dal 2000 il collettivo ha cominciato a chiamarsi Wu Ming, che in cinese significa “senza nome”, anche se in realtà visitando il loro sito, o partecipando agli eventi promossi dal team, si risale facilmente all’identità dei tre (o dei quattro, o dei cinque). Leggere “UFO 78”, per me che sono nato nel 1962, è stato come fare un viaggio nel tempo fino alla mia adolescenza. C’è davvero l’intera realtà che avevo attorno negli anni del Liceo: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo di destra e di sinistra, la lotta per il diritto all’aborto, l’affrancamento femminile e la liberazione sessuale, la politica impregnante tutti gli aspetti della società, la droga e le prime comunità di recupero, le comuni, le avanguardie musicali, Sciascia e Pasolini. Il tutto narrato come visto e vissuto dall’interno di quel mondo agitato di cui facevamo parte inconsapevolmente, senza renderci conto che i nostri giorni sarebbero diventati Storia e che li avremmo rimpianti. Ma nel cielo sopra di noi, metafora perfetta di un sogno, una speranza, una paura, un pullulare di astronavi aliene, avvistate dovunque, soprattutto dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il film di Steven Spielberg uscito nel 1977. Nel 1978 ci fu un “flap”, ovvero un picco di segnalazioni in ogni parte d’Italia, suscitando l’ imperversare di gruppi di ufologi, taluni di impostazione politica, altri mistica, altri scettica. Protagonista del romanzo dei Wu Ming è Gianmaria Zanchini, in arte Martin Zanka, scrittore di successo e autore di libri di paleoastronautica, la pseudoscienza che cerca di dimostrare contatti fra gli extraterrestri e l’umanità dei primordi: una chiara controfigura di Pier Domenico Colosimo, alias Peter Kolosimo (1922-1984), che infatti è il primo nome nel lungo elenco delle persone ringraziate (“perché senza di lui questo romanzo non sarebbe stato immaginato”).  La narrazione prende infatti le mosse dalla misteriosa scomparsa di Jacopo e Margherita, una coppia di due giovani scout, avvenuta nel 1976 sul monte Quarzerone, un massiccio di fantasia ma collocato idealmente in Lunigiana. Le ricerche durano settimane, mesi, ma sono senza frutto. Dato che sulla montagna si sentono speso boati, si avvistano luci, c’è addirittura chi dice di essere entrato in contatto diretto con gli extraterrestri, gli ufologi ipotizzano una “abduction” aliena. Zanka si convince di dover indagare per contribuire alla ricerca della verità, e intende dedicare il suo nuovo libro al caso degli scout svaniti nel nulla. Le sue indagini si intrecciano con le vicende di suo figlio Vincenzo, eroinomane; di Milena Cravero, antropologa incuriosita dalle dinamiche interne ai gruppi di ufologi; del forestale Elio Giornara, detto Gheppi; di Jimmy, gestore di un negozio di dischi; di Orsola, fondatrice della comune “Thanur”; di Giorgio Capoferri, nostalgico fascista. Un microcosmo di personaggi che danno vita a una storia avvincente, ben documentata, piena di citazioni che vanno dallo Zecchino d’Oro ai volantini delle Brigate Rosse.


domenica 10 novembre 2024

CHI DICE E CHI TACE

 

 
Chiara Valerio
CHI DICE E CHI TACE
Sellerio
2024, brossurato
288 pagine, 15 euro

Finalista nell’edizione 2024 del Premio Strega (leggo che c’è chi sostiene anche che meritasse di vincerlo, e può essere), “Chi dice e chi tace” sembra un giallo ma non lo è – non traggano in inganno la copertina e la somiglianza di grafica e di formato con i polizieschi di Manzini. Tuttavia il romanzo comincia con una morte misteriosa (che sembra un incidente ma nasconde una verità celata dalle apparenze), si snoda seguendo il corso di un’indagine (condotta non dai carabinieri o dalla Polizia, ma da un’amica della vittima), si conclude con una soluzione convincente. Tuttavia, al di là della “forma” da inchiesta su un fatto di cronaca di provincia, il racconto è un intrigante svelamento della figura enigmatica della vera protagonista, che spicca per la sua assenza: la donna trovata morta annegata nella vasca da bagno di casa sua, Vittoria Basile. E, attraverso lei, o meglio, attraverso ciò che di lei si dice e si tace, il rivelarsi di desideri segreti, verità nascoste, ambiguità e comportamenti difficili da decifrare, all’interno della piccola comunità di Scauri, ultimo paese della costa laziale prima che cominci la Campania. A Scauri è nata, nel 1978, Chiara Valerio, l’autrice, che oltre a scrivere si occupa di matematica. “Chi dice e chi tace” è ambientato, nell’ultimo scorcio del secolo scorso: Vittoria Basile, donna volitiva e seducente, in grado di farsi amare ed accogliere nonostante l’anticonformismo delle sue scelte, giunge nella piccola località di mare lasciando la metropoli, Roma, dove ha abitato per quarant’anni. E’ in compagnia di Mara, una ragazza molto più giovane, che vive con lei senza che nessuno sappia dire che tipo di rapporto le leghi. Vittoria non sembra avere problemi economici, ma non vive di rendita: apre una pensione per animali, inizia a collaborare come erborista con la farmacia locale. Lea Russo, avvocatessa di provincia, comincia a frequentarla, sentendosene attratta, le diventa amica, ma solo fino a un certo punto perché Vittoria, per quanto affascinante e capace di relazionarsi con chiunque, in realtà non scopre mai davvero le sue carte. Nessuno può dire di sapere chi davvero sia, tutti sanno soltanto quello che lei vuole che si sappia. Lea si rende conto di non avere neppure mai saputo il cognome della donna. Con la sua morte, però, le cose cambiano: Lea scopre che Vittoria è sposata con un avvocato romano, che ha un passato da valente medico, che ha lasciato il marito e la vita di società di cui era protagonista il giorno dopo aver conosciuto Mara. Il testamento, affidato alla Russo, chiama in causa un’altra donna, Rebecca, che aiuta Lea a risolvere il caso, aprendole gli occhi su un mondo più complicato e indecifrabile di quanto le apparenze sembrano rivelare, e anche su se stessa, sulle proprie pulsioni, sulla propria identità. La libertà di una donna emancipata e sessualmente disinibita come Vittoria riesce (per quanto non sembri possibile, o perlomeno facile) a superare le barriere del moralismo di provincia e, almeno secondo quanto suggerisce la Valerio, persino a Scauri negli anni Settanta una convivenza lesbica può essere accettata se chi la vive dimostra di saper prendere la propria esistenza tra le mani e scegliere di dire e tacere ciò che vuole.


sabato 19 ottobre 2024

AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI

 

 
Edmondo De Amicis
AMORE E GINNASTICA E ALTRI RACCONTI
Rizzoli
1986, brossurato
250 pagine, 8000 lire

E’ un peccato che il successo entusiasmante, plurigenerazionale e internazionale di “Cuore” (o meglio, del “libro Cuore”, come è stato, chissà perché, sempre chiamato), pubblicato nel 1886, abbia lasciato in ombra le altre opere di Edmondo De Amicis (1846-1908). Ligure (di Oneglia, in provincia di Imperia), di ideali socialisti (di quel socialismo patriottico e votato all’impegno civile post risorgimentale), combattente nella Terza Guerra d’Indipendenza, fu autore di reportage di viaggi, giornalista brillante, acuto testimone della sua epoca, prosatore gradevole e divertente, scrittore efficace e pertanto di valore. Non fu mai, per quel che ne se dice, uno a cui il successo diede alla testa. In vecchiaia, si raccontava così: “Io non sono che un giornalista, uno che annota la vita d’ogni giorno, e sceglie in essa quel che più d’esemplare vi accade. Certe volte mi piace divertire i miei lettori, ma per consolarli. Non ho altra ambizione”. Spesso, limitandosi a “Cuore”, si è criticato il suo indulgere sulla sfortuna, le malattie, la povertà, le disgrazie che affliggono i protagonisti dei suoi racconti per accattivarsi l'emotività dei lettori (“il povero gobbino”, il bambino “con il braccio morto”, quello che si trascina per tutto il libro sulle stampelle o l’altro con il labbro leporino). Si sono fatti studi che dimostrano però come davvero, in quegli anni, gli infortuni e la miseria fossero la quotidianità, ma resta il fatto che De Amicis si servì delle pagine strappalacrime del suo libro più noto per denunciare drammi e ingiustizie sociali, per parlare di emigrazione, di sanità, dei problemi delle classi più umili e più deboli. Ma non sempre De Amicis si serve dello stesso registro, e lo dimostrano i quattro testi scelti da Giorgio de Rienzo per questa deliziosa antologia, che contiene un romanzo breve, “Amore e ginnastica”, un racconto lungo, “La maestrina degli operai”, e due “ritratti”, divertenti al punto da risultare esilaranti, uno dedicato a un libraio vessato dai ragazzini suoi clienti lungo la strada verso la scuola e l’altro a un pedante professore con il quale non c’è modo di parlare senza venire corretti su ogni frase che si pronunci. Quella di “Amore e ginnastica” è una storia deliziosa e a tratti maliziosa, come da De Amicis non ci si aspetterebbe. Racconta la trasformazione operata dall’innamoramento del rigido segretario Celzani (ex seminarista, soprannominato per questo “don Celzani”) nei confronti della maestra Pedani, insegnante di ginnastica e inquilina del suo stesso casamento. Casamento abitato da una nutrita schiera di pettegoli, tutti ben caratterizzati, che malignano e sghignazzano sulle stramberie che l’inappuntabile Celzani comincia a fare, da autentico imbranato, per dichiarare il suo amore alla maestrina, che non sembra degnarlo della minima considerazione, se non quella del “buongiorno” e “buonasera”. Il moralismo e il perbenismo della società sabauda vengono argutamente presi in giro. Non dirò quale sia il finale dei maneggi del “don”, ma non si resta delusi. Una certa malizia nel descrivere il turbamento della maestra Varetti si può notare anche ne “La maestrina degli operai”, che racconta le inquietudini di una giovane insegnante assegnata suo malgrado a una scuola serale frequentata da studenti lavoratori di vario genere e di varie età, ma certo non ragazzini rispettosi come quelli a cui aveva insegnato fino a quel momento. La Varetti si sente addosso gli sguardi di uomini scafati che la spogliano con gli occhi, al punto che lei giunge a far lezione abbottonata dal collo alle caviglie. Uno degli operai, il Muroni, dapprima gradasso, giunge poi a farle provare un qualche brivido perché il suo comportamento si trasforma progressivamente in un corteggiamento che sembra sincero. Qui, però, non c’è il tono da commedia di “Amore e ginnastica”, predomina l’attenzione alle relazioni fra le classi sociali. Un entrambi i racconti le donne sono protagoniste, e già si intravede l’emancipazione femminile di cui il De Amicis si fa propugnatore, nei modi e nei limiti dell’epoca in cui visse. Di "Amore e ginnastica" esiste una versione cinematografica diretta nel 1973 da Luigi Filippo d'Amico, con Senta Berger e Lino Capolicchio.



venerdì 8 marzo 2024

TODO MODO


 
 
Leonardo Sciascia
TODO MODO
Adelphi
brossurato, 2003
124 pagine, 10.45 euro


Credo sia impossibile recensire efficacemente “Todo modo” di Leonardo Sciascia (senza pretendere che queste mie brevi annotazioni si possano dire a pieno titolo recensioni e men che mai efficaci) evitando di accennare al finale e dunque di svelarlo facendo quel che si suole dire “dello spoiler”, peccato tanto più grave quando si tratta di un giallo. Tuttavia, è sommamente vero che il romanzo non si esaurisce nel suo risvolto poliziesco, e forse (anzi, sicuramente) questo aspetto è ciò che meno importa all’autore. Quindi, il fatto di conoscere come va (o non va) a finire non dovrebbe scoraggiare nessun lettore, di certo in grado di apprezzare comunque tutto il resto. Dunque, mettiamoci d’accordo: questa arzigogolata premessa valga come avviso contro lo spoiler: qui di seguito rivelerò il nome dell’assassino (e cercherò di spiegare perché non possa fare a meno di argomentarci sopra). 
Cominciamo dall’autore e dal titolo. Leonardo Sciascia (1921-1989) intitolò così il suo quinto romanzo, ambientato negli anni Settanta e uscito nel 1974 (il primo, “Il giorno della civetta”, è del 1961) utilizzando l’inizio di una citazione dagli “Esercizi spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti: "todo modo para buscar la voluntad divina" cioè "ogni mezzo per cercare la volontà divina". Degli insoliti “esercizi spirituali” che coinvolgono amministratori, notabili e uomini d’affari, sotto la guida dell’ineffabile don Gaetano (vero protagonista del racconto) fanno per l'appunto da sfondo all’intero romanzo, a significare evidentemente la commistione tra la Chiesa e la politica. Il punto di vista laico e non compromesso, quello di Sciascia parrebbe di poter dire, è rappresentato dall’io narrante, di cui si sa soltanto che è un famoso pittore, uomo curioso oltre che di cultura, attento osservatore della realtà come si richiede appunto da chi faccia il suo mestiere. 
Lo scenario è quello di un moderno albergo costruito inglobando un antico romitorio, l’Eremo di Zafer (sulla cui ubicazione non ci sono indizi). Qualcuno fra i commentatori ha notato che negli anni Sessanta e Settanta a Zafferana Etnea si ritiravano periodicamente in ritiro, per così dire, spirituale i maggiorenti della Democrazia Cristiana. Lecito dunque ipotizzare un riferimento con gli “esercizi spirituali” di una settimana organizzati ogni anno da don Gaetano, costruttore dell’albergo (e di altre strutture simili, a dimostrazione della sua abilità nell’avere le mani in pasta e nel saper gestire gli affari mondani oltre quelli religiosi). Invitati a prendervi parte sono un gruppo di esponenti dei potentati, ministri e cardinali e via via scendendo fino a direttori di banca, avvocati e imprenditori. Per alcuni di loro, non si sa chi, è l’occasione per far alloggiare nell’hotel anche le amanti (e infatti il pittore nota cinque donne sole, dall’espetto provocante e appariscente, che già alloggiano nell’Eremo di Zafer prima ancora che arrivino gli ospiti, e si tratta di persone non registrate alla reception: don Gaetano chiude un occhio). Per tutti, la settimana serve a concordare affari, spartirsi mazzette, chiedere e scambiare favori. Il pittore finisce per caso nell’albergo: cerca un luogo per sostare una notte durante un viaggio, viene a sapere del raduno che sta per aver luogo e, incuriosito, chiede a don Gaetano di potersi trattenere qualche giorno in più nonostante la struttura non sia, per la settimana degli “esercizi”, aperta al pubblico. Le conversazioni fra il celebre artista e il prete, che dietro l’aspetto dimesso cela una cultura in grado di rivaleggiare con quella di dotti e porporati, sono affascinanti e inquietanti al tempo stesso, come gli occhiali pince nez che il religioso porta sul naso, identici a quelli indossati dal demonio in un antico dipinto custodito nel suo studio. Il romanzo si tinge di giallo allorché in una breve successione di pochi giorni vengono commessi due omicidi tra gli ospiti dell’hotel, e il procuratore Scalambri impedisce a chiunque di allontanarsi, dimostrandoti comunque soltanto in grado di scoprire, grazie a un Commissario che lo assiste, un giro di mazzette che la prima vittima, il senatore Michelozzi, stava distribuendo a tutti gli altri del gruppo. Nessun progresso invece sull’identità dell’assassino. Il pittore si rivela indagatore ben più dotato ma nulla rivela al lettore, se non che ha capito tutto in seguito a certi sopralluoghi alla ricerca di prove. Quali siano queste prove, però, non lo si sa. Anche se, a dire il vero, non mancano le allusioni. Il romanzo si conclude, in pratica, con un terzo omicidio: quello di don Gaetano. Un vero colpo di scena! Peccato che la soluzione del giallo, con la ricostruzione dei fatti e dei moventi, e la rivelazione del nome dell’assassino, o degli assassini, non ci sia. Qualcuno ha ipotizzato che l’io narrante sia il colpevole almeno dell’uccisione di don Gaetano, e appunto i suoi non detti, simili a quelli di Agatha Christie ne “L’assassinio di Roger Ackroyd”, nascondano le sue effettive mosse. In effetti il pittore, in una frase sibilliana che sembra detta per scherzo, dice di essere per l'apputo lui l'assassino. Io sono di parere diverso, ed ecco cosa ho annotato nel mio diario (da buon grafomane, ne tengo uno): «Finisco di leggere “Todo modo”, restando molto perplesso. Scrittura magnifica, personaggi interessanti, trama che invoglia a proseguire nella lettura, poi improvvisamente un finale aperto in cui tre delitti restano senza spiegazione e si dice espressamente che l’assassino non si troverà mai. Naturalmente capisco che a Sciascia interessi di più, o solamente, alludere al malaffare, ai delitti e agli intrighi del sottobosco della politica (ben rappresentati dal gran burattinaio don Gaetano, prete misterioso e affascinante nella sua ambiguità), di cui non si riesce mai a venire a capo, ma un giallo senza colpevole grida vendetta al cospetto di Dio. Secondo me, l’assassino è lo stesso don Gaetano che da ultimo si è suicidato, vistosi sul punto di venire coinvolto nello scandalo delle mazzette scoperto nel corso del romanzo. Del resto una pistola viene trovata accanto al suo cadavere, a poca distanza dalla sua mano (per di più, una pistola da tutti ricercata dopo il primo delitto, e misteriosamente scomparsa: adesso invece non è stata nascosta). L'ipotesi del suicidio viene fatta ma subigto scartata ma apparentemente soltanto perché non si infaghi il buon nme di don Gaetano o perché non si può ritenere un uomo di tanto spessore capace di una bassezza, ma il titolo del romanzo è "todo modo", "con ogni mezzo", anche quelli più estremi, e che c'è di più estremo del suicidio?». Sciascia comunque mette in bocca ai suoi personaggi due affermazioni: che la verità con sarà mai scoperta, ma anche che, come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede.

venerdì 16 febbraio 2024

CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE

 


Marco De Angelis
CRONACHE DEL MONDO PRIMA DELLA RISOLUZIONE
Sbam!
brossurato, 2023
210 pagine, 20 euro


“Reperti satirici sulla fine dell’umanità”, recita il sottotitolo, poco sopra l’illustrazione di copertina che mostra un robot scaldarsi bruciando libri in uno scenario da dopobomba. La cover non soltanto rende ragione dei contenuti interni ma ben spiega quale sia la portentosa magia di quegli umoristi che con la forza di una vignetta, senza bisogno di parole, comunicano un messaggio di portata planetaria, persino impossibile da spiegare nello spazio di un articolo di giornale o, talvolta, addirittura in quello di un libro. Il linguaggio dell’illustrazione satirica parla tutte le lingue, ed è per questo che lo possono comprendere anche gli illetterati senza bisogno di mediazione e fa paura ai censori, ai tiranni, ai terroristi. Marco De Angelis (Roma, 1955) è un mostro di bravura, persino più noto all’estero che in Italia, ed ha pubblicato su circa 200 testate ricevendo oltre 150 riconoscimenti internazionali. Per il suo tratto grafico lo si potrebbe paragonare a Quino. Sbam! Raccoglie duecento suoi lavori a colori in una sorta di “best of” suddiviso per temi: la guerra, l’ambiente, la tecnologia, la libertà, i migranti, il rapporto uomo-donna, il consumismo, la società. La riflessione di De Angelis non è mai faziosa e violenta, ma colpisce nel segno: si sorride amaramente e di solito si annuisce in silenzio. Due i testi a commento: l’introduzione di Thierry Vissol (direttore del Centro “Librexpression, del cui consiglio scientifico De Angelis fa parte) e una postfazione di Luigi F. Bona (direttore del Museo del Fumetto di Milano).

sabato 9 dicembre 2023

DISEGNI E PAROLE PER ESSERE LIBERI

 

Autori Vari
DISEGNI E PAROLE PER ESSERE LIBERI
Allagalla
Seconda Edizione
Cartonato, 2023
126 pagine, 25 euro


“Grazie ai tanti scrittori e disegnatori che hanno dato il loro contributo a questa iniziativa, che giunge in meno di un anno alla sua seconda edizione, con altri venticinque artisti che si sono accostati con sensibilità e un sorriso – a volte triste, a volte no – al tema della libertà di scelta sul fine vita. Di fronte all’ottusità del potere anche la fantasia è un’arma. L’incursione del fumetto nel frasario denso della bioetica, fa respirare una boccata d’aria fresca e tonificante nel corso di un cammino che non è concluso per poter tutti vivere liberi fino alla fine”.
Questo testo che compare in quarta di copertina spiega il senso sella pubblicazione del volume, i cui autori hanno tutti rinunciato alle proprie royalties e la cui Casa editrice devolve l’intero utile all’Associazione Luca Coscioni - che si batte da anni per giungere anche in Italia a una legge che garantisca il diritto, in certe condizioni, all’eutanasia, al suicidio assistito, alla rinuncia all’accanimento terapeutico, nel rispetto della libertà di scelta. Perché poi di libertà si tratta: non si impongono ad altri comportamenti diversi. Viceversa, chi si oppone pretende di negare i diritti altrui.
Roberto Guarino, curatore del volume, ha chiesto a un centinaio tra sceneggiatori e disegnatori di fumetti di esprimere con un testo scritto o una tavola illustrata il loro sostegno alla battaglia sul fine vita. La partecipazione è stata convinta e ispirata. Sfogliando le pagine ci si imbatte in un racconto di Paola Barbato e in una illustrazione di Giovanni Freghieri, poi in un fulminate testo di Tiziano Sclavi e in una vignetta di Sergio Staino. Non mancano personaggi a fumetti che si espongono in prima persona, come Martin Mystère, Diabolik o Cattivik (grazie alle tavole di Alessandrini, Palumbo e Bonfatti). Ma l’elenco degli artisti coinvolti è lungo e sorprendete. Solo per citare alcuni nomi: Silver, Alfredo Castelli, Claudio Nizzi, Roberto Recchioni, Paolo BacilieriAndrea Venturi, Emanuele Taglietti, Gianfranco Manfredi, Carlo Ambrosini, Bruno Bozzetto, Matteo Bussola, Luca Enoch, Onofrio Catacchio, Corrado Mastantuono, Silvia Ziche, Alfredo Castelli, Sergio Gerasi, Michele Benevento, Massimo Rotundo, Angelo Stano, Danilo Maramotti. Segnalo anche alcuni zagoriani: Joevito Nuccio, Val Romeo, Anna Lazzarini, Fabrizio Russo, Giuliano Piccininno, Stefano Voltolini, Giorgio Sommacal. Mi scuseranno i tanti esclusi dall’elenco, che completo sarebbe stato troppo lungo.
Anch’io ho dato il mio contributo: il volume contiene un epigramma e una scelta di aforismi sul tema del fine vita, più una vignetta scritta per James Hogg che l’ha disegnata.

Gi aforismi sono questi:

L’idea di poter scegliere l’eutanasia mi piace da morire.

L'eutanasia è quella cosa che mi fa desiderare di essere trattato come un cane.

L'unica legge davvero importante su cui conto di basare la mia serenità futura, è quella sull'eutanasia.

Il vero problema del suicidio assistito in Svizzera è che per il candidato non è facile trovare un mutuo per affrontare le spese.

Non capirò mai perché qualcuno che non lo farebbe per sé (e va bene) debba voler impedire la fecondazione o il suicidio assistiti ad altri.

L’epigramma, tratto dall’antologia “Versacci”, è questo:

L’ultimo abbraccio

Al nostro cane che amiamo
un ultimo abbraccio cingendo
pietosa una morte gli offriamo
lasciando che vada dormendo.
Se all’ultimo del tempo mio
nessuna speranza rimane,
allora lo chiedo anche io:
trattatemi al pari di un cane.

sabato 7 ottobre 2023

IL GIORNO DELLA CIVETTA

 
 

 
 
 
Leonardo Sciascia
IL GIORNO DELLA CIVETTA
Adelphi
brossurato, 2002
137 pagine, 9,50 euro


Scritto da Leonardo Sciascia nel 1960 e pubblicato da Einaudi nel 1961, “Il giorno della civetta” è considerato il primo grande romanzo che racconta la mafia. In quegli anni, gran parte della politica e dell’informazione della mafia negava addirittura l’esistenza. In una nota, l’autore spiega che i fatti da lui narrati sono inventati “per esempio” ma che ce n’è uno vero, raccontato tale e quale a come è avvenuto: c’è infatti una scena ambientata nell’aula di Montecitorio in cui un viceministro, chiamato a rispondere a una interrogazione parlamentare circa l’ordine pubblico in Sicilia, replica sostenendo che i fatti di sangue che vi avvengono sono da attribuirsi alla criminalità comune, dato che dell’esistenza di una ramificata organizzazione mafiosa si favoleggia soltanto. Scrive Sciascia: «sulla mafia esistevano degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia di un autore siciliano che era un'apologia della mafia e nessuno che avesse messo l'accento su questo problema in un'opera narrativa di largo consumo». Ci voleva dunque che la letteratura facesse violenza all’omertà politica mostrando la civetta, animale notturno, ormai abituato a palesarsi anche di giorno (la citazione da cui nasce è il titolo è shakespeariana). Non solo Sciascia descrive dunque la Sicilia così com’è (nel bene e nel male) ma prevede l’infiltrazione mafiosa in tutto il territorio nazionale. Nel finale del racconto, uno dei personaggi dice infatti: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma… io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato. E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma». Come accade anche in “A ciascuno il suo”, di cui ci siamo occupati in questo spazio, il racconto potrebbe considerarsi un giallo: ci sono degli omicidi (ben tre), vengono svolte le indagini del caso, manca però il lieto fine. Il protagonista è il capitano Bellodi, un ufficiale dei Carabinieri di origini emiliane, convinto di poter condurre le sue inchieste con le stesse modalità in cui si svolgono a Parma, dov’è nato. E dimostra, nell’interrogare testimoni e sospetti con modi gentili che nascondono una grande finezza psicologica, un eccezionale acume. Collega tra loro i tre casi delle morti di Salvatore Colasberna, un imprenditore, di Paolo Nicolosi, un potatore testimone del delitto e di Calogero Dibella, informatore degli uomini della legge. Individua il sicario del rimo omicidio, il suo mandante che fa tacere il testimone, e il boss sopra di loro a cui si deve l’ordine di punire Dibella, don Mariano. Far confessare e arrestare i primi due gli è, per così dire, facile, ma quando tenta di mettere le mani su don Mariano, lo stesso maresciallo Ferlisi che gli fa da assistente si mette in mezzo con inaudita veemenza. Bastano pochi giorni di congedo in cui Bellodi fa ritorno a Parma per vedersi smontare tutta l’inchiesta con alibi costruiti a regola d’arte e ritrattazioni di testimonianze rese. Lo scoramento sembra convincere il capitano a restarsene al Nord e lasciar perdere la Sicilia. Ma… il finale è davvero bello e inquietante al tempo stesso. Sciascia (1921-1989) è un narratore straordinario, con una prosa musicale e ipnotica, fatta di poche parole che riducono il racconto all’essenziale dando però l’idea che sia stato detto tutto. Da leggere incantati. Fra le pagine memorabili, quella in cui don Mariano si rivolge così a Bellodi: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.» Da “Il giorno della civetta” il regista Damiano Damiani ha tratto un film nel 1968.

domenica 25 giugno 2023

SUPERFANTOZZI

 
 
 

 
 
Paolo Villaggio
SUPERFANTOZZI
Rizzoli
1985, cartonato
510 pagine, 32.000 lire


Come ogni cultore di Fantozzi dovrebbe sapere, ma come forse non tutti sanno, il tragicomico ragioniere interpretato al cinema da Paolo Villaggio (1932-2017) non nasce nel 1975 con il primo film della serie diretto da Luciano Salce. Fantozzi nasce sulla carta stampata, e più precisamente sulle pagine della rivista “L’Europeo”, dove, a partire dal 1968, cominciarono a venire pubblicati brevi racconti scritti dallo stesso Villaggio con protagonista il dipendente della Megaditta. Nel 1971 una quarantina di racconti vennero raccolti dalla Rizzoli in un volume intitolato “Fantozzi”, divisi in quattro sezioni, ciascuna dedicata a una stagione dell’anno (oltre un milione di copie vendute). Nel 1974 altri venti episodi riempirono “Il secondo tragico libro di Fantozzi”. L’anno successivo il trionfo cinematografico consacrò definitivamente (per l’eternità) la maschera esilarante e catastrofica che tutti conosciamo. Nel 1976 Villaggio pubblicò “Le lettere di Fantozzi” (dove l’io narrante è lo stesso personaggio). Nel 1979 esce in libreria “Fantozzi contro tutti” (una trentina di nuovi racconti), e nel 1983 fu la volta del volume “Fantozzi subisce ancora”. Sono questi i quattro titoli raccolti in un unico volume del 1985 intitolato “Superfantozzi”, quello di cui ci stiamo occupando. In seguito sarebbero usciti altri tre libri, nel 1993, nel 1994 e nel 2016. Fin dai primi racconti c’è già tutto il Fantozzi che sarebbe stato portato sullo schermo e molto di più, non soltanto perché alcuni degli episodi non sono finiti nei film (tra questi, per esempio, “Il giorno che Fantozzi visitò la Fiera di Milano”), ma anche perché Paolo Villaggio è un eccellente narratore, inventore di una mitologia, una terminologia, una prosa, un tipo di umorismo. Non si può leggere una frase da lui scritta senza immaginarla recitata da lui, tanto gli appartiene. “Io non so scrivere in italiano”, confessa beffardamente l’autore nella sua “Premessa”, e spiega: “Soprattutto non conosco l’uso del punto e virgola. Non lo sa nessuno! Questo libro non è assolutamente un libro, è solo la raccolta delle storie di Fantozzi che ho scritto per l’Europeo, con qualche punto e virgola in più, buttato giù a caso”. Eppure, senza saper scrivere in italiano, Paolo Villaggio ha inciso come pochi altri nel nostro immaginario collettivo. Ci sarebbe da scriverne per ora, basterà per ora prendere nota che i film che tutti conosciamo nascono dai suoi punti e virgole stampati su carta, gettati a caso tra craniate pazzesche e megadirettori galattici.

domenica 29 gennaio 2023

INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO

 
 
 

 
 
 
Jean-Luc Seigle
INVECCHIANDO GLI UOMINI PIANGONO
Feltrinellib
brossurato, 2013
180 pagine


Il romanzo, pubblicato in Francia da Flemmarion nel 2012 e in Italia da Feltrinelli l’anno successivo, ha vinto il Gran Prix del Salone del Libro di Parigi. Jean-Luc Seigle, scrittore, sceneggiatore cinematografico e drammaturgo (1955-2020), è autore anche di altri titoli di successo, come “Ti scrivo al buio” (2015). “Invecchiando gli uomini piangono" ha la caratteristica di svolgersi tutto nell’arco di un solo giorno, il 9 luglio 1961. Protagonisti ne sono un operaio di cinquantatrè anni, Albert Chassaing, e la sua famiglia: la moglie Suzanne, il figlio Gilles, l’anziana madre Madeleine, che soffre di demenza senile. Un altro figlio, Henri, è a combattere in Algeria. Siamo a Clermont, in Alvernia, un piccolo borgo un tempo agricolo che però sta vedendo sempre più abitanti impiegarsi nel vicino stabilimento della Michelin, come appunto Albert. Il romanzo è appunto attraversato dal senso della trasformazione, dei tempi che cambiano. Chassaing non riconosce più il suo mondo: quello rurale in cui è nato sta scomparendo, così come l’uso del dialetto del luogo, sostituito dal francese. Suzanne invece vive nell’ansia della modernità, vorrebbe trasferirsi in città e intanto attende, proprio per a quel giorno, l’arrivo del primo televisore che le permetterà di vedere suo figlio Henri intervistato con altri soldati in un servizio del notiziario della sera. La realtà tragica della guerra, messa davanti agli occhi della madre dalle immagini sul piccolo schermo, però, la sconvolgono. Suzanne e Albert non hanno più intimità, il loro matrimonio è finito, ma lei è ancora una donna piacente e c’è chi le fa la corte. Quel 9 luglio segna anche il suo primo tradimento del marito. Gilles, intanto, passa il tempo leggendo: lo vediamo immerso in un romanzo di Balzac, intento a farsi domande sul rapporto tra la vita e la letteratura. I genitori non sembrano capire l’ossessione del figlio per i libri, ma Albert capisce che cosa fare: affidarlo a un insegnante in pensione loro vicino, perché prenda ripetizioni e soprattutto venga guidato verso un futuro migliore dei suoi nonni contadini e del padre operaio. Fin dalla prima pagina ci viene svelato il proposito di Albert di togliersi la vita: “Alber non pensava a morire, aveva il desiderio di farla finita”. La decisione, ormai presa, lo accompagna per tutta la giornata, un giorno qualunque degli anni Sessanta che però, come tuti i giorni della Storia, sono parte del grande racconto dell’umanità. In quarta di copertina è riportata una frase da una recensione de “L’express”: “Alcuni libri possiedono una grazia misteriosa. E’ il caso del romanzo di Jean-Luc Siegle, magnifico e sconvolgente”. Tra le pagine più belle, e forse più inquietanti, quelle in cui Albert deve lavare la vecchia madre, nuda davanti a lui e sotto le sue mani.