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venerdì 7 gennaio 2022

IL SIGNORE DELLE MOSCHE

 

 


 

William Golding
IL SIGNORE DELLE MOSCHE
Arnoldo Mondadori Editore 
brossurato, 242  pagine 
lire 13.000

“Il Signore delle Mosche”, senza dubbio il più celebre romanzo del britannico William Golding (1911-1993), fu scritto nel 1954, ma la sua straordinaria fortuna iniziò con l’edizione economica americana del 1959, che valse all’autore milioni di copie vendute. Nel 1983 venne attribuito allo scrittore il Premio Nobel per la Letteratura, con questa motivazione: “per i suoi romanzi che, con la chiarezza della narrativa realistica e la diversità e l’universalità del mito, illuminano la condizione umana nel mondo di oggi”. Opera di culto e modello per molti scrittori, fra cui Stephen King, “Il Signore delle Mosche” è un racconto distopico che dimostra la fondamentale malvagità dell’animo umano. Il suo senso  si condensa in questa frase dello stesso Golding: "L'uomo produce il male come le api producono il miele". In pratica, il male è connaturato con l'uomo, ognuno di noi ha una metà oscura che aspetta solo l'occasione giusta per uscire allo scoperto e scatenarsi.
La trama del "Signore delle Mosche" è questa: durante la terza guerra mondiale (un conflitto immaginario) un aereo che trasporta i ragazzi di un collegio, dai sei ai dodici/tredici anni, cade su un'isola deserta. I piloti e gli accompagnatori muoiono nell'impatto, sopravvivono solo i ragazzini. Non hanno né l'aiuto né il controllo degli adulti. Devono organizzarsi, fare da soli. I più grandi devono occuparsi anche dei più piccoli. All'inizio sembra che ce la possano fare, poi emergono paure irrazionali e comportamenti asociali. Il gruppo si divide in due bande, e quella guidata da un certo Jack, violento e malvagio, prende il sopravvento. Si scatenano la follia, la regressione a riti tribali, si comincia a uccidere. Escono allo scoperto gli aspetti più selvaggi e repressi della natura umana. Senza la guida della cultura (in senso lato), l'umanità regredisce, si imbarbarisce, perché il nostro vero volto è appunto quello barbaro e belluino.
I ragazzini naufragati dal cielo sull'isola deserta sono tutti maschi. Nessuna bambina, nessuna fanciulla. Perché Golding ha fatto questa scelta? Forse perché il suo romanzo sarebbe stato più difficile da gestire se si fosse dovuto tenere conto anche della diversa psicologia femminile? Oppure perché se ci fossero state delle femmine le cose sarebbero andate diversamente?  In ogni caso, Golding ha escluso la sfera sessuale dall'oggetto del suo romanzo. Gli premeva di più parlare del male e della violenza come categorie universali. Forse, anzi, senz'altro, per questo ha scelto come protagonisti dei bambini o dei ragazzi evidentemente pre-adolescenti, come metafore di una umanità da cui fossero bandite le pulsioni sessuali, messe da parte nel contesto di una narrazione senza nessuna pretesa, nonostante le apparenze, di realismo. Tant'è vero che poteva parlare di un naufragio nel Settecento o nel Seicento, ma ha invece ipotizzato l'epoca di una strana guerra atomica, fuori dal tempo.

domenica 3 gennaio 2021

PINOCCHIO

 
 

 
 
Sandro Dossi
Alberico Motta
PINOCCHIO
LE STORIE MAI NARRATE DA COLLODI
Sbam!Libri
brossurato, 2020
210 pagine, 13 euro


Il Pinocchio edito da Renato Bianconi, vulcanico editore milanese, comparve in edicola tra il 1974 e il 1980, sull'onda del successo dello sceneggiato televisivo firmato da Luigi Comencini (1972), potendo dunque contare sulla rinnovata popolarità di un personaggio su cui, peraltro, non c'erano diritti d'autore da pagare a Carlo Collodi (il cui romanzo è datato 1881). "Erano passati gli anni necessari per far scadere i diritti su Pinocchio: siccome Bianconi era perennemente in cerca di nuovi personaggi da stampare per far girare le sue macchine, ci chiedeva se avevamo qualche idea nuova - ricorda Sandro Dissi, il disegnatore - Un giorno gli abbiamo detto che c'era questo famosissimo personaggio che non costava niente, che si poteva sfruttare senza dover pagare i diritti a nessuno. L'idea però era quella di farlo agire ai giorni nostri". Bianconi pubblicava già da anni decine di testate come Felix, Braccio di Ferro, Geppo, Trottolino, Nonna Abelarda, e poteva contare su uno staff di autori molto efficaci in quel tipo di fumetto, quali Pier Luigi Sangalli, Tiberio Colantuoni, Umberto Manfrin, Nicola Del Princope, e appunto Sandro Dossi. I testi del Pinocchio bianconiano furono quasi tutti scritti da Alberico Motta, e non si trattò di una trasposizione a fumetti del romanzo di Collodi, ma di prenderne in prestito i protagonisti e l'universo narrativo per dar vita a storie del tutto nuove: naturalmente semplici e ilari come da tradizione di Bianconbi. La Casa editrice Cliquot, nel 2016 diede addirittura vita a una campagna di crowdfunding per riportare quel Pinocchio in libreria, in un elegante volume di cui abbiamo parlato qui: http://utilisputidiriflessione.blogspot.com/.../pinocchio..

sabato 29 febbraio 2020

L'ISTITUTO



Stephen King
L'ISTITUTO
Sperling & Kupfer
2019, cartonato,
566 pagine, 21.90 euro


Nella "Nota dell'autore" pubblicata in appendice al libro, Stephen King ricorda la figura di Russ Dorr, che da medico della sua famiglia si è trasformato nel suo più fedele collaboratore ricercando notizie, fornendo documentazione, controllando fatti, luoghi e persone. "Mi ha aiutato a ottenere quel che è sempre stato il mio scopo: rendere plausibile l'impossibile", scrive King. Ecco, credo che questo sia lo scopo di ogni scrittore, anche quelli che scrivono storie "realistiche", perché qualunque storia, non essendo accaduta, è impossibile. Ciò che i lettori chiedono è di crederci, di poterci credere. Anche se si parla di una Compagnia dell'Anello o di un Impero Galattico. La parte meno plausibile de "L'istituto", secondo me, è il finale: una resa dei conti con i buoni che vanno ad affrontare i nemici a casa loro, prendendo perfino un aereo per risolvere la questione tutta in una notte, approfittando di un tempo che sembra dilatarsi a dismisura. Mai contestare, comunque, le scelte narrative di uno scrittore (men che mai di Stephen King), dato il libro lo ha scritto lui e non chi lo legge. Si può solo dire: mi è piaciuto, non mi è piaciuto. E sicuramente, chiudendo l'ultima pagina, "L'istituto" mi è piaciuto parecchio. E' uno di quei romanzi che quando li cominci a leggere poi non ti stacchi più finché non lo hai finito, e tanto basta. E pensare che comincia parlando d'altro, cioè di Tim Jamieson, un ex poliziotto in fuga dal suo passato, che si trasferisce in un microscopico paesino del Sud degli Stati Uniti, dove è finito per caso, e trova lavoro come guardiano notturno. Poi entra in scena un ragazzino di Minneapolis dal QI superiore alla norma, Luke Ellis, che oltre a essere straordinariamente dotato intellettualmente, possiede blandi poteri telecinetici. All'improvviso, un commando fa irruzione in casa di Luke, stermina la sua famiglia e lo rapisce. Il ragazzo si ritrova prigioniero in una sorta di prigione-ospedale nel Maine, dove altri bambini come lui vivono reclusi e sono sottoposti a test ed esperimenti tesi a verificare ed esercitare le loro facoltà ESP. 
King si cimenta insomma in un'altra storia con dei protagonisti bambini, ragazzi e adolescenti, un'altra delle sue tematiche ricorrenti ("Stand by me", "It", "La bambina che amava Tom Gordon", "Chi perde paga"). Attraverso prove ed esperienze che rompono l'incanto dell'infanzia e fanno perdere l'innocenza, si cresce e ci si forma.
Nell'Istituto i ragazzi subiscono violenze e maltrattamenti, ma soprattutto a un certo punto, uno a uno (ne arrivano comunque sempre di nuovi) vengono spostati in un misterioso secondo edificio da cui nessuno fa più ritorno. Anche Luke ci finirebbe, se non trovasse il modo di fuggire, grazie alla sua intelligenza superiore e l'aiuto da parte di una sorvegliante, che ben sa la sorte che subiscono i reclusi una volta che siano stati spremuti dei loro poteri mentali, usati da un dipartimento degenerato del Governo federale per scopi politici e militari, di condizionamento della politica internazionale. Il mondo è in pericolo e solo Luke può salvarlo, se non si fa riprendere. A questo punto rientra in scena Tim, che ci chiedevamo appunto che cosa c'entrasse. Vale la pena di leggere e di scoprirlo.

giovedì 4 agosto 2016

IL PRIMO LIBRO DEL BAMBINO



IL PRIMO LIBRO DEL BAMBINO
di Elisa Cappelli
Salani
cartonato, 1916

Il volume è stato ristampato in anastatica nel 2012 dalla RBA nella sua collezione "Biblioteca del Ricordo", che recupera testi per l'infanzia rari o dimenticati riproponendoli nel formato dell'epoca in cui uscirono (ne abbiamo già recensiti alcuni in questo blog, come "La vita di Gesù" o "Il segretario galante"). "
Il primo libro del bambino" è un testo scolastico destinato a insegnare lettura e scrittura. Commuove un po' vedere in fondo la scritta: "Ora so leggere e scrivere!". All'interno, si trovano tutti gli esercizi che ci si aspetta in un'opera del genere, e dunque si comincia con le lettere dell'alfabeto, le sillabe, i numeri. Il tutto spiegato, devo dire, con molto garbo e, soprattutto, con illustrazioni che permettono di immergersi nell'atmosfera di inizio Novecento, compresi quelli che oggi vengono considerati errori pedagogici: "Mario e l'Ada scrivono bene; ma la Marietta vorrebbe tenere la penna con la mano sinistra invece che con la destra, come naturalmente dev'essere tenuta", spiega una didascalia sotto una illustrazione che mostra la Marietta di spalle, delusa e scornata nel guardare Mario e l'Ada che invece scrivono sorridenti in favore di camera: non si allude a punizioni corporali o a braccia legate dietro la schiena ma certo i mancini si devono essere sentiti tutti molto in colpa. Arrivati oltre pagina 60, arrivano i primi esercizi di lettura: "In un pollaio vivevano due galletti: erano fratelli e avrebbero dovuto amarsi. Invece non facevano che becchettarsi dalla mattina alla sera. Finalmente la massaia disse: 'Questi polli sono troppo cattivi: bisogna punirli!'. Li prese e li mise tutti e due in pentola, poi li accomodò in un vassoio e a desinare li servì in tavola". La morale è facile da trarre, ma se fossi stato un bambino dell'epoca mi sarei chiesto se, prima di metterli in pentola, ai due galletti fosse stato almeno, pietosamente, tirato il collo o se la massaia li avesse messi a bollire vivi. Arrivando alle pagine dei numeri, si fanno degli esempi: tre gatti, due candelieri, un magnano. Rileggo: magnano. Ecco, io non saprei dire che cosa sia. Dalla figura, si direbbe che il magnano sia un fabbro. 
A pagina 77, una istruttiva pagina dedicata al Re d'Italia. "Vittorio Emanuele III è il Re d'Italia. Egli è il figlio di Umberto I, che cadde colpito al cuore da una pallottola assassina. Amava il popolo, era prode, era generoso e pietoso, e fu chiamato il 'Buono'. Vittorio Emanuele III ha tutte le virtù del padre. E' un Re saggio, valoroso , leale. La madre del nostro Re fu Margherita di Savoia, donna di elette virtù, colta e gentile. La sua sposa, la mostra Regina, è Elena del Montenegro, e appartiene a una famiglia di forti e di prodi. Il Re e la Regina d'Italia hanno cinque figli. La maggiore d'età è la principessa Iolanda. Vengono poi la principessa Mafalda, Umberto principe di Piemonte e le principesse Giovanna e Maria. Umberto è il principe ereditario del trono d'Italia; la sua sposa è la principessa Maria Josè del Belgio. Il nostro Re e la nostra Regina sono buoni e pietosi. Appena una sventura contrista il popolo, essi corrono a consolarlo. Viva il Re! Viva la Regina d'Italia. Il tutto è molto istruttivo alla luce dei fatti dei decenni successivi. Viene però da pensare al pensiero di che risate si farebbero i ragazzi di oggi se in un libro di scuola si parlasse di un Presidente della Repubblica o di un Primo Ministro buoni e pietosi.

lunedì 16 maggio 2016

PINOCCHIO






PINOCCHIO
di Sandro Dossi e Alberico Motta
Cliquot
2016, 192 pagine

16 euro

Un benefico tuffo nella nostalgia. Nostalgia, beninteso, in senso positivo: recupero dei ricordi, ma anche rinnovarsi del sorriso. In più, mi sono accorto di come il Pinocchio dell'editore Renato Bianconi (figura storica del fumetto italiano, su cui si sentono raccontare gli aneddoti più incredibili e divertenti) sia perfettamente fruibile anche ai giorni nostri, proprio come il modello collodiano. A Collodi, del resto, Bianconi ha soltanto chiesto in prestito il personaggio, l'ambientazione e i personaggi comprimari: per il resto, il burattino disegnato da Sandro Dossi (e da altri, quali Tiberio Colantuoni) vive avventure a sé stanti. Non è dunque una trasposizione a fumetti del romanzo ma ne utilizza i protagonisti e l'universo narrativo per dar vita a storie del tutto nuove: naturalmente semplici e ilari come da tradizione bianconiana. La Casa editrice Cliquot, benemerita nel recupero di fumetti del passato, ha addirittura dato vira a una campagna di crowdfunding per riportare quel Pinocchio in libreria, in un elegante volume dedicato alle storie firmate dallo sceneggiatore Alberico Motta e dal disegnatore Sandro Dossi, un autore a cui si dovrebbe erigere un monumento. A queste, si aggiunge un ricco, esaustivo e interessante apparato critico firmato da Luca Boschi, Andrea Leggeri e Giuseppe Pollicelli. I saggi introduttivi ricostruiscono l'epoca dei fumetti Bianconi: Braccio di Ferro, Geppo, Nonna Abelarda, Soldino, Trottolino e tanti, tanti altri, realizzati in economia e in velocità, riciclati all'infinito, ma destinati a divertire per cinquant'anni i lettori più giovani ma anche i meno giovani. Una vera e propria "scuola" che ha brillato per garbo e qualità nonostante i ritmi di lavorazione. Luca Boschi ci consegna invece una disamina delle versioni a fumetti realizzato nel corso degli anni con protagonista il burattino di Collodi. Il Pinocchio bianconiano comparve in edicola tra il 1974 e il 1980, sull'onda del successo dello sceneggiato televisivo firmato da Luigi Comencini, dopo che si erano liberato i diritti del personaggio. E fa tanto, tanto piacere ritrovarlo adesso in una selezione delle sue avventure migliori.

domenica 24 aprile 2016

ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL



ALFREDO CASTELLI: IL PREQUEL
di Alfredo Castelli
Comic Out
2015, brossurato
100 pagine, 12 euro

Volume decisamente inconsueto nel contesto della mai abbastanza lodata collana "Lezioni di fumetto": non si tratta infatti di un libro intervista né di un saggio su, ma di una autobiografia professionale riguardante il periodo in cui l'autore non aveva ancora fatto del fumetto la sua professione. Una cosa, insomma, che poteva venire in mente soltanto ad Alfredo Castelli. O quanto meno, che soltanto i Buon Vecchio Zio Alfy poteva realizzare nel modo in cui questo "prequel" è stato realizzato. Della capacità di affabulatore del celebre autore dell'Omino Bufo e di Martin Mystère nessuno può dubitare, dopo cinquanta anni di vulcanica carriera festeggiati proprio nel 2015. E per di più, dopo tanti suoi articoli autobiografici e pieni di ricordi e di aneddoti, e tante conferenze e incontri con il pubblico, è ormai assodato il campionario di ricordi e di ritratti di persone e personaggi dell'editoria fumettistica italiana (ma anche internazionale) su cui Castelli può essere interpellato e invitato a raccontare. Anzi, auspico che il BVZM dedichi un suo proprio libro a raccogliere le tante cose scritte in pubblico e dette in pranzi e cene o pause caffè per compilare una monumentale "Storia del Fumetto Italiano" naturalmente secondo lui. Ma nel caso del libro di cui stiamo parlando non ci sono, se non di sfuggita, riferimenti all'attività castelliana nel mondo degli eroi di carta: l'autore ci parla di lui, bambino prima e ragazzo poi, nell'Italia degli anni Cinquanta. Nato nel 1947, e destinato a esordire (con "Scheletrino") nel 1965, Castelli ci racconta tutto quanto c'è nel mezzo, o almeno, quel che nel mezzo riguarda le letture che faceva, i film che vedeva, la televisione che guardava (quando in casa sua entrò il primo televisore), i giochi a cui giocava se legati all'immaginario che andava formandosi dentro di sé (per esempio i View Masters, gli apparecchi per vedere diapositive in tre D). Il tutto, con il corredo puntuale, ricco ed evocativo di copertine e immagini in grado di riportare alla mente ricordi analoghi in ciascuno di noi (anche i lettori più giovani hanno i propri libi di favole o giornaletti del cuore). Il BVZM ha infatti ritrovato, con una caccia durata decenni, tutti o quasi gli oggetti di cui parla, così come le immagini di film e telefilm. Oggetti e immagini in cui affonda le radici la produzione fumettistica e saggistica castelliana, da cui nascono tutti i suoi multiformi interessi e tante delle sue piccole e divertenti manie. Non si creda, però, che si tratti di un libro autoreferenziale. Al contrario: attraverso gli occhi curiosi ed attenti del piccolo Alfredo assistiamo alla ricostruzione, come in un diorama, della società italiana del Dopoguerra e prima del boom economico, in anni in cui non era per niente facile poter rivedere un film che si era visto, in cui non si conoscevano che pochi fumetti stranieri, in cui era difficile anche procurarsi quegli italiani, per giunta guardati con diffidenza dai benpensanti. Dunque, il "prequel" ci consegna un affascinante ritratto di un'epoca, e l'educazione sentimentale dell'autore all'amore per le storie raccontate.

venerdì 25 marzo 2016

GIRO DI VITE



GIRO DI VITE
di Henry James
Einaudi, 2014
brossurato, 180 pagine
9 euro)

"Se la presenza di un bambino dà un giro di vite, che ne direste di due bambini?", domanda mister Douglas al suo uditorio riunito una sera davanti al fuoco. Poco prima era stata raccontata una storia di fantasmi con protagonista appunto un ragazzino a cui appare uno spettro, ed ecco Douglas proporsi di narrarne un'altra che ruota attorno a due fratellini, Miles (nove anni) e Flora (otto). La vicenda però non sembra essere una favola: tutto è scritto in una sorta di resoconto narrato in prima persona da una giovane istitutrice, miss Giddens, che ha vergato un quaderno in cui rivela gli inquietanti fatti di cui è stata testimone e vittima. La scelta di non scrivere un romanzo che affronti direttamente ciò che si intende raccontare, ma di far ricorso a una sorta di manoscritto trovato in una bottiglia (come fa anche il Manzoni con i "Promessi Sposi" e Umberto Eco nel "Nome della Rosa") è un espediente che serve, in questo caso, a rendere più indeterminata, misteriosa e straniante la trama: tutto è accaduto ad altri e ci si deve affidare a una testimonianza che non può essere approfondita, abbiamo a disposizione solo ciò che ci viene detto e a noi tocca la scelta di decidere se fidarci o no della testimone, confusa quanto noi e spesso reticente. Perché proprio il dover leggere fra le righe le cose non dette rende "Giro di vite" un testo quanto mai disturbante. Henry James, scrittore americano poi naturalizzato inglese (1843-1916), scrisse "The turn of the screw" nel 1889 sperimentando, alla sua maniera, tematiche gotiche: non era però uno scrittore fantastico e privilegiava romanzi con drammi psicologici e conflitti interiori. Tuttavia questa storia di fantasmi gli è venuta decisamente bene, pur in assenza di scene truci. Non si "vede" niente se non l'apparizione di due fantasmi, quella di un uomo dai capelli rossi, Quint, già maggiordomo nella dimora di Bly, dove si svolgono i fatti, e di una donna, pallida e vestita di nero, miss Jessel, precedente istitutrice dei ragazzi adesso affidati alla signorina Giddens. I due erano amanti, e in qualche modo avevano coinvolto i bambini in pratiche di cui non sappiamo nulla. In circostanze diverse e misteriose erano entrambi morti. Però, il loro influsso si riverbera ancora su Miles e Flora, ragazzini adorabili ma con segreti che non vogliono confessare e comportamenti stranianti (fra di loro, complottano cose che non si afferrano). Dopo la morte di miss Jessel, Miles era stato mandato in un collegio, da cui però era stato cacciato per il suo comportamento. Ma che cosa aveva fatto, se apparentemente agli occhi della signorina Giddens è un ragazzino meraviglioso? Miss Giddens comincia a vedere anche lei i fantasmi, che però sembrano interessati solo a scrutare i bambini: che cosa vogliono? Tutto si gioca sul non detto, su una corruzione interiore e su fatti innominabili del passato che non emergono mai. Sono chiari i primi turbamenti adolescenziali di Miles, e c'è del perverso nell'ombra, Il sesso aleggia nell'aria. Ma miss Giddens è una testimone attendibile? O sta impazzendo? Il limite e il pregio del romanzo di James, assolutamente ipnitico, è appunto in questi dubbi senza risposta. L'assenza di genitori (Miles e Flora sono orfani) e dello zio a cui sono stati affidati i ragazzi (che non se ne occupa affidandoli appunto a istitutrici e alla servitù di Bly) rende tutto ancora più complicato: mancano i riferimenti, miss Giddens deve cavarsela da sola. A meno che lo zio stesso non faccia parte del mistero. Il che potrebbe essere. Chi ama i finali aperti, qui trova pane per i suoi denti.

martedì 8 dicembre 2015

LA VITA DI GESU'



LA VITA DI GESU'
di Autore Anonimo
Unione Giovanile Cattolica
anni Venti
ristampa anastatica RBA
2012

Si tratta di un volume cartonato in formato orizzontale, riprodotto fedelmente in tutte le sue novanta pagine, più copertina, dalla RBA, nell'ambito della benemerita raccolta "La Biblioteca dei Ricordo" (distribuita in edicola ma, purtroppo, di breve durata). L'aspetto del libro è dunque esattamente quello in cui venne distribuito all'inizio del Novecento, in ambito parrocchiale, nelle Scuole e in famiglia: non contiene i quattro Vangeli, ma una sorta di loro "novelization" realizzata da uno scrittore non particolarmente talentuoso, incline anzi a dar prova di umorismo involontario e a infarcire la sua prosa di sgradevolezze lessicali, ripetizioni e dialettalismi. Lo scopo della pubblicazione è chiaramente quello catechistico e di proselitismo confessionale, e il target è quello dei ragazzi delle scuole elementari, tant'è vero che la collana di cui faceva parte si chiamava "Per la cultura religiosa dei bambini". Ogni due pagine ci sono bellissime illustrazioni in bianco e nero, ispirate a famose opere d'arte. La lettura riesce a dare il senso di un'epoca, vicina e lontana al tempo stesso, a calare in una diversa realtà sociale e culturale. 

Il narratore, che preferisce restare anonimo e si definisce soltanto "un amico" dei suoi giovanissimi lettori, si attiene al "grado zero" dell'affabulazione e quando deve trarre la morale da ciò che racconta punta all'indottrinamento spicciolo della predicazione di un tempo, basato sui sensi di colpa, la paura dell'inferno, l'obbedienza al clero. 

Il racconto comincia con la spiegazione del Peccato Originale, in ragione del quale si sarebbe resa necessaria la Redenzione (con l'Incarnazione del Figlio di Dio). "Iddio è onnipotente e può fare quello che vuole", è la premessa. Vuole pertanto creare il mondo, che prima non esisteva, ma Adamo ed Eva gli disubbidirono e commisero "un grande peccato" (quale, non è dato sapere) "e poi quasi tutte le altre persone che vennero al mondo disubbidivano al Signore e commettevano tanti peccati, sicché quasi tutte, quando morivano, andavano all'Inferno. Il Paradiso era chiuso e non ci poteva entrare più nessuno". A me, come bambino, sarebbe venuto da chiedermi dove andavano quei pochi che non commettevano peccati, dato che "quasi tutti" andavano all'Inferno, ma qualcuno no, però il Paradiso era "chiuso". Un altro dubbio che sicuramente mi sarebbe venuto è questo: se Iddio "può fare quello che vuole", evidentemente è stato lui a chiudere il Paradiso (non si certo chiuso da sé o contro la sua volontà), dunque gli sarebbe bastato un cenno del capo per riaprirlo, dimenticando il passato e facendo un po' meno l'offeso, per risolvere la faccenda senza tante complicazioni. Ma nel testo non c'è nessun accenno di soluzione per questi dubbi (ed è probabile che i dubbi stessi siano, anzi, parte del "grande peccato"). 

Altre domande uno se le potrebbe porre ascoltando il racconto dell'Annunciazione: "Dove si poteva trovare, sulla terra, una donna tanto pura e tanto santa, che potesse diventare la madre di Dio? Sembrava che non si potesse trovare. Ma il Signore, dal Paradiso, guardò tutti i paesi del mondo e vide che in un paese, che si chiamava Nazaret, c'era una giovinetta più buona e più santa di tutte le altre giovinette del mondo. Essa si chiana Maria, e S.Giuseppe era il suo sposo". Al che, Dio manda l'Arcangelo Gabriele. Ma se S.Giuseppe era il suo sposo, allora Maria era già sposata, quando arriva l'angelo. E dunque, non era vergine? Inoltre non sfugga il fatto che non si accenna al popolo ebraico come quello eletto, quello destinato fin dai tempi di Abramo a dare al mondo il Messia: i Vangeli, eppure, ne parlano. Fedele all'antisemitismo tipico della sua epoca (e di quelle precedenti), l'autore fa credere ai lettori che Nazaret fosse un paese come un altro, e che Maria era nata lì per caso, avrebbe potuto essere nata anche a Pizzighettone, e allora invece che di Gesù di Nazaret parleremmo di Gesù di Pizzighettone. 

L'umorismo involontario si scatena la prima volta quando il narratore racconta la nascita di Gesù, che come sappiamo fu deposto in una mangiatoia. "Gesù soffriva molto, perché aveva freddo e perché la paglia lo pungeva, ma soffriva volentieri perché voleva salvare tutti gli uomini con le sue sofferenze". Ecco, passi per il freddo, ma che tra le sofferenze di Gesù ci fosse anche il contatto con la paglia pungente, a me fa sorridere. Del resto, il martirio continua poco dopo: "Nel paese dove nacque Gesù c'era un costume (perché così aveva comandato il Signore) che ad ogni bambino, otto giorni dopo che era nato, si doveva fare una piccola ferita rotonda nella carne e il bambino versava un po' di sangue. Questa cerimonia si chiamava 'circoncisione'. Anche al Bambino Gesù dunque, otto giorni dopo che era nato, si fece la circoncisione ed egli soffriva, perché la carne era ferita e versava sangue; ma soffriva volentieri per amor nostro". Ecco, al di là della buffa descrizione della cerimonia, che non dice dove si eseguiva il taglietto e perché, se io fossi stato un bambino dell'epoca mi sarei chiesto perché mai il Signore avesse "comandato" (di sua iniziativa, a quanto pare) che si facesse così, e che dunque tutti i poveri bambini dovessero soffrire. Il fatto che soffrisse anche Gesù, in questo caso, mi sarebbe sembrata un po' colpa del Padreterno, più che nostra. E insomma, anche in questo caso, sai che sofferenza: capisco la croce, ma dato che il mondo è pieno di circoncisi ancora oggi, forse il patimento è sopportabile. 

Sorvoliamo sulla strage degli innocenti che forse si sarebbe potuta evitare senza la stella cometa (che fu, bisogna dirlo, un'imprudenza), e arriviamo alla parabola del ricco Epulone. Ci viene spiegato che costui va all'Inferno perché "aveva goduto tanto quando stava al mondo: aveva mangiato, bevuto e ballato e fatto tanti peccati", mentre il povero Lazzaro, che mendicava davanti alla sua porta, va in Paradiso perché, dopo aver tanto sofferto, adesso poteva godersi la gioia eterna. Colpisce la disparità tra il delitto e la pena, così come fra il danno e la ricompensa: per alcuni anni di gozzoviglie (certo imperdonabili), Epulone viene condannato a bruciare nel fuoco per l'eternità! Cioè, non per mille anni, ma per sempre. E Lazzaro, per aver patito qualche decennio, eccolo godere per tutti i secoli dei secoli. Qualunque avvocato potrebbe impugnare la sentenza, se le cose stessero così. E' chiaro che il racconto evangelico allude (spero) a significati più profondi, a cui però la nostra "Vita di Gesù" ci nega l'accesso. Anzi, trae questa morale: "Questa parabola la raccontava Gesù per far comprendere che dopo questa vita c'è veramente il Paradiso per quelli che sono stati buoni, e l'Inferno per quelli che sono stati cattivi. Lo dobbiamo credere perché l'ha detto Gesù e lo dice il Papa, lo dicono i Vescovi e lo dicono i Sacerdoti che sono stati mandati da Dio". Non mi dilungo oltre, il senso è chiaro. Basterà solo citare un passaggio del fervorino finale: "Perché a Gesù, che ti vuole tanto bene, gli fai tanto dispiacere e gli ferisci il cuore con le tue cattiverie?". Ecco, se io fossi un uomo di fede e volessi provare a spiegare il Vangelo, non farei discorsi del genere ma tenderei a spiegare come Gesù possa essere un maestro di vita e, soprattutto, possa riempire il cuore di gioia. Niente sensi di colpa, che così tanto ancora oggi mi affliggono, dai tempi del mio catechismo.