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martedì 28 ottobre 2025

CATTIVA FEDE

 


Ken Follett
CATTIVA FEDE
Edizioni Dehoniane
2017, brossurato
80 pagine, 7.50 euro

Non c’è bisogno di ricordare chi è il britannico Ken Follet (Cardiff, 1949), autore di best seller di fama internazionale. Però, suvvia, citiamo almeno “I pilastri della Terra”, il suo romanzo di maggior successo. C’è però bisogno di spiegare che cos’è questo libretto di poche decine di pagine, così poche rispetto alla mole dei volumi del resto della sua produzione. Il titolo della collana, “Lampi d’autore”, viene spiegato proprio dalla fulmineità dei testi presentati. Si tratta di un memoir pubblicato nell’autunno del 2016 sulla rivista inglese Granta, in un numero speciale di argomento religioso dedicato alla frammentazione settaria delle varie chiese protestanti. Ken Follett rievoca, non senza dolore, la sua infanzia trascorsa nella gabbia delle convinzioni della Plymouth Brethren, una fratellanza puritana per la quale il peccato poteva annidarsi letteralmente ovunque, confraternita di cui la famiglia dello scrittore faceva parte. Tutto nasce dall’istituzione della Chiesa anglicana da parte di Enrico VIII, nel 1534. Da questo scisma scaturirono decine di gruppi religiosi detti “non conformisti” in quanto, pur accettando la separazione dalla Chiesa cattolica, non si conformavano all’Atto di uniformità con cui nel 1662 si cercò di radunare il gregge disperso. Si creò una divisione tra “Chiesa alta” e “Chiesa bassa”, quest’ultima formata appunto dai dissidenti, frammentati fra loro in modo inverosimile. Presbiteriani, battisti, metodisti e calvinisti sono quelli più conosciuti. Tra le congregazioni più piccole c’è appunto la Plymouth Brethren, nata ai primi dell’Ottocento ma collegata alla tradizione dei Padri Pellegrini partiti per l’America a bordo della nave Mayflower nel 1620. A pochi anni dalla fondazione, già nel 1848 il gruppo si spacca in due: gli Open e gli Exclusive. Più aperti all’accoglienza i primi, rigidamente chiusi i secondi. Follett scrive di non essere a conoscenza di nessuna differenza fra i due rami a parte l’atteggiamento nell’ammettere chiunque alle proprie cerimonie o non ammettere nessuno che non facesse parte della comunità. La famiglia di Ken faceva parte degli Exclusive, per i quali una delle più temibili trasgressioni, fonte di perdizione, era entrare in una cappella degli Open. Guai poi soltanto a parlare con qualcuno dei rivali. La competizione fra le varie congregazioni anglicane è sempre stata feroce. Uno dei pezzi forti di “Cattiva fede” è il racconto che Follett fa di una barzelletta riguardante un gallese che dopo aver fatto naufragio su un’isola deserta costruisce due cappelle. Quando arrivano a salvarlo, gli chiedono a che serve la seconda e lui risponde: “E’ quella dove non vado”.  
Nessun dubbio che la Plymouth Brethren si possa definire una setta. Al piccolo Ken viene vietato l'andare al cinema, così come era esclusa ogni forma di divertimento, compreso l’ascolto della musica o la frequentazione di eventi sportivi. Nessuna possibilità di mettere in discussione l’autorità dei genitori e, in generale, quella degli anziani. Assillanti le letture della Bibbia e le funzioni religiose (tre durante la domenica), divieto di partecipare alla vita pubblica iscrivendosi a un partito o a un sindacato. Follett rimpiange soprattutto di non aver potuto diventare un boy scout. Non si poteva mangiare in compagnia di nessuno che non facesse parte del gruppo, né andare ai funerali di estranei. Insomma, il fanatismo più totale. Frequentando l’Università, dopo aver scelto filosofia nella speranza che gli studi potessero aiutarlo a superare i suoi dubbi sull’esistenza di Dio (“nessun dato di fede superò la prova dei criteri logici”), Follett diventa ateo, “un ateo arrabbiato”, perché non aveva potuto entrare nei boy scout”. Conclude lo scrittore: “Mi sono bastati tre anni per diventare ateo, ma ho speso il resto della vita per ritrovare una qualche forma di spiritualità”.  Dopo il testo tradotto da Alessandro Zaccuri (autore anche della prefazione), viene proposto il godibilissimo testo originale in inglese. 



domenica 5 gennaio 2025

TEORIA DI GESU’

 


Michael Onfray
TEORIA DI GESU’
Ponte alle Grazie
2024, brossurato
260 pagine, 18 euro

“Il libro più atteso di Michel Onfray, annunciato da oltre vent’anni”, si legge in quarta di copertina. In effetti, per chi abbia letto il formidabile saggio in cui il filosofo francese smonta Freud (“Crepuscolo di un idolo”, 2011) o il  suo “Trattato di ateologia” (2005), vederlo confrontarsi con i Vangeli è effettivamente irresistibile fonte di curiosità e di interesse.  Il sottotitolo italiano di questo libro è  però fuorviante: “Gesù Cristo è esistito davvero?”. Fa credere, cioè, che l’intento dell’autore sia quello di dimostrare o smentire l’esistenza storica di Gesù. Argomento interessante, oggetto di altri libri, come quello di Bart Ehrman “Gesù è davvero esistito?”, del 2013 (Mondadori), in cui si ribadisce un fondamento storico della figura del Cristo, indipendentemente dal fastello di tradizioni, di miti e credenze che nei secoli ci si è costruito sopra. Ma, leggendo “Teoria di Gesù”, non pare proprio che sia questo aspetto, quello della storicità del personaggio, l’interesse della disamina di Onfray, che si occupa di altro. E’ vero che il filosofo francese parte dall’assunto che “di prove non ce ne sono, a meno di non voler credere che gli evangelisti siano degli storici e non degli apologeti”, tuttavia dicendo questo Onfray si limita a riferire una suo scetticismo riguardo alle fonti a cui altri sono invece maggiormente o decisamente disposti a prestare fiducia. Non propone nessuna dimostrazione della non esistenza di un predicatore o un capopopolo nella Giudea e nella Galilea sotto la dominazione romana, dalla cui figura abbia tratto origine il cristianesimo. Quello che Onfray secondo me fa, o si propone di fare, è costatare come ogni elemento della narrazione attorno a Gesù corrisponda a precedenti narrazioni, talvolta risalenti a miti e leggende antichissime, bibliche e non bibliche. Quando l’autore scrive: “Gesù non è mai esistito storicamente ma solo come concetto”, si riferisce all’idea di Gesù che ci è stata tramandata, l’unica che ci è dato in effetti di conoscere. “La sua esistenza è solo l’effetto di una elettrolisi di tipo spirituale, intellettuale, filosofico, simbolico, allegorico e metaforico, e tutto nel solco dello sviluppo di una storia vecchia di duemila anni. Parliamo di una creatura ideale”. Onfray, con il suo metodo analitico ben noto a chi conosce le sue opere precedenti, esamina i passi dei Vangeli scovando e segnalando le fonti precedenti che li hanno ispirati. Miracoli, parabole, insegnamenti hanno tutti precisi rimandi a qualcosa di antecedente. Perfino l’imperatore Vespasiano, secondo Svetonio e Tacito, aveva compiuto miracoli restituendo la vista ai ciechi e guarendo paralitici ma naturalmente non è da un’aneddotica di questo tipo di cui fa usa Onfray che, con erudizione, indica i passi dell’Antico Testamento (i tanti topoi veterotestamentari) collocati dietro o alla base, per esempio, della parabola dei vignaioli, o segnala come, nei Vangeli, Gesù si nutra solo di simboli (pane, pesce, agnello). “I quattro evangelisti saccheggiano i mattoni dell’Antico Testamento con il progetto di costruire il proprio Tempio chiamato Gesù”, conclude il filosofo francese. Questo, indipendentemente dal fatto che la figura del Cristo si basi su una persona davvero vissuta.



sabato 20 maggio 2023

SOTTO FALSO NOME

 

Bart D. Ehrman
SOTTO FALSO NOME
Carocci Editore
2018, brossurato
268 pagine, 17 euro

Il nome di Bart Ehrman, biblista di fama internazionale e professore presso l’università di Chapel Hill, nel North Carolina, è garanzia di un approccio scientifico alle materie di cui si occupa da decenni (la filologia biblica, la storia ebraica e quella del cristianesimo delle origini). Di lui ci siamo occupati più volte in questo spazio, e vi invito a leggere le altre recensioni dei suoi libri cliccando sui link elencati in fondo. In questo suo saggio del 2011, “Sotto falso nome”, si dedica a illustrare il diffusissimo fenomeno dei testi della letteratura cristiana antica che si definiscono pseudo-epigrafi, cioè scritti da qualcuno che si finge qualcun altro. Questo per  dare maggior peso alle proprie affermazioni, o per meglio contrastare quelle di altri. E’ il caso di alcune lettere di San Paolo contenute nel Nuovo Testamento, che si sanno essere (nonostante l’autore dica il contrario) non paoline. Ovviamente la casistica è molto varia, e riguarda testi apocrifi esclusi dal canone, testi anonimi tradizionalmente attribuiti a qualcuno senza che questo qualcuno affermi mai di essere chi si crede (è il caso dei quattro evangelisti), vangeli inverosimili e favolistici che si vogliono addirittura scritti in prima persona da Gesù, scambi di corrispondenza del tutto inventate fra filosofi latini (come Seneca) e cristiani (come San Paolo), testi polemici contro i falsi apostoli e gli eretici scritti proprio da falsi apostoli ed eretici. La disamina di Ehrman riguarda i primi (affascinanti) quattro secoli della storia del cristianesimo, e fa chiarezza sugli studi più recenti condotti sul tema. 
 
 




mercoledì 19 aprile 2023

VANGELI APOCRIFI

 

 


David Donnini
VANGELI APOCRIFI
Amazon
2019, brossurato
224 pagine, p.n.i.
 
Mi sono imbattuto per la prima volta in David Donnini su consiglio di un redattore della Coniglio Editore, grazie a due saggi intitolati “Gesù e i manoscritti del Mar Morto” e “Gamala” pubblicati proprio da quella Casa editrice (che aveva nel catalogo anche alcuni libri miei). Fu una vera e propria scoperta: da sempre appassionato di filologia biblica, sono rimasto affascinato dall’autore e l’ho seguito anche su tutti i suoi altri studi.  Ne ho scritto anche a proposito di “Gesù, il Messia di Israele”, che ho recensito qui:


Riporto quanto già detto, che vale certamente anche per “Vangeli apocrifi”, un suo saggio del 2019 di cui ci occupiamo adesso. «Seguo da molti anni gli studi di David Donnini sulla figura storica di Gesù. Ritengo Donnini un ottimo divulgatore, estremamente chiaro nella disamina di argomenti molto complicati e di materie da maneggiare con cautela. Da trent'anni di occupa di religioni orientali e di storia delle origini del Cristianesimo. Ha viaggiato in lungo e in largo la Palestina, si è interessato dei manoscritti di Qumran, non propone letture di fantarcheologia della Bibbia ma si attiene al compito di compendiare quello che gli studi più aggiornati della letteratura scientifica nel campo della filologia biblica e delle ricostruzioni storiche sono giunte ad appurare. Sono stati compiuti infatti molti passi in avanti, negli ultimi decenni, nell'esegesi dei Vangeli dal punto di vista dell'attendibilità storica, e persino un libro Emmanuel Carrere, con il suo bestseller "Il Regno" ha potuto ricostruire le biografie dell'evangelista Luca e del suo maestro Paolo di Tarso basandosi appunto sul nuovo quadro interpretativo che emerge dagli studi accademici non confessionali sul Nuovo Testamento. In questo stesso spazio abbiamo parlato di recente dell' ultimo saggio di Bart D. Ehrman, eminente biblista americano. Donnini non è apocalittico, non mette in dubbio la fede in Dio, ma si limita a questo intento: "desidero offrire ai lettori un'analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti. Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni o delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in discussione tutto l'impianto. I cristiani oggi continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa. Ho notato che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano mai di frequentare gli appuntamenti liturgici, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fare notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che 'esisterà senz'altro una spiegazione'. L'idea dell'infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio”».
Con “Vangeli apocrifi”, Donnini riassume e compendia i risultati delle scoperte e degli studi più recenti su tutti questi testi risalenti alle origini del cristianesimo che non sono entrati a far parte del canone, stabilito alcuni secoli dopo la morte di Gesù. Il cristianesimo, scopriamo, era inizialmente composto da comunità molto più frastagliate e diversificate fra loro di quanto si tenda oggi a ritenere. Donnini si augura che da qualche “arcano nascondiglio” spuntino fuori (come è accaduto a Qumran, a Naj Hammadi, ad Akhmim) i Vangeli giudeo cristiani (quelli degli Eboniti, dei Nazareni, degli Ebrei) della cui esistenza abbiano notizie indirette e citazioni, mancando ancora i testi completi. Al di là di certi scritti sicuramente favolistici che narrano episodi insostenibili sull’infanzia e sulla vita di un Gesù mitologico e dei suoi improbabili miracoli (o di quelli dei suoi discepoli, come il buffo duello a colpi di incantesimi fra Pietro e Simon Mago), molti altri documenti sono invece interessanti per meglio comprendere la figura storia del Cristo e di come il cristianesimo si sia diffuso in modo differenziato e variegato nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Donnini propone (spesso integralmente) i testi di cui parla. La tesi dell’autore, basata sugli studi di biblisti di cui si fa divulgatore, è che, a partire dalla predicazione di San Paolo (ma anche, successivamente, con i quattro Vangeli canonici), si siano voluti separare il messaggio e le opere di Gesù dal giudaismo a cui appartenevano, trasferendo la responsabilità della sua uccisione dai romani agli ebrei (da qui, secoli di persecuzioni antisemite). La Chiesa propone una teologia soterica ellenistica che, scrive Donnini, “fa a pugni con la mentalità ebraica e nega praticamente tutto di ciò che Gesù era stato, facendolo diventare un Dio incarnato”. E la fede? Conclude a questo proposito l’autore: “Il lettore non prevenuto ha compreso benissimo che da parte mia non esiste alcuna intenzione di colpire il principio della fede. Al contrario, il mio impegno è stato quello di affrancare la fede dalla dottrina – e ancor più dal dogma – perché solo nella libertà di coscienza può svilupparsi una spiritualità autentica e crescere una fede degna di tal nome”. Personalmente, io incamero dati e punti di vista, appassionato più dagli studi filologici e storici che da quelli teologici e catechistici. Noto però che il catechismo, a me da lungo frequentato da bambino, ragazzo e adolescente, continua a sollevare in me domande, dubbi, ma anche speranze. Come dico sempre: non sono ateo, sono difficile da convincere

domenica 5 febbraio 2023

IL LIBRO DEI LIBRI

 
 

 

John Barton
IL LIBRO DEI LIBRI
Garzanti
cartonato, 2021
670 pagine, 28 euro


Monumentale e chiarissimo al tempo stesso, questo saggio sulla Bibbia di John Barton, biblista inglese insegnante ad Oxford, è davvero una guida preziosa per chiunque voglia capire meglio di che cosa stiamo parlando quando parliamo di Antico e Nuovo Testamento. Barton non si limita a ricostruire (dando ragione delle varie ipotesi, a volte contrapposte, avanzate dagli studiosi) il contesto storico in cui i Libri che compongono le Sacre Scritture vennero scritti (sicuramente non tutti nell’ordine in cui li leggiamo oggi), ma anche di come si è arrivati a stabilire un canone e di come i vari testi sono stati letti e interpretati dagli esegeti e vissuti dai credenti di fede ebraica e da quelli di religione cristiana (a loro volta divisi fra cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e via dicendo). Ogni argomento è approfondito con dovizia di rimandi a una ricca bibliografia, come si conviene a ogni testo scientifico, ma l’esposizione è fatta anche a beneficio di cui non sia necessariamente già esperto della materia, ma se ne interessi con curiosità. Barton affronta anche la complessa storia delle traduzioni nel corso dei secoli, a partire dalla versione dei Settanta, dall’ebraico al greco, realizzata in Egitto nel III secolo avanti Cristo. Mi ha colpito l’annotazione secondo la quale la Bibbia andrebbe tradotta libro per libro con uno stile diverso per rendere la diversità di linguaggio che li contraddistingue, rendendo alcuni testi più sgrammaticati e altri più sublimi, dato che la traduzione omogenea trasmette una impressione di uniformità di scrittura che in realtà i testi biblici non hanno. Le Scritture vengono esaminate con approccio filologico, trattate con il rispetto dovuto a testi ereditati da un lontano passato (anche se non tanto lontano quanto si tende a credere), spiegando anche le difficoltà di trasmissione dei codici trascritti a mano (nessuno più antico del II secolo prima dell’età cristiana, come nel caso nei rotoli del Mar Morto, ma in generale medievali). Stupisce, in ogni caso, quante poche certezze si abbiamo su molte questioni, non ultima quella dell’attribuzione dei testi a un autore. Nella maggior parte dei casi, anzi, si sa con certezza soltanto che è stato indicato dalla tradizione quale estensore di un certo libro in realtà non è chi si crede, e spesso ci sono stati interventi di più mani in epoche diverse (non è stato Mosè a scrivere il Pentauteco, alcune Lettere di San Paolo sono apocrife). Non sappiamo neppure chi fossero i quattro Evangelisti (nessuno di loro si firma e l’attribuzione è convenzionale ma di sicuro non si tratta di Apostoli). Si discute sui luoghi di composizione dei testi. Molto interessante la disamina del rapporto fra la Bibbia e le due grandi religioni che considerano Sacre le Scritture in essa contenute: in realtà sia l’ebraismo che il cristianesimo non si basano soltanto su quanto scritto nell’Antico o nel Nuovo Testamento, anche in ragione delle numerose contraddizioni che vi sono le contenute (difficili da conciliare con quanto viene predicato) ma anche sulla tradizione e il magistero sedimentati nel corso dei secoli, che offrono interpretazioni del testo tese a cercare di superarne le vere o presunte aporie. Barton esamina anche le idee dei primi esegeti e commentatori (da Origene a Sant’Agostino fino a Spinoza), e le diverse tesi scismatiche o eretiche (Ario, Lutero, Calvino). Alla fine si affronta anche la problematica dell’ispirazione divina (per taluni, vera e propria dettatura), cercando di dare un quadro di come viene spiegata dai credenti, a dispetto degli errori e delle evidenti non corrispondenza (per esempio) con le scoperte scientifiche. Lo studioso non prende posizione (pur essendo sacerdote della Chiesa d’Inghilterra), e il suo saggio resta fondamentalmente laico.

venerdì 30 dicembre 2022

LA FINE DI ROMA

 
 

 
 
Corrado Augias
LA FINE DI ROMA
Einaudi
cartonato, 2022
306 pagine, 20 euro


“Trionfo del Cristianesimo, morte dell’Impero”, spiega il sottotitolo del saggio, di taglio gradevolmente divulgativo, di Corrado Augias, che già in precedenza aveva indagato, con approccio quasi giornalistico, sulla figura storica di Gesù. Gesù di cui qui non ci si occupa, partendo invece dalla predicazione di San Paolo, ritenuto il vero “inventore” del Cristianesimo, quello che gettò le basi, con la sua predicazione e le sue Lettere, alla teologia cristiana (che non nacque già scritta e messa a punto, ma sedimentò nei secoli nel corso – e ancora sta sedimentando). Che la fine di Roma, intesa come crollo dell’Impero Romano d’Occidente (476), possa essere messa in relazione con il trionfo del Cristianesimo è la tesi dello storico inglese Edward Gibbon (1737-1794), autore del celebre saggio “Decadenza e caduta dell’Impero Romano” (quello che ispirò “Fondazione” di Isaac Asimov). Tesi che Augias ridimensiona, in accordo con le analisi di autori successivi. Tuttavia, “La fine di Roma” racconta soprattutto del rapporto contraddittorio fra gli imperatori e i cristiani, il cui numero andava crescendo sempre di più, e che si trasformarono, alla fine, da perseguitati a persecutori (paradigmatica da questo punto di vista l’uccisione della filosofa Ipazia ad Alessandria d’Egitto). 
Il saggista racconta, anche con tecnica aneddotica, le vicissitudini dell’alternarsi degli imperatori, soffermandosi soprattutto su quelle più interessanti, quali Adriano, Marco Aurelio, Costantino o Giuliano “l’Apostata”, ma si dedica anche i teologi cristiani che andavano elaborando i dogmi di fede tramandati fino a noi, come Sant’Agostino, Tertulliano, San Girolamo e Sant’Ambrogio. Colpisce come la visione del sesso e la concezione della donna tra i primi pensatori cristiani e durante i primi concili abbia avuto, secondo Augias (che dedica all’argomento due capitoli), un certo peso nell’evoluzione delle dinamiche storiche. Colpisce anche il fanatismo di chi, fra i cristiani, cercava il martirio, al pari della crudeltà con cui li si martirizzava (anche se non sempre per volontà diretta dei Cesari). Spesso e volentieri il saggista descrive monumenti ancora oggi vistabili a Roma collegati con i fatti oggetto dei suoi racconti, e questo rende il testo molto accattivante e paragonabile a un documentario (anche grazie al supporto di una ricca documentazione fotografica). Manca tuttavia, nel susseguirsi di aneddoti, una analisi stringente sulla caduta dell’Impero, i cui motivi vengono genericamente indicati con l’eccessiva estensione del territorio da amministrare, tale da rendere impossibile il funzionamento della burocrazia e della catena di comando soprattutto nelle regioni poste ai confini più lontani. Manca anche una descrizione puntuale delle invasioni barbariche, per le quali, forse, servirà un altro libro.

venerdì 14 ottobre 2022

MARIA

 

 



Jacques Duquesne
MARIA
Corbaccio
Prima edizione ottobre 2005
cartonato – 220  pagine -  Euro 15,00


“Ritratto della donna più famosa e meno conosciuta della storia”, recita il sottotitolo in copertina. E in effetti nessuna donna più di Maria di Nazareth è stata raffigurata in quadri, mosaici, affreschi, arazzi e sculture; nessuna più di lei ha ispirato i poeti e dato il nome a chiese; nessun nome più del suo si è diffuso sul pianeta, per non parlare della devozione che la porta a essere invocata, esaltata, lodata, pregata in ogni angolo della Terra. Gli aggettivi, i titoli, le litanie si sprecano. Ma sotto la gran massa di fiori con cui è stata ricoperta, chi era davvero Maria e che cosa sappiamo di lei? Incredibilmente, non sappiamo quasi nulla. Nei quattro vangeli (e già bisognerebbe capire perché i Vangeli sono quattro e chi sono i quattro evangelisti, se davvero sono quattro soltanto – nel saggio un po’ se ne ricostruisce il quadro) le frasi attribuite a Maria sono solo sei. Negli Atti degli Apostoli le viene dedicato soltanto un rigo. Non sappiamo chi fossero i suoi genitori (Anna e Gioacchino, la cui festa pure viene festeggiata dalla Chiesa, non sono citati – fanno parte della tradizione apocrifa). Non sappiamo che fine abbia fatto (né che fine abbia fatto Giuseppe). Pare improbabile che fosse sotto la Croce sul Calvario (lo dice solo Giovanni, ma non è una testimonianza certa, essendo peraltro contraddetta dagli altri). Pare anche che non fosse in buoni rapporti con Gesù (che quando le si rivolge, in un paio di occasioni non è neppure tenero con lei). Pare che abbia avuto altri figli oltre Gesù, anzi, a sentire Duquesne è certo (e pare che neppure i fratelli fossero in buoni rapporti con Gesù). Non c’è alcun fondamento testuale sul fatto che Maria fosse stata concepita senza peccato (eppure c’è il dogma dell’Immacolata Concezione), che fosse vergine al concepimento di Gesù (eppure l’aggettivo di “Vergine” è antonomastico), che sia rimasta vergine all’atto del parto e nel resto della vita, che sia stata assunta in cielo. Peraltro, alcune cose cozzano fra loro: se la grandezza di Maria consiste nell’accettazione del suo ruolo, il fatto che sia nata senza peccato originale fa di lei una predestinata senza possibilità di scelta. La verginità poi sembra frutto dell’ignoranza degli antichi sul meccanismo della fecondazione: per secoli, fino ai tempi moderni, gli uomini hanno creduto che le donne non avessero ruolo alcuno nel concepimento, limitandosi a fare da incubatrice. Il maschio deponeva il suo seme nel ventre della donna, e il seme germogliava (frutto dunque del solo corredo genetico maschile). Ma non è così: la donna ci mette metà del patrimonio cromosomico; e se è plausibile la partenogenesi, cioè il fatto che una donna possa restare incinta senza intervento maschile, duplicando i suoi cromosomi, il figlio sarà necessariamente una figlia, cioè femmina. In realtà che la Madonna fosse Vergine, non detto nel Vangelo, è stato stabilito a tavolino almeno trecento anni dopo. Così come frutto dei sofismi dei teologi  sono l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al Cielo. Peraltro, perfino il concetto di “peccato originale” si deve a Sant’Agostino, cioè nasce alcuni secoli dopo Cristo. Ogni “aggiunta” ai meriti di Maria di Nazareth corrisponde ad altrettanti “bisogni” delle epoche storiche. Alla fine, Carl Gustav Jung nota che con il dogma dell’Assunzione in cielo siamo tornati al culto dell’Antica Dea Madre. Certe figure archetipiche dell’inconscio collettivo non possono scomparire. Il saggio di Duquesne, agile e di coinvolgente lettura, non è né polemico né blasfemo. Non tocca i capisaldi della fede né mette in dubbio che una Maria di Nazareth sia esistita né che sia stata la madre di Gesù, il quale (non lo si nega) può benissimo essere morto sulla croce e resuscitato dopo tre giorni. Il problema è tutto il catafalco di sovrastrutture senza fondamento che nei secoli la devozione (se non il fanatismo) hanno costruito sulla figura della Madonna.

venerdì 14 maggio 2021

L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH

 


 
Fernando Bermejo-Rubio
L'INVENZIONE DI GESU' DI NAZARETH
Bollati Boringhieri
2021, brossurato
704 pagine, 32 euro
 
Un saggio di spessore, non soltanto per il gran numero di pagine (oltre settecento) ma per documentazione e ponderatezza di analisi. Ogni affermazione è supportata da una nota che rimanda alla fonte, così che duecento sono le pagine destinate alle note in appendice, e più di trenta quelle di bibliografie. Ogni saggio, anche il più divulgativo, dovrebbe avere questo approccio scientifico alla materia trattata. Fernando Bermejo-Rubio, docente di Storia antica all'università di Madrid, esordisce così: "La constatazione che l'approccio verso Gesù di Nazareth come soggetto storico è tuttora pervaso di elementi fittizi, non solo nell'immaginario popolare ma anche in ambito accademico, costituisce il punto di partenza di questo libro", che infatti ha per sottotitolo "storia e finzione", riguardo alla narrazione che ci è stata tramandata. Bermejo-Rubio non dubita che Cristo sia una figura storica, ma constata come la sua memoria sia stata radicalmente trasformata mediante un complesso processo di sedimentazione leggendaria. Comincia perciò a tirare le somme di quanto da molti anni si è andato, fra gli esperti di molte discipline, discutendo su ogni testimonianza, per cercare di distinguere appunto la realtà storica dalla finzione, considerando quanto è stato rielaborato, nel corso dei secoli, in funzione di una esaltazione religiosa i cui fenomeni, anche psicologici, sono ben ricostruibili. Bermejo-Rubio stabilisce in apertura dei rigidi criteri metodologici e si propone di considerare la materia oggetto del suo interesse (la biografia tramandata di un personaggio storico) come materia di studio scientifico al di là delle sovrastrutture religiose, spesso basate su frasi mai dette o su fatti mai verificatisi. Una volta stabilito il poco che si può accettare come storico, lo studioso esamina come sia stato costruito il resto. Ne risulta la figura carismatica di un ebreo millenarista, a capo di un movimento nazionalista come altri nel suo tempo (Teuda, Giuda il Galileo, Gesù ben Anania, Giovanni Battista), crocifisso dai romani quale ribelle. Successivamente, un processo di destoricizzazione, depoliticizzazione, degiudaizzazione, divinizzazione, singolarizzazione, universalizzazione ha rimosso tutto ciò che lo legava al suo tempo e alle sue radici. Fonti, contraddizioni, filologia dei testi, testimonianze, manomissioni, tutto viene passato al setaccio. La lettura resta comunque alla portata anche dei non specialisti

venerdì 19 gennaio 2018

L'ULTIMO CATONE



Matilde Asensi
L'ULTIMO CATONE
Rizzoli
2015, brossurato
600 pagine, 12 euro


"Il bestseller mondiale che ha inventato il genere del 'Codice Da Vinci'", recita una dicitura sulla copertina del romanzo. In effetti Matilde Asensi ha scritto "L'ultimo Catone" nel 2001, Dan Brown "Il Codice Da Vinci" nel 2003. Tuttavia credo che il genere esistesse già, dato che "Angeli e Demoni" (in cui compare Robert Langdon e c'è la stessa ambientazione romana della prima parte del romanzo della Asensi) è del 2000. Ma in ogni caso romanzi misteriosi con società segrete, prove da superare, enigmi legati alla storia, testi della letteratura che celano verità nascoste, se ne erano già visti. Volendo, persino "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco (1988) rientra nel novero. Sia come sia, è vero che quello della scrittrice spagnola (di Alicante, classe 1962) è un bestseller internazionale. Ed è vero che appartiene al "genere" del "Codice Da Vinci", ovvero propone una lettura alternativa di capolavori dell'arte e della letteratura, ha a che fare con la religione e il Vaticano, propone una caccia al tesoro fra i monumenti di varie città rieleggendone la storia in funzione del racconto. La differenza con Dan Brown è che allo scrittore americano si riesce persino, accettando la sua proposta letteraria, a crederci: è, tutto sommato, plausibile. Alla fine ci si chiede pure se non possa aver, in qualche modo, persino ragione. Dan Brown è un prestigiatore che fa il suo n numero e ti meraviglia, il trucco c'è ma non si vede. Alla Asensi non ci si crede mai, è tutto troppo sopra le righe e così improbabile che vabbè, si va avanti perché ci si diverte. Perché effettivamente ci si diverte, e va riconosciuta all'autrice lo sforzo di documentazione. La  rilettura del "Purgatorio" di Dante in chiave iniziatica (la purificazione del Sommo Poeta nella sua ascesa verso il Paradiso Terrestre nasconderebbe la descrizione di sette prove da superare per accedere al covo segreto di una setta religiosa) è intrigante; il suo vorticoso giro per l'Europa, il Medio Oriente e l'Africa (Egitto ed Etiopia) fa persino venir voglia di visitare certe chiese e certi palazzi. Però poi la prosa è il grado uno della scrittura, la storia d'amore fra la protagonista Ottavia Salina, una suora che lavora in Vaticano, e un archeologo egiziano è la negazione dell'introspezione psicologica (alla fine lei gliela dà, ma quanto la fa lunga), il coinvolgimento della mafia nella vicenda fa cadere le braccia, e la scoperta di una enorme città sotterranea abitata da migliaia di settari adoratori della "vera croce (gli "staurophylakes"), governata da un capo periodicamente rinnovato ma sempre chiamato Catone (da qui il titolo) e rimasta segreta per secoli è da B movies di fantascienza. Restano mille dubbi e mille domande sul'implausibilità del tutto (non si capisce perché gli staurophylakes debbano tenere in piedi un ambaradan complessissimo, costoso e improbabile per far superare prove mortali a chi si vuole affiliare, compresi i tre protagonisti che non sono mossi da propositi di adesione ma di indagine poliziesca, né perché mai per affiliarsi si debba rischiare la vita in quel modo: magari gente di fede muore nell'intento e avventurieri senza scrupoli sopravvivono). In compenso come romanzo d'avventura è avvincente e gradevole, come certi rocamboleschi libri di Clive Cussler. È probabile che alla base del successo ci sia anche una sensibilità femminile che fa piacere certe sfumature alle lettrici donne. Seicento pagine che si leggono in tre giorni.

mercoledì 1 marzo 2017

I DETTI DI GESU'



I DETTI DI GESU'
di Santiago Guijarro
Carocci Editore
2016, brossurato
150 pagine, 13 euro

Il titolo rischia di essere fuorviante, in mancanza in copertina del sottotitolo originale "Introduzione allo studio del Documento Q", che si legge soltanto all'interno. Non si tratta infatti di un libro religioso nel senso confessionale del termine, ma sostanzialmente di un saggio di filologia. Cioè, si ricostruisce e si analizza un testo perduto, che solo per caso è una delle fonti dei Vangeli di Matteo dei Luca - per caso, nel senso che una simile costruzione e una simile analisi avrebbero potuto essere condotte anche su opere poetiche, filosofiche, storiche o comunque letterarie della medesima epoca, vale a dire della seconda metà del primo secolo dopo Cristo. Insomma, i Vangeli, al di là di ogni implicazione fideistica, vengono esaminati per quel che sono dal punto di vista pratico, e cioè manoscritti usciti dalle penne di autori che scrivevano in greco e che attingevano da fonti in parte proprie e in parti comuni, di cui si può tentare di tracciare una ricostruzione come per qualunque altro testo. Quando si parla di "documento Q" o di "fonte Q" si usa un nome in codice che abbrevia la parola tedesca "Quelle", appunto "fonte", giacché uno dei primo studiosi, Chistian Weisse, che ne postulò l'esistenza nel 1838, era tedesco. Si deve sapere che i tre Vangeli sinottici, cioè molto simili fra di loro a differenza di quello di Giovanni che costituisce un caso a parte, sono stati scritti nell'ordine da Marco, Matteo e Luca. Marco, il primo, non conosceva e non poteva conoscere i testi di Matteo e Luca, mentre Matteo e Luca, che non si conoscevano fra loro, conoscevano il testo di Marco, da cui attingono a piene mani. Tuttavia Matteo e Luca hanno in comune oltre duecento versetti, praticamente identici, che non si trovano in Marco (oltre avere ciascuno altre fonti proprie). Dunque il secondo e il terzo evangelista, oltre ad attingere dal primo, hanno attinto a un'altra fonte in comune che Marco con conosceva. Questa fonte, "Q", oggi scomparsa perché, appunto, assorbita dai vangeli, si può ricostruire appunto confrontando le parti uguali di Matteo e Luca. Dopo lunghi studi, oggi il documento "Q" si può leggere in modo autonomo ed è stato appurato che si tratta di una raccolta di Detti e di sentenze di Gesù. Così, mentre in Marco il Cristo parla poco e di si raccontano soprattutto dei fatti, in Matteo e Luca si nota come gli evangelisti hanno messo in bocca a Gesù le frase tramandate da Q, posizionandole però ciascuno là dove riteneva stessero meglio e dunque in contesti diversi (per Luca il Cristo dice una certa frase in un luogo, per Matteo altrove: entrambi avevano la frase a disposizione ma non indicazioni precise per collocarla in un frangente invece che in un altro, da qui le diverse versioni dei fatti che si riscontrano). Gli studiosi hanno saputo ricostruire l'esatto ordine dei Detti, anche facendo considerazioni stilistiche circa le differenti mani da cui furono compilati. Alla fine, oggi sappiamo che Q fu scritto in greco, che era lungo almeno 230 versetti, che non fa cenno all'infanzia di Gesù, che apparteneva a un genere letterario in voga nell'epoca, che fu opera di più autori e subì una rielaborazione nel corso del tempo, che su scritto prima della guerra giudaica, e dunque prima del 70. Il testo di Gujiarro riporta poi tutto il contenuto di Q e lo analizza. Estremamente interessante.