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lunedì 6 marzo 2023

KRONIN

 


 

William Protti  
KRONIN
Fara Editore
brossurato, 2017

Fra i frequentatori più assidui della mia pagina Facebook denominata Moreno "Zagor" Burattini c'è il romagnolo William Protti. La passione per Zagor ha contribuito ad alimentare (se non ad accendere) in lui anche la passione per la scrittura - ma anche per il disegno, visto che la copertina del libro che vedete nella foto è sua. Suo del resto è il romanzo di fantascienza distopica "Kronin", edito nel 2017 da Fara Editore.
L'ho letto e ho seguito il poliziotto Ross Andars indagare sul traffico di una nuova droga che permette, a chi la assume, di vedere il proprio futuro. Futuro che in generale non promette niente di buono visto lo scenario apocalittico e da Medioevo Prossimo Venturo prospettato dall'autore per la nostra civiltà (ma c'è una speranza). William ha scritto e disegnato molte altre cose, essendo particolarmente attivo in ambito culturale e artistico.Gli zagoriani si fanno sempre riconoscere.
"Kronin" si può richiedere a https://www.faraeditore.it

sabato 17 agosto 2019

LMVDM - LA MIA VITA DISEGNATA MALE



Gipi

LMVDM
LA MIA VITA DISEGNATA MALE
Coconino Press
cartonato - 150 pagine

"La mia vita disegnata male" è uno di quei fumetti che mi hanno costretto a rimuginarci sopra per giorni, dopo avermi dato un senso di angoscia mentre lo leggevo. Tutto questo, ovviamente, sia detto in lode del volume. Le sensazioni sono state quelle di quando ho letto certe cose di Andrea Pazienza, un altro autore nelle cui opere a volte non è facile distinguere la parte inventata dagli elementi autobiografici, anche se la necessitò di fare questa distinzione non è fondamentale né importante. Non so quanto della "vita disegnata male" di Gipi (Gian Alfonso Pacinotti, 1963) sia davvero accaduto o piuttosto aggiustato per dar vita a un graphic novel che per quanto autobiografico resta un'opera di narrativa. Però so che obbliga lettore a confrontarsi con uno spaccato di società, di umanità, di sofferenza, di degrado e di esaltazione che sicuramente esistono, là fuori. Niente di più lontano da me delle esperienze di gruppi di tossici che si inventano mix di farmaci, sostanze chimiche e droghe, però, caspita, leggendo Gipi ci si finisce dentro, si vedono e capiscono dinamiche, si partecipa alle ansie del protagonista, ci si angoscia per lui e con lui. A volte, si sorride pure amaramente insieme all'autore, che sceglie volutamente di "disegnare male" pur essendo capacissimo di "disegnare bene" (si vedano le tavole a colori con i pirati, intercalate alle pagine in bianco e nero in cui si segue l'odissea in carcere e dai medici dell'io narrante). Un disegno che si inserisce chiaramente in una scuola anche internazionale di artisti volutamente non "accademici", il cui stile si può apprezzare o non apprezzare ma che è adattissimo alla narrazione autobiografica, quella degli "scarabocchi" che ciascuno di noi ha dentro si sé nel groviglio dei ricordi.

venerdì 8 febbraio 2019

MISTER NO REVOLUTION: VIETNAM



Michele Masiero
Matteo Cremona
MISTER NO REVOLUTION: VIETNAM
Sergio Bonelli Editore
2018, cartonato
146 pagine, 21 euro

"Cosa sarebbe successo se...". Nei fumetti americani si usa l'espressione "What If" (c'era addirittura una serie Marvel chiamata così, dove si presentavano versioni alternative dei fatti riguardanti i supereroi di Stan Lee). Dunque, che cosa sarebbe successo se Jerry Drake, l'antieroe creato da Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) forse nato 25 anni dopo rispetto alla sua "biografia ufficiale" che lo vuole soldato nella Seconda Guerra Mondiale e poi pilota di piper a Manaus, in Amazzonia? Michele Masiero immagina Jerry, giovane nella New York degli anni Sessanta, che non vuol fare la rivoluzione al servizio di nessuna ideologia, ma vivere la propria vita cercando solo con quella di cambiare il mondo, chiamato dal governo degli Stati Uniti a combattere in Vietnam come tanti (troppi) altri della generazione perduta. Nel Sud Est asiatico si guadagna comunque il soprannome di Mister No. Questo primo volume di una serie cartonata (ce ne saranno altri in cui lo vedremo confrontarsi con altre realtà della società americana di quel periodo, fatta di forti contrasti) mostra, in sequenze alternate, sia le drammatiche vicende belliche in cui Mister No si trova coinvolto in Vietnam, sia il periodo precedente alla partenza, in cui vive una struggente storia d'amore con una ragazza chiamata Maryann, vittima della droga. Prima della partenza per il fronte, Jerry assiste alle proteste di piazza contro la guerra e valuta la possibilità di disertare e fuggire in Canada. Ma rinuncia e parte per il fronte proprio per il drammatico epilogo della storia con Maryann. In Vietnam viene fatto prigioniero e assiste a sevizie terribili ma resiste e sopravvive. Il volume, da cui è stata tratta anche una miniserie da edicola, è un crudo, angosciante, a tratti straziante. Il protagonista è credibile, il racconto coinvolgente, i disegni bellissimi (colori compresi. di Luca Saponti e Giovanna Niro). Resta da chiedersi se sia davvero Mister No e un suo omonimo. La filosofia del personaggio è rispettata, senza dubbio, ma manca la spensieratezza del Jerry Drake che canta guidando il suo aeroplano. Del resto, però, questo è un "What If". E l storia non è ancora finita.

domenica 26 agosto 2018

DIMMI CHE CREDI AL DESTINO



Luca Bianchini
DIMMI CHE CREDI AL DESTINO
Mondadori Oscar absolute
2016, 256 pagine

brossura, 13.50 euro

E' difficile, per me, recensire un libro come questo, perché è impossibile parlarne male ma, allo stesso tempo, è impossibile consigliarne la lettura. Non si può neppure ritenerlo senza infamia e senza lode perché se è piaciuto in giro così tanto da divenire un bestseller qualche merito ce l'avrà e, del resto, è scritto in modo così carino che fa tenerezza, come si fa a infamarlo? Mi rifugio nella banalità: non è il mio genere. E' quel tipo di romanzo che magari piace ai fruitori di soap opera e di sitcom, con una Londra da telefilm (o da film con Hugh Grant) in cui gli immigrati italiani invece di lavorare da sguatteri senza tutele e garanzie (come descritto in un altro libro i cui ci siamo occupati, "108 metri") gestiscono un "Italian bookshop" o fanno i barbieri liberi di aprire e chiudere a piacimento per chiacchierare con la fioraia del negozio accanto o dare una mano, appunto, alla libreria di fronte. Ornella, la libraia, ha il tempo di passeggiare amabilmente per i parchi e sedersi sulla panchina a conversare della vita con il vecchio mister George che, guarda caso, passa il tempo leggendo Italo Calvino in lingua originale. I personaggi sono tutti ilari, leggeri, e anche se vivono i loro drammi il tono non diventa mai davvero drammatico. Persino le comunità di recupero per tossicodipendenti e la morte di un marito per droga sono raccontate all'acqua di rosa: si dà più importanza alla Patti innamorata di un giardiniere della comunità che all'incubo sicuramente vissuto da chi in quella comunità cerca di disintossicarsi. Ansie e angosce restano appena accennati, i personaggi vivono di aperitivi, birre al pub, chiacchiere con i vicini, corteggiamenti impacciati, messaggini telefonici, pettegolezzi: un teatrino di cui fa parte Diego, napoletano emigrato senza problemi se non quello di decidersi ad accettare la propria omosessualità (la accetta a Londra dove può dedicarsi alla libera caccia, mica a Napoli dove sarebbe stato più problematico). Il destino della libreria minacciata di chiusura, la storia d'amore di Ornella con il dirimpettaio Bernard, l'eredità attesa alla Patti, le pulsioni erotiche di Diego, sono tutti elementi di una commediola che a tratti può risultare anche divertente, ma che alla fine lascia con la fastidiosa sensazione di aver assistito a una rappresentazione inutile perché falsa: la vita non è così, Londra non è così, gli amori non sono così. Mancano i figli, il sesso, la miseria, il dolore, i litigi, le malattie, le violenze domestiche, il rancore, la cattiveria. Tutto è colorato di rosa, semplice, fru fru. Sarò cinico, ma del destino di nessun personaggio mi è importato nulla, dall'inizio alla fine.

sabato 6 gennaio 2018

HO MANGIATO ABBASTANZA





Giorgio Serafini Prosperi
HO MANGIATO ABBASTANZA
Sonzogno
2017, brossurato
320 pagine, 17 euro

A volte ci si imbatte in certi libri per caso, e si acquistano (e si leggono) senza sapere perché. Il sottotitolo "come ho perso 60 chili con la meditazione (e altri segreti)" in realtà non è di per sé un incentivo ai miei occhi di ometto leggermente sovrappeso ma a cui basterebbe perdere qualche etto per tornare in forma (qualche decina di etti, facciamo fra i cinquanta e i cento, naturalmente). Credo che sia stato il consiglio della libraia che aveva avuto Giorgio Serafini Prosperi, l'autore, in libreria a fare una presentazione a convincermi. Fatto sta che "Ho mangiato abbastanza" l'ho letto e per rendere conto delle mie impressioni dovrei (cosa che farò) distinguere nettamente il libro in due parti. Premettendo che Serafini Prosperi è un bravo scrittore (del resto è stato ed è autore teatrale e televisivo e ha firmato vari libri), il suo talento di narratore si manifesta nella prima parte in cui descrive, in modo straordinariamente efficace, il dramma della sua obesità e della sua vita da bulimico. Per quarant'anni è stato dipendente di una compulsione che lo rendeva schiavo del cibo ma al tempo stesso terribilmente infelice, vittima dei sensi di colpa, disgustato dal proprio corpo. Serafini Prosperi descrive la sua dipendenza passando in rassegna episodi umilianti, disgustosi, dolorosi, alla fine incredibili, con cui descrive i modi con cui un bulimico cerca di nascondere agli altri le abbuffate fuori orario e senza regole, o la frenesia alimentare per cui ci si ingozza di tramezzini morbidi e spalmati di salse per poterli ingurgitare senza masticare, con bibite gassate bevute per dilatare oltre misura lo stomaco, compulsivamente, per placare un dolore e un'angoscia implacabili. Le pagine (metà del libro) dedicate a questo racconto sono sconvolgenti, come lo sono tutte le cronache che descrivono le dipendenze (da droghe come da alcool). Lo sbaglio è credere che si tratti solo di volontà, e meravigliarsi che non si riesca, con un minimo di sforzo, a smettere. Le diete servono a poco, oppure a niente, o sono addirittura dannose, come gli antipiretici presi per curare una polmonite, se non si risolvono le cause più profonde. Poi, a un certo punto, il riscatto. Dopo aver toccato il fondo, Giorgio Serafini Prosperi (che oggi finalmente sta bene) riprende la sua vita fra le mani, recupera un rapporto sano con la vita, con le figlie, con l'amore, con il proprio corpo. E giustamente spiega come ha fatto, offrendo i suoi consigli. Anzi, ha fatto della sua guarigione il suo nuovo lavoro, dato che di mestiere fa il consulente per gli obesi che vogliono seguire il suo esempio. Tutto giusto, anche perché il modo stesso con cui Prosperi si è reinventato è una testimonianza di come reinventarsi sia possibile. Quando però l'autore comincia a elencare santoni indiani, testi buddisti, massime di Confucio, parole tibetane, aneddoti zen, e a proporre tecniche di meditazione io, che sono un ragazzo pratico, non riesco più a seguirlo, anche se capisco che un mio limite. Yoga e meditazione faranno sicuramente miracoli (sugli altri), ma quando io provo a concentrarmi sul mio respiro e a pensare al trascendente di solito mi viene da ridere e non riesco a sentire le punte dei miei alluci come richiedono le istruzioni dell'esercizio. Personalmente il mio problema è l'ansia, più che il cibo, e mi servirebbe un libro dal titolo "Sono stato ansioso abbastanza", dove non mi si chieda di guarire sdraiandomi supino e "ponendo attenzione ai punti di contatto del nostro corpo con la superficie sulla quale siamo sdraiati". Magari suggerirmi invece una gita in montagna a guardare un panorama potrebbe fare di più al caso mio di queste cineserie, ecco.

martedì 12 settembre 2017

LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO




Nicholas Meyer
LA SOLUZIONE SETTE PER CENTO
Il Giallo Mondadori Sherlock
2017, brossurato
200 pagine, 5.90 euro

La collana "Sherlock" dedicata dal Giallo Mondadori ai romanzi apocrifi con protagonista il Detective di Baker Street, ovvero Sherlock Holmes, pubblica come suo trentatreesimo titolo, datato maggio 2017, uno dei più celebri falsi sherlockiani. Dico "falsi" senza voler dare un giudizio negativo sulla sterminata produzione letteraria che ha proseguito l'opera di Arthur Conan Doyle nella narrazione delle imprese del più famoso investigatore del mondo. Nella maggior parte dei casi gli autori si pongono il problema dell'aderenza al "canone" e dunque cercano di rispettare non soltanto la personalità e le caratteristiche del personaggio ma anche inseriscono le loro storie in precisi momenti della sua "biografia" con l'intento di non contraddire in niente ciò che Conan Doyle ha stabilito, sfruttando magari le cose non dette o lasciate in sospeso. Molto meno fedeli sono le trasposizioni cinematografiche o televisive ma questo è un altro paio di maniche. "The Seven-Per-Cent Solution" è un romanzo del 1974 che nel 1976 è divenuto anche un film. Si tratta di un testo degno di nota perché protagonisti non ne sono soltanto il Dottor Watson (l'io narrante) e Sherlock Holmes, ma anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Ma non basta: Nicholas Meyer (newyorkese classe 1945) si prende anche la responsabilità di svelare il motivo per cui Holmes si droga, perché consideri ossessivamente il professor Moriarty un suo acerrimo nemico e perché non riesca a legare con le figure femminili. Come se non bastasse, risolve in modo clamoroso il problema del Grande Iato. Cos'è il Grande Iato? Sono i mesi oscuri e misteriosi in cui Sherlock scompare, dato per morto in una cascata in Svizzera dopo il racconto "Il problema finale", per poi far ritorno molto tempo dopo in quello intitolato "Casa vuota". In realtà sappiamo che Conan Doyle voleva liberarsi del suo ingombrante personaggio per scrivere altro, e che furono le pressioni dei lettori a convincerlo, o forse a costringerlo, a riportarlo in vita. Meyer giustifica la faccenda, senza contraddire ciò che sappiamo, con il bisogno che aveva Holmes di completare la sua disintossicazione dalla cocaina iniziata grazie a Freud a Vienna nella primavera del 1891. In uno dei racconti canonici, Conan Doyle fa dire a Watson di aver aiutato Sherlock a liberarsi della sua tossicodipendenza, senza entrare nei particolari. Ne "La soluzione sette per cento" ecco tutti i particolari forniti fino alla dovizia: il biografo del Detective di Baker Street si accorge di come il suo amico cada sempre più preda al suo vizio e soffra di deliri e crisi di persecuzione. Così, d'accordo con Mycroft Holmes, il fratello di Sherlock, organizza una sorta di "trappola" per portare l'investigatore fino a Vienna, dove Freud gli svela la verità (non è stato accompagnato fin lì per un risolvere un caso misterioso ma per una cura) e lo prende in terapia. Però poi un caso misterioso si presenta eccome, ed è quello che serve perché Holmes ritrovi l'entusiasmo ed esca dal suo tunnel, visto che Freud da solo non basta. Il Detective deduce persino gli sviluppi che porteranno alla Prima Guerra Mondiale, Freud utilizzando i metodi del paziente traccia un azzeccato ritratto psicologico dell'Imperatore austriaco traendone spunto per perfezionare le sue teorie che porteranno alla psicanalisi. Non mancano le scene d'azione che contraddistinguono molte pagine di Conan Doyle. Un'ultima curiosità: il titolo allude alla percentuale di principio attivo psicotropo nelle dosi utilizzate da Holmes per drogarsi.