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domenica 31 agosto 2025

NECROMANTICA MUSA BLUES

 
 
Stefano Fantelli
NECROMANTICA MUSA BLUES
Cut-Up Publishing
2025, cartonato
110 pagine, 19.90 euro
Illustrazioni di Paolo Massagli

La nota biografica in appendice ci informa che Stefano Fantelli, “scrittore e sceneggiatore di genere dark e new weird, conosciuto anche con lo pseudonimo di El Brujo, Active Member della Horror Writers Association, ha pubblicato più di venti libri tra romanzi, raccolte di racconti e graphic novel”. Aggiungo, io che lo conosco, come abbia scritto storie pure di Zagor e molti altri fumetti, sceneggiato per il cinema, coordinato le pubblicazioni Cut-Up Publishing, organizzato eventi. Gli mancava soltanto di cimentarsi nella poesia, ed ecco il suo esordio anche questo ambito. Anche poeta, in sostanza. Tuttavia, fedele al suo personaggio, la raccolta “NecRomantica Musa Blues” (la R maiuscola all’interno del titolo è significativa) non propone al lettore, inclito o meno che sia, liriche nell’accezione più ricorrente e immediata del termine, componimenti cioè votati al sublime letterario e alla bellezza formale (bellezza che, in generale, come dice Dostoevskij, è sempre un enigma). La silloge (ecco che l’inclito lettore apprezzerà il vocabolo) raccoglie piuttosto testi in cui il bello e il sublime si manifesta attraverso versi che cantano di artisti maledetti, eroi dei fumetti, sangue e colpa, lapidi cimiteriali, gioventù bruciata, divinità e miti oscuri, favole nere, eros e thanatos. Nessun riferimento diretto a Baudelaire e Bukowsky, e neppure a Carver (per quanto di certo tenuti presente); molti di più agli autori di testi di canzoni di gruppi o musicisti della scena dark punk, gothic, rock psichedelico, heavy metal, prog. Appunto come testi di canzoni Stefano Fantelli presenta i suoi componimenti fin dal titolo, ma soprattutto dal sottotitolo, “canzoni e ballate di morte e d’amore”.  In una conversazione con l’autore gli ho chiesto se la forma di “lyrics”, destinata cioè alla musica (“words of a song”, secondo il dizionario) sia soltanto una scelta stilistica o se davvero i suoi testi fossero stati scritti per venire musicati e incisi. Risponde Fantelli: “alcuni sono stati musicati ma non incisi. In generale, quando li ho scritti avevo in mente anche una melodia. Nessuno è stato inciso finora”.  L’idea che dei versi abbiano, fin dal momento della composizione, il rimando a una musica su cui appoggiarsi, porta a riflettere sulla notte dei tempi e sulla cetra (forse Rickembacker) di Omero. La poesia nasce cantata, anche quella italiana, che trae origine dai componimenti dei trovatori provenzali che, tra il XII e il XIV secolo, cominciarono a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Quei versi venivano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Gli eredi di questa tradizione, i veri poeti del nostro tempo sono proprio gli autor idei testi delle canzoni. La poesia accademica e austera, quella di coloro che non scrivono per la gente, non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito svolto in passato dalla poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere. Di certo quanto detto porta a concludere che ci piacerebbe ascoltare i testi di “NecRomantica” messi in musica. “El Brujo, lo stregone che scriveva versi chilometrici / cambiò un giorno il suo agente con uno della narcotici”, scrive di sé Fantelli (in “Dark Jazz”), che resta pur sempre uomo di penna (intinta nel cianuro) e non di chitarra, e quindi ci consegna poesie-racconti, testi autobiografici, pagine di diario. Immagino che possa considerarsi l’unico poeta che ha dedicato dei versi a Gwen Stacy, e che spiega le sue fonti di ispirazione scrivendo: “noi che leggevamo Lovecraft, Pirandello e Zagor”. Applausi per lui ma anche per il disegnatore Paolo Massagli, chiamato a illustrare il volume.



lunedì 6 gennaio 2025

NOVE

 
 

 
Marco Ciardi
NOVE
Il Mulino
2024, brossurato
184 pagine, 14 euro

Il già ricco elenco dei titoli pubblicati da Marco Ciardi si arricchisce di questo aureo libretto, gradevolissimo da leggere, stuzzicante per curiosità e informazioni, emozionante per la quantità di ricordi condivisi in cui io e quelli che mi assomigliano finiamo per riconoscerci. Professore di Storia della Scienza all’Università di Firenze, saggista e divulgatore, appassionato di fumetti, Ciardi si inserisce, con il suo “Nove”, in una collana curata da Umberto Bottazzini intitolata “Storie di Numeri”, in cui ogni volume è affidato a un diverso autore che sceglie un numero su cui dire qualunque cosa voglia. Il teologo Gianfranco Ravasi si occupa, non a caso, del tre, il chimico e giallista Marco Malvaldi del dodici, giusto per fare degli esempi. Per quanto la numerologia colleghi il nove al tre (tre per tre fa nove) e dunque alla Trinità, Ciardi non se ne occupa per motivazioni mistiche o religiose. “L’idea di attribuire delle proprietà ai numeri, pur se caratterizzata da una nobile tradizione (che giustamente va studiata e compresa dal punto di vista storico), non ha alcun valore scientifico”, spiega l’autore. Quali sono dunque i collegamenti di “Nove” con gli argomenti indicati dal sottotitolo “storie di sport e fumetti, musica e scienza”? Il primo nasce dalla passione per il calcio: “sono sempre stato un numero 9”, rivela il prof, facendoci scoprire una militanza non occasionale nella squadra del Firenze Ovest e un certo numero (superiore a nove) di reti segnate. L’aneddotica personale di Ciardi sfocia però in una ricostruzione storica del come e del perché il 9 fosse (una volta) quello del centravanti, fino alla rievocazione delle partite della (sua e nostra) vita e delle figure dei giocatori più significativi con addosso quella maglia. Riguardo alla musica, due diversi capitoli sono dedicati a “Revolution 9”, la meno beatlesiana delle canzoni dei Beatles (contenuta nel nono, guarda caso, album della band, “The White Album”) e alla Nona di Beethoven, con un condivisibile rimpianto per la riproduzione HI-FI su impianti che oggi sono sostituiti da auricolari collegati allo smartphone. Si giunge poi alla “nona arte”, quella del fumetto, con tutta una serie di ricordi legati all’importanza che avevano i comics nella vita (e nella crescita) dei ragazzi di un tempo, quando venivano considerati spazzatura ed erano snobbati dagli intellettuali, salvo poi giungere oggi al riconoscimento pressoché unanime della loro valenza artistica. Un capitolo a parte è dedicato a Thor e ai “nove mondi” della mitologia norrena nella reinterpretazione marveliana (ma anche in quella Disney). Il sesto capitolo è intitolato “Thornton Square” perché è al numero civico 9 di quella piazza londinese che si svolge la fosca vicenda di “Angoscia” (Gaslight), diretto da George Cukor negli anni Quaranta, film scelto per parlare del cinema thriller e noir, alla Hitchcock, e giudicato da Ciardi come quello che più lo ha impressionato. Si passa poi i “nove spettri dell’anello” e dunque a parlare di Tolkien, e poi al nono pianeta del sistema solare, Plutone, successivamente retrocesso a poco più di un asteroide (per cui i pianeti sono rimasti in otto) e dei suoi insospettabili rapporti con Lovecraft. Infine, il nono capitolo è dedicato alla serie TV “Deep Space Nine” e quindi alla saga di Star Trek. Passione, erudizione, divulgazione, multidisciplinarietà, interconnessioni, cultura scientifica e pop, memoria storica e costume: nove elementi di interesse per un libretto illuminante e divertente. Che alla fine mi porta a considerare che io sono nato nel 1962, anno le cui cifre sommate danno 18, ma 1+8 = 9, e a chiedermi che numero sceglierei io se mi chiedessero un libro del genere. Dato che il 7 (giorno della mia nascita) è già stato preso da Raphael Ebgi, così come il 10 (il numero perfetto secondo Pitagora, essendo la somma di 1,2,3 e 4), scelto da Luisa Girelli, non restano che il 42 (la risposta universale secondo Douglas Adams) o il 52. Quello dello Zenith, naturalmente.



giovedì 11 gennaio 2024

POOH TUTTI I TESTI

 

 
Andrea Pedrinelli
POOH
TUTTI I TESTI E LA STORIA DIETRO LE CANZONI
Sperling & Kupfer
Brossurato, 2003
374 pagine

Ho sempre pensato che tra i poeti del nostro tempo ci siano gli autori dei testi delle canzoni. Non soltanto perché, a tutti gli effetti, compongono veri e propri versi di poesia. C'è di più. La poesia, quella “ufficiale” e paludata, quella di coloro che non scrivono per la gente (come li definisce Roberto Vecchioni in un brano intitolato “La corazzata Potemkin”) , non raggiunge quasi più il cuore di nessuno. Sono i testi delle canzoni che hanno assunto il compito della poesia, nella società: sono loro che descrivono i moti dell'animo, che assolvono una funzione catartica o liberatoria, o che incitano a reagire, o illuminano di nuova luce il reale o veicolano idee o semplicemente fanno sognare. Sono i versi dei parolieri e dei cantautori che passano di bocca in bocca, vengono imparati a memoria, ripetuti nelle riunioni fra amici, rimuginati nei momenti di solitudine. Ognuno ha la sua canzone che almeno una volta lo ha fatto piangere.
La letteratura italiana nasce dopo che i trovatori provenzali,  tra il XII e il XIV secolo, hanno cominciato a scrivere versi in volgare, in un neolatino chiamato lingua d'oc (oggi scomparsa, dato che il francese moderno deriva da un altro neolatino, la lingua d'oil). Ebbene, i versi di quei trovatori erano scritti per essere cantati. Non sappiamo esattamente quali fossero le melodie, ma la nostra storia letteraria nasce da lì. Mi infastidiscono sempre quelli che snobbano i parolieri italiani ma anche coloro che riconoscono il titolo di poeta soltanto a qualcuno, magari Mogol, ignorandone altri, come due che (a parer mio) sicuramente lo meritano quali Giancarlo Bigazzi e Valerio Negrini. 
Proprio di Negrini sono la gran parte dei testi di canzoni raccolti in questo libro, che mette in fila oltre trecento composizioni da lui scritte per i Pooh (in tutto i brani sono 356, ce ne sono comprese alcune decine firmate da Stefano D’Orazio). Per motivi misteriosi, c’è chi i Pooh li detesta a priori. Fermo restando che ognuno ascolta la musica che gli fa bene e gli assomiglia, e che mal digerisco le critiche alla musca ascoltata dagli altri (la musica è un dio bambino, scrive appunto Negrini), secondo me costoro si sono persi tante emozioni, tanti bei concerti, tante belle canzoni che sembrano scritte su misura della vita di ciascuno. Sulla lavagna del mio cuore (tanto per citarlo), Negrini ha lasciato parecchi segni. Nato a Bologna nel 1946, morto a Trento nel 2013 all’età di 67 anni, Valerio non era il “quinto Pooh”, era il primo: fu lui, infatti, che era batterista, a fondare il gruppo, nel 1966, per poi ritirarsi nel 1971. Andrea Pedrinelli, che conosce il minimo segreto del gruppo composto da Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Stefano D’Orazio e Riccardo Fogli, analizza ogni canzone svelandone i retroscena, elencandone le cover e le nuove incisioni, l’eventuale presenza nella scaletta dei concerti.
Talvolta bastano due righe, in una canzone, per farla sentire nostra. Il paroliere dei Pooh (ma anche di molti altri cantanti) ha avuto il magico talento di raccontare la vita com’è, e non di quella finta di cui parlano quelli nei cui testi “amore” fa rima con “cuore”.  Io ne ho sperimentate parecchie, di situazioni come quelle descritte dall’autore, a partire dal fatto che sono nato un po’ in collina e rotolato giù:

Quelli nati un po’ in collina
fatti in casa come me
caricano a testa bassa e in qualche modo passano

e naturalmente ho scoperto che

gli amori fanno i nodi come i fili dei microfoni.

(Quelli nati un po’ in collina, 1983).

Anch’io, a certe ragazze avrei potuto dire

Entrasti come arriva un uragano
successe come quando passa il vento.

(Tutto alle tre, 1970)

E a qualcun’altra ho chiesto di darmi solo un minuto, un respiro di fiato, un attimo ancora, per convincerla a non gettare alle ortiche la nostra storia, e poi le ho detto

Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?
dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando.

(Dammi solo un minuto, 1977).

Ma mi è successo pure di dover fare le valigie, cambiando amici e città, salutandola con il groppo in gola:

prendo soltanto la mia vita con me
cambiano posto i giorni miei
col resto fanne ciò che vuoi.

(Dove sto domani, 1981)

Ho avuto donne di quelle che sanno e non possono dir niente, a cui nessuno di solito dedica le canzoni, ma che sono dovunque perché la vita non segue le regole e rompe gli argini:

Sei l'altra donna,
la libertà,
quella che sa perché ritorno.

(L’altra donna, 1990)

E infatti poi scoppia prepotente il bisogno di non nascondersi più e un vento ci gonfia le vele:

Invece adesso ho il vento dentro l'anima
perché non si torna indietro
e adesso non c'è più bisogno di nasconderci
pensando che sia sbagliato
siano lacrime, siano brividi
al mio cuore gli ho detto di sì.

(Vento nell’anima, 2010)

Ma ci sono anche gli “altri uomini”, perché ogni donna, a qualunque età, ha il diritto d’amare:

Piegato in un pacco sottile
c'è il tuo vestito di qualche anno fa;
memoria di un amore che fu primavera
e adesso è precaria routine.
Eppure lo specchio è gentile,
non mostra quasi traccia del tempo che va,
si vedono ragazze coi libri di scuola
che sembran più vecchie di te,
ma lui si addormenta leggendo,
è già tanto se c'è.
 
(Diritto d’amare, 1996)

Ma mi sono anche ritrovato a essere un uomo solo, più volte, in cerca di equilibrio, in attesa di capire, pregando, sperando di essere aiutato a ritrovare il filo:

Dio delle città
e dell'immensità,
magari tu ci sei
e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo
è soltanto un uomo solo.
 
(Uomini soli, 1990)

La disperazione, la solitudine, la diversità, la discriminazione sono temi che Negrini non ha mai avuto paura di affrontare, scrivendo di soldati di leva o in missione di pace, di prostitute e di omosessuali, di femminismo e manifestazioni di piazza, di carcerati, di giornalisti, di emigranti, di donne stuprate (“se non lo fa nessuno, vi chiedo scusa io”), di ragazze madri, di padri e di figli, di popoli sotto la dittatura, di etnie perseguitate, di guerre e di speranze, di Dio e del suo intollerabile silenzio. Sempre, Negrini ha fatto appello alla speranza nel cielo blu che è comunque in attesa sopra le nuvole, un cielo senza scale su cui ci si deve arrampicare, attingendo alla forza interiore che ognuno ha dentro di sé, senza aspettarsi aiuti da nessuno, senza guardare di sotto mentre si attraversa i ponte (“fa paura se ti fermi a metà”), senza aspettare il futuro, dato che “troppo passato è già andato via”.

Ma il cielo è blu sopra le nuvole
e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere
senza bisogno di nessuno.

(Il cielo è blu sopra le nuvole, 1992)






venerdì 12 maggio 2023

C'ERA UN RAGAZZO CHE, COME ME...

 

 
 
 
Massimo Cavezzali
C'ERA UN RAGAZZO CHE, COME ME...
Storia a fumetti della canzone italiana 
Glenat Italia
Prima edizione 1988


Ho sempre detto con chiunque ne parlassi, che a me Massimo Cavezzali (1950-2023) piace sempre e comunque, in tutte le salse, dovunqe pubblicasse (e in effetti è riuscito a farsi pubblicare dovunque, da "Dolly" a "Orient Express", da "Lupo Alberto" a "Tango"). Trovo fantastico Ivan Timbrovic, godibilissima Ava, esilarante Dio, deliziose le Dolline. Tuttavia, se c'é un settore dove l'autore ha superato sé stesso, é la "satira musicale". Come definire altrimenti il genere, direi da lui inventato almeno in Italia? Anziché caricaturizzare i personaggi politici, lo faceva con i cantanti pop (ma anche con i rock). E lo faceva però con mano lieve, con amore. Del resto, il sentimento prevalente verso i politici é l'odio, ma come non amare la musica? Perciò, Cavezzali non offende, non deride, non mette alla berlina: racconta soltanto in modo garbato e spiritoso. La cosa interessante é che, a differenza di molti, Cavezzali non snobba i cantanti e le canzoni del versante "sanremese" della nostra musica leggera. Insomma, non si dedica solo ai De André e ai Guccini della situazione, ma celebra con uguale amore Al Bano e Romina, Edoardo Vianello e Little Tony, Rita Pavone e Caterina Caselli. Indimenticabili del resto le sue strisce su Vasco Rossi (una serie a parte) come su Piglia e Dalla (dove Dalla è Lucio e Piglia è De Gregori). La ricostruzione della storia della canzone italiana fatta da Cavezzali é peraltro non solo divertente, ma interessante. Cioè, fornisce notizie e perfino chiavi di lettura. E poi, le caricature sono davvero eccezionali: con pochissime linee, l'autore coglie la caratteristica di ogni volto e la trasferisce in modo simpaticissimo sulla carta. Inoltre, con un lavoro sopraffino, il nostro ha modificato le originali copertine dei dischi, offrendone una preziosa carrellata "cavezzalizzata" ma significativa e stimolante (quanti ricordi!). Si comincia con il Festival di San Remo del 1958, dove Modugno vince con "Nel blu, dipinto di blu". Si finisce con il 1987, con Morandi-Ruggeri-Tozzi che cantano "Si può dare di più". Nel 1989, sempre Glenat pubblica "Rock Story": stesso formato, stessa filosofia, stesso divertimento.
 
 

 

venerdì 3 dicembre 2021

LA FABBRICA ONIRICA DEL SUONO

 

 



Sergio Algozzino
LA FABBRICA ONIRICA DEL SUONO
Feltrinelli Comics
brossurato, 2021
128 pagine, 16 euro


Ho conosciuto Sergio Algozzino prima come musicista, una volta che ho assistito a una sua esibizione (impressionante con l'ukulele) , poi come fumettista, leggendo "Memorie a 8 bit", un graphic novel autobiografico in cui mi sono riconosciuto anch'io (fatevi del bene e leggetelo anche voi). Ne ho parlato qui: 
 "La fabbrica onirica del suono" è un fumetto che mette insieme le due anime di Sergio (di cui sono felice potermi dire amico). Racconta infatti la storia di una band italiana (immaginaria) di rock progressivo attraverso i tempi che cambiano, dal Sessantotto in poi, passando in mezzo agli anni della contestazione, del terrorismo, degli stravolgimenti sociali, ma anche in mezzo a tanta musica. Disegnato (e colorato) in modo evocativo, è un fumetto che lascia il segno. Sergio nel Sessantotto non c'era, ma sembra averlo vissuto, tanto è bravo come narratore completo, dimostrandosi competente storico della musica pop e leggera.

martedì 3 novembre 2020

INSEGUENDO QUEL SUONO

 
 

 
Ennio Morricone
Alessandro De Rosa
INSEGUENDO QUEL SUONO
Mondadori
cartonato - 2016
490 pagine - 22 euro

Ennio Morricone si è spento nel luglio del 2020, all'età di 92 anni, in quella Roma dove era nato nel 1928. A partire dal gennaio 2013, fino al maggio del 2015, il giovane musicologo e compositore Alessandro De Rosa (classe 1985), si è incontrato con il compositore per raccogliere dalla sua viva voce ricordi e riflessioni sulla sua arte e sulla sua vita. Il risultato è questo straordinario libro che lascia stupefatti. Il ritratto che ne viene fuori è quello di un artista tanto geniale quanto schivo, metodico, professionale, instancabile e incredibilmente versatile. L'autobiografia dettata da Morricone comincia con il compositore raccontato attraverso la sua passione per gli scacchi, di cui è stato un cultore e anche un campione: non per caso, visto che il metodo necessario per vincere sulla scacchiera non è poi così diversi dal gioco delle note sugli spartiti, dove nulla è lasciato al caso. Poi si passa a parlare di suo padre trombettista e degli studi in conservatorio, dove fu allievo di Goffredo Petrassi, uno dei massimi compositori di musica contemporanea, soprattutto noto per il suo astrattismo atonale. Da questa esperienza deriva, oltre che dalla propria personale sensibilità, il desiderio che ha accompagnato Morricone di scrivere musica "assoluta" (da lui distinta da quella "applicata", cioè al servizio di un film e o di altre espressioni artistiche o comunque altri usi), e di farlo rompendo gli schemi della tradizione, della tonalità, del consenso più facile. Questa dicotomia fra musica alta, colta, di difficile lettura, e quella più vicina ai gusti di un pubblico non iniziato lo ha in qualche modo inquietato tutta la vita, spingendolo a interrogarsi su come si potesse ricomporre la frattura. A lungo  il compositore si è prestato alla musica "applicata", e quindi agli obblighi imposti dalla committenza (senza mai asservirsi a essa, beninteso), cercando di sperimentare quanto più possibile, e continuando comunque a scrivere anche musica "assoluta", al punto che la cronologia dei brani di quest'ultima finisce per essere un elenco lungo sei pagine di "Inseguendo quel suono", contro le diciotto occupate dalle centinaia di titoli di film per i quali Morricone è soprattutto noto. Il successo internazionale del musicista come compositore di colonne sonore ha comunque portato a un riconoscimento di questa particolare manifestazione artistica come espressione di musica in grado di raggiungere le vette più alte. Oggi, tutti riconoscono la grandezza del maestro anche negli arrangiamenti fatti per anni, all'inizio delle sua carriera, per le produzioni della RCA; e del resto il compositore era in grado di arrangiare brani di ogni tipo in tempi rapidissimi, quasi stupefacenti, ricorrendo per altro a strumenti insoliti, o a combinazioni di strumenti sperimentate in ogni possibile contaminazione (alla ricerca, appunto, di "quel suono"). Estremamente interessanti sono, nel libro, le parti in cui si raccontano gli incontri con i registi più diversi, da Pier Paolo Pasolini e Carlo Verdone, e il  modo in cui il maestro si è appropriato alle immagini dei loro film, studiando sempre soluzioni innovative. Se queste narrazioni fanno la gioia dei cultori di cinema, Morricone e De Rosa, tuttavia, si dilungano in analisi approfondite delle tecniche musicali, arrivando persino a commentare degli spartiti. E qui, il non iniziato ci si perde. Perché discutere di unità frescobaldiane o di dodecafonia, e di mille altri tecnicismi affascinanti quanto criptici, fa perdere l'orizzontamento. Soprattutto, fa capire quanto la musica sia complicata dietro la parete di bellezza estetica fruibile da tutti, come le componenti di un macchinario perfettamente funzionante nascoste dal pannello che le copre, o come gli organi interni di un corpo umano di cui ammirano le forme esteriori. Noi comuni mortali ascoltiamo una musica e possiamo solo dire se ci emoziona oppure no, il musicista capisce l'architettura che c'è dietro. In appendice, registi e musicologi lasciano le loro (interessati) testimonianze sulla figura di Morricone.

sabato 7 luglio 2018

LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY





Walt Disney
SILLY SYMPHONIES
LE GRANDI FAVOLE DI WALT DISNEY
Mondadori
cartonato, 1981
240 pagine, 30.000 lire

Quando, nel 1927, il cinema venne rivoluzionato dall'avvento del sonoro (accadde con il film "The Jazz Singer"), l'allora ventiseienne Walt Disney intuì immediatamente che musica e parole avrebbero potuto arricchire anche i cortometraggi animati che stava producendo, e provvide a dare personalmente la voce al suo Topolino. Il successo del personaggio aumentò a dismisura, perché la sonorizzazione si prestava a rendere ancora più godibili i cartoons, che anzi potevano giocare sugli effetti sonori ancor di più delle pellicole con attori in carne e ossa. Così, nel 1929 Disney mise in produzione una serie di corti di cui proprio la musica fosse la protagonista: il primo fu "The Skeleton Dance", curato da Ub Iwerks, basato sulla "Marcia dei nani" di Grieg: quattro scheletri usciti da un cimitero si esibivano in una serie di buffi balletti, salvo poi rientrare nelle loro bare. Tra il 1929 e il 1932 gli Studi Disney produssero ventotto di questi corti in bianco e nero, chiamati Silly Symphonies. Successivamente venne adottato il colore. In tutto, le Silly furono settantasei, durando fino al 1939 e vincendo otto Oscar. Se le prime Symphonies tendevano a suscitare emozioni grazie alla visualizzazione di quanto suggerivano le musiche scelte per fare da perno (come nel lungometraggio "Fantasia"), successivamente si puntò anche sul racconto di vere e proprie storie con una trama, pur narrata con il supporto fondamentale della musica, e quindi si usarono favole classiche (Il brutto anatroccolo, La cicala e la formica) o storie originali. Il volume "Le grandi favole di Walt Disney", libro strenna di grande formato della Mondadori datato 1981, propone una selezione di trame delle Silly Symphonies adattate a fiabe per bambini, con immagini tratte dai cartoni animati a colori a illustrare i brevi testi. Troviamo appunto gli adattamenti delle novelle della tradizione e il racconto delle vicende nate invece negli Studios. Una interessante introduzione e una cronologia delle animazioni aprono e chiudono il libro. Probabilmente i bambini, a cui venne destinato il volume, avranno apprezzato. Noi cultori disneyani avremmo preferito un librone in cui le Symphonies venissero analizzate una per una e in cui la scelta dei fotogrammi fosse migliore (la qualità della riproduzione non è particolarmente entusiasmante). Ma, del resto, non era questo l'intento dei curatori.

domenica 24 luglio 2016

TRA I CASTAGNI DELL'APPENNINO



TRA I CASTAGNI DELL'APPENNINO
di Marco Aime e Francesco Guccini
UTET
2014, brossurato
160 pagine, 14 euro

Si tratta di un libro intervista che ripercorre la carriera di Francesco Guccini, modenese classe 1940, ma legato in modo molto stretto al paese di Pàvana, sulle montagne pistoiesi, di dove era originario suo padre (la madre invece era di Modena). Proprio a Pàvana si svolge l'intervista di Marco Aime (Torino, 1956), docente di Antropologia Culturale presso l'Università di Genova. Aime raggiunge il borgo in treno, da Bologna, lungo la storica linea Porrettana, e poi riparte scendendo sul versante opposto, fino a Pistoia. Luoghi che conosco molto bene anche io, essendo nato a mia volta da quelle parti (a San Marcello Pistoiese, per la precisione). Come la maggior parte delle interviste raccolte "in diretta" attraverso una registrazione, ci troviamo di fronte a una piacevole conversazione che ha però il difetto di non poter rappresentare un saggio esaustivo: si passano in rassegna dei ricordi senza citazioni puntuali, si raccontano aneddoti, si salta di palo in frasca. Per di più l'intervistatore ha il difetto, tipico di certi appassionati che se sanno più dell'artista stesso, di porre domande lunghissime in cui si fa sfoggio di erudizione, a cui l'intervistato non importa neppure che risponda perché tutto è già stato detto nel quesito. Guccini ascolta evidentemente colpito da tanta fluviale eloquenza e accenna: "sì, certo", o si limita a postillare. Ma non è sempre così, ovviamente e, come dicevo, la conversazione risulta piacevole (piacevolissima, immagino, per cui conosca a menadito l'opera di Guccini - almeno quella musicale, perché ai libri si accenna solo di sfuggita), Molto belle le parti che riguardano l'Appennino e la vita di paese o del tempo che fu. Interessanti gli approfondimenti sugli anni dei Cantautori, e sugli ispiratori di Guccini (Bob Dylan, gli chansonnier francesi). L'artista nota come prima di lui (e degli autori come lui) la canzone italiana fosse ancorata ai temi romantici, poi a un certo punto arrivarono i testi "impegnati". Il cantatore sostiene comunque, credo non a torto, di non avere quasi mai composto liriche "politiche", ma di aver raccontato esperienze di vita, senza sventolare bandiere di partito. Anzi, a un certo punto viene rievocato il "processo proletario" intentato a De Gregori nel 1976, quando nel corso di un concerto al Palalido di Milano il cantautore romano venne contestato e accusato di prendere soldi per cantate. Assurdità di quegli anni, che spinsero Roberto Vecchioni a scrivere "Vaudeville" e lo stesso Guccini a comporre "L'avvelenata". Tra gli aneddoti, uno riguarda un militante di destra che, incontrando il contatore per le strade di Bologna, gli confessò di apprezzare le sue canzoni nonostante la diversità di idee politiche (questo, d'altro canto, mi pare il minimo se si è di buon senso). Fra le cose da sottolineare è come Guccini non ritenga "Dio è morto" una bella canzone (mentre lo sono, secondo lui, "Amerigo",. "Samantha", "Canzone per Anna"), preferisca Bologna a Modena, e ritenga la musica meno importante del testo (ecco, io su questo non sono d'accordo). Ho incontrato personalmente una volta sola Francesco Guccini, in un ristorante, ed è stato gentile nel contraccambiare il mio saluto: mi parve che conoscesse Zagor. Spero di incontrarlo di nuovo.

domenica 21 febbraio 2016

NOVECENTO



Alessandro Baricco
NOVECENTO
Feltrinelli
Collana Universale Economica
Trentunesima edizione febbraio 2000
brossurato 
70  pagine -  lire 7.000

Un monologo teatrale che funziona benissimo anche come romanzo, e che comunque ha ispirato un film molto spettacolare, pur essendo, in fondo, un qualcosa che inizialmente prevede solo la presenza scenica di un attore se non, addirittura, di una sola voce recitante. Sotto qualunque veste, comunque sia, il racconto funziona perché è una bella storia, e c’è alla base una bella idea. “Ho scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, e un regista, Gabriele Vacis. Loro ne hanno fatto uno spettacolo. Non so se questo sia sufficiente per dire che ho scritto un testo teatrale: ma ne dubito. Adesso che lo vedo sottoforma di libro – scrive Baricco nella prefazione – mi sembra piuttosto un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce. Non credo che ci sia un nome, per testi del genere. Comunque, poco importa. A me sembra una bella storia, che valeva la pena di raccontare. E mi piace pensare che qualcuno la leggerà”. Sul piroscafo “Virginian”, che fa la spola tra l’Europa e l’America negli anni fra le due guerre, qualcuno abbandona un neonato che viene trovato e adottato dall’equipaggio. Viene chiamato Danny Boodman, dal nome del marinaio che se l’era preso a cuore, e TD Lemon Novecento per sovrappiù. Novecento cresce sulla nave, e finisce per non scenderne più. Impara a suonare il pianoforte e diventa un pianista straordinario, anche perché non c’è molto altro da imparare. In ogni caso, finisce per sapere tutto del mondo, ascoltando i racconti dei passeggeri, ma non osa mai scendere a terra. Quando alla fine il transatlantico viene fatto esplodere perché deve essere smantellato, Novecento muore con lui. Al di là della bellezza del racconto, nell’alternarsi di prosa e poesia, di poesia raccontata e di prosa poetica, chiara è la metafora di Novecento che incarna la condizione di tutti coloro che non osano scendere e posare i piedi su un mondo troppo grande che li intimorisce, e finiscono per vedere la realtà solo attraverso i racconti degli altri, gente comunque che a un certo punto se ne va, lasciandoli lì, impossibilitati a costruire rapporti veri. buoni solo a improvvisare concerti e sonate seducenti, che nessuno sentirà più perché non lasciano tracce.

giovedì 4 febbraio 2016

TEX SECONDO LETTERI




Sto portando avanti, da alcuni mesi, una serie di incontri nelle librerie italiane intitolate “Moreno Burattini presenta quattro libri”. Ho cominciato con due date a Milano (una, peraltro, presso il Megastore Mondadori di Via Marghera), per proseguire poi con Firenze, Bologna e Viareggio, mentre sono in programma eventi a Prato e Pistoia (in attesa di altre presentazioni in primavera). Uno dei quattro titoli che sottopongo all’attenzione del pubblico tra una facezia e l’altra tratta dai miei “Utili Sputi di Riflessione”, è il saggio scritto con Stefano Priarone “Tex secondo Letteri”, edito da Allagalla. 


Di Guglielmo Letteri, io e Stefano ci eravamo già occupati nel 1998 compilando i testi del catalogo di una importante mostra organizzata a Lucca da Antonio Vianovi. All’epoca, il disegnatore era ancora vivo (lo sarebbe rimasto fino al 2006) e ebbi modo di incontrarlo, fargli una lunga intervista, conoscerlo bene e ricevere da lui attestati di stima e di simpatia prima, durante e dopo la preparazione del libro, intitolato "Guglielmo Letteri & Tex - Omaggio a un Maestro dell'Avventura".



Nell’avvicinarsi del decimo anniversario della scomparsa del disegnatore, io e Priarone abbiamo proposto ad Allagalla di affiancare al saggio di Roberto Guarino sull’opera nizziana, “Tex secondo Nizzi”, un altro titolo che avrebbe potuto dare il via a una vera e propria collana dedicata ai principali autori di Aquila della Notte, appunto “Tex secondo Letteri”. L’idea era quella di riprendere in mano il testo del vecchio catalogo, allungandolo con nuove notizie e ampi approfondimenti, tenendo conto anche delle opere che il disegnatore romano aveva realizzato tra il 1998 e il 2006. Alla fine il testo proposto è risultato lungo il doppio del precedente da cui eravamo partiti. 

Allagalla non soltanto ha fatto un gran lavoro grafico corredando il saggio con un gran numero di immagini (comprese alcune rare foto), ma anche ottenuto di poter pubblicare in appendice due storie a fumetti che precedono l’arrivo di Letteri a Tex mostrando però la maturità già raggiunta dal suo tratto, quella che gli valse l’arruolamento nella squadra da parte di Giovanni Luigi Bonelli e di suo figlio Sergio. 

Giovanni Luigi Bonelli, peraltro, autore di uno di questi due racconti: “Rick Master”, pubblicato a suo tempo su un volume datato 1968 della “Collana Rodeo” ma risalente ad alcuni anni prima.  L’altro racconto è un episodio di Pecos Bill del 1963, uno dei cinque realizzati per questo personaggio da Letteri, appena rientrato dall’Argentina dove aveva lavorato con Pratt e il gruppo dell’Asso di Picche. Il volume è stato presentato a Lucca Comics 2015.

Nel dividerci e ruoli, io e Priarone abbiamo scelto di mantenere separati i nostri rispettivi contributi: mie sono la ricostruzione storico-biografica e l’analisi dell’evoluzione stilistica del disegnatore, di Stefano è la disamina puntuale di ogni singola storia texiana di Letteri. Mio il merito del sottotitolo  di cui vado orgoglioso: "Donne, magia e polvere da sparo". 

Sono molte, credo, le cose poco note riguardanti Letteri di cui si parla nel nostro libro, a cominciare dal suo talento di chitarrista jazz (era così bravo che avrebbe potuto percorrere una carriera del tutto diversa e di grande successo, ad altissimi livelli, anche in campo musicale), ma anche sui suoi anni argentini o sull'attività di un fratello, Giorgio, anche lui disegnatore molto attivo sul mercato inglese ma pochissimo pubblicato in  Italia. 

Hugo Pratt, Guglielmo Letteri e Ivo Pavone

Mi rendo conto, proseguendo la mia attività di saggista, di stare via via pagando alcuni debiti accumulati durante la mia infanzia: ho infatti scritto le biografie di Gallieno Ferri, Giovanni Ticci, Guido Nolitta e adesso Guglielmo Letteri, cioè di quattro autori che hanno segnato la mia vita. Spero di poter continuare perché la lista dei creditori è lunga. Qui di seguito troverete una delle due prefazioni del volume, quella firmata da Mauro Boselli (l’altra, altrettanto interessante, è di Claudio Nizzi): la pubblico perché dice un bel po’ di cose che mi sento di sottoscrivere. 




IL MIO DISEGNATORE PREFERITO
di Mauro Boselli

Mitla, il Diablero, Lucero, Esmeralda, El Morisco: bellissime donne, nemici tenebrosi, preziosi alleati di Tex... sono soltanto alcuni dei personaggi che mi vengono subito in mente quando penso all’eredità lasciataci da Guglielmo Letteri. Ho cominciato a leggere le avventure di Aquila della Notte alla fine degli anni Cinquanta, ancora prima di varcare la soglia della scuola elementare. Come si sa, a quell’epoca sugli albi a striscia c’era solo il segno inimitabile di Galep, che veniva coadiuvato talvolta dalle matite (ora più spigolose, ora più tondeggianti) di altri collaboratori che in seguito avrei imparato a identificare come Muzzi, Uggeri o Gamba, di cui già allora ero comunque in grado di distinguere gli interventi. Fu grande la mia sorpresa quando, poco tempo dopo, mi accorsi di una nuova mano, quella dell’autore di una meravigliosa storia ambientata a San Francisco, sulla Costa dei Barbari, tra squali e barracuda. Il suo tratto, per me, era fluido, evocativo e trascinante al pari di quello del grande Aurelio Galleppini. Quella fu la prima storia di Letteri su cui avevo messo gli occhi e da quel momento il disegnatore romano divenne il mio artista di Tex preferito. Trovavo soprattutto insuperabile il suo Carson, grazie a quella straordinaria espressività di cui Guglielmo era capace di dotarlo, con mimiche facciali ora ironiche ora burbere, ma sempre irresistibilmente simpatiche, durante i battibecchi con il pard, quando, durante una cavalcata, un bivacco o dopo un imprevisto bagno in un fiume, i due amici si concedevano (e concedevano a noi entusiasti lettori) quelle pause di vita vissuta e di dialoghi spumeggianti in cui Gianluigi Bonelli era maestro. Letteri mi sembrava il perfetto interprete dell’immaginario fantastico bonelliano, tant’è vero che tutti gli riconoscono un particolare talento nel rendere al meglio le atmosfere e le situazioni  magiche e misteriose, tenendole tuttavia ancorate a un sano e robusto realismo: caratteristiche queste che si ritrovano entrambe nel suo personaggio più famoso, El Morisco, il saggio curandero esperto in ogni scienza occulta (di cui a lungo ebbe l’esclusiva). Quando finalmente coronai il mio sogno e divenni sceneggiatore di Tex, fu con grande gioia che ricevetti l’incarico di lavorare con il disegnatore preferito della mia giovinezza. Non fu cosa facile, perché Guglielmo non aveva, notoriamente, un carattere semplice e spesso ricevevo da lui lunghe lettere scritte a mano in cui senza mezzi termini mi rimproverava per aver scritto una scena troppo complicata. Una volta storse il naso di fronte alla mia scelta di far cenare Carson in un ristorante di pesce di New Orleans, perché avrebbe dovuto disegnare troppe posate accanto al piatto! Naturalmente scrissi per lui alcune storie magiche e fantastiche e insieme inventammo un passato per El Morisco. Spero dunque di aver contribuito nel mio piccolo ad allargare ancora di più il lascito di emozioni che il grande Guglielmo Letteri ha lasciato in tutti noi.

mercoledì 23 dicembre 2015

GIANCARLO BIGAZZI, IL GENIACCIO DELLA CANZONE ITALIANA






GIANCARLO BIGAZZI, 
IL GENIACCIO DELLA CANZONE ITALIANA
di Aldo Nove
Bompiani
brossurato, 2012
220 pagine 

L'introduzione dell'autore comincia così: "E' come aprire l'archivio delle nostre emozioni, gettare lo sguardo sulla sconfinata produzione di Giancarlo Bigazzi, Un archivio da subito entusiasmante. E sconcertante. Chi potrebbe infatti immaginare che 'Rose rosse', portata al successo negli anni Sessanta da un giovanissimo Massimo Ranieri, e 'Self Control' di Raf sono state scritte dalla stessa persona?". Una persona, peraltro, in grado di scrivere colonne sonore cinematografiche (sua è quella di "Mediterraneo", film vincitore di un Oscar) senza conoscere la musica; così come di guidare il talento altrui, sapendolo riconoscere in erba, riuscendo ugualmente ad adeguarsi alla personalità di artisti già notissimi; arrivando a scrivere testi di infinita poesia come darsi alla prosaicità più triviale con la valvola di sfogo degli Squallor. 

Duecento milioni di dischi venduti in tutto il mondo indicano un fenomeno che dovrebbe essere oggetto di studio, e meno male che Aldo Nove (scrittore, poeta e autore teatrale) ci ha pensato pubblicando il suo libro pochi giorni prima della scomparsa di Bigazzi (infatti, è uscito nel gennaio del 2012 e non si accenna alla morte, avvenuta il 19 di quel mese). Come ricorda giustamente l'autore, persino il papa Giovanni Paolo II affacciandosi dalla finestra sopra il colonnato una volta cominciò a intonare "Si può dare di più" e tutta la piazza lo seguì in coro. Fra le tante cose che si potrebbero citare, mi sono segnato questa testimonianza di Aldo Nove che coincide con la mia esperienza: "Una delle canzoni di Bigazzi che più hanno sconvolto chi scrive è 'Ti amo', cantata da Umberto Tozzi nel 1977. Ero bambino e mi trovavo a una festa di paese. Quando dagli altoparlanti iniziò a diffondersi la musica di 'Ti amo' mi accadde una cosa irripetibile: era come se tutto si fermasse di fronte a quelle note e quelle parole. Il mio respiro si legava alla musica in un'unica vibrazione della vita, della mia vita, nella magia di una canzone. Sapevo, in quell'istante, sentivo con certezza che avrebbe superato gli anni e i decenni". 
Raccontare la vita di Bigazzi significa raccontare anche la storia dell'Italia del Dopoguerra e della società del nostro Paese. Molte pagine sono dedicate alla Firenze di allora, dove Giancarlo crebbe, e della Roma di allora, dove Giancarlo studiò, fino all'incontro con Ettore Carrera, nel 1966, che gli aprì le porte della grande famiglia Sugar e la possibilità di lavorare, da funzionario di banca con qual era, nel mondo della musica. Bello anche il racconto della lunga e complicata storia d'amore con la moglie Gianna, complicata com'era complicato lui, Bigazzi, iperattivo e nevrotico al punto da avere crisi notturne ricorrenti in cui non riusciva a smettere di fischiettare una canzone che gli premeva dentro e doveva essere partorita. Tante le foto a corredo del testo, ma la parte più bella è la postfazione dello stesso Giancarlo, probabilmente l'ultima cosa da lui scritta. Finisce così: "Grazie di cuore a tutti voi che mi avete permesso di cavalcare a suon di musica questo mezzo secolo. Mi ritengo un privilegiato. Spero di aver contraccambiato donandovi, con le mie canzoni, qualche momento piacevole da ricordare o, meglio ancora, da fischiettare". 

Su Giancarlo Bigazzi ho scritto anche io un mio breve saggio, "Fammi ascoltare ancora Yesterday" pubblicato qui:




domenica 30 agosto 2015

L'AFFARE VIVALDI




L'AFFARE VIVALDI
di Federico Maria Sardelli
Sellerio
2015, brossurato
304 pagine, 14 euro.

"La storia della riscoperta dei manoscritti di Vivaldi è davvero andata così. Diversamente da quanto scrivono di solito i romanzieri alla fine del loro lavoro ('i personaggi narrati sono frutto della mia fantasia' o formule simili), io devo invece assicurare il lettore che i fatti narrati sono, in grandissima parte, realmente accaduti, e solo in pochi casi ho dovuto inventare personaggi o situazioni allo scopo di riempire il vuoto lasciato dai documenti". 

Così scrive Federico Maria Sardelli nelle sue esaustive "Note sulle fonti" in calce al libro. Documenti, si badi bene, che Sardelli ben conosce non soltanto per dovere di romanziere tenuto a informarsi sulla materia di cui intende scrivere, ma perché si tratta di uno dei massimi esperti dell'opera vivaldiana in quanto membro del comitato scientifico dell'Istituto italiano Antonio Vivaldi e responsabile del suo Catalago. Inoltre è direttore d'orchestra di fama internazionale con all'attivo numerose prime incisioni ed esecuzioni musicali. Il fatto che, a tempo perso, sia anche uno dei più geniali disegnatori e scrittori satirici de "Il vernacoliere" di Livorno non inficia, ma anzi accresce, i suoi meriti. Sembra quasi incredibile che un musicista del suo calibro sia anche l'autore di "Le più belle cartoline dal mondo" o de "I miracoli di Padre Pio" (due fra i più esilaranti titoli a sua forma) e io non ci volevo credere prima di aver avuto la fortuna di conoscerlo di persona, ma assicuro che è così. Sembra anche incredibile quello che Sardelli racconta nel suo romanzo a proposito dei manoscritti vivaldiani, contenenti centinaia di composizioni inedite rimaste sconosciute per oltre un secolo e mezzo, dopo la morte in povertà del "Prete rosso" (Vivaldi era un religioso e aveva i capelli color carota). Ciò che meraviglia non è tanto che il fratello del musicista, Francesco, abbia svenduto l'archivio del defunto Antonio per pagare i debiti, ma che di mano in mano un simile tesoro sia stato misconosciuto e ignorato per tanti anni e abbia addirittura rischiato di finire perduto per sempre, se non fosse stato per l'opera di alcuni benemeriti (tra cui spiccano Luigi Torri e Alberto Gentili), che, negli Anni Venti e nei due decenni successivi, invece di venire ricoperti di onori vennero addirittura perseguitati dal fascismo. 

Alcune pagine fanno male: quelle sulle leggi razziali, certo, ma anche quelle sul lascito da parte del bibliofilo Marcello Durazzo dei volumi vivaldiani ai padri salesiani del Collegio San Carlo a Borgo San Martino. Durazzo sperava di lasciare in eredità i suoi preziosi libri a qualcuno che sapesse valorizzarli e custodirli e i religiosi furono quasi infastiditi di dover ricevere una massa di carta invece di denaro e terreni e lasciarono tutto a marcire. Il racconto di Sardelli alterna avvenimenti di anni diversi passando dal Settecento al Novecento all'Ottocento assecondando un estro romanzesco supportato dalla citazione di testuali documenti. Nonostante l'autore non sia un romanziere di professione (e dunque gli manchi il mestiere di un John Grisham o di un Ken Follett che da questa materia avrebbero tratto un best seller), il libro si legge con il fiato sospeso dalla prima all'ultima pagina.

mercoledì 5 agosto 2015

LO SAI CHE DA VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?



Dodi Battaglia
David De Filippi
LO SAI CHE da VIVO SEI MEGLIO CHE IN TV?
Tea
2015, cartonato
226 pagine, 14 euro

Sul fatto che Dodi Battaglia sia uno dei migliori chitarristi pop italiani, se non il migliore in assoluto vista la lunghezza della sua carriera espressa sempre ai massimi livelli, non ci sono dubbi. Chi li avesse, può ascoltarsi il suo album "D'Assolo", pieno di virtuosismi, o l'ultimo disco, "Dov'è andata la musica", inciso con Tommy Emmanuel, una leggenda vivente della chitarra, anche se in realtà il suo assolo in "Parsifal" (uno dei più celebri brani "sinfonici" dei Pooh) basterebbe ad assegnargli un posto nella storia della musica leggera ("leggera" è un aggettivo che, in certi casi, ho sempre ritenuto inadatto). 

Giunto sul punto di festeggiare i cinquanta anni di ininterrotta attività, ormai sessantaquattrenne (è nato nel 1951), eccolo a dare alle stampe un libro che sarebbe troppo etichettare come una autobiografia, e che meglio potrebbe essere definito come una "chiacchierata autobiografica", scritta con la collaborazione del giornalista David De Filippi. Si comincia con il ricordo dell'infanzia nella Bologna del Dopoguerra, si passa a raccontare la sua precoce passione per la musica ma poi il narratore si perde in una aneddotica divertente e accattivante che però perde di vista la sua carriera. Battaglia ci parla degli sport che ha praticato, della sua dieta, della sua fede il Dio, delle case che ha cambiato, dei figli che ha avuto, dei Papi che ha incontrato, ma non segue un filo coerente che racconti il "dietro le quinte" degli album dei Pooh, se non a spizzichi e bocconi. Non manca, per fortuna, un capitolo dedicato al paroliere Valerio Negrini, autore dei testi della maggior parte delle due canzoni. Leggere "Lo sai che DA vivo sei meglio che in TV" è insomma come ascoltare il musicista parlare a braccio di ciò che gli viene in mente e non una biografia compiuta e approfondita. 

I libri di Red Canzian ("Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto") e, soprattutto, quello di Stefano D'Orazio ("Confesso che ho stonato") sono, da questo punto di vista, più interessanti.