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giovedì 6 novembre 2025

UFO 78

 



Wu Ming
UFO 78
Einaudi
2022, brossurato
520 pagine, 21 euro

La prima volta che mi imbattei nei Wu Ming si firmavano ancora Luther Blissett, era il 1999 e si trattava di un romanzo storico ambientato nel Cinquecento (il più affascinane dei secoli dell’epoca moderna) e intitolato enigmaticamente “Q”. Lo pseudonimo celava (senza nasconderlo) un gruppo di scrittori bolognesi, che nel corso degli anni hanno variato di numero, tra i cinque e i tre. Dal 2000 il collettivo ha cominciato a chiamarsi Wu Ming, che in cinese significa “senza nome”, anche se in realtà visitando il loro sito, o partecipando agli eventi promossi dal team, si risale facilmente all’identità dei tre (o dei quattro, o dei cinque). Leggere “UFO 78”, per me che sono nato nel 1962, è stato come fare un viaggio nel tempo fino alla mia adolescenza. C’è davvero l’intera realtà che avevo attorno negli anni del Liceo: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo di destra e di sinistra, la lotta per il diritto all’aborto, l’affrancamento femminile e la liberazione sessuale, la politica impregnante tutti gli aspetti della società, la droga e le prime comunità di recupero, le comuni, le avanguardie musicali, Sciascia e Pasolini. Il tutto narrato come visto e vissuto dall’interno di quel mondo agitato di cui facevamo parte inconsapevolmente, senza renderci conto che i nostri giorni sarebbero diventati Storia e che li avremmo rimpianti. Ma nel cielo sopra di noi, metafora perfetta di un sogno, una speranza, una paura, un pullulare di astronavi aliene, avvistate dovunque, soprattutto dopo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il film di Steven Spielberg uscito nel 1977. Nel 1978 ci fu un “flap”, ovvero un picco di segnalazioni in ogni parte d’Italia, suscitando l’ imperversare di gruppi di ufologi, taluni di impostazione politica, altri mistica, altri scettica. Protagonista del romanzo dei Wu Ming è Gianmaria Zanchini, in arte Martin Zanka, scrittore di successo e autore di libri di paleoastronautica, la pseudoscienza che cerca di dimostrare contatti fra gli extraterrestri e l’umanità dei primordi: una chiara controfigura di Pier Domenico Colosimo, alias Peter Kolosimo (1922-1984), che infatti è il primo nome nel lungo elenco delle persone ringraziate (“perché senza di lui questo romanzo non sarebbe stato immaginato”).  La narrazione prende infatti le mosse dalla misteriosa scomparsa di Jacopo e Margherita, una coppia di due giovani scout, avvenuta nel 1976 sul monte Quarzerone, un massiccio di fantasia ma collocato idealmente in Lunigiana. Le ricerche durano settimane, mesi, ma sono senza frutto. Dato che sulla montagna si sentono speso boati, si avvistano luci, c’è addirittura chi dice di essere entrato in contatto diretto con gli extraterrestri, gli ufologi ipotizzano una “abduction” aliena. Zanka si convince di dover indagare per contribuire alla ricerca della verità, e intende dedicare il suo nuovo libro al caso degli scout svaniti nel nulla. Le sue indagini si intrecciano con le vicende di suo figlio Vincenzo, eroinomane; di Milena Cravero, antropologa incuriosita dalle dinamiche interne ai gruppi di ufologi; del forestale Elio Giornara, detto Gheppi; di Jimmy, gestore di un negozio di dischi; di Orsola, fondatrice della comune “Thanur”; di Giorgio Capoferri, nostalgico fascista. Un microcosmo di personaggi che danno vita a una storia avvincente, ben documentata, piena di citazioni che vanno dallo Zecchino d’Oro ai volantini delle Brigate Rosse.


domenica 10 novembre 2024

CHI DICE E CHI TACE

 

 
Chiara Valerio
CHI DICE E CHI TACE
Sellerio
2024, brossurato
288 pagine, 15 euro

Finalista nell’edizione 2024 del Premio Strega (leggo che c’è chi sostiene anche che meritasse di vincerlo, e può essere), “Chi dice e chi tace” sembra un giallo ma non lo è – non traggano in inganno la copertina e la somiglianza di grafica e di formato con i polizieschi di Manzini. Tuttavia il romanzo comincia con una morte misteriosa (che sembra un incidente ma nasconde una verità celata dalle apparenze), si snoda seguendo il corso di un’indagine (condotta non dai carabinieri o dalla Polizia, ma da un’amica della vittima), si conclude con una soluzione convincente. Tuttavia, al di là della “forma” da inchiesta su un fatto di cronaca di provincia, il racconto è un intrigante svelamento della figura enigmatica della vera protagonista, che spicca per la sua assenza: la donna trovata morta annegata nella vasca da bagno di casa sua, Vittoria Basile. E, attraverso lei, o meglio, attraverso ciò che di lei si dice e si tace, il rivelarsi di desideri segreti, verità nascoste, ambiguità e comportamenti difficili da decifrare, all’interno della piccola comunità di Scauri, ultimo paese della costa laziale prima che cominci la Campania. A Scauri è nata, nel 1978, Chiara Valerio, l’autrice, che oltre a scrivere si occupa di matematica. “Chi dice e chi tace” è ambientato, nell’ultimo scorcio del secolo scorso: Vittoria Basile, donna volitiva e seducente, in grado di farsi amare ed accogliere nonostante l’anticonformismo delle sue scelte, giunge nella piccola località di mare lasciando la metropoli, Roma, dove ha abitato per quarant’anni. E’ in compagnia di Mara, una ragazza molto più giovane, che vive con lei senza che nessuno sappia dire che tipo di rapporto le leghi. Vittoria non sembra avere problemi economici, ma non vive di rendita: apre una pensione per animali, inizia a collaborare come erborista con la farmacia locale. Lea Russo, avvocatessa di provincia, comincia a frequentarla, sentendosene attratta, le diventa amica, ma solo fino a un certo punto perché Vittoria, per quanto affascinante e capace di relazionarsi con chiunque, in realtà non scopre mai davvero le sue carte. Nessuno può dire di sapere chi davvero sia, tutti sanno soltanto quello che lei vuole che si sappia. Lea si rende conto di non avere neppure mai saputo il cognome della donna. Con la sua morte, però, le cose cambiano: Lea scopre che Vittoria è sposata con un avvocato romano, che ha un passato da valente medico, che ha lasciato il marito e la vita di società di cui era protagonista il giorno dopo aver conosciuto Mara. Il testamento, affidato alla Russo, chiama in causa un’altra donna, Rebecca, che aiuta Lea a risolvere il caso, aprendole gli occhi su un mondo più complicato e indecifrabile di quanto le apparenze sembrano rivelare, e anche su se stessa, sulle proprie pulsioni, sulla propria identità. La libertà di una donna emancipata e sessualmente disinibita come Vittoria riesce (per quanto non sembri possibile, o perlomeno facile) a superare le barriere del moralismo di provincia e, almeno secondo quanto suggerisce la Valerio, persino a Scauri negli anni Settanta una convivenza lesbica può essere accettata se chi la vive dimostra di saper prendere la propria esistenza tra le mani e scegliere di dire e tacere ciò che vuole.


sabato 17 febbraio 2024

49 STORIE BREVI

 

 
Alfredo Castelli
49 STORIE BREVI
Allagalla
Cartonato, 2023
320 pagine, 45 euro

Come giustamente fanno notare Matteo Pollone  e Roberto Guarino nella loro introduzione al volume, “quando, nel 1982, comincia a uscire Martin Mystère, Alfredo Castelli ha trentacinque anni e alle spalle un numero di sceneggiature e di collaborazioni editoriali che da sole varrebbero un’intera carriera”. L’autore aveva infatti iniziato a pubblicare le sue storie fin dal 1965, appena diciottenne (facendo partire il conto da quelle realizzate professionalmente), essendo lui nato nel 1947. Nel momento di dare alle stampe il primo albo del suo Detective dell’Impossibile, Castelli poteva fregiarsi di un curriculum in cui figuravano fumetti dei generi più diversi realizzati per Diabolik, il Monello, Topolino, Horror, il Giornalino, il Corriere dei Piccoli, il Corriere dei Ragazzi, SuperGulp, ma anche per testate straniere. Per non parlare degli articoli e dei saggi scritti, delle esperienze come inventore di fanzine e di riviste o di redattore fac-totum in varie Case editrici. Per Sergio Bonelli aveva scritto vari episodi di Zagor e un volume della collana “Un uomo, un’avventura”. Anche dopo il varo di Martin Mystère, tuttavia l’iperattività castelliana non avrebbe trovato sosta, né la sua vulcanicità creativa sarebbe venuta meno. Il volume edito da Allagalla “49 storie brevi”, curato dallo stesso Castelli (che commenta ogni singolo racconto), raccoglie una selezione di una cinquantina di short stories apparse tra il 1971 e 1978 sul Giornalino, il Corriere dei Ragazzi e SuperGulp. Tutte  (tranne una, la prima) rappresentano esempi di graphic journalism, genere in voga sulle riviste per ragazzi dell’epoca, e sono basate su episodi storici (soprattutto quelle scritte per Il Giornalino) o fatti di cronaca (soprattutto quelle scritte per il Corriere dei Ragazzi). Si tratta dunque di racconti liberi, realizzati da Castelli mentre portava avanti anche serie con personaggi fissi, come “Gli aristocratici” o “L’Ombra”. C'è, evidentemente, un fine didattico o divulgativo dietro ogni storia, ma l'intento non inficia l'approccio accattivante e contagiosamente curioso dell'autore all'argomento affrontato. Stupisce il gran numero di illustratori che affiancano lo sceneggiatore: disegnatori di ottimo, se non straordinario livello, come Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Aldo Di Gennaro, Franco Caprioli, Ruggero Giovannini, Alarico Gattia, Sergio Zaniboni, Mario Uggeri. Ma ci sono anche i nomi di alcuni che Castelli avrebbe portato con sé nello staff di Martin Mystère, come Giancarlo Alessandrini, Franco Devescovi, Sergio Tuis, Paolo Ongaro. Il disegnatore più sorprendente, rappresentato con ben cinque racconti, è sicuramente Bonvi.


sabato 3 giugno 2023

IL RITORNO DI TILT

 

 

Alfredo Castelli
Daniele Fagarazzi
IL RITORNO DI TILT
Cut-Up Publishing
2023, cartonato
98 pagine, 26.90 euro


La definizione più sintetica e calzante per questo volume è “must”. Lo si deve avere per forza, perché racconta e antologizza un “cult”, vale a dire “Tilt”. Insomma è un must su quel cult al top che fu “Tilt”. E dopo questo incipit, a cui diciamo stop, passiamo a illustrare meglio di che cosa si tratta. Bisogna innanzitutto partire da una rivista umoristica intitolata appunto “Tilt”, uscita tra il 1968 e il 1969, alla cui realizzazione lavorarono Alfredo Castelli, Marco Baratelli, Mario Gomboli e Carlo Peroni. Ne uscirono soltanto due numeri, che sono stati raccolti in un precedente volume targato Cut-Up, “La preistoria di Tilt” (2022), copertina in calce, di cui abbiamo parlato qui:

https://utilisputidiriflessione.blogspot.com/2022/04/la-preistoria-di-tilt.html

Questa prima versione di “Tilt” era ispirata alla rivista americana “Mad” (1952) che, nei suoi primi 23 numeri pubblicava essenzialmente parodie. Ed essenzialmente parodie furono quelle proposte dal "Tilt" degli anni Sessanta. Nel 1972 Alfredo Castelli propose al direttore del “Corriere dei Ragazzi”, Giancarlo Francesconi (1925-2015), di trasformare “Tilt” in una rubrica del rivista, per la quale lavorava come redattore. Visto approvato il progetto, adattò i contenuti a un nuovo genere umoristico, il “kibitzer”, esattamente come aveva fatto “Mad” dal numero 24 in poi. Il “kibitzer” (termine Yiddish che letteralmente significa “spettatore”) si differenzia dalla parodia perché si occupa di commentare temi di attualità in modo satirico o ironico. Le prime puntate del “Tilt” del “Corriere dei Ragazzi” furono illustrate da Bonvi (1941-1995), che poi passò il pennello a Daniele Fagarazzi (con sporadiche intromissioni di Silver, Gomboli e ancora di Bonvi). In tutto, uscirono 119 puntate di due pagine, tra il 1972 e il 1975, con alcune eccezioni che ne contarono tre o quattro. Il secondo volume Cut-Up dedicato a “Tilt” raccoglie appunto una selezione di tavole scritte da Castelli e illustrate da Fagarazzi (1944-2019). Si tratta di materiale uscito tra il 1972 e il 1974, per metà a colori (ricavato dalle pagine della rivista), per metà in bianco e nero (ricavato da un rimontaggio fatto nel 1976 per un volume progettato dalla Dardo che però non uscì mai, e che vide la luce invece nel 1978 grazie a Luigi F. Bona).
Tutti questi dati non sono frutto di una mia attenta ricerca ma della mia attenta lettura delle esaustive prefazioni e postfazioni di Alfredo Castelli che, con precisione maniacale, cita dati e dati, nomi e cognomi, allegando una puntuale cronologia e perfino un dizionario dei personaggi citati (da Paolo Cavallina e Gabriella Farinon), nel caso i lettori più giovani non sappia a chi ci si riferisca (io, ahimè, per motivi anagrafici li conosco tutti). Una caratteristica delle inesauribili gag ideate da Castelli e illustrate da Fagarazzi è quella di dar vita a una sorta di “trasmissione in diretta” dalla redazione del “Corriere dei Ragazzi”, chiamando in causa gli stessi autori obbligati dal direttore Francesconi a trovare sempre nuovi argomenti settimana dopo settimana; direttore caricaturizzato in quasi tutte le puntate della rubrica, impegnato in una strenue lotta contro i suoi redattori (Castelli in primis, ugualmente caricaturizzato con i colleghi) troppo sfaticati, oppure troppo pungenti per un giornale destinato ai ragazzi. Su “Tilt” esordirono personaggi indimenticabili di Castelli, quali l’Omino Bufo e Otto Kruntz, vennero proseguite serie come “Zio Boris” e “Lo zoo pazzo” (di Mario Gomboli”). Castelli cita una dichiarazione di Alessandro Barbero, che scrive. “All’immortale Tilt credo di dovere la scoperta, a 14 o 15 anni, del senso dell’umorismo”. Anche tanti altri, professor Barbero, glielo assicuro. L’antologia di Cut-Up, che si spera possa essere la prima di una serie, si fregia di una mirabolante copertina di Massimo Bonfatti, disegnatore a cui io affiderei in toto, se fossi un editore, una ripresa delle pubblicazioni di “Tilt”. Con testi sempre scritti da Alfredo Castelli, naturalmente.
 
 

 

giovedì 3 febbraio 2022

L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA

 

 


 
Francesco Recami
L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE DI EUGENIO LICITRA
Sellerio
2021, brossurato
310 pagine, 16 euro


Francesco Ghidetti, recensendo "L'educazione sentimentale di Eugenio Licitra", su QN, scrive "Sto per proporvi un capolavoro". Non so se lo si possa definire tale, ma di sicuro è un romanzo divertentissimo, trascinante, entusiasmante come pochi altri. 
Francesco Recami (autore del ciclo, tra l’altro, della "Casa di ringhiera", con gialli ambientati ia Milano), è fiorentino (classe 1956) e ricostruisce una perfetta Firenze anni Settanta, dipinta nel bene e nel male. Per la precisione siano a cavallo tra il 1976 e il 1977, anni di contestazione e di politicizzazione, con la polverizzazione estrema in gruppi e gruppuscoli extraparlamentari in eterna rissa fra di loro all'interno della stessa sinistra. Recami ha facile gioco nel tracciarne un quadro esilarante, per quanto non ci siano dubbi (io c'ero) sul fatto che ironizzi su una realtà che davvero sussisteva. Il protagonista, il diciannovenne Eugenio Licitra, è un giovane siciliano (di Ragusa) che giunge a Firenze per studiare Filosofia (scoprendo tutti corsi incentrati sul marxismo): divide l'appartamento con altri tre studenti fuori sede, tutti abilmente caratterizzati. C'è l'innominabile D. (non è dato di sapere il suo vero nome), il più a sinistra di tutti, che odia quelli del PCI ritenuti troppo di destra, e che riempie la casa di compagni che espropriano proletariarmente le stanze degli altri (compagni pure loro, ma di fazioni diverse); c'è il Saggio, lo studente più anziano che vive nell'immondizia accumulata in anni di mancata pulizia; c'è Loris, romagnolo con la passione delle automobili, che cerca di trasformare la sua Seicento del '63 in una Abarth e perciò puzza perennemente di morchia. Eugenio è il più giovane, il più inesperto, il verginello del gruppo: si fa mille domande sulla filosofia che studia (Recami si fa beffe pure di Hegel, Heidegger, Wittgenstein e Cacciari), cerca di capire il soprasenso dei film che vede (con lui rivediamo "Il cacciatore" e "Il deserto dei tartari"), dei libri che legge ("La nausea") e delle canzoni che ascolta, ma soprattutto cerca di capire le donne, più complicate di ogni teoria filosofica. Il terzetto formato dal Saggio, Loris ed Eugenio (il perfido D. ne è escluso) diventa coeso e vive avventure picaresche da cui si viene inevitabilmente coinvolti. Come si segue ipnotizzati l' "educazione sentimentale" del giovane Licitra, sballottato da esperienze fallimentari, fino alla volta buona, ma senza lieto fine. Alla fine la morale è (secondo me) che la politica e la filosofia deludono, che i film e i libri vanno visti e letti senza cercare per forza il soprasenso, che le donne vanno prese per come sono, che le canzoni più belle sono quelle che cantiamo senza pensieri.

mercoledì 14 agosto 2019

IL PENDOLO DI FOUCAULT



Umberto Eco
IL PENDOLO DI FOUCAULT
Bompiani
1988, cartonato
520 pagine, 26.000 lire

Rileggere "Il pendolo di Foucault" trentun anni dopo la prima edizione (e altrettanto dopo la mia prima lettura) ha un effetto straniante e sorprendente. Il secondo romanzo di Umberto Eco mi piacque anche all'epoca, ma oggi l'ho trovato strepitoso. Superiore, molto probabilmente, a quel "Nome della Rosa" da tutti considerato il capolavoro letterario dell'autore. Ma soprattutto, attualissimo. La perfetta dimostrazione di come i complottisti abbiano attraversato tutte le epoche storiche e l'irrazionalità, la superstizione, il "ciarpame occultista" (definizione dello stesso scrittore) abbiano sempre preso il sopravvento. Eco è impietoso nel descrivere, per esempio, il passaggio delle librerie milanesi dei primi anni Settanta, piene zeppe di saggi di teoria marxista e rivoluzionaria, a quelle dei primi anni Ottanta, convertite alle discipline esoteriche orientali a cui avevano cominciato a dedicarsi gli ex studenti disillusi. Ma il rifugio nella magia, negli arcani, nelle società segrete, nei misteri iniziatici era sempre stato cercato fin dai tempi più antichi, e il sonno della ragione ha sempre generato mostri. Rispetto al "Nome della Rosa", "Il pendolo di Foucault" non ha né unità di tempo né unità di luogo. Non c'è neppure una trama facile da descrivere e da ricostruire, anche se gli accadimenti non mancano. Per di più, i primi capitoli sono decisamente ostici, quasi come se Eco avesse voluto scremare il suo pubblico e scoraggiare chi fra i lettori sperava in un altro giallo storico o almeno in un mistero da risolvere. Potremmo dire che a fare centro di gravità dell'intera, complessa costruzione, sia la sede milanese della piccola Casa editrice Garamond, e che l'arco temporale principale comprenda gli anni tra il Sessantotto e il 1984. Tuttavia i personaggi si muovono anche in Piemonte, a Parigi, in Brasile e seguendo le elucubrazioni dell'autore si finisce per spaziare nelle epoche storiche: si parte con i Templari e si finisce (si finisce?) con i Nazisti. Eco si compiace di far sfoggio di incredibile erudizione e ficca nelle sue pagine una mole impressionante di fatti, persone, libri, date, citazioni. E' facile rimanerne storditi ma se invece ci si lascia incantare e guidare la vertigine si trasforma in estasi. Quasi crediamo anche noi al Piano ideato per gioco da Casaubon, Belbo e Diotallevi, redattori della Garamond alle prese con la cura di una collana dedicata all'esoterismo, dove tutto torna, e dove tutto è compreso, dai Rosacroce alla massoneria, da John Dee a Bacone a Shakespeare e a Hitler, dai testi gnostici ai Protocolli dei Savi di Sion, e dove le Piramidi e la Torre Eiffel hanno una relazione fra loro al pari dei tunnel della metropolitana o delle fogne di Parigi con la Fortezza di Alamut. Proprio perché l'intera storia è attraversata dai sotterranei del complottismo e dell'esoterismo, il romanzo non poteva essere meno complesso e onnicomprensivo. Se il personaggio più interessante è il cinico e ironico Jacopo Belbo, se quello più inquietante è Agliè, che si finge (o è?)il  Conte di Saint-Germain passato indenne attraverso i secoli, il più simpatico è sicuramente Lia, la moglie dell'io narrante Casaubon, che rappresenta lo sguardo razionale sulla realtà dei fatti, quella che smonta in poche ore il presunto testo su cui si basa la ricostruzione di un piano dei Templari destinato a dipanarsi per seicento anni. Persino la nota della lavandaia, se guardata  con gli occhi di chi vuol credere al complotto, può essere decifrata come un testo esoterico. E se misuriamo un qualunque chiosco in un parco troveremo delle corrispondenze astrali. Eco si fa beffe da par suo dei "diabolici" che si irretiscono a vicenda rifiutando le spiegazioni logiche e scientifiche in favore di un torbido almanaccare cabalistico, alchimistico, trascendentale, magico-iniziatico e chi più ne ha più ne metta. Ci sono pagine esilaranti, altre angoscianti: tuttavia, tutto torna, tutto si tiene. E si capisce bene, alla fine, come proprio il buio della ragione sia il principale pericolo da cui guardarsi. In tempi come i nostri, affollati di complottisti e caratterizzato da un crescente rifiuto delle verità scientifiche più elementari in favore di leggende metropolitane simili a quelle rosacrociane, il romanzo di Eco è attualissimo.

lunedì 29 ottobre 2018

IL VOLO DELL'ELEFANTE



Stefano Bidetti
IL VOLO DELL'ELEFANTE
L'Erudita
2018, brossurato
265 pagine, 21 euro


Stefano Bidetti (romano, classe 1960, una laurea in Scienze Politiche) è un infaticabile organizzatore di eventi e di iniziative editoriali amatoriali in ambito fumettistico, appassionato di cinema, letteratura, illustrazione e ormai definitivamente votato a coltivare la sua vena artistica come sceneggiatore di storie a fumetti (finora tutte brevi e circostanziate) ma anche, come dimostra questo suo primo romanzo, di scrittore di narrativa, dopo essersi cimentato a lungo come saggista specializzato nella Nona Arte. A dispetto della sua preferenza per le tematiche avventurose (la sua principale passione fumettistica è Zagor), per "Il volo dell'elefante", la sua opera prima in ambito romanzesco, ha scelto il terreno dell'introspezione psicologica, indagando sui delicati temi dell'amicizia,, dell'amore, della crescita, della competizione fra amici. E' ben vero che il romanzo comincia subito dopo un omicidio e con la pistola che l'assassino, rientrato in casa dopo il delitto, getta sul letto. Però, tutto il resto è una dettagliata ricostruzione del percorso che ha condotto Roberto a uccidere l'amico Alex, a lui legato fin dai banchi di scuola. E chi immagina di scoprire un movente forte, clamoroso, eclatante (un violento litigio, soldi rubati, droga, gravi contrasti famigliari) dovrà ricredersi perché alla fine non c'è nemmeno un tradimento dovuto a una donna portata via da uno ai danni del'altro. O meglio: una donna di mezzo c'è: Francesca. E un tradimento avviene. Ma non è per quello (o solo per quello) che Roberto uccide (pur avendo forse, riguardo a Francesca, più motivi Alex). Oltre a raccontare la storia di un'amicizia durata un'intera fase della vita (l'adolescenza), Bidetti ricostruisce anche il clima di anni politicizzati (il decennio dei Settanta) con occupazioni di scuole, manifestazioni, manganellate poliziesche, senza però politicizzare il romanzo. Romanzo che ha il difetto di essere più scritto (e più scritto del necessario) che dialogato, ma di questa colpa il buon Bidetti si emenderà di sicuro con la sua opera seconda.

sabato 16 luglio 2016

ANIMA MIA TOUR




ANIMA MIA TOUR
di Fabio Fazio
Mondadori
1997
275 pagine

Non so perché, non so come, ma mi è capitato fra le mani un libro del 1997, "Anima mini tour", di Fabio Fazio. Sottotitolo: "In giro per i nostri anni Settanta". Forse qualcuno si ricorderà che in quell'ano c'era proprio un programma TV, ideato e condotto da Fazio, intitolato "Anima mia", dedicato al revival dei Seventies. C'era anche Claudio Baglioni impegnato nel cantare cover di canzoni come "Sandokan". Anzi, Baglioni ne ricavò un album (da allora e per sempre nella mia discoteca) intitolato "Anime in gioco".

Apro una parentesi. Non ho mai conosciuto Fabio Fazio. Però una volta mia sorella è andata a vedere un suo spettacolo in un locale di Viareggio, ai tempi in cui ancora faceva il comico cabarettista e si esibiva come imitatore facendo le voci. In quell'occasione, mia sorella pare abbia detto a Fazio: "Hai lo stesso senso dell'umorismo di mio fratello". Cioè io. Non so se volesse fargli un complimento, o una critica. Comunque Fabio avrebbe risposto: "Mi dispiace per lui!". Ecco l'unico collegamento che ci lega. Chiudo la parentesi. 

Torniamo al libro. Com'è, come non è, mi metto a leggerlo. E' divertente come altri dello stesso autore, quali per esempio "Una volta qui era tutta campagna" e "Il giorno più bello della vita" (di cui prima o poi scriverò le recensioni), ed è organizzato  come un dizionario, con tante voci. Comincia con "Accessori per l'auto" e finisce con "Zundapp" (nome di moto austriaca). Le voci costituiscono una sorta di enciclopedia mnemonica di ricordi ed emozioni di chi era ragazzo negli anni Settanta. Impossibile non riconoscersi (per quelli della mia età). Arrivo a pagina 64, e trovo la voce "Fumetti". Fantastico! Ecco che cosa c'è scritto (copio pari pari). 

FUMETTI. In attesa delle televisioni private, dei computer e dei videogames di fine secolo, i fumetti occupano il 75% della cubatura della camera di un adolescente degli anni '70. Ordinati per collezione, all'interno di ogni collezione secondo l'uscita, appagano l'immaginario del giovane nei seguenti campi e con le seguenti modalità. 

Western: Tex, Piccolo Ranger, Capitan Miki, Blek, Zagor, Cocco Bill, Pedrito el Drito, Lucky Luck, Comandante Mark, Alla conquista del West. 

Guerra: Supereroica. 

Avventura: Mister No, Michel Vaillant (personaggio del Corriere dei Ragazzi che assomiglia al pilota di Formula 1 Jack Ickx) Billy Bis (personaggio della mitica rivista L'intrepido), Ghibli e Kristal (personaggi de Il Monello, settimanale rimarchevole soprattutto per la consuetudine di pubblicare in terza di copertina le foto un po' scollacciate di attrici del calibro di Gloria Guida... quel tanto sufficiente a scatenare la fantasia del lettore), tutte le storie di Lanciostory e Skorpio (compresa la saga dell'Eternauta, che per la verità non si capisce ma sembra geniale). 

Satira: Alan Ford, Max Magnus, Linus, B.C., Beetle Bayley, il soldato americano, Bristow l'impiegato. 

Horror: Zio Tibia e le sue notti, Oltretomba (che però aveva in più le donne nude e si poteva leggere anche come fumetto zozzo saltando le parti di paura), Diabolik, Kriminal, Satanik. 

Supereroi: L'Uomo Ragno, il Mitico Thor, I Fantastici 4, Devil, Capitan America, Iron Man, I Vendicatori, Wolverine, X-men, L'Incredibile Hulk, Sub Marimer. 

Infanzia: Soldino, Tiramolla, Valentina Melaverde, le caricature di Prosdocimi, Cucciolo, Braccio di Ferro, Geppo, Zoe e Arturo. 

Erotismo: Lando, il Montatore, il Tromba, Biancaneve porno, Sukia, Jakula, Corna Vissute.


Esercizi

Come si chiama la nonna di Soldino?

Scrivete il nome per esteso di Cico, il simpatico amico messicano di Zagor, lo Spirito con la Scure.

Scrivete cinque nascondigli sicuri in cui riporre i giornaletti porno. 


Che dire? Caro Fabio Fazio, se conosci Cico forse saprai che sono lo sceneggiatore che ne ha scritto più gag di tutti! E mia sorella ha detto che hai il mio stesso senso dell'umorismo! 

Ma forse Fazio non legge più fumetti dagli anni Settanta. Lo dimostrano gli errori nel citare i nomi dei personaggi. Come si fa a scrivere Max MagnusBeetle BayleyLucky Luck, Kristal o Jakula con errori di ortografia così evidenti? E che cos'è "Alla conquista del West"? Sarà stata piuttosto la "Storia del West" di Gino d'Antonio? E poi, era davvero "Il Monello" a pubblicare le foto scollacciate di Gloria Guida? Non sarà stato Blitz?

Sono sicuro poi che oggi anche le foto di Gloria Guida sembrerebbero mercificazione del corpo femminile e un ragazzo politicamente corretto come Fabio non ammetterebbe più di averle sbirciate, come tutti noi.

domenica 19 giugno 2016

RITRATTO DI BUONA FAMIGLIA



Luciano Secchi
RITRATTO DI BUONA FAMIGLIA
Editoriale Corno
Prima edizione 1977
cartonato - 208 pagine
lire 4000

Luciano Secchi è lo pseudonimo di Max Bunker. In realtà dovrebbe essere il contrario, ma è con questo secondo nome che l’autore è universalmente conosciuto, quello con cui tutti gli si rivolgono. Però, nella sua veste di scrittore, sembra che Secchi tenda a non voler mescolare i campi d’azione. Anche nella scheda biografica pubblicata sui risvolti di copertina non si fa cenno a Kriminal, Satanik e Alan Ford. Si parla solo di Eureka. Il romanzo, il cui titolo non azzeccatissimo suggerisce toni e personaggi del tutto diversi, è stato pubblicato nel 1977 e, per certi versi, anticipa i tempi. Lo fa per l’uso della narrazione in prima persona e al presente, per esempio: oggi questo è di moda, allora si trattava senza dubbio di una soluzione assai meno diffusa. Lo fa per la crudeltà e la facilità nell’uso delle armi da parte del protagonista, che fa venire alla mente le uccisioni a bruciapelo di “Pulp fiction”, che però sarebbe giunto vent’anni dopo. Tuttavia è anche un romanzo ben calato nella realtà sociale e politica di quel tempo: si vedono i cortei con le bandiere rosse, gli estremisti di sinistra con gli eskimo e i capelli incolti, gli slogan contro i borghesi e il ceto medio. E proprio alla borghesia appartiene l’anonimo protagonista, di cui poco o nulla si sa, proprio a cominciare dal nome: ciò per una precisa scelta, poiché “più che un singolo è il simbolo di quello che già siamo o di quello che potremo diventare”, come si dice in quarta di sovraccoperta. L’io narrante è un giovane ricco annoiato, che vive di rendita o sulle spalle della madre (il padre non si vede mai), in un appartamento da single. Frequenta un ambiente “bene” fatto di feste e di ritrovi fra gente del suo stesso ceto, che però riesce solo a riempirlo di sbadigli. In lui, oltre alla noia, cova la rivalsa verso il lassismo delle autorità nei confronti della malavita e dell’estremismo rosso, che sente nemici giurati del proprio status. Da qui, la sua pronta accettazione della proposta fattagli da un amico, Daniele, esperto tiratore in un poligono privato, che ha un aggancio in Questura pronto a fornirgli dei bersagli umani: quelli di spacciatori di droga, pedofili, extraparlamentari di sinistra, politici corrotti, tutti però impuniti. Così, il protagonista e Daniele si trasformano in “giustizieri della notte”, animati non da un vero e proprio senso di giustizia, anche se personale, come nei film con Charles Bronson, ma da una volontà di rivalsa, da una affermazione di potenza. Però Daniele si rivela più debole dell’io narrante, che prova gusto nel sopprimere i “diversi da lui” per poi rifugiarsi nel branco svampito e nauseante degli amici borghesucci. Così, il protagonista si ritrova prima ad agire da solo, e poi a sopprimere il suo stesso complice, deciso a consegnarsi alla polizia. Tutto ciò si intreccia con una love-story fra l’io narrante e una certa Gilda, ragazza brutta ma che lui desidera contro ogni logica anche dopo essere stato rifiutato, quasi per una nuova sfida contro sé stesso; e con quella delle foto che ritraggono i suoi omicidi, recapitatigli misteriosamente dopo ogni uccisione. Alla fine, si capisce che si tratta di accadimenti paranormali, visioni scatenate dalla follia in cui va a precipitare sempre più il protagonista, forse la voce stessa della sua coscienza vigile, il super-io freudiano, che come gli invia sogni angoscianti, così lo mette di fronte alle sue responsabilità quasi a volergli dire che, comunque, c’è qualcuno che lo vede: sé stesso. Il finale è aperto (segue spoiler): scoperto dagli inquirenti dopo aver ucciso sia Daniele che l’amico in questura (il quale lo ha sfruttato per eliminare la moglie, dunque cedendo egli stesso alla corruzione morale che sembrava voler combattere), il killer con il silenziatore (così viene definito dai giornali) va a casa di Gilda e non si sa se per uccidere anche lei, o per portarla con sé in una ultima fuga disperata verso la Svizzera. Colpiscono nel segno le descrizioni dell’annoiante gruppo di amici “di buona famiglia”, le frecciate contro il giornalismo in eskimo, le stesse descrizioni dei cortei di  “bolscevichi”, con cui l’autore non è tenero almeno quanto non lo è con il suo eroe negativo. Il romanzo si legge tutto d’un fiato, il ritmo è serrato, lo straniamento in cui cade l’io narrante è ben descritto.  Si può notare solo che l’indeterminatezza del protagonista (senza nome, senza retroterra, senza volto, senza mestiere) rende le vicende sospese come in un incubo, come fossero fuori della realtà, come se accadessero in una visione. C'è talvolta un uso non ortodosso della punteggiatura (come nel caso di un “eh; eh; eh;” anziché del corretto “Eh!Eh!Eh!”) ma si tratta di peli nell’uovo: il romanzo è senza dubbio notevole.

lunedì 16 maggio 2016

PINOCCHIO






PINOCCHIO
di Sandro Dossi e Alberico Motta
Cliquot
2016, 192 pagine

16 euro

Un benefico tuffo nella nostalgia. Nostalgia, beninteso, in senso positivo: recupero dei ricordi, ma anche rinnovarsi del sorriso. In più, mi sono accorto di come il Pinocchio dell'editore Renato Bianconi (figura storica del fumetto italiano, su cui si sentono raccontare gli aneddoti più incredibili e divertenti) sia perfettamente fruibile anche ai giorni nostri, proprio come il modello collodiano. A Collodi, del resto, Bianconi ha soltanto chiesto in prestito il personaggio, l'ambientazione e i personaggi comprimari: per il resto, il burattino disegnato da Sandro Dossi (e da altri, quali Tiberio Colantuoni) vive avventure a sé stanti. Non è dunque una trasposizione a fumetti del romanzo ma ne utilizza i protagonisti e l'universo narrativo per dar vita a storie del tutto nuove: naturalmente semplici e ilari come da tradizione bianconiana. La Casa editrice Cliquot, benemerita nel recupero di fumetti del passato, ha addirittura dato vira a una campagna di crowdfunding per riportare quel Pinocchio in libreria, in un elegante volume dedicato alle storie firmate dallo sceneggiatore Alberico Motta e dal disegnatore Sandro Dossi, un autore a cui si dovrebbe erigere un monumento. A queste, si aggiunge un ricco, esaustivo e interessante apparato critico firmato da Luca Boschi, Andrea Leggeri e Giuseppe Pollicelli. I saggi introduttivi ricostruiscono l'epoca dei fumetti Bianconi: Braccio di Ferro, Geppo, Nonna Abelarda, Soldino, Trottolino e tanti, tanti altri, realizzati in economia e in velocità, riciclati all'infinito, ma destinati a divertire per cinquant'anni i lettori più giovani ma anche i meno giovani. Una vera e propria "scuola" che ha brillato per garbo e qualità nonostante i ritmi di lavorazione. Luca Boschi ci consegna invece una disamina delle versioni a fumetti realizzato nel corso degli anni con protagonista il burattino di Collodi. Il Pinocchio bianconiano comparve in edicola tra il 1974 e il 1980, sull'onda del successo dello sceneggiato televisivo firmato da Luigi Comencini, dopo che si erano liberato i diritti del personaggio. E fa tanto, tanto piacere ritrovarlo adesso in una selezione delle sue avventure migliori.